Le tragedia di Lampedusa e i ‘muscoli’ di Giorgia Meloni

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

Prima, da Budapest, capitale di un nazionalismo dichiaratamente razzista e illiberale, ha scandito che non bisogna solo tutelare patria e famiglia, ma che occorre “difendere” anche… Dio. Tornata in Italia, di fronte alle “brutte” immagini da Lampedusa, ai drammatici numeri degli arrivi (quasi mille sbarchi al giorno nell’ultima settimana), e al fallimento della sua politica anti-immigratoria, Giorgia Meloni ha dichiarato la guerra agli ultimi (anzi ultimissimi: in fuga da guerre, miseria, dittature e torture) che ad occhio e… croce non sarebbe proprio negli auspici dell’altissimo. Guerra ai profughi, insomma, “perché ne potrebbero arrivare decine di milioni dall’Africa”, annullando “le nostre identità nazionali”. La solita solfa del progetto di “sostituzione etnica”, e niente che sappia di approccio umanitario-integrativo. 

Quindi navi militari italiane ma possibilmente europee in campo (pardon, nelle acque del Mediterraneo) dopo aver fatto il necessario per delegittimare e gli interventi del soccorso delle organizzazioni onlus); rapida costruzione nella Penisola di nuovi centri di raccolta, pensati e realizzati dal genio dell’esercito, sistemati in zone assai periferiche e pochissimo abitate, praticamente “carceri” chiuse e affidate a una stretta sorveglianza, mica come i “mollaccioni” dei buonisti catto-comunisti. Ma, ancora,  allungamento fino a 18 mesi del periodo di ” detenzione “ per verificare se siano legittime le richieste di asilo; un nuovo vigoroso sforzo per arrivare a quei rimpatri forzati che nessuno è riuscito finora a realizzare, vista la reticenza e più ancora l’opposizione dei paesi d’origine, nonché  la diffusa mancanza di accordi bilaterali in materia; naturalmente nuovo slancio nella repressione degli “schiavisti-commercianti di uomini”, ‘crimine universale’  platealmente deciso  e finora auto-firmato unicamente dal governo di Roma. Fanno ormai testo, dalle parti di Palazzo Chigi, l’ultima  “soluzione inglese” ideata del premier britannico  di origine… indiana ma miliardario per matrimonio, Rishi Sunak (che i “suoi” richiedenti l’asilo li ha posteggiati e rinchiusi su una enorme nave-prigione), o la “soluzione australiana” di alcuni anni fa (deportazione su un’isola deserta).

Come per altri problemi, più che cercare soluzioni possibilmente discusse e condivise, si gonfiano i muscoli. I chiassosi “rave” dei giovani? Trasferiti d’autorità nell’ambito dell’illegalità, con relative condanne penali e sanzioni economiche ai non adempienti. La maternità surrogata? Proibita “internazionalmente” (sempre per autarchico provvedimento italico), e figli relativi cancellati dall’anagrafe e quindi dal riconoscimento da parte dello Stato. Gli stupri di gruppo nella degradata periferia di Caivano e a Palermo, o gli omicidi perpetrati da ragazzini napoletani che nei vicoli del capoluogo siciliano ballano l’omicida danza della “paranza”? Subito dimostrativi mega-blitz delle forze dell’ordine, arresto pure per i minorenni che sgarrano anche per reati minori, sequestro dei cellulari ai colpevoli, in carcere o “solo” multati (vedremo) i genitori ritenuti complici se i figli non si presentano a  scuola; naturalmente , nemmeno un cenno al rafforzamento di strutture sociali, al numero degli operatori sociali, all’aiuto maggiorato da destinare al miglioramento complessivo degli istituti scolastici, a un ripensamento di quartieri-ghetto disegnati quasi a voler favorire un insano sovrappopolamento, su territori abbandonati dalle autorità, dove regna la legge del più forte, e dove la prima preoccupazione di moltissime famiglie è mettere in tavola pranzo e cena. Più strumenti repressivi – nell’opinione pubblica spacciati con relativo successo –  e sempre meno tentativi di una politica più attenta, equa, sociale e inclusiva. 

Così, ora, tocca a quelli che si ostinano a chiamare clandestini, naturalmente sempre “palestrati” (e i bambini?), come li definisce il Salvini che a Pontida accoglie Marine le Pen; o “residuali” come assai umanitariamente il ministro degli interni Matteo Piantedosi ha tecnicamente classificato i poveracci che si salvano dalle stragi in mare. 

Il momento politico ha evidentemente il suo peso dietro la ‘faccia feroce’ rispolverata dalla “sorella d’Italia”. La campagna per le europee è già cominciata (anche se si voterà in primavera ‘24), sistema elettorale proporzionale senza coalizioni, quindi un corpo a corpo in cui ogni partito si conta, e soprattutto nella destra-destra sono sciabolate: e dalla Lega partono “amorevoli” bordate all’alleata Meloni. La più infamante per lei è “il fallimento” che i lumbard le rinfacciano per i suoi tentativi proprio in materia di immigrazione, quindi dell’accordo firmato con il presidente-dittatore della Tunisia Saied, uno xenofobo violento, che praticamente incita i suoi concittadini all’odio verso i nerissimi subsahariani africani, e ne fa uccidere e torturare molti dal suo esercito di frontiera. Quasi un miliardo di euro in aiuti per la disastrata nazione maghrebina, se non fate partire i fuggiaschi che cercano i barconi per approdare in Europa, aveva promesso a Saied la premier italiana, che si era portata dietro la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen ormai specializzatasi nell’accompagnamento delle trasferte della Meloni nelle tappe più delicate (o inutili o infruttuose) , naturalmente accompagnate da generosa claque mediatica.  Ma a Tunisi i soldi dell’Europa non arrivano, e a maggior ragione i porti di Sfax e dintorni continuano a imbarcare migliaia di persone, con meta soprattutto Lampedusa. 

Flop totale. Peggiore dell’esito dell’intesa miliardaria (a carico dei contribuenti europei) fra Angela Merkel il turco Erdogan sui rifugiati siriani  bloccati sulla porta della rotta balcanica, accordo che ha messo un’UE ricattabile nelle mani non proprio rassicuranti del neo-sultano di Ankara. In definitiva, un’Europa più che partecipe del tragico fallimento della politica di accoglienza. Che avrebbe, se ce l’ha, un’unica eventuale soluzione: un negoziato collettivo europeo con i paesi da cui parte un’umanità disperata, il varo di un vero ‘aiuto a casa loro’, e l’istituzione di “corridoi umanitari” che rendano sicuri i viaggi della speranza sempre più spesso diventati viaggi di tragedie e lutti. Inoltre, la revisione degli obsoleti accordi di Dublino sulla regola della ‘nazione di primo approdo’, per cui non possono essere che i primi paesi rivieraschi dell’UE  (Italia, Grecia, Malta, Spagna) a dover gestire l’approdo e l’accoglienza del grande flusso migratorio. Ma sapete com’è: il vociante Salvini, da titolare degli interni, partecipò a una sola riunione ministeriale sulle dieci che a Bruxelles cominciarono a discutere la revisione di quel trattato. Elettoralmente fa più comodo che il problema rimanga. Fin quando non diventa il tuo problema. “In democrazia guai a cavalcare le paure”, ha raccomandato Mattarella. Figurarsi. Voce nel deserto. 

Nell’immagine: rifugiati a Lampedusa


Quale dio

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 


Un mondo dell’informazione senza giornali (e giornalisti)?

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

È alla guida del più importante polo editoriale svizzero, il TX-Group: l’ex Tamedia, partita dal Tages Anzeiger, e oggi colosso del mercato dei media nazionali, grazie soprattutto a una serie di acquisizione e concentrazione di numerose testate. Operazione che ha fatto molto discutere, e sollevato polemiche e preoccupati interrogativi. Ma nei giorni scorsi, Pietro Supino, protagonista di un dibattito organizzato a Lugano dalla fondazione Möbius, non era certo un ospite preoccupato. Accattivante, calma olimpica, italiano fluente date le sue origini (nella Confederazione arrivò ragazzo), pronto a replicare tranquillamente anche alle domande più urticanti, ma alla bisogna elusivo quanto bastava. Anche sornione, come quando praticamente alla fine dell’incontro arriva la domanda più dolente e problematica: “Mi chiedete soltanto ora, negli ultimi tre minuti, dell’intelligenza artificiale e delle relative insidie per il nostro comune futuro, mentre quando partecipo a dibattiti oltre Gottardo vogliono praticamente dibattere solo di questa novità, e di come intendiamo usarla noi di TX-Group”.

Gentile e sottinteso riferimento a un Ticino “sonderfall”,  anche in questo caso. Certo la realtà nel settore dell’informazione del nostro cantone è specifica, storicamente diversa, anomala senza dubbio, e lo è stata ancora di più in passato. Alessio Petralli, padrone di casa in quanto organizzatore dell’incontro, ha ricordato i bei tempi in cui nel Cantone esistevano ben sei quotidiani. Un unicum mondiale per un fazzoletto di terra e pochi abitanti. Oggi di quotidiani ne contiamo “solo” tre, in un bacino di lettori di quasi 400’000 persone. Nemmeno male statisticamente e in percentuale rispetto alla popolazione, tenuto conto anche di radio-tv pubblica e privata, nonché di settimanali e riviste e on-line di ogni tipo. Eppure per gli editori e i giornalisti locali non sono affatto giorni tranquilli. Morde forte la crisi della pubblicità in continuo calo, così come il numero di lettori e abbonati al cartaceo, parzialmente assorbiti da una testata gratuita e “soprattutto da un’offerta alternativa sovrabbondante” che a giudizio dell’ospite – “è una delle cause più importanti, e ormai ineludibile, dei nostri grattacapi”. 

Non si sa dove andare, non si sa cosa fare. Nel momento delle domande rivolte dal pubblico, la perplessità di alcuni dirigenti del settore editoriale presenti in prima fila all’incontro era palpabile, così come quella dei giornalisti, seduti in ultima fila. Dirigenza e manodopera del settore dell’informazione sembravano attendere da Supino, in qualità di grande attore del mercato mediatico, la parola risolutiva. Come rimediare al calo dei lettori, inesorabile? chiedevano gli uni. Come tutelare una professione in evidente difficoltà, che ha perso prestigio, grado di retribuzione e, in prospettiva, posti di lavoro proprio a causa dell’automazione AI? chiedevano gli altri.

Supino, occorre ammettere, lo è un bravissimo slalomista. Capace di dare ragione a tutti in prima battuta, ma poi proseguire inesorabilmente mettendo in chiaro che là fuori, la realtà dei media risponde a logiche che sono ormai lontane da quelle tradizionali, quelle che editori e giornalisti (soprattutto in questo Cantone) sembrano voler a tutti i costi preservare. Crisi dell’editoria? Ma il momento storico è appunto di quelli in cui c’è un fiorire di richiesta e di offerta di informazione come mai nella storia. Difficoltà per i giornalisti? Ma lo spazio per esercitare la professione esiste e si è arricchito di nuovi strumenti che vanno padroneggiati. Certo, bisogna adottare nuovi modelli e prevedere nuovi scenari. Altrimenti sì, sarebbe la fine.

Parlando della carta stampata Supino è estremamente chiaro: già oggi le industrie del settore non producono più rotative, stanno abbandonando sperimentazione e ricerca per applicazioni tecnologiche e informatiche dei macchinari. Investono in altri comparti. Questo significa che tra una decina d’anni (non trenta: dieci) non sarà più possibile gestire i processi di stampa dei giornali come succede oggi. Bisognerà trovare un’alternativa per continuare a stampare, bisognerà investire, ci sarà comunque una inevitabile riduzione e concentrazione dei centri tipografici. E d’altro canto le spese di spedizione dei giornali diventano proibitive a fronte della riduzione degli introiti dei giornali, e dei prezzi sempre più proibitivi, come è successo di recente per la carta. Assicura il relatore: non che il cartaceo sparirà del tutto, ma si tratterà di giornali di poche pagine. Sempre che non abbiano ragione altri studiosi del mercato dei media, che alle versione scritta dei giornali danno soltanto un’altra decina di anni di vita. Loro del TX-Group, sistemati nel moderno palazzone di Zurigo, sono comunque già pronti. Ora tocca a noi. Il futuro dell’informazione è soprattutto sul web.

Per quello che riguarda i giornalisti, Pietro Supino è affabilmente concreto: i giornalisti di oggi sono bravissimi, preparati e entusiasti nell’esercitare la professione più bella del mondo.  Dovrebbero avere un salario giusto (ma intanto in Ticino e nella Svizzera tedesca sono senza contratto collettivo da quasi…trent’anni). Devono però muoversi all’interno di giornali in cui sia garantita una pluralità di opinioni. L’esperienza di successo di quotidiani come il “Tages Anzeiger”, ma anche di testate locali, mostra che il giornale deve offrire punti di vista diversi, per sollecitare il lettore a scegliere i propri. Detto così sembra bellissimo. In un altro senso potrebbe voler dire che le testate sono destinate a perdere personalità e incisività. A diventare pastoni buoni per tutti i palati. Sempre più uguali. Come già fa temere il processo di concentrazione editoriale: grandi gruppi che si sono comprati molti giornali cittadini o periferici in difficoltà, poi creando una redazione centrale per tutte le notizie svizzere, e piccole redazioni locali per la cronaca di prossimità. È il prezzo della razionalizzazione economica, nonché della possibilità di realizzare veri approfondimenti e inchieste giornalistiche sempre assai costose.

A proposito del conflitto aperto tra servizio pubblico e media privati (tema sollecitato da alcuni presenti e su cui si è aperto persino un siparietto polemico tutto nostrano a proposito della questione dei diritti TV sull’hockey ticinese) Supino è stato netto: il servizio pubblico (quindi la SSR) deve produrre unicamente ciò che i privati non possono permettersi di realizzare. Quindi occorre prioritariamente aprire un tavolo di discussione in cui definire reciproci ruoli e competenze e poi definire la ripartizione dei costi. Non si è sbilanciato personalmente sulla prossima votazione detta dei “200 franchi (di canone) bastano”. Ed ha negato che vi siano stati diversi incontri fra vertici SSR e rappresentanti degli editori per raggiungere compromessi in favore dei secondi: confronto che gli editori avrebbero interrotto quando la raccolta di firme ha dato la certezza che la votazione ci sarà. Ma, in mancanza di studi relativi, chi può dare per certo che un fortissimo ridimensionamento del servizio pubblico favorirà la stampa indipendente, ed  è sicuro che vi sia un nesso fra difficoltà della stampa svizzera e presenza della SSR nella sua dimensione attuale? “E’ una certezza dettata dalla logica”, la risposta di Supino, “avremmo logicamente più entrate”. Poco rassicurante. Questa l’impressione lasciata all’uditorio: un super-manager disponibile all’ascolto ma ormai da tempo calato in un ruolo che non è più di dirigente di un’impresa a sfondo culturale come quella di un gruppo editoriale, ma è il ruolo del dirigente d’azienda, puro e semplice. Tx-Group del resto non è solo editore ma anche proprietario di siti web commerciali e partner di start up legate all’uso dell’intelligenza artificiale e della robotica. Soprattutto preoccupato, insomma, di far quadrare il bilancio, più precisamente di replicare bilancio in attivo e ottimi utili, e così distribuire il dovuto agli azionisti.

Resta da spiegare questa impressione di spaesamento del pubblico, questo disorientamento tutto ticinese di fronte a un’evoluzione che del resto si dava per scontata da anni. È come se si facesse fatica ad accettare la “logica del clic”, che guida da tempo il mondo dell’informazione globale. Rassegniamoci. Il successo di una testata digitale si vede dal seguito che riesce a suscitare. E il seguito è misurato implacabilmente dai clic dell’utente. Tanto che il rischio oggettivo è che la rincorsa ai clic condizioni il formato e i contenuti dell’informazione stessa. Il seguito del pubblico, in altre parole, condiziona la personalità della testata. Non come una volta, quando la linea editoriale era decisa dalla personalità del direttore o del caporedattore. L’abilità dell’editore oggi starebbe perciò nel saper equilibrare “tentazioni pop” e senso etico del proprio ruolo di produttore e mediatore dell’informazione.

Insomma l’incontro di Lugano con Pietro Supino è servito, crediamo, “a darci una scossa”. Anche drammatica per certi versi. L’impressione è stata che là fuori ci sia qualcuno che sta guardando l’orizzonte con un grande binocolo e si prepari per evitare l’iceberg.  Dobbiamo chiedercelo: qui da noi stiamo veleggiando nella nebbia con la speranza che domani torni il bel tempo? E se il mutamento di rotta è in corso, ci stiamo attrezzando per nuovi scenari  forse troppo lentamente? A editori e giornalisti è richiesto un cambiamento di mentalità: il punto è che oggi sembra difficile che le necessità degli uni e degli altri convergano. Dovrà succedere, certo, e questo richiede ad entrambi un grande lavoro di armonizzazione delle aspettative. Il rischio è che, in caso contrario, la parola passi davvero e perigliosamente all’intelligenza artificiale


Studiare la lingua là dove nasce

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

Ottavio Lurati, il linguista scomparso giovedì a 85 anni, era sempre rimasto figlio della terra che lo aveva visto nascere, riuscendo così a elevare a terreno di studio quel Ticino che nel periodo tra gli anni Sessanta e i Settanta si assoggettava a una trasformazione epocale. Era nato a Chiasso nel 1938, quinto figlio di un macchinista delle FFS, e proprio negli anni che vedevano il consolidarsi del settore terziario (con banche e istituti di credito che sorgevano ovunque, offrendo un’occupazione a tutti), palpabile in uno stravolgimento architettonico diffuso e in certa qual misura, nella rottamazione di tutto ciò che fino a quel momento aveva costituito il tratto distintivo dei ticinesi (la tradizione, una quotidianità ancora parzialmente ancorata al primario, l’isolamento dal resto del Paese), con il suo precoce piglio da sociolinguista, aveva dato il via a una modalità di indagine che lo avrebbe caratterizzato fino agli ultimi giorni.

Ottavio Lurati, infatti, si muoveva tra due poli, quello accademico, e quello che potremmo chiamare “delle genti”, riuscendo alla fine a farli convergere in risultati scientifici acclamati (fu professore ordinario e poi emerito di linguistica italiana all’Università di Basilea, nonché uno dei cinque corrispondenti accademici stranieri della prestigiosa Accademia della Crusca), da cui però, sempre, traspariva in filigrana quell’elemento che rendeva inconfondibili i suoi risultati anche ai non addetti ai lavori, ossia l’umano sentire.

Averlo dunque visto “in azione”, con il senno (e un certo rimpianto) di poi, laddove a volte riusciva bonariamente a spazientire il suo entourage famigliare per una certa pignoleria (una nota di stima vada alla moglie Marialuisa per la sua pazienza) e l’indugio nelle relazioni umane con sconosciuti, ha oggi il sapore del privilegio. Una passeggiata con Ottavio Lurati, che fosse per i vicoli di Sonogno, per le strade di Chiasso, o semplicemente fuori casa nel suo comune di elezione di Montagnola, non era mai una passeggiata e basta. Gli occhi vispi e arguti di Lurati, infatti, si accendevano ogni volta che per strada uno sguardo o un passo altrui incrociava il suo, e in modo quasi naturale, a prima vista forse straniante per chi non ne conosceva la personalità nonché le modalità investigative, prendeva il via uno spontaneo terzo grado. Nella sua capacità connaturata di aderire al linguaggio del suo interlocutore, permeando le parole di ironia e condendole con un sorriso sempre aperto al mondo, Lurati si informava su provenienza e biografia di sconosciuti, virando poi immancabilmente e in modo impercettibile – chissà se ne era consapevole – verso quelli che erano i suoi campi di interesse: modi di dire, determinate pronunce, nomi di luoghi, magari oggi fuori uso poiché spogliati della loro funzione originaria, in una società che ne aveva perduto il bisogno.

È a volte difficile colmare il gap tra il mondo accademico e il campo di studi, dicevamo, ma Ottavio Lurati, al di là della sua cultura magistrale, della padronanza della lingua e della storia della sua evoluzione, delle conferenze internazionali, dei suoi blazer di tweed, dei girocollo di merino e di quell’aria vagamente british, non concedeva nulla a snobismi mal riposti e tantomeno all’invidia. La sua curiosità congenita lo rendeva un uomo aperto al genere umano, e, di conseguenza, anche ai nuovi impulsi che esso naturalmente ci restituisce. E quella voglia, che forse era anche necessità, di dare valore a ogni umana storia, indipendentemente da background culturali e biografici, gli ha permesso negli anni, con modestia e applicazione, perseveranza e competenza, di costruire (archiviandoli, catalogandoli, sviscerandoli) una serie di tesori della nostra memoria e della nostra tradizione, la cui portata ci si rivelerà ancora più cristallina e fondamentale con il passare dei prossimi anni, proiettati come siamo verso un futuro sempre più digitalizzato, effervescente ma a tratti anche evanescente.

Quello che è stato è stato, quello che si diceva in parte forse non si dice più, ma grazie a Ottavio Lurati e al suo amore per gli esseri umani, anche il passato resterà fulgido in alcuni suoi tratti nei giorni a venire, permettendoci di conservare consapevolezza di chi siamo stati e di come. E scusate se è poco.

Nell’immagine: Ottavio Lurati con la moglie Marialuisa


Domenico De Masi e l’ozio creativo

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

Il mio incontro fisico con il sociologo italiano Domenico De Masi – Docente emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma morto lo scorso 9 settembre, a 85 anni – risale a molti anni fa, quando venne intervistato per la puntata del 14 marzo 2005 del programma RSI di Fabrizio Fazioli microMACRO ed io, allora, oltre all’Università, ero apprendista di bottega che cercava di imparare come fare programmi di approfondimento in televisione.

Titolo della puntata di microMACRO: Lavorare con lentezza – e De Masi rifletteva da tempo su questi temi. Paradossalmente, ma non troppo, anche oggi si torna a parlare di grandi dimissioni, di insofferenza per un lavoro spesso pessimo, molti non sopportando più i ritmi sempre più densi e sempre più alienanti imposti alla propria vita dal capitale e dalla tecnologia per il proprio esclusivo profitto, e cercano un modo umano e umanistico di vivere la propria esistenza, mentre si riparla di settimana lavorativa di quattro giorni, a parità di salario.

Non dimentichiamo poi che negli anni ’90 economisti, politici, tecnofili in servizio permanente effettivo e intellettuali organici del capitale promettevano che con le nuove tecnologie di rete avremmo lavorato meno, fatto meno fatica, avuto molto tempo libero da dedicare alle cose belle della vita e che saremmo entrati in una new era di crescita economica infinita, dimenticando – sempre grazie alle nuove tecnologie – i fastidiosi cicli economici del passato in cronica alternanza tra crescita e recessione. Poi è accaduto esattamente il contrario di quanto promesso (lavoro h 24, tempi e ritmi di lavoro appesantiti, stagnazione economica…) ma ci siamo adattati nuovamente e senza fiatare alle nuove esigenze del capitalismo iperindustriale, di piattaforma (la nuova forma della fabbrica) e della sorveglianza.

E De Masi non ha mai smesso di proporci – ma con ben diversa credibilità e passione rispetto ai tanti maître à (non) penser/venditori di auto usate degli anni ’90 – un altro modello di organizzazione del lavoro e della vita. Non lesinando ovviamente critiche al neoliberalismo, come nel libro La felicità negata (Einaudi, 2022) e qui recensito tempo fa – dove De Masi scriveva che “non c’è progresso senza felicità e non ci può essere felicità in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele. Questa inumana disuguaglianza non avviene a caso, ma è lo scopo intenzionale e l’esito raggiunto di una politica economica [il neoliberismo, appunto] che ha come base l’egoismo, come metodo la concorrenza e come obiettivo l’infelicità”. E allora De Masi proponeva, come possibile soluzione al problema della felicità negata, quello che chiamava l’ozio creativo – “la soave capacità di coniugare il lavoro per produrre ricchezza con lo studio per produrre conoscenza e con il gioco per produrre allegria”.

E Ozio creativo era il titolo di un libro famoso di De Masi uscito nel 2002. Dove distingueva tra un ozio dissipativo, alienante, che fa sentire ciascuno come vuoto e inutile; e un ozio attivo, creativo, che faccia sentire bene, felici, che produca idee perché le idee sono necessarie allo sviluppo della società. Certo, anche De Masi forse rifletteva l’ottimismo degli anni ’90 – “marciamo a grandi passi verso un futuro in cui si lavorerà meno e meglio, in cui, grazie alla tecnologia, potremo gestire nel modo più efficace lo spazio e il tempo […]; una rivoluzione copernicana che toccherà da vicino la vita di tutti noi” – ma la sua proposta di ozio creativo – perché non crederci davvero e non solo con riferimento al lavoro? – resta valida sempre, nonostante le smentite della realtà tecnologica e capitalistica/neoliberale.

Dove a dominare è piuttosto – ancora e sempre, nonostante i continui tentativi del management di riciclare le sue vecchie tecniche di modificazione comportamentale, riverniciandole e riducendo i chilometri sul proprio contachilometri per farle sembrare sempre nuove e diverse – l’immagine della gazzella e del leone nella savana (ripresa da De Masi ad esempio ne Il futuro del lavoro, del 1999), per cui non importa se tu sei leone o gazzella, importante è correre sempre più velocemente; che era, per De Masi, una autentica “istigazione a delinquere”, una “disgustosa esaltazione di quella barbara guerra di tutti contro tutti che le imprese chiamano competitività e che attizzano giorno e notte, dentro e fuori, a livello locale e globale”. De Masi invece cercava – con determinazione – di armonizzare il lavoro con la vita, per essere liberi di cercare la propria felicità e non quella indotta (e quindi falsa, ma molto accattivante) dalla sua offerta capitalistica. E aveva alla fine compreso – onore a De Masi – che “dopo avere sostituito con i robot e i computer molta manodopera operaia e impiegatizia, ora il progresso tecnologico sta dando l’assalto anche al lavoro creativo con l’intelligenza artificiale”. Con il che però sembra venire meno anche l’idea/possibilità di un ozio creativo umano – e creativo nel senso di De Masi – tanto ci basta e avanza la creatività dell’IA, che ci evita la fatica di dover pensare e immaginare. Dobbiamo quindi resistere – aggiungiamo – alla tentazione tecnologica.

E De Masi non era solo un teorico, perché sua, di fatto, è stata ad esempio l’idea di un reddito di cittadinanza anche in Italia. Amava sporcarsi le mani. E si era molto avvicinato al Movimento 5 Stelle – o veniva etichettato come molto vicino ai 5S – ma il suo pensiero era soprattutto di sinistra; ma non era un intellettuale organico, come troppi nel passato e come troppi oggi. Era uno spirito libero, con un forte – forse troppo – ottimismo della volontà.

Certo, come abbiamo scritto nella nostra recensione al suo libro, “con De Masi molte cose ci accomunano, ma anche ci dividono: lui scrivendo ad esempio di società postindustriale, noi affermando invece che mai la società e la vita dell’uomo sono state tanto industrializzate come oggi [organizzate, comandate e sorvegliate sul modello della fabbrica]; lui scrivendo che se nella società industriale era il lavoro ‘a egemonizzare la vita, oggi è sempre più vero il contrario’, noi sostenendo invece che, proprio grazie alle nuove tecnologie il lavoro egemonizza ancora di più la vita facendo sfumare i confini tra lavoro e vita”. Ma queste differenze arricchiscono, generano appunto idee, fanno pensiero critico, e senza pensiero critico non esistono la sociologia e la filosofia (e non solo).

Nell’immagine: Domenico De Masi alla RSI


Inclemenza

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

Il farmaco

Anche quando sono assicurate le migliori condizioni per il suo esercizio, la giustizia (poco importa da chi sia incarnata e attraverso quali leggi) è sempre in una certa misura ingiusta, arbitraria, mancante. Proprio perché il suo compito è quello dell’imparzialità, della rettitudine, della ponderata inflessibilità: un agire secondo equità in cui ognuno, nonostante le possibili attenuanti, sia trattato come tutti. Il problema è che nessuno è tutti. Per questo, legge e giustizia sono sempre in difetto. Sicché il torto è qualcosa di congenito. La giustizia giusta è retta, ma la realtà è storta. E poi essa è sempre l’incarnazione di uno o più poteri che la esprimono e si esprimono attraverso di essa. Un giudizio incondizionatamente giusto è al di là della nostra portata.

Se la giustizia, anche la migliore, ha l’ingiustizia come dimensione inaggirabile del suo sentenziare, essa ne è però in teoria perfettamente consapevole. Non solo. Dispone anche di un farmaco prezioso che le consente di attenuare la sua rigida imparzialità, la sua severa postura (dura lex, sed lex), la sua inflessibilità. Di cosa si tratta? Del farmaco della clemenza. Quando vi fa ricorso, la sua rettitudine (bilancia, spada, occhi bendati secondo l’allegoria classica) trova il modo di attenuarsi, riconosce nella postura misericordiosa una risorsa che la sottrae, per una certa parte, alle sue astrazioni, al suo necessario formalismo. Allora siamo dinnanzi a un sur plus rispetto al suo corpus codificato.

Laddove chi l’amministra si dimostra clemente, qualcosa di inaudito si aggiunge alla correttezza lineare delle sue deliberazioni. È come un protendersi sollecito del giudicante in direzione del giudicato. Qui, gli occhi del secondo non sono più quelli indifferenziati e anonimi cui deve rivolgersi il giudizio per essere equanime: sono i suoi occhi, la sua storia personale, il suo destino individuale, la sua supplica. Qui non ci sono solo un corpo normativo implacabile e la sua trasgressione legittimamente punibile. Qui ci sono due persone che si guardano, due corpi che si incontrano. C’è un rivolgersi reciproco che avvicina una parte all’altra, dove quella che esercita la potestà, senza smarrire la sua posizione d’autorità, si accosta all’altra secondo un diverso ordine della considerazione e del riconoscimento che ne attenua la rigorosa imparzialità. Senza però alcun arbitrio. Senza snaturarsi, può dunque accadere che la giustizia incontri la dolcezza.

Quando ciò si verifica, la giustizia si spinge dunque oltre se stessa: non “solo” giusta, anche virtuosa. Il “troppo”, mai aggirabile, dell’asimmetria tra le due parti viene ridimensionato in un’asimmetria, che rimane certamente tale, ma con in più un’esuberanza virtuosa. L’ortothes della giustizia, il suo stare dritta, la sua rettitudine, subisce così una flessione che anziché indebolirne le deliberazioni, svilendola o addirittura tradendola, la legittima ancora di più.
Questo spiega, tra l’altro, perché nel bene e nel male, il potere ha sempre a che fare con la clemenza.

Sguardo prismatico

Ripetiamolo: quando per la forza concreta e simbolica conferitagli, poco importa da chi, qualcuno dispone più o meno legittimamente dell’autorità del giudizio e della pena, nessuna giustizia può mai bastare a se stessa. Si tratta di un limite inscritto nella sua stessa pratica, ancora prima di esserlo nel modo in cui essa si esercita. E concerne l’imperfetta relazione di corrispondenza tra risorse del giudizio e “ragioni” del giudicato (vissuto, storia, carattere, destino). Provare a emendarla: è questo il compito della clemenza.

Non poteva essere detto meglio: «Clemenza è […] la giustizia che sporge, che eccede, che esce per un momento dalla sua rettitudine. È la giustizia che si piega, si inclina, si china».

Dobbiamo questa magistrale definizione a Francesca Rigotti, che in un saggio profondo, e al tempo stesso dallo stile leggero, pubblicato dal Mulino nella collana “Controtempo”, ripercorre la storia di questa virtù con la cultura e l’intelligenza cui ci ha ormai abituati. Voglio dire con quel metodo che le è proprio, e che consiste nel ricostruire la storia di un termine seguendone gli spostamenti, le reinterpretazioni, i tradimenti e le fedeltà lungo una vicenda non solo letteraria o filosofica. Ma anche in grado di avvalersi della tradizione iconografica, delle sue immagini simboliche, allegoriche e metaforiche, delle sue personificazioni. Senza minimamente trascurare il côté concettuale.

Il risultato è per così dire una filologia filosofica indiziaria, dinamica, creativa e tenace nel seguire, interrogandole, le più diverse piste. Mettendo insieme in modo prismatico discorsi, immagini, dettagli anche apparentemente insignificanti; accostando “continenti” lontani ed eterogenei, così come famiglie di parole affini. Per un più ricco e articolato scandaglio dell’oggetto.

Come sempre accade con la migliore filosofia, la ragione dell’interesse per il tema non nasce dentro la disciplina o all’interno di qualche corrente di scuola. Nasce nel tempo dell’attualità. Di quell’attualità che mette però in scena questioni antichissime, seppur nella forma conferitegli dalla nostra odierna storicità tragica. E allora per capire qual è la fonte sensibile di questo modo esemplare di affrontare il tema della clemenza, occorre andare alle riflessioni delle ultime pagine. Si presentano come una “conclusione”, ma di fatto sono un inizio.

Sentimento del tempo

Dopo aver fatto viaggiare il suo lettore attraverso pagine che ricostruiscono la storia non lineare della clemenza, suggerendo, come detto, percorsi originali e nuovi (le sue apparizioni, il suo significato, le sue immagini allegoriche, la sua postura, il suo senso della cura, ma anche le sue forme di strumentalizzazione legate al potere), Francesca Rigotti ci conduce al cuore della questione. Occorre riuscire a vedere attraverso le grandi figure di coloro i quali nel passato – immaginato o storico che sia -, hanno dato corpo al teatro della compassione, la realtà di chi oggi si ritrova esattamente nella stessa condizione del supplice. Riuscire a sentirne la voce, quella stessa voce; la postura quella stessa postura; la disperazione quella stessa disperazione. E riuscire poi anche a vedere nella nostra indifferenza l’odiosa inflessibilità di chi non sa, non vuole o crede di non poter accogliere la supplica (una particolare postura) grazie a cui potenti e diseredati si incontrano, avvicinandosi l’uno all’altro: come raccontano le meravigliose e innovative pagine sull’iconografia della gamba e del ginocchio messi a nudo (Dei, Imperatori, Santi, Re, ecc.).

In questo modo, la parola “clemenza” acquista una sorprendente attualità, nella consapevolezza che essa mette sempre in gioco relazioni asimmetriche, dove un potere, talvolta uno strapotere arrogante, incontra, se lo incontra, il suo contrario. A mano a mano che si procede nella lettura del saggio, la clemenza appare come una risorsa inattesa cui dare il rilievo che oggi merita. Viene anche di pensare, per quanto ciò non sia esplicitato, che in questo tenace lavoro di recupero, ci si muove contro chi vuole invece derubricarla dall’agenda etica e politica, presentandola come una forma ora di debolezza (buonismo), ora di aristocratica ipocrisia (di chi rifiuta di regolare a monte i problemi).

Attraverso l’atto della clemenza, colto nelle sue diverse rappresentazioni, il saggio ricostruisce infatti uno specchio in cui vedere riflessa, senza inganni, la nostra condizione. Ci vengono così offerte le parole e le immagini mediante le quali leggere le catastrofi di oggi: una riedizione del “tragico” (guerre, carestie, dispotismi) di cui siamo al contempo artefici e vittime. Ma soprattutto per riuscire ad ascoltare la storia e la supplica di chi si rivolge, bisognoso, ferito, affamato, inerme, a chi ne ha ora in mano il destino. Che cosa sono, si chiede Rigotti, «le supplici di Eschilo, i supplici di Sofocle e di Péguy se non protagonisti a uno stadio liminale di tragedie di bisogno, di fuga e di migrazione, che attendono che i governanti democratici, rappresentanti dei cittadini, si comportino come quell’assemblea di argivi che convalida la proposta di accoglienza di Pelasgo?». La risposta è chiarissima: sono la ripetizione di un dramma che non ha mai fine e che trova ogni volta di nuovo le figure della sua odiosa attualizzazione. Sono però anche – ecco il punto – l’evidenza della sempre rinnovabile funzione della clemenza, rispetto a norme, leggi, decreti, pregiudizi: virtù ineguagliabile di un mondo che, da sempre, riproduce implacabilmente sopraffazione, ingiustizie e inospitalità.

Oggi, appare ancora più urgente questo avvertimento a ripensare una virtù che è tutto fuorché “controtempo” – se non nel senso del sano anacronismo di chi (come la nostra autrice) si oppone al cinismo dello “spirito del tempo” (quello che alimenta il populismo dentro e fuori l’Europa). Basti pensare a quanto sia ingenuo credere di poter regolare attraverso ostili dispositivi di legge e attraverso azioni mediaticamente clamorose i flussi della disperazione migratoria. Quando sappiamo bene che nessuna dissuasione, nessuna spacconata elettorale sarà mai più forte della volontà di vita, laddove la vita sia minacciata e condannata: nessun muro, nessuna legge, nessun decreto urgente nessuna pena, nessuna tolleranza zero.

In questo senso, ripensare la clemenza non è una preoccupazione “idealista”. È al contrario un atto di realismo, ben in chiaro su quanto sta accadendo attorno a noi e sul suo perché. Il cinismo imperante, invece, fa dell’inclemenza una virtù. Bene, Francesca Rigotti in un montaggio mirabile, anche per la sua capacità di sintetizzare in poche pagine o addirittura in poche righe vicende mitologiche, dottrinali, filologiche e iconografiche articolatissime, ci spiega perché è vero esattamente il contrario. Proprio in ragione della crescente asimmetria nelle relazioni e della non meno preoccupante sperequazione delle risorse, che condanna il nostro mondo a una spietata ingiustizia, possiamo allora riscoprire la clemenza come un valore persino funzionale all’esercizio del potere: una virtù perfetta per i nostri tempi più che imperfetti. Anche perché aiuta a capire come sarebbe, invece, un mondo in cui non ce ne fosse alcun bisogno.

Articolo scritto per la rivista Micromega
Nell’immagine: Eduardo Barron Gonzalez, “Nerone e Seneca” (Seneca istruisce il giovane futuro Nerone sulle virtù della clemenza)


Lorenzo Cremonesi – Ucraina svuotata: tragedia demografica, argomento tabù

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 


“Mio zio Salvador, quel giorno in cui l’ho visto teso, emaciato, tremendamente solo”

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

“Quella mattina andai da lui a La Moneda per chiedergli un’arma, perché ero malvista e mi sentivo minacciata nel quartiere della borghesia capitolina dove vivevo; non avevo alcuna intenzione di fare la fine di una pollastra. Mi rispose che non ne aveva e che sarebbe stato forse meglio che tornassi a stare da loro. Non l’avevo mai visto così: teso, emaciato, tremendamente solo…”.

Maria Inés Bussi, emozionalmente assai provata dalle recenti giornate rievocative, ci sta raccontando dell’ultima volta che vide suo zio, Salvador Allende, tre giorni prima del golpe. Più che un’intervista la nostra è una conversazione aperta con la nipote prediletta del presidente cileno: “cinquant’anni dopo”, sottolinea lei, il suo assassinio”. Perché fin dal primo momento Inés non ha mai dubitato che fosse stato ammazzato. “Il generale Palacios, a capo dell’assalto a La Moneda, era apparso in tv con una mano bendata indicando che la doveva a colui che non aveva voluto arrendersi; con suo figlio che nei giorni successivi ostentava al polso l’orologio di mio zio. Successivamente fu dimostrato che Allende era stato ucciso da due proiettili di armi diverse. E dire, come mi raccontò, che Fidel Castro gli aveva offerto di mandargli delle armi, ma lui gli disse di no”.

L’abbiamo raggiunta a Tzepotlán, poco lontano da Città del Messico, dove dopo i primi tempi a Parigi, ha passato la maggior parte del suo esilio da giornalista freelance (oltre che a Roma e Ginevra). Anche se dopo la fine della dittatura militar/neoliberista di Augusto Pinochet non ha mai mancato di trascorrere ogni anno qualche mese dai suoi familiari in Cile. Ma stavolta, per questo tragico anniversario, non se l’è sentita proprio di andarci. Tanto più dopo aver perso nel dicembre scorso la sorella Ana Maria. “Si stava recuperando da un cancro quando è arrivata a settembre la sconfitta del plebiscito sulla riforma della Costituzione; da quel momento lei, che si era impegnata fin dall’inizio in quel progetto, si è lasciata andare”.

Un trauma per la nazione intera che non è riuscita a scrollarsi di dosso la “magna carta” del generale tiranno, riducendo oggi il paese in una situazione “tossica”, come l’ha definita recentemente la due volte presidente (socialista) Michelle Bachelet. “Il pur volenteroso Gabriel Boric”, continua Inés, “privo di una maggioranza in parlamento che gli permettesse di portare a termine la riforma fiscale oltre che dei sistemi previdenziale e sanitario da sempre in mani private, ha commesso l’ingenuità di alimentare l’idea che questo voto si fosse convertito in un referendum sul suo governo. Pensava che tutto sarebbe stato più facile. E la destra fascista ne ha approfittato; tanto più in un momento in cui per l’inflazione i prezzi erano andati alle stelle, mentre col crescere della criminalità (casuale o indotta?) la gente in Cile si sente sempre meno sicura”.

Se a questo si aggiunge un’educazione superiore tuttora a pagamento, il fenomeno dell’immigrazione incontrollata dal nord e un po’ di inesorabile corruzione perché sei al governo, “il risultato è che nessuno crede più nei partiti; men che meno di sinistra, che nella migliore delle ipotesi vengono definiti progressisti, se non liquidi, oltre che dilaniati dalle divisioni interne”. Come a dire (ma vale un po’ per tutto l’emisfero occidentale cosiddetto “democratico”) che non è vero che destra e sinistra non esistano più. Perché almeno la destra è rimasta, eccome! “Tanto che quella dei pinochetisti se ha embalentonado” (si è ringalluzzita), come si dice laggiù.

Maria Inés interpreta così il profondo senso di frustrazione rispetto alle aspettative generate dalle mobilitazioni popolari dell’ottobre 2019. “È che Boric si è fortemente indebolito insieme alle sue stesse istituzioni; con una destra sempre più insolente che controlla i media e che, per garantire i propri interessi economici e finanziari, si prepara per una revisione costituzionale a propria immagine e somiglianza. In una parola, che ha il coltello dalla parte del manico”.

Ma quel che è ancora più grave è che “alcuni dell’entourage di Boric, forse nell’illusione di propiziare una sorta di riconciliazione nazionale, si sono persino affannati a mistificare la verità storica del colpo di stato, oltre che cercare di sbiancare l’immagine di figure dell’oggi nostalgiche rispetto agli eventi di allora”.

Quell’11 di settembre 1973 le tre figlie di Allende e sua moglie Hortensia Bussi furono deportate e finirono a Cuba e in Messico. Mentre lei, la 26enne Maria Inés ricorda: “mi sono salvata perché appena si seppe che la marina militare a Valparaiso si era sollevata, portai mia figlia dai miei genitori mentre due amiche mi nascosero a casa loro. In quegli anni lavoravo al Centro Latinoamericano di Demografia dell’Onu di Santiago dove, dopo casa mia, l’esercito venne subito a cercarmi; ma la panamense Carmen Mirò, mia responsabile, mi aveva già trovato rifugio nell’ambasciata di Francia; dove restai per un paio di mesi prima di riparare in una Parigi innevata. Il problema è che oltre ad essere la nipote del Presidente, il mio compagno Dagoberto era un dirigente del Mir (Movimento della Sinistra Rivoluzionaria) col quale pure io collaboravo; tanto da fare talvolta da autista al suo leader Miguel Enríquez perché (bionda, con gli occhi azzurri, sembianze borghesi e per di più funzionaria dell’Onu) non destavo sopetti per le strade della capitale.”

A questo punto Maria Inés comincia a parlarci di lui, di Chicho (Cicio), come chiamavano Allende fin da piccolo perché non gli riusciva a lui stesso di pronunciare il proprio diminuitivo Salvadorchito. “Vivevo con i miei nel sud del Cile quando vinsi una borsa di studio di un anno per un istituto di Denver in Colorado; fui la unica a scegliere di essere ospite di una famiglia di colore, tanto che subii più volte le intimidazioni di elementi del Ku klux Klan locale. Di questo mio zio andava orgoglioso. E al mio ritorno, visto che volevo iscrivermi a sociologia a Santiago, mi propose di andare a stare a casa sua. Condividevo la stanza con sua figlia Beatriz, Tati (morta suicida a L’Avana nel 1977 ndr). E quando la sera tardi, da senatore, tornava a casa e si sedeva al tavolo in mezzo a noi due che studiavamo, sentenziava che la più grande tragedia per un genitore era avere dei figli che non hanno voglia di studiare! Quando poi le mie cugine si sposarono mi disse che ora ero diventata la sua figlia unica. Tenero quanto severo, non l’ho mai visto arrabbiarsi. Era un andirivieni di persone in quella casa. Mi insegnava i passi del tango e mi portava al cinema; era un appassionato di James Bond. Tanto che quando una volta gli raccontai che avevo visto scaricare armi da aerei che provenivano dagli Stati Unit, (lavorando io per un breve periodo come assistente bilingue in una ditta d’importazioni) non mi credette e mi liquidò rimproverandosi di avermi fatto vedere troppi film di Bond. Non la prese bene quando me ne andai per sposarmi senza aver preso prima la laurea.”

Maria Inés Bussi tornò in Cile dall’esilio nel marzo 1987 grazie alla sua inclusione in una lista di cento rifugiati da rimpatriare, presentata dal Vaticano alla vigilia della visita di Giovanni Paolo II in Cile. Quella della famosa foto/trappola ordita dal generale Pinochet per apparire al fianco di papa Wojtyla sul balcone de La Moneda. “Erano passati tredici anni, tre mesi e 18 giorni: una vera e propria forma di interminabile tortura; camminavo per le strade di Santiago e mi sembrava di non avere la pelle, infreddolita da quel vento che mi entrava dolorosamente fin nelle viscere. La mia casa era stata venduta tredici volte. Nessuno di quelli del Mir era sopravvissuto, compreso il mio compagno che, entrato subito nella clandestinità, fu ferito in uno scontro a fuoco il 15 ottobre 1975; per poi, dice qualcuno, essere gettato da un elicottero. Rimasi in Cile solo tre mesi e me ne tornai in Messico. Dove già l’anno dopo che il Chicho si era immolato, avevo conosciuto Gabriel Garcia Marquez. Al quale della mia storia, nonostante le sue gentili insistenze, non riuscii mai a spiccicargli una sola parola”.

Maria Inés, che avrebbe preferito celebrare in un clima ben diverso questa ricorrenza, continua a seguire in tempo reale ogni accadimento nel suo tormentato Cile. Ma “ora preferisco vivere una dimensione primitiva della quotidianità; nel mio orto, con le mie anatre e le mie galline…”

(Articolo pubblicato da “Area”)


Una pittura a tutto volume

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

Che Fernando Botero potesse morire un giorno, non ci aveva mai pensato nessuno. Lui, che per tutta la vita si era circondato di figure abbondanti, madonne voluminose, madame grasse (si può dire, grasso?), in un tripudio di forme e colori a cavallo fra il pop e il kitsch, lui -si diceva- che celebrava la carne come un inno alla vita, si è spento oggi all’età di novantun anni nella sua casa nel Principato di Monaco. Pittore e scultore, Botero era nato a Medellín nel 1932 e veniva considerato come il più importante artista colombiano vivente e uno dei grandi nomi dell’arte contemporanea. Capace di suscitare giudizi contrastanti e di dividere il pubblico, che lo adorava, dalla critica, che gli rimproverava una cerca ripetitività e lo considerava un fenomeno più che altro commerciale, Botero era un lavoratore instancabile, dotato di ironia, generosità e grande curiosità intellettuale.

La sua formazione l’aveva portato a viaggiare fra la Colombia e l’Europa: agli inizi degli anni Cinquanta, dopo aver partecipato ad alcune esposizioni e lavorato come illustratore e scenografo, era arrivato in Spagna, dove aveva frequentato l’Accademia madrilena di San Fernando e aveva studiato le opere del Prado, soprattutto Velazquez e Goya. Il rapporto con l’antico e il confronto con gli artisti del passato è stato uno dei cardini del suo percorso, che aveva preso una nuova dimensione in Toscana, dove aveva scoperto le opere di Giotto, Masaccio e Piero della Francesca, e studiato la tecnica dell’affresco. Le biografie ufficiali riportano anche di un interesse per l’espressionismo astratto americano, scoperto a New York, e per il cubismo, studiato a Parigi sui dipinti dell’ammiratissimo Picasso.

A Botero si deve la formulazione di un linguaggio immediatamente riconoscibile, composto da figure abbondanti, calate in atmosfere sospese, immerse in una sorta di Realismo magico dalle radici figurative ma lontano dalla rappresentazione realista. Lo stesso artista lo aveva dichiarato più volte: il fulcro del suo interesse non era la materia, ma il volume dei soggetti dipinti. Del resto, la sua produzione di sculture è lì a dimostrarci tutto il rilievo che l’artista ha dato, appunto, ai volumi. Una riflessione partita nella seconda metà degli anni Cinquanta che lo aveva visto lavorare su una natura morta, le cui forme venivano dilatate alla ricerca di una nuova sensualità. Nel corso dei decenni Botero ha elaborato una pittura dalla radice popolare ma al contempo intellettuale: un racconto nel quale è stato possibile cogliere il suo amore per l’arte e per il suo paese d’origine, e che si è popolato di ballerine, nudi e personaggi religiosi, figure legate al mondo del circo, nature morte e paesaggi, oltre che da uomini e donne colti nel loro quotidiano.

Come Picasso, considerato un vero e proprio punto di riferimento, Botero pensava che gli artisti dovessero schierarsi politicamente, prendere posizione, denunciare, e lo aveva fatto con la serie dedicata agli orrori del carcere iracheno di Abu Ghraib, una cinquantina di opere ispirate dalla visione di fotografie e dalla lettura di articoli nelle quali venivano messe in scena le torture che i detenuti avevano subito da parte dei soldati americani. Dipinti che avevano fatto il giro del mondo e che ancora oggi impressionano per la loro immediatezza e cruda verità, più violente delle violenza stessa, più grottesche delle stesse foto del carcere iracheno.

In Ticino Botero era conosciuto grazie soprattutto allo storico dell’arte Rudy Chiappini, che gli aveva dedicato due importanti esposizioni al Museo d’arte moderna della Città di Lugano (1997) e a Casa Rusca a Locarno (2011). Se dovessimo scegliere un’opera dal suo catalogo (e non è impresa facile, attratti come siamo dalla sua Gioconda, o dal doppio ritratto di Federico da Montefeltro e della moglie), una creazione che possa rappresentare la poetica di Botero, indicheremmo due affreschi scoperti per caso lo scorso anno nella piccola Chiesa di Sant’Antonio Abate a Pietrasanta, in Versilia, piccola cittadina ai piedi delle Alpi apuane, che l’artista aveva eletto a sua residenza per alcuni mesi dell’anno e dove si recava per lavorare. “La Porta del Paradiso” e la “Porta dell’Inferno”, realizzati nel 1993, ci introducono in un mondo animato da esseri fantastici, diavoli svolazzanti, Madonne abbondanti, in una sequela di sacro e profano nella quale fanno capolino anche Adolf Hitler e Pablo Escobar, considerati da Botero come i mali del secolo passato.


“Io capitano” – Uno straziante urlo di speranza

Per i richiedenti l’asilo, nuovi centri di raccolta – chiusi, situati in zone poco abitate, costruiti dall’esercito, supercontrollati , praticamente delle carceri a cielo aperto: è la nuova ricetta anti-immigrazione della premier italiana dopo aver proclamato “dobbiamo difendere anche Dio” 

Sono parecchi gli spunti che si affollano nella mia mente dopo la proiezione della nuova opera di Matteo Garrone. La prima cosa che penso è che raramente, negli ultimi anni, ho visto un film in grado di scuotere così le nostre sensibilità. Forse perché il soggetto viene dalla cronaca, dal tema dei migranti, mostrato però da un’angolazione diversa. Una vicenda che (seppur molto superficialmente) crediamo di conoscere, mentre qui ci viene raccontata in modo differente.

Non credevo, ed è la seconda riflessione, che si potesse fare un film italiano su un dramma senza fine con attori sconosciuti -attori “locali”- e praticamente parlato in wolof, la lingua senegalese, coi sottotitoli. Il cineasta, fresco vincitore del Leone d’argento per la regia di “Io capitano” alla Mostra del cinema di Venezia, dimostra che ci si può davvero spingere fino a qui, anche se commercialmente (e politicamente) pare un’operazione rischiosissima.

Non è questo ciò che conta, comunque. Raccontare la fuga di due ragazzi africani verso l’Europa alla ricerca di un futuro migliore è prima di tutto un atto di coraggio, doveroso proprio perché, come detto, il punto di vista è alternativo alla narrazione dei telegiornali. “Volevo fare un controcampo, mettere la camera dall’altra parte” ha spiegato l’autore. Che così parla di un’odissea vista dall’interno, esaminando le varie tappe che la compongono. Anche quelle riguardanti i momenti più terribili, quando le persone vengono ridotte a merce, a schiavi derubati dei pochi soldi che possiedono e che dovranno, lavorando, rimettersi a guadagnare, sempre che  sopravvivano a maltrattamenti e torture…

Garrone non vuole commuovere a tutti i costi, non cerca né l’effetto lacrima né di alleggerire una situazione drammatica. Benché qua e là ci siano situazioni ricostruite con immagini oniriche, possiamo dire che il racconto è onesto e che risce a non esasperare nulla.

Come risolvere una questione in cui l’Europa e il mondo devono fare la propria parte? Domanda difficilissima, nessuno ha trovato (o voluto trovare) una soluzione. Intanto l’esempio di cui parliamo dimostra che l’arte non è inutile: serve a renderci consapevoli di come ogni percorso individuale sia intriso di sofferenza.

Presumo che “Io capitano” non sarà apprezzato da tutti, perché è una risposta a chi in politica usa o ha usato espressioni come “gente che fugge da guerre finte”, che si affidano ai “taxi del mare”, o che ha spesso detto “aiutiamoli sì, ma a casa loro!”. Ci sono persino giornalisti (vergogna!) che, commentando le tragedie del mare, non trovano di meglio che affermare “L’avevamo detto. State a casa, partire è un po’ morire!”.

Garrone probabilmente non poteva non vincere un premio con una produzione del genere. Tuttavia lo merita, per la sfida realizzativa e per la sfida alle nostre coscienze.