Israele-Hamas, perché quello dell’Aia è un verdetto salomonico

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Dal tribunale dell’Onu arriva un verdetto salomonico sulla guerra di Gaza. La Corte Internazionale dell’Aia ordina a Israele di prendere misure per “evitare un genocidio”, limitare i danni ai civili palestinesi e aumentare gli aiuti umanitari, ma (diversamente da quanto richiesto dal presidente francese Macron e da altri leader europei) non ordina al governo di Gerusalemme un cessate il fuoco, non chiede allo Stato ebraico di interrompere le operazioni militari nella Striscia e richiama Hamas all’obbligo di rilasciare gli ostaggi.

Si tratta di una sentenza ad interim: quella definitiva sull’accusa di genocidio rivolta a Israele dal Sudafrica sarà emessa soltanto in seguito, probabilmente fra qualche anno. Ma il giudizio finale sarà verosimilmente influenzato dal comportamento dei due belligeranti dopo questa valutazione provvisoria, tanto è vero che i giudici intimano al governo israeliano di inviare loro un rapporto, entro un mese, sulle decisioni che avrà preso per ottemperare alle deliberazioni emesse ora della Corte.

Il verdetto dell’Aia ha intanto un immediato significato politico, in grado di avere conseguenze concrete sul campo di battaglia. In ambito militare, innanzi tutto, incoraggiando implicitamente l’accordo che William Burns, capo della Cia, l’agenzia di spionaggio americana, ed eminenza grigia della Casa Bianca, sta cercando di raggiungere nella sua nuova missione in Europa e Medio Oriente: il rilascio di tutti i rimanenti 140 ostaggi israeliani in cambio di una tregua di sessanta giorni a Gaza e della liberazione di un numero imprecisato di detenuti palestinesi.

Il potenziale primo atto per il rilancio del grande piano regionale sostenuto da Washington per arrivare da un lato alla pace fra Israele e Arabia Saudita (e per estensione con l’intero mondo islamico sunnita), dall’altro alla ripartenza dei negoziati per creare uno Stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza.

È inoltre possibile che la decisione del tribunale dell’Onu produca conseguenze interne in Israele, influendo sulle crescenti tensioni nel governo di Gerusalemme e dunque sul futuro di Benjamin Netanyahu.

Il primo ministro potrebbe uscirne indebolito o rafforzato a seconda di come la sentenza verrà accolta dall’opinione pubblica nazionale: come il segno che Israele ha esagerato a Gaza, sbagliando tattica nella sua risposta all’aggressione di Hamas del 7 ottobre scorso; oppure come la conferma che il resto del mondo condanna sempre il diritto all’autodifesa dello Stato ebraico, a cui non resta che difendersi da solo, senza ascoltare neppure gli Stati Uniti, il suo migliore alleato.

C’era il rischio che la sentenza dell’Aia dividesse il mondo in due, da una parte i giudici degli Stati pro-Israele, guidati da Usa e Germania, dall’altra quelli anti-Occidente, guidati da Russia e Cina.

Sui punti all’esame della Corte, l’equilibrato verdetto ha invece ottenuto una quasi unanimità, 16 a 1, 15 a 2, dietro la quale sembra di intravedere la mediazione dell’America: non a caso, mentre ciascuna delle due parti in causa, Israele e palestinesi, riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano.

Ovvero, non un’accusa esplicita di genocidio a Israele, ma l’ammonimento a cambiare strategia se vuole evitarla; non l’ordine di fermare la guerra contro Hamas, ma la richiesta di limitare i danni ai civili e aumentare l’assistenza umanitaria.

E il motivo per cui Stati Uniti e Israele non vogliono la fine delle ostilità è che, se finissero adesso, vincerebbe Sinwar, il cervello del pogrom del 7 ottobre: vincerebbe Hamas, esito che per la verità anche il ministro degli Esteri della Ue Borrell aveva considerato inaccettabile.

È il verdetto, insomma, di cui Joe Biden aveva bisogno non soltanto nella sua partita con Netanyahu (d’accordo o in disaccordo con lui, nel loro ultimo colloquio telefonico dei giorni scorsi, secondo versioni contrapposte fornite da Washington e da Gerusalemme), ma pure in chiave elettorale: perché per sperare di battere Trump alle presidenziali il presidente deve mettere fine al più presto alle «strazianti condizioni» in cui versano i civili di Gaza, come le ha definite Joan Donoghue, la presidente (americana) della giuria dell’Onu.

Se c’è davvero lo zampino della Casa Bianca dietro il giudizio dell’Aia, re Salomone non avrebbe potuto fare di meglio.

Nell’immagine: Le delegazioni di Israele e Sud Africa alla Corte dell’Aia


L’intervista a Carla Del Ponte: “Quello dell’Aia non è un processo contro Israele, è un monito perché rispetti i civili”

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Di Liliana Milella, La Repubblica

Ci dica subito Carla Del Ponte, lei che per l’Onu ha fatto parte della commissione d’inchiesta sulla Siria ed è stata procuratrice del caso Milosevic, che impressione le ha fatto leggere la decisione dell’Aia?

«Non ci si poteva aspettare un verdetto diverso da quello che è stato emanato. Era chiaro che la Corte, dopo l’istanza del Sudafrica, doveva esprimersi sul genocidio denunciato e sulle attività belliche di Israele nella striscia di Gaza».

La decisione è stata una, ma si parla di divisioni nella Corte…

«Lo si capisce bene anche dalle misure decise e via via citate nell’ordinanza, perché a ognuna di esse vengono indicati i nomi dei giudici che sono d’accordo e di quelli che invece sono contrari».

Lei parlerebbe di un vincitore e di un perdente?

«Assolutamente no. Innanzitutto perché questa non è una sentenza esecutiva, ma un’ordinanza, ossia contiene delle indicazioni di comportamento per Israele nella Striscia di Gaza. E sono indicazioni, purtroppo, che non hanno neppure un carattere costrittivo».

Che vuol dire? Quindi Israele può anche ignorarle?

«Esattamente, può ignorarle o può criticarle, proprio come ha già fatto».

La Corte però non ha neppure chiesto l’immediato cessate il fuoco che tutti consideravano un ordine necessario.

«Ha deciso così perché ha ammesso il diritto di Israele di combattere nella Striscia, ma rispettando tutte le misure che sono indicate nell’ordinanza e seguendo le rigide regole della Convenzione sul genocidio».

E quali sarebbero?

«Israele, dopo questa ordinanza, dovrebbe prendere le misure in suo potere per prevenire nei Territori palestinesi la commissione degli atti indicati nell’articolo due della stessa Convenzione. In particolare, com’è scritto nell’ordinanza, “l’uccisione di componenti del gruppo”. E ancora “causare danni fisici o mentali”, nonché addirittura “adottare misure per bloccare le nascite”. Stiamo parlando ovviamente di imposizioni brutali per chi chi vive in quella zona e da tre mesi è già vittima di una guerra».

Dunque le stragi a Gaza proseguiranno, non c’era un modo con cui la Corte poteva bloccarle definitivamente?

«Purtroppo no, perché la Corte dell’Aia si occupa preventivamente solo di genocidio e sta avvisando Israele della necessità di prendere tutte le misure necessarie per evitare che i suoi militari commettano gli atti che configurano questo gravissimo crimine. Insomma, la Corte non sta accusando direttamente Israele di mettere in atto un genocidio, ma la richiama all’ordine sull’obbligo di non tenere comportamenti che, di per sé, configurerebbero questo delitto».

Se l’avesse fatto sarebbe sembrata troppo schierata con i nemici di Israele?

«Non era nei poteri della Corte di condannare Israele per aver commesso un genocidio. Bisogna aver chiaro che la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, già adesso, non ha celebrato un processo contro Israele con le prove dei crimini sul tavolo, ma ha verificato se la Convenzione sul genocidio è stata applicata o no».

Il non averlo fatto però giova a Israele e gli lascia le mani libere.

«Da oggi in poi, di fronte all’opinione pubblica mondiale, Israele viene a trovarsi in una situazione molto delicata perché nell’attività bellica sulla Striscia di Gaza dovrebbe rispettare le misure indicate dalla Corte. Poi semmai, quando il conflitto sarà cessato ed eventualmente saranno stati accertati e provati crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nonché il genocidio, toccherà al Tribunale internazionale dell’Aia provare che quei reati sono stati effettivamente commessi, individuare i responsabili, portarli in giudizio, proprio come sta avvenendo in Ucraina».

Netanyahu attacca la Corte che non avrebbe neppure dovuto prendere in considerazione l’accusa di genocidio sollevata dal Sudafrica.

«Ma la Corte non ha assolutamente accusato Israele di aver commesso un genocidio, ma ha messo in guardia questo Stato dal commettere atti che configurerebbero il genocidio».

l ministro della Difesa Gallant dice la Corte non doveva neppure accettare la richiesta “antisemita del Sudafrica”.

«Non è affatto così, perché la legge è uguale per tutti, come i giudici dicono espressamente e con estrema chiarezza nell’ordinanza. Così come affrontano il tema dell’indispensabile assistenza umanitaria, riferendosi espressamente alle terribili condizioni in cui stanno vivendo i palestinesi nella Striscia di Gaza».

La Corte ha chiesto il rilascio “immediato e incondizionato” degli ostaggi catturati da Hamas che, per tutta risposta, ha mostrato un video con tre ragazze israeliane sotto sequestro…

«C’è solo da sperare che gli ostaggi vengano liberati il più presto possibile, anche se la Corte dà un’ovvia indicazione che però ha un valore politico, ma non si traduce in un ordine di immediata esecuzione».

La presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni definisce la decisione dell’Aia “totalmente aberrante mentre si rivive l’antisemitismo e gli orrori del terrorismo islamico”.

«Queste sono dichiarazioni politiche che non hanno nulla a che vedere con le regole della Convenzione sul genocidio, che si applica a qualsiasi popolo, israeliani e palestinesi inclusi».

Nell’immagine: Carla Del Ponte


Un salvatore poco conosciuto e poco riconosciuto

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Sono molte le storie poco conosciute o del tutto sconosciute di persone che hanno compiuto gesti di grande umanità ed altruismo, che vale la pena scoprire e raccontare. Segni di speranza capaci di vincere odio e luoghi comuni consolidati.

Abdol Hossein Sardari è uno di questi. Era lo zio di Amir Abbas Hoveyda, primo ministro del dittatore Scià Mohammad Reza Pahlavi dal 1965 al 1977, giustiziato qualche mese dopo la rivoluzione islamica del febbraio 1979.

Nato nel 1914 a Teheran, di famiglia reale, fu costretto a lasciare l’Iran dopo la caduta della dinastia Qajara. Studiò in Svizzera, università di Ginevra, dove conseguì la laurea in giurisprudenza nel 1936.

Durante gli anni bui della seconda guerra mondial, e in piena occupazione nazista della Francia, si trovava a Parigi in qualità di diplomatico di Teheran. Ben presto si rese conto di cosa stesse accadendo alla popolazione di origine ebrea e, con coraggio e determinazione, il giovane Sardari riuscì a metterne in salvo oltre mille famiglie ebraiche di origine soprattutto iraniana, per un totale di circa duemila persone. Ci riuscì inventando una storia a dir poco inverosimile e assurda. Usando il proprio talento di avvocato e con l’ausilio di alcune lettere e documenti, sostenne una teoria del tutto inventata sull’origine ebraica di queste famiglie.

Egli affermava che nel quinto secolo Avanti Cristo l’imperatore persiano Ciro il Grande aveva liberato gli ebrei di Babilonia dalla schiavitù e che questi erano tornati tutti in Palestina; piu’ tardi un certo numero di persiani si erano avvicinati agli insegnamenti di Mosè, assumendone la religione. Quindi gli ebrei persiani non erano semiti ma ariani “Djougoutes”, una setta inventata ed inesistente. I nazisti gli credettero.

Nel settembre 1941 la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica, temendo la simpatia dello Scià Reza, fondatore della dinastia Pahlavi, nei confronti del nazismo, invasero l’Iran che in effetti firmò poi un trattato con gli alleati. Al diplomatico Sardari venne ordinato di ritornare immediatamente a Teheran: egli si rifiutò di lasciare la Francia, e, correndo rischi considerevoli per la propria vita, usando le proprie finanze mantenne in funzione il suo ufficio permettendo a molti ebrei di fuggire dall’Europa e dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti.

Tornato in Iran nel 1952, fu accusato di cattiva condotta per aver rilasciato quei passaporti durante la guerra. Non riuscendo a difendere la propria reputazione si ritirò dal corpo diplomatico e nel 1955 si trasferì a Londra. Durante la sua vita Abdol Hossein Sardari non rivendicò mai quanto aveva fatto e non chiese mai nulla in cambio, come molti altri “Giusti”. Morì povero in un monolocale di Nottingham nel 1981.

Quanto aveva fatto per il popolo ebraico venne riconosciuto e onorato solo nel 2004 dal Simon Wiesenthal Center di Los Angeles; un importante segno di pace e di umanità in un mondo in cui lo scontro di civiltà sembra farsi ogni giorno piu’ reale. La vicenda dell’avvocato iraniano, per quanto straordinaria, non ha portato all’inserimento di Sardari tra i Giusti nel Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Non è l’unica storia con protagonisti mussulmani che hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei dalla Shoah.

A Tunisi l’organizzazione Gariwo, grazie al suo animatore Gabriele Nissim, nel 2016 inaugurò un “Giardino dei Giusti”, all’interno dell’ambasciata d’Italia, il primo in un Paese arabo. Qui è ricordato pure un ricco nobiluomo, Khaled Abdul Wahab, che negli Anni Quaranta ospitò e protesse decine di ebrei nella propria fattoria.

L’azione dell’avvocato diplomatico Sardari è figlia di una cultura millenaria, fatta di tolleranza, di rispetto e di grande umanità. Una risposta chiara e inequivocabile ai negazionisti mussulmani e non.

Nell’immagine: Abdol Hossein Sardari (con gli occhiali scuri)


Sergio Rossi – La grande “manif” di Bellinzona: perché allora nelle urne vince un’altra narrazione?

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Se ci manca la parola

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

“I mezzi di comunicazione concorrono all’omologazione sociale, modificano il nostro modo di fare esperienza non più in contatto col mondo, ma con la rappresentazione mediatica del mondo” scrive Umberto Galimberti nel suo recente saggio ‘L’etica del viandante’. Vale soprattutto oggi che la comunicazione è divenuta qualcosa di impalpabile, vago, leggero e fluttuante come l’acqua che scorre e non è mai la stessa. La comunicazione omologa soprattutto perché istiga alla pigrizia, alla definizione scontata, acquisita. Insindacabile. Così che le “cose” non hanno più un nome, ma tante definizioni tutte vere salvo il contrario.

L’esempio è sotto i nostri occhi tutti i giorni. Lo scorso 23 gennaio, giusto per concretizzare il concetto, ‘la Regione’ pubblica una pagina redazionale a pagamento della Camera di commercio, che già la cosa in sé potrebbe essere oggetto di una riflessione a parte (la verità ha un prezzo?), ma non è questo il tema che qui mi interessa. Si parla di fiscalità e delle buone ragioni a difesa degli “sgravi” fiscali per i contribuenti più benestanti (con oltre 500mila franchi annui di imponibile). Le virgolette a sgravi hanno un senso che dirò più avanti.

Orbene, nel testo in questione si può leggere la seguente premessa: “visione dottrinale (quella degli oppositori ai sopraccitati sgravi, mia nota) che vede nel fisco solo un’arma per espropriare la ricchezza e intimidire chi la produce”. Complimenti sinceri all’anonimo redattore! Un esempio bellissimo di mistificazione semantica, che utilizzando parole adatte allo scopo (difendere la propria causa) ci spinge a considerare scontato ciò che scontato non è.

Vediamolo assieme. S’inizia col considerare gli oppositori sacerdoti di una dottrina e dunque dogmatici, chiusi nel loro mondo (“visione dottrinale”). E si prosegue utilizzando termini guerrafondai (arma) e giacobini (espropriare, vale a dire portare via d’imperio ciò che non ti appartiene). Gli oppositori alla “riduzione del dovuto” – così si dovrebbero definire le proposte in questione e non “sgravi”, definizione che equipara le tasse, le imposte, a un “aggravio” – vorrebbero appropriarsi di una ricchezza d’altri e, peggio, intimidire chi la produce. In quest’ultimo passaggio, mi sia permesso, l’alterazione semantica fa un vero salto mortale. Non solo si dipingono gli avversari come brutali cosacchi pronti allo stupro dei ricchi, si spaccia anche per assodata una presunta verità sulla ricchezza.

Già, la fantomatica “produzione della ricchezza” usata come totem del capitalismo compassionevole. Orbene, la ricchezza è davvero solo figlia dell’impegno, della volontà e delle capacità del singolo imprenditore che ci mette il denaro (magari ricevuto in prestito da una banca), del singolo proprietario di una catena commerciale o di un qualsiasi azionista? O piuttosto la ricchezza è generata da un insieme di fatiche e di intelligenze che collaborano fra di loro, nei rispettivi compiti, dopo aver stabilito un patto di collaborazione (contratto di lavoro)? Il prodotto finale – la fonte di benessere – non è forse figlio di una comunità produttrice che vive in un dato e voluto contesto geopolitico?

E allora chi espropria cosa e chi intimidisce chi? La verità casomai è un’altra. Tanti, per non dire quasi tutti (oggi poi con l’uso spasmodico degli smartphone!), producono ricchezza; è piuttosto la ridistribuzione della stessa che fa difetto. Dati recenti, pubblicati in Italia, ci dicono che l’1% della popolazione di quel paese possiede il 25% della ricchezza nazionale. C’è da credere che dalle nostre parti non sia molto diverso.

In verità si dovrebbe aumentare l’imposizione fiscale ai contribuenti in questione (quelli, lo ricordiamo, con imponibile oltre i 500mila franchi annui) perché decisamente troppo ricchi rispetto ai “colleghi” che producono, con ruoli diversi, la ricchezza generata in Ticino. È a costoro, e non ai dipendenti dell’amministrazione cantonale, che si dovrebbe chiedere un contributo di solidarietà in tempi decisamente difficili per la maggioranza dei ticinesi. Ricchi, va ricordato, che si sono ancora più arricchiti quando tutti gli altri erano alle strette, ovvero durante la pandemia del 2020/23, e costretti – ma guarda un po’! – a ricorrere al sostegno statale.

Si dovrebbe tornare a dare un nome corretto alle cose, riportando l’esperienza al centro della nostra riflessione, fuori dalla rappresentazione mediatica e autoreferenziale dei social, ma anche dei luoghi comuni, scontati e vuoti. Chicca finale, sempre estratta dall’articolo della Camera di commercio. A un certo punto si precisa che meno tasse ai ricchi significa “modernizzare il nostro sistema tributario (…) che risale a mezzo secolo fa”. Un esempio tangibile di come il moderno non sia sempre sinonimo di progresso. Il sistema tributario in questione, voluto progressivo con molta lungimiranza, è quanto di più democratico e moderno si possa immaginare e non a caso è stato introdotto mezzo secolo fa, quando anche i conservatori credevano nello Stato. Stai a vedere che alla Camera di commercio piace assai di più la ‘tassa piatta’, quella uguale per tutti. Avete presente i premi delle casse malati? Mille franchi al mese per i ricchi e per i poveri, perché tutti si ammalano allo stesso modo. Poi magari, in un’altra occasione, si potrebbe precisare che anche quest’ultima affermazione non è corretta e il Covid ce l’ha dimostrato.

Le finanze dello Stato? Torniamo a ridefinire il pane col pane e il vino col vino, sarebbe già un buon inizio.

Nell’immagine: specchi deformanti per bambini


Il giorno sbagliato per avere ragione

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Di Andrea Fabozzi, il manifesto

Che la giornata della memoria corra da tempo il rischio di scadere nella ritualizzazione e non servire più a molto né per la manutenzione dei ricordi né per il presente lo scrive con preoccupazione anche l’Unione delle comunità ebraiche italiane. Ma perché il 27 gennaio non sia solo un rito si devono respingere quelle interpretazioni museali per le quali bisogna evitare ogni discorso che riporti l’orrore della Shoah nell’attualità e nelle sue tragedie e per le quali quell’abisso si potrebbe dunque solo contemplare, una volta l’anno.

Questo 27 gennaio non può che parlare anche all’attualità del 7 ottobre, al barbaro attacco di quel giorno di Hamas ai civili israeliani e alla carneficina che Israele sta facendo a Gaza da oltre cento giorni. Tanto da rendere possibile l’accusa di genocidio sulla quale si farà sentire oggi la Corte dell’Aja.

Nell’occidente che si riarma e dove cresce ovunque la destra, l’attualità del «mai più», il messaggio più forte della giornata della memoria, è tragicamente più urgente. Ma non è su questo che si appunta l’attenzione qui da noi, anche a causa della leggerezza con la quale la Comunità ebraica nazionale sceglie i suoi interlocutori negli eredi di chi firmò le leggi razziali. Celebrare degnamente il 27 gennaio significherebbe interrogarsi (tornare a farlo) sul perché un popolo di vittime, vittime dell’orrore più grande, possa oggi nella sua larga parte comprendere e giustificare le sofferenze atroci di Gaza e la mattanza inarrestabile di civili che produrrà nuova violenza e nuovi lutti.

Altro che cancellare Hamas. E celebrare degnamente il 27 gennaio significherebbe anche riflettere su come possa accadere che la rabbia di fronte al fiume di sangue di Gaza scateni non (solo) la massima condanna del gabinetto di guerra israeliano, per Netanyahu e per la colonizzazione armata che ne è il retroterra e il fine ultimo, insieme a ogni tentativo di fermarli, ma scateni troppo diffusamente l’odio antisemita verso un intero popolo. Popolo ebraico che invece, non è tutto con i devoti carnefici dell’estrema destra al governo di Tel Aviv, popolo con il quale andrebbero tenute aperte alleanze con l’obiettivo di fermare subito la strage in corso. E spezzare la copertura che i governi occidentali concedono a Netanyahu. La confusione tra la tragedia della Shoa e ogni altra tragedia attuale, compresa quella in corso, allontana invece che avvicinare questo obiettivo.

Come tutti gli impossibili paragoni storici, la similitudine tra l’Olocausto e qualsiasi altra nefandezza della storia è una cretinata. Non solo per l’immensità dei numeri quanto per il carattere di sterminio programmato che ha avuto l’Olocausto, per il suo sorgere imprevisto nel cuore dell’Europa e per l’essere stato efficientemente portato avanti nell’indifferente complicità dei molti. Proprio per questo la sua memoria è fondamentale, perché parla a tutti noi, eredi della zona grigia, non solo agli eredi delle camice brune o nere – che oggi portano a compimento quella forma di non memoria che si chiama cancellazione. La confusione tra Olocausto e qualcos’altro è sempre strumentale e per questo è sempre oscena. Gravissima anche se non sorprendente quando la fa la destra al governo di Israele, che definisce Olocausto l’attacco di Hamas. Gravissima e stupida quando tenta gli amici della Palestina e la sinistra. Per questo convocare una manifestazione contro lo sterminio di Gaza nel giorno della memoria è stata una scelta sbagliata. Funzionale a quella confusione. Utile solo a offrire argomenti agli istinti repressivi del nostro governo.

Vietare la manifestazione sarebbe comunque una scelta grave e inaccettabile. Ma le ragioni di chi continua senza arrendersi a difendere la vita, la verità e la giustizia per la Palestina e grida al mondo l’orrore che Israele sta compiendo vanno tenute alte ogni giorno dell’anno. La mobilitazione per la salvezza di quel che resta di Gaza e di tutte le vite, per la libertà, l’autodeterminazione, i progetti e i sogni dei palestinesi, e quindi per la stessa salvezza di Israele, nei mesi scorsi non ha mai avuto bisogno della chiamata alle piazze di Hamas. Adesso non ha bisogno di provocazioni.

Andrea Fabozzi Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. È direttore del manifesto dal 2023


Tra i russi in fila per il candidato presidente pacifista Nadezhdin: “Una firma per dire ‘no’ al conflitto in Ucraina”

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

Non si illudono mica che cambi qualcosa. Eppure si mettono in fila, anche se ci sono dieci gradi sotto zero e un vento gelido che infilza. Un passante, incuriosito, si ferma e chiede: «Che cos’è? Una visita guidata?». «Macché», rispondono in coro. «Siamo qui per mettere la nostra firma per Boris Nadezhdin». Il sessantenne è l’unico candidato alle presidenziali a definirsi un «oppositore di principio del presidente» e a chiedere la fine dell’offensiva in Ucraina. È soltanto una “speranza” — nadezhda in russo, nomen omen. Ma è tutto quel che resta.
Nessuno dubita che Vladimir Putin uscirà ancora una volta vincitore dal voto del 17 marzo. Gli altri nomi ammessi finora sulla scheda elettorale non sono che comparse accuratamente selezionate. Anzi, puzza un po’ a tutti che la Commissione elettorale abbia permesso a Nadezhdin di avviare la raccolta firme. «La giornalista pacifista Ekaterina Duntsova l’hanno fatta subito fuori. Perché lui no?».
Chi è Boris Nadezhdin

Anche il curriculum desta sospetti. Consigliere comunale di Dolgoprudnyj, vicino a Mosca, Nadezhdin è un veterano della politica. Nel 1998 era assistente dell’allora premier e oggi influente primo vicecapo dell’amministrazione presidenziale Sergej Kirienko.

Poi è stato deputato della Duma nelle fila dell’Unione delle forze di destra di Boris Nemtsov, assassinato nel 2015. Ma quando Putin è salito al potere non è scomparso nell’oscurità della dissidenza come tanti altri.

Si è unito a partiti dell’opposizione sistemica avallata dal Cremlino come Partito della Crescita e Russia Giusta. E ha finito col recitare la parte del “capro espiatorio liberale” nei talk show della tv di Stato. Nel 2016 ha persino partecipato alle primarie di Russia Unita.

Stavolta ha il sostegno di un partito, Iniziativa Civica, creato da un ex ministro dell’Economia, ma non rappresentato in Parlamento. Perciò per candidarsi alla presidenza deve presentare entro il 31 gennaio almeno 100mila firme da almeno 40 delle 89 regioni russe, compresi i territori ucraini annessi.

Il balzo della raccolta firme dopo gli appelli degli oppositori

Nelle prime tre settimane i suoi sostenitori erano riusciti a raccogliere soltanto 25mila firme. Poi sono arrivate le dichiarazioni di sostegno degli oppositori in esilio, dall’ex magnate del petrolio Mikhail Khodorkovskij ai collaboratori del detenuto politico Aleksej Navalny, e le code si sono allungate in tutta la Russia, da San Pietroburgo alla Jakuzia, e anche in 22 Paesi della diaspora come Armenia o Israele.

Il contatore è balzato di colpo: in soli cinque giorni sono state raccolte altre 75mila firme. Traguardo raggiunto. E poi subito superato. Ma la raccolta continua perché la Commissione elettorale potrebbe invalidarle.

«Puntiamo a 150mila firme e a selezionarne 105mila per fronteggiare eventuali contestazioni», spiega la 42enne Maria Neeleva, elegante tubino nero, capa del quartier generale della campagna elettorale moscovita nel cuore dell’esclusivo e centralissimo quartiere Chistye Prudy.

«È un progetto ambizioso. Mi piace farne parte. Abbiamo inaugurato questa sede l’8 gennaio. Ci sono volute 10 lezioni per formare gli oltre 230 volontari. Ogni giorno in media abbiamo raccolto mille firme. Ma il picco è stato domenica: 2.500».

Le accuse: “Una candidatura concordata col Cremlino”

Anche se lui nega, in tanti pensano che Nadezhdin sia un fantoccio del Cremlino. E che gli sia stato permesso di avviare la campagna elettorale soltanto per dare una spolverata di democrazia al voto e anche per dimostrare quanto sia trascurabile il sostegno all’opposizione assegnandogli una percentuale irrisoria. Lo stesso ruolo che ebbe nel 2018 Ksenia Sobchak con il suo 1,68%. Ma ora come ora, in Russia, mettere una firma per Nadezhdin è tutto quel che c’è di più vicino a una protesta.

«Sarà pure una montatura. Ma non è forse una montatura quella in cui viviamo da quasi 25 anni?», chiede Andrej, imprenditore agricolo 53enne tutto imberrettato. È l’ultimo di una coda che si allunga per più isolati man mano che la gente finisce di lavorare. «Firmare — dice — è l’unico modo legittimo di fare sentire la nostra voce».

Un giovane, capello lungo e orecchino, ascolta in silenzio e annuisce. Ci si sente complici anche se ti divide tutto, pure l’età. Si viene qui anche per questo. «Per non sentirsi soli».

Andrej non si illude. «Temo che non vedremo il nostro candidato alle urne. Si sta iniziando a sollevare troppo clamore». Secondo la pubblicazione indipendente Verstka, Nadezhdin «inizialmente era un candidato concordato con il Cremlino», ma ha perso ogni sostegno dopo essersi non solo pronunciato contro l’offensiva, «un errore fatale», ma anche contro Putin.

Lo accusa di «vedere il mondo dal passato e di trascinare la Russia nel passato». La scorsa settimana ha incontrato le madri e mogli dei mobilitati. Se eletto, ha promesso di riportare a casa i soldati e liberare i prigionieri politici. Ha anche definito «sciocchezze da Medioevo” gli attacchi al diritto d’aborto e le leggi contro il movimento Lgbt.

«Se escludono Nadezhdin, il dilemma sarà: votare o non votare?», prosegue Andrej. «Ma decido un passo alla volta». Anche qui si avanza a piccoli passi. Mani in tasca e cappucci in testa. Un volontario si fa strada con un thermos: «Tè caldo?». Un altro si sgola: «Scusateci per l’attesa. Vi ringrazio di essere qui. Siete i nostri anonimi eroi».

Le firme per dire “no” al conflitto in Ucraina

Da Andrej a Polina, la prima della fila, passano un’ora e una generazione. Chioma ramata e pelliccia voluminosa, ha trent’anni e fa la fotografa. «Sono qui per dire “no” a questo conflitto insensato. Non è che ci siano altri modi. Due anni fa ero scesa in piazza, ma non è cambiato nulla».

L’ingresso si apre, ma ci sono gradini da scendere e un’altra fila da fare in un angusto seminterrato su cui si aprono tre stanzette dall’aria stantìa dove operosi volontari compilano gli elenchi. Uno indossa un berretto da Babbo Natale. Firma una studentessa di Kazan, Tatarstan. Firma una giovane coppia di fidanzati di Omsk, Siberia occidentale. Firma una pensionata entusiasta di passaggio da Tula, più a Sud. Ma perlopiù sono giovani, giovanissimi.

Una canzone nell’aria: “Lascia che ti abbracci, fratello”

Fuori, intanto, si è messo pure a nevicare fiocchi obliqui. Per ingannare l’attesa, Lilija Gjuler sfodera la sua chitarra e canta con voce angelica, Prosvistela, “Ha fischiato”, della band Ddt. Il vocalist, Jurij Shevchuk, è stato multato per “fake news” sull’esercito.

«È un auspicio. Contro Putin e contro il conflitto. Non mi sono mai considerata un’attivista e ho poche speranze che cambierà qualcosa, ma voglio difendere la mia posizione civica». In tanti si uniscono alla sua voce quando intona l’ultimo verso: «Il mondo è così piccolo, lascia che ti abbracci, fratello».

Nell’immagine: cittadini russi in fila


L’Europa si ripensi se non vuole sparire

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Partiti e coalizioni sfaldate se non sbriciolate si avviano alle elezioni europee. Le forze che si richiamano alle antiche sinistre tengono, bene o male, soltanto in Germania. La destra è ancora più profondamente divisa tra un Centro che vorrebbe aggregarsi a settori dei liberali e popolari-Cdu e, dall’altra parte, correnti nazionaliste-sovraniste il cui successo metterebbe oggettivamente in crisi gli equilibri che hanno retto finora il governo dell’Unione. Da questo punto di vista le difficoltà della destra hanno una valenza più strategica di quelle dei suoi avversari, ma è ben difficile che esse possano clamorosamente emergere fino a portare a una spaccatura prima del voto. Il “compromesso storico” socialdemocratico-liberale-popolare supererà, allora, la prova dei numeri? La realtà è che le ragioni a fondamento delle antiche “famiglie” politiche europee sono venute meno a causa dei traumi continui degli ultimi vent’anni. Si sono formate nuove “tribù” e i cittadini europei ritengono a grande maggioranza che nessuna di esse sia in grado di risolvere le stesse crisi che le hanno generate: panico pandemico, crollo di fiducia nel futuro, immigrazione e ora le guerre. 

Un salto d’epoca s’impone, e nessuno sembra volerlo affrontare ponendosi la domanda decisiva. Quale ruolo potrà giocare l’Europa sul piano globale? Può ancora presumere di averne? È sul significato geo-politico del continente che ha senso decidere e magari dividersi, non intorno a categorie politiche eredi delle “guerre civili” del XX secolo. Come ridare peso politico all’Unione, sulla base della più realistica coscienza dei suoi limiti economici, strategici e militari? L’Europa, in tutti i suoi Stati, ha vitale interesse a contrastare ogni velleità egemonica, a un equilibrio globale policentrico, a costituire il tavolo della mediazione e del dialogo, a cercare di “lavorare” anche i contrasti dalle radici storico-culturali più profonde. Non mi appello a correnti pur proprie della nostra cultura, che hanno sempre lottato per evitare il clash tra le civiltà. 

Mi appello alla semplice “ragione calcolante”: l’Europa non può difendere il proprio “Stato sociale” che in condizioni di libero scambio, di interconnessione a 360° tra i grandi spazi del pianeta. Ciò non significa affatto mettere in discussione alleanze storiche, ma anzi volerle assicurare, agire per il loro rafforzamento nell’età nuova che si apre. Un Dio ci vuol perdere se non vediamo che l’Occidente oggi, dopo essersi “globalizzato” dal punto di vista del sistema economico, non può in alcun modo pretendere a una egemonia politica. L’Occidente europeo, Gran Bretagna in testa, è stato egemone fino alla prima Grande Guerra; l’Occidente americano è emerso da allora in tale funzione e con il crollo dell’Urss sembrava giunto alla sua piena affermazione. Da quel momento il ciclo è invece radicalmente mutato. E potrebbe invertirsi. Il “grande spazio” dell’Occidente deve comprenderlo se vuole non solo difendersi, ma essere di nuovo veramente attrattivo per altri popoli e culture (attrazione che non ha nulla a che fare con quella che esercitano le nostre economie nei confronti dei poveri del mondo). 

Come può l’Europa, e dopo la Brexit!, pensarsi esclusivamente secondo la sua “facies” atlantica? E pensarsi e volersi secondo l’integrità delle proprie dimensioni sarebbe “tradire” l’alleato fondamentale e necessario? Esattamente l’opposto, significherebbe piuttosto “salvarlo” da tentazioni egemoniche che oggi possono portare solo a disastri. E collocarlo su una posizione di forza e di autorità anche morale nei confronti di quei regimi che continuassero a coltivarle. Stiamo andando a elezioni europee in cui nessuna delle forze in gioco ci informa su quale posizione intenderà assumere, una volta al governo dell’Unione, nei confronti dei paesi Brics – quel “misero” aggregato, scevro da ogni velleità ideologica, di potenze economiche, che, con i nuovi, recenti ingressi, rappresenta il 47% della popolazione e il 36% del Prodotto lordo del pianeta.

Alla crescita di questi soggetti, Cina e India in primis, fanno riscontro le grandi, evidenti difficoltà, culturali e istituzionali, dell’America, dove se le cose non cambieranno per via giudiziaria (ma problemi giudiziari gravano anche su Biden) vincerà Trump e comunque si andrà a un confronto tra due maschi in età senile, quale mai si è visto in una competizione democratica. Se questo non è simbolo di decadenza, difficile immaginarne un altro. Un contraccolpo va prodotto, ed è l’Europa che dovrebbe volerlo con tutte le sue forze.

Un contraccolpo andrebbe prodotto anche a casa nostra. Se non si riformano i meccanismi amministrativo-istituzionali che bloccano da decenni le nostre possibilità di sviluppo, se non si riducono drasticamente i costi della stessa inefficienza del nostro sistema, non potremo nei prossimi anni stare nei binari del patto di stabilità, se non tagliando ulteriormente sulla spesa sociale. Nessuna forza politica ci indica dove e come ottenere le risorse necessarie per non aumentare il debito (che giungerà quest’anno al 143% del Pil) mantenendo tuttavia un Welfare decente. E per forza, dal momento che nessuna osa parlare di politiche fiscali, se non ripetendo le une il mantra della lotta all’evasione e le altre, assai peggio, addirittura il demagogico inganno di una possibile riduzione delle imposte. Così come nessuna indica con chiarezza dove tagliare le spese per gli apparati e organismi statali e para-statali, e nessuna denuncia il dramma delle nostre politiche industriali, tanto lungimiranti da giungere a vendere un pezzo di Eni per operazioni di salvataggio a brevissimo periodo, anzi: a scadenza elettorale.

Tra elezioni europee e elezioni americane (e anche le vicende patrie dipenderanno in grande misura dal loro esito) è un bivio che si apre: o le democrazie dell’Occidente si mostreranno capaci di guidare a nuovi patti tra i grandi spazi politici del globo e operare concretamente per la soluzione delle guerre in atto, oppure potranno alla fine reggere alla propria crisi e alle proprie interne contraddizioni soltanto istituzionalizzando politiche di emergenza. Soltanto un regime di perenne emergenza, fondato sui decreti dell’Esecutivo, può far passare nei nostri sistemi sociali il progressivo svuotamento delle politiche di Welfare, l’impoverimento di interi settori di ceto medio, il mix di aumento di spesa militare e riduzione di spesa sanitaria. Esistono ancora nella cultura politica europea gli anticorpi necessari per contrastare e rovesciare questo processo? Non dovremo attendere i posteri per saperlo, basteranno le prossime elezioni.


Un triciclo in emiciclo

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano 

Un triciclo che neanche Stanley Kubrick, nella celebre scena di “Shining” avrebbe potuto immaginare e far inforcare al bambino in fuga nel labirintico giardino dell’albergo abbandonato. È il ricostituito (ma fino a quando?) “triciclo” formato dal centrodestra nostrano, ovvero Centro, PLR e Lega (e con l’Udc tagliata fuori, per decreto), un’alleanza messa in piedi più per necessità che per convinzione, in funzione della volontà di trovare una maggioranza parlamentare che possa infine approvare il preventivo 2024 dello Stato.

Ma diciamocelo, non senza una certa inquietudine: il cittadino elettore forse mai come in questo periodo si trova davanti uno scenario dai tratti quasi incomprensibili, in cui puntualizzazioni, comunicati, decisioni (di partiti, di singoli politici, di commissari) si susseguono e si sgranano come un rosario, fra invocazioni e autoassoluzioni .

Il tema, sostanzialmente finanziario, intorno a cui si arroventa da settimane (e forse anche più) il dibattito, con le sue conseguenti polemiche, è di per sé di non facile ed immediata comprensione, specie per chi già di suo riesce a mala pena a far quadrare i conti di casa alla fine del mese. Figuriamoci dunque quanto possa essere chiaro a chiunque cosa significhi mettere mano ai conti del Cantone in relazione al fatto che da una decina d’anni a questa parte il “pareggio di bilancio” è un obiettivo quasi sacro, ancorato addirittura nella costituzione.

Da un decennio insomma, più o meno sottotraccia, cova come brace, un principio che di per sé si può concretizzare in due modi (detto molto rozzamente): con la diminuzione delle spese o con l’aumento delle tasse. Che poi la materia possa essere (com’è) molto più complessa e sfumata di così, è diventata materia per discussioni fra addetti ai lavori (analisti finanziari, economisti, ecc.) mentre la politica ne ha fatto un oggetto sostanzialmente divisorio, adeguatamente impugnato dalle destra in nome di teorie come quelle dello “sgocciolamento”, per puntare tutto sui tagli alla spesa senza toccare la fiscalità se non a favore degli alti redditi.

Con il famigerato “Decreto Morisoli” è come se lo spinoso problema si sia manifestato, dopo anni di tentennamenti e ripensamenti, in maniera drastica ed ineludibile, addirittura con il gravame di un termine (il 31 dicembre 2025) in cui andrebbe definitivamente raggiunto questo benedetto pareggio di bilancio. Il Governo si è visto così costretto a fare l’esercizio concreto di presentare drastiche misure di contenimento della spesa con il risultato di mostrare che così facendo si toccano per forza gangli vitali della vita economica, soprattutto nel settore pubblico.

A tutti è parso immediatamente evidente che si tratta di misure chiaramente impopolari; a cominciare dai membri della Commissione della gestione, poi dei partiti, tutti a prenderne le distanze, eccepire su questo o quel dettaglio, o su tutta l’intera operazione, come sta avvenendo a sinistra (dove, per la verità, 10 anni fa il principio del pareggio era stato accettato, pur a denti stretti).

Il fatto è che ora si evoca il fattore “tempistica”, una congiuntura post-pandemica che ancora sta infierendo sui bilanci di molte famiglie colpite proditoriamente dagli inusitati aumenti del premi di cassa malati e più in generale del costo della vita. Ecco che, a questo punto, l’applicazione delle misure presentate dal Governo diventano un oggetto del contendere di cui si dice di tutto per non assumersene la paternità e la responsabilità, mentre la Piazza comincia legittimamente a farsi sentire, esasperata da una situazione in cui, francamente, la classe politica sta mostrando tutte le proprie debolezze progettuali, abituata com’è, da troppo tempo, ad impugnare argomenti e posizioni dal fiato cortissimo, oggi per domani, dopodomani chissà, si vedrà.

Le reazioni di questi giorni alla mobilitazione di sabato scorso a Bellinzona sono lì a dirci che fra Palazzo e Piazza si sta creando una spaccatura evidente che andrà considerata con la dovuta attenzione e preoccupazione. Giochetti e slogan di comodo forse cominciano ad essere un po’ troppo scoperti, ed i “vergogna” che echeggiavano fra piazza Collegiata ed il Palazzo delle Orsoline sono lì a testimoniare che con soluzioni da “triciclo” come quelle che sembrano emergere in questi giorni, si potrà arrivare all’approvazione del preventivo, ma si accentuerà la sensazione, sempre più diffusa, che nell’emiciclo parlamentare si sta giocando con il fuoco, a furia di accordi di comodo e progetti tutti fondati sulla loro valenza elettorale.

Perché davvero a leggere e ad ascoltare quanto stanno raccontando in questi giorni i vari rappresentanti di Lega, Plr e Centro, c’è da preoccuparsi su quanto poco si riesca a capire di cosa vogliano fare e secondo quale strategia o “visione”. Lo stesso Morisoli, di casa a “Matrioska” di Teleticino, cerca di sottrarsi alle conseguenze del suo decreto (la colpa è del Governo, eh certo, mica sua): e il cittadino elettore dovrebbe riconoscersi in questo modo di procedere?

D’altro canto, proprio quel “fronte” politico ha, per voto popolare e democratico, la maggioranza e dunque potere decisionale. È a quel “fronte” che si deve in buona sostanza, la situazione cui si è arrivati in queste settimane, in questi giorni. E qui varrebbe probabilmente la pena di dire che si potrebbe aprire una “stagione” diversa per la sinistra. La mobilitazione di sabato scorso, frutto di un accordo fra numerose organizzazioni politiche, sindacali e della società civile, ha certamente lasciato un segno, che sta alla sinistra tenere ben vivo e presente, provando magari a considerare questa forma di “attivismo politico” altrettanto efficace ed importante della corsa ad una poltrona. A maggior ragione, se le poltrone si continuano a perdere, come sta avvenendo, nonostante che le si voglia conquistare ad ogni costo. Forse è proprio il caso, oggi, che si persegua un nuovo modello di dialogo con l’elettore e lo si sottragga dai populistici allettamenti e dalle promesse di quel “fronte” che ci ha portati a questo punto. Che la Piazza torni ad essere un punto di incontro, di confronto, di progettualità capace di imporre al Palazzo un’agenda diversa, meno ancorata a logiche di opportunità e convenienza partitica, capace di far capire, per esempio, che le spese potrebbero poi essere anche considerate degli investimenti. Se si vuole pensare davvero al futuro.

Nell’immagine: i “vergogna” che echeggiavano fra piazza Collegiata ed il Palazzo delle Orsoline


Un triciclo traballante e un equilibrio molto precario

Mentre ciascuna delle due parti in causa riceve e subisce qualcosa dalla sentenza, gli Stati Uniti ricevono tutto quello che volevano