I ricchi, i poveri e le briciole

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 

Prima di Natale mi sono dato la pena di seguire in diretta da casa il dibattito svoltosi in Gran Consiglio sulla riforma fiscale. Nessuno degli intervenuti ha citato dottamente gli economisti e filosofi Friedrich Von Hayek e Milton Friedman, e nessuno ha ricordato i loro entusiasti ed illustri allievi politici Reagan e Thatcher, né qualcuno ha ricordato (per restare in ambito domestico) l’impegno analogo dell’indimenticabile loro nipotina Marina Masoni, che pure nella fattispecie si sarebbe potuta opportunamente almeno richiamare in termini esemplari. In ogni caso l’aria culturale che (inconsapevolmente per i più) si respirava quel giorno nell’aula parlamentare era proprio quella del più scontato e classico pensiero liberista. Non per nulla l’argomentare si è concentrato soprattutto attorno alla necessità di attenuare il peso fiscale che grava sulle gracili spalle dei contribuenti più ricchi, nella certezza che ciò facendo questi, come orsacchiotti attratti dal miele, si metterebbero tutti a correre gioiosi a prendere dimora nel nostro amato Cantone (o perlomeno quelli che ci sono non scapperebbero da qui). E d’altra parte, visto che in questa direzione si muovono anche le altre Repubbliche della Confederazione, perché non farlo anche noi?

Il ragionamento per essere condivisibile presuppone naturalmente che in effetti dalla tavola degli Epuloni cadano sempre tante briciole da consentire ai poveri di tirare avanti, se non addirittura di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Insomma: facciamo contenti coloro che posseggono e gestiscono il capitale, lasciamoli liberi di fare e disfare tutto quel che vogliono, favoriamo l’assoluta libertà del mercato, l’allegra, inarrestabile e globale crescita dei consumi, e così alla fine ci guadagniamo tutti, nel segno di uno sgocciolamento sicuro e duraturo del benessere dall’alto verso il basso (l’ideologia del “trickle down”, che certo definirla in inglese fa più chic). Ora è chiaro che il gioco, condotto in modo sconsiderato, si è rivelato fallace: una pia illusione che nel suo continuo evolversi disordinato alla fine ha inceppato il sistema, tanto è vero che – come ormai tutti sono obbligati ad ammettere – i ricchi oggi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, anche nei Paesi occidentali. Una realtà tristissima che non può non allarmare e angosciare chi teme le fratture sociali e i conflitti che ne derivano inevitabilmente. Una corsa al patatrac che fa malissimo in primis alla democrazia, e inquieta costatare che la maggioranza del nostro Parlamento ragiona ancora come se questa spada di Damocle non esistesse pure sulle nostre teste.

Questa proposta di riforma fiscale, gioiosamente approvata in Gran Consiglio dal nuovo asse partitico Lega-PLRT-UDC, oltre che per la sua pochezza minimalista, diventa poi del tutto politicamente assurda se appena si pensa che accanto ad essa, in modo concomitante, il Governo ha presentato un preventivo indecoroso per l’anno che è appena iniziato, tanto sconclusionato che persino il Parlamento non ha ancora avuto il coraggio di discuterlo. Sentendoselo raccontare cosa può pensare il cittadino del ceto medio scricchiolante se non che l’azione in atto (che si trascina nel vortice anche i comuni nolenti) è quella di regalare ai ricchi rubando ai poveri? L’assunto non è semplicistico, banale o fuorviante se si pensa agli sgravi sui patrimoni elevati guardandoli in modo parallelo al taglio dei sussidi per le casse malati, al non riconoscimento del carovita (che in realtà galoppa), al taglio dei salari del 2% (sfrontatamente chiamato “contributo di solidarietà”), e chi più ne ha più ne metta, il tutto per un insieme disordinato di oltre cento milioni offerti al sorriso di un beato (anche se imbarazzato) Morisoli.

All’indomani del rinnovo della Legislatura è apparso subito certo che c’era poco da attendersi da un Governo composto da quattro membri su cinque rappresentanti di tre partiti in profonda crisi identitaria e esistenziale. Da lì a vedersi consegnare un documento di tal genere però ne passa: molto meglio allora il silenzio inoperoso del nulla, a meno che il pasticcio odierno sia solo una provocazione scherzosa e costruttiva. Se così fosse, adesso però andrebbe spiegata.


Giornalisti come lavatrici

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 

La stampa, o meglio l’informazione è in crisi. Sempre più profonda. Cosa da tempo nota e su cui “Modem”, la nota trasmissione di approfondimento di ReteUno, qualche giorno fa si è voluta chinare. L’occasione è stata data dalla riunione di inizio anno di Stampa Svizzera, l’associazione mantello degli editori, interamente dedicata alle opportunità ma soprattutto ai pericoli dell’intelligenza artificiale (IA) per il settore.

“Tsunami IA”, così il presidente degli editori Andrea Masüger ha definito l’avanzare dell’intelligenza artificiale nei media. Il che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la scarsissima conoscenza sua e probabilmente della maggioranza degli attuali editori e dei loro manager di cosa realmente faccia il giornalista, di che mestiere sia e di come lo si fa: perché un algoritmo di machine learning moderno non è concettualmente differente da un telaio Jacquard programmabile con schede perforate del diciottesimo secolo; semplicemente, si tratta di un programma che fa ciò che è stato istruito a fare, pertanto incapace di creare qualsiasi contenuto autonomo o che vada al di là di una, magari pur ottima, computazione antropica. L’analisi, la sintesi e la creatività sono ancora un’altra cosa.

È qui che sta il vero problema dei nostri manager-editori: non conoscono le basi, la storia, lo sviluppo che ha avuto nei secoli e le regole attuali del fare informazione e dei modelli di business che si sono avvicendati fino ad arrivare a quello attuale (in crisi, appunto) e pensano davvero di riuscire se non a progettare per lo meno intravvederne un futuro? Ovvio che no. Così continuano a brancicare nel buio più o meno profondo, o a riproporre schemi consueti destinati fatalmente al fallimento.

Premessa necessaria: nella citata puntata di “Modem”, 30 minuti, che poi si riducono a circa 25 se si tolgono sigla e presentazione del tema e degli ospiti, per approfondire un argomento tanto variegato e complesso come appunto la crisi dell’informazione e l’avvento irruente e impetuoso di ChatGPT nel settore, è impresa ardua; se poi gli ospiti sono quattro – due politici, un rappresentante degli editori e uno dei giornalisti – con un tempo medio di intervento di circa 6 minuti a testa diventa praticamente impossibile.

Malgrado ciò, alcune cose interessanti sono emerse.

Ad esempio i sindacati e le associazioni di categoria dei professionisti dei media (grazie per prenderne finalmente nota: i sindacati del settore sono SSM e Syndicom, non Impressum, che è solo un’associazione professionale), hanno confessato candidamente la loro impotenza, perché manca ormai da circa un ventennio il dialogo con gli editori e perché la categoria malgrado tutte le avvisaglie, malgrado la costante crisi generale e i piccoli cataclismi avvenuti in questi ultimi anni – basti pensare in Ticino alla chiusura del GdP e di altre storiche testate – malgrado l’ondata di licenziamenti avuta lo scorso anno – poco meno di 300 posti di lavoro a tempo pieno – e quelli già annunciati questo mese – 75 al gruppo Ringier – malgrado l’erosione della sua immagine pubblica, delle condizioni di lavoro e della qualità dei prodotti, di serrare i ranghi e di mobilitarsi proprio non ne vuole sapere.

Gli editori dal canto loro viste queste premesse hanno confermato di non aver alcuna intenzione di sedersi a un tavolo per trovare soluzioni comuni con i loro dipendenti. Le ultime proposte per ripristinare dopo oltre quindici anni di assenza un Contratto Collettivo di Lavoro (una su tutte: salario minimo a 4800 franchi lordi per un giornalista laureato e dopo due anni di stage a stipendio da fame) rasentavano l’indecenza, forse l’oltrepassavano, e l’ennesimo annuncio dell’ennesima apertura delle trattative con sindacati e associazioni per trovare un accordo che garantisca ai dipendenti salari adeguati e condizioni di lavoro eque ed ottimali – dopo tutto gli editori malgrado l’IA ci pare abbiano ancora bisogno di giornalisti e tecnici che producano notizie e contenuti originali e di qualità – sembra l’ennesima foglia di fico, messa lì per nascondere le loro reali intenzioni.

A conferma di ciò il CEO del gruppo Corriere del Ticino Alessandro Colombi, un ingegnere prestato all’editoria circa un decennio fa, forse un po’ incautamente ha affermato di essere “abbastanza critico sul contratto collettivo di lavoro” per i giornalisti, ché “non è con un contratto di lavoro che si risolvono i problemi dell’editoria e dei dipendenti”. Forse è per questo che la sezione ticinese di Stampa Svizzera non ha mai risposto alle lettere di Syndicom e Impressum in proposito, come cortesia e buona educazione imporrebbe.

O forse anche perché, oltre a spiegare un po’ orgogliosamente che nel gruppo nessun giornalista lavora gratuitamente (vero: i compensi per i freelance sono tali da non permettere a nessuno di riuscire a vivere con quanto riceve neppure se scrivesse diversi articoli ogni giorno tutti i giorni dell’anno, però una miseria la ricevono) a suo dire il CdT già oggi rispetta “tutti quelli che sono i minimi salariali, vacanze, ferie ecc.”.

Probabilmente è vero, ma oltre al fatto di dimostrare con quest’ultima frase di non sapere cosa sia davvero un CCL, cosa davvero contenga e dunque, in ultima analisi, a cosa davvero serva, Colombi dovrebbe spiegarci il motivo per cui negli scorsi mesi il gruppo ha deciso di spostare alcuni poligrafi dal Centro Stampa, che sottostà all’esistente Contratto collettivo delle arti grafiche, sotto il cappello del CdT, che dispone appunto soltanto di un contratto aziendale.

Tre ipotesi (il lettore segni la risposta corretta):

  • non cambia nulla, ma al CdT non sapevano più come impiegare il personale amministrativo, per cui stilare un bel contrattino nuovo è parsa loro una bella cosa, utile anche per non licenziare il personale sottoutilizzato;
  • le condizioni del contratto CdT sono migliori del CCL delle arti grafiche, per cui i vertici del gruppo malgrado i tempi bui della crisi hanno deciso di premiare i loro dipendenti appunto migliorando le loro condizioni contrattuali e di lavoro;
  • le condizioni del contratto CdT non sono migliori del CCL delle arti grafiche, per cui i vertici del gruppo vista la crisi…

Interessante anche la parte politica della trasmissione. Il centrista Martin Candinas, membro della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, si è chiesto se vogliamo continuare ad accettare che si taglino sempre più posti di lavoro nel giornalismo (quello che produce quotidianamente dei contenuti, ha specificato, non i marchettari e loro affini). Ovvio che no, si è risposto, “se noi vogliamo che anche in futuro tutte le regioni” della Svizzera abbiano dei media degni di questo nome. Peccato che la bocciatura popolare del pacchetto di aiuti dei media nel febbraio 2022 abbia tarpato le ali già di per sé molto atrofizzate del Parlamento, che oggi si trova costretto a riproporre la solita vecchia ricetta degli aiuti indiretti. Come se un cerotto potesse arrestare un’emorragia…

Del resto, se stiamo a quanto ascoltato durante il programma radiofonico, non è che si possa fare molto, se si pensa alle esternazioni dell’altro interlocutore politico, l’UDC Paolo Pamini. Il quale si è definito un uomo fortunato perché oggi “al posto di avere un musicista personale ho ascoltato la radio” (ma un musicista che suona e da qualcuno pagato si spera il giusto, da qualche parte esiste, ndr); “al posto di avere una domestica in casa che mi fa il bucato ho una lavatrice” e un ascensore automatico “al posto di un ascensoriere”, per cui ben venga ChatGPT, da lui definito “un turbo” e qualificato come l’odierno “assistente personale dei giornalisti”. E se un giorno finirà per sostituirli del tutto (“non capiamo perché anche nell’ambito dell’informazione non si possa fare leva su queste tecnologie”), vincendo le attuali diffuse ritrosie dei lettori sull’informazione prodotta dall’IA, poco male. Da restare basiti e senza parole, davvero.

E non è finita qui. Perché per il nostro, il fatto che ci siano “giornalisti sfruttati a basso salario” è “la conseguenza indiretta di un altro grossissimo problema: oggigiorno in Svizzera costa troppo poco andare a fare degli studi accademici e ci sono troppe persone che studiano in facoltà umanistiche e poi si trovano essenzialmente a finire nell’amministrazione pubblica e nel giornalismo e questo spiega anche una grande deviazione a sinistra di questi due ambiti”.

Detto che non capisco la sequenza di sillogismi (giornalisti sfruttati = studi accademici a basso costo = facoltà umanistiche = giornalismo e amministrazione pubblica a sinistra), per cui se qualcuno me la volesse spiegare gliene sarei davvero grato, vorrei consigliare il signor Pamini di frequentare se non una facoltà umanistica, che forse l’età è già un po’ troppo avanzata per intraprendere una simile strada, per lo meno qualche corso in queste materie: non so se si sposterà mai sia pure di un solo millimetro a sinistra – l’impresa sembra davvero andare oltre ogni sua possibilità e limite – ma di sicuro migliorerebbe la sintassi, dunque la chiarezza dell’eloquio.

Pure la consultazione di un vocabolario potrebbe non risultargli vana, ché “ascensoriere” in italiano non ci risulta esistere; la parola corretta per designare la persona che manovra l’ascensore è infatti “ascensorista”. Anche ChatGPT gliel’avrebbe detto…

Nell’immagine: l’informazione del futuro


Taiwan elegge il nemico di Pechino

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 

Da Taipei

È stata una difficile battaglia, ma Lai Ching-te, noto anche come William Lai, ce l’ha fatta. Con lui, e per la prima volta nella storia di Taiwan, il partito democratico progressista (DPP) ha vinto un terzo mandato.

Le sfide che attendono il Presidente dell’isola di 23 milioni di persone sono immense, ma ieri i suoi sostenitori hanno mandato un chiaro messaggio alla vicina Cina: la prima democrazia di lingua cinese va per la sua strada, malgrado le intimidazione e le minacce di un’unificazione forzata da parte di Pechino. Taiwan sta forgiando la sua identità e coltivando le sue libertà, valori che si allontanano sempre di più da quelli della repubblica popolare cinese.

A convincere gli elettori il fatto che Lai ha promesso la continuità. Porterà avanti la politica estera di Tsai Ing-wen, di cui è stato il vice Presidente, promettendo di mantenere lo status quo, un’indipendenza di fatto, ma non formale. Proclamare l’indipendenza sarebbe un peccato mortale per Pechino. Allo stesso tempo ha promesso riforme sociali a livello locale, perché se per i media internazionali lo scrutinio di ieri era un referendum sui rapporti con la Cina, per gli elettori taiwanesi era prima di tutto un voto per il loro futuro.

Ad aiutare Lai è stata l’incapacità dell’opposizione di unirsi in una candidatura comune: il Kuomintang (KMT), il partito storico più aperto al dialogo con Pechino, non ha saputo accordarsi con il neo-fondato partito popolare di Taiwan (TPP), per sfidare insieme la formazione di governo. L’avessero fatto, lo scenario sarebbe stato diverso. Il TPP in particolare ha raccolto numerosi voti di protesta contro le due forze politiche storiche. Pur vincendo la Presidenza, il DPP ha infatti perso la maggioranza in parlamento, un fattore che potrebbe rallentare ed ostacolare le iniziative di Lai.

Malgrado le aspettative dietro a questo voto, il suo esito non risolverà le tensioni con la Cina, che ha già ammonito che il risultato non cambierà il suo piano di unificare l’isola. Secondo gli esperti continueremo a vedere il gelo tra il partito democratico progressista e il partito comunista cinese, e continueremo ad assistere alle esercitazioni militari nella zona di demarcazione della difesa aerea di Taiwan, un modo per Pechino di segnalare la propria insoddisfazione nei confronti del DPP e cercare minarne il sostegno degli elettori taiwanesi.

Sebbene ci sia sempre la possibilità di una reazione eccessiva, come abbiamo visto dopo la visita a Taiwan di Nancy Pelosi, ex speaker della camera statunitense, i risultati di ieri non significano nemmeno “guerra”. Le prossime settimane saranno cruciali. L’insediamento del nuovo Presidente avverrà a maggio e molte cose possono succedere prima di allora.

Nella conferenza stampa di ieri Lai Ching-te è stato attento ai toni parlando delle relazioni nello stretto di Taiwan. Ha anche aperto al dialogo, pur sapendo che Xi Jinping non ha mai voluto parlare con Tsai Ing-wen e difficilmente parlerà con lui, le cui idee sono considerate più radicali di quelle di Tsai. Per Pechino la base per riallacciare qualsiasi rapporto è la formula “un paese, due sistemi”, ossia fare di Taiwan un’altra Hong Kong. Un compromesso che sul territorio autonomo nessuno vuole.

C’è spesso la speranza o l’illusione che il dialogo possa aiutare la repubblica popolare cinese ad accettare che Taiwan sia andata in una direzione di non ritorno e non possa più venire trattata come una sorta di provincia perduta. Tuttavia per Pechino Taiwan è una parte così fondamentale del nazionalismo contemporaneo, che sotto la Presidenza di Xi Jinping la Cina non abbandonerà mai l’ambizione dell’unificazione.

Nel frattempo il nuovo Presidente taiwanese dovrà trovare un modo per mantenere la pace e la democrazia per i cittadini, che gli hanno dato fiducia e lo vedono come il protettore di uno statuto ambiguo e fragile, ma irrinunciabile.


Quando Inge non si chiamava Feltrinelli e si fotografava con Hemingway e Picasso

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 


Centovallina 1944: salvate quei bambini!

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 

A rileggere la storia della Ferrovia Locarno Domodossola – che proprio in queste settimane compie i 100 anni di vita – verrebbe da dire che di ferrovie così ce ne vorrebbero molte e in tante parti del mondo.

L’episodio più carico di significati, simbolici e umanitari della lunga storia di questo treno risale al 1944, quando la gran parte della Val d’Ossola e della val Vigezzo a ridosso del confine svizzero erano riuscite per un breve periodo a liberarsi di nazisti e fascisti e costituirono – con la guerra ancora in corso – un territorio libero, poi chiamato Libera repubblica d’Ossola. Una repubblica civile, sorretta dalle armi dei partigiani.

L’esperimento durò solo 40 giorni, e grazie alle personalità che lo animarono (basterebbe ricordare il grande linguista Gianfranco Contini, poi rifugiatosi in Svizzera) costituì il più importante tentativo di anticipare le istituzioni democratiche che la nuova Italia avrebbe poi garantito dopo la guerra. La Repubblica d’Ossola fu un eccezionale laboratorio di idee, di discussioni e di vita democratica. Ma tutto finì poi in tragedia. E qui viene la parte significativa della ferrovia Domodossola – Locarno.

Il 10 di ottobre del 1944 ben 5’000 uomini della Wermacht e delle milizie fasciste assalirono il territorio liberato e nel volgere di due settimane ebbero ragione della disperata resistenza partigiana.  Viste le minacce di rappresaglie sulla popolazione civile continuamente ripetute da nazisti e fascisti, le autorità della Repubblica d’Ossola prima del crollo finale organizzarono, con la collaborazione della Croce Rossa Svizzera, il trasferimento di migliaia di bambini oltre confine.

Si trattò di una eccezionale operazione umanitaria, pienamente riuscita. Per giorni e giorni i bambini dell’Ossola vennero trasferiti in treno oltre confine, ognuno con un vistoso un cartellino al collo della Croce Rossa. La maggioranza venne portata a Briga attraverso il Sempione. Alcune centinaia invece vennero fatti salire sui vagoni della Vigezzina – Centovallina (interrotta al confine, ma sempre efficiente anche i quei giorni) e portati in salvo a Locarno, dove vennero accolti da famiglie ticinesi per il resto della guerra.

Basta vedere le fotografie di quei giorni drammatici per rivivere la gioia della salvezza offerta a migliaia di piccoli sventurati. Un treno cosi, carico del sorriso di bambini sottratti agli orrori della guerra, servirebbe oggi in molte parti del mondo.

La storia della Centovallina naturalmente è molto altro ancora e i motivi di interesse per questa splendida linea ferroviaria sono tanti. Considerato uno dei percorsi ferroviari più belli d’Europa, è tutto un susseguirsi di panorami magnifici, attraversati da una linea ferroviaria ardita, monumento di ingegneria e di lavoro. Ponti, gallerie, massicciate che oggi sembrano far parte da sempre di questi territori.

Quando venne inaugurata il 25 novembre del 1923 la Centovallina-Vigezzina costituì un potente strumento di progresso civile ed economico, per le Centovalli e la val Vigezzo. Era e resta un fondamentale collegamento est – ovest tra la linea del Gottardo e quella del Sempione, e la via più rapida per collegare il Ticino alla Svizzera francese.

Sopravvissuta a mille vicissitudini che avrebbero potuto decretarne la soppressione, la Centovallina festeggia oggi il suo centenario in piena salute, un po’ servizio pubblico e un po’ treno turistico. E, appunto, con una lunga e gloriosa storia; alla quale potrebbero ispirarsi anche in altre parti del mondo. Di volti di bambini da sottrarre alla guerra ce ne sono purtroppo ancora molti.

  • Ruben Rossello è autore del documentario “Lungo quei binari”, piccolo diario sui 100 anni della Centovallina, in onda nella rubrica “Storie” su RSI La 1 questa sera, domenica 14 gennaio 2024

Nelle immagini: fotografie tratte dal film presentato qualche giorno fa in anteprima a Camedo


Gli Houthi, il «nemico perfetto» nel nuovo conflitto in Medio Oriente

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 

Di Alberto Negri, il manifesto

Li chiamano «ribelli» ma occupano la capitale Sanaa da quasi dieci anni, governano il 70% del Paese e controllano l’esercito yemenita: alleati dell’Iran – come Hezbollah, Hamas, il regime siriano di Assad e le milizie sciite irachene – minacciando la navigazione dallo stretto di Bab el Mandeb fino a Suez, sono il nuovo «nemico perfetto» degli Usa e dell’Occidente. Tutto questo senza averci mai parlato o negoziato e considerato le loro istanze. Non volevamo la guerra allargata in Medio Oriente ma stiamo contribuendo a un altro conflitto senza avere tentato di evitarlo.
Anche agli Houthi applichiamo una logica perdente, dal momento che dopo l’invasione russa dell’Ucraina l’Iran non solo non è più isolato ma conta sull’appoggio di Russia e Cina, membri del Consiglio di sicurezza e di quelle alleanze del Sud del mondo che stanno cambiando gli equilibri mondiali.
GLI HOUTHI stanno risucchiando gli Usa – e forse anche noi – in nuovo conflitto mediorientale che non riguarda solo il Mar Rosso ma anche la terraferma dove gli Stati uniti sono paladini di un’unica sovranità, quella israeliana, cosa chiarissima già con l’attacco all’Iraq del 2003, l’inizio del caos.
La deterrenza americana è un’illusione di stabilizzazione, anzi provoca esattamente il contrario. Perché gli Houthi sono intervenuti in Mar Rosso? I «ribelli» dicono che vogliono colpire le navi dirette in Israele e hanno anche lanciato attacchi contro il porto israeliano di Eilat, così come nel settembre 2019 avevano bersagliato gli impianti petroliferi sauditi.
La mancata reazione americana a protezione del regno wahabita allora fu uno dei grandi motivi di dissenso tra Washington e Riad che pure dalla guerra aperta agli Houthi, lanciata nel 2015, è uscita pesantemente sconfitta. Un fallimento visto che Riad aveva pesantemente bombardato e con gli Emirati aveva assoldato decine di migliaia di mercenari.
Se da una parte gli Houthi oggi intendono colpire le navi dirette nei porti israeliani, dall’altra forse il vero motivo è che intendono tenere in scacco l’Arabia saudita e la comunità internazionale per mostrare la loro influenza militare e ottenere in futuro un riconoscimento politico internazionale che finora non è mai arrivato.
Ma chi sono? Nel dicembre del 2009 credo di essere stato uno dei primi a conoscerli da vicino. La guerra contro il regime del presidente Saleh – poi ucciso dagli stessi Houthi nel 2017 in un tentativo di fuga – era già in corso e i sauditi pagavano i soldati yemeniti appoggiandoli anche con l’aviazione. Eccoli come mi apparvero allora. Erano una trentina, appostati sulla strada per Sada, la loro roccaforte storica.
Ad Harf Surfian, sullo sfondo di montagne con rocce nere e taglienti che preludono alla frontiera saudita, si mostrarono mentre ripiegavano nelle ultime sacche di resistenza, braccati dai soldati e dalle tribù fedeli al presidente. Un portavoce disse che avrebbero ripreso la città «molto presto» mentre «altri gruppi di guerriglieri – affermava – erano lanciati nel distretto di Jawf per attaccare i sauditi al confine».
INDEBOLITI e stanchi, gli Houthi di Harf Surfian non portavano però segni evidenti della battaglia, come se fossero usciti ancora indenni da questi santuari di roccia scura, crateri e fortificazioni millenarie e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”. Armi ne avevano poche, a tracolla gli Ak 47 con bandoliere colorate e giberne militari. Ma niente ordigni pesanti, soltanto qualche lanciagranata Rpg appoggiata sul cassone dei pickup Toyota. Quasi tutti indossavano le kefiah a scacchi che incorniciavano volti duri, provati, tra loro combattenti esperti ma anche ragazzi di 14-15 anni o forse meno.
Gli Houthi già allora combattevano per Teheran anche una sorta di guerra per procura oltre che di liberazione. Eppure – fu quello che mi spinse ad attraversare lo Yemen – nessuno si interessava alla questione Houthi, un’altra delle grandi sottovalutazioni dei conflitti contemporanei. Gli Houthi appartengono alla minoranza zaydita e furono anche manovrati per contrastare l’ascesa dei predicatori wahabiti appoggiati dai sauditi.
Poi, quando ebbero acquisito un certo potere rivendicativo, si ribellarono facendo adepti nelle regioni del Nord più tradizionalista, dove ancora oggi non digeriscono la rivoluzione del ‘62 che abbatté l’imamato millenario. Il clan famigliare degli Houthi se ne sente in qualche modo l’erede rivendicando come Seyyed (i religiosi dal turbante nero) una discendenza diretta da Maometto.
Il conflitto locale degli Houthi ha dunque una dimensione religiosa, culturale, geopolitica e territoriale. Ma da isolato che era si è trasformato in una crisi internazionale collegata a problemi regionali. Nata all’inizio degli anni ’90, la ribellione rimane uno degli elementi chiave della situazione yemenita. Gli insorti hanno rappresentato il principale avversario delle forze governative sostenute da Arabia saudita ed Emirati.
DI NATURA TRIBALE e regionale, il movimento Houthi ha a lungo giustificato la propria ribellione con il desiderio di porre fine alla marginalizzazione dello Yemen nord-occidentale. A questo si aggiunge la difesa della minoranza religiosa che rappresentano, lo zaydismo, una corrente inclusa, con più di qualche dubbio degli islamologi, nello sciismo. La loro è stata un’avanzata anche violenta, spesso anche indiscriminata contro i civili, e alla devastante coalizione guidata da Riad, gli Houthi hanno opposto l’implacabile logica della ritorsione, non esitando a utilizzare bambini-soldato e a ricorrere al terrore contro ogni voce di dissenso.
Qual è la possibile evoluzione di questo conflitto? Gli Houthi puntano nel conflitto Israele-Hamas a ridurre la pressione militare israeliana su Gaza e intanto tengono sotto scacco soprattutto l’Arabia saudita, mettendo Riad in una posizione scomoda, proprio mentre negoziava per un cessate il fuoco.
Riavvicinandosi all’Iran con la mediazione cinese (i pasdaran armano e addestrano gli Houthi), i sauditi speravano di raggiungere un compromesso. Ma ora prevale la logica delle armi e i sauditi con l’attacco anglo-americano temono, come molti altri Stati della regione, una guerra maggiore e senza freni.

Nell’immagine: una manifestazione Houthi a Sana’a


Con il calcio ricordiamo al mondo che la Palestina esiste

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 

Di Luca Pisapia, il manifesto

Giocare a calcio sotto le bombe, giocare a calcio mentre si pensa alle bombe. La situazione è difficile, quasi impossibile. «Non è facile concentrarsi sulla partita. I ragazzi controllano ogni minuto le notizie sui telefonini, in albergo, sul bus, anche durante gli allenamenti. Ma dobbiamo farcela, abbiamo una grande responsabilità. Siamo gli ambasciatori del nostro paese, dobbiamo ricordare al mondo che la Palestina esiste».

COSÌ HA PARLATO nella conferenza stampa di ieri Makram Daboub, allenatore tunisino della Nazionale di calcio maschile palestinese, che oggi esordisce nella Coppa d’Asia affrontando alle 18,30 l’Iran. È la terza partecipazione per i Leoni di Canaan, soprannome della squadra riconosciuta dalla Fifa solo nel 1998. In realtà la prima rappresentativa nazionale palestinese esiste da oltre un secolo, quando era ancora colonia britannica e partecipò alle qualificazioni per i Mondiali del 1934 e 1938. Ma anche quella squadra se l’è presa Israele, insieme ad altre cose. E così per trovare la prima squadra della Palestina bisogna arrivare al 1962, per trovare il suo primo riconoscimento al 1974.

POI NEL 1998 SI È SVEGLIATA la Fifa, ed è arrivata la possibilità di partecipare alle competizioni ufficiali. Ma da allora i problemi non sono diminuiti, anzi. Israele ha sempre fatto di tutto per impedire ai calciatori palestinesi di giocare, figuriamoci di muoversi. Anche quest’anno la squadra si è presentata in Qatar senza quasi tutti i giocatori della Striscia di Gaza. Gli unici che ce l’hanno fatta, Mohammed Saleh e Mahmoud Wadi, arrivano direttamente dall’Egitto, dove giocano. «In queste partite la nostra presenza deve servire come monito al mondo, per raccontare quello che sta succedendo e per ricordare a tutti che anche noi abbiamo il diritto di partecipare alle competizioni sportive – ha detto ieri Musab al-Battat, il capitano della squadra -. La speranza è che quello che stiamo vivendo ci spinga a fare sempre meglio, per ottenere quei risultati che i nostri tifosi e la nostra gente meritano».

DOPO LA COPPA D’ASIA, in cui la Palestina nel girone oltre all’Iran affronterà anche Hong Kong e gli Emirati Arabi Uniti, riprenderanno infatti le qualificazioni per i Mondiali del 2026. Un cammino più tortuoso del solito. La squadra è in giro da mesi, senza possibilità di rientrare. Finora le partite si sono giocate nei campi neutri del Kuwait e degli Emirati Arabi, che in patria gli stadi sono stati distrutti dalle bombe.

Dal 2011 Israele sostiene che gli impianti sportivi sono utilizzati come base di lancio dei missili, quindi sono obiettivi legittimi da colpire. Quando non vengono distrutti, sono utilizzati per rinchiuderci i prigionieri, tra cui donne e bambini, come nel caso dello Yarmouk Stadium di Gaza. Immagini di poche settimane fa, che in altri tempi avrebbero fatto inorridire la comunità internazionale. Mentre oggi invece tacciono tutti, si girano dall’altra parte.

FOSSERO SOLO LE IMMAGINI, poi. Susan Shalabi, vicepresidente della Federcalcio palestinese, ha raccontato che dall’inizio dell’invasione sono 88 gli atleti professionisti ammazzati, più altri 24 tra allenatori e membri degli staff. Di questi atleti uccisi, oltre 70 sono calciatori. Come Ahmed Daraghmeh, 23 anni, che avrebbe dovuto essere in Qatar coi compagni, e invece a dicembre è stato ammazzato dai proiettili delle forze di occupazione israeliana. Neanche a Gaza, in Cisgiordania. O Hani Al-Masdar, 43 anni, ex calciatore diventato poi allenatore della Nazionale olimpica palestinese, ucciso la settimana scorsa dalle schegge di un missile. A pochi mesi dall’inizio delle Olimpiadi, nel silenzio della Fifa e del Comitato olimpico internazionale.

PROPRIO IL MESE SCORSO il Cio ha ribadito che gli atleti russi non potranno gareggiare alle Olimpiadi di Parigi 2024, se non sotto la bandiera neutrale e senza inno nazionale. Perché la Russia ha invaso l’Ucraina. Ma nonostante le richieste pervenute, nessuna squalifica è stata comminata a Israele, che quest’estate potrà sventolare le sue bandiere sugli Champs Elysees.

Come sempre lo sport mondiale si dimostra governato non tanto dai princìpi, quanto dagli interessi economici delle potenze occidentali.

Nell’immagine: Una partita dell’ultimo Mondiale in Qatar vista dal capo municipale di Rafah, nella Striscia di Gaza


Basta con gli Americani, belin!

La riforma fiscale e il preventivo 2024: quando la politica diventa indecorosa 

“È stato un uomo che è riuscito a incarnare il sogno di libertà di pensiero, un sogno di coscienza civile e di amore. Un uomo che con un equilibrio raro ha conciliato coscienza critica e amore cristiano pur non essendo un praticante. È stato meraviglioso aver un grande padre come lui, come Fabrizio De André”.

Queste le parole di Mauro Pagani, tra i musicisti più significativi e ispirati degli ultimi 50 anni nell’ambito della storia della musica italiana, quella Storia con la “S” maiuscola, quella che ha generato capolavori assoluti. Un artista, un intellettuale, un uomo per il quale nutro una sorta di venerazione e la cui amicizia mi onora. Pagani vanta un passato avvolto nella leggenda e un presente ancora in grado di sorprendere e stupire. Musicista, polistrumentista, produttore, direttore di rassegne concertistiche, autore di colonne sonore (per Salvatores in primis) e uomo alla svolta dei tempi per il grande cantore genovese. Dalla loro frequentazione, dal loro sodalizio umano e artistico nacquero due capolavori assoluti, due album meravigliosi: “Creuza de mä” e “Le nuvole”.    

Il primo è tra le opere più importanti e celebrate, e non solo in Italia; pubblicato nell’84 del secolo scorso anticipa quella che allora iniziavamo a chiamare “world music” o “musica del mondo” o ancora “musica mediterranea”,  anche se lui, con l’umiltà che lo contraddistingue,  puntualizzando mi disse:  “Non è il primo ma l’ultimo disco  di una serie importante di album a fronte della qualità del lavoro di collettivi quali “Il Canzoniere del Lazio”, i “Carnascialia”, la “Nuova compagnia di canto popolare” e gli  “Area”.  Artisti e collettivi che da tempo tracciavano una via alternativa rispetto al rock, elaborando una ricerca che contemplava il recupero delle musiche popolari declinate coi linguaggi contemporanei.”

Certo che ”Creuza de mä” si pose all’attenzione del grande pubblico anticipando il gusto e le tendenze successive nell’ambito della musica italiana. Quella che spalancherà le porte alla riscoperta dei vernacoli e delle sonorità popolari per sdoganarle presso il grande pubblico. Si poteva fare! Un disco capolavoro della musica tricolore che ha saputo trascendere i confini risultando apprezzato anche a livello internazionale. Ricordo ancore le parole di meraviglia spese da Peter Gabriel e David Byrne:  “Non ho più sentito nulla di lontanamente paragonabile a “Creuza de mä”, che infatti continuo a duplicare, illegalmente!, per un sacco di amici americani”. 

L’eterna malia di queste canzoni risiede nella forza del racconto, nell’equilibrio estatico tra la musica e le liriche. Storie il cui incanto e la cui potenza espressiva sono rimasti intatti sino ad oggi; e sono canzoni per viaggiatori, dell’anima soprattutto. 

“Fabrizio ed io, col quale iniziai a collaborare nel 1981, eravamo come due Salgari: scarsa esperienza di viaggio, molte letture (“I viaggi di Alessandro Magno in Oriente ad esempio) e l’ascolto di tanta musica, soprattutto quella che si affaccia sulle coste del Mediterraneo”. Si parlava di “musica del Mediterraneo” ma a noi due interessava capire cosa fosse, cosa significasse.  E dopo aver scartato l’idea di inventare una lingua, una sorta di “esperanto” perché sarebbe risultato artificiale, Fabrizio ebbe l’idea di utilizzare il “genovese”, arcaico, letterario, la lingua della sua memoria che anche i genovesi non parlavano quasi più. Elaborammo una lingua che poteva diventare “franca”, di confine, comprensibile dai marinai Turchi, Libanesi, Catalani, Nordafricani… “

Una “lingua del mare e dei marinai”, al pari della musica scritta e suonata utilizzando una miriade di strumenti etnici che permise a Pagani di metter a frutto passione, talento e ricerche degli ultimi anni di studio. Visionari e coraggiosi, incuranti del gusto e della moda imperante, qualche sudore freddo, qualche mal di pancia, ai discografici li rifilarono.  Eravamo negli anni ’80, il decennio della “new wave”, del rock “plastico” e dell’elettronica. I lavori che per convezione vanno sotto l’etichetta World Music non erano di certo maggioritari. E poi i due lasciavano trapelare poco del disco in lavorazione. Ma quel poco preoccupava: “Un disco in genovese? Chissà se riusciremo a venderne qualche copia almeno a Genova”, borbottavano i discografici. E invece “Creusa de mà” fece il botto, scalando anche le classifiche. Vendite che proseguirono nel corso del tempo. 

“Creuza de mä” funzionò anche perché le canzoni comunicavano e, come diceva Fabrizio,  le canzonette devono comunicare, altrimenti non servono a nulla. La cifra di ”Creuza de mä” è dunque l’emozione. È il filo emotivo del racconto e della musica che qualificano l’opera. E sono emozioni forti.”  Un disco che ha generato figli e mietuto proseliti e che evidenzia un lavoro davvero nato a quattro mani, figlio di una compenetrazione umana e artistica indiscutibile e preziosa. Un’alchimia umana e artistica, un’alchimia che ha fatto la differenza amplificando un’intuizione, un’intima esigenza artistica, sociale, culturale. L’alchimia come sappiamo è l’arte di trasformare una materia in un’altra. La musicalità di Pagani, che proveniva dal rock e dal progressive irrorato dalle musiche “altre”  che amava e studiava  si è fusa con il cantautorato di matrice statunitense di De André per diventare “altro” ancora, grazie anche ad una materia e un luogo magico: il Mediterraneo. “Per capirlo e cantarlo con il carico di umanità, storia e civiltà che conteneva, salpammo per mare.” 

Presero avvio così i lavori per “Creuza de mä” nonostante non fosse proprio facile lavorare con De André a causa non solo della pignoleria e del suo leggendario perfezionismo; i problemi di alcol e tabagismo del periodo erano noti: “Certo, Fabrizio è stato una candela che ha bruciato con intensità da entrambi i lati, ma che fiamma ha sprigionato! Davvero una luce immensa.  Comunque, è vero, paradossalmente è il primo disco di canzoni che ho scritto. Provenivo dalla PFM, dunque da un gruppo. Scrivevamo insieme e ogni canzone era figlia di una mediazione. E fin quando riesce, quando la mediazione funziona i risultati possono essere eccellenti. Però come nei fidanzamenti quando il rapporto si incrina la macchina s’inceppa.  Le relazioni sono la base. Ho lasciato la band perché da grande volevo fare il musicista. Ero saturo anche del rock d’importazione americana e delle emulazioni autoctone. Così ho studiato ed ho coltivato una passione che avevo da tempo: studiare la musica, soprattutto etnica. Anche Fabrizio voleva liberarsi dal giogo americano e me lo diceva: “Basta con gli Americani, belin!”

L’artista bresciano è stato colui che ha reso tangibile il sogno di Faber. Pagani è una sorta di grande vecchio, di stregone depositario di arti musicali stupefacenti e la sua traiettoria artistica lo conferma per quanto ricca di collaborazioni, progetti, produzioni discografiche. Ma quando il filo della memoria si dipana per approdare a quella stagione l’impressione, anzi la certezza, è che la collaborazione e l’amicizia con Fabrizio De André vanta davvero un posto speciale nel suo cuore, come l’amicizia con Demetrio Stratos. Ma quello con Faber fu l’incontro che qualifica una vita. 

“E pensare – chiosa Pagani sorridendo – che mi volle, sospetto, anche perché da buon genovese con me che suonavo una miriade di strumenti poteva risparmiare”

N.B.: Prima di “Nuvole”, De André acquistò una barca a vela, da lui battezzata Jamin-a, come la canzone del 1984 contenuta in “Creuza de Mä”.  Si imbarcarono ancora, Faber e Pagani, e per due mesi e mezzo di navigarono tra le isole e la costa della Grecia. Ma non produssero nulla, anzi. L’idea di un seguito di “Creuza” fu cassata.  Anni dopo nacque però l’ennesimo capolavoro.  

“E sono mille papaveri rossi, vol.3” è il titolo dell’omaggio a De André proposto dalla RSI in programma all’Auditorio Stelio Molo di Besso stasera alle 20.00. I posti in sala sono esauriti, ma è possibile seguire lo spettacolo online in diretta streaming.


Sergio Rossi – Se la Cina ha il raffreddore per noi ci sarà la polmonite?

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Bobbio riletto su guerra e pace

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Vale la pena, in questi tempi calamitosi, di riprendere in mano gli scritti che Bobbio ha dedicato al «problema della guerra e le vie della pace» (titolo di una sua raccolta di saggi edita dal Mulino nel 1979). E questo perché quanto sta succedendo in Ucraina e nella striscia di Gaza non smette di interrogarci sulle ragioni e la legittimità di queste due catastrofi militari e umanitarie. Altri conflitti sono in corso nel mondo, ma non arrivano sui nostri teleschermi e non indignano l’opinione pubblica occidentale. 

Bobbio si dedicò alla questione fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, sull’onda delle discussioni che accompagnavano la corsa agli armamenti e lo sviluppo dell’arma nucleare. In quella fase il professore torinese ritenne che la questione della «guerra giusta» (giusta perché difensiva) non fosse più all’ordine del giorno, poiché la bomba atomica, qualora fosse stata impiegata dall’una o dall’altra parte, avrebbe comportato la distruzione immediata di entrambi i contendenti: «La guerra atomica annulla la distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, perché rende impossibile uno dei due termini: la guerra di legittima difesa. La guerra atomica sembra non ammettere che un solo tipo di guerra: quella del primo attaccante» (1962).

L’«equilibrio del terrore», instabile ma efficace sul piano delle relazioni tra le due superpotenze (Stati Uniti e Unione Sovietica), di fatto riuscì ad impedire lo scoppio di una nuova guerra mondiale, la terza, in base alla formula «pace impossibile, guerra improbabile». Ma dopo il crollo del muro di Berlino le coordinate mutarono, soprattutto all’indomani dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq guidato da Saddam Hussein (agosto 1990). In base al diritto internazionale l’occupazione del piccolo Stato nel Golfo persico rientrava nella casistica della guerra d’aggressione e quindi come tale sanzionabile militarmente. Bobbio aderì ai provvedimenti decisi dalle Nazioni Unite, avendo però cura, com’era suo costume, di porre alcune condizioni: «I problemi sono due: se la guerra sia giusta e, se oltre che giusta, sia efficace. Per quanto riguarda il primo problema la risposta è indubbia: è una guerra giusta perché è fondata su un principio fondamentale del diritto internazionale che è quello che giustifica la legittima difesa. Per quello che riguarda invece il secondo punto, l’efficacia, bisogna tenere conto di alcune condizioni: la guerra sarà efficace innanzi tutto se è vincente; in secondo luogo, se è rapida rispetto al tempo e se è limitata nello spazio, nel senso che sia ristretta al teatro di guerra dell’Iraq».

Queste dichiarazioni, espresse da un filosofo considerato fino a quel momento un pacifista a tutto tondo, sconcertarono la comunità scientifica: molti colleghi ed ex allievi – tra cui Danilo Zolo, Marco Revelli, Luigi Ferrajoli, Domenico Losurdo – non tardarono a manifestargli il loro dissenso attraverso lettere e appelli accorati. Obiezioni («per principio non esistono guerre giuste») che tuttavia non indussero il maestro a recedere dalle sue posizioni. «Mi ha addolorato il dissenso sul caso specifico, il giudizio sulla guerra del Golfo, che per me è da considerare una guerra giusta, anzi un caso esemplare di guerra giusta, nel senso che viene dato a questo termine nel diritto, nel senso cioè che è giusta la guerra che, pur sempre come extrema ratio, ma in questo caso l’extrema ratio era evidente, si oppone a una guerra d’aggressione, in base al principio, che è morale ancor prima che giuridico, valido tanto nel diritto interno quanto nel diritto internazionale, secondo cui l’uso della forza è sempre illecito salvo nel caso in cui la forza è impiegata per rispondere alla forza altrui». 

Compiuto questo passo, inevitabile secondo Bobbio, occorreva ragionare sulle conseguenze: «I governanti non possono attenersi all’etica delle buone intenzioni e dire: la ragione è dalla nostra, quindi siamo liberi di agire. Devono anche obbedire all’etica della responsabilità, valutare le conseguenze delle proprie azioni. Ed essere pronti a rinunciarvi, se queste azioni rischiassero di produrre un male peggiore di quello che si vuole combattere. La riparazione del torto non deve diventare un massacro». Un ragionamento analogo a quello svolto nelle stesse settimane da Jürgen Habermas: «In primo luogo la controversia riguarda la proporzionalità nella condotta di una guerra che già da ora, come si deve ammettere, è causa di migliaia di morti innocenti e di feriti inadeguatamente assistiti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa, in una dichiarazione pubblica, si richiama al fatto che il diritto di scegliere metodi e mezzi nella condotta della guerra non è per nulla illimitato» («Guerra legittima, ma…», l’Unità, 20.02.1991).

Ed eccoci, con quest’ultimo passaggio, alle guerre odierne, in particolare all’offensiva israeliana per annientare Hamas nella striscia di Gaza. Una reazione che l’opinione pubblica occidentale ha giustificato come risposta al torto subìto (il pogrom del 7 ottobre) ma che ora lascia interdetti per le dimensioni che ha assunto (oltre ventimila morti palestinesi, tra cui migliaia di bambini). È significativo che anche il già citato Habermas sia tornato sul tema della proporzionalità della risposta armata e sull’ecatombe di vittime civili in relazione ad una possibile pace futura nel vicino Oriente («Grundsätze der Solidarität. Eine Stellungnahme», 13 novembre 2023).

Quest’anno cadono i trecento anni dalla nascita di Immanuel Kant (1724). È un’ottima occasione per riaprire un suo aureo libretto, pubblicato nel 1795 sotto il titolo Per la pace perpetua («Zum ewigen Frieden»). Introducendo una traduzione italiana di questo testo curata da Nicolao Merker (Editori Riuniti, 1985), Bobbio ebbe modo di evidenziare l’acutezza con cui il filosofo di Königsberg aveva affrontato la questione in un’ottica di pacifismo giuridico: «… le sue idee restano fra le più audaci e illuminanti che mai siano state concepite sul grande tema e costituiscono ancora oggi una base di discussione e un sicuro orientamento per chiunque sia convinto che il problema della eliminazione della guerra è diventato il problema cruciale del nostro tempo».

Kant e Bobbio: un buon motivo per rileggere entrambi.  

Le citazioni di Bobbio sono tolte dal volume Una guerra giusta? Sul conflitto del Golfo, Marsilio Editori, Venezia, 1991
Nell’immagine: i pozzi di petrolio del Kuwait incendiati durante la Guerra del Golfo