Sacerdoti incarcerati in Nicaragua

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

“Seguo con preoccupazione quanto accade in Nicaragua dove vescovi e sacerdoti sono stati privati della libertà; trasmetto loro, alle famiglie e a tutta la chiesa di quel paese la mia vicinanza nella preghiera”. Così si è espresso papa Francesco nel primo Angelus del 2024 riferendosi alla persecuzione religiosa in corso in Nicaragua che ha registrato un’impennata con la detenzione di ben 15 sacerdoti. Di cui l’ultimo, don Julio Icabalzeta della chiesa di Santa Maria de Los Angeles nel Barrio Riguero di Managua, all’indomani dello stesso appello del pontefice.

Tutto è cominciato alla vigilia di questo “Natale nero” con il sequestro del vescovo di Siuna (Costa Atlantica) mons. Isidoro Mora il quale si era permesso in un’omelia di pregare per il suo omologo di Matagalpa Rolando Alvarez, in carcere dal febbraio scorso con una condanna a 26 anni per “cospirazione e tradimento della patria”. Alvarez, mentre era già ai domiciliari, si era rifiutato di abbandonare il paese con i 222 detenuti politici che vennero allora deportati negli Stati Uniti e privati della nazionalità nicaraguense.

Oltre ai due prelati e ai 14 preti sono stati imprigionati pure 5 fra diaconi e seminaristi. Senza contare i 12 presbiteri che nell’ottobre scorso erano stati spediti a forza a Roma. E la settantina fuggiti dal paese o cui è stato proibito di far ritorno nel loro paese dopo un viaggio all’estero. Mentre 6 operatori della Caritas sono stati condannati la scorsa settimana a sei anni di reclusione per presunto riciclaggio.

Se si rimonta all’indomani della rivolta popolare del 2018 repressa nel sangue dal regime, risulta che in questi cinque anni sono stati espulsi un totale di 270 religiosi, a cominciare  dalle monache della congregazione di Madre Teresa di Calcutta. Così come sono state chiuse tutte le radio e il canale tv cattolico. Fino a proibire qualsiasi funzione religiosa all’aperto come processioni, messe per i morti nei cimiteri e presepi viventi. Per arrivare nell’agosto scorso alla clamorosa confisca dell’Università Centroamericana dei gesuiti e la messa fuori legge della stessa Compagnia di Gesù.

È finito in galera pure il vicario generale della diocesi della capitale, mons. Carlos Aviles. Mancherebbe a questo punto solo il cardinale Leopoldo Brenes, il quale ha comunque reagito con l’ordinazione ieri in cattedrale di 9 nuovi sacerdoti. Nonostante la sua abitazione sia permanentemente sorvegliata dalla polizia da almeno un anno.

Il colmo è stata la contemporanea diffusione da parte del regime delle immagini di mons. Alvarez mentre veniva sottoposto, vistosamente dimagrito, a visita medica. Come a mostrare che è ancora vivo. 

La regista di questo imperversante delirio è la copresidente Rosario Murillo, moglie di Ortega e sorta di virtuale papessa del Nicaragua da lei coniato “cristiano, socialista e solidale”. La quale l’altro giorno nel suo quotidiano messaggio radiofonico del mezzogiorno ha definito quei sacerdoti dei “diavoli che seminano l’odio nella società nicaraguense“. Salvo poi chiudere come sempre la sua locuzione inneggiando a “nostro signore iddio todo poderoso”.

È intervenuto pure l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani stigmatizzando il comportamento del governo del Nicaragua che “si allontana dallo stato di diritto violando le libertà fondamentali come quella religiosa”. Nel corso di una deriva che ha visto l’incarceramento di ulteriori 130 detenuti politici. Mentre si calcola che dal 2018 circa 600mila nicaraguensi (il 10% dell’intera popolazione) abbiano abbandonato il paese.

Nel suo intervento del primo gennaio in piazza San Pietro papa Francesco ha in ogni caso auspicato l’apertura di “un dialogo per superare le difficoltà”. Ma dal maggio scorso Ortega e consorte hanno sospeso le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, dopo che l’anno prima ne avevano cacciato il nunzio apostolico. A nulla era servita neppure la mediazione nel giugno scorso di Lula da Silva presso il suo omologo nicaraguense Ortega, subito dopo che il capo di stato brasiliano era stato ricevuto in udienza dal Santo Padre. Al quale, in una recente intervista all’agenzia d’infomazione argentina Infobae, non è rimasto che riferirsi a una “dittatura volgare, con qualche squilibrio da parte di chi la dirige”.

Nell’immagine: l’ordinazione di nove sacerdoti a Managua il 6 gennaio scorso


Taiwan: guerra e pace appese a un voto

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

Di Carlo Bonini, Gianluca Modolo,  Laura Pertic, la Repubblica

Dov’è diretto?». Taipei. «Ah», esclama il poliziotto al controllo passaporti dell’aeroporto di Pechino. «Taiwan province», dice, sfoggiando un po’ di inglese, con un mezzo sorriso. Ogni occasione è buona per i cinesi per ribadire – soprattutto allo straniero – quello che ripetono da oltre settant’anni. Che al di là dello Stretto non esiste un’isola che già di fatto si sente sovrana – anche se non si azzarderebbe mai a dichiarare formalmente l’indipendenza – ma soltanto una “provincia”. Ribelle. Da far ritornare all’ovile prima o poi. Con le buone, pacificamente. Ma senza escludere le cattive, se ce ne dovesse essere bisogno.

Ragioni storiche e retorica. Ragioni geopolitiche, che contrappongono Pechino agli Stati Uniti e i suoi alleati nell’Indo-Pacifico sempre più trafficato. E ragioni economiche, specialmente i semiconduttori, che tanto al governo comunista quanto alla Casa Bianca servono e che sono per Taiwan il fiore all’occhiello dell’industria nazionale: tassello fondamentale della sfida tecnologica – e quindi anche militare – tra Usa e Cina. Ci sono tutte queste ragioni che si intrecciano qui, nell’isola che non c’è, la vecchia Formosa, come la battezzarono i portoghesi nel XVI secolo, e che fanno della piccola Taiwan uno dei centri nevralgici del mondo di oggi e di quello che nascerà domani: 23 milioni di persone governate da una democrazia, che ha rapporti formali diplomatici soltanto con una manciata di Paesi ma che è riuscita ad espandere le sue relazioni col resto del mondo diventando una delle economie più floride dell’Asia, che ha negli Stati Uniti il suo principale “garante” e che è sempre più nel radar di Pechino.

La piccola Taiwan che tra un mese, il 13 gennaio, va al voto per scegliere il suo nuovo presidente e rinnovare il Parlamento. Un’elezione che rischia di diventare, questa volta più che mai, un referendum sui rapporti con l’ingombrante gigante. Un referendum, come già lo estremizzano i due principali schieramenti, tra “pace e guerra” per il Kuomintang (Kmt) all’opposizione, più dialogante con la Cina, tra “democrazia e autoritarismo” per il partito al governo. Partito, quello democratico-progressista (Dpp), che dopo due mandati e otto anni al comando deve fare i conti con un po’ di fisiologica “stanchezza” da parte dell’elettorato. Ma la corsa quest’anno non è più a due. Il terzo incomodo sarà il Partito popolare (Tpp), che non avrà molte chance di finire in testa ma che sta attirando sempre di più i giovani stanchi della vecchia politica. Elezioni, queste, che assieme a quelle statunitensi ed europee saranno le più importanti del 2024. Tra un contesto geopolitico stravolto, a cominciare dalla guerra in Ucraina di cui non si vede la fine, rapporti ancora tesi tra Cina e Usa nonostante gli ultimi tentativi di disgelo, e una postura di Pechino più assertiva che in passato. Gli occhi del mondo, tra un mese, saranno tutti rivolti qui. Per capire che direzione prenderanno i rapporti tra le due sponde dello Stretto e quali ripercussioni avranno per le due grandi superpotenze globali.

Tre in corsa per una poltrona scomoda

A guidare questa corsa a tre è Lai Ching-te, del Dpp, attuale vicepresidente di Taiwan. Sessantaquattro anni, figlio di un minatore, è entrato in politica tardi. Negli ultimi tempi ha rivisto le sue posizioni più radicali, seguendo una linea più moderata portata avanti dall’attuale presidente Tsai Ing-wen. Gradimento attorno al 37%, secondo gli ultimi sondaggi da prendere sempre un po’ con le pinze. Come vice si è scelto Hsiao Bi-khim, fino al mese scorso ambasciatrice de facto di Taiwan a Washington: già sanzionata in passato da Pechino, bollata come «pericolosa separatista».

Il suo principale sfidante sarà il 66enne Hou Yu-ih, ex capo della polizia e sindaco molto popolare, ora in aspettativa, di New Taipei (la città gemella appena fuori dalla vecchia capitale, con più di due milioni di abitanti). Hou è scelto dal Kmt per provare a ritornare a dialogare con Pechino. E nei sondaggi si aggira sopra il 30%.

Terzo incomodo, dopo che a fine novembre è saltato l’accordo delle opposizioni per presentare un candidato unitario, è Ko Wen-je. Ex sindaco della capitale, prima di entrare in politica dieci anni fa faceva il chirurgo. Dopo aver oscillato tra i due principali partiti, nel 2019 ha fondato il Tpp, partito centrista dalle ricette populiste. Sondaggi un po’ in discesa per lui: è attestato ora nei pressi del 20%. Con un linguaggio schietto al limite dell’offensivo, l’approccio poco ortodosso di Ko piace ai giovani elettori.

Ma resta un’incognita per molti, anche per i cinesi che queste elezioni le osserveranno molto attentamente. Tutti e tre i candidati sono saldamente ancorati allo status quo, almeno così come viene interpretato da questa parte dello Stretto: una indipendenza de facto dentro i contorni della Repubblica di Cina (il nome ufficiale di Taiwan) e non una indipendenza formale. Con soluzioni su come mantenere questa non-soluzione che però divergono. Anche se il candidato del Dpp dovesse vincere, è molto probabile che il partito perda la maggioranza in Parlamento. Un presidente azzoppato che potrebbe, tutto sommato, non dispiacere a Pechino.

Scenari e mosse cinesi

«Ci sono vari livelli che spiegano bene perché queste elezioni sono così importanti per Taiwan, l’Asia e il resto del mondo», ci racconta in un café di New Taipei Wen-Ti Sung, docente al College of Asia dell’Australian National University e uno dei più esperti scienziati politici dell’isola. «Perché Taiwan è la prima democrazia liberale del mondo di lingua cinese. Perché strategicamente è posizionata nella cosiddetta prima catena di isole, attorno alla quale ruota gran parte della strategia degli Stati Uniti nel Pacifico e della rivalità strategica tra Usa e Cina. Perché se Taiwan dovesse eleggere un nuovo governo che rappresenti una posizione drasticamente diversa in termini di allineamento tra Stati Uniti e Cina, allora si assisterà a un rimescolamento totale della strategia dell’Indo-Pacifico e con esso a un potenziale grande spostamento di potere tra le due superpotenze». Quali scenari ci dobbiamo aspettare da questo voto? «Sarà una corsa a due, il Tpp non ha molte possibilità. Se vincerà il Dpp si assisterà alla continuità dell’attuale strategia di Taiwan: essere un partner affidabile per gli Stati Uniti e per le società più democratiche della regione, e fermo nei confronti della Cina quando si tratta di difesa e di rafforzare la propria deterrenza. Se vincerà il Kmt avremo un’amministrazione con una postura più accomodante nei confronti delle preferenze politiche di Pechino, almeno su questioni simboliche, come il “consenso del 1992” (quello cioè che molto ambiguamente stabilisce che esiste una sola Cina e che Taiwan appartiene alla Cina, ma quale delle due Cine è quella “giusta”? Un consenso che il Dpp non riconosce, ndr)». E Pechino come potrebbe reagire? «Col Kmt ripartiranno una serie di dialoghi e si potrebbe assistere anche a un’accelerazione degli scambi economici. Questa può essere per Taiwan una misura di stabilità nel breve termine. Tuttavia, a lungo termine, il quadro è molto più complicato: Pechino proverà ad accelerare gli scambi cercando di rassicurare che non porteranno mai a cambiamenti politici. Ma è uno schema che ha fallito nove anni fa, e che ha contribuito a portare al potere il Dpp. Se si riconferma per la terza volta di fila il Dpp, lo schema sarà questo: condanne retoriche, misure di punizione economica, più esercitazioni militari, qualche tentativo di fingere di essere interessati ad impadronirsi delle isole al largo di Taiwan; la “tattica della massima pressione”. Riducendo il potere contrattuale del partito vincitore e la sua percezione di potere e prestigio. La Cina adora agire così». Il mondo si chiede se mai, prima o poi, la Cina deciderà di prendersi l’isola con la forza. «Un conto sono le dichiarazioni sui giornali della propaganda e dei portavoce – conclude Wen-Ti Sung – un altro sono le discussioni agli alti livelli. Xi Jinping non ha mai fissato una scadenza o un calendario. Si dicono molte date, molte ipotesi: quella più probabile potrebbe essere il 2049, centenario della Repubblica popolare cinese, ma restano volutamente ambigui. È così che Pechino trae vantaggio continuando a tenere sotto pressione l’isola. Ricapitolando: col Dpp ancora al potere avremo campagna di rinnovata pressione da parte dei cinesi; anche se una guerra nel breve termine la escluderei».

Molti analisti sono concordi sul punto. Per Pechino vorrebbe dire imbarcarsi in un’avventura militare in un periodo complicato in cui cerca invece stabilità. E comprometterebbe i rapporti con l’Occidente che, pur tra mille equilibrismi, sta cercando di mantenere. Xi preferirebbe di gran lunga vincere senza combattere, come scriveva Sun Tzu ne “L’arte della guerra”. «L’opzione preferita è quella che sta perseguendo in questo momento: la coercizione sotto la soglia della guerra», scrive Hal Brands, professore alla Johns Hopkins. In sostanza: mandare i suoi jet sempre più spesso nella zona di identificazione della difesa aerea dell’isola, creare la sensazione che Taiwan non sia in grado di difendersi, una campagna completata da disinformazione, cyber-attacchi e sforzi per isolare Taipei a livello diplomatico. «Xi sa quali pericoli esistenziali può portare la guerra, il conflitto in Ucraina è un avvertimento. Se Taiwan, gli Stati Uniti e i loro alleati riusciranno a mantenere alto il prezzo dell’aggressione, rassicurando al contempo Pechino sul fatto che l’inazione non porterà direttamente all’indipendenza di Taiwan – che nessun governo cinese può accettare – forse Xi deciderà che tollerare uno status quo scomodo non è così rischioso come cambiarlo», conclude Brands.

A lezione di autodifesa

Nella piazza vicino alla fermata della metropolitana di Zhongshan, cuore dall’anima un po’ hipster di Taipei, tra centri commerciali, café e ottimi ristorantini giapponesi, Mei, 50 anni, taglia corto, ripetendo la narrativa con cui l’opposizione sta incorniciando questa elezione: «Ho sempre votato per il Kuomintang e lo farò anche ora. Votare per il partito al governo può portare alla guerra, e io voglio la pace». Yu, 46 anni, qui a passeggio con la figlia, all’eventualità di una guerra non ci vuole nemmeno pensare: «Sarebbe terrificante. So però che mantenere all’infinito lo status quo potrebbe non essere facile. Ho sempre votato per il Dpp, ma quest’anno non ne sono così sicura. La riunificazione con la Cina? Non ci penso nemmeno: abbiamo stili di vita e contesto politico troppo diversi. Taiwan è una società libera. E tale vuole rimanere». Per il 29enne Hsu, invece, che con la Cina ci lavora, quello cinese «resta un mercato importantissimo. Credo ci siano poche probabilità che la situazione degeneri».

Nessuno ovviamente a Taipei va in giro con l’elmetto, né si respira panico per le strade o nei locali. Anzi. Non sono in molti a credere veramente che un’azione forte di Pechino come un’invasione – nel senso più canonico del termine – sia dietro l’angolo. «Sono più di settant’anni che siamo abituati alle loro minacce», ci racconta Hsiao davanti ad una birra in un pub del centro non lontano dal Taipei 101, il quinto grattacielo più alto di tutta l’Asia. Un equilibrio precario, però, visto che dall’altra parte dello Stretto c’è un Xi Jinping molto più potente dei precedenti leader cinesi. E c’è chi inizia a interessarsi, se non a come prendere un fucile in mano, almeno a come combattere le tecniche della disinformazione, a come prestare aiuto ai feriti, a come mettersi al riparo in caso di attacchi.

“Si vis pacem, para bellum”. Così sta scritto sullo striscione all’ingresso della Kuma, accademia di autodifesa nata nel settembre di due anni fa grazie alle generose donazioni del magnate dei semiconduttori Robert Tsao. Al terzo piano di questo edificio, in un vicoletto non lontano dal palazzo presidenziale, il primo corso della mattina riguarda le tecniche su come smascherare le fake news “made in China”, le teorie del complotto. «Per la sera del 24 febbraio del 2022 avevamo organizzato, con un mese di anticipo, un seminario dal titolo ‘Scoppierà davvero la guerra tra Russia e Ucraina?’. Bene, quella mattina ci ricordiamo cosa è successo. I taiwanesi, per la prima volta, si sono resi conto che le guerre possono scoppiare», ci racconta Marco Ho, uno dei due co-fondatori della Kuma, in una saletta dell’accademia mentre nell’altra stanza la quarantina di studenti – la maggior parte trentenni – sono passati alla lezione su come mettere correttamente un laccio emostatico su braccia e gambe, come applicare una garza, come trasportare un ferito e come ripararsi in caso di attacchi.

Qui non si insegna ad imbracciare un’arma («il 90% della popolazione non entrerà in contatto diretto con un’eventuale guerra», dice Ho), ma sono corsi molto basici su primo soccorso, leggere una mappa, tecniche di autodifesa, preparazione psicologica, «per iniziare a prendere sul serio la questione che qualcosa può accadere».

Il co-fondatore lo pensa davvero: «Da quando Xi è salito al potere nel 2013, la possibilità di un’invasione è diventata una realtà. E la popolazione civile non è preparata. Attualmente abbiamo formato circa 15mila persone, dai 9 ai 75 anni. Oggi il tasso di iscrizione delle donne ai nostri corsi supera quello degli uomini. Abbiamo un “gruppo mamme”: vogliono sapere come proteggere i loro figli».

Parlare con Pechino e guadagnare tempo

Ma Taiwan sarebbe davvero pronta a resistere? «Non ancora, dobbiamo guadagnare tempo: questo è il concetto chiave», ci spiega in una delle sedi del Kmt Alexander Huang, ex viceministro dei rapporti con la Cina e oggi l’uomo delle relazioni internazionali del partito che fu di Chiang Kai-shek, il Generalissimo che riparò qui nel 1949 dopo la sconfitta dei nazionalisti contro i comunisti di Mao Zedong portandosi dietro quello che rimaneva della Repubblica di Cina (nata dopo la fine dell’impero cinese, e che è ancora oggi il nome ufficiale di Taiwan). Partito che ha dominato la scena politica taiwanese per decenni. Prima con l’autoritarismo di stampo fascista negli anni del “terrore bianco” e della legge marziale (fino al 1987), e poi con l’avvio verso la democrazia, con le prime libere elezioni nove anni più tardi.

«Quello che dobbiamo fare nel rapporto con Pechino è ritornare a parlarci, deterrenza ma senza provocazioni, ottenere garanzie ma senza appeasement: cioè niente accordi a prezzo di gravi concessioni. Non dare a Xi alcuna scusa per intensificare le proprie azioni militari. Non siamo due Paesi diversi: abbiamo oltre 3mila anni di storia comune. Chiedere formalmente l’indipendenza vorrebbe dire però suicidarsi, invitando i cinesi a invaderci. Dobbiamo continuare a difendere Taiwan, a proteggere la sua democrazia. Tutti i grandi leader occidentali fanno la fila per stringere la mano a Xi, senza per questo svendere i loro interessi nazionali, ma lo fanno per proteggerli. E così dovremo fare noi. Siamo noi che dobbiamo parlare con la Cina, e non lasciare che lo facciano altri Paesi per conto nostro». Centrale nel ragionamento di Huang è il concetto di “prendere tempo”. «Se vuoi aumentare la deterrenza, intensificare l’addestramento dei riservisti, ti serve tempo. Molte delle armi americane che abbiamo già pagato tre anni fa non sono ancora mai arrivate. Il nuovo sottomarino “made in Taiwan” non ha ancora toccato l’acqua. Se la deterrenza è mostrare il dito medio alla Cina, non serve a niente. Vogliamo davvero provocare Pechino? Serve un governo che contemporaneamente abbia in modo intelligente due linee di comunicazione aperte: una con Washington e una con Pechino. La guerra in Ucraina è stata una sveglia per noi, ma non forte abbastanza da dare una vera scossa ai taiwanesi. Non siamo pronti, per questo dobbiamo guadagnare tempo».

Occhi aperti

«Mantenere pace e stabilità nello Stretto e nello stesso tempo la nostra libertà e la nostra democrazia. Non sono cose che si possono escludere a vicenda», ragiona in una saletta del municipio di Taipei Vincent Chao, portavoce della campagna presidenziale di Lai, del Dpp. «Siamo consapevoli di ciò che la Cina in ultima istanza vuole: l’annessione di Taiwan. Per questo dobbiamo avere gli occhi bene aperti». Come? «Deterrenza; sicurezza economica, visto che la Cina continua a imporre sanzioni e a condurre azioni volte a minare la nostra democrazia; partnership internazionali, rafforzando quelle con Usa, Giappone, Europa; il mantenimento dello status quo, parlando con la controparte su un livello di parità e dignità». Ma, avverte Chao, «non possiamo nascondere la testa nella sabbia e sperare che il problema cinese sparisca o credere, ingenuamente, che si possa risolvere solamente perché ricominciamo a parlare con loro. Due azioni vanno fatte: continuare a migliorare la nostra difesa per dimostrare a Pechino che la guerra non è un’opzione e mai lo sarà; e far sì che Washington continui ad essere il nostro principale sostenitore a livello di armamenti. Ma ci sono altri temi come la casa, il crollo delle nascite, la crescita economica che noi vogliamo enfatizzare: le relazioni con Pechino sono certamente un punto importante di queste elezioni, ma non l’unico per gli elettori taiwanesi».

I giovani e il fattore “KO”

Ma, dopo otto anni al potere, l’energia progressista ha perso slancio. Il Dpp è diventato agli occhi di molti elettori il partito della continuità e dell’establishment. Durante i due governi di Tsai i salari sono cresciuti lentamente, i prezzi delle case sono rimasti per molti proibitivi. Questo è uno dei motivi principali per cui i giovani si stanno spostando sul Tpp, il terzo incomodo in questa gara. Per chi voteranno i ventenni e i trentenni – e in quanti andranno a votare – sarà un fattore cruciale.

«Tutta questa eccessiva attenzione alle questioni geopolitiche a noi interessa fino a un certo punto», ci racconta Liao, 21 anni. «Ai giovani come me interessa che il governo faccia qualcosa di concreto per i prezzi elevati degli alloggi, per l’aumento del costo della vita». «Voterò per il Tpp. Ko Wen-je, il candidato presidente, mi piace perché è diretto, sincero: non come gli altri», spiega Yipeng, 25 anni.

«La gente è stufa di questa eterna contrapposizione tra i blu (il Kmt) e i verdi (il Dpp). Siamo stati divisi in due per trent’anni. Noi proponiamo la terza via: più inclusiva, diversa», ci racconta nel quartier generale della sua campagna Jennifer Yo-yi Lee, candidata del Tpp allo Yuan Legislativo, il Parlamento di Taipei. Proposte, quelle di questo partito nato nel 2019, ancora un po’ vaghe secondo molti osservatori. Soprattutto riguardo al grande tema delle relazioni con la Cina. «Negli ultimi tre decenni siamo stati in uno stallo su questo e ancora oggi non abbiamo una risposta chiara», ammette. «Per noi la questione delle relazioni con la Cina dovrebbe essere messa da parte, in una scatola, e ritornare a concentraci su politiche domestiche, urgenti per i taiwanesi». Nonostante l’accordo con il Kmt per un candidato presidenziale unitario non sia stato raggiunto, «a livello di maggioranza parlamentare siamo pronti a collaborare con loro dopo le elezioni». Una cooperazione che di certo Pechino vedrebbe di buon occhio.

Semiconduttori, l’oro di Taiwan

Un conflitto a Taiwan farebbe molti più danni di quelli della guerra in Ucraina. L’isola produce il 60% dei semiconduttori mondiali e il 90% di quelli più avanzati. Hsinchu, la “città ventosa”, la Sylicon Valley taiwanese, una quarantina di minuti di treno dalla capitale Taipei: sta qui la vera forza dell’isola e si chiama Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company). Da qui escono i chip per i prodotti che utilizziamo tutti i giorni. Lo si capisce bene visitando il piccolo museo dell’azienda, che magnifica l’idea che Morris Chang, il fondatore, ebbe nel 1987: che i microchip potessero essere progettati in un luogo ma prodotti altrove.

Quasi un’eresia all’epoca. Tsmc è diventata invece il principale produttore di chip per conto di clienti in tutto il mondo, specialmente americani: Intel, Apple, Nvidia. Un gigante da 500 miliardi di dollari. Pure la Cina fa affidamento sui chip “made in Taiwan”, anche se Pechino sta lavorando per potenziare la sua di industria, con un po’ di ritardo. Chang ha aiutato Taiwan a diventare un perno più che centrale nell’economia e nelle catene di approvvigionamento globali. In uno dei punti più turbolenti del mondo.

Oggi l’azienda ha più di 73mila dipendenti, ci spiega la guida che ci porta in giro per il museo. E lo scorso anno ha contribuito al 7,9% del Pil taiwanese. Azienda che tra turbolenze geopolitiche e disagi nella catena delle forniture, si sta espandendo all’estero. In Arizona, negli Usa. E in Giappone. «È una decisione che ha due ragioni – ci racconta Chao Wei Fu, 34 anni, ingegnere alla Tsmc -: scarsità di risorse. E relazioni con la Cina. Avere fabbriche al di fuori di Taiwan aiuta nell’eventualità succedesse qualcosa. L’industria dei semiconduttori è il primo obiettivo dell’esercito cinese: hanno bisogno della nostra tecnologia, del nostro avanzato modello di produzione. Attualmente produciamo chip a 3 nanometri, ma già nella seconda metà del prossimo anno inizieremo una piccola produzione di chip a 2 nm (più scende il numero più sono sofisticati, ndr). Nel 2027 contiamo di arrivare a 1,4 nm. A causa del divieto commerciale degli Stati Uniti, dal 2020 non possiamo accettare ordini dalla Cina per i processi avanzati al di sotto dei 7 nm». Eccolo qui l’interesse cinese.

Il giovane ingegnere si fa più cinico nel caso, come dice lui, «succedesse qualcosa. Ogni Paese pensa ai propri interessi. Prendiamo il caso dell’Ucraina: non la si sostiene solo per amore della democrazia, ma i vari attori in campo tengono anche conto della sua posizione geografica strategica e della sua importante produzione alimentare. Analogamente, per Taiwan è la produzione di semiconduttori uno dei grandi incentivi per gli altri Paesi a dirsi pronti a difenderci. Se i cinesi prendessero il controllo delle nostre aziende chiave, sono certo che l’incentivo delle potenze straniere a investire risorse per difenderci diminuirebbe significativamente».

Il modello Hong Kong e il libraio Lam

Nonostante il rumore delle sciabole nello Stretto, Xi Jinping ha in mente una riunificazione applicando il modello Hong Kong. Modello che a Taiwan nessuno vuole. Soprattutto Lam Wing-kee. Nell’ex colonia britannica era uno della “banda dei cinque librai” fondatori della Causeway Bay Books, libreria specializzata in saggi e pamphlet a volte ai limiti del gossip sull’élite del Partito comunista cinese, tra cui lo stesso Xi. Lam venne arrestato nel 2015 assieme agli altri soci. «Sono stato trattenuto in Cina per otto mesi, di cui cinque passati in isolamento. È stato orribile. Ho avuto molta paura», ci racconta mentre ci offre una birra nella nuova libreria che ha aperto tre anni fa al decimo piano di questo anonimo palazzone nel centro di Taipei. Sugli scaffali libri come “If China attacks”, se la Cina attacca – Taiwan, sottinteso – («è uno dei più venduti», dice); “Defying the Dragon”, sfidare il Dragone; biografie su Mao, “Le origini del totalitarismo” di Hannah Arendt; alle pareti bandiere con gli slogan “Hong Kong libera, rivoluzione ora”, e “Sono a favore dell’indipendenza di Taiwan”.

La Cina agirà sicuramente anche qui», racconta Lam, 67 anni, sguardo sornione dietro i suoi occhialini da vista ovali, poche parole ma taglienti, appoggiato alla sedia della sua scrivania. Dietro di lui un piccolo letto a castello dove dorme. «Questa libreria è la mia casa».

Dopo aver “ammesso” le sue colpe in una confessione trasmessa in tv, i cinesi gli permisero di ritornare a Hong Kong. Ma dalla città se n’è andato nel 2019, l’anno delle grandi proteste, e ha deciso di trasferirsi qui, come molti altri dissidenti, temendo di essere in cima alla lista dei ricercati se il governo avesse approvato la proposta di legge sull’estradizione verso la Cina continentale. «Quando sono arrivato a Taiwan, non avevo intenzione di aprire la libreria, di resuscitare la Causeway Bay Books che avevo a Hong Kong. Non avevo soldi. Grazie al crowdfunding, però, ho raccolto 6 milioni di dollari taiwanesi in un solo mese». A fare visita a Lam, dopo l’apertura, è venuta pure la presidente taiwanese Tsai Ing-wen.

Quel concetto, “Un Paese, due sistemi”, che Pechino vorrebbe provare ad applicare anche a Taiwan, «a Hong Kong è già bello che morto da tempo. Il governo cinese non ha mantenuto le sue promesse: Hong Kong non è la più la stessa. Perché mai dovrebbe comportarsi diversamente qui?».

Lam è convinto e si lancia in previsioni: «Non aspettatevi che la Cina risparmi Taiwan: l’invasione è inevitabile. A giudicare dall’età di Xi Jinping, l’annessione dovrebbe avvenire in cinque o sei anni. E io ho intenzione di partecipare alla resistenza: da qui non me ne vado. Se riusciremo a resistere, però, dipenderà molto dall’aiuto che riceveremo dagli Stati Uniti». Alle elezioni del mese prossimo è sicuro che sarà ancora il Dpp a vincere. Non c’è un gran viavai di clienti in questo tardo mercoledì pomeriggio: «Gestire una piccola impresa è difficile. Ma io resisto. Come farà Taiwan».


Lucio Caracciolo – La Svizzera potenza nascosta

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

Il numero speciale di Limes “Svizzera, la potenza nascosta” sarà presentato e discusso l’11 Gennaio 2024 alle ore 18:00 presso l’Auditorio Campus Ovest dell’USI a Lugano con la partecipazione di Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di Limes, Bernardino Regazzoni, già ambasciatore svizzero in Italia, e Marco Solari, già presidente del Locarno Film Festival


Ci vorrebbe “un Bobbio”

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

Sì, ci vorrebbe “un Bobbio” per aiutare l’umanità disorientata di questi ultimi decenni a ritrovare la stella polare che la guidi ad affrontare le gravose questioni pubbliche del presente: la questione ambientale; quella distributiva; quella migratoria.

In effetti, dal secondo dopoguerra in poi, Norberto Bobbio indicò la via maestra su molte delle questioni pubbliche che hanno attraversato la cultura italiana del secondo Novecento. Non venne meno al suo impegno intellettuale fin quasi alla morte, avvenuta esattamente vent’anni or sono, il 9 gennaio 2004, a Torino, che fu pure la sua città natale. Lo fece unendo tre doti importanti per un pensatore. Anzitutto la chiarezza del pensiero e la sobrietà del linguaggio; poi la profonda conoscenza delle opere dei grandi classici della filosofia, della politica e del diritto; infine, l’impegno a svolgere il compito intellettuale con rigore e serietà, benché fosse consapevole che ogni opera umana è caduca e imperfetta e tali considerava anzitutto le proprie.

Bobbio fu un autorevole filosofo della politica e del diritto. Quelli furono i suoi insegnamenti universitari e gli ambiti delle sue pubblicazioni specialistiche. Fu però anche il grande protagonista di alcuni dei più importanti dibattiti culturali italiani della seconda metà del Novecento. Anzitutto quello che si svolse tra il 1951 e il 1955 sui rapporti tra politica e cultura e sul ruolo politico degli intellettuali, in cui difese l’ideale di una politica della cultura. Poi, tra il 1975 e il 1976, il dibattito sull’esistenza di una concezione marxista dello Stato in cui si dimostrò l’inadeguatezza, se non proprio l’inesistenza della dottrina politica marxista. Infine, nel 1994 la discussione sulle ragioni e sul significato della distinzione tra destra e sinistra, che prese le mosse dalla tesi di Bobbio che la distinzione tra i due orientamenti dovesse essere mantenuta sulla base di principi e valori, contro coloro che allora la contestavano perché la consideravano ormai vuota di significato.

I contributi di Bobbio a quei dibattiti sono un esempio di “politica della cultura”, così come lui la intendeva, cioè come un genitivo soggettivo, ovvero come l’unico modo possibile di fare politica per un uomo di cultura: esercitando il dubbio, favorendo il dialogo, impegnandosi per la verità e contro le sue offese con le “falsificazioni di fatti” o le “storture di ragionamenti”. In quanto propria della cultura era una politica cosmopolitica e universalistica, all’opposto di quella nazionalistica e particolaristica, che soltanto a chi ha lo sguardo miope può apparire vantaggiosa.

Bobbio ammirava la virtù della mitezza, che peraltro lui non possedeva, ma che avrebbe voluto avere come tratto distintivo del suo carattere: una virtù che sarebbe stato un errore confondere con l’arrendevolezza e che Bobbio giustificava come “reazione alla società violenta in cui siamo costretti a vivere”. I suoi scritti sulla cultura politica pacifistica sono un grande tributo a questa virtù che potrebbe regnare soltanto ove vi sia gentilezza di costumi.

Ebbene sì, ci vorrebbe ancora “un Bobbio”, anche per questi nostri tempi tristi. Anche oggi, non solo durante la Guerra fredda, le falsificazioni di fatti e i ragionamenti fallaci non hanno argine; anche oggi è fin troppo facile, per chi manovra le leve del potere economico, avere l’ultima parola; anche oggi, non solo nell’Italia delle due chiese, il dubbio e la perplessità non hanno diritto di cittadinanza. Sì, oggi ci vorrebbe ancora “un Bobbio” per non farci dimenticare che la politica è poca cosa senza principi e senza valori; e che la peggior politica è quella di chi ripete il ritornello della fine delle ideologie, ma sottace che quella politica “pragmatica” (come usa dire) è una politica almeno altrettanto ideologica di quella di chi invece non ritiene desueto affermare principi e valori. Sì, ci vorrebbe almeno “un Bobbio”; ma forse oggi uno solo non basterebbe a risvegliare la nostra coscienza critica.

Fra le principali opere di Norberto Bobbio, si veda “Politica e cultura”, Einaudi, 2005; è stato recentemente ripubblicato anche il volume “Destra e sinistra – Ragioni e significati di una distinzione politica – Edizione del trentennale, Prefazione di Nadia Urbinati, Donzelli, 2023


Franz Beckenbauer, il semidio che si fece (sin troppo) umano

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

‘Sotto Dio, ma sopra il Cancelliere’: ma anche sopra la legge, a cui si sottrae spesso. La beatificazione post-mortem (se del caso) spetta a Chi di dovere; al cronista, in casi del genere, tocca dire due parole sull’artista, sul mago che accarezza la palla nemmeno avesse le mani al posto dei piedi, sull’allenatore che vince un Mondiale (1990) con la Nazionale, ma anche sul trafficone che approfittando del suo prestigio e del suo statuto di intoccabile, intasca milioni in contratti ufficiali legando il suo nome a molti prodotti (persino alle minestre Knorr), ma soprattutto in nero o attraverso un prestanome per sfuggire alle tasse. L’artista insomma, come sempre, va separato dall’uomo, dal figlio di un impiegato postale nato nel 1945, cresciuto nel quartiere popolare di Seibling, nella Monaco di Baviera piena di Storia e di macerie, come tutta la Germania sconfitta e umiliata. I ragazzi giocano per strada fra i detriti, non hanno nemmeno i soldi per comprarsi un pallone vero, ma uno si segnala per stupefacente abilità circense nel palleggio, non importa se la sfera è rudimentale (una palla di stracci ed elastici), se di gomma o di duro cuoio, se piccola o grande.

La famiglia Beckenbauer abita di fronte alla sede del ‘Monaco 1860’. Franz sogna di giocare per il club popolare che si contrappone al Bayern della ricca borghesia.

Ma il destino decide altrimenti: a 12 anni affronta i ragazzi del suo club del cuore, litiga con avversario che lo prende a schiaffi. Franz offeso, si annuncia presso i rivali del Bayern che lo faranno esordire in prima squadra a 19 anni e di cui sarà presto capitano per 13 anni, sino al 1977, vincendo 4 campionati, 3 Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinenale. Con la Nazionale esordisce in Inghilterra a 21 anni; nel 1966, perde per 4 a 2 la famosa finale arbitrata dallo svizzero Dienst assistito dal sovietico Bachramov, con la palla dell’inglese Hurst che fa discutere ancor oggi: dentro o fuori? Dentro, dicono i due compari.

Beckenbauer, due volte ‘Pallone d’oro’, comincia da ala sinistra tattica (come il brasiliano Zagalo) anche se il sinistro lo adopera solo per camminare: ma il suo destro è prensile come gli arti dei lemuri del Madagscar. Non riesco a calciare di sinistro? Bene, uso la faccia esterna del piede destro e il problema è risolto. Faceva così anche Mario Corso, ma Beckenbauer lo fa meglio. E segna, 4 reti ai Mondiali del 1966, 2 nel 5 a 0 contro la Svizzera. Poi si accentra, vuol essere il perno del gioco, vuol dirigere l’orchestra e lo fa alla grande con Overath, suo partner perfetto.

Nel 1970, allo stadio Azteca di Città del Messico nella semifinale contro l’Italia persa ai supplementari per 4 a 3, Cera lo aggancia poco prima dell’area di rigore; il lanciatissimo Franz, inarrestabile quando partiva in velocità, non fa in tempo a controllare la caduta: si lussa la spalla destra. Corre il minuto 65. La Germania ha già effettuato le due sostituzione allora concesse. Beckenbauer non fa una piega: rientra con la spalla fasciata e fa comunque il suo. Basta appoggiargli la palla e lui, magari anche da fermo, con la sua preveggenza, sa cosa fare, e lo fa con la consueta facilità, con estrema precisione e misura. Dà ancora l’impressione di sempre: quella di essere un ‘extraterrestre’. Sempre a testa alta, sempre elegante nei movimenti, come un ballerino. Raramente in affanno, si concede al massimo qualche goccia di sudore: diamine, siamo artisti, non volgari calciatori.

Ed eccoci alla terza metamorfosi: l’allenatore Helmuth Schön lo schiera nel ruolo di libero, ma molti sospettano che sia stato Franz a indurlo alla geniale mossa che gli darà fama da ‘mago’. Eduardo Galeano, l’autore uruguaiano appassionato di calcio lo vede così: “dietro non gli sfugge neanche un pallone, neanche una mosca, neanche una zanzare potrebbe passare; e quando si lancia in avanti è un fuoco che attraversa il campo. La migliore definizione del ruolo è la tedesca: Ausputzer, che si può tradurre con ‘quello che spazza via’, che fa pulizia, che fa sparire la palla dalla zona bollente dell’area di rigore. Lui invece fa ripartire l’azione, appoggiando all’uomo giusto a centrocampo, o lanciando direttamente l’attaccante.

Beckenbauer cambia la storia del calcio. Dopo di lui il libero deve avere un piede molto educato, diventa il primo stratega, il primo direttore d’orchestra della squadra. E così nel 1974 la Germania è campione del mondo contro l’Olanda di Cruyff e del portiere Jongbloed che gioco spesso fuori area alla Beckenbauer: tanto forte quanto presuntuosa. È l’apoteosi. Beckenbauer sta a metà strada fra Dio e il Cancelliere. La sua carriera si conclude nei ‘Cosmos’ di New York con Pelè, ma fa in tempo a ritornare in Patria per vincere un altro titolo, il quinto dopo i 4 con il Bayern, con l’Amburgo.

Al ritiro, a 38 anni, dopo un altro anno ai ‘Cosmos’, le cariche e gli onori gli piovono addosso. Ed è qui che cominciano i guai. Beckenbauer entra, come direbbe Bertolt Brecht, im Dickicht der Städte, nella giungla della città, dove la vita non si svolge alla luce del sole, dove l’arbitro non c’è o è facilmente corruttibile. Dove vince il più furbo, quello che fa i falli più astuti e più cattivi. Sorprende però che l’elegantissimo Franz si abbassi a certi livelli. Capo del Comitato Organizzatore dei mondiali del 2006 a casa sua, è accusato dallo ‘Spiegel’ di aver avuto a disposizione 10 milioni di franchi per comperare decisivi voti, e per intascare la sua quota-parte. Ma le prove non sono sufficenti per incriminarlo.

Nel 1910 ha le mani in pasta nell’assegnazione dei mondiali al Sudafrica, nel 1918 e nel 1922 alla Russia di Putin (e della ‘Gazprom’ di cui è uomo-immagine) e del Qatar.

Dice che nel Paese che toglie i passapporti ai lavoratori che costruiscono gli stadi e li ammassa nelle brande dei capannoni-alloggi, “non ha mai visto schiavi in catene”, un po’ come il suo compagno Berti Vogts nel 1978 nell’Argentina che butta a mare dagli elicotteri gli oppositori: “un Paese ordinato, non ho mai visto un prigioniero politico”.

Beckenbauer nasconde i soldi, 1.7 milioni della Fifa a Gibilterra, 2,7 in Svizzera. Dice che per la Federazione Tedesca lavora gratis, ma in realtà ha ricevuto compensi per 5,5 milioni di euro. Quando è scoperto restituisce il 20%. Per tre volte rifiuta la convocazione della Commissione Etica della Fifa, alla quarta si presenta, riceve una sospensione di 90 giorni, presto condonata, e una multa di 7000 franchi. Sui suoi traffici si china anche la procura Svizzera che però, nel 2019, sospende l’indagine per le precarie condizioni di salute del ‘Kaiser’. Di salute e di morale: uno dei suoi 5 figli, il primo l’ha avuto a 18 anni, è morto per un tumore al cervello a 46 anni. Stephan era il prediletto, aveva giocato a calcio ma soprattutto era stato un ottimo allenatore delle giovanili del Bayern. Il cuore di Franz non regge, supera un infarto ma rimane debole. Negli ultimi giorni dice al fratello che spera salo di avere ancora un po’ di tempo per stare accanto alla figlia e al figlio avuto dalla terza moglie.

Sono stati forse i ricordi delle miseria patita dalla sua famiglia durante la guerra a indurlo a una continua corsa per aumentare, e non sempre in maniera trasparente, il suo già ingente capitale. Ma noi ricorderemo in primo luogo il sublime artista, l’uomo che era in simbiosi con la sfera, la sfera dell’illuminato buddista zen Rinpoche: “rotola perché è ineffabile”. Sempre che sia
accarezzata dal piede magico di “Kaiser” Franz.

Nell’immagine: Beckenbauer nella mitica semifinale messicana del 1970 giocata fra Italia e Germania


«Giornalisticidio»: a Gaza un reporter ucciso ogni giorno

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Parla di «giornalisticidio» il Sindacato dei giornalisti palestinesi nel comunicato scritto a poche ore dall’uccisione, domenica, di due reporter palestinesi a Gaza, Hamza Dahdouh e Mustafa Thuria. Hamza era il figlio maggiore di Wael Dahdouh, responsabile di al Jazeera nella Striscia, divenuto il volto dell’attacco all’informazione palestinese: in un precedente bombardamento mirato contro la sua casa aveva perso la moglie, la figlia, un figlio e un nipote; in un secondo, era stato ferito al braccio, mentre il suo cameraman – Samer Abu Daqqa – moriva dissanguato. Poche ore dopo ogni perdita ha ripreso il mano il microfono e continuato il suo lavoro.Gaza è oggi considerata il luogo più pericoloso al mondo in cui fare giornalismo. Ne abbiamo parlato con Shuruq Asad, la giornalista palestinese di Gerusalemme portavoce del Sindacato.

Sono 107 i giornalisti di Gaza uccisi dal 7 ottobre. Parlate di «campagna deliberata» per mettere sotto silenzio l’informazione palestinese e «nascondere la verità sulle atrocità di massa compiute da Israele». Cosa significa essere un giornalista oggi a Gaza? Significa che puoi perdere la vita ogni minuto, perdere la tua famiglia ogni minuto. Significa che sei sfollato dalla tua casa, dal tuo ufficio, dal tuo quartiere. Non hai accesso a internet, all’elettricità, al carburante per viaggiare e lavorare. Significa stare in una tenda al freddo e sotto la pioggia. Significa che non puoi raggiungere i luoghi che hai diritto di raggiungere. Se vieni ferito non hai accesso a cure mediche. Abbiamo perso un collega appena quattro giorni fa: Israele ha rifiutato di evacuarlo per motivi medici.

Non solo uccisioni, ma anche la distruzione delle sedi dei media e le intimidazioni: alcuni giornalisti denunciano minacce telefoniche da parte dello Shin Bet. Israele ha bombardato 73 sedi dei media. Ha colpito gli uffici di Afp, di Reuters, dei canali arabi. Le vite di tutti i giornalisti sono importanti, ma ci sono casi di attacchi mirati contro determinati reporter. Penso ad Hamza e Wael Dahdouh, a Roshdi Sarraj. A Gaza abbiamo 1.200 iscritti al sindacato tra giornalisti, fixer, cameraman. Negli ultimi tre mesi se ne sono aggiunti 600, la situazione lo richiede: giovani laureati in giornalismo hanno iniziato a lavorare subito come freelance. 107 uccisi significa il 9% dei giornalisti di Gaza in tre mesi, almeno un collega ucciso ogni giorno.

Nel comunicato scrivete: «Le nostre pettorine, invece di essere un simbolo universale di protezione, sono diventate il target dei mirini israeliani, al punto che i nostri colleghi di Gaza dicono che quelle pettorine li fanno sentire in pericolo». Domenica il giornalista Anas el-Najar ha annunciato l’interruzione del suo lavoro perché la sicurezza della sua famiglia è più importante che «trasmettere notizie a un mondo che non conosce l’umanità». Che ne è della libertà di informazione?

Questo attacco colpisce il giornalismo in sé, il diritto dei giornalisti a produrre storie e la libertà di espressione. Si bombardano non solo le persone, ma l’intera professione perché questi reporter sono i nostri occhi e i nostri sensi sul campo. Lavorano in una situazione in cui nessun altro al mondo ha mai lavorato. Non è mai accaduto che i giornalisti venissero presi di mira così. Sono molto coraggiosi. Noi proviamo a sentirli ogni giorno, a volte li raggiungiamo, altre volte no per la mancanza di connessione. Israele vuole che abbiano paura, non vuole che riportino le loro storie. Con l’uccisione di giornalisti e medici, con la distruzione delle scuole, Israele demolisce l’intera società civile. Molti ci dicono di non riuscire a raggiungere aree di Gaza perché sono pericolose o perché non hanno più carburante, si muovono a piedi o con gli asini. Quello che riescono a raccontare è solo una minima parte di quanto avviene. Eppure continuano: è il loro lavoro ed è il loro paese, le loro case, i loro quartieri.

Anche nel resto della Palestina i giornalisti sono minacciati. Che tipo di restrizioni subiscono? Abusi se ne registravano già prima del 7 ottobre, il caso di Shireen Abu Akhleh uccisa a Jenin nel 2022 è il più eclatante ma non l’unico.

Faccio la giornalista da 30 anni e sono stata picchiata, imprigionata e umiliata. Hanno invaso il mio ufficio. È la storia di tutti e 3.500 i giornalisti palestinesi. Dal 7 ottobre ci è vietato entrare a Gaza e in Cisgiordania: muoversi tra i 500 checkpoint militari è quasi impossibile. Chi riesce a raggiungere determinate zone, come Nablus o Jenin, subisce ore di umiliazioni ai checkpoint: ci obbligano a spogliarci, distruggono l’attrezzatura, ci lasciano ore ad aspettare. Alcuni numeri che abbiamo registrato come sindacato in Cisgiordania: 113 giornalisti picchiati, 350 abusi ai checkpoint, 50 aggressioni dei coloni, 90 curati per inalazione di lacrimogeni, 36 feriti da arma da fuoco, 58 arresti, 91 raid nelle case o negli uffici. E poi le vessazioni nelle città israeliane: ai giornalisti palestinesi è spesso vietato coprire quanto avviene in Cisgiordania, molti sono stati arrestati per post sui social o per storie ed editoriali. È vietato anche manifestare.

Nel comunicato chiedete ai colleghi nel mondo di prendere posizione.
Molti media occidentali riprendono la versione dell’esercito israeliano senza seguire le regole base del giornalismo, verificare i fatti o riportare fonti diverse. Molti hanno svolto il ruolo di portavoce di Israele e disumanizzato i palestinesi. A me hanno posto domande inaccettabili: siamo sicuri che sia una giornalista? Siamo sicuri che non stia con i miliziani? Siamo sicuri che il suo ufficio ospiti solo l’Afp? Non abbiamo bisogno di prese di posizione ma di professionalità. A Gaza è sotto attacco ed è pericoloso per tutti: se le persone restano in silenzio oggi, resteranno in silenzio anche altrove.

Nell’immagine: l’addio dei colleghi ai giornalisti Hamza Al-Dahdouh e Mustafa Thuraya il 7 gennaio 2024, uccisi da una bomba che ha colpito la loro auto mentre stavano lavorando


Sergio Rossi – Si riempiono le tasche dei 500 supermiliardari a livello mondiale

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Il voto cruciale di Taiwan e le implicazioni internazionali

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

Il 2024 è un anno elettorale importante: dall’India, agli Stati Uniti, dall’Indonesia alla Russia, sono ben 64 i popoli chiamati a scegliere i propri leader, eppure gli analisti definiscono l’imminente voto di Taiwan tra i più importanti e delicati. L’esito dello scrutinio determinerà l’approccio della Cina verso il territorio che considera proprio ed anche il futuro delle relazioni tra Pechino e Washington. Gli Stati Uniti hanno infatti promesso più volte di difendere l’isola in caso di un’invasione militare della Cina. Con toni più forti, rispetto all’anno scorso, il Presidente Xi Jinping ha del resto ribadito pochi giorni fa che “la riunificazione” della Cina con Taiwan è inevitabile.

Il gigante comunista non ha mai governato l’isola democratica di 23,5 milioni di persone, ma, sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina, le minacce della Cina hanno allarmato il mondo, che al momento è dipendente dai semiconduttori di Taiwan, di cui è produttore principale nel mercato globale. Un’industria essenziale nella rivalità tecnologica e militare. Taiwan è al centro della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina anche per la sua posizione geografica nell’Asia-Pacifico.

Le elezioni si svolgono in un momento di tensioni tra Pechino e Washington e tra Pechino e Taipei. La Cina ha aumentato la pressione militare per far valere le proprie rivendicazioni di sovranità sull’isola democratica, che sotto la guida della Presidente uscente Tsai Ing Wen è diventata più visibile al mondo. Lo ha detto lei stessa in una recente conferenza stampa: “Negli ultimi otto anni, Taiwan è cambiata e non è più dimenticata” ha ricordato ai giornalisti “Non provochiamo e non ci arrendiamo” ha continuato “abbiamo conquistato la fiducia della comunità internazionale, dando a Taiwan quella credibilità che permette di affrontare il mondo e la Cina con fiducia e calma”.  

Non ci sono dubbi che il voto di sabato prossimo sarà cruciale per il futuro dell’isola. Potrebbe consolidare la sua precaria sovranità, farla sprofondare in un conflitto con la Cina o avviarla verso l’incorporazione nel suo vicino più grande. La scelta sembra essere tra il confronto o il compromesso con Pechino.

Sono tre i candidati alla presidenza: in testa nei sondaggi è Lai Ching-te, vicepresidente del partito democratico progressista al governo (DPP), feroce difensore della sovranità di Taiwan e del sostegno degli Stati Uniti. Se molti Taiwanesi sono grati a Washington per la sua solidarietà, altri temono che l’amministrazione Biden stia perseguendo soltanto i propri interessi e non quelli di Taiwan. Le sanzioni contro l’industria cinese dei microchip, imposte l’anno scorso per esempio, hanno colpito anche i produttori taiwanesi e le aziende della catena di fornitura, che hanno molti clienti in Cina. 

Per questo il sindaco di New Taipei Hou Yu-ih, candidato del Kuomintang (KMT), dice di voler proteggere Taiwan attraverso il negoziato e il dialogo. Il KMT ha mantenuto del resto i contatti con il Partito comunista; il suo ultimo presidente, Ma Ying-jeou, ha recentemente visitato la Cina proclamando che «sulle due sponde dello Stretto siamo tutti cinesi». L’opposizione vuole ridurre le tensioni ed incrementare gli scambi commerciali con la Cina a cui sono già destinate il 44% delle esportazioni taiwanesi.

Ko Wen-je, leader del partito popolare di Taiwan (TPP), si definisce invece la “terza forza” ed accusa il partito al governo di essere troppo “favorevole alla guerra”, facendo leva su una fetta della popolazione stanca della retorica dei due partiti principali, che non è bastata a risolvere l’ambiguità di Taiwan.

Malgrado le sfumature, è difficile vedere nei manifesti dei tre candidati una soluzione diversa dallo status quo, ossia da un’indipendenza di fatto, ma non formale, che, se proclamata, scatenerebbe le furie di Pechino. La Repubblica di Cina infatti, questo il nome ufficiale di Taiwan, intrattiene rapporti con oltre 70 Stati, ma solo 14 di questi la riconoscono come Stato sovrano.

Nessuno a Taiwan vuole la guerra, ha ribadito l’attuale Presidente, ma si vuole una “pace dignitosa” e un futuro che non assomigli a quello di Hong Kong, dove una silenziosa oppressione ne ha cambiato per sempre il volto. 

C’è chi assicura che nemmeno Pechino voglia un conflitto armato. Il rallentamento economico del gigante asiatico e le presunte divisioni interne al partito sono fonte di grandi preoccupazioni. Xi Jinping sta cercando di mantenere le relazioni con l’Occidente, che non gli perdonerebbe un’invasione militare. Del resto la Cina “non ha fretta” e non ha bisogno di lanciare nemmeno un razzo per incorporare Taiwan: a fare paura sono possibili blocchi commerciali, ma al momento, dicono altri esperti, la Cina ha bisogno di “stabilità”. Gli scenari, la storia, la psicologia sono complicati. 

Il 13 gennaio potrebbe essere il momento della verità: si capirà quanto Taiwan sia determinata a difendere se stessa, a proteggere il suo futuro e il suo stile di vita, diverso da quello del grande vicino, che ha inasprito le intimidazioni e i toni, ma di cui nessuno conosce le vere intenzioni. Strategia e tempistica cinesi saranno più chiare a seconda di come agirà di fronte al volere della popolazione Taiwanese, che con il suo voto, per la prima volta, avrà un impatto sul destino dell’intera regione e oltre.

Nell’immagine: i tre candidati alla presidenza di Taiwan


Aziende Elettriche Ticinesi: la botta elettrica, l’effetto boomerang e i disincentivi

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

In un lungo articolo pubblicato su “Elettricità” (organo dell’associazione delle Aziende elettriche della Svizzera italiana – ESI) si cerca di indorare la pillola della nuova stangata sulle tariffe elettriche 2024 con un serie di frottole che si riassumono nel sottotitolo “Crisi, guerra, clima” per poi ammettere, banalizzandoli, gli indecenti profitti che le grandi aziende hanno di nuovo realizzato nel 2023, anno della prima mazzata tariffale, pur chiedendo miliardi di garanzie alla Confederazione per sostenere le speculazioni sul mercato elettrico, garanzie di cui chiaramente ESI non parla. 

Non una parola sulla liberalizzazione del mercato elettrico che ha indotto anche le nostre aziende a giocare a Monopoli elettrico, perdendo!  Perdite scaricate sui consumatori con due stangate tariffali. Neanche il nucleare appare nell’articolo: sappiamo che nel 2022 il nucleare francese ridotto a metà regime per gravi problemi di manutenzione ed affidabilità aveva contribuito fortemente all’aumento dei prezzi di mercato europeo nel quale operano le nostre aziende. In un Cantone dove, sfruttando ogni valle all’inverosimile, si produce idroelettrico a 5 cts/kWh, pur considerando l’uso reti e tasse varie, è incomprensibile e indifendibile arrivare a pagarlo 42 cts/kWh tariffa SES classe famiglie H1 (fonte Elcom); ESI se ne renda conto e smetta di raccontare mezze verità che diventano frottole clamorose!

 Il boomerang

Ma un effetto positivo, sebbene fondamentalmente contrario alla politica energetica di gran parte delle aziende elettriche, la stangata sulle bollette l’ha avuto: il boom del fotovoltaico!

Nel 2023 in Svizzera sono stati installati 1.5 GigaWatt di nuovo fotovoltaico (3 volte quelli del 2021), contro i 0.7 GigaWatt che la Confederazione (o i suggeritori/consulenti dell’Ufficio Federale dell’Energia, cioè le Aziende elettriche) aveva pianificato dal 2023 in avanti nel “Messaggio sull’Approvvigionamento Elettrico sicuro e rinnovabile” presentato alle Camere a giugno 2021.

Aziende elettriche che da sempre frenano sul rinnovabile distribuito sui tetti delle case, ma si ingegnano a calcolare e ipotizzare penurie di elettricità (Stromlücke) per giustificare nuove centrali nucleari o, new entry, riserve idroelettriche che poi ci rivendono a caro prezzo.

La nuova mazzata del 20% sulle tariffe dal 1.1.2024 consoliderà la crescita del fotovoltaico, un vero Solarexpress che dovrebbe permettere di arrivare fra non molto ai 2 GigaWatt all’anno e raggiungere nel 2035 i 35 TeraWatt/ora (TWh) di nuovo rinnovabile, obiettivo che finalmente le Camere hanno approvato a settembre con l’aggiornamento della Legge sull’Approvvigionamento elettrico (LAEl). Ricordo che finora (LAEl 2017) si puntava a 11 TWhm mentre nel messaggio del 2021 citato si saliva a miseri 19 TWh suggeriti dalle riluttanti aziende, poi appunto corretti a 35 TWh dalle Camere.

Politica aziendale asociale

Ma a parte il boomerang della crescita del fotovoltaico incassato dalle aziende elettriche, le loro asociali politiche aziendali incideranno non poco sui bilanci familiari dei meni abbienti, di chi non abita in casa propria o non ha i mezzi per un tetto fotovoltaico, peggio ancora se riscalda elettrico diretto, impianti a lungo promossi attivamente dalle aziende per aumentare i consumi di elettricità.  Però questo non preoccupa le nostre aziende elettriche, che nel disgustoso finale dell’articolo arrivano a negare che i profitti vadano a spese dei consumatori e nel contempo glorificano i profitti, compresi dividendi straordinari (SES), da loro versati ai Comuni proprietari, profitti scorrettamente prodotti da un servizio pubblico di prima necessità: la distribuzione di energia elettrica che usiamo per cucinare, riscaldare o illuminare le nostre abitazioni.

Politica energetica al contrario

Oltre a frenare da sempre sul fotovoltaico imponendo prezzi di immissione in rete insufficienti, fino alle citate recenti stangate tariffali e conseguente boomerang, le aziende elettriche, con le cresciute tariffe, ostacolano gli obiettivi della strategia energetica 2050 che prevede il passaggio da riscaldamenti a nafta o gas al rinnovabile (pompe di calore in particolare). 

Trasformazione che richiede ai singoli importanti investimenti e di conseguenza viene sussidiata tramite il programma edifici (alimentato dalla tassa sul CO2) come pure in diversi Comuni dal Fer comunale, e in futuro con la Legge clima direttamente dalle casse federali.

 Ma se da una parte lo Stato sostiene finanziariamente chi cambia il sistema di riscaldamento abbandonando nafta o gas per usare elettricità, dall’altra le aziende elettriche con gli aumenti citati e gli utili che generano sulla distribuzione di elettricità la rincarano al punto da disincentivare il cambio di sistema o castigando coloro che hanno optato per la pompa di calore che si trovano a dover consumare elettricità a prezzi elevati. 

Le nostre riserve elettriche

Concludo con l’ultimo, in ordine cronologico, dei maggior oneri a carico dei consumatori che apparirà sulle bollette dal 2024: la riserva di energia elettrica. 

Con questa new entry da 1.2 cts/kWh pagheremo anche i costi che le aziende hanno potuto fatturare per riservare una piccola parte dell’accumulo di acqua nei bacini idroelettrici da mantenere a diposizione fino a primavera e da turbinare per il mercato svizzero in caso di carenza di elettricità. 

Nel 2022 erano 600 mio Fr. e nel 2023 sono 53.6 mio per 400 GigaWatt/ora cioè 13.4 cts/kWh. Da notare che i bacini idroelettrici furono costruiti proprio per avere elettricità anche d’inverno: quindi abbiamo già pagato quanto ci rifatturano. 

Inoltre i bacini sono ben colmi anche quest’inverno! 

In queste condizioni pagare per una riserva idroelettrica è come vendere un frigorifero ad un eschimese. L’eschimese di fronte a una simile proposta ci mostra l’indice puntato alla tempia e lo ruota avanti e indietro per alcune volte, noi invece l’acqua che ci appartiene la ricompriamo, e le nostre aziende elettriche si fregano le mani. 

Da notare che nel caso dovessimo effettivamente usare la riserva dovremo anche pagare l’energia al prezzo di mercato che in situazioni di carenza non sarà certamente a buon mercato, mentre in caso contrario, come già avvenuto lo scorso anno,  le aziende possono usare la riserva e rivenderla a piacimento e “pro saccoccia”.

Bruno Storni è Consigliere nazionale (PS)
Nell’immagine: frigoriferi agli eschimesi


Sfruttati di tutto il mondo in forte aumento. Ovunque

Definiti “diavoli” dalla copresidente Rosario Murillo, alti prelati, sacerdoti e addirittura presbiteri affrontano ogni giorno l’arresto, l’incarcerazione, l’espulsione dal Paese 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Sono più di 50 milioni le persone che oggi nel mondo vivono in una condizione di «schiavitù moderna». Di queste, 6,4 milioni si trovano in Europa e nei Paesi euroasiatici e 200 mila in Italia, dove i numeri sono cresciuti in modo preoccupante nell’ultimo lustro. Ma il nostro Paese non è il solo in cui si registri un aumento di questo tipo di pratiche lesive della dignità e dei diritti delle persone. Le guerre e gli aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità, le spinte alla crescita produttiva senza remore in alcuni stati come India e Cina, i lavori per i grandi eventi internazionali e le catastrofi naturali stanno delineando un contesto in cui il concetto di «schiavitù moderna» non dipende solo dai meccanismi di sfruttamento del capitalismo. Il Global Slavery Index (Indice mondiale della schiavitù, ndr) del 2023, frutto di cinque anni di analisi e indagini in tutto il pianeta ci offre un quadro impietoso e preoccupante.

CONTRARIAMENTE a quanto siamo abituati a pensare, la schiavitù non è una pratica arcaica legata a società ed epoche ormai passate. Al giorno d’oggi questa assume molte forme ed è conosciuta con molti nomi. In estrema sintesi, si riferisce a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o abbandonare a causa di minacce, violenza, coercizione o inganno. Comprende il lavoro forzato, il matrimonio forzato o servile, la servitù per debiti, lo sfruttamento sessuale commerciale forzato, la tratta di esseri umani, l’asservimento la vendita e lo sfruttamento dei bambini. In tutte le sue forme, la schiavitù moderna origina dalla rimozione della libertà di una persona al fine di sfruttarla per un guadagno personale o finanziario. Quella stessa libertà, ad esempio, di abbandonare un datore di lavoro per un altro, o di decidere se, quando e con chi sposarsi. I più vulnerabili, come sempre, sono donne, bambini e migranti illegali che vengono colpiti dal fenomeno in modo sproporzionato rispetto agli altri campioni presi in esame.

La schiavitù moderna esiste in ogni regione e in ogni Paese, ma il modo in cui si manifesta all’interno di un Paese dipende dalla combinazione unica di fattori caratterizzanti, dalla dimensione e dalla distribuzione dei gruppi vulnerabili all’interno della popolazione e dal modo in cui i governi rispondono a tali fragilità. Ad esempio, il matrimonio forzato è diffuso nei Paesi in cui la cultura patriarcale dominante porta alla disuguaglianza e alla discriminazione di genere, rafforzata in molti casi da leggi che impediscono alle donne di ereditare la terra o dall’assenza di leggi che stabiliscono che l’età minima per il matrimonio è di 18 anni.

Nei Paesi in cui è presente un alto numero di migranti e senza sufficienti tutele lavorative per tali categorie, il lavoro forzato può essere particolarmente diffuso. Ma si registrano anche contesti in cui il lavoro forzato è perpetrato dallo Stato, lasciando alle vittime poche possibilità di ricorso. Si stima che nel 2021 circa 3,9 milioni di persone siano state costrette a lavorare dalle autorità statali. Il lavoro forzato imposto dallo Stato assume molte forme, tra cui l’abuso di leva, il lavoro carcerario obbligatorio o come mezzo di discriminazione razziale, sociale, nazionale e religiosa.

L’INDICE MONDIALE sulla schiavitù di quest’anno ci dice che la maggior parte dei Paesi del mondo, benché si fossero impegnati a sradicare il problema attraverso politiche ad hoc, negli ultimi anni non hanno fatto progressi in tal senso. Al contrario, i grandi eventi, sia sportivi sia mediatici hanno accentuato pratiche di sfruttamento in Paesi la cui disponibilità economica è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni. Si pensi al Quatar o all’Arabia Saudita. Ma anche i vecchi stati egemoni non sono esenti da un peggioramento generale del contesto.

Nell’immagine: una fabbrica di mattoni a Keraniganj, in Bangladesh