Il colore delle mucche e il passaporto svizzero

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Intervista ad Agnese Zucca, co-promotrice e membra del Comitato nazionale dell’Iniziativa per la democrazia

La motivazione principale dell’iniziativa popolare “Per un diritto moderno di cittadinanza” è che la Svizzera rimane una delle nazioni europee in cui per uno straniero – ormai stabilmente residente – è più difficile ottenere la naturalizzazione. Quali sono le cifre, anche nel confronto con altri paesi, a sostegno di questa affermazione?

La Svizzera ha una delle leggi sulla cittadinanza tra le più restrittive d’Europa. Per quanto riguarda le procedure di naturalizzazione ordinaria, la Svizzera si trova penultima in classifica, secondo i dati del Global Citizenship Observatory dell’Istituto Universitario Europeo (EUI), che costruisce questo indicatore sulla base delle condizioni previste dalle legislazioni degli stati europei, tra cui requisiti linguistici, economici, e di integrazione civica e culturale. Questo è l’aspetto legale. Si possono poi confrontare i tassi di naturalizzazione, che misurano il rapporto tra il numero di persone che ottengono la cittadinanza e il totale della popolazione straniera residente. Nel 2020, la Svizzera esibiva un tasso inferiore alla media europea (1.57% contro 1.83%). Se consideriamo soltanto le naturalizzazioni ordinarie, nel 2020 il tasso di naturalizzazione in Svizzera era dell’1.3%. Esistono poi importanti variazioni intercantonali, dal 2% di Neuchâtel allo 0.6% di Glarona. In Ticino, invece, il dato è identico a quello nazionale. È comunque importante sottolineare che questi dati tengono conto soltanto delle domande accettate, e non del totale delle domande di naturalizzazione inoltrate. Non sappiamo quindi quante sono quelle respinte. 

Quali sono a vostro parere le principali cause di una situazione che – come sottolineate – esclude dalla vita e dalla partecipazione democratica circa un quarto dei cittadini, questa è infatti la percentuale degli stranieri

Per capire il sistema attuale credo si debba riflettere sul contesto politico più ampio di questo Paese. La Svizzera ha a lungo dimostrato una certa reticenza verso la popolazione con un presente o un passato migratorio. I cittadini svizzeri sono stati chiamati alle urne ben dodici volte, da Scharzenbach in poi, per esprimersi su iniziative che volevano limitare l’immigrazione e lottare contro il cosiddetto “inforestierimento”. L’UDC in particolare, a partire dalla sua ascesa negli anni ‘90, ha fatto delle questioni migratorie e d’integrazione il suo cavallo di battaglia. Più di recente, la revisione della legge sulla cittadinanza entrata in vigore nel 2018 ha introdotto ulteriori restrizioni e ostacoli per coloro che desiderano accedere alla cittadinanza, tra cui ad esempio la necessità di essere in possesso di un permesso C. Nonostante la realtà demografica del Paese abbia continuato ad evolvere, il Parlamento continua a dimostrare di non volersi mettere al passo con i tempi. Quest’anno, anche le proposte provenienti da forze politiche moderate che chiedevano un allentamento di alcuni criteri – tra cui i termini di residenza – sono state bocciate dall’Assemblea Federale. 

La decisione finale per l’attribuzione della cittadinanza spetta ai Comuni: sembrerebbe la soluzione più logica se si pensa che è proprio in ambito comunale che la comunità e i suoi rappresentanti possono conoscere meglio il grado di integrazione sociale e i comportamenti dei candidati al passaporto svizzero; oppure è proprio nei Comuni che si possono cristallizzare sulla presenza degli stranieri pregiudizi e opposizioni?

Il problema è che la legge sulla cittadinanza lascia un ampio margine di manovra ai cantoni e ai comuni, soprattutto rispetto alla verifica di quelle che vengono chiamate integrazione riuscita e familiarizzazione con le condizioni di vita svizzere. È quest’ambiguità, e il margine di manovra che appunto ne consegue, ad aprire le porte all’arbitrarietà che può verificarsi a livello comunale. Qualche giorno fa, la stampa svizzero tedesca ha riportato alcune domande poste ai candidati alla naturalizzazione nel Canton Svitto. Tra queste, una verteva sul colore delle mucche in una località del cantone. Fece scalpore anni fa il rifiuto della domanda di un residente di Bubendorf (BL). Tra le motivazioni vi era il fatto che l’uomo passeggiasse spesso in pantaloni da ginnastica. Recentemente, la domanda di un quindicenne argoviese è stata invece respinta perché il giovane si era reso colpevole di aver truccato il suo motorino. A volte a queste decisioni seguono dei ricorsi, o come nel caso di Basilea, il cantone interviene. Tuttavia, ci sono molte storie come queste. Credo sia ragionevole pensare che non siano questi gli indicatori per verificare un’integrazione riuscita, e che a prescindere da ciò, non debbano essere questi i criteri sui quali si decide se un individuo possa ricevere la cittadinanza. Per cambiare questa situazione, serve però risolvere il problema a monte, modificando le condizioni per l’ottenimento della cittadinanza, rendendole oggettive e soprattutto esaustive. 

Quali sono i più vistosi esempi di discriminazione o di rifiuti a vostro giudizio immotivati?

Esempi come quelli appena elencati, che hanno a che vedere con giudizi dubbi e poco oggettivi sull’integrazione delle persone, appaiono particolarmente immotivati. Segnalo un importante progetto nato nel Canton Svitto, Einbürgerungsgeschichten, che raccoglie le testimonianze di persone che hanno subito discriminazioni e decisioni vessatorie durante la procedura. Un altro elemento a mio avviso problematico riguarda l’impossibilità di inoltrare una domanda, o il suo rifiuto, dovuto a una precedente percezione di aiuti sociali. La legge prevede che chi percepisce prestazioni dell’aiuto sociale durante la procedura, o nei tre anni precedenti alla domanda, non soddisfa il requisito di partecipazione alla vita economica, e i Cantoni possono rendere ancora più restrittiva questa condizione. In Ticino il richiedente non deve aver percepito aiuti sociali nei dieci anni precedenti alla domanda, a meno che non li abbia restituiti in toto. Queste disposizioni vanno a punire le persone che per un momento, anche breve, della loro vita, si sono trovate in una situazione di indigenza economica. 

Vi è maggiore ostilità nei confronti di cittadini provenienti da talune aree, per esempio arabe o africane, rispetto ad altre regioni? Lo si può pensare visto anche l’accoglienza speciale data agli ucraini (che però sta scemando) rispetto ad altri tipi di rifugiati

Si possono considerare diversi aspetti. Da un punto di vista legale, per i cittadini di alcuni paesi la procedura presenta ostacoli più importanti che per altri. Come detto in precedenza, dal 2018 è richiesto un permesso C per inoltrare una domanda di naturalizzazione. Questo requisito rende complessa la situazione per chi arriva in Svizzera nell’ambito di una procedura d’asilo, soprattutto per i detentori di un permesso F – di ammissione provvisoria, poiché queste persone devono prima di tutto attendere almeno cinque anni per poter richiedere un permesso B, e poi proseguire con tutto il resto della procedura (permesso C e naturalizzazione). L’origine di un individuo, e i motivi per i quali si stabilisce qui, possono quindi rendere più lungo il percorso verso la cittadinanza. Si può poi considerare la presenza di discriminazioni sulla base dell’origine durante la procedura. Uno studio apparso ormai dieci anni fa sull’American Political Science Review, aveva dimostrato che nei comuni in cui fino ai primi anni 2000 i cittadini decidevano delle domande di naturalizzazione tramite voto popolare, le richieste di persone originarie da Turchia ed Ex-Iugoslavia venivano respinte molto più spesso rispetto a quelle dei cittadini di altri paesi occidentali. Questo studio rappresenta però un’eccezione. Oggi, purtroppo, non siamo infatti in possesso dei dati che ci permetterebbero di verificare la presenza di tali discriminazioni. Ciò non esclude che possano esistere. Infine, il sistema si presenta ostile verso alcune fasce della popolazione anche per altre ragioni. Oltre ai requisiti economici menzionati in precedenza, anche le sempre più elevate esigenze linguistiche sono problematiche da questo punto di vista, perché non tengono conto che a seconda dell’età, della lingua di partenza, e soprattutto della situazione lavorativa e finanziaria di un individuo può essere più o meno facile ottenere tali certificazioni. 

A ben vedere è pur sempre anche il clima politico del momento a determinare l’atteggiamento nei confronti delle naturalizzazioni: e oggi per dirla schiettamente il clima politico non è certo favorevole, visto che il tema del freno al fenomeno migratorio è sempre un cavallo di battaglia anche strumentale della destra, per la quale si prevede un’ulteriore avanzata alle ormai vicinissime elezioni nazionali. Non sembrano proprio tempi ideali per la vostra raccolta di firme

È vero che queste tematiche sono state tradizionalmente appannaggio della destra. Questo però è parte del problema, perché in questo Paese si parla di cittadinanza e immigrazione soltanto in reazione alle proposte di politiche restrittive avanzate dalla destra. Noi vorremmo promuovere un discorso diverso sulla questione, che rifletta i cambiamenti sociali e demografici che sono di fatto già avvenuti. Continuare ad escludere una fetta così grande della popolazione dalle decisioni politiche, a lungo termine, potrebbe creare un deficit democratico. L’iniziativa, chiedendo un cambiamento di paradigma nel diritto della cittadinanza, cerca di promuovere una nuova visione della nostra società. 

Il cosiddetto ‘anti-inforestieramento’ è stato una presenza e un’inquietudine costante nella storia svizzera del dopoguerra, cosa vi fa pensare che vi siano oggi le premesse per una svolta parziale? Cosa dovrebbe convincere chi svizzero lo è già a fornire lo stesso diritto di cittadinanza a più di 2 milioni di persone?

Come dicevo, la società svizzera è cambiata, si è diversificata, ed è importante avviare un dibattito diverso, positivo, su queste questioni. Quello che chiediamo ai cittadini, tramite l’iniziativa, è se desiderano rendere le procedure di naturalizzazione più eque, se vogliono un sistema libero dall’arbitrarietà e dalle discriminazioni. Chi svizzero lo è già, ora può decidere di dare la possibilità a chi desidera diventarlo di ottenere la naturalizzazione secondo dei criteri chiari ed oggettivi, e di avere le stesse probabilità di riuscita indipendentemente dal comune o dal cantone di residenza. È difficile sostenere che il sistema attuale sia giusto. La nostra non è una proposta utopica.

Vi sono anche motivi economici e soprattutto demografici a spingere in questa direzione?

Certamente. La Svizzera è un paese d’immigrazione, e la diversità fa parte del quotidiano della maggior parte delle persone che vivono qui. Come detto prima, un quarto della popolazione – ovvero due milioni di persone – non ha il passaporto svizzero. Gli individui con un cosiddetto passato migratorio rappresentano invece addirittura un terzo della popolazione del Paese, la metà in Ticino. Questa era la Svizzera ieri, è la Svizzera oggi, e sarà la Svizzera domani. Queste persone hanno contribuito – e continuano a contribuire – al benessere del Paese, sicuramente da un punto di vista economico, ma anche sociale e culturale. Costruiscono la loro vita qui, tessono contatti e relazioni, lavorano e pagano le imposte… eppure due milioni di loro non hanno nessuna voce in capitolo nelle decisioni politiche. 

Quindi, per essere molto concreti, in che misura e in che modo ritenete sia possibile cambiare l’attuale paradigma: in sostanza cosa proponete in termini di normative per cambiare la situazione restrittiva attuale? Chi deve deciderle? E chi le dovrebbe attuare se la vostra iniziativa dovesse avere successo?

L’iniziativa per la democrazia propone di cambiare l’attuale paradigma introducendo nella Costituzione dei criteri per la naturalizzazione che siano oggettivi ed esaustivi. Chi vive in Svizzera legalmente da almeno cinque anni, possiede conoscenze di base di una lingua nazionale, non ha commesso crimini gravi e non mette in pericolo la sicurezza interna ed esterna del Paese se lo vuole, deve poter chiedere, e ottenere, la naturalizzazione. Niente più criteri d’integrazione, termini di residenza, e requisiti linguistici che variano da comune a comune, o da cantone a cantone. L’attuale sistema della cittadinanza a tre livelli (comunale, cantonale, e federale) tuttavia resterebbe immutato, e i cantoni e i comuni saranno liberi di scegliere a chi confidare il compito di verificare questi criteri. Non potranno però più decidere di adottarne di ulteriori. Questo permetterebbe finalmente di uniformare le procedure su tutto il territorio e di mettere fine all’arbitrarietà che oggi troppo spesso caratterizza i processi di naturalizzazione.

Per Ulteriori informazioni:
– Dati Eurostat sull’acquisizione della cittadinanza
– Dati UFS sull’acquisizione della cittadinanza, e variazioni intercantonali
– Il sito dell’iniziativa

Nell’immagine: dopo Cipro la Svizzera è il paese europeo in cui è più difficile acquisire la cittadinanza attraverso la nascita nel territorio (Jus soli). Verde: più facile. Rosso: più difficile


I docenti non vendono scarpe

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Pochi giorni fa mi è saltato all’occhio un titolo incredibile su un giornale francese: À Neuilly-sur-Seine, les profs ont le sentiment d’être «les employés des parents d’élèves». Anticipa l’occhiello: Nell’opulenta città dell’Hauts-de-Seine, le famiglie hanno preso l’abitudine di richiedere molto al team pedagogico e di intromettersi negli affari della scuola. A volte, anche in modo eccessivo.

Racconta Julie, insegnante di scuola elementare: «Ciò che all’inizio sembra voglia di collaborare si rivela poi un’ingerenza. A Neuilly i genitori sono molto invadenti. Si permettono di suggerirmi idee per le lezioni, di richiedere servizi o di commentare l’avanzamento del programma in un modo che mi fa sentire la loro domestica». Aggiunge Léa: «Dobbiamo costantemente giustificarci con i genitori, tranquillizzarli se la classe accanto non è allo stesso punto del programma. Non hanno fiducia e alcuni si comportano come se tutto fosse dovuto. Ho l’impressione di lavorare per loro più che per i miei alunni. È spossante».

«Quando sono arrivata a Neuilly, la prima cosa che mi hanno detto è stata: ‘Fai attenzione ai genitori, perché metà di loro conosce il sindaco e l’altra metà conosce l’ispettrice», ricorda Léa. Insomma, si può immaginare la situazione, che genera un clima di lavoro energivoro e frustrante.

Non conosco direttamente situazioni simili nel nostro Cantone, ma qualche episodio l’ho pur percepito già qualche anno fa, così come in tempi più recenti ho sentito insegnanti che citano proprio il comportamento arrogante di alcuni genitori come fattore di stress. So di chi ha gettato la spugna e ha cambiato aria, proprio nel senso di abbandonare la scuola e fare altro. E sono numerosi i docenti impazienti di andare in pensione il prima possibile.

Se ne parla poco, se non tra colleghi e nei corridoi. Eppure, per dirne una, la difficoltà nel trovare insegnanti è evidente. Ne avevo scritto poco tempo fa (La scuola come istituzione, non come servizio), e già in quell’articolo si intravedevano comportamenti prepotenti che ritroviamo oggi nel servizio sulla scuola di Neuilly-sur-Seine, cittadina di 60 mila abitanti alle porte di Parigi, «uno dei luoghi di residenza preferiti dall’affermata e ricca borghesia francese», come la descrive la solita Wikipedia. Ed è proprio con l’ostilità di alcune famiglie che si confrontano sempre più spesso i docenti della scuola dell’obbligo.

Ancorché in altri anni, la scuola, da parte di chi ci lavora, godeva di un’ottima reputazione; oggi sono probabilmente tante le cause della disaffezione, o peggio. Sullo sfondo c’è sicuramente la forte pressione sulla scuola affinché risponda alle più fantasiose richieste formative a un alto livello di competenza, ciò che fa a pugni con la preminenza del principio, nella scuola dell’obbligo, di non occuparsi solo dei suoi allievi più fortunati. Per la scuola e per i suoi insegnanti ci sono così il piano di studio della scuola dell’obbligo, oltre 200 pagine fitte; il percorso formativo richiesto a maestri e professori, sempre più in bilico tra le promesse del DFA e le tante realtà che si incontrano in classe; la situazione socio-geografica in cui operano gli insegnanti, quasi 150 sedi di scuola comunale e 36 istituti di scuola media; la marea di compiti che fa parte del loro cahier des charges, non sempre del tutto pertinenti con la pedagogia e la didattica.

Insomma, mi pare che sia sempre più indifferibile la necessità di mettere mano a tutto l’impianto che regge la pubblica educazione – sì, uso volutamente questo bel sostantivo, Educazione, benché sempre più spesso, già nell’aula del parlamento, si sottintenda che la scuola deve “limitarsi” a istruire – si veda al proposito anche la recente querelle sull’agenda.

Invece ai piani alti della politica scolastica si mette in scena, anno dopo anno, l’obsoleto teatrino delle riforme-cerotto e del numero di allievi per classe: e pensare che la legge-quadro della scuola ticinese risale al 1990, e per certi versi è figlia di una legge settoriale, quella della scuola media, che l’anno prossimo compirà giusto giusto mezzo secolo.

«Gli anni 2000 ­– ha dichiarato il pedagogista francese Philippe Meirieu agli autori dell’articolo su Neuilly-sur-Seine – hanno segnato l’arrivo delle prime indagini comparative internazionali, delle classifiche e del Programma internazionale per la valutazione degli studenti (PISA). Progressivamente, il paradigma democratico che regolava il servizio pubblico scolastico e che richiedeva che tutti fossero trattati allo stesso modo, è stato sostituito da un paradigma mercantile che promuove la competizione tra istituzioni e individui. La scuola è diventata un mercato e l’obbligo di fornire mezzi è diventato l’obbligo di ottenere risultati. Questo ha portato alcune famiglie a pensare che i docenti dovessero essere sottoposti alla stessa concorrenza dei venditori di scarpe e che l’istituzione scolastica dovesse rendere conto molto accuratamente del trattamento individuale riservato ai loro figli».

Nelle laiche Tavole della legge della nostra scuola si stabilisce che essa mira a crescere persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà, in collaborazione con le famiglie – c’è scritto proprio collaborazione, non collaborazionismo. Si specifica poi che le famiglie sono un organo consultivo – cioè non sono le famiglie che fanno e disfano. Sembrerebbe invece che più nessuno se ne ricordi, tanto da chiedersi se siano ancora in molti a pensarle così, le finalità della scuola, e se questi principi abbiano ancora un posto speciale nella cassetta degli attrezzi dei nuovi insegnanti.

Continuo a credere, ed è una delle certezze che conservo da prima di avere il diritto di voto, che la scuola pubblica e obbligatoria sia un cardine della democrazia.


La banalizzazione dell’UDC indebolisce la Svizzera

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Di François Cherix, saggista, Le Temps

È curioso, gli svizzeri amano osservare con occhio critico i paesi vicini. Nulla li diletta di più che scrutare con intransigenza la politica francese o le strategie tedesche. L’inquietante diffusione di teorie semplificatrici e di posizioni radicali sul nostro continente di certo non sfugge loro, mentre l’impatto dell’UDC non sembra invece preoccuparli più di tanto. Eppure, le convergenze tra i populisti svizzeri e l’estrema destra dei paesi vicini non sono casuali. Xenofobia, eurofobia, attacchi alle istituzioni, ammirazione per gli autocrati e compiacenza nei confronti della Russia sono ossessioni comuni.

Di fronte a questa realtà, gli svizzeri s’impegnano a banalizzare la natura dell’UDC e dei suoi fantasmi. Un giornale lo definisce il partito agrario, un altro avvalora la sua pretesa di incarnare la volontà popolare. Una provocazione indegna è accettabile quando proviene da populisti svizzeri, ma scandalizza quando proviene da colleghi europei. In altre parole, si sta facendo uno sforzo collettivo per dipingere l’UDC come un semplice partito conservatore, iscritto nei geni elvetici e innocuo per il successo del nostro paese.

A ben guardare si tratta invece di un’immagine ingannevole. L’UDC è tutto fuorché uno schieramento conservatore. Disgregativo, che è ciò che ne costituisce il valore mediatico, sta operando una lenta ma accurata distruzione del pragmatismo che ha contribuito al successo della Svizzera. A livello europeo ha fatto scivolare una Confederazione prudente ma aperta, verso un irragionevole autocompiacimento che gli europei rinunciano a capire. Impregnando la cultura politica e contaminando persino i sindacati, il suo sterile sovranismo ha favorito una rottura insensata dei negoziati con l’Unione europea. Oggi, la Svizzera è esclusa dai programmi di ricerca e dalle reti europee così preziose per una fattiva collaborazione nel campo dell’innovazione. E nessuno sa né quando né come questi danni saranno riparati.

Sul fronte demografico, l’UDC ha instillato e poi strutturato una paura dell’immigrazione che pagheremo a caro prezzo. Inneggiando a un paradiso alpino paesano, ha trasformato la crescita della popolazione in un tormentone. Domani, quando i paesi vicini attireranno la manodopera necessaria alla loro economia, la Svizzera si dividerà nuovamente su una presunta sovrappopolazione invece di rallegrarsi del proprio dinamismo. Infine, in materia di democrazia, ha imposto la favola delle élite che ignorano il popolo ben sapendo che viviamo in un sistema nel quale il popolo stesso può esprimersi e votare a tutto spiano e a tutti i livelli. Di fatto, la tecnica è quella di rendere colpevole qualsiasi istituzione che non avalli la sua narrazione. Non per niente l’UDC si ostina a voler tarpare le ali alla SSR nonostante il forte sostegno che quest’ultima ha ricevuto alle urne dai cittadini.

Siamo perciò ben lontani da un tradizionalismo che si limiterebbe semplicemente a frenare il progresso preservando quanto è già stato raggiunto. La moderazione e, soprattutto, la capacità di adattamento che hanno tanto servito il paese sono sostituite da crociate ideologiche che lo stanno lacerando. Di fronte a quest’insidia ci si può interrogare sulla banalizzazione di una forza che aggrava durevolmente i problemi. La risposta sta nella volontà di preservare il sistema senza doverlo mettere in discussione. Se si guardasse l’UDC sotto la luce della sua pericolosità, alcune domande sorgerebbero. Si giustifica il suo posto nel Consiglio federale? Indipendentemente dalla propria appartenenza politica, ci si può sedere al suo fianco o fare alleanza con essa? Qual è il valore di una concordanza diventata puramente formale se contribuisce a legittimare l’estremismo?

L’opinione pubblica vive nell’illusione che l’integrazione dei nazionalisti nel governo li neutralizzi e garantisca la prosperità. Purtroppo, l’UDC può esistere solo attraverso proposte brutali contrarie al bene comune. In altre parole, il sistema protegge i populisti svizzeri che in cambio lo demoliscono. «Nominando male le cose, si partecipa all’infelicità del mondo», scriveva Albert Camus. Fintanto che si continuerà a raccontare la natura e l’azione dell’UDC con eufemismi rassicuranti, si contribuirà ad assicurarne il successo e a indebolire quello della Svizzera.

Traduzione dal francese di Gaby Naef
Nell’immagine: la recente kermesse elettorale UDC. Uso privato di pubblico folclore


Un sistema da ripensare, che nessuno ripenserà

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Martedì 12 settembre la stampa elvetica, da quella scritta a quella video, da quella radiofonica a quella web, ci ha restituito un’operazione di mea culpa senza precedenti a opera di figure di spicco della chiesa cattolica svizzera. A suon di indignazione ecclesiastica e a furor di vox populi, da ogni cantone (nella doppia accezione del termine) si chiedono giustizia, presa a carico delle vittime, apertura degli archivi, e con una solerzia fuori del comune e mai vista prima, si pretendono chiarimenti e delucidazioni. La chiesa cattolica svizzera ne esce malissimo, il nostro cantone ancora peggio. Tutti paiono sotto choc e stupiti, sebbene le avvisaglie ci fossero (eccome se c’erano) perché ci sono sempre state (bastava guardare).

Fosse solo questo il guaio, potremmo comunque ancora ritenerci fortunati. Il problema a nostro avviso adesso però è un altro: anche questa volta la chiesa cattolica, nella sua caparbia cocciutaggine, non si muoverà di un centimetro a livello strutturale, così come (non) ha fatto dopo nessuno scandalo. Già in passato, infatti, al netto delle ammissioni di colpa e dei risarcimenti – che negli USA hanno portato addirittura alla bancarotta di alcune arcidiocesi – nulla è cambiato, e vien da credere che sarà così anche da noi.

Alla domanda della giornalista della Tagesschau della rete nazionale SF su quali sarebbero state le misure da prendersi per le vittime, il vescovo di Coira Joseph Maria Bonnemain martedì sera ha presentato quattro misure d’intervento – che però con le vittime del passato hanno poco o nulla a che vedere.

In futuro, anzitutto, per arginare, o addirittura eliminare sul nascere qualsiasi tentazione di abuso da parte dei preti, sorgerà uno sportello nazionale indipendente (i cui tempi di attuazione si prevedono però… biblici). Gli aspiranti preti dovranno poi sottoporsi a un test psicologico che ne certifichi l’adeguatezza (e questo in tempi di penuria di vocazioni: chi svolgerà i test? Con quali criteri?). A queste prime due misure si aggiungeranno la professionalizzazione del personale attivo nei vescovadi (ci sfugge il nesso con le vittime accertate) e da ultimo, ma non per importanza, l’impegno a non distruggere più gli archivi contenenti documenti potenzialmente compromettenti (come ha invece fatto allegramente la diocesi ticinese).

In questo sistema, che si è rivelato obbediente a proprie leggi interne al riparo da quelle applicate alla società civile, che è strutturato secondo equilibri di potere fortissimi e improntati a sudditanza e obbedienza (e specularmente a padronanza e comando), all’orizzonte non si vede nemmeno l’ombra di una riforma vera, che parta dal nucleo stesso dell’organizzazione. Il celibato andrà avanti a venire praticato (sebbene un quarto degli abusi non sia di natura pedofila), fra le altre cose per evitare un processo di “protestantizzazione” (forse ci sbagliamo, ma lì di scandali legati ad abusi non ne abbiamo ancora trovati), la struttura interna resterà saldamente piramidale, ma, soprattutto, brillerà per una grande, enorme assenza, quella femminile.

Alla donna, infatti, oltre al riconoscimento dei torti subiti dalle vittime di sesso femminile, resterà ancora e chissà fino a quando, un unico esempio da seguire, che è quello della Maria Vergine. Non la madre di Gesù, con tutti i suoi umani chiaroscuri, bensì la figura illibata nonostante, super partes, eterea, perennemente nel giusto. L’esempio non è dunque da cercarsi nelle donne che le chiese le hanno sempre frequentate, affidandovi magari anche i propri figli, intente ad arrabattarsi per conciliare lavoro e famiglia, dissidi e preoccupazioni, sacrifici e piccole gioie quotidiane, ma in una figura la cui perfezione e il cui strumento esemplificatorio delle masse risiede soprattutto nell’illibatezza. Nella mancanza di sesso, ossia nella mancanza di peccato. Ossia nella pratica dell’ossessione numero uno per molti uomini attivi nella chiesa.

La donna, oggi come ieri e con tutta probabilità domani, non ha quasi nessun ruolo, nella chiesa cattolica (almeno, ed è già qualcosa, non è più vista come lo strumento del diavolo). Non può dire messa, non può partecipare ai concili, non può prendere decisioni importanti, non confessa, non assolve, non celebra. A lei, ancora, resta un ruolo ancillare, forse non più strettamente legato al famoso diktat KKK (Kinder Küche Kirche), ma non per questo libero, proattivo, consultivo, propositivo o creativo. La chiesa cattolica è e resterà, anche ora che il primo bubbone è scoppiato, una pura Männersache, appannaggio esclusivo di quelle figure che il patriarcato lo hanno creato e ancora oggi lo difendono con le unghie e coi i denti, ma soprattutto con l’arma più potente e annichilente, ossia la convinzione di superiorità verso l’altra metà del genere umano. 

Nell’immagine: KKK


Silenzio sugli abusi e al rogo i documenti compromettenti

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Iran, un anno dopo l’omicidio di Masha Amini: le voci di dentro

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Di Francesca Paci, La Stampa

Bahareh Hedayat
Economista e attivista, 42 anni

Alla vigilia dell’anniversario dell’omicidio di Mahsa Amini i suoi assassini hanno avviato una doppia repressione per cancellarne nome, divenuto “il nome in codice” della nostra memoria e della nostra coscienza. Il governo totalitario vuole far sembrare normale il mondo capovolto che ha creato, con migliaia di giovani assassinati per il crimine di aver ballato come Javad Rouhi. Far sembrare normale che gli studenti universitari e i loro docenti siano stati privati dei loro diritti negli atenei iraniani e che alla vigilia dell’anniversario di Mahsa le famiglie dei manifestanti siano state sottoposte a una repressione implacabile. Dietro le mura del carcere di Evin, la falsità creata dal regime scorre davanti ai nostri occhi. La falsa accusa di aver lavorato con governi ostili contro gli attivisti ambientalisti Sepideh Kashani e Nilofar Bayani, quella di aver insultato Khamenei contro Sepideh Qalian, quella di prostituzione per centinaia di donne detenute e torturate a Evin.
In accordo con la mia coscienza, per la libertà delle icone del movimento “donna, vita e libertà” Elahe Mohammadi e Niloofar Hamedi, in protesta contro l’omicidio di Javad Rouhi e a sostegno dell’anniversario della resistenza delle donne alla ricerca della libertà del mio Paese, inizierò il 9 settembre lo sciopero della fame. Che questo sia un piccolo contributo alla libertà dell’Iran, una terra stanca della tirannia.

Sepideh Gholian
Studentessa di veterinaria, 28 anni

Il mio messaggio vi arriva dalle mura della prigione di Evin, un edificio vecchio più di cinquant’anni che è sinonimo di tortura e repressione ma anche, paradossalmente, simbolo delle aspirazioni alla libertà e alla giustizia del nostro Paese. Verrà il giorno in cui, in un Iran libero, il nome “Evin” ci ricorderà i giorni più bui della nostra storia e il valore inalienabile della libertà (…). Ci sono dozzine di altre carceri che rinchiudono migliaia di prigionieri di coscienza. Tanto il regime quanto il popolo sanno che la democrazia alla fine prevarrà grazie alla forza delle proteste di questi mesi. Il vero incubo del tiranno è il popolo stesso.
Il movimento “Donna, Vita, Libertà” è una grande esperienza di mobilitazione che nasce dalle lotte precedenti e prova il desiderio unanime del popolo iraniano di rovesciare il regime. Non dovete considerarlo un fenomeno passeggero. La convergenza delle rivendicazioni sindacali e di quelle per i diritti civili ha attirato il sostegno trasversale degli iraniani (…).
Mi unisco ai miei compagni di prigionia nell’inviarvi i miei saluti fraterni da Evin. Come donna la cui vita è stata consumata dalla prigione, l’esilio e la tortura, semplicemente per aver chiesto giustizia, posso dire che la speranza è il bene più caro. Teniamolo sempre nel cuore».

Leila Hosseinzadeh
Politologa e attivista, 32 anni

Con cuore inquieto di fronte al sangue versato dalla mia gente intendo esprimere la mia piena solidarietà ai manifestanti rinchiusi nelle prigioni. I muri separano le nostre mani ma mai i nostri cuori (…). Si sente la necessità di un cambiamento radicale nella struttura del Paese per garantire che l’oppressione di classe, di genere e religiosa finisca e che le persone recuperino il diritto alla vita, alla propria identità, alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’alloggio. Tutto ciò non si realizzerà se non attraverso una struttura democratica basata sulla democrazia diretta e decentralizzata, perché altrimenti per lunghi anni ancora saranno gli altri a cambiare sultani e re e noi saremo destinati a rimanere sudditi (…).
Le immagini che mostrano in questi giorni gli scontri tra il popolo e le forze di repressione sono solo una piccola parte del più grande scontro con un sistema che usa la politica di “reprime in ogni modo possibile” (…). L’intera responsabilità per qualsiasi escalation di violenza nelle strade ricade direttamente sul governo, perché il popolo ha il diritto alla legittima difesa. Smettetela di uccidere le persone, prima che sia troppo tardi. Queste persone hanno imparato dai vostri stessi altoparlanti che il sangue vince sulla spada. E tu, popolo, svegliati. Alzati, perché siamo usciti da quel buio e da quella prigionia.

Vida Rabani
Giornalista 33 anni

Il governo iraniano sta tentando di “demoralizzare” gli attivisti attribuendo loro malattie mentali e nervose. È il metodo più subdolo per umiliare chi protesta, esponendolo alla vergogna, facendolo passare per pazzo.
Nel carcere di Qarchak sono stata testimone oculare della libera distribuzione di forti calmanti e ansiolitici come Clordiazepossido, Clonazepam e Trancopin nella sezione 8, dove venivano rinchiusi i giovani arrestati durante le manifestazioni per Mahsa Amini. Nonostante fossi stata in isolamento per 40 giorni e conoscessi il sistema, non riuscivo a credere che fosse vero (. . .) .
Non mi vergogno di dire che la mia psiche è danneggiata e sono costretta a prendere farmaci per combattere ansia e depressione. È il regime che danneggia la psiche dei suoi cittadini a doversi vergognare. È il regime il vero scandalo.
Non dimenticherò mai il bel viso di Yalda Aghafazli né la paura delle ragazze del reparto 8 alla notizia della sua morte. Non dimenticherò mai il detenuto che ha tentato di suicidarsi quando ha saputo che Yalda, appena uscita di prigione, si era uccisa. Avete ammazzato Yalda, se non fosse stata arrestata sarebbe viva: ma al regime cosa importa? Il regime considera senza valore la vita delle persone, la nostra vita (…).

Narges Mohammadi
Attivista dei diritti umani, 51 anni

«Senti, Iran, il suono sordo del muro della paura che si spezza? Collasserà presto, abbattuto dalla volontà implacabile e dalla ferrea determinazione degli iraniani.
Come donna, e come milioni di iraniane, mi sono sempre confrontata in tutti gli ambiti della mia vita con il confinamento della cultura patriarcale, del potere religioso, delle leggi discriminatorie e oppressive. La triste verità è che il governo autoritario, misogino e religioso della Repubblica Islamica ci ha rubato la vita (. ..). Nonostante questa prigione, non abbiamo mai smesso di lottare. Siamo diventati madri e padri, abbiamo conservato i nostri valori, il nostro entusiasmo, il nostro amore, abbiamo ricreato la vita vera (…).
Il governo della Repubblica Islamica nega i diritti fondamentali come il diritto alla vita, la libertà di pensiero e di credo, il diritto di danzare e suonare. Se osservate la società iraniana, vedrete che ogni individuo, in qualsiasi momento della vita e in ogni luogo, è colpevole del desiderio di vivere.

Caro lettore, la sola pubblicazione di questa lettera dimostra che la nostra voce era abbastanza potente da raggiungerti. Sii anche la nostra voce, dì al mondo che non siamo dietro queste mura per niente e che ora siamo più forti dei nostri carnefici. Trionferemo insieme. Sperando che quel giorno arrivi molto presto».

Nell’ immagine: Masha Amini


Il martirio degli ultimi nella Cirenaica dimenticata

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Di Alberto Negri, il manifesto

Niente a volte è più ingannevole della geografia. Stretta tra Bengasi e Tobruk, negli anni Novanta Derna mi apparve scendendo dall’altopiano verso il mare alla fine di una gola fatta di pareti verticali percorsa dallo uadi che veniva dal Gebel al Akhdar irrigando palmeti, frutteti, agrumeti. 

Credo che oggi, dopo il ciclone Daniel e il crollo delle dighe, nulla esista più di tutto questo. 

Ma anche allora il Gebel, chiamato anche la Montagna Verde, era un’insidia assai temuta dallo stesso colonnello Gheddafi. Qui si annidavano infatti islamisti e jihadisti che più volte avevano provato ad assassinarlo. Per tenere buona la popolazione locale e contenere la predicazione degli imam qui negli anni Duemila Gheddafi lanciò nel mezzo del ginnasio greco la “Dichiarazione della Montagna Verde”, un grande progetto per di ridare splendore alla regione della pentapoli, un piano ambizioso che come molti altri del regime rimase sulla carta. 

Anche questo alla fine era un inganno. Con la fine di Gheddafi nell’ottobre del 2011, in un Paese travolto dall’anarchia, a Derna nel 2015 tornarono i jihadisti: erano i combattenti libici dell’Isis protagonisti delle battaglie a Dayr az Zor, in Siria, e poi a Mosul in Iraq.

La destabilizzazione scatenata sull’onda dalle primavere arabe del Medio Oriente si allargava alla penisola arabica in Yemen e quindi anche in Africa. Finito il rais libico le frontiere della Jamahyria erano sprofondate nel Sahel con la diffusione del jihadismo, seguita successivamente dai colpi di stato militari: storia di questi ultimi tempi, dal Mali al Burkhina Faso al Niger. 

A Derna allora fu issata la bandiera nera del Califfato ed ebbe inizio una lunga sequela di omicidi mirati contro tutti gli oppositori, dai miliziani delle altre fazioni compreso il battaglione Abu Salim, affiliato con al Qaeda – fino agli attivisti, ai giudici, agli avvocati. La stessa tecnica utilizzata da Ansar al Sharia a Bengasi per togliere di mezzo gli avversari. A Derna l’Isis, allora ancora guidato da Abu Bakr, fece insediare un emirato e la città venne trasformata nella triste e cupa capitale del Califfato in Cirenaica. 

Derna e la regione erano destinate a diventare un campo di battaglia. Prima tra le milizie islamiste con gli affiliati di Al Qaeda che tentarono la rivincita per far fuori il Califfato. Poi del generale Khalifa Haftar contro tutti i jihadisti e quelli che volevano contrastarlo. La città fu il bersaglio dell’aviazione di Haftar sostenuto da Egitto, Emirati, Russia e anche dalla Francia. Senza contare un discreto appoggio americano visto che il generale aveva passato oltre vent’anni in esilio negli Stati Uniti. Derna fu ridotta in alcune zone della città a un colabrodo: distruzione su distruzione.

Nel Marocco colpito dal terremoto almeno c’è uno “stato”, una monarchia con il sovrano padre padrone del Paese che però tace. Non come in Libia che dopo la caduta di Gheddafi dopo la rivolta di Bengasi e l’intervento occidentale si è spaccata tra Cirenaica e Tripolitania senza più ritrovare l’unità. Ormai sono due anni che si devono tenere elezioni per riunificare i governi di Tripoli e Bengasi ma francamente il traguardo appare ancora distante. 

Il ciclone Daniel con il crollo di due dighe nella regione di Derna ha spazzato via migliaia di vite che da anni vivono in un ambiente tossico: ma chi in questi decenni ha fatto più manutenzione in Libia, se non a eccezione degli impianti petroliferi utili a rimpinguare le entrate di governi più simili a cleptocrazie di trafficanti di esseri umani, divisi in clan e tribù, che non a una nazione? Basta andare a Ras Jedir, al confine tra Libia e Tunisia, dove traffici di ogni tipo alimentano un’economia da mezzo miliardo di dollari l’anno. Lì dove i migranti, derubati, sfruttati e vessati, muoiono nel deserto, lontani da ogni testimonianza, senza alcuna possibilità di salvezza. 

La tragedia è avvenuta proprio a Derna la cui liberazione da islamisti e jihadisti fu annunciata qualche anno fa dallo stesso generale Haftar. La vittoria, accompagnata dai raid americani, prima sullo Stato islamico poi sui gruppi legati ad Al Qaeda aveva spianato la strada alla conquista di una città di 100mila abitanti ma era stata ottenuta con un alto prezzo di sangue e distruzioni. Ma chi si era poi occupato della sorte e della sicurezza della popolazione? Nessuno: il generale Haftar ha pensato prima di tutto al suo potere, come quando nel 2019 tentò di conquistare anche Tripoli, fermato dal governo Sarraj e soprattutto dai droni e dai soldati turchi. Nessuno in questi anni ha mai pensato ai libici lasciati in mano alle divisioni claniche e regionali. 

Non ci hanno pensato neppure le potenze straniere che tengono nel mirino gas, petrolio e milizie utili alla detenzione dei migranti, ma non certo il benessere della popolazione. Queste tragedie hanno molti volti ma soprattutto una vittima, gli ultimi, il popolo, lasciato al suo destino, una moltitudine di essere umani trattati come sudditi privi di valore. 

Nell’immagine: la devastazione a Derna


Politica: alla difficile ricerca delle persone colte

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Non ho mai amato il termine “intellettuale” quando è riferito a persone attive nell’ambito della politica. In modo ricorrente, direi fastidiosamente ciclico, se ne discute il ruolo, se ne esalta (o se ne disprezza) l’influenza e l’utilità, se ne descrive l’organicità o meno per rapporto al sistema dei singoli partiti, e soprattutto se ne piange l’assenza, la scomparsa dal palcoscenico dei pubblici dibattiti (una preoccupazione che colpisce in modo particolare l’area della sinistra, visto che quella della destra sostanzialmente – badando ad altro – se ne frega di queste cose). Il fatto è che in ogni caso si presuppone sempre che questi “maestri” siano per forza i disegnatori e i garanti degli indirizzi ideologici della società, dunque che siano indispensabili.

A ben vedere non ci credo e anzi ne diffido. A me basta infatti, molto più semplicemente e praticamente, che nell’arena della politica ci sia almeno la presenza attiva di persone che si possono mettere sotto l’etichetta di “colte”, termine più chiaro, che si presta a minori equivoci e che presuppone una propensione a scelte equilibrate e assennate, evitando le derive degli estremismi che hanno prodotto solo patatrac. Essere colti (senza con ciò doversi definire per forza intellettuali) significa possedere un bagaglio di conoscenze generali o specifiche, poca importa, che fanno venir voglia – per via naturale – di studiare sempre, di approfondire i problemi che ci vengono posti, attitudine che è la premessa per trovarne le possibili soluzioni. Non solo: è pure la chiave che ci fa accedere a quell’autonomia di pensiero e a quella creatività propositiva che oggi è sempre più rara. E’ di queste persone che temo la mancanza sempre più accentuata nelle stanze della politica. 

Guardiamoci attorno, ascoltiamo le voci che provengono dai banchi dei parlamenti e dei governi: spesso c’è da restare allibiti per la pochezza dei suoni che ci giungono, per le stramberie che vi si coltivano, per le sciocchezze che vi si narrano. Basta un nulla per attivare il fenomeno penoso della ripetitività di uno slogan: qualcuno, ad esempio, ha avuto l’idea di definire una riformetta tributaria penosa ed iniqua come un “passo verso la modernità” ed ecco che tutti i suoi sostenitori si affrettano a dire in coro che la sua applicazione renderebbe il Paese più moderno, senza minimamente prendere in considerazione il fatto di pensarci un attimo, e senza provare un briciolo di vergogna per la stupidaggine dell’assunto.

Il guaio è che se così si comportano i politici, in modo identico si comportano i cittadini votanti, che di fatto rinunciano, prima di esprimersi su un referendum o un’iniziativa, ad approfondire e soppesare i pro e i contro dei quesiti cui devono rispondere, facendosi bastare per la formazione di un’opinione quattro balle raccolte all’osteria, per di più consone al proprio immediato tornaconto personale. È solo così che si spiega l’esito, ad esempio e con buona pace dei valori della democrazia, della votazione in Ticino sul cosiddetto “Decreto Morisoli”, ed è così che andrà a finire verosimilmente l’iniziativa contro la SSR.

Non voglio essere frainteso: nei decenni in cui ho frequentato in un modo o nell’altro le stanze della politica, ho incontrato per fortuna molte persone colte, con le quali, prima di iniziare una riunione di lavoro o subito dopo, si poteva scambiare opinioni sulle reciproche letture in corso, su possibili e auspicabili progetti, su idee innovative interessanti; e se il capo difettava in questo, vi sopperivano gli alti funzionari coinvolti, garanti de facto della serietà dell’azione decisa. 

Mi piace credere che le cose stiano ancora così, ma certo i segnali che giungono dai Palazzi possono suscitare più di un lieve allarmismo in merito (e se è vero che l’esempio vien dall’alto, basti pensare ai contenuti di un recente discorso, pur comiziale, del nostro ministro degli esteri) . Tanto più che per naturale propensione le persone colte non gridano, dunque la loro voce già di per sé minoritaria e flebile viene facilmente coperta da chi preferisce urlare visto che la sua forza in fondo è solo quella.

Nell’immagine: va bene, sono in corridoio e fatti di marmo, ma non si può dire che in Gran Consiglio manchino gli statisti di valore


Dove sta l’intolleranza e dove sta la libertà

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Nei giorni scorsi, dopo l’ampio e serrato dibattito, non privo di accensioni polemiche, intorno alla pubblicazione dell’Agenda scolastica, un altro episodio di cronaca è diventata l’occasione per discutere di diritti e di libertà nell’ambito della questione di genere e di orientamento sessuale. I gruppi politici di Helvethica e degli Amici della Costituzione avevano infatti programmato proprio per ieri sera, al cinema Lux di Massagno, un incontro con due sedicenti esperti italiani, chiamati a tenere una conferenza sul tema “La distruzione della libertà in nome della libertà? Ideologia del gender: parliamone”. Il fatto è che nell’ultima settimana sono cominciate a circolare notizie più dettagliate sulle posizioni – anche già penalmente perseguite – dei due relatori. In particolare Silvana De Mari, lo ricordiamo, si presentava come ex-dottoressa radiata dall’Ordine dei medici per aver rifiutato di vaccinarsi contro il Covid e condannata in Cassazione per frasi discriminatorie verso gli omosessuali. Una serie di lettere di protesta giunte al Lux, hanno indotto i responsabili della sede a chiedere agli organizzatori di annullare l’evento. Con un comunicato stampa Helvethica ed Amici della Costituzione hanno così annunciato quello che pare essere solo un rinvio dell’appuntamento, appellandosi alla libertà di espressione, ritenuta il fondamento della legittimità di qualsiasi manifestazione. A questa posizione risponde un documento diffuso dal SOA Il Mulino, di cui proponiamo qui la seconda parte. (red.)  

Silvana De Mari e Gianfranco Amato, i due personaggi invitati da Helvethica e Amici della Costituzione come relatori a Massagno, sono due rappresentanti di posizioni che da anni diffondono discorsi di odio contro le persone LGBTQI+ e non solo nelle loro conferenze e pubblicazioni. Ad esempio De Mari nelle sue tesi deliranti afferma che l’omosessualità non esiste e che “(…) nelle pratiche di iniziazione del satanismo esiste il sesso anale”. Gianfranco Amato invece è a favore delle “terapie riparative” e di “riorientamento sessuale” per le persone lesbiche, gay e bisessuali, volte a modificare l’orientamento sessuale, che hanno portato a innumerevoli casi di suicidio di pazienti in diverse parti del mondo e ritenute assurde dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica. Ecco chi hanno pensato di invitare gli Amici della Costituzione e Helvethica per “offrire alla popolazione la possibilità di interrogarsi sulla realtà della teoria di genere e sui suoi risvolti nel mondo dell’educazione”. Basterebbe solo un minimo di ricerca online per capire di che tipo di persone si tratta e di che posizioni nauseabonde si fanno promotrici. 

Leggendo il comunicato diffuso da Helvethica in seguito alla decisione di annullare la conferenza, in cui si fanno grandi proclami sulla libertà di espressione e sull’interesse di docenti e genitori di dibattere sull’argomento, una domanda viene spontanea: ma di cosa stiamo parlando? È davvero necessario un dibattito o sarebbe piuttosto necessario uno scambio per trovare collettivamente il modo migliore di rapportarsi a questa tematica, partendo dal presupposto che ognunx possa vivere come meglio crede e nella più totale libertà di scelta il proprio corpo e la propria sessualità? Tanto più che i promotori e le promotrici della tematizzazione non dovrebbero sicuramente essere coloro che promuovono tra i loro principali valori l’esclusione della diversità – sia essa di genere o di orientamento sessuale – e che diffondono teorie cospirazioniste come quella della sostituzione etnica fomentando razzismo, antisemitismo e islamofobia. 

Con che faccia tosta chi pochi giorni prima sollevava una polemica per 10 righe in un’agenda scolastica, che affrontano solo molto genericamente la delicata questione dell’identità di genere nell’adolescenza, accusa poi chi protesta contro questa conferenza di “non rispetto della libertà di espressione”? E a proposito di censura, crediamo che la non distribuzione dell’agenda scolastica da parte di un’istituzione come la Città di Lugano per motivi politici e ideologici sia alquanto sconvolgente e preoccupante, un campanello d’allarme sui tempi che corrono… 

Verrebbe quasi da rimpiangere la primavera del 2018 e l’operazione di marketing arcobaleno della stessa città (qualcun* ha detto pink-washing?), con l’ex sindaco Marco Borradori in prima fila a difendere il Pride perché “dobbiamo tutti poterci sentire liberi di vivere spontaneamente…”. 

Invitare due relatori come Amato e De Mari senza nessun contraddittorio non significa mettere le basi per un dibattito pubblico costruttivo su “tematiche delicate”, ma fare una scelta di campo a priori schierandosi dalla parte di chi condanna come “contro natura” e immorali determinati orientamenti sessuali e determinate categorie di persone, con conseguenze reali sulla pelle di esseri umani reali. 

Vuol dire promuovere una concezione patriarcale ed essenzialista della società, secondo la quale l’uomo bianco eterosessuale sarebbe superiore alla donna e a tutte le altre forme di identità di genere. Opprimendo qualsiasi altra identità che non rientri in questa presunta normalità imposta. 

Tra chi dà spazio e diffonde questi discorsi e chi vi si oppone, chi è intollerante? 

Nell’immagine: un’edificante opera dell’illustrissimo avv. Amato


I vescovi svizzeri devono uscire dal loro torpore

Iniziativa "Per un diritto di cittadinanza moderno": la Confederazione ha leggi fra le più restrittive in Europa sulla concessione della nazionalità ai residenti stranieri in regola con la legge 

Di Nicole Lamone, Le Temps

Al giro di boa del millennio, alcune vittime di abusi sessuali avevano avuto il coraggio di denunciare. Diventando sempre più numerose.  In seguito a quelle testimonianze, e alle inchieste giornalistiche, il silenzio dei vescovi è stato sostituito dal loro imbarazzo.

La creazione di commissioni d’inchiesta incaricate di accertare le denunce ha consentito di saggiare la cappa di piombo che per un così lungo periodo ha paralizzato la Chiesa cattolica.

Il progetto pilota condotto in modo indipendente dagli studiosi dell’Università di Zurigo segna una svolta nel nostro paese. Poiché a parlare sono gli stessi archivi ecclesiastici.

Essi confermano che la Chiesa cattolica svizzera ha tollerato un’autentica cultura del segreto, incoraggiata dalla stessa specificità della Chiesa cattolica: obbligo di celibato per i preti, stigmatizzazione dei corpi, ruolo ‘minore’ attribuito alle donne, o ancora una morale sessuale assai rigida.

Al di là della tradizione , c’è dunque da mettere in discussione la struttura stessa del potere cattolico nella Confederazione. Il vescovo di Coira, mons. Bonnemain, ha ammesso che essa concentra troppo potere. Dovendo render conto di tutto, i vescovi non sono sufficientemente coordinati, e troppo soli per rimanere ‘professionali’ quando si tratta di rispondere sugli abusi. Soprattutto, risultano incapaci di applicare una giustizia imparziale , estranei come sono al concetto di separazione dei poteri. Auspicare un Tribunale indipendente, come è stato fatto in altre nazioni, sarebbe in definitiva un segnale positivo.

Dopo la pubblicazione di questa prima inchiesta nazionale, la presa di coscienza della Chiesa cattolica deve progredire. Al di là di scuse, promesse e finanziamenti per studiare il fenomeno, per i vescovi svizzeri si tratta di uscire veramente dal loro torpore per focalizzare l’attenzione sulle vittime e sul rischio di nuove derive.

Un migliore ascolto delle persone abusate, delle valutazioni psicologiche per i futuri sacerdoti, dell’impegno a non distruggere più i dossier relativi a questi casi (ndr: come è avvenuto nella Diocesi di Lugano): si tratta di passi certamente interessanti e da realizzare,
ma che non bastano al profondo cambiamento culturale che ormai si impone alla Chiesa cattolica.

Troppo a lungo nascosti dietro il Vaticano (così poco esemplare su questa materia) i vescovi svizzeri devono risolutamente cambiare atteggiamento e…osare il coraggio. Il coraggio che consente di rimettere in discussione il peso della storia, la tradizione del celibato, la gerarchia di Roma. In nome della giustizia.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: i vescovi svizzeri in visita al papa nel 2021