Sergio Rossi – Oggi sciopero e mobilitazioni. Le ragioni di una protesta contro l’impoverimento complessivo del Ticino

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Un F/A-18 si schianta: di chi è la colpa?

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

Il 26 agosto 2016 è morto un uomo. Un giovane pilota dell’esercito si è schiantato con il suo F/A-18 C Hornet contro la parete ovest dell’Hinter Tierberg, nella regione del Susten, a soli 11 metri sotto la linea di cresta. La visibilità era molto scarsa. All’inizio del 2024, i tribunali militari hanno condannato un controllore del traffico aereo per omicidio colposo e interruzione involontaria del traffico pubblico. Trovare qualcuno da incolpare era l’unico modo di procedere?

A nostro avviso, il diritto penale deve essere adattato in modo che, in settori in cui la sicurezza è fondamentale, possa svilupparsi un modo più equo di trattare gli errori rispetto a quello sostenuto da una cultura sostanzialmente “punitiva”. 

Rendere giustizia alla complessità

La serie Breaking Bad illustra perfettamente il problema che stiamo affrontando. Mette a tema la linea, a volte sottile, tra ciò che è legale e ciò che non lo è, e solleva la questione di ciò che è giusto. Ne è un chiaro esempio il caso che affronta in modo molto preciso proprio la questione che ci occupa (vedi Stagione 3, ep. 1, min. 38). La ragazza di Jesse muore di overdose. Il padre della ragazza è sconvolto e prende un congedo dal suo lavoro di controllore del traffico aereo. Al suo ritorno non si è ancora ripreso del tutto e lo vediamo in difficoltà mentre cerca di seguire ciò che accade sul suo schermo radar. Due aerei di linea si scontrano nel cielo di Albuquerque. Jesse, ritenendo di essere responsabile della morte della ragazza si convince che anche l’incidente sia, almeno in parte, colpa sua. Il suo socio, il razionale chimico Walt, cerca di convincerlo del contrario. Le sue argomentazioni includono il fatto che il radar di uno degli aerei non funzionava correttamente e che l’intero sistema utilizzava una tecnologia degli anni Sessanta. Per queste ragioni, conclude, è il governo a dover essere incolpato. Ma fra i tanti interrogativi legati al caso vi è anche quello di chiedersi se fosse ragionevole che il controllore venisse reintegrato così rapidamente.

L’incidente del Susten

Il controllore del traffico aereo accusato dell’incidente dell’F/A-18 a Susten era in pieno possesso delle sue facoltà, ma ha comunque commesso un errore: ha comunicato al pilota un’informazione sbagliata. Si è subito reso conto dell’errore, ma la velocità dello svolgimento delle operazioni non gli ha permesso di rettificarlo in tempo presso il pilota. Come in Breaking Bad, però, il caso non è semplice e ci sono stati diversi malfunzionamenti. Ad esempio, l’apparecchiatura su cui lavorava il controllore nel 2016 all’aeroporto militare di Meiringen risaliva alla fine degli anni Sessanta e poteva quindi fornire solo un’assistenza relativa. Inoltre, il pilota ha avuto bisogno di informazioni dal controllore perché non riusciva a collegarsi con il radar di bordo all’aereo del capo squadra (leader) che avrebbe dovuto seguire. Gli aerei da combattimento durante le loro missioni di solito volano in coppia, e quando le condizioni di visibilità sono buone il secondo aereo segue il leader visivamente, altrimenti utilizza il suo radar di bordo. Tuttavia, non è stato possibile stabilire un contatto radar tra i due aerei perché il leader ha scelto una traiettoria di salita radicale, che il radar dell’Hornet del nostro pilota non ha potuto seguire visto che il suo campo di visibilità risulta (troppo) limitato. L’informazione errata trasmessa riguardava l’altezza di volo. Il controllore ha indicato 100 (corrispondente a 3.000 metri) venti secondi dopo aver comunicato inizialmente 190, proprio perché il contatto radar con il leader non era ancora stato stabilito. Va notato che in questo caso non c’erano solo le montagne di 3.500 metri da evitare, ma anche l’aereo del leader. Per finire, non è stato possibile evitare l’incidente nonostante il controllore si sia reso conto del suo errore dopo pochi secondi, perché nel frattempo aveva passato il controllo ai suoi colleghi di Dübendorf e quindi non poteva più comunicare direttamente con l’aereo.

Una cultura giusta

Da questa breve sintesi dei fatti emerge chiaramente che l’incidente del Susten è avvenuto a causa di errori commessi in buona fede e involontari, e che anche le debolezze dell’apparecchiatura tecnica hanno contribuito all’esito fatale. Si sarebbe quindi potuto sviluppare un argomento simile a quello di Walt in Breaking Bad, ma si è scelta la via punitiva. Va ricordato che la procedura penale prevede la possibilità di non perseguire un omicidio per negligenza. È il caso, ad esempio, di una madre che ha causato la morte della figlioletta lasciandola in macchina al sole. Allora perché perseguire il controllore? Punirlo non eviterà errori simili in futuro. Coloro che lavorano nel campo lo riconoscono, e da circa vent’anni nel settore dell’aviazione è ampiamente contemplata  la fallibilità umana e la natura illusoria delle prestazioni perfette. Questo approccio è si contrappone a quello in cui le sanzioni sono l’unico modo per dissuadere i comportamenti a rischio di errore. Naturalmente, questa nuova cultura non tollera la negligenza evidente, il comportamento irresponsabile, sconsiderato o distruttivo. Si tratta invece di dare alle persone la fiducia necessaria per segnalare i malfunzionamenti, in modo da migliorare la sicurezza delle operazioni. Questo giusto equilibrio è conosciuto come cultura giusta (in inglese just culture).

Pratiche che creano tensione

Esiste una tensione tra cultura giusta e diritto penale. Ciò è apparso nel 2019, quando il Tribunale federale ha confermato la condanna di un controllore del traffico aereo a seguito di un incidente che non ha avuto conseguenze gravi. Questa decisione ha spinto i controllori del traffico aereo e i piloti svizzeri a esprimere il timore che tali sentenze potessero compromettere la diffusione della cultura giusta. Il consigliere nazionale Gregor Rutz ha quindi proposto un emendamento al diritto penale attraverso un’iniziativa parlamentare. I suoi colleghi parlamentari non lo hanno seguito e hanno preferito lasciare al Consiglio federale il compito di valutare come rendere la legge compatibile con lo sviluppo della cultura giusta. In attesa della proposta del Consiglio federale, la tensione rimane.

Un verdetto misto

Il tribunale militare ha dunque accusato il controllore del traffico aereo di Meiringen di omicidio colposo. Tuttavia, la pena inflittagli può essere considerata lieve: 60 aliquote giornaliere di 170 franchi svizzeri con sospensione, più 40.000 franchi svizzeri come contributo alle spese processuali. Forse questo riflette una presa in conto del contesto, ma non è certo. Secondo il Blick, l’ufficiale che ha presentato l’accusa ritiene che la pena inflitta non fosse la cosa più importante. Per lui, ciò che contava davvero era ottenere una condanna e con ciò indicare che il controllore aveva commesso un errore che aveva provocato l’incidente. Fortunatamente, negli ultimi sei anni, durante tutto il processo investigativo, il controllore accusato non ha dovuto lasciare il suo posto e ha goduto del sostegno e della fiducia del suo datore di lavoro e dei compagni del pilota deceduto. L’aeroporto di Meiringen è stato inoltre dotato di attrezzature più efficienti e gli aerei di nuova generazione permetteranno di evitare i problemi di connessione in volo che sono stati riscontrati. Ciò che resta da fare è dare seguito alla richiesta avanzata dagli operatori e ripresa dai parlamentari, in modo che nei settori dell’aviazione e della sanità, ma anche in qualsiasi altro ambito in cui la sicurezza è fondamentale, se le cose vanno male si possano porre rapidamente altre domande che “di chi è la colpa?”.

Articolo scritto in francese per il sito Bon pour la tête e proposto qui in versione italiana con la supervisione dell’autore
Nell’immagine: questo non si schianta, è solo un modellino da collezione


Perché adesso Putin punta sulla Moldavia

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Per ora, la seconda guerra della Russia per strappare un territorio a una sua ex colonia si ferma sulla soglia. Il congresso dei deputati della Transnistria, l’entità filorussa non riconosciuta della Moldova, non ha chiesto ieri di passare immediatamente sotto la mano del Cremlino, come davano per certo sia molti esponenti locali che alcuni osservatori internazionali. L’assemblea – convocata per la prima volta in 17 anni – si è limitata a chiedere a Mosca un «aiuto» non meglio precisato. La palla è ora passata nel campo russo, da dove una fonte prudentemente anonima del ministero degli Esteri dichiara che la «difesa dei compatrioti della Transnistria rimane una delle priorità». Ma sembra decisamente troppo tardi per il colpo di scena che diverse fonti avevano preannunciato nei giorni scorsi: che oggi, pronunciando il suo discorso annuale alle camere riunite, Vladimir Putin avrebbe annunciato l’annessione dell’enclave moldava, aprendo un secondo fronte nella sua guerra per ricostituire l’impero sovietico.

Erano stati deputati della repubblica non riconosciuta, come Gennady Chorba, a dare per imminente una richiesta a entrare a far parte della Russia. Lo scenario si ispirava a quello della Crimea di 10 anni fa: un territorio in buona parte russofono e nostalgico del comune passato sovietico, con una popolazione alla quale Mosca aveva dispensato passaporti russi per avere il pretesto di «difendere i propri concittadini». Il “referendum” sulla secessione dalla Moldova si era tenuto già nel 2006, ma il Cremlino aveva preferito tenere la Trasnistria nel suo limbo di enclave “congelata”, presidiata da un piccolo contingente militare di “peacekeepers” russi e governata da un clan di servizi segreti impegnati in ogni sorta di affari. Sede del primo conflitto armato postsovietico già nel 1992, la Transnistria era diventata una pistola puntata alla testa della Moldova, dell’Ucraina – nel caso di una sua caduta in mano alla Russia si aprirebbe un secondo fronte a sud-ovest, minacciando Odessa – e dell’Europa. 

Il modo in cui questa pistola è stata sfoggiata per poi venire abbassata fa pensare a una operazione di propaganda, oppure a un’operazione sulla quale diverse fazioni del Cremlino non hanno preso ancora una decisione. Anche perché non è di facile realizzazione. La Transnistria è una striscia di terra lungo la frontiera con l’Ucraina, non confina con la Russia, rendendo impossibile una invasione di terra. Per trasportare truppe con gli aerei bisognerebbe sorvolare il territorio ucraino – dove gli aerei russi ultimamente vengono abbattuti quasi tutti i giorni – oppure la Romania, un Paese Nato. Il contingente russo di stanza in Transnistria verrebbe bloccato dall’esercito ucraino dall’altra parte del confine. Senza contare che se 220 mila dei quasi 500 mila cittadini della enclave non riconosciuta hanno la cittadinanza russa, 350 mila però possiedono un passaporto moldavo, e possono a loro volta invocare soccorsi da Chishinau.

Una spiegazione possibile è quella di un gioco di pressioni innescato dalla Transnistria stessa, che con lo scoppio della guerra in Ucraina è rimasta isolata dai suoi protettori moscoviti. Approfittando del blocco del negoziato che vedeva come mediatori Kyiv e Mosca, Chishinau ha iniziato a imporre ai secessionisti di Tiraspol le proprie regole: devono pagare tasse e dazi doganali alla Moldova. La presidente pro-europea Maya Sandu ha ottenuto anche l’approvazione di un nuovo codice penale che rende il “separatismo” un reato, e come nota il ricercatore di Carnegie Politika Vladimir Solovyov, uno dei motivi dell’escalation potrebbe essere la paura delle autorità secessioniste a perdere «soldi, autorevolezza e quindi potere». L’invocazione di Mosca potrebbe essere il tentativo di ricattare più Sandu che Putin. Che però ora può progettare una nuova “operazione speciale”. Tra due settimane deve riconfermare il suo quinto mandato presidenziale, e sa che il suo elettorato è nostalgico dell’impero: un’altra annessione, seppure probabilmente solo sulla carta, potrebbe far dimenticare l’impantanamento dell’esercito in Ucraina, e mostrare che Mosca non ha intenzione di fermarsi. Proprio quello che fa paura in queste settimane all’Europa, che si sta preparando a rimediare alle proprie vulnerabilità di fronte a una possibile nuova aggressione russa. Che colpirebbe per primi proprio gli ex sudditi di Mosca: solo pochi giorni fa il ministro degli Esteri putiniano Sergey Lavrov ha accusato la Moldova di «stare seguendo la strada dell’Ucraina».

Nell’immagine: nella cartina, segnata in rosso, la Transnistria


Nell’Iran senza veli, la sfida delle donne a capo scoperto

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

 Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

È stata come una scossa elettrica, una vertigine. «Ero per strada, senza velo, una signora mi è passata accanto, mi ha guardata e mi ha detto: “Grande! Brava!”. Era eccitata più di me. In quel momento qualcosa è cambiato. Il “Movimento” ci ha fatto conoscere l’una con l’altra, diventare una comunità. Ci ha dato potere». Sono passati due anni dalla scossa che ha attraversato l’Iran: la morte di Mahsa Amini, le grandi proteste contro il velo obbligatorio e per i diritti, la repressione, la disobbedienza civile. Donna, Vita, libertà. O come adesso lo chiamano tutti qui, semplicemente: Il Movimento. Una parola entrata nel lessico comune. L’Iran che sta cambiando.

Quei giorni di protesta Najme li ha vissuti lontano dalle piazze, «non sono tipo da manifestazioni, dipingo». Ma dentro le si è ribaltato tutto. «Ho 38 anni, e 25 li avevo passati a litigare con mio padre, religioso, e i suoi dogmi. Dopo Mahsa ho capito che il problema ero io: non avevo coscienza di me. Il Movimento mi ha dato una forza nuova. E ora non ho paura di uscire senza velo. Ma non è una rivoluzione, attenti: quelle sappiamo come finiscono: con la violenza. È una trasformazione, lenta. And it’s going on». È la nuova normalità senza velo per moltissime donne a Teheran, le vedi con i capelli scoperti in metro e nelle piazze, capannelli in mezzo ad altre velate, nel Nord ricco come nel Sud popolare, universitarie e madri di famiglia, laiche in gran parte ma pure conservatrici, moderate a cui l’imposizione non è proprio andata giù. Fatemeh, 64 anni, maestra in pensione, è avvolta nel suo chador nero. Anche lei ammette: «Le ragazze che non lo indossano si perdono qualcosa, ma non vanno punite».


Reza racconta le nuove diatribe con la moglie, la loro è da sempre una famiglia pia: «Ha smesso di indossare il velo dopo quello che è successo, arrabbiata per la repressione, e così anche mia figlia 15enne», dice e scuote il capo: vorrebbe evitare guai. «Per strada devo tenerla a bada, altrimenti comincia a litigare se le dicono qualcosa». La temuta polizia morale, la Gersh Ershad, non si vede più in giro. Hanno cambiato nome, dice qualcuno. Lo fanno solo perché si vota, ma poi torneranno, speculano altri. Resta il fatto che i fermi delle donne senza velo, soprattutto quelli eseguiti con durezza, sono diminuiti. «La polizia non dice nulla», racconta Myriam, 24 anni, svelata e sorridente alla fermata della metro Dowlat Abad, sud di Teheran, zona conservatrice. «Magari sono i conservatori a dirti qualcosa, ma adesso intervengono le altre persone a difenderti». Le telecamere, quelle invece sono dappertutto. «Hanno capito che eravamo troppe, tante, e non potevano arrestarci tutte. Ora si sfogano facendoci le multe».

Sepinud aspetta il bus a piazza Vanak, nel Nord, l’agorà delle grandi occasioni mancate. Qui nel 2015 i moderati festeggiavano la firma dell’accordo sul nucleare e la promessa di un rapporto nuovo con l’Occidente. Trump stracciò quel sogno. I moderati di Rohani sono caduti in disgrazia. E con l’ultraconservatore Raisi l’Iran è andato altrove, a Est, verso la Russia e la Cina, stringendo le maglie delle libertà sociali. Venerdì si vota per le elezioni parlamentari, con una crisi economica i cui effetti il governo è riuscito ad attutire solo in parte e a due anni dall’esplosione del Movimento che ha messo anche i conservatori di fronte a un realtà ineludibile, al punto che oggi il conservatore Haddad Adel dice che pure le donne senza velo possono votare.

«Io non ci andrò. Per Mahsa e per tutte le altre ragazze vittime della repressione», rivendica Sepinud, 39 anni, mentre comincia a nevicare. Chi è sceso in piazza, e chi ha tifato da casa per la battaglia delle donne, diserterà le urne. “Greve du vote”, sciopero del voto, c’è scritto sul muro di un caffè alla moda nei pressi di Enghelab, via della Rivoluzione. Anche la premio Nobel Narges Mohammadi dal carcere ha invitato a boicottare i seggi. Lo faranno molti riformisti delusi. Le autorità in apparenza sembrano preoccuparsene, gli appelli a difendere “la democrazia” si moltiplicano tra i conservatori preoccupati che si scenda sotto il 40% delle precedenti legislative, già il dato più basso nella storia della Repubblica Islamica. Eppure molti candidati riformisti sono stati esclusi dalla corsa, quasi che al Sistema non dispiaccia un parlamento monocolore. Persino all’ex presidente moderato Rohani non è stato consentito di correre per l’altra elezione, davvero cruciale, di questo venerdì: quella per il Consiglio degli Esperti, l’organo che nomina la Guida Suprema. Ancora aspetta le motivazioni.


«103 riformisti candidati in tutto l’Iran», titola indignato il giornale riformista Ham Mihan, quello di Elahé Mohammadi, la reporter che insieme a Niloufar Hamedi per prima ha raccontato la storia di Mahsa Amini: arrestata, accusata di intelligenza col nemico, rilasciata dopo oltre un anno di prigione su cauzione, Mohammadi non è ancora stata scagionata. «Sta bene, e ci auguriamo che presto tornerà a lavorare», ci dice il direttore responsabile di Ham Mihan, Gholamhossein Karbaschi, ex sindaco riformista di Teheran, quando ci accoglie nella piccola redazione a nord della capitale. Sono tutti giovani, la maggior parte donne. In 400 giorni Ham Mihan ha avuto «200 denunce», «sono andato in tribunale per 20 processi. 17 sono state assoluzioni, uno è finito con una multa di 140 euro e due cause sono ancora pendenti». Più che una redazione, un fortino. «Il Movimento ha cambiato molte cose», secondo Karbaschi. «Ha fatto venir fuori il potenziale di una generazione che vuole prendersi le sue responsabilità. Donne colte, determinate, che ambiscono a diventare capi, dirigenti, direttori. È il loro momento». Ma sbaglia chi pensa di poterci arrivare biocottando il voto, avverte: «In Parlamento dobbiamo esserci, far sentire la nostra voce, correggere gli errori ovunque possiamo».

I rifomisti però sono divisi, storditi. I vecchi leader, quelli del 2009, Karroubi e Mousavi, stanno ancora ai domiciliari. I “nuovi” non ci sono o sono accusati di aver tradito la promessa delle riforme. E di non aver fatto nulla in difesa dei ragazzi e delle ragazze nei giorni delle proteste. Mohammad Ali Abtahi si sente chiamato in causa. Tra i padri nobili del riformismo iraniano, braccio destro di Khatami, ne è stato il vice durante la grande stagione delle riforme, anni Novanta. «Capisco la delusione, è fondata, e ce ne assumiamo la responsabilità. Abbiamo fatto errori, come quando ci dividemmo contro Ahmadinejad. Ma ci sono due vie: o la violenza e la guerra civile, che abbiamo visto in tanti Paesi intorno a noi, o le riforme. Noi abbiamo scelto la seconda strada e la difendiamo». La speranza è in questa «nuova generazione connessa con il mondo, che sta cambiando le cose. Il potere non la capisce, non ci parla, la distanza è sempre più ampia».

Cos’è allora questa trasformazione? In Iran «i satelliti sono proibiti, il velo è obbligatorio, molti generi musicali sono vietati, Instagram, Telegram sono bannati». Però, nei fatti, «la gente sta sui social, non porta il velo, usa l’antenna satellitare. Il riformismo è un pensiero. E lo stanno realizzando, anche senza i riformisti al potere».

Nelle immagini: donne senza velo nelle vie di Teheran


I Balcani e la crisi di credibilità dell’Occidente

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

 Di   Fatos Lubonja, OBC – Osservatorio Balcani Caucaso

Il Partito democratico italiano (PD) ha reagito fortemente all’accordo stipulato all’inizio di novembre dello scorso anno tra Giorgia Meloni ed Edi Rama sul ricollocamento in Albania dei rifugiati intercettati nelle acque del Mediterraneo. [Il PD] è insorto non solo contro la Meloni, ma anche contro il Partito socialista albanese, arrivando persino ad affermare che avrebbe chiesto “l’espulsione [del partito di Rama] dalla famiglia socialista europea” perché il primo ministro albanese e i suoi compagni di partito “non rappresentano più i valori della sinistra europea”.

La sinistra italiana ha protestato perché si è finalmente resa conto dei veri obiettivi perseguiti dal Partito socialista albanese, oppure lo ha fatto esclusivamente nell’ottica della propria agenda politica in vista delle elezioni europee e regionali del prossimo giugno? Sono trascorsi più di dieci anni da quando l’attuale primo ministro albanese e il suo partito sono saliti al potere, quindi sembra impossibile che il loro “partito gemello” in Italia sia ancora all’oscuro delle posizioni di Edi Rama.

Com’è possibile che la sinistra italiana, e i giornalisti ad essa vicini, non sappiano che nei dieci anni del governo Rama – che in gran parte coincidono con il periodo in cui il PD ha governato l’Italia – oltre 700mila albanesi, su una popolazione complessiva di 2,8 milioni di abitanti, stando ai dati Eurostat, hanno lasciato il loro paese? Questa domanda può essere posta anche alla destra italiana.

Com’è possibile che nessuno in Italia abbia dato ascolto agli avvertimenti, lanciati dal noto procuratore Nicola Gratteri, sui legami tra la mafia e i politici albanesi? Legami che emergono chiaramente dalle intercettazioni telefoniche, effettuate dalla squadra di Gratteri, che vedono coinvolti alcuni esponenti della ‘ndrangheta calabrese: “L’Albania di oggi è come la Calabria degli anni ’60: bisogna andarci e investire”.

Come si spiega il fatto che alcuni autorevoli mezzi di informazione italiani, che oggi criticano Edi Rama per “l’ignobile accordo” stipulato con la Meloni, fino a ieri abbiano elogiato gli interventi di modernizzazione della capitale dell’Albania, senza rendersi conto che il premier albanese, in collaborazione con alcuni rinomati studi di progettazione architettonica italiani, ha distrutto il centro storico di Tirana per costruirvi dei grattacieli dove la mafia calabrese ricicla denaro sporco in pieno giorno? Lo stesso Edi Rama per anni aveva insistito affinché l’ex premier italiano Matteo Renzi – con il quale Rama aveva coltivato un rapporto tanto amichevole quanto quello intrattenuto con la destra della Meloni – spingesse gli investitori italiani a venire in Albania dove non c’era alcun sindacato che potesse “mettere loro i bastoni tra le ruote”.

Sembra infatti impossibile che i politici e i giornalisti italiani non abbiano ancora capito che in Albania, come anche in Serbia e in altri paesi dei Balcani occidentali, non ha senso parlare di partiti di sinistra e di destra, bensì solo di partiti-stato, che più a lungo governano più voti ottengono grazie al controllo di tutti i centri di potere, criminalità organizzata compresa.

La Grecia apre gli occhi

Quando l’anno scorso, due giorni prima delle elezioni amministrative, la polizia albanese ha arrestato il candidato della minoranza greca Alfred Beleri, Atene ha battuto il pugno sul tavolo, minacciando di bloccare il processo di adesione di Tirana all’UE. Anche in questo caso non si può fare a meno di interrogarsi sull’atteggiamento dei politici e dei giornalisti greci: com’è possibile che solo dopo il brutale atto contro la minoranza greca, Atene si sia resa conto che in Albania vi è un regime autoritario, che collabora con la criminalità organizzata per derubare i cittadini, e i diritti umani vengono calpestati in modo palese e arrogante?

In un articolo dello scorso 15 dicembre, il quotidiano ellenico Kathimerini ha provato a rispondere indirettamente a questa domanda. Nell’articolo, ovviamente, non si fa alcun cenno ai cordiali rapporti intrattenuti dai primi ministri greci con Rama prima dell’evento di cui sopra, si parla solo della presa di posizione della Germania contro il veto di Atene sull’apertura dei negoziati di adesione dell’Albania all’UE. Secondo il quotidiano, Washington, Londra e Berlino, proprio per via della loro incapacità di comprendere la realtà dei paesi come l’Albania, non si rendono conto che il nuovo sistema giudiziario albanese – in cui hanno investito svariati milioni, presentandolo come “l’esempio più riuscito di riforma nei Balcani occidentali” – si sta trasformando in “un’arma politica” nelle mani di Edi Rama. Kathimerini non dice però che prima dello scoppio dello scandalo Beleri anche la Grecia aveva mostrato la stessa ingenuità.

È sufficiente dire che l’Occidente ha buone intenzioni, ma “fraintende” la realtà dei paesi balcanici? Nel denunciare la tendenza di Edi Rama ad abusare delle riforme, oppure la sua propaganda, le pratiche corruttive e le azioni di lobbying nei paesi occidentali, l’opposizione albanese è sempre ben attenta a definire questi paesi come “mal informati” o “ingenui”, mai come complici del male.

Ci sono molti esempi di “investimenti” occidentali falliti o “finiti nelle mani sbagliate”. Il caso dell’Afghanistan è solo uno dei più recenti. È ingenuo però pensare che si tratti di mera ignoranza o inesperienza. Il fallimento della riforma della giustizia in Albania era diventato evidente già qualche anno fa, quando i rappresentanti dell’UE avevano suggerito al Kosovo e alla Macedonia del Nord di non applicare “il modello albanese” perché aveva causato più problemi di quanti ne avesse risolti.

Manipolare e corrompere

Il partito di Edi Rama ha più volte dimostrato la capacità di influenzare e corrompere i paesi occidentali. Il recente scandalo che vede coinvolto Charles McGonigal ne è un esempio perfetto. L’ex capo del servizio di controspionaggio dell’ufficio FBI di New York è sotto processo per aver ricevuto pagamenti segreti in contanti da persone vicine al governo albanese. McGonigal avrebbe anche contribuito alla decisione di dichiarare il leader dell’opposizione albanese Sali Berisha persona non grata negli Stati Uniti.

Anche l’ingenuità ha però i suoi limiti e credo che saremmo molto più vicini alla verità se smettessimo di considerare le relazioni tra Occidente e Balcani in un’ottica orientalista che ci porta a percepire gli occidentali come persone buone, razionali e giuste che cercano di “educare i ladri orientali, avidi e primitivi”.

Gli ultimi trent’anni hanno dimostrato chiaramente – anche nei paesi dell’ex blocco orientale che, più degli altri, hanno creduto nella sincerità dell’impegno dell’Occidente nel costruire la democrazia e lo stato di diritto nell’est europeo – che dietro al paravento di questo impegno si celavano forti interessi economici e geostrategici, che hanno portato all’adozione di un linguaggio ambiguo e dei “doppi standard”, ormai diventati parte integrante delle politiche occidentali.

Un esempio recente di queste politiche è “la soluzione innovativa”, appoggiata da Giorgia Meloni, per “ricollocare” i migranti e i richiedenti asilo che cercano di raggiungere l’UE nei campi da allestire in Albania. In Italia, la premier Meloni ha presentato questo modello come “un modo per avvicinare l’Albania alla famiglia europea”, ma anche come “una strategia di deterrenza” per scoraggiare i migranti mandandoli in Albania. Il modello è stato prontamente appoggiato dal Partito socialdemocratico tedesco, partito gemello del PD italiano: il cancelliere Olaf Scholz si è affrettato ad affermare che i tedeschi presteranno particolare attenzione al memorandum Meloni-Rama.

Sono gli stessi tedeschi di cui parla Kathimerini, quelli che, con la guerra in Ucraina, si erano uniti con entusiasmo a chi chiedeva un’integrazione rapida, diretta e incondizionata dell’Albania nell’UE, mentre prima insistevano sulla necessità che il paese rispettasse le norme e lo stato di diritto. L’ironia, secondo il quotidiano ellenico, sta nel fatto che, prima dello scandalo Beleri, era stata proprio la Grecia a cercare, attraverso i suoi ministri degli Esteri, di spiegare ai tedeschi, ai francesi e agli olandesi perché “era fondamentale portare avanti il processo di adesione dell’Albania e della Macedonia del Nord all’UE”.

Basta con la condiscendenza orientalista

La reazione dell’Occidente alla manipolazione delle elezioni in Serbia messa in atto dal presidente autocratico Aleksandar Vučić, finora appoggiato da Bruxelles, contribuisce a svelare questi giochi di “doppie narrazioni e doppi standard”. È chiaro che, di fronte alle richieste dell’opposizione serba – che negli ultimi anni ha più volte boicottato il parlamento, accusando i paesi europei di sostenere l’autoritarismo in Serbia – l’Occidente non ha alzato la voce a causa delle elezioni rubate, bensì con l’intento di costringere Aleksandar Vučić a prendere le distanze dalla Russia.

Edi Rama non è rimasto sconvolto dalle reazioni della sinistra italiana all’accordo [sui migranti]. Si è avvicinato apertamente alla destra e all’estrema destra italiana. Quando l’accordo è stato applaudito da Berlino, si è subito recato in Germania per partecipare ad una riunione del gruppo parlamentare della destra bavarese dell’Unione cristiano-sociale (CSU), nel corso della quale il primo ministro bavarese ha invocato una diffusione su larga scala del “modello italo-albanese” per i rifugiati.

Diversamente da quanto sostiene Edi Rama, l’accordo in questione è ingiusto – a prescindere dal fatto che lo si osservi nell’ottica dei valori della destra o della sinistra europea – poiché viola i diritti umani. Per di più, sia la sinistra che la destra dei paesi occidentali dovrebbero vergognarsi della propensione a utilizzare l’Albania per risolvere i propri problemi riguardanti il fenomeno migratorio.

Sembra chiaro che l’Occidente continuerà a ricorrere a doppie narrazioni e doppi standard, incoraggiando l’avanzamento dei paesi dei Balcani sulla strada della democrazia e, al contempo, sostenendo i loro leader autocratici, in cui vede la via più semplice per risolvere i propri problemi. Se finora i paesi occidentali hanno sempre invocato il rispetto dei diritti umani come un obiettivo fondamentale, mai dal secondo dopoguerra hanno vissuto una crisi di credibilità e legittimità come quella attuale.

Originariamente pubblicato da Le Courrier des Balkans  , il 14 febbraio 2024
Nell’immagine: Fatos Lubonja


La cultura vien dal basso

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

Due parole aleggiavano, nel loro essere reiterate, nella sala stampa di Palazzo delle Orsoline, dove Marina Carobbio e Raffaella Castagnola hanno presentato la strategia cantonale di sostegno alla cultura: “trasparenza” e “indipendenza”.

Durante la conferenza stampa [ancora disponibile online] sono termini più volte utilizzati nell’illustrazione del decalogo di obiettivi sulla cultura che per la prima volta in assoluto (anche questo è stato ampiamente detto e ribadito) si propone come vero e proprio fondamento di un orientamento programmatico relativo a questa legislatura per quanto concerne le attività “non istituzionali”, ovvero quelle numerosissime iniziative culturali che vengono proposte ogni anno da enti e associazioni con la richiesta di ottenere un aiuto finanziario dei comuni o del Cantone (o, meglio ancora, di entrambi).

Nel passare dunque in rassegna tutta una lunga serie di “misure” atte a facilitare, razionalizzare, ottimizzare i processi di attribuzione di sostegni e di fondi, si è dunque insistito sul fatto che queste nuove “linee programmatiche” nascono dall’ “ascolto” e dal “coinvolgimento” (altro binomio di parole forti) di centinaia di interlocutori fra cui, di recente, anche l’Associazione Idra di Lugano, rappresentante a sua volta di circa 700 realtà attive in ambito culturale che ancora, pazientemente, aspettano qualche spazio messo a disposizione da città e Cantone dopo il successo de “La Straordinaria”.

Quell’insistere su trasparenza, indipendenza, ascolto e coinvolgimento ( presupposto in sé certamente legittimo e meritorio), quel continuo evocare una “politica dal basso” sono suonati però, ad un certo momento, anche come un “eccesso di zelo” che non sarà parso del tutto casuale, inducendo anzitutto a chiedersi se finora quegli elementi fossero assenti dai criteri di scelta in ambito culturale del dipartimento e poi a ricordare che proprio una scarsa capacità d’ascolto era stata attribuita da più parti (e da addetti ai lavori), proprio a chi oggi ne ha sottolineato a più riprese l’importanza.

La Direttrice della divisione, infatti è stata al centro, più volte, di un ampio dibattito su un operato definito “dirigistico” che l’aveva chiamata a dar conto, per esempio, di concorsi immotivatamente affrettati (per la Pinacoteca Züst di Rancate e per l’Archivio cantonale di Bellinzona), che peraltro, in uno dei due casi, ancora non hanno trovato una soluzione definitiva.

In porto è andata, invece, dopo l’elezione di Marina Carobbio in Consiglio di Stato e la sua designazione al DECS, la conferma di Raffaella Castagnola che si ritrova dunque ancora “in sella” ma a cui probabilmente è stato chiesto di profilarsi apertamente e ripetutamente, in questa occasione, come artefice dell’ascolto e del dialogo, che è senza dubbio più nelle corde di Carobbio, a maggior ragione dopo la sua elezione ed il passaggio ad un doveroso rispetto della collaborazione collegiale con esponenti politici non proprio tutti votati a grande considerazione nei confronti della cultura e dei suoi costi.

Già, perché poi, di fatto, la questione è proprio quella dei costi, dei milioni a disposizione del Cantone (e del preposto Dipartimento) per sostenere e finanziare sia le attività di cui si è parlato diffusamente oggi, sia quelle, definite appunto “istituzionali” (come i finanziamenti all’OSI, al MASI, o al Festival di Locarno) di cui si saprà qualcosa in più (di programmatico?) nei prossimi mesi, ma di cui si apprende che finiranno anch’essi a carico del Fondo Swisslos e non più della gestione corrente dello Stato “per ragioni di risparmio”.

Di cifre neanche l’ombra: un accenno, con gratitudine, appunto a Swisslos, che garantisce l’esistenza di molte occasioni culturali sostenute dal Cantone, ma niente di più. Nessun accenno neanche al rapporto fra finanziamento di eventi “istituzionali” e quello di iniziative indipendenti. Solo in una delle due domande poste dai giornalisti presenti in sala, si è chiesto conto di quanto possa gravare sul dipartimento la ipotizzata creazione di un “pass” per la cultura di cui potrebbero beneficiare i giovani. Di corsa ci si è precipitati a dire che potrebbe essere un po’ come l’abbonamento a metà prezzo delle ferrovie, dunque con una partecipazione evidente dei fruitori. Nessuna spesa in più. Non sia mai, coi tempi che corrono.

Il documento dipartimentale resta certamente la prova concreta della volontà di fissare dei punti strategici e delle priorità, dentro quello che è stato definito un percorso che ha portato ad “una visione generale della cultura incentrata sull’adattabilità, che propone iniziative volte a stimolare l’innovazione, rafforzare le collaborazioni e promuovere la sostenibilità e l’impatto sociale delle attività culturali, offrendo più cultura in modo più efficiente”.

Detto che l’idea di una cultura associata al termine “efficiente” un po’ preoccupa, (“efficace” rasserenerebbe appena un po’ di più) resta ora da vedere quanto si snelliranno e faciliteranno tutta una serie di richieste, che devono passare fra commissioni, sottocommissioni, conferenze cantonali culturali, commissioni parlamentari sulla cultura, per non dire dei comuni, fino a poter ottenere l’auspicato finanziamento. Speriamo che “dal basso” arrivino qualche idea e qualche soluzione in più.

Nell’immagine: Marina Carobbio durante la presentazione


Giulia Petralli – Una giornata di mobilitazione contro la liquidazione del servizio pubblico

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 


E adesso cala la scure sulla disabilità

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

Di Francesco Bonsaver, areaonline

Quando il governo aveva presentato i tagli al settore, l’Associazione ticinese delle istituzioni sociali (ATIS) aveva alzato la voce, contestando la riduzione di due milioni dei contributi globali cantonali, dei 2,7 milioni ai nuovi progetti e il prelievo dei fondi propri degli enti per circa 6,4 milioni. Al termine del dibattito parlamentare, il pacchetto da undici milioni di tagli è stato integralmente confermato.

Lo stato d’animo del personale dell’importante servizio delegato dallo Stato al parapubblico? «Amarezza, frustrazione e incertezza» riassume Lucio Negri, membro della commissione del personale alla Fondazione Diamante e della commissione paritetica del ramo. «Amarezza poiché è l’intero settore della disabilità ad uscirne svilito. Noi ci occupiamo di una fascia di popolazione fragile, spesso marginalizzata dalla società e il nostro compito è tentare d’includerla. Il messaggio politico che passa col Preventivo è: “Ne possiamo fare a meno”. Questo fa di noi dei lavoratori di serie b, ma di riflesso colpisce l’intera utenza, considerandola cittadinanza di serie b a tutti gli effetti» commenta amareggiato Negri.

La frustrazione riguarda invece l’attacco al valore economico del proprio lavoro, uscito sminuito dal Preventivo. La decisione governativa di non riconoscere il rincaro ai suoi dipendenti diretti (unico cantone in Svizzera), esclude automaticamente pure i lavoratori del parapubblico. Non solo. Per loro non ci sarà nemmeno la una tantum di 400 franchi e le due giornate e mezzo di ferie supplementari, le misure compensatorie decise dal Consiglio di Stato per il mancato rincaro ai dipendenti cantonali. Cornuti e mazziati, si direbbe a Napoli.

L’incertezza, la terza parola chiave usata dall’educatore sociale per descrivere lo stato d’animo nel settore della disabilità, si spiega così. «L’Ufficio invalidi cantonale è stato incaricato dal governo di valutare dove recuperare quei due milioni di riduzione delle prestazioni riconosciute agli enti e fondazioni. Alla fine, la voce salari potrebbe risultare quella su cui si deve risparmiare. Lo spauracchio del cosiddetto contributo di solidarietà sui nostri stipendi non è ancora scomparso» precisa Negri.

Uno stato d’animo che fa presupporre un’alta adesione alla giornata di agitazione di giovedì 29 febbraio tra i dipendenti delle strutture e dei servizi ai disabili. «Di sicuro saranno in molti a partecipare al corteo delle 17. Sullo sciopero, vista la particolarità del nostro servizio e dell’utenza che ne usufruisce, dobbiamo giocoforza scegliere delle modalità meno classiche dell’astensione dal lavoro, ricorrendo a forme diverse quali l’assemblea online di settore prevista alle 15».

A fianco dei lavoratori nella protesta, i vertici di diverse fondazioni per disabili toccate dai tagli del Preventivo. «Poiché nessuna di queste misure è stata purtroppo emendata in sede di discussione parlamentare, la nostra posizione rimane invariata: le misure proposte sono inaccettabili» risponde alla sollecitazione di area Maria Luisa Polli, direttrice della Fondazione Diamante (qui trovate la versione integrale della presa di posizione).

Particolarmente irritante ai loro occhi, l’obbligo di versare parti cospicue delle riserve create col tempo grazie al lavoro della dirigenza, dei dipendenti e dell’utenza. Nel concreto, la misura potrebbe dimezzare il capitale proprio della Diamante accumulato in oltre quarant’anni di attività nel giro di soli due anni. «Il cosiddetto “prelievo” dalle riserve finanziarie della Fondazione è una misura le cui ripercussioni incideranno sulla qualità delle prestazioni erogate a favore dell’utenza accompagnata nei laboratori e nelle strutture residenziali», scrive la direttrice Polli.

«È l’aspetto più triste della vicenda» commenta Danilo Forini, direttore di Pro Infirmis. «A farne le spese di queste misure, in fin dei conti, sono le persone con disabilità». Senza soldi, saltano tutti i progetti volti a migliorarne la qualità di vita, spiega Forini. «L’intera progettualità per rispondere ai nuovi bisogni è paralizzata. Per dare l’idea, il 2024 è il primo anno che Pro Infirmis non ha nessun nuovo progetto  in corso. A livello istituzionale poi, la pianificazione cantonale del settore, che doveva già esser licenziata lo scorso anno, per ora non è mai uscita dai cassetti del Dss».

Insomma, undici milioni di buoni motivi per protestare giovedì 29 febbraio.

Nell’immagine: un manifesto «Appenzeller» della campagna di Pro Infirmis


La 13esima AVS sì che è “la ricchezza che sgocciola”

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

Il 3 marzo si farà una scelta molto importante, eppure l’informazione nei media sul contenuto dell’iniziativa per la 13esima AVS sembra poco oggettiva e piuttosto scarsa. Sui social invece abbonda quella degli avversari, con tanto di animazioni e calcolatori individualizzati sulle presunte catastrofiche conseguenze per le nostre personali finanze se il popolo svizzero approvasse la 13esima AVS, ossia un aumento dell’8,3% delle pensioni garantite dal 1. pilastro. Per la loro campagna gli avversari (partiti borghesi e associazioni economiche) hanno investito quasi quattro volte quanto i promotori dell’iniziativa pur di condizionare media e politici (spesso disarmati di fronte alla complessità tecnica del nostro sistema pensionistico). Lo scopo è di far cambiare idea soprattutto ai giovani, convincendoli che rischiano di sacrificarsi per gli anziani.

Come mai tanta frenesia? In verità è una strategia di informazione ben studiata allo scopo di bloccare ogni possibile sviluppo del 1. pilastro, l’AVS appunto. Strategia conforme agli accordi segreti fra compagnie private di assicurazioni, rivelati nel documentario “Il protocollo” già diffuso dalle tre reti SSR e ora visibile gratuitamente su Vimeo: una storia incredibile che sarebbe tacciata di “complottismo” se non ci fossero i documenti a dimostrarla!

La vera posta in gioco il 3 marzo è una scelta cruciale: vogliamo rafforzare il 1. pilastro pubblico (l’AVS), ossia un’assicurazione moderna, sicura, solidale, economica e più equa per le donne, oppure vogliamo aumentare i contributi per il 2. pilastro privato (v. la prossima revisione della LPP) che è più costoso per gli assicurati ma molto redditizio per le compagnie di assicurazione e le banche? Sono loro, infatti, a gestire la montagna di risparmi accumulati nelle casse pensioni (oltre 1000 miliardi, non milioni!) che investono sui mercati finanziari e immobiliari realizzando lauti guadagni per i loro azionisti.

A rischio per i giovani di oggi non è dunque la pensione del 1. pilastro (AVS) perché ci saranno comunque altri giovani a pagare quando loro saranno anziani. A rischio caso mai sono le loro pensioni del 2. pilastro, per l’imprevedibile andamento dei mercati (v. perdita di 105 miliardi nel 2022), per le progressive riduzioni dovute all’invecchiamento della popolazione (v. diminuzione del tasso di conversione) e perché non c’è solidarietà fra giovani e anziani e nemmeno fra ricchi e poveri.

Sostenere che non è giusto pagare una 13esima AVS “a chi non ne ha bisogno” è pura ipocrisia sapendo che d’altra parte gli stessi oppositori all’iniziativa propongono sgravi fiscali proprio per i ricchi, tanto poi la ricchezza sgocciolerebbe verso i poveri… Nell’AVS, grazie al limite minimo e massimo delle rendite, il 90% degli assicurati paga meno di quanto riceverà da pensionato, a provvedere per la differenza sono i super benestanti perché sui loro alti redditi si preleva senza limiti la stessa percentuale di contributo AVS uguale per tutti. Qui sì che sgocciola la ricchezza!

Il 3 marzo votando SÌ, a favore dell’iniziativa per la 13esima AVS, non è vero che si vota “da egoisti” bensì da “altruisti” per rafforzare questo efficace meccanismo svizzero di solidarietà e stabilità sociale.


Guerra in Medio Oriente, perché è giusto negoziare anche con chi sfida le regole

Il Ticino sarà l'unico cantone svizzero a non riconoscere più agli impiegati statali l'adeguamento al rincaro; e tagli al personale che ridurranno i servizi sociali e le prestazioni sanitarie 

Di Gabriele Segre, La Stampa

È dai tempi della sconfitta romana a Teutoburgo che l’Occidente è sembrato ignorare più e più volte la medesima lezione nel corso dei secoli. Prendiamo un esercito ben organizzato, emanazione di uno Stato sovrano creato allo scopo di esercitare il monopolio legittimo della forza nel confronto con realtà politiche e militari omologhe. Facciamolo scontrare con un gruppo di milizie irregolari che non si identificano in confini, ma conoscono il terreno, con meno armi e più ideologia. Chi vincerà? Chiedetelo a Varo, a Custer o al generale Navarre dopo Dien Bien Phu.

Sessant’anni di ostilità post-coloniali tra Africa e Indocina e decenni di guerriglie tribali in Medio Oriente hanno preferito evitare la domanda. La guerra in Ucraina è sembrata riportarci in quella dimensione dello scontro in cui contano carri armati e chilometri di avanzate: una lotta simmetrica, non per questo equilibrata sul piano della potenza, ma di certo a noi più comprensibile nelle sue finalità. Un’eccezione.

Dopo il 7 di ottobre in Medio Oriente si sono riaccesi piccoli e grandi focolai di conflitto, in verità mai sopiti: dagli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso, al nuovo fermento dell’Islam sciita, dalla Siria al Baluchistan, fino ai rigurgiti della Jihad Islamica che non accenna a rinunciare alla causa anche quando Al Qaeda e Isis paiono meno vivaci di un tempo. Una “guerra asimmetrica” che, grazie a tecnologie a basso costo e a un mondo iper-connesso, è diventata letale anche a lungo raggio: un drone kamikaze da 20 mila dollari può oggi svolgere la missione di un missile Tomahawk da 1 milione ciascuno, e una fake news è in grado di spostare miliardi di opinioni e finanziamenti nello stesso istante.

Cesare Augusto ebbe la forza di ritirarsi al di qua del Reno. Nixon di abbandonare Saigon. Oggi ammettere la sconfitta non basterebbe: l’11 settembre ha reso palese quanto una guerra asimmetrica possa colpire in un mondo globale. E allora è arrivato forse il momento di considerare l’ipotesi che queste forze non siano del tutto sradicabili e che, se non possiamo sconfiggerle sul campo di battaglia, dovremo trovare il modo di affrontarle attraverso un approccio diverso: una nuova dottrina, questa volta di “politica asimmetrica”.

Lo sforzo fino ad oggi è stato limitato a qualche prova di realpolitik tenuta lontana dai riflettori, ben consapevoli che dare legittimità a relazioni considerate tradizionalmente indebite ci porrebbe su un terreno scivoloso. È possibile immaginare di instaurare rapporti con questi attori ostili all’interno delle sedi istituzionali e multilaterali del consesso mondiale, senza validare al contempo metodi brutali e fanatismo?

Sarebbe già un buon inizio riconoscere che queste forze hanno un peso nel panorama internazionale senza che tale ammissione venga percepita come una resa. Un ulteriore passo avanti sarebbe renderci conto che non siamo i soli a volerlo. Anche le conseguenze delle guerre asimmetriche si sono globalizzate: gli agguati dallo Yemen danneggiano Cina e India tanto quanto noi. Russia e Turchia si confrontano in un magmatico scacchiere che va dal Kurdistan al Caucaso. Persino i moderni “guerrieri”, tra foreign fighters, mercenari e hacker, paiono più l’investimento economico di capitali ben gestiti che indomiti idealisti. Tentare un dialogo con questo mondo è verosimile? Forse no… ma abbiamo comunque il dovere di provarci prima di mandare altre legioni al massacro.

Gabriele Segre : Direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre