Blues per il Giorno della Memoria

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

Il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz, liberò i sopravvissuti, mise fine all’Olocausto. È diventato il Giorno della Memoria: quel dramma indicibile deve essere ricordato perché non deve essere ripetuto. Primo Levi ci ha ammonito: “Può ancora succedere, perché ciò che è accaduto fu opera di uomini come noi”.

Il Giorno della Memoria cade quest’anno in un momento inquietante per una tripla violenza che coinvolge gli ebrei. Quella barbara di Hamas del 7 ottobre: 1’200 israeliani trucidati in un giorno e 240 civili catturati come ostaggi. Quella “scientifica” di Israele a Gaza: 25’000 palestinesi (10’000 bambini) uccisi in tre mesi; centomila abitazioni, scuole, ospedali, moschee, chiese distrutte per rendere Gaza inabitabile e spingere i palestinesi all’auto-deportazione (lo dice lo storico israeliano Shlomo Sand: Le Temps, 16.1.24). Quella della nuova inaccettabile ondata di antisemitismo, ben documentata da Maurizio Molinari su Repubblica (9.1.24). Scrive: “Le minoranze ebraiche (…) che vivono fra San Francisco e Sydney, New York e Londra, Parigi e Milano, sono state oggetto di aggressioni fisiche alle persone e alle proprietà, offese pubbliche e campagne di odio sui social network che hanno risvegliato i peggiori fantasmi del passato”.

Molinari non è però convincente quando spiega il fenomeno e amalgama impropriamente le proteste pubbliche contro la furia distruttiva dell’esercito israeliano e gli atti di intolleranza antiebraici. Trascura un dato che può spiegare perché le proteste contro Israele tracimano verso le comunità ebraiche e scadono talvolta nell’odio antigiudaico: le comunità ebraiche di America, Australia ed Europa non dicono una parola contro la vendetta (che non è diritto alla difesa) d’Israele verso i civili palestinesi ammucchiati a Gaza dopo essere stati scacciati dai territori occupati. Avallano anch’esse l’accusa che Hamas utilizzerebbe i civili come scudo. Ma come si può pretendere, in una regione poco più grande del Luganese (360 km2 contro 308) con un numero di abitanti 16 volte più elevato (2,4 milioni contro 147’000), che i combattenti stiano da una parte e i civili dall’altra? Tanto più se si ingiunge alla popolazione di Gaza di concentrarsi al sud, e poi lo si bombarda dopo avere raso al suolo il nord.

Molinari sbaglia poi a ritenere che chi protesta identifica Hamas con il popolo della Palestina e ritiene quindi che “il 7 ottobre è un pogrom legittimo perché Hamas si batte per i diritti dei palestinesi”! Vi è certo qualche fanatico o sprovveduto che sostiene Hamas, la cui Carta fondativa del 1988 (superata in parte nel 2017) comprende presunte parole del Profeta davvero sinistre se non contestualizzate: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno”. Il contesto era la minaccia fatale di tribù ebraiche e arabi politeisti contro Maometto e i suoi.

Quello di Hamas è un approccio messianico e apocalittico, simile a quello di israeliani con “un’ideologia ebraica messianica, razzista e fondamentalista che non solo ritiene che la Palestina appartenga solo al popolo ebraico (…), ma che pensa di avere la licenza morale di uccidere ed espellere tutti i palestinesi” (Ilan Pappé, storico israeliano, Naufraghi.ch 6.12.23). Il Giorno della Memoria 2024 sarà dunque deprimente. Non si vede per ora che buio e morte. La destra che governa Israele non crede nella soluzione a due Stati. Si appropria a suo modo del noto slogan “From the river to the sea, Palestine will be free”: per lei significa liberare la Palestina… dai palestinesi. Per Hamas liberarla dai colonizzatori ebrei. Per gli idealisti significa una Palestina unitaria e laica, dove ebrei e arabi vivono e collaborano in pace e libertà. Ma per ora (il futuro non è mai scritto…) il sogno si è tramutato in incubo. Rimane solo ciò che sembra il melanconico ritornello di un Blues, non del Far West, ma del Middle East: “From the river to the sea…”.


Il primo Macintosh

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

Da Il Post

Il 24 gennaio di quarant’anni fa un parallelepipedo di plastica beige grande più o meno quanto una scatola da scarpe cambiò in modo significativo la storia dell’informatica. Era il Macintosh, un computer all’apparenza come molti altri prodotti dell’epoca, ma realizzato con un obiettivo ambizioso: rendere i computer davvero personali, strumenti di lavoro e svago per tutti, portandoli fuori dal regno degli hobbisti all’epoca spesso più interessati al funzionamento dei componenti rispetto a ciò che potesse fare un dispositivo.

Il Macintosh ebbe alti e bassi commerciali e Apple non vinse da subito la propria scommessa, ma fu in quell’inverno del 1984 che mise le basi per il proprio successo e per diventare una delle società tecnologiche più ricche e potenti al mondo.

Verso la fine degli anni Settanta Steve Jobs, il cofondatore di Apple, era rimasto molto colpito dalle cose che aveva visto durante una visita al Xerox PARC, il centro di ricerca e sviluppo della società Xerox a Palo Alto, in California. In particolare aveva osservato con ammirazione lo Xerox Alto, un computer che al posto di avere solamente un sistema per digitare i comandi in modo testuale aveva una vera e propria interfaccia grafica, come quella dei computer che usiamo oggi con icone, finestre e oggetti su cui cliccare attraverso un puntatore. Offriva possibilità d’uso molto più intuitive rispetto a scrivere comandi testuali e Jobs decise che il Lisa, un nuovo modello di computer cui stava lavorando Apple, dovesse avere un’interfaccia grafica, anche se all’epoca non c’erano ancora processori potenti a sufficienza per gestirla in modo pratico (lo Xerox Alto aveva bisogno di circuiti che occupavano un mobiletto grande più o meno quanto un minibar).

Lo sviluppo di un processore più potente da parte di Motorola nel 1979 cambiò le cose, rendendo praticabile la strada dell’interfaccia grafica per il Lisa. Più o meno nello stesso periodo l’informatico Jef Raskin aveva convinto i dirigenti di Apple ad affidargli un progetto sperimentale per provare a costruire un computer poco costoso per il mercato di massa. Ne era nato un progetto segreto chiamato “Annie”, ma Raskin riteneva che fosse una scelta sessista attribuire a dei computer nomi di donna e quindi decise di cambiarlo, partendo dal nome della varietà di mela che preferiva: la McIntosh. C’era però un’azienda attiva nel settore dell’audio che già si chiamava così e Raskin decise di apportare una modifica al nome, pur mantenendo il modo in cui suonava e nacque la parola Macintosh. Ancora oggi i computer di Apple sono i “Mac”, proprio in ricordo del dispositivo che più di altri segnò la storia dell’azienda.

Raskin voleva mantenere bassi i costi, di conseguenza aveva pensato a un computer senza interfaccia grafica, con comandi di testo e tasti preimpostati sulla tastiera per inviare determinati comandi ed eseguire i programmi. Nel piccolo gruppo di lavoro non tutti erano però d’accordo e iniziarono a sperimentare la possibilità di inserire il nuovo e più potente processore di Motorola nel Macintosh, in modo che potesse avere la capacità di gestire un’interfaccia grafica. La modifica avrebbe fatto aumentare in modo significativo il prezzo finale del computer e Raskin non era d’accordo, perché riteneva che l’unica possibilità di successo fosse offrire un prodotto poco costoso e accessibile a molte persone.

Jobs fino ai primi anni Ottanta si era tenuto relativamente alla larga dal progetto, perché era coinvolto nello sviluppo del Lisa, dal quale sarebbe stato allontanato nel 1982 per le sue continue proposte di fare le cose diversamente e apportare modifiche. Lavorare con Jobs infatti non era semplice: aveva giudizi sempre molto forti, insultava il lavoro degli altri e aveva un atteggiamento sprezzante. Fu quindi inevitabile che Raskin lasciasse il progetto del Macintosh quando Jobs iniziò a interessarsene e a dedicarci buona parte del proprio tempo, sostenendo che Apple non dovesse preoccuparsi di produrre un computer economico, ma il miglior computer possibile.

Alcune delle scelte sostenute da Jobs furono comunque molto importanti per rendere il Macintosh un computer memorabile, nel bene e nel male, e per differenziarlo dai PC che la grande azienda informatica IBM aveva iniziato a produrre e vendere proprio in quegli anni. Le continue proposte di modifiche e miglioramenti ebbero però l’effetto di ritardare lo sviluppo del Macintosh di quasi un anno, mentre Apple cercava di barcamenarsi con le vendite del Lisa.

Il progetto del Macintosh divenne ufficialmente noto nell’autunno del 1983, quando Apple pubblicò un inserto promozionale in diverse riviste di settore per anticipare caratteristiche e funzionalità del nuovo computer. Jobs voleva che al momento del lancio, previsto per la fine di gennaio del 1984, non si parlasse d’altro e lavorò a una campagna promozionale su più fronti. Oltre alla pubblicità sulle riviste, alla promozione all’interno della rete vendita di Apple e alle interviste in esclusiva per raccontare il nuovo computer, decise che fosse necessario trasmettere una pubblicità di forte impatto nel corso del Super Bowl, il seguitissimo evento sportivo di football che si sarebbe tenuto il 22 gennaio, due giorni prima della presentazione del Macintosh.

La realizzazione fu affidata al regista Ridley Scott, che produsse uno spot entrato nella storia della pubblicità. Scott si ispirò alle ambientazioni distopiche del suo recente film di successo Blade Runner per produrre “1984”, uno spot con un forte riferimento al romanzo di George Orwell 1984, in cui immaginò una società dominata dal totalitarismo del Grande Fratello. Nella pubblicità, una donna scagliava una mazza contro uno schermo in cui veniva trasmesso un discorso del Grande Fratello. Lo spot si concludeva con la scritta: «Il 24 gennaio, Apple introdurrà il Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come 1984».

Inizialmente i dirigenti di Apple non volevano saperne di trasmettere lo spot: lo giudicavano troppo cupo e diverso da tutte le altre pubblicità, senza contare che nelle scene non si vedeva mai il nuovo prodotto. Jobs insistette e ottenne alla fine il sostegno necessario per fare trasmettere lo spot in uno dei costosissimi intervalli del Super Bowl.

Per Jobs il Grande Fratello era IBM che con i suoi computer tutti uguali e senza particolari idee stava uniformando il panorama dell’informatica, mentre la ragazza che lottava contro quel totalitarismo informatico era Apple con il suo nuovo Macintosh. Era un’analogia potente e che poteva fare una certa presa, anche se in realtà i computer IBM e quelli compatibili con IBM potevano essere modificati a proprio piacere, mentre il Macintosh era un sistema completamente chiuso e incompatibile con gli altri PC. Oggi Apple controlla una parte importante del mercato degli smartphone con i suoi iPhone e ha un valore di mercato di oltre 3mila miliardi di dollari, quasi venti volte il valore di mercato di IBM.

La presentazione ufficiale del Macintosh avvenne il 24 gennaio 1984 all’auditorium Flint del De Anza College di Cupertino, in California. Jobs salì sul palco e iniziò elencando tutti gli errori che a suo modo di vedere aveva compiuto IBM nei precedenti trent’anni, disse che ora però l’azienda voleva occupare l’intero mercato dei computer e che Apple era l’unica speranza per contrastarla. Su un grande schermo fu proiettato lo spot andato in onda durante il Super Bowl, poi Jobs raggiunse un altro punto del palco e disse: «Ora vi voglio mostrare il Macintosh in carne e ossa». Tirò fuori il computer da una borsa, collegò la tastiera e il mouse, poi con fare teatrale estrasse da una tasca un floppy disk e lo inserì all’interno del computer, premette un tasto e iniziò la presentazione sulle note della colonna sonora del film Momenti di gloria.

Jobs era visibilmente nervoso, la sera prima le prove erano state difficili, aveva dato in escandescenze e c’era il rischio che la presentazione si inceppasse proprio quando l’attenzione intorno al nuovo computer era massima. Filò invece tutto liscio e il pubblico poté osservare con stupore le capacità grafiche del Macintosh, con intuizioni e accorgimenti mai visti prima sullo schermo di un computer. Icone, finestre, programmi di grafica, editor di testo e animazioni che per l’epoca apparivano rivoluzionarie, soprattutto ai non impallinati e ai non addetti ai lavori, cioè a coloro i quali si stava rivolgendo Apple con quel nuovo prodotto.

Ci furono continui applausi, ma Jobs aveva ancora una sorpresa: «Di recente si è parlato molto del Macintosh, ma oggi per la prima volta voglio che sia Macintosh a parlare di sé». Schiacciò il pulsante del mouse e una voce metallica proveniente dal computer fece sì che il Macintosh si presentasse da solo. «Ciao, sono Macintosh», disse, e poi ancora: «Non sono abituato a parlare in pubblico, ma desidero condividere una massima che mi è venuta in mente quando ho incontrato per la prima volta un computer IBM: mai fidarsi di un computer che non riesci a sollevare». Ci fu un altro grande applauso, la presentazione fu ripresa dalle televisioni e Jobs aveva ottenuto che in quei giorni non si parlasse praticamente d’altro.

Apple mise in vendita il Macintosh a poco meno di 2mila dollari dell’epoca (circa 6mila dollari odierni), ma fu poi costretta a rivedere il prezzo portandolo a 2500 dollari. Il computer costava molto di più di quanto avesse inizialmente immaginato Raskin quando aveva avviato il proprio progetto e molti si chiesero se fosse innovativo a sufficienza da giustificare quel prezzo, rispetto ai computer della concorrenza spesso meno costosi.

Dopo gli entusiasmi dei mesi iniziali, le vendite del Macintosh iniziarono a peggiorare sensibilmente nella seconda metà del 1984. L’interfaccia grafica mostrata sul suo schermo in bianco e nero era una novità importante, quasi avveniristica, ma richiedeva molta più potenza di calcolo rispetto a un computer classico con i comandi testuali. Il Macintosh era lento e inoltre non aveva un disco rigido, di conseguenza si dovevano di continuo sostituire i floppy disk per effettuare operazioni come la copia e il salvataggio dei file. Jobs aveva inoltre preteso che il computer avesse un sistema di raffreddamento passivo quindi senza una ventola che estraesse l’aria calda, perché era convinto che il rumore delle ventole creasse fastidi e distrazioni agli utenti. Il risultato era che spesso i componenti del Macintosh si surriscaldavano, rallentando ulteriormente la sua velocità e portando talvolta alla bruciatura di qualche elemento, tanto da guadagnarsi il soprannome di “tostapane beige”.

A quasi un anno di distanza dalla presentazione, il Macintosh vendeva poco meno di 10mila unità al mese, molto meno di quanto aveva inizialmente sperato Jobs. Apple provò allora a vendere le scorte invendute del Lisa cambiandogli nome in Macintosh XL, con un sistema che emulava il software del Macintosh originale. La decisione non piacque a molte persone all’interno dell’azienda, sia perché veniva spacciato un prodotto per un altro, sia perché si rischiava di danneggiare il nuovo marchio e le sue potenziali evoluzioni future.

All’inizio del 1985 Jobs pensò che fosse arrivato il momento di una nuova campagna pubblicitaria che ricalcasse il successo di “1984”, in modo da rilanciare le vendite. Il nuovo spot fu affidato a Tony Scott, il fratello di Ridley Scott, e l’esito fu disastroso. La pubblicità si intitolava “Lemmings” e faceva riferimento alla leggenda metropolitana sul presunto comportamento suicida dei piccoli roditori artici che si chiamano lemmini.

Nello spot si vedevano manager d’azienda che marciavano verso l’orlo di un burrone dove sarebbero morti, a mostrare quale sarebbe stata la loro fine se avessero continuato a conformarsi all’acquisto di computer IBM. Molti dirigenti d’azienda si sentirono insultati da uno spot che sembrava essere più contro di loro che per loro e non aiutò certo con le vendite dei Macintosh.

Le difficoltà intorno al nuovo computer furono una delle principali cause dei dissapori all’interno della società tra l’allora amministratore delegato John Sculley e Steve Jobs, che alla fine nel 1985 lasciò Apple pensando di poter sviluppare un nuovo tipo di computer con la sua nuova società NeXT. Jobs sarebbe tornato in Apple nel 1997 come CEO della società e fu l’artefice dei più grandi successi dell’azienda, dal rilancio dei Mac agli iPod e fino agli iPhone e agli iPad.

Tra alti e bassi il Macintosh ebbe un ruolo molto importante non solo nella storia di Apple, ma anche in quella dell’informatica. Non fu il primo computer in assoluto ad avere un’interfaccia grafica o il primo pensato soprattutto per un uso domestico e in ufficio, così come non fu il primo computer ad avere un mouse. È però opinione diffusa che il Macintosh fu il primo vero caso di un computer accessibile non solo agli impallinati e agli hobbisti, ma anche alle persone comuni senza particolari conoscenze tecnologiche in un’epoca che era molto diversa dalla nostra e con un’alfabetizzazione informatica estremamente bassa.

A differenza degli altri computer che richiedevano di conoscere comandi testuali, spesso con complicate sequenze, il Macintosh offriva un ambiente tutto sommato familiare e intuitivo con icone su cui cliccare, menu a tendina e la possibilità di trascinare gli oggetti virtuali e modificarli. Questa interfaccia non era appunto una novità, ma era stata semplificata e resa più pratica da utilizzare. Il sistema chiuso, con una forte integrazione tra hardware (i componenti del computer) e software (i programmi), riduceva enormemente le variabili e il rischio che qualcosa potesse andare storto come accadeva invece con i computer assemblati dagli appassionati. Per contro, il Macintosh non poteva essere personalizzato o potenziato, era un sistema totalmente chiuso.

L’approccio dell’alta integrazione tra hardware e software in sistemi su cui non si può praticamente intervenire sarebbe diventato negli anni un punto centrale delle strategie di Apple, sia dal punto di vista commerciale sia per lo sviluppo di nuovi sistemi innovativi sui quali mantenere il massimo del controllo. Steve Jobs era convinto che alle persone interessasse fare le cose con un computer, disinteressandosi completamente di come le facesse. Come disse in una delle interviste concesse poco tempo dopo lo storico lancio del Macintosh: «La maggior parte delle persone non ha idea di come funzioni un’automobile con il cambio automatico, eppure sanno come guidare un’auto. Non devi studiare la fisica per capire le leggi del moto che sottendono alla guida di un’automobile. Non devi capire nessuna di queste cose per usare un Macintosh».

Nell’immagine: un fotogramma dal celebre spot di Ridley Scott


A quell’uomo devo la vita

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

Io sono, vivo, esisto grazie a Nicholas Winton, che salvò dai nazisti 669 bambini, in stragrande maggioranza ebrei, trasportandoli da Praga a Londra. Fra quei bambini c’era anche mio padre Hanus, allora undicenne. 

Winton aveva meno di trent’anni, lavorava nella City di Londra, nel 1938 aveva organizzato una vacanza invernale in Svizzera quando un suo amico laburista gli chiese di raggiungerlo in Cecoslovacchia. Era urgente mettere in salvo migliaia di piccoli ebrei, rifugiati e accampati con le loro famiglie attorno a Praga,  dove erano arrivate dai Sudeti; ma anche di famiglie della borghesia praghese, come nel caso di Hanus. Nella capitale cecoslovacca il giovane broker inglese rimase tre settimane, fu colpito dalle condizioni di vita miserevoli di quegli improvvisati rifugi, soprattutto era convinto che Hitler (a cui gli Occidentali avevano concesso i Sudeti sperando di evitare la guerra) avrebbe invaso il paese. In quei venti giorni a Praga, grazie a un gruppo di collaboratori, fra cui Bill Barazetti (lo svizzero che da Praga collaborò con Nicholas Winton nel salvataggio dei 669 bambini, il cui nome figura in cima alla lista dei “Giusti” svizzeri al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme), Winton gettò le basi organizzative per i viaggi in treno che avrebbero trasferito decine di piccoli in pericolo.

Il film “One life”, ora proiettato anche in Ticino, racconta la storia di Nicky (così si faceva chiamare Winton) e dei bambini sottratti alla follia nazista. Interpretato con la nota bravura, e la grande capacità di coinvolgimento emotivo, da Anthony Hopkins (e per gli anni giovanili da Johnny Flynn).  “La storia straordinaria di un uomo ordinario”, come segnala il libro da cui il lungometraggio è tratto.

Per la prima volta incontrai Nicky al funerale di mio padre. Mentre mi congedavo definitivamente da lui, conoscevo l’uomo che l’aveva salvato negli anni dell’infanzia. Sapevo chi era, e cosa era riuscito a fare Winton, ma trovarmelo davanti, ricevere il suo abbraccio, ascoltare la sua voce calda e pacata, fu un’emozione impossibile da raccontare. Avevo di fronte la persona a cui in fondo dovevo praticamente tutto. 

Lo rividi due anni dopo, nel settembre 2009. Un “ragazzo” che aveva già compiuto cento anni. Eravamo alla Liverpool Street Station di Londra. Insieme ai suoi “figli” e ai suoi “nipoti” (“Winton’s children and grandchildren”, così veniamo chiamati noi in vita grazie a lui) aspettavamo l’arrivo di un treno commemorativo, quello dell’ultimo treno che settant’anni prima doveva partire da Praga con qualche centinaio di piccoli passeggeri e che invece venne bloccato dai tedeschi che nel frattempo e in pochi giorni avevano occupato tutta la Cecoslovacchia: le SS fecero scendere tutti i piccoli passeggeri. Fra loro c’era Franz, il fratello maggiore di mio padre: lui e i miei nonni Greta e Joseph vennero poi deportati al campo di transito  di Theresienstadt, e dopo qualche settimana verso Auschwitz. Nell’ordinatissimo elenco stilato dai nazisti trovai i tre nomi, la data d’arrivo e quella della partenza. Probabilmente, ci disse il direttore del museo del campo, tutti e tre uccisi durante il viaggio verso i lager polacchi, gasati nel camion su cui viaggiavano.

Ogni volta, Winton, che faceva tutto questo senza pretendere un centesimo, e continuando a lavorare come broker,  aveva atteso con impazienza alla Liverpool Street Station l’arrivo di ciascuno degli otto treni su cui i genitori disperati avevano potuto mettere i figli. Quei genitori, mi disse un giorno Hugo Marom, un amico di mio padre e a sua volta uno dei bambini salvati, erano i veri eroi della storia: pur di salvarli affidavano i loro piccoli a degli sconosciuti, non sapevano dove sarebbero finiti, chi se ne sarebbe occupato, né se li avrebbero mai rivisti. 

Al loro arrivo a Londra, Winton aveva già organizzato la distribuzione di quei piccoli spaventati, smarriti ma anche curiosi, che nel convoglio semi-sigillato e da cui non potevano scendere, avevano attraversato la Polonia e l’Olanda prima di arrivare nel Regno Unito; Winton che era stato costretto dal governo inglese a trovare famiglie disposte ad accoglierli in casa e a versare 50 sterline (parecchie all’epoca, e di solito accettavano famiglie della classe media). Ogni bambina e bambino col suo piccolo bagaglio, un cartellino di riconoscimento al collo, e su un grande registro le loro foto. Lui, Nicky, che una volta sistemati tutti quei 669 piccoli profughi non aveva più parlato per anni di questa vicenda con nessuno al di fuori della sua famiglia, Nemmeno i bambini seppero per diverso tempo chi li aveva fatti arrivare nel Regno Unito. Mentre per un certo periodo nel dopoguerra Winton continuò il suo impegno in favore dei rifugiati, lavorando anche per l’ONU.

Fino al 1988, quando il  famoso programma televisivo della BBC “That’s life” scoprì la storia, invitò Nicky in uno studio alla presenza di molti ospiti, raccontò quel che aveva fatto, mostrò le poche foto che documentavano la vicenda, e chiese se in studio ci fosse qualcuno che avesse a che fare con il salvataggio dei bambini, addirittura se fra il pubblico ci fossero degli ex bambini salvati: si alzarono tutti i presenti, tutti “Winton’s children”, e fra loro anche mio padre. Per la prima volta si vide un Nicky commosso, qualche lacrima, lui che aveva sempre ripetuto umilmente ai pochi informati che “semplicemente era una cosa che si poteva fare, che si doveva fare, e che è stata fatta”. Il che fece dire al Dalai Lama: “la sua opera umanitaria è un esempio che tutti dovremmo seguire”. Quella di evitare toni celebrativi, era del resto la promessa che strappò alla figlia Barbara quando decise di aiutarla per la stesura delle sue memorie: “Ha espresso il desiderio – sottolinea Barbara – che il libro evitasse di promuovere un culto acritico dell’eroe o il bisogno di una continua rivisitazione della storia, quanto, semmai, che potesse ispirare le persone a riconoscere che anche loro possono agire eticamente nel mondo e fare una differenza positiva per la vita degli altri, che si tratti di crisi internazionali o della propria comunità”.

La scena della BBC fu un momento televisivo estremamente toccante. Che è stato ricostruito nel film, con la partecipazione di decine di “Winton’s children” invitati a Londra. Anche io e mio fratello coi i nostri figli. Affascinati anche da un Anthony Hopkins estremamente amichevole, molto preso dalla vicenda di Winton, che non smetteva di ringraziare tutti noi che “ci eravamo scomodati per stare con lui sul set del film”. 

Ebbi un’ultima occasione di incontrare Nicky, ormai ultracentenario, in un tiepido pomeriggio, nel suo cottage, alla periferia di Londra, dove una signora gli metteva a posto l’abitazione soltanto tre giorni alla settimana.  Un perfetto padrone di casa, nel suo studio pile di quotidiani, perché come ci disse sorridendo “non sempre ho il tempo di leggerne 3 al giorno”, e poi raccoglitori con nomi di case per gli anziani, che lui aveva contribuito a fondare, impegno che gli era valso il titolo di Sir. In passato, quando usciva di casa per far visita agli anziani, salutava la moglie Grete avvertendola “vado a trovare i miei vecchietti”. Lui era novantenne, quasi tutti i suoi “vecchietti” erano più giovani, anche se lui ripeteva spesso di “averli trovati un po’ giù di morale”. Questo lo spirito che l’ha portato, efficiente e lucido, fino a 106 anni. 

Grazie Nicky. 

  • Il film “One Life” è in proiezione al Cinema Lux di Massagno, all’Otello di Ascona. al Forum di Bellinzona e al Teatro Mignon di Mendrisio

Nell’immagine: Nicholas Winton


Socialisti e Verdi. Capire i perché di una crisi

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

Perché Socialisti e Verdi non si amano (più)? Forse perché i Verdi hanno paura di guardare a sinistra e i Socialisti hanno paura di farsi green? Forse per la sindrome della divisione, sempre e comunque? La crisi ambientale e climatica (oltre che sociale) sempre più evidente – con il 2023 che è stato l’anno più caldo dagli inizi della rivoluzione industriale, tre secoli fa – non dovrebbe dimostrare in totale evidenza che la sua causa prima è proprio il capitalismo con la sua logica del profitto e quindi dell’accrescimento illimitato e che quindi se non si cambia radicalmente modello economico e produttivo / consumistico e di innovazione tecnologica, addio futuro per le prossime generazioni? Lo dice e lo scrive papa Francesco che bisogna uscire dal paradigma tecnocratico, perché non riescono a dirlo anche sinistre ed ecologisti? Sono capaci di sfidare il capitalismo, come propone il titolo del libro del senatore americano e socialista democratico Bernie Sanders, in uscita il 30 gennaio (Fazi Editore)?

Il fallimento anche della recente COP 28 non sta forse a dimostrare che il capitalismo fossile e produttivistico / consumistico sta facendo di tutto – e già si sta preparando per far fallire anche la prossima COP – per rinviare quanto più è possibile la messa in discussione di sé come modello irrazionale? E questo ultimo capitalismo fossile e insieme digitale, sempre uguale ma apparentemente sempre diverso, non sta forse favorendo in tutto il mondo la ri-nascita di forze politiche sovraniste / populiste / postfasciste / antipolitiche e antidemocratiche – ma comunque neoliberali – e quindi negazioniste del cambiamento climatico, appunto per poter continuare l’accrescimento ulteriore di sé come capitalismo di sfruttamento dell’uomo e della Terra (e del profitto privato) e cioè, come si diceva un tempo, è capitalismo di rapina?

Rapina di risorse naturali (non più solo petrolio, ma litio, terre rare, eccetera); rapina di dati personali (la nostra profilazione) per la valorizzazione capitalistica non solo, come un tempo, del nostro lavoro e del nostro consumo, ma anche della nostra vita, ormai non più nostra ma merce anch’essa; rapina di senso di responsabilità verso il futuro (il negazionismo, appunto, o la resilienza che dovremmo indossare come nuovo habitus del nostro adattamento al tecno-capitale); rapina nello sfruttamento tayloristico-digitale del lavoro; rapina nelle disuguaglianze che crea, anche in Svizzera; rapina di conoscenza, sempre più trasferita al machine learning / algoritmi / IA.

Tutto questo non dovrebbe essere intollerabile? La lotta contro questo modello tecnico ed economico irrazionale ed ecocida per sua essenza non dovrebbe appunto accomunare socialisti e verdi – se i socialisti fossero davvero socialisti e ricordassero chi era Karl Marx (che molti errori ha commesso, ma molti di più  sono quelli di chi ha pensato di agire in suo nome) o leggessero la Scuola di Francoforte e riaprissero le pagine ancora attualissime di L’uomo a una dimensione di Marcuse o di Eclisse della ragione di Horkheimer o Minima moralia di Adorno; e se i verdi fossero davvero verdi e leggessero ad esempio l’ambientalista italiano Giorgio Nebbia, ma anch’essi leggessero Marcuse e Horkheimer e Adorno e il Club di Roma? Perché non riescono a costruire una lettura critica dei processi tecnici / tecnologici e capitalistici in corso e sembrano invece rassegnati al capitalismo e alla tecnologia come dato di fatto ormai immodificabile? 

Perché da troppo tempo non hanno più l’abitudine (marxiana, ma anche illuministica e soprattutto umanistica) “a ragionare in grande, cioè per grandi problemi, per grandi prospettive, soprattutto” – come ricordava, in altro tempo e in altro contesto (1987) l’economista e politico italiano Claudio Napoleoni? Proprio la crisi climatica – e quella sociale e quella democratica strettamente connesse – non dovrebbero imporre a socialisti e verdi di ragionare in grande, per grandi problemi e soprattutto per grandi prospettive, invece di lasciar crescere ancora le destre (anche svizzere) e il loro sogno / incubo diventato immaginario collettivo di troppi e fatto di piccolo è bello, nascondiamoci ai problemi globali e rinserriamoci piuttosto nel ridotto nazionale delle banche, dell’egoismo e del qui e ora?

In realtà esiste un problema a monte, che proviamo a riprendere grazie a due libri recenti. Per i socialismi/marxismi, il problema è quello di avere creduto (e per molti, di crederlo ancora) – leggendo soprattutto il primo Marx – che lo sviluppo incessante delle forze produttive capitalistiche e borghesi fosse la fonte unica di progresso e quindi la via necessaria per arrivare alla società comunista (Marx nel Capitale: “il modo capitalistico di produzione si presenta come necessità storica, affinché il processo lavorativo si trasformi in un processo sociale”). Dimenticando che Marx – che non era un dogmatico e per sua ammissione non era un marxista (e rimandiamo all’ottimo saggio di Marcello Musto, sociologo alla York University di Toronto e grande studioso di Marx: L’ultimo Marx – Donzelli Editore) – aveva poi aggiornato e modificato questa lettura unilineare, oltre che (per noi) surreale della storia, difendendo le specificità delle situazioni storiche, sempre comunque confidando nella centralità dell’azione umana per modificare la realtà e produrre cambiamento. 

Perché Marx, come ricorda Musto, aveva come obiettivo quello di “organizzare la lotta per porre fine al modo di produzione borghese e per la completa emancipazione di tutti dal dominio del capitale”. I marxismi novecenteschi hanno invece continuato a riproporre questo dover sviluppare le forze produttive del capitalismo – di fatto lavorando per il tecno-capitale, quindi impedendo ogni autentica emancipazione – in nome di quella religione delle forze produttive criticatissima già nel 1934 dalla filosofa francese Simone Weil e che appunto accomuna(va) capitalisti e marxisti. Mentre oggi queste forze produttive basate sul sempre di più dovrebbero essere almeno contenute, regolamentate e rese sostenibili e soprattutto democratizzate nei loro processi, uscendo laicamente e illuministicamente da questa religione. 

Sviluppo delle forze produttive che oggi si dimostra essere infatti e appunto – ma lo dimostrava già ai tempi dell’ultimo Marx, che forse lo aveva capito – la causa prima se non unica della crisi climatica o, come la definiva Marx, della rottura del ricambio organico tra società e natura. Possiamo allora dire che Marx si era fatto eco-socialista?

Di Kohei Saito – filosofo dell’economia all’Università di Tokyo – abbiamo già scritto l’anno scorso. Ora lo riprendiamo, essendo uscita la traduzione in italiano del suo L’eco-socialismo di Karl Marx (Castelvecchi). Saito si rifà ai quaderni di appunti che Marx aveva dedicato alle scienze naturali e che dovevano essergli utili anche per completare il terzo libro del Capitale (che non poté mai concludere, come il secondo), quaderni pubblicati recentemente per la cura anche dello stesso Saito. Che scrive: “non è possibile comprendere tutta la portata della critica dell’economia politica di Marx se si ignora la sua dimensione ecologica”. Tema anch’esso che aveva portato Marx ad allontanarsi “da ogni forma di ingenuo prometeismo, arrivando a considerare le crisi ecologiche come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico”. In realtà, Saito sembra forse troppo ottimista nel definire Marx un eco-socialista. Sicuramente però i quaderni pubblicati indicano che Marx stava ponendo grande attenzione all’ecologia. Aspettiamo i quaderni successivi per confermare la tesi di Saito, ma le premesse sembrano esserci.

Certo è che noi oggi – con un Marx ecologista o meno – dobbiamo usare, per ciò che ci è ancora utile (ed è molto, marxiani o non marxiani che si sia), anche la critica di Marx al capitalismo. Ma siamo davvero capaci – Sanders – di sfidare il capitalismo?

Nell’immagine: anche in Ticino non è stato un matrimonio d’amore


La resistenza dello spirito

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

Di Edgar Morin, La Repubblica

Se è mezzanotte nel secolo: quando Victor Serge pubblicò il libro che porta questo titolo nel 1939, l’anno del patto tedesco-sovietico e dello smembramento della Polonia, era davvero mezzanotte e una notte irrevocabile stava per addensarsi e prolungarsi per cinque anni.

Non è forse mezzanotte del nostro secolo? Sono in corso due guerre. La guerra in Ucraina ha già mobilitato gli aiuti economici e militari di una parte del mondo, con un conflitto che rischia di estendersi. La Russia non è riuscita ad annettersi l’Ucraina, ma resiste nelle regioni russofone già separatiste. Le sanzioni hanno parzialmente indebolito la Russia, ma hanno anche stimolato il suo sviluppo scientifico e tecnico, soprattutto in campo militare. La guerra ha già avuto conseguenze di vasta portata: una maggiore autonomia a diversi livelli del Sud dall’Occidente e il rafforzamento di un blocco Russia-Cina.

Un nuovo focolaio di guerra si è acceso in Medio Oriente dopo il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, seguito dai letali bombardamenti di Israele su Gaza. Queste carneficine, accompagnate dalle persecuzioni in Cisgiordania e dalle dichiarazioni di annessionismo, hanno risvegliato la sopita questione palestinese. Hanno dimostrato al tempo stesso l’urgenza, la necessità e l’impossibilità di decolonizzare ciò che resta della Palestina araba e di creare uno Stato palestinese. Dal momento che nessuna pressione è stata o sarà esercitata su Israele per raggiungere una soluzione a due Stati, possiamo solo aspettarci che questo terribile conflitto si intensifichi e si allarghi. Questa è una tragica lezione della storia: i discendenti di un popolo perseguitato per secoli dall’Occidente cristiano e poi razzista possono diventare al tempo stesso i persecutori e il bastione avanzato dell’Occidente nel mondo arabo. Il pensiero è diventato cieco. Queste guerre aggravano l’insieme di crisi che colpiscono le nazioni, alimentate dal virulento antagonismo fra tre imperi: Stati Uniti, Russia e Cina. Le crisi si alimentano a vicenda in una sorta di policrisi ecologica, economica, politica, sociale e di civiltà in continua crescita.

Il degrado ecologico colpisce le società umane con il loro inquinamento urbano e rurale, aggravato dall’agricoltura industriale. L’egemonia di un profitto incontrollato accresce le diseguaglianze in ogni nazione e in tutto il pianeta. Le qualità della nostra civiltà si sono deteriorate e le sue carenze sono aumentate, in particolare nello sviluppo degli egoismi e nella scomparsa delle solidarietà tradizionali.

La democrazia è in crisi in tutti i continenti: viene sempre più sostituita da regimi autoritari che, disponendo di mezzi informatici per il controllo delle popolazioni e degli individui, tendono a creare società sottomesse che potremmo definire neo-totalitarie. La globalizzazione non ha creato alcuna solidarietà e le Nazioni Unite sono sempre più disunite.

Questa situazione paradossale si inserisce in un paradosso globale proprio dell’umanità. Il progresso scientifico e tecnico, che si sta sviluppando in modo prodigioso in tutti i campi, è la causa delle peggiori regressioni del nostro secolo. È questo progresso che ha permesso l’organizzazione scientifica del campo di sterminio di Auschwitz; è questo progresso che ha permesso la progettazione e la fabbricazione delle armi più distruttive, fino alla prima bomba atomica; è questo progresso che rende le guerre sempre più letali; è questo progresso che, spinto dalla sete di profitto, ha creato la crisi ecologica del pianeta.

Ci rendiamo conto che il progresso delle conoscenze, moltiplicandole e separandole creando barriere tra le discipline, ha portato a una regressione del pensiero, che è diventato cieco. Legato al dominio del calcolo in un mondo sempre più tecnocratico, il progresso delle conoscenze è incapace di concepire la complessità della realtà e in particolare delle realtà umane. Il risultato è un ritorno ai dogmatismi e ai fanatismi, e una crisi della morale mentre si scatenano gli odi e le idolatrie.

Stiamo andando verso delle probabili catastrofi. Si tratta di catastrofismo? Questa parola esorcizza il male e dà una serenità illusoria. La policrisi che stiamo vivendo in tutto il pianeta è una crisi antropologica: è la crisi dell’umanità che non riesce a diventare Umanità. C’è stato un tempo — non molto lontano — in cui avremmo potuto prevedere un cambiamento di rotta. Ora sembra troppo tardi. Certo, può accadere l’imprevisto. Non sappiamo se la situazione mondiale sia solo disperante o veramente disperata. Questo significa che, con o senza speranza, con o senza disperazione, dobbiamo passare alla Resistenza. La parola evoca irresistibilmente la Resistenza degli anni dell’occupazione (1940-1945), i cui inizi, davvero molto modesti, furono resi difficili dall’assenza di ogni speranza prevedibile dopo la sconfitta del 1940.

Ai giorni nostri, viviamo un’assenza di speranza prevedibile simile a quella, ma le condizioni sono diverse. Non siamo attualmente sotto un’occupazione militare nemica: siamo dominati da formidabili potenze politiche ed economiche e minacciati dall’instaurazione di una società sottomessa. Siamo condannati a subire la lotta tra due giganti imperialisti con la possibile irruzione bellica di un terzo. Siamo trascinati in una corsa verso il disastro.

La prima resistenza è quella dello spirito, che deve saper resistere all’intimidazione di tutte le menzogne propinate come verità e al contagio di tutte le ubriacature collettive. Deve saper non cedere mai al delirio della responsabilità collettiva di un popolo o di un’etnia. Esige che si sappia resistere all’odio e al disprezzo. Pretende la fatica di comprendere la complessità dei problemi senza mai cedere a una visione parziale o unilaterale. Richiede ricerca, verifica delle informazioni e accettazione delle incertezze.

La resistenza implica anche la salvaguardia o la creazione di oasi di comunità dotate di una relativa autonomia (agro-ecologica) e di reti di economia sociale e solidale. La resistenza implica anche il coordinamento di associazioni che si dedicano alla solidarietà e al rifiuto dell’odio. La resistenza preparerebbe così le giovani generazioni a pensare e ad agire per le forze dell’unione, della fraternità, della vita e dell’amore che possiamo concepire come Eros, contro le forze della dislocazione, della disintegrazione, del conflitto e della morte che possiamo concepire come Polemos e Thanatos.

È l’unione, dentro di noi, dei poteri dell’Eros e di quelli di uno spirito responsabile che alimenterà la nostra resistenza alle schiavitù, alle ignominie e alle menzogne. I tunnel non sono infiniti, il probabile non è il certo, l’inaspettato è sempre possibile.

Traduzione di Luis E. Moriones
Nell’immagine: Edgar Morin


Un campione e un uomo d’altra epoca, d’un Paese e d’uno sport diverso

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

La notizia della morte di Gigi Riva è arrivata ieri sera poco dopo le 20 come un fulmine a ciel sereno: perché ‘Rombo di Tuono’ come l’aveva soprannominato Gianni Brera (lo definiva anche ‘tripallico’…) all’ospedale ‘Arnas Brotzu’ di Cagliari, attorniato dalla compagna-moglie Gianna Tofanari e dai figli Nicola e Mauro era non solo lucido, ma anche su di giri, in netto contrasto con la diagnosi dei medici che parlava di un serio problema alle coronarie. Ma alla proposta di intervento Riva aveva negato il consenso. Ci avrebbe pensato, probabilmente avrebbe accettato, ma voleva vedere come passava la notte. Non ce l’ha fatta, malgrado i medici avessero giudicato la sua situazione stabile. Riva si era sentito male a casa, era stato portato al pronto soccorso alle 3 di notte.

A Riad, in Arabia Saudita dove si disputava la Supercoppa Italiana fra Inter e Napoli la notizia è arrivata a partita in corso. All’inizio della ripresa è stato osservato 1’ di silenzio. Il pubblico, ignorante e rozzo, tutto preso dai vari Ronaldo, Neymar e Co. importati a suon di milioni, ha rumoreggiato e anche fischiato tutto il tempo. Il calcio moderno usa e getta, senza cultura e senza memoria, non ha fatto un attimo di silenzio. Lautaro Martinez si è esibito in un copioso sputo, secondo la nuova, indecente prassi nel gioco del calcio: sputo ergo sum. Sono un calciatore, il mio status mi permette di essere sopra le regole della gente comune.

Quanta differenza fra il nostro mondo e quello di Riva. Sono passati 50 anni, sembrano 100 e più. Quei campioni erano nati negli ultimi anni o subito dopo la guerra, di cui portavano il retaggio, le ferite mai rimarginate della gioventù più forte mandata al macello da Mussolini sul Don e nella sacca di Nikolajevka. Riva, il friulano Zoff e gli altri sono fratelli. Hanno conosciuto la povertà, hanno fatto in tempo a vedere le macerie, hanno vissuto il dolore dei compaesani che piangevano quelli che dopo il 1945 non sarebbero mai tornati.

Tutto questo li segna, ma per certi versi segna anche il loro capitale umano: sono di poche parole, grandi lavoratori, leali, onesti. Rispettano l’avversario, le regole, gli arbitri. Riva non si è mai espresso pubblicamente sui mutamenti del gioco da lui praticato, ma i suoi figli hanno raccontato di un uomo che non avrebbe mai usato i ‘social’ per le comunicazioni estremamente banali, ruffiane (‘abbiamo seguito le indicazioni del Mister’) che si leggono il lunedì. Avesse commesso un fallo non avrebbe mai aggredito l’arbitro che osava punirlo (‘Lei non sa chi sono io, come osa?). Non avrebbe fatto finta di volere una nuova esperienza all’estero, venduto dal suo agente per avere la commissione del 10%.

Riva è passato dai campetti dell’oratorio al Legnano in serie C a 18 anni. A 19 lo vogliono due squadre di A, il Bologna, allora molto forte, e il Cagliari. Riva sceglie i sardi, dove sa che non dovrà fare gavetta. Quando la società per far cassa lo vuole vendere alla Juventus, Riva si presenta in sede e dice che smetterà di giocare. In Sardegna ha trovato il grande amore, una donna sposata che per lui si separerà. Ma non basta. Il caso della ‘Dama Bianca’ di Coppi si ripete, anche se su scala minore. L’Italia cattolica e bigotta, se Riva non segna, incolpa la signora Gianna Tofanari.

A un certo punto però anche la critica s’interroga: ma come, un postino svizzero ferma il tripallico Rombo di Tuono? Accade il 21 ottobre 1972. Si gioca al Wankdorf di Berna davanti a 54’000 spettatori, domenica sera. Tale Boffi lo marca in modo strano. Riva gli sfugge una sola volta, nella ripresa. Venerdì sera a fine giornata, all’uscita dalla posta Centrale di Lugano, il postino ha un appuntamento speciale. L’allenatore dei giovani del Lugano di Maurer, Lombardi (papà del giornalista Enrico) gli fa una testa come un pallone spiegandogli che deve guardare unicamente il piede sinistro, sulla destra gli deve lasciar fare ciò che vuole, il destro lo usa solo per camminare, a un certo punto si girerà per forza. Riva lo sorprende una sola volta, nella ripresa. Parte dal centro, prende mezzo metro a Boffi, si ferma improvvisamente, cambia direzione, libera il sinistro ma Prosperi in grande forma para, come aveva parato in modo impossibile una sua punizione deviata nel primo tempo: era scattato sulla sua sinistra intercettando il pallone in volo con il piede destro.

Boffi, contrariamente ai suoi colleghi difensori, è sempre stato corretto. Contrariamente all’austriaco Norbert Hof che nel 1970 al Prater, subito dopo i famosi mondiali messicani (Italia-Germania 4-3, con rete di Riva) entra a forbice da dietro e gli spacca tibia e perone. I compagni di Riva piangono: il piede è rovesciato. L’anno dopo a Roma nella partita di ritorno, Hof è nuovamente in campo: Riva lo saluta con un buffetto e gli stringe la mano.

In Messico, Riva era stato involontario protagonista di un clamoroso incidente diplomatico fra l’Italia e l’ex colonia, l’Etiopia. Si gioca contro un soprendente Israele, e l’Italia non sblocca la partita sino a quando Riva, con un potente colpo di testa, segna al 29’. L’arbitro, il brasiliano De Moraes, convalida, ma sul lato destro del campo si vede un omarino nero che sbandiera. De Moraes s’avvicina, il gurdalinee etiope Seyum Tarekegn annulla per fuorigioco. Telecronista è il mitico Nicolò Carosio, che alla Radio aveva celebrato l’Italia fascista campione del mondo nel 1930 e nel 1934, olimpica nel 1936 a Berlino sotto gli occhi del Führer Carosio non chiama mai il guardalinee per nome, lo definisce ‘l’etiope’; secondo l’ambasciatore con un sottinteso di disprezzo, ma non è vero che gli dà del ‘negro’ come narra la leggenda metropolitana. Ugualmente il direttore della Rai Ettore Bernabei richiama Carosio a Roma, promuove Martellini, manda in Messico il giovane Pizzul come secondo: non lascerà mai più toccare il microfono a Carosio.

Due anni fa Riva assiste alla proiezione di un documentario sulla sua vita. Arrivato in sala fa gli applausi, si siede in prima fila e non trattiene le lacrime. Sa che rivedrà la sua tragica infanzia e adolescenza. A 9 anni il papà, operaio in una fabbrica, viene trapassato da parte a parte da un lastra di ferro. La madre trova lavoro in una filanda e arrotonda lo stipendio come donna delle pulizie. Ma poco dopo muore di cancro. Gigi è affidato alla zia che lo mette in un istituto religioso. Scappa dal primo e anche dal secondo. Regge il terzo. “Ci obbligavano a pregare e solo dopo ci davano il pane. Ci umiliavano perché eravamo poveri”, dirà più tardi.

Riva aveva vinto la povertà con il gioco del calcio, ma guadagnava molto meno di qualsiasi mediocre giocatore moderno nell’epoca dei diritti televisivi venduti per un miliardo di euro a stagione.

Con Riva ospite della TSI e due altri colleghi, ho passato una serata in un ristorante di Cureglia dove una famosa ‘zia pastara’ aveva cucinato apposta per noi in una saletta riservata. Aveva il terrore dell’eccesso, del ‘glamour’ hollywoodiano, dello ‘star-system’ che stava nascendo e che avrebbe imposto un modo di fare innaturale, sopra le righe, artificiale. Non aveva il minimo senso di superiorità, considerava il suo mestiere come quello di suo papà e di sua mamma, aveva la cultura del lavoro,un grande rispetto per i suoi colleghi, persino per i difensori che lo picchiavano e gli sputavano addosso. Capiva che lo facevano per guadagnare la pagnotta, per rimanere in squadra. Capiva la loro fatica, la loro inferiorità professionale. Non ho mai avuto l’impressione di essere a tavole con un mito.

Addio ‘Rombo di Tuono’: quando il cielo si aprirà arrabbiato un’eco ti ricorderà. A lungo.

Nell’immagine: Gigi Riva durante la storica sfida messicana fra Italia e Germania finita 4-3


La morale sessuale tra astinenza e castità

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Nella sua ultima catechesi pubblica papa Francesco ha distinto astinenza e castità sorprendendo non pochi. Ma come? Non sono la stessa cosa? Fare “voto di castità” non significa “astenersi” da ogni relazione sessuale? E poi, seconda obiezione: non sarebbe meglio che la Chiesa smettesse di fare la morale agli altri in materia sessuale, visto che la pedofilia del clero è diffusa dai semplici preti ai cardinali in tutto il pianeta? I temi quindi sono due: 1) astinenza e castità; 2) legittimità della morale sessuale ecclesiastica.

Sul primo aspetto il Papa non ha fatto altro che riprendere una distinzione tradizionale, già il concilio Vaticano II infatti dichiarava che «gli atti con i quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onorevoli e degni» (Gaudium et spes, 49). Si può dare quindi unione sessuale (cioè assenza di astinenza) e “insieme” castità. La castità non coincide sempre con l’astinenza. Vi coincide per coloro che hanno fatto voto di castità, ma per gli altri essa indica lo stile con cui praticare l’unione sessuale, praticata non all’insegna dello sfruttamento e della rapina ma di quella donazione reciproca da cui deriva “casta intimità”.

Il dato di fatto, invece, è che si possono avere rapporti intimi senza che vi sia intimità. Ve ne sono a milioni, forse sono la maggioranza: due corpi si uniscono e due anime rimangono completamente estranee. Il corpo sente, il sentimento non c’è. Calore esteriore, gelo interiore. E la castità, ben lungi dal coincidere sempre con l’astinenza, designa quindi lo stile per giungere alla reale intimità. Lo indica già l’etimologia dell’aggettivo “casto” che in latino significa anzitutto “integro, onesto, leale”. La castità insomma più che il corpo riguarda il cuore. E infatti si può dare anche il caso, purtroppo non così raro, di persone che praticano sì l’astensione da ogni rapporto sessuale ma non sono per nulla caste, perché non lo è la loro interiorità e quindi neppure i loro pensieri e i loro sguardi. Insomma la pratica della sessualità riguarda sia il corpo sia l’anima (o in qualunque altro modo si voglia chiamare l’interiorità di un essere umano), e solo a queste condizioni si può parlare di amore e si fa veramente l’amore, e non della mera ginnastica sessuale in cui il corpo dell’altro ha lo stesso valore di un attrezzo di una palestra.

Per quanto attiene alla legittimità della Chiesa di insegnare in materia di etica sessuale, il discorso va preso un po’ più alla larga. Occorre infatti essere anzitutto convinti del fatto che noi umani abbiamo bisogno di un’etica sessuale che ci indichi quale sia la modalità migliore di vivere la sessualità. Ne abbiamo veramente bisogno? Io penso di sì, ma constato che oggi la posizione dominante pensa di no. Vince infatti l’amoralità. Ho detto “amoralità”, non immoralità: ciò che viene sostenuto non è infatti il comportarsi in modo immorale (nel senso che la vita sessuale sarebbe tanto più ricca quanto più vi siano atti turpi e persino violenti), ma piuttosto l’assenza di ogni indicazione morale perché l’unico codice riconosciuto è il massimo del piacere. Ma è veramente così? Vorrei ricordare Kant: «Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua sia nell’altrui persona, sempre come fine e mai solo come mezzo». Questo imperativo categorico non vale solo per la sfera economica e sociale dell’esistenza, ma anche per la vita sessuale, nella quale anzi gli esseri umani sono di solito più esposti e più indifesi. Per questo io sono convinto della necessità dell’etica anche in ambito sessuale.

Ma la Chiesa è legittimata a parlare in questo ambito? La sua dottrina ufficiale è ritenuta concretamente impercorribile anche dalla gran parte dei cattolici, come dimostra questa affermazione del cardinal Walter Kasper: «Dobbiamo essere onesti e ammettere che tra la dottrina della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia e le convinzioni vissute di molti cristiani si è creato un abisso». La genesi di tale abisso si spiega alla luce del fatto che lungo la storia il cattolicesimo ha messo in rilievo soprattutto l’aspetto negativo della sessualità, stabilendo regole e divieti spesso mortificanti per le ragioni del corpo e del piacere, con il risultato che oggi, tra tutte le grandi tradizioni spirituali, nessuna come il cattolicesimo ha urgenza di una svolta rinnovatrice in materia di morale sessuale.

Io penso che anche così si spieghi la piaga purulenta della pedofilia del clero: per l’incapacità della dottrina ufficiale di comprendere veramente le ragioni e le pulsioni del corpo. Persino le suore, non solo denunciano di subire abusi dal clero maschile, ma sono denunciate esse stesse per averne commessi verso bambine e bambini indifesi.

Se si considera la morale sessuale cattolica nel suo insieme come guardandola dall’alto, l’aspetto che più colpisce è il profilo intransigente. Oltre ai no per così dire scontati (allo stupro, all’incesto, all’aborto, alla prostituzione, alla pornografia, all’adulterio), ve ne sono altri oggi per nulla scontati: no ai rapporti prematrimoniali tra fidanzati, no alla masturbazione, no all’esercizio della sessualità tra persone omosessuali e soprattutto no a ogni forma di contraccezione (sia prima, sia durante, sia dopo il rapporto sessuale).

L’etica della Chiesa cattolica in materia sessuale si presenta come basata sull’oggettività di una presunta “legge naturale” su cui il soggetto dovrebbe normare la propria particolare situazione. Alla prova dei fatti però essa risulta un peso troppo gravoso da portare: lo è a livello pratico, per l’impossibilità di attuarla con efficacia, come risulta dal fatto che la stragrande maggioranza dei cattolici la ignora; e lo è a livello intellettuale, per il massiccio ricorso a ciò che il teologo tedesco Karl Rahner chiamava «cattiva argomentazione in teologia morale». Tutto questo ha condotto la gran parte dei cattolici a non osservare la norma ecclesiastica. Per questo i responsabili della Chiesa hanno il dovere di rivedere profondamente la dottrina in questo ambito, aggiornandola in modo da poter essere di vero aiuto alla vita concreta delle persone. È quanto auspicava il cardinal Martini ed è quello che papa Francesco sta cercando di fare, come dimostra il riconoscimento delle coppie omosessuali come unioni reali di amore.

Solo se intraprende un profondo percorso di rinnovamento in materia di etica sessuale, la Chiesa riuscirà a mettere ordine in casa sua e tornerà a risultare legittimata nel prendere la parola al riguardo. Si tratta di applicare nell’ambito dell’etica sessuale il rinnovamento compiuto nell’ambito dell’etica sociale, dove la Chiesa è passata dal ragionare sulla base di un astratto criterio oggettivo (i diritti della verità) a un più concreto criterio soggettivo (i diritti della persona), decisivo cambio di prospettiva che l’ha condotta dai roghi dell’Inquisizione al rispetto della libertà di coscienza. Il medesimo criterio applicato all’etica sessuale porterebbe la Chiesa alla prima indispensabile apertura consistente in un esplicito sì alla contraccezione (la quale peraltro è lo strumento più efficace per evitare l’aborto).

Qualcuno a questo punto si chiederà se si possa ancora parlare di etica “cattolica”. In realtà non esiste una specifica etica cattolica: l’etica è la scienza del bene, e il bene, per definizione, è universale (è un trascendentale dell’essere, insegna la filosofia scolastica). Non esiste un bene cattolico, così come non esistono una bellezza cattolica e una verità cattolica. Se sono veramente tali, sia il bene sia la bellezza sia la verità sono universali. Quindi l’etica è una e unica, vale per tutti, e la retta coscienza la riconosce immediatamente. Ne consegue che non si tratta di preoccuparsi di salvaguardare lo specifico dell’etica cattolica, ma piuttosto di proporre veramente il bene degli uomini e delle donne di oggi, in questi giorni così difficili che hanno un urgente bisogno di morale, ma non di moralismo.

Nell’immagine: fra le norme più impegnative per i fedeli ci sono quelle su amore e sesso


Arévalo presidente in Guatemala

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

È successo di tutto domenica 14 gennaio in Guatemala all’assunzione a capo di stato del 65enne sociologo ed ex diplomatico Bernardo Arévalo. Ma dopo sei interminabili mesi di tormentata transizione, pur all’ultimo, ci è riuscito. In quella che può essere considerata forse l’unica buona notizia in America Latina da almeno un anno e mezzo a questa parte.

Si era ampliamente imposto al ballottaggio dello scorso 20 agosto dopo aver superato a giugno il primo turno nello stupore generale, visto che, per essere in fondo ai sondaggi, era stato l’unico candidato progressista (a mo’ di foglia di fico) a non essere arbitrariamente escluso dalla contesa dal cosiddetto “pacto de los corruptos” al governo. Che poi, spiazzato, ha tentato di tutto per impedirgli di arrivare all’insediamento manovrando il proprio fedelissimo braccio giudiziario che gli ha scatenato contro una vera e propria persecuzione.

Prima sospendendo la legalità del suo Movimiento Semilla (seme) per presunte irregolarità nella raccolta delle firme all’atto della sua costituzione nel lontano 2019. Poi cercando di annullare l’immunità dello stesso Arévalo, già deputato e segretario del partito, per “finanziamenti illeciti” e per aver presenziato due anni orsono all’occupazione dell’Università San Carlos della capitale, “sobillando” gli studenti che la stavano occupando. Infine incriminando ben quattro dei cinque titolari del Tribunale Supremo Elettorale (che avevano certificato i risultati) inventandosi anomalie durante lo scrutinio e frodi nell’acquisizione del sistema informatico di trasmissione dei dati. Con i relativi inquisiti che sono subito fuggiti all’estero per scampare al carcere.

Il tentato golpe istituzionale, sotto la regia della Procuratrice generale Consuelo Porras, aveva però provocato la reazione di studenti e organizzazioni della società civile e soprattutto la mobilitazione delle autorità ancestrali che da ottobre hanno paralizzato per oltre un mese la circolazione in tutto il paese. E dire che le varie etnie indigene, che costituiscono la metà dell’intera popolazione, non avevano sostenuto Arévalo (della classe media bianca) durante il processo elettorale, per il quale avevano candidato la loro Thelma Cabrera (esclusa dalla contesa). Ma una volta eletto si sono aggregate intorno a lui coscienti che costituisse l’ultimo baluardo per un possibile riscatto da secoli di subalternità coloniale.

Curiosità vuole che il magistrato più fedele della torquemada guatemalteca Porras sia proprio un indigeno maya/kaqchikel, Rafael Curruchiche, a capo della Sezione Speciale contro l’Impunità, che è giunto persino a chiedere l’annullamento tout court delle elezioni e la loro ripetizione. Oltre a tentare di estendere un formale mandato d’arresto (mai eseguito) nei confronti della vicepresidente eletta Karin Herrera.

A questo calvario aveva posto fine solo due settimane fa la Corte Costituzionale (pur senza dirimere sino in fondo i contenziosi giuridici) sentenziando la piena legittimità dell’attribuzione della prima carica dello stato ad Arévalo. Non è un caso che qualche giorno dopo uno dei membri della stessa massima istanza del potere giudiziario sia stato minacciato di morte dai trafficanti di droga locali (legati ai cartelli del confinante Messico). Che insieme a una fetta consistente della storica oligarchia hanno convertito di fatto il Guatemala in un narcostato.

Oltre alle spontanee proteste popolari interne, determinante per l’esito positivo della vicenda sono state le pressioni all’unisono della comunità internazionale. A cominciare paradossalmente da quegli Stati Uniti che nel 1954 (esattamente 70anni fa) rovesciarono con un colpo di stato il decennio della Rivoluzione Democratica guatemalteca di cui fu pure presidente (fra il ’44 e il ’51) il padre di Bernardo Arévalo, Juan José [vedi nota in calce].

Joe Biden aveva disposto già da un paio d’anni (applicando la legge Magnitsy) la sospensione dei visti oltre che sanzioni ad personam ai giudici al servizio del corrotto sistema politico (compreso il congelamento dei conti correnti). Ma il mese scorso ha esteso quei provvedimenti a ben 300 tra funzionari del governo uscente, imprenditori privati e ai 108 deputati della destra che avevano votato per la sospensione dell’immunità ad Arévalo. Con le conseguenti ire del presidente uscente Alejandro Giammattei (tuttora orgogliosamente titolare di un passaporto italiano) per “interferenza negli affari interni” del suo paese.

Allo stesso modo il parlamento europeo si era schierato in difesa del risultato elettorale, tanto più che furono in primo luogo gli osservatori del vecchio continente a ratificare sul posto la regolarità delle consultazioni. Senza contare poi l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) che ha realizzato ben nove missioni per garantire un “ordinato” passaggio dei poteri. Da ultimo ci si era messa pure l’Alta Commissione per i Diritti Umani dell’Onu ad allertare per il “rispetto della volontà popolare” in Guatemala.

Il giorno dell’insediamento

Il peggio sembrava passato e nessuno si sarebbe immaginato quanto doveva succedere il giorno del passaggio delle consegne. Il primo segnale inquietante è venuto dall’assenza del predecessore Giammattei, che nel pomeriggio avrebbe dovuto trasmettere simbolicamente ad Arévalo la fascia presidenziale. Mentre a sovraintendere all’investitura sarebbe toccato da protocollo al presidente del rinnovato parlamento; a sua volta da nominare quella stessa mattina.

Ebbene nella sessione d’esordio della nuova assemblea legislativa è scoppiato il putiferio. Con gli onorevoli della destra che hanno tentato di formare un direttivo a propria immagine, con l’argomento che la legalità del Movimiento Semilla di Arévalo era stata sospesa un paio di mesi prima dall’autorità giudiziaria. Con la conseguenza che i suoi 23 eletti avrebbero potuto insediarsi solo come “indipendenti”. E dunque nell’impossibilità di assurgere alla guida dell’organismo.

La diatriba sembrava non finire mai. E le ore passavano. Con i presidenti di Costarica, Honduras, Panama, Colombia, Cile, Paraguay, Belize e il re di Spagna a fare anticamera. Incaricando però i propri ministri degli esteri, con l’aggiunta di Josep Borrel per l’Unione Europea e del segretario generale dell’Osa Luis Almagro, di sollecitare pubblicamente il regolare proseguo della funzione. Pare persino che la delegazione giunta dagli Stati Uniti abbia premuto sui deputati reazionari perché ponessero fine a quel vergognoso boicottaggio.

Intanto cresceva la tensione per le vie della capitale fra i sostenitori di Arévalo che volevano festeggiare il passaggio di consegne; con alcuni gruppi che tentavano di forzare il cordone della polizia intorno al Congresso riunito.

La procedura prevedeva che se il presidente eletto non avesse giurato entro la mezzanotte, l’esercito avrebbe assunto temporaneamente le redini del paese sotto la supervisione del parlamento.

All’ultimo momento è giunta la votazione decisiva (ai limiti della legalità) per la quale “miracolosamente” 92 deputati sui 160 totali hanno riconosciuto la legittimità del partito Semilla arrivando ad eleggerne persino il 31enne Samuel Pérez al vertice dell’assise. Il quale si è subito trasferito col resto dei parlamentari che lo avevano nominato al Teatro Nazionale Miguel Àngel Asturias. Dove un irrequieto Bernardo Arévalo, entro lo scoccare delle 24, ha fatto giusto in tempo a pronunciare il giuramento con un breve discorso di 25 minuti. Solo che ormai re Felipe VI e il cileno Gabriel Boric, spazientiti, se ne erano andati (pur essendosi con lui incontrati calorosamente qualche ora prima). Con al contrario il colombiano Gustavo Pedro a dichiarare “non me ne vado fino a che Arévalo non sia diventato a tutti gli effetti presidente”.

Solamente alle tre di notte la coppia presidenziale ha potuto affacciarsi dal balcone del Palacio Nacional per rivolgere il loro primo saluto alla nazione; esordendo con un sospirato “ce l’abbiamo fatta”. Per poi recarsi all’esterno della sede della Procura Generale della Repubblica presidiata da ben 107 giorni dalle organizzazioni indigene che chiedevano le dimissioni della magistrata Porras, inquisitrice di Semilla e del suo massimo leader. Invitandole a ritirarsi. Di lì Arévalo ed Herrera si sono trasferiti al Parque Central in mezzo alla gente.

All’alba è giunto infine il turno del giuramento dei ministri del nuovo governo. Sette uomini e sette donne. Fra i quali una sola indigena: Catarina Roquel Chávez al dicastero del lavoro (come un solo nativo è deputato, anch’egli donna). Il che ha lasciato piuttosto deluse le quattro popolazioni native, garifuna, xinka, ladinos e maya (questi ultimi a loro volta suddivisi in 4 ceppi di 22 etnie) e il cui rapporto sarà decisivo per il decollo del nuovo corso. La vice Herrera si era comunque resa presente il mese scorso (su invito) all’insediamento delle nuove autorità originarie dei 48 cantoni di Totonicapán. Che Arévalo ha ringraziato nella sua locuzione inaugurale per il sostegno ricevuto, collocando al centro del programma: “non più razzismi, ne discriminazioni” bensì “partecipazione e rispetto dei diritti umani”; con un auspicio per “l’unità e il dialogo”. “Non c`è democrazia senza giustizia sociale e partecipazione”, ha concluso al riguardo. Recandosi poi due giorni dopo da presidente a una cerimonia tradizionale in una località sacra maya (dopo aver presenziato al Te Deum nella cattedrale).

Le sfide di Arévalo

L’altro nodo ancor più dirimente del suo mandato (di appena quattro anni, senza che sia possibile un bis) è la lotta alla corruzione e il ristabilimento del precario sistema democratico di questo paese. Ma il fatto che Arévalo debba fare i conti con un parlamento che poco controlla gli complicherà oltremodo il percorso. Tanto più che a soli due giorni da capo di stato, la Corte Costituzionale ha disposto l’immediata ripetizione dell’elezione della nuova presidenza del Congresso, invalidando la prima per irregolarità. Col risultato che ai vertici ora c’è l’ex capo della Polizia Nazionale Civile, il moderato Nery Ramos, in sostituzione di Perez (durato appena tre giorni). Con Semilla che, nonostante sia il terzo partito con i suoi 23 seggi, non risulta nemmeno nel direttivo. In compenso Ramos ha ottenuto una maggioranza ancor più amplia con 115 voti (compresi quelli di Semilla) in un incredibile rimescolamento di deputati (alcuni di essi conservatori) passati opportunisticamente sull’altra sponda pur di contare. Allo stesso tempo è improbabile che la procuratrice Porras (già convocata da Arévalo a colloquio) abbandonerà il proprio incarico (e la sua ostilità) prima della scadenza del 2025.

In ogni caso il “patto dei corrotti” è entrato in crisi, per adeguarsi alla nuove circostanze. Con l’ex presidente Giammattei uscito definitivamente di scena, per di più formalmente inibito dal poter entrare negli Stati Uniti. Tanto che ha badato bene di conservare l’immunità subentrando di diritto al Parlamento Centroamericano: istituzione sovranazionale con sede nella capitale guatemalteca, che lui stesso intendeva chiudere per la sua “inutilità”. Anche a suo figlio Eduardo è stato negato l’altro giorno l’ingresso negli Usa all’aeroporto di Miami.

La confindustria locale dal canto suo, facendo buon viso a cattiva sorte, ha optato per congratularsi con Arévalo. Sicuramente hanno avuto il loro peso i severi moniti e le sanzioni individuali decretate dal Dipartimento di Stato Usa. Ma pure il rischio che una persistente instabilità possa pregiudicare ulteriormente le performance di un’economia già di per sé precaria. Che sopravvive grazie anche a un decisivo 20% del pil in rimesse familiari. Che arrivano proprio dagli emigrati negli states.

Per quanto si riferisce invece all’esercito (i cui vertici Arévalo ha riunito per in un atto formle nella Plaza de la Constitución) per decenni protagonista di dittature di generali genocidi come Efraín Rios Montt, avrebbe assunto negli ultimi anni un basso profilo “politico”. Salvo, altra questione delicatissima da affrontare, collaborare discretamente con i narcos per il transito della cocaina verso il nord.

Arévalo, dopo essersi impegnato a rilanciare sanità, istruzione e misure contro il cambio climatico, dovrà poi fare in modo di ripristinare la libertà di espressione e di stampa. A cominciare dalla liberazione dell’ex direttore dell’estinto El Periodico, José Rubén Zamora, condannato lo scorso anno dopo alcuni articoli in cui accennava del malaffare di Giammattei. Dovrà pure favorire il rimpatrio di decine di altri giornalisti che hanno dovuto lasciare il Guatemala. Come altrettanto di numerosi magistrati scappati all’estero per aver praticato in patria l’indipendenza del potere giudiziario.

Da ultimo la politica estera. La delegazione giunta da Washington è stata di basso profilo. Ma Biden ha mandato un messaggio d’incoraggiamento ad Arévalo. Il quale (in cambio) gli aveva già fatto capire che, al contrario di quanto attuato da tutti gli altri paesi della regione, non chiuderà l’ambasciata di Taiwan per aprire relazioni con Pechino.

Più in generale nel suo discorso d’insediamento Arévalo ha menzionato il “crescere di autoritarismi nel mondo e in Centroamerica”. Riferendosi evidentemente alle autocrazie dei vicini El Salvador e Nicaragua, che hanno assistito solo con i loro ambasciatori. Preoccupante pure l’assenza alla cerimonia di Manuel Lopéz Obrador, presidente dell’importantissimo confinante Messico, rimasto forse infastidito dalle premesse fatte alla vigilia da Arévalo sui “diritti” e la “non repressione” del transito dei migranti nell’istmo.

Insomma tanti buoni propositi quelli del neopresidente, consapevole che “ci aspettano tempi duri”. Per ridare un futuro al paese più grande, popolato (17 milioni di abitanti) e ricco quanto disuguale del Centroamerica (con 260 persone che concentrano il 42% del reddito). Non resta che augurargli di propiziare un’altra nuova “primavera” come quella che inaugurò suo padre nel lontano 1944. E le cui note del brano di Antonio Vivaldi sono state fatte non a caso risuonare durante il giuramento.

Nota: cui succedette l’ex colonnello e capo dell’esercito Jacobo Arbenz, di origine svizzera, rovesciato nel ’54 dal golpe della bananiera United Fruit Co e della Cia. Arbenz e Juan José Arévalo furono costretti all’esilio. Quest’ultimo a Montevideo, dove nacque suo figlio Bernardo.

Nell’immagine: Bernardo Arévalo raffigurato con alle spalle un dinosauro, che rappresenta il passato di corruzione che il neo presidente – secondo un sito guatemalteco -dovrà riuscire a sconfiggere


L’intellettuale palestinese Nusseibeh: “Gli estremismi uccidono gli accordi di Oslo. Il dialogo è l’unica via”

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

La premessa è di quelle che spiazzano. «Se viene a chiedermi cosa vedo per il futuro, le faccio notare che fuori dalla mia porta non c’è scritto “ufficio predizioni”. E poi le aggiungo che ultimamente non vedo bene». Sari Nusseibeh, 74 anni, professore di filosofia ex presidente dell’Università Al Quds, discendente di una delle più importanti famiglie di Gerusalemme, è considerato il più importante intellettuale palestinese. A lungo è stato impegnato nel dialogo con Israele, negli anni che portarono agli accordi di Oslo e dopo: è del 2002 il piano per la pace che ha stilato con l’ex direttore dello Shin Bet, Ami Ayalon. Ci riceve nel suo studio della parte Est della Città santa.

Perché non vede bene professore?

«Perché è difficile capire cosa ci aspetta. Ci sono diverse possibilità. Bisogna guardarle una ad una, escludere quelle impossibili e studiare quelle improbabili: fra di esse forse si nasconde la verità. Ma nulla è chiaro e definito. I fattori da prendere in considerazione sono quattro. Il primo è il rinnovato interesse della comunità internazionale per una soluzione: ma in passato, la comunità internazionale è stata piuttosto inefficace. Il secondo è il coinvolgimento militare di altri Paesi. Poi c’è Israele: non credo che ora ci sia la volontà di arrivare a un accordo con i palestinesi. Infine ci siamo noi: non credo che ci verrà offerto un compromesso che potremmo accettare. E dunque, temo che anche dopo tutta questa violenza torneremo alla scatola in cui siamo confinati da anni».

Quale sarebbe il compromesso che i palestinesi possono accettare?

«Molto si è parlato dei due Stati in questi anni: ma quella soluzione non è più valida. Ci sono stati cambiamenti geografici e demografici che dovranno essere discussi quando e se ci sarà di nuovo un tavolo di dialogo. Si dovrà parlare e si dovranno fare nuove concessioni: da parte di chi ha perso, che siamo noi, e da parte di chi ha vinto, Israele. Dubito si possa fare ora. Pensi solo al punto più difficile, la questione di Gerusalemme, quanto è cambiata in questi anni: tutto andrà ridiscusso e tutto presenterà nuovi problemi. Forse, a un certo punto, non so quando, ci sarà un’altra versione dei due Stati. Ma se mi chiede quali concessioni faremo noi, rispondo che senza un piano è impossibile dirlo».

Hamas oggi è il movimento più popolare fra i palestinesi a dar retta ai sondaggi: e non mi pare sia pronto a concessioni..

«Molte persone pensano che Hamas abbia rimesso sul tavolo la questione palestinese, impantanata dopo anni di parole e negoziati. Ma molto fa anche l’emozione del momento: quando la polvere si sedimenterà, tanta gente vedrà il danno che Hamas ha fatto con un’azione così violenta. E cambierà idea: almeno lo spero. Non c’è alternativa al negoziato e io personalmente spero che in quel negoziato non sia Hamas a rappresentarci, come spero che non sia Hamas a governarci in futuro. Ma un problema di leadership fra i palestinesi c’è: lo dimostra il fatto che la sera la gente aspetta i comunicati dei portavoce di Hamas per sapere come stanno le cose. Questo perché non si fida dei politici. Sul negoziato aggiungo una cosa: la pace la fai con i nemici. Anche di Arafat, Israele disse per anni che era un terrorista».

Quando lei dice la gente “cambierà idea” intende che ci sarà una condanna chiara delle azioni compiute da Hamas il 7 ottobre?

«Gli atti di orrore come quelli del 7 ottobre non possono che essere condannati. Noi li abbiamo condannati, io li ho condannati. Io e le persone che la pensano come me, condanniamo questo tipo di violenza da anni. Siamo in grado di distinguere fra un’azione militare e un massacro».

C’è un modo per salvare Oslo? Non il piano in sé, perché mi ha detto che è superato: ma l’idea. O sono stati fatti troppi errori?

«Gli estremismi hanno ucciso Oslo, dai due lati: la crescita della destra israeliana con le sue parole e le sue azioni contro i palestinesi che non vengono neanche punite. E il radicalismo religioso e poi politico di Hamas, che per anni ha preso di mira anche noi, che lavoravamo per il dialogo. Ma il fatto che l’accordo di Oslo sia fallito non vuol dire che fosse sbagliato. Se lei non passa l’esame di guida la prima volta che fa, molla?: no, riprova. Bisogna guardare agli errori, imparare e andare avanti. Oslo ha mostrato che la pace è possibile, che possiamo sederci allo stesso tavolo: ripartiamo da qui».

Attorno a questo tavolo, sulla poltrona palestinese chi dovrebbe sedersi? Nessuna delle persone con cui ho parlato in Cisgiordania si sente rappresentata dall’attuale leadership.

«E sulla poltrona israeliana chi ci sarebbe? Netanyahu che da 20 anni non vuole parlare con noi? Però lei ha ragione quando parla della questione della rappresentanza: se la conferenza si aprisse domani, probabilmente andrebbe il presidente Abbas, perché è l’unico che può muoversi. Non certo Yahya Sinwar, che verrà ucciso appena uscirà da quei tunnel: né Marwan Barghouti, che è in carcere. Ma la questione della rappresentanza c’è. Barghouti è l’unico che potrebbe unire le diverse anime. C’è un però: se a Barghouti venisse detto di rinunciare al diritto di ritorno dei palestinesi che hanno lasciato le loro case durante la guerra del ’48-‘49, come potrebbe accettare? Lo stesso vale se su quella poltrona ci fosse Mohammed Dahlan (ex leader di Fatah nella Striscia ndr) o Salam Fayyad (ex premier ndr)”.

Una differenza importante rispetto al passato: alcuni Paesi arabi hanno accettato l’esistenza di Israele. L’Arabia Saudita è pronta a farlo a patto che ci sia uno Stato palestinese: per voi cosa cambia?

«La posizione saudita non è del tutto nuova. Ed è da vedere: è vero che Biden e Blinken stanno spingendo molto, quindi Israele dovrà fare concessioni ai sauditi se vorrà il riconoscimento. Ma è anche vero che per ottenere qualcosa di concreto i sauditi non dovranno accontentarsi delle promesse: dovranno pretendere impegni con valore legale».

Nell’immagine: Sari Nusseibeh


Democrazia malata

Il Giorno della Memoria 2024 sarà deprimente. Non si vede per ora che buio e morte – Di Martino Rossi