Non c’è mai stata transizione energetica

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Un’analisi di come gira il mondo

Frutto di un’approfondita ricerca, il libro Sans transition-Une nouvelle histoire de l’énergie (pubblicato in Francia da Seuil), scritto dallo studioso francese Jean-Baptiste Fressoz, può essere suddiviso in due parti. I primi due terzi delle sue 330 pagine presentano una storia materiale dell’energia. La sua tesi principale è che lo sfruttamento di tutte le principali materie prime ha subìto una crescita continua negli ultimi due secoli. Solo materie come la lana e l’amianto hanno subito una diminuzione. Questa crescita è stata simbiotica, in nessun momento una materia prima ha reso inutile una materia usata precedentemente. La dimostrazione di questa tesi è rigorosa, ma di lettura piacevole. Chiunque voglia capire come gira il mondo vi troverà qualcosa di interessante. L’ultimo terzo è consacrato a chiarire i meccanismi che hanno portato l’espressione “transizione energetica” al suo uso corrente, dando per scontato che si riferisse a qualcosa di più o meno preciso. Il testo è completato da una settantina di pagine di note, che ne fanno un’utile fonte per approfondimenti.

Il libro non è una critica allo sforzo di sviluppare le energie rinnovabili, né di mostrare che una transizione verso di esse sia impossibile. Vuole piuttosto dimostrare che la transizione com’è stata concepita serve da giustificazione alla rassegnazione climatica. Dagli anni 1980 ha accompagnato la procrastinazione generale ad agire, e continua a farlo. L’autore si spinge fino a dire che la transizione è l’ideologia del capitale nel XXI secolo. Questo perché serve a spiegare come il capitale, finanziando l’innovazione tecnologica, può contribuire positivamente alla lotta climatica. La transizione permette di proiettarsi in scenari a lunghissima scadenza, fatti di auto elettriche e di aerei a idrogeno, piuttosto che di mettere in discussione il livello dei consumi materiali e le disuguaglianze. 

Il Palazzo di cristallo

Costruito nel 1851 in occasione della prima Esposizione Universale tenutasi a Londra, il Crystal Palace è stato considerato un inno alla modernità. La sua struttura apparente doveva far dimenticare il legno. Di fatto, il Palazzo conteneva in peso tre volte più di legno che di ferro e di vetro, e nel 1936 è stato completamente distrutto da un incendio, visto che il legno si era completamente seccato dopo 85 anni passati nell’immensa serra. “Una bella metafora del capitalismo”, ci dice Fressoz. Purtroppo la maggior parte dei racconti che tracciano una storia dell’uso delle energie ricalca lo schema del mito del Palazzo di cristallo, semplicemente perché non pone attenzione alla storia materiale, al come le cose sono fatte, all’interdipendenza tra i vari processi produttivi. Fressoz mostra che la storia delle simbiosi energetiche è fatta di cicli; è una storia che non ha direzione.

Ferrovie di legno, e automobili a carbone

Il carbone non si oppone e non ha reso obsoleto il legno, così come il petrolio non ha soppiantato il carbone. Anzi, senza il legno, niente carbone, e senza il carbone, niente petrolio. Le miniere di carbone sono impensabili senza le infrastrutture usate per sostenere le loro gallerie. Anche quando sono state introdotte infrastrutture in metallo, il legno è restato di gran lunga il materiale più usato e preferito dai minatori. I treni a vapore ci fanno pensare a nuove scoperte nella fisica, alla sostituzione della forza muscolare con la forza meccanica, al progresso insomma, all’era industriale. Ma quante traversine di legno ci sono volute per tenere i binari, per costruire le stazioni e le cisterne d’acqua per i rifornimenti? Il legno ha anche svolto un ruolo preponderante nello sviluppo dello sfruttamento del petrolio. Chiediamoci come mai il petrolio si misura in barili. Prima dell’uso delle condotte in acciaio, la liquidità del petrolio ha posto enormi problemi logistici che sono stati risolti solo grazie all’uso di manufatti in legno, dai barili alle navi. Poi, quando sono state introdotte le più moderne condotte di acciaio per pipeline e gasdotti, è stato il turno del carbone a essere indispensabile per l’industria del petrolio. La dipendenza dell’industria automobilistica dal carbone era già chiara a George Orwell, che nel 1937 scriveva che sono il carbone e i minatori a far avanzare le automobili. In uno spot pubblicitario della Ford degli anni 1970, intitolato A car is born, questa dipendenza è messa in scena in maniera spettacolare. La relazione simbiotica tra le materie prime può anche rovesciarsi, così il petrolio è fondamentale nello sfruttamento di miniere di carbone a cielo aperto, e negli ultimi cinquant’anni si produce sempre più carburante sintetico (synfuel) a partire dal carbone. 

Queste considerazioni qualitative, possono essere completate con cifre che mostrano quanto l’idea di transizione sia una mera finizione. Una gran parte del libro di Fressoz fa proprio questo. Qualche esempio semplice: la parte del legno nel mix energetico è sì diminuita in termini relativi, ma il suo consumo è passato da 2,5 miliardi di tonnellate nel 1961 a 3,9 miliardi nel 2020, e usiamo tre volte più legno per produrre energia nel 2020 che un secolo prima; dal canto suo il consumo del carbone è raddoppiato tra il 1960 e il 2020. 

Dal vecchio al nuovo? La costruzione di una narrativa

Da queste brevi considerazioni vediamo che non si può dire che il legno o il carbone siano resti del passato. Mulini e turbine per sfruttare la forza del vento ve ne sono da secoli, ma vi sono anche state moltissime innovazioni tecnologiche che hanno permesso di sfruttare nuove fonti di energia (atomo, sole), che hanno reso lo sfruttamento e il consumo più efficace ed efficiente, e via dicendo. Queste innovazioni non hanno però mai cancellato il passato, contrariamente all’idea corrente che ci si fa dell’innovazione quale distruzione creatrice (come proposto dall’economista Schumpeter). Anzi, alcune innovazioni come i synfuel o i pannelli di compensato hanno dato nuova vita a materie prime già ampiamente usate. Allora come si arrivati alla narrativa della transizione? 

 Formato alle science and technology studies, di cui uno degli esponenti più conosciuti è Bruno Latour, e avendo iniziato la sua carriera accademica allo Center for the history of science, technology and medicine creato da David Edgerton presso l’Imperial college London, Fressoz possiede gli strumenti per rispondere a questa domanda. Si tratta da un lato di seguire da vicino l’uso delle materie prime, tenendo conto delle problematiche legate al loro trasporto, dei processi di fabbricazione reali, al loro uso, ecc., e dall’altro di analizzare il discorso dei vari attori implicati. È così facendo che è apparso il ruolo cruciale nella propagazione dell’ideologia della transizione di un gruppo di scienziati che lavoravano sull’energia nucleare. Questi si sono prima interessati al cambiamento climatico, che già sembrava evidente alla fine degli anni 1960 a seguito dell’osservazione dell’innalzamento del livello del mare. Visto che l’unica spiegazione plausibile di questo fenomeno era legata alla quantità di CO2 nell’atmosfera, preconizzavano la sostituzione delle energie fossili con l’impiego di reattori super veloci nucleari. La loro visione e le loro previsioni sono state in un certo qual modo confermate, salvo quelle riguardanti l’utopia nucleare. Questo gruppo ha poi anche per primo scritto su quello che era stata chiamata la crisi energetica. La crisi petrolifera e i blackout erano già allora usati come denuncia dei “deliri ambientalisti”. È allora che ha cominciato a diffondersi l’espressione transizione energetica, declinata in diverse varianti. Si è anche cominciato a parlare di zero energy growth, cioè l’idea di limitare il consumo di energia senza impedire la crescita economica. La transizione energetica era presentata come un modo per traghettare l’economia verso lidi più sicuri, ed è stata iscritta nei programmi energetici delle amministrazioni Nixon e Carter per dar loro una patina futuristica. Di fatto questi programmi erano basati sul rilancio del carbone domestico. L’espressione si è diffusa rapidamente dopo il discorso alla Nazione di Carter del 18 aprile 1977 . Al minuto 3’30 parla della transizione a venire, che spiega referendosi alla transizione che ci sarebbe stata 200 anni prima dal legno al carbone, e a quella analoga del XX secolo con l’uso accresciuto di petrolio e gas naturale. Come indicato, si trattava di convincere il popolo americano della necessità di aumentare l’uso del carbone, fonte di energia interna più abbondante, così da ridurre la dipendenza dalle importazioni. Nel suo discorso, il presidente menziona anche i consumi elevati e la necessità di agire su di essi, ma tra i dieci principi che fondano il suo piano figura in seconda posizione il mantenimento della crescita … Lo sviluppo delle energie rinnovabili figura in decima posizione.

Fressoz sembra essere il primo storico a criticare così severamente la narrativa della transizione. Alcune delle sue linee di pensiero sono però state anticipate da pochi fisici negli ultimi decenni del secolo scorso. In particolare, Cesare Marchetti, già attivo presso EURATOM, ha messo in evidenza la grande inerzia del sistema energetico mondiale, il cui futuro dipende quindi in grandissima parte dal passato. Altri hanno messo in dubbio il valore delle modellizzazioni di economisti come il premio Nobel Nordhaus. Malgrado queste espressioni di dissenso, il discorso della transizione si è sviluppato ed è servito come bussola per uscire dalla crisi energetica, e poi per parlare del cambiamento climatico. Fressoz lo qualifica uno scandalo scientifico e politico. La transizione è servita a temperare (!) gli animi: così per esempio anche esperti che avevano messo in evidenza il cambiamento climatico non si sono mostrati contrari a una transizione che passasse per i synfuels, al fine di ridurre la dipendenza dal petrolio. Cioè anche se vi era accordo sull’analisi scientifica, le soluzioni sono sempre state pensate per prendere tempo. La struttura in tre sotto-gruppi del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC in inglese) rispecchia questo approccio: il primo si occupa di climatologia, il secondo degli impatti, e il terzo di soluzioni. Risultato: se il primo arriva a un consenso sull’urgenza climatica, il terzo può tradurlo in misure senza un reale impatto. Di fatto, si è dovuto aspettare il 2022 perché l’IPCC promuovesse il concetto di sobrietà, ma la decrescita non è ancora contemplata da nessuno dei circa 3000 scenari considerati dal terzo sotto-gruppo!

Sarà dura!

Intanto, British Petroleum aveva cambiato nome in Beyond Petroleum, e Total è diventata TotalEnergies. Puro marketing. C’è stata battaglia per il posizionamento del Ministero della transizione in seno al governo francese. Scaramucce tra funzionari e politici. Meloni accusa un’ipotetica transizione ideologica di aver stufato gli agricoltori. Per spingere il nucleare. Di fatto le cose serie avanzano molto lentamente, e una rassegnazione irresponsabile ha cominciato a diffondersi. C’è chi dice “il clima cambierà e noi ci adatteremo spostando l’agricoltura”, o ancora “in fondo per il bene dei più è normale che alcuni si sacrifichino”, senza indicare come ripensare le nostre politiche di accoglienza e di solidarietà. Durante Prima Guerra Mondiale e la Spagnola le emissioni di CO2 sono diminuite del 17%, durante la Crisi del 1929 del 25%, e durante il Covid e suoi confinamenti solo del 5%, per poi riprendere come prima. Considerati assieme, acciaio, cemento, plastica e fertilizzanti rappresentano un quarto delle emissioni di CO2, e vi sono poche proposte che spieghino come modificare la chimica del cemento, dell’acciaio o degli ossidi d’azoto, né come convincere i paesi produttori a chiudere i loro pozzi di petrolio o di gas. Si sono fatti progressi per decarbonizzare l’elettricità, ma questo non basta. Il libro di Fressoz è una messa in guardia, che ci invita a trarre le giuste lezioni dalla Storia.  Sarà dura arrivare a ridurre drasticamente l’uso di sorgenti di energia carbonifere! Ciò malgrado, ognuno può fare la sua parte informandosi, mettendo in questione il proprio agire e quello della società in cui vive.


L’involontaria comicità del male

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Chissà se, prima o poi, la fantasia riuscirà per davvero a distruggere il potere e a seppellirlo con una risata. Probabilmente no, ma a pensarci bene è vero che nei prepotenti si annida spesso un pizzico di comicità involontaria.

Ne “Il grande dittatore”, per esempio, Charlie Chaplin prese per i fondelli alla grande Adolf Hitler. Era il 1940. La cosiddetta “soluzione finale” non era ancora stata messa nero su bianco, ma se ne intravvedevano i primi segnali. I nazisti erano già in guerra e Hitler era già l’immagine della violenza. Eppure Chaplin lo considerava ridicolo; o almeno comico. E aveva assolutamente ragione. C’è “Il grande dittatore” a dimostrarlo, ma ci sono pure i filmati dell’epoca. Certo, guardando le immagini dei comizi di Hitler di primo acchito proviamo orrore, perché sappiamo cosa è stato il nazismo. Poi però ne intuiamo anche il lato comico: quello di un ometto impettito che strilla e arringa la folla, fissandola con due occhi da invasato.

Anche negli atteggiamenti “mascelluti” e “pettoruti” di Benito Mussolini c’è qualcosa di comico. E lo stesso si può dire della mimica di Donald Trump e degli strilli di Giorgia Meloni. Perché in tutte le declinazioni della prepotenza, in tutti i fanatici, in tutti i dittatori e in tutti i bulli e bulletti, c’è una vena di comicità.

Una delle immagini simbolo dell’assalto al Campidoglio, per dirne una, è quella di un uomo a petto nudo con in mano la bandiera statunitense e in testa una pelle di bisonte con le corna. Quell’uomo, vandalizzando il “cuore” della democrazia, ha commesso un delitto assai grave, ma quasi tutti vedendo il suo elmo animale abbiamo pensato: che buffone.

Che dire poi della gerontocrazia russa, cinese e coreana puntualmente schierata, ma pietrificata, durante sfilate delle rispettive forze armate? C’è tutto l’orrore per la pericolosità dell’arsenale che vediamo, ma c’è anche il sorriso amaro per quelle che sono delle mummie messe lì a rappresentare un potere che non hanno.

Così, non troppo causalmente, dopo il dibattito in Gran Consiglio sul Preventivo 2024 mi sono ricordato di Charlie Chaplin e de “Il grande dittatore”. E questo perché le dichiarazioni di Sergio Morisoli mi hanno fatto davvero paura. “Pareggiare i conti, frenare la spesa, evitare i deficit, mantenere basse le imposte, contenere il debito non sono verbi e azioni contabili; sono valori morali, principi di giustizia e garanzie di libertà”, ha detto tutto impettito e scuro in volto, scrutando i colleghi parlamentari con uno sguardo accusatorio. Poi, quasi fosse una sorta di Savonarola nostrano in missione per conto di Dio, si è retoricamente chiesto: “Quale sarebbe la moralità di uno Stato che si arricchisce sulle spalle dei contribuenti e poi sperpera i soldi senza pudore?”

Quasi inconsciamente desideravo intuire qualcosa di comico nel suo atteggiamento, ma non ci sono riuscito. Per certi versi il linguaggio del suo corpo mi ha indotto a ripensare a Girolamo Savonarola e al suo: “Tu vorresti roba: vivi secondo Dio e parcamente e non volere le pompe, e le vanità, ed a questo modo, risparmierai ed avrai più roba”. Savonarola però, tutto sommato, se la prendeva con i fiorentini ricchi. 

Così nell’iconoclastico “Falò della vanità” andarono letteralmente in fumo centinaia di opere d’arte dal valore inestimabile. I ricchi invece Morisoli li difende, proponendo un “Falò dell’austerità” nel quale immolare i poveri, facendo appello alla moralità, alla giustizia e alla libertà. Quella dei ricchi evidentemente. No, nel suo ergersi impettito e scuro in volto a difensore della morale, della giustizia e della libertà, non ci ho visto nulla di anche solo vagamente comico.

Da parte sua Michele Serra consiglia di non mai abbassare la guardia di fronte ai prepotenti e suggerisce di “mai dimenticarsi, nemmeno per un attimo, di prenderli per il c..o; sarebbe un’omissione imperdonabile”.

Forse ha ragione, ma io proprio non ci riesco a seppellire Morisoli con una risata. Quell’uomo mi mette tristezza. Tanta tristezza.

Nell’immagine: statua di Sergiolamo Savonaroli


Donald scarica l’Europa

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Si sarà lasciato prendere dalla foga. Parlava alla folla dei fedelissimi. L’attendibilità non è mai stata il suo forte. Ma ha detto sulla Nato quello che pensa della Nato. E se lo pensa il candidato Donald Trump è quello che farà il Presidente Donald Trump, se rieletto. Liquiderà la Nato. Gli europei non si facciano illusioni. Senza il ferreo impegno alla difesa collettiva in caso di aggressione, a maggior ragione senza quello del principale alleato, la Nato come la conosciamo è finita. E senza Alleanza, il legame transatlantico che ha tenuto insieme Nord America ed Europa per tre quarti di secolo diventa un menù alla carta. Cosa farà l’Europa?

Da questa parte dell’Atlantico, il timore del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è palpabile, fatta eccezione per la vasta palude simpatizzante che, a pieno titolo, conta solo un paio di piccoli governi ma spera di allargarsi a partire dalle elezioni europee di giugno. La prevalente reazione europea è stata di cacciare la testa sotto la sabbia, forte di tre argomenti: non è detto che Trump vinca il voto del 5 novembre; la prima presidenza trumpiana, relativamente addomesticata, incoraggia a non dare troppo peso alle esternazioni elettorali; per quanto riguarda la Nato, l’uscita dall’alleanza non può essere decisa dal Presidente ma richiede la ratifica del Senato – quindi la Nato sopravvivrebbe a Trump. Il primo è impeccabile: le elezioni presidenziali americane sono una gara a due che si decide al taglio del traguardo. Ma gli altri due sono illusori.

Quello che Trump ha detto nel comizio di sabato in Carolina del Sud – dove martedì si vota alle primarie, ultima spiaggia della rivale Nikki Haley per la “nomination” repubblicana – è quasi sicuramente inesatto. Se, parlando con un “Presidente” di un “grande Paese” alleato, avesse minacciato di “non proteggerlo se in mora con i pagamenti, anzi di incoraggiare la Russia a fare cosa diavolo gli pare (cioè attaccarlo)”, l’aneddoto sarebbe trapelato. L’approccio di Trump, da Presidente, è stato effettivamente transattivo ma concentrato sull’impegno – disatteso dalla maggioranza, fra cui l’Italia – a spendere il 2% del Pil per la difesa. Che non è una quota condominiale della Nato; è una spesa nazionale per le Forze Armate nazionali. Le pressioni di Trump hanno ottenuto qualche apprezzabile risultato; dopo di lui, ancor più quelle esercitate indirettamente da Vladimir Putin invadendo l’Ucraina quasi due anni fa.

Quello che conta non è quanto Trump abbia detto o non detto. Che l’abbia detto o no, ne è sicuramente convinto. Nel mentire passerebbe il poligrafo: è una delle sue forze. Conta quanto dice ora. In cui ci sono due messaggi, uno alla Russia, l’altro all’Europa. Il primo risponde ai segnali di Vladimir Putin via intervista a Tucker Carlson. L’America (Great Again…) di Trump non si sprecherà per proteggere gli alleati “che non pagano”, e tanto meno l’Ucraina. Il patto russo-americano sul cadavere dell’Ucraina è già pronto, se non proprio in ventiquattrore ma nel giro di qualche settimana. Come in tutti i “deal” bisognerà solo definire i dettagli. Post-scriptum per Volodymyr Zelensky: arrangiati. O veditela con gli europei. Noi americani ci tiriamo fuori.

L’avvertimento all’Europa, o meglio agli europei, che Trump, tifoso di Brexit, non ama considerare in blocco, Ue o Nato o G7, è: se volete la protezione degli Usa la dovete “pagare”. Cosa intende per “pagare”? Non il 2 o 3 o 5% del Pil, per di più non necessariamente speso in America, ma accettare le condizioni alle quali sono disposto a garantirvi la difesa. Sul piano bilaterale, naturalmente, altro che Articolo 5 del Trattato di Washington. Altrimenti, do via libera alla Russia. Per un’alleanza difensiva imperniata sulla deterrenza questo basta a vanificarla; non c’è bisogno di abrogazioni formali. Del resto, contrariamente ai miti sulla Nato guerrafondaia, l’Articolo 5 è un impegno politico non un automatismo militare. Messo in forse è come se non esistesse.

L’isolazionismo di Donald Trump tocca corde nell’elettorato Usa, a lungo dimenticate ma profonde. Saranno gli americani a decidere chi sarà il loro prossimo Presidente. Ma siamo noi europei a decidere se prenderci la responsabilità della nostra sicurezza e del sostegno all’Ucraina, con o senza fare affidamento sugli Stati Uniti. I mezzi li abbiamo. Se poi il futuro Presidente americano non dovesse essere Donald Trump il legame transatlantico sarà ancora più forte.


L’ultimo comizio choc di Trump su Putin e la Nato: dissi ai paesi Nato “incoraggerei la Russia a fare ciò che diavolo vuole con voi, se non pagate il dovuto all’Alleanza”

E Solovyov e la propaganda russa rilanciano entusiasti. Breve viaggio nel programma isolazionista e “trumputiniano” dell’ex presidente americano

Di Jacopo Jacoboni, La Stampa

Putin può cominciare a sfregarsi le mani. Per capire cosa possa significare una vittoria di Trump non servono voli di fantasia: basta ascoltare quello che l’ex presidente americano ha ripetuto in un comizio politico avvenuto sabato in South Carolina, quando da noi era notte. Trump ha ricordato lui stesso di quando disse ai leader della Nato che avrebbe «incoraggiato» la Russia a «fare quello che diavolo voleva» ai paesi che non avevano pagato il dovuto all’alleanza. Vladimir Solovyov sul suo canale telegram, e diversi canali affiliati nei network della propaganda russa, rilanciano entusiasti con diluvio di punti esclamativi: stavolta non c’è bisogno di fuorviare o distorcere nulla, il piatto viene servito direttamente dall’amico americano.

Il video di Trump sta ampiamente circolando e è già virale, la Casa Bianca è dovuta intervenire definendo i commenti di Trump «spaventosi e squilibrati». L’ex presidente aveva detto esattamente così, come fosse una storiella da ridere: «Uno dei presidenti di un grande Paese si è alzato e ha detto: “Bene, signore, se non paghiamo e veniamo attaccati dalla Russia, ci proteggerete?” “Io ho detto: ‘Non avete pagato? Siete morosi? Lui ha risposto: “Sì, mettiamo che succeda”. “Se non paghi sei un delinquente. No, non vi proteggerei, anzi li incoraggerei a fare quello che vogliono. Dovete pagare”».

Andrew Bates, portavoce alla Casa Bianca, ritiene che «incoraggiare le invasioni dei nostri più stretti alleati da parte di regimi assassini è spaventoso e sconsiderato – e mette in pericolo la sicurezza nazionale americana, la stabilità globale e la nostra economia interna».

«Trump non ha ancora capito come funziona la Nato – osserva Anne Applebaum –, pensa ancora che gli alleati “debbano dei soldi” e sta inviando un segnale alla Russia per attaccarli mentre la folla esulta. Un invito ad allargare la guerra». D’altra parte nel suo libro uscito nel 2000, “L’America che ci meritiamo”, Trump già scriveva che «ritirarsi dall’Europa farebbe risparmiare al Paese milioni di dollari all’anno», e durante il suo mandato presidenziale ha minacciato tante volte di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato. Nel sito ufficiale della sua attuale campagna elettorale, sulla materia Nato c’è solo una frase, piuttosto ambigua se non inquietante: «Dobbiamo portare a termine il processo iniziato sotto la mia amministrazione di rivalutazione fondamentale dello scopo e della missione della Nato». Tutto lo staff dell’ex presidente ha rifiutato di spiegare, a precisa richiesta del New York Times, cosa intendano esattamente.

Secondo Phillips P. OBrien, professore di Strategic studies all’Università di Saint Andrews, «l’ammissione di Trump, secondo cui sarebbe felice di incoraggiare Putin ad attaccare l’Europa, dovrebbe distruggere tutte le speranze che il Partito Repubblicano sia in qualche modo salvabile. I Democratici dovrebbero fare due passi coraggiosi per raggiungere i Repubblicani sani di mente». Adam Schiff, deputato californiano che si è impegnato a lungo contro le interferenze russe nelle elezioni Usa 2016, chiosa amaramente che Trump «è più interessato ad accrescere se stesso e a compiacere Putin che a proteggere i nostri alleati», e questo «sarebbe sufficiente per far ammalare Reagan». E David Frum, commentatore per The Atlantic, riassume così la triste storia: «Bozza di titolo: Trump dice che “incoraggerebbe” la Russia ad attaccare l’Europa. Sottotitolo: Il leader repubblicano giura: “non proteggerà” gli alleati della Nato dall’invasione».

John Bolton, un falco che fu consigliere per la sicurezza nazionale dal 2018 al 2019, scrive nelle sue memorie che Trump fu più volte dissuaso dal suo team dall’idea di ritirarsi dalla Nato, e ha dichiarato a suo tempo che «non c’è alcun dubbio nella mia mente» che in una eventuale rielezione Trump porterebbe infine a termine suoi propositi di ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza.

In altre parole, un Trump unchained se ne frega abbastanza della memoria di Reagan, e non sembra intenzionato a fermarsi. Non potrete dire, stavolta, che non eravate stati avvertiti.


Trump scateNATO

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 


Chi difende la libertà di navigazione nel mondo?

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Da Il Post

I commerci mondiali nelle ultime settimane sono stati fortemente condizionati dagli attacchi contro le navi commerciali nel mar Rosso condotti dagli Houthi, il gruppo armato che controlla parte dello Yemen e lo stretto di Bab el Mandeb. Gli attacchi hanno causato un aumento immediato dei prezzi del trasporto delle merci, hanno costretto molte navi cargo a percorrere vie alternative, hanno provocato una reazione statunitense e spinto una coalizione di paesi a organizzare una missione militare per proteggere le navi commerciali.

La crisi nel mar Rosso si va ad aggiungere a quella del mar Nero, provocata dalla guerra in Ucraina, e al costante stato di tensione del mar Cinese Meridionale: negli ultimi anni, l’insieme di queste crisi sta mettendo in discussione una realtà che negli ultimi ottant’anni era data quasi per assodata: la libertà di navigazione, in sicurezza, lungo tutte le rotte mondiali. Sulla libertà di navigazione è stata costruita l’infrastruttura dei commerci (e dunque dell’economia) del mondo, ma non è più possibile darla per garantita come un tempo: come ha scritto il Wall Street Journal, c’è la possibilità che la libertà di navigazione di cui il mondo ha goduto per decenni sia stata una «anomalia storica».

Durante tutto questo periodo la sicurezza delle navi cargo è stata garantita principalmente dagli Stati Uniti, con l’aiuto di vari alleati e l’assenso di tutti i grandi paesi del mondo, concordi sul fatto che la libertà di navigazione dei mari sia uno dei fattori fondamentali della crescita economica. Secondo dati dell’ONU, si muove via mare l’80 per cento delle merci mondiali.

In questo modo, grazie a una flotta numerosa e una diffusa rete di basi navali e militari in tutto il mondo, il controllo dei mari è stato espressione e strumento della potenza mondiale statunitense. Ma non è detto che quest’opera di salvaguardia della “libertà dei mari” sia destinata a durare per sempre. Potrebbe diventare meno efficace o troppo costosa, in termini economici e politici, con condizionamenti immediati e radicali sull’economia globale.

Tranne rare e limitate eccezioni, dopo la Seconda guerra mondiale le navi cargo hanno potuto circolare senza correre rischi al largo negli oceani e nei passaggi obbligati in stretti e canali. Questa sicurezza dei mari è stata fondamentale nella creazione di un mercato globale. Nel 1950 circolavano per mare meno di 500milioni di tonnellate di merci ogni anno: oggi le navi portacontainer ne trasportano 23 volte tanto. Questa libertà di circolazione, a prezzi relativamente contenuti, ha contribuito a quella che chiamiamo “globalizzazione”, con la nascita di aziende che producono e vendono in tutto il mondo, guidate dalla ricerca del maggiore profitto e con potenziali mercati non più limitati da questioni geografiche.

Il concetto di “libertà dei mari” risale al 17° secolo, quando fu stabilito che le navi di ogni nazione dovevano poter navigare negli oceani. Ma questo principio per molti secoli è rimasto totalmente teorico e i commerci marittimi sono stati oggetto di guerre navali, blocchi alla navigazione e continui assalti di pirati. Scortare i cargo con mezzi militari è stato a lungo una necessità, e solo a partire dagli anni Cinquanta le rotte marittime sono diventate stabilmente sicure.

Alla fine della Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti potevano contare su una flotta militare di quasi 7.000 navi e lo sforzo bellico aveva reso celebri o promosso a ruoli di responsabilità all’interno dello stato militari appartenuti alle forze navali. Il controllo dei mari divenne uno strumento fondamentale per accrescere l’influenza statunitense nel mondo, ma anche per permettere lo sviluppo dei commerci e quindi del modello capitalistico, in contrapposizione a quello comunista durante la Guerra fredda.

Nel 1979 quest’opera di garanzia di sicurezza fu codificata, con la creazione del Programma per la libertà di navigazione (FON), che si proponeva di usare mezzi diplomatici e operativi per garantire il transito delle forze navali statunitensi, ma anche per preservare le rotte commerciali. Ogni anno il dipartimento della Difesa redige un documento che raccoglie quelli che vengono definiti «eccessi di sovranità marittima» da parte di stati esteri, ossia richieste o azioni che rischiano di mettere in pericolo la libera circolazione nei mari.

A queste minacce gli Stati Uniti hanno sempre risposto con opere di dissuasione diplomatica, sfruttando il proprio potere di deterrenza, o con operazioni di scorta e protezione, effettuate attraverso le numerose basi presenti nel mondo o utilizzando la propria flotta militare.

Tuttavia le dimensioni della loro flotta sono diminuite negli anni: avevano circa 600 navi quando nel 1987 lanciarono l’operazione Earnest Will, con l’obiettivo di garantire una sicura navigazione nel golfo Persico durante la guerra fra Iraq e Iran, soprattutto alle petroliere provenienti dal Kuwait. Oggi le navi sono circa 300 ed è la Cina ad avere la flotta militare più grande al mondo, con più di 340 navi: nel 2008 le Marine dei due paesi collaborarono nel proteggere le navi commerciali dai pirati somali nel Corno d’Africa, ma oggi la crescente contrapposizione fra i due paesi rende difficile ipotizzare operazioni congiunte di controllo.

Il think tank Centro per lo sviluppo globale ha stimato che attualmente gli Stati Uniti spendano lo 0,2 per cento del proprio PIL per proteggere le acque internazionali, contro una media dello 0,015 per cento degli altri 40 paesi più sviluppati.

Le crisi marittime che rischiano di compromettere il sistema di commerci mondiali negli ultimi anni sembrano ricorrenti. Prima degli attacchi degli Houthi, condotti con mezzi tutto sommato ridotti ma dai pesanti effetti, la crisi precedente era stata quella del mar Nero: la Russia ha sfruttato un iniziale dominio marittimo nei confronti dell’Ucraina (che non ha una flotta, ma sta ottenendo successi con droni marini) per bloccare le esportazioni ucraine di grano e cereali, con temute ripercussioni sul settore alimentare di tutto il mondo.

Episodi di pirateria sono ricorrenti lungo le coste del Corno d’Africa e nello stretto di Malacca, fra Indonesia e Malesia, mentre il mar Cinese meridionale e lo stretto di Taiwan sono oggetto di crescenti operazioni militari proprio da parte della flotta cinese.

Dopo alcuni decenni in cui l’interesse centrale per le operazioni antiterrorismo ha spostato risorse e attenzioni dalla flotta navale, gli Stati Uniti oggi si ritrovano a dover proteggere rotte commerciali, gasdotti e cavi sottomarini con mezzi non sempre sufficienti. I principali alleati europei e il Giappone non hanno flotte navali di grandi dimensioni e anche la Marina del Regno Unito, che ha partecipato agli attacchi contro obiettivi Houthi, ha meno soldati di 250 anni fa, quando era considerata la maggior potenza marittima.

La Marina americana di fronte a minacce crescenti ha stanziato fondi per aumentare la propria flotta fino a 367 imbarcazioni da guerra entro il 2054, ma mantenere e rendere operative le navi è diventato nel corso degli anni notevolmente più oneroso. Le spese sono molto alte e non sempre immediatamente giustificabili presso l’opinione pubblica.

Nell’immagine: tutte le imbarcazioni commerciali in navigazione (istantanea di una mappa in tempo reale)


Lorenzo Cremonesi – Ucraina, la peggior crisi dall’inizio della guerra

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 


Milei, dopo la favola dell’anti-casta è arrivato il brusco risveglio

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Di Claudia Fanti, Micromega

Era stata il bersaglio di tutti gli attacchi di Javier Milei in campagna elettorale: la famigerata “casta”. Sarebbe stata questa, prometteva El loco, a pagare le politiche di aggiustamento del suo governo, non certo la classe lavoratrice. E la popolazione argentina, impoverita e arrabbiata, a questa inverosimile promessa aveva deciso di credere, vedendo nel candidato anarco-capitalista una chance, per quanto disperata, per il Paese.

Il risveglio, però, non ha tardato ad arrivare: non solo l’odiata casta ha mantenuto salda la presa sul nuovo governo, ma le misure emanate da Milei sono destinate tutte a beneficiare i soliti potenti. Non a caso i più grandi imprenditori del Paese, riuniti nell’Asociación empresaria argentina, avevano tributato applausi convinti al mega-decreto di necessità e urgenza (Dnu) sulla deregulation e le privatizzazioni entrato in vigore il 29 dicembre – con la modifica o abolizione di più di 300 leggi relative a diversi settori dell’economia – parlando di «un’occasione storica».

«Apprezziamo in maniera particolare – recitava il loro comunicato – che il governo adotti misure rivolte a consentire il più pieno sviluppo del settore privato, sottomesso per anni a ingerenze statali indebite, a controlli dei prezzi, a un’elevatissima pressione tributaria, a restrizioni arbitrarie in materia di commercio estero e a minacce come la legge sull’approvvigionamento» (quella, derogata dal decreto, che assicura quote di beni al mercato interno).

Alle prese con una crisi sociale asfissiante, con un’inflazione brutale, con l’aumento incessante del costo della vita, con l’impossibilità di pagare affitti sempre più cari, il popolo argentino – metà del quale arriva a fatica alla fine del mese, mentre un terzo neppure ci riesce – dovrebbe tuttavia dormire sonni tranquilli: Milei ha già garantito che due terzi dei progressi promossi dalle sue attuali politiche si renderanno visibili fra 15 anni. Per quell’epoca, ha detto, la popolazione godrà di un «reddito pro-capite 10 volte più alto» e l’Argentina sarà diventata uno «dei Paesi più ricchi del mondo».

Intanto, però, dopo soli 45 giorni dall’insediamento, Milei ha già dovuto far fronte a uno sciopero generale: un record che difficilmente qualcuno riuscirà a togliergli. Neppure Fernando de la Rúa, che aveva dovuto affrontarlo dopo tre mesi (e si sa come poi sia finita), era riuscito a fare meglio.

Un record legato al programma di aggiustamento portato avanti dal presidente con una brutalità di cui nessuno era stato finora capace, al punto da spingere la Cgt – quella Confederación general del trabajo rimasta inerte per quattro anni di fronte all’impoverimento crescente dalla popolazione argentina – a convocare per il 24 gennaio scorso un paro general di 12 ore. […]

Lo sciopero, ha tuonato la Ministra Bullrich, è stato promosso da «sindacalisti mafiosi, amministratori della povertà, giudici complici e politici corrotti, tutti a difendere i propri privilegi contro il cambiamento deciso democraticamente dalla società». «Non c’è sciopero che ci fermi, non c’è minaccia che ci intimorisca», aveva aggiunto la Ministra, che, alla faccia della «libertà che avanza», di minacce (ai manifestanti) ne aveva rivolte a più non posso, attraverso il suo sempre più repressivo e ricattatorio «protocollo anti-picchetto» per il mantenimento dell’ordine pubblico, a cui si era aggiunto l’annuncio di una trattenuta sullo stipendio dei manifestanti corrispondente alla retribuzione giornaliera.

Una legge a misura della casta

Né lo sciopero né le denunce sono tuttavia bastate a fermare la legge. Il 2 febbraio, dopo 30 ore di caotica discussione, la minoranza di appena 38 deputati che sostiene Milei ha incassato – grazie al sostegno dell’«opposizione amichevole» di Ucr (radicali), Pro (dell’ex presidente Mauricio Macri), Hacemos Coalición Federal e Innovación – l’approvazione in generale da parte della Camera dei deputati della legge Omnibus, a cui ora seguirà l’esame di ognuno dei suoi 386 articoli (erano inizialmente 664), prima che la bozza venga inviata al Senato per ricevere il via libera definitivo.

Pur mantenendo sostanzialmente inalterata la sua sostanza, la legge, che assegna deleghe legislative all’esecutivo, prevede una radicale riforma dello Stato e dispone la privatizzazione delle aziende pubbliche, ha in realtà subìto man mano diversi tagli: dall’eliminazione dell’obbligo della richiesta di autorizzazione per riunioni anche di tre persone all’esclusione della compagnia petrolifera statale YPF dalla lista delle imprese da privatizzare, fino alla proposta di un forte ridimensionamento della dichiarazione di emergenza pubblica: non più fino al 31 dicembre 2025, con possibilità di proroga per altri due anni – in maniera così da assicurare a Milei facoltà legislative straordinarie per l’intera durata del mandato – ma solo per un anno, con possibile proroga per altri 365 giorni.

E ulteriori concessioni sono state fatte dopo vari giorni di complesse e faticose trattative con il settore dell’opposizione disposto al dialogo, con il ritiro dei capitoli relativi alla riforma fiscale e al meccanismo di aggiornamento delle pensioni, oltre alla riduzione – da 40 a 27 – del numero di imprese da privatizzare. Intorno alle quali si stanno già aggirando gli squali: come Larry Fink, il presidente del colosso finanziario BlackRock, che ha espresso l’intenzione di comprare imprese dello Stato e che a tal fine visiterà a maggio l’Argentina.

Qualche modifica, ma del tutto insufficiente, è stata apportata anche al capitolo ambientale della legge, che tuttavia le organizzazioni ecologiste vorrebbero fosse eliminato del tutto: restano, infatti, misure devastanti come il via libera allo sfruttamento minerario nelle aree periglaciali.

«La storia ricorderà con onore tutti quelli che hanno compreso il contesto storico e hanno scelto di chiudere con i privilegi della casta e della repubblica corporativa a favore del popolo, che è stato impoverito e affamato per anni dalla classe politica», ha dichiarato Milei in una nota emessa sul profilo X della presidenza.

Ancora, dunque, il discorso anti-casta, ma ormai irrimediabilmente spuntato di fronte agli evidenti regali concessi all’élite. «Ogni articolo della legge omnibus ha il nome di una lobby imprenditoriale o di una richiesta del Fmi», aveva non a caso denunciato la deputata del Frente de Izquierda Myriam Bregman. […]

Milei in Italia

Per i non pochi ammiratori di Milei c’è intanto una buona notizia: come ha annunciato la Ministra degli Esteri Diana Mondino, il presidente sarà in visita in Italia a partire da oggi, domenica 11 febbraio. E non vedrà solo il Papa, a cui, già lo scorso 11 gennaio, con una lettera ufficiale, aveva rivolto l’invito a visitare il Paese dopo avergli dato dell’emissario di Satana. «L’Italia ci può dare molto, oltre a quello che ci ha dato negli ultimi 150 anni. Il suo posto nell’Unione Europea è importante e per noi può rappresentare una porta d’ingresso nel blocco, con tutto quello che ne consegue», ha dichiarato la Ministra, scelta da Milei per realizzare una drastica virata alle relazioni internazionali dell’Argentina, nel segno dell’amicizia prioritaria con Stati Uniti e Israele.

Nell’immagine: lo sciopero generale del 24 gennaio scorso


A Schignano le radici autentiche del carnevale

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Nel pieno dei bagordi, la domanda da porsi non è tanto “ti piace o non ti piace?”, “ci vai o stai a casa?”. Più opportuno, invece, interrogarsi sull’attualità stessa di una festa pagana antichissima, su una sorta di esorcismo collettivo che si ripete, da secoli, con modalità diverse, ma accomunate da alcuni archetipi: il rovesciamento delle regole, dei ruoli, dei valori; il trionfo del buio sulla luce, del buio che diventa esso stesso luce, dell’oscurità soffocata in ognuno di noi, autorizzata semel in anno a insanire, a emergere dalla tenebra della coscienza, dalla prigione delle convenzioni, ad esplodere in un travestimento-travisamento fragoroso, orgiastico.

Un’esplosione temporanea, apparentemente incontrollata, che serviva invece proprio al contrario, a tenere tutto sotto controllo. L’epifania momentanea del desiderio-sogno di un nuovo modello di società e di convivenza. L’occasione una tantum per mettere in discussione le convenzioni su cui si basa la convivenza stessa, che, ben presto, però, si riaffermano riportandoci all’ordine costituito da quelle stesse convenzioni. Finita la buriana, altre regole, altri valori, altre gerarchie, altre maschere, riprendono il sopravvento. A pensarci bene, forse proprio per questo il Carnevale è stato inventato: per consentire all’uomo – dopo qualche notte di bagordi, in cui ha assunto un’identità diversa dalla sua – di rientrare nei ranghi sociali ai quali appartiene. Il limite temporale, che fa del Carnevale una breve parentesi nel calendario, viene esplicitamente indicato nelle locuzioni legate a questa festa: il poeta Orazio (Carmina) scriveva Dulce est desipere [dimenticare la saggezza] in loco, laddove in loco è da intendere come al momento opportuno. Gli fa eco Seneca (Aliquando et insanire iucundum est: di tanto in tanto è bello persino fare pazzie), ripreso da Sant’Agostino (Tolerabile est semel in anno insanire).

L’interrogativo iniziale sul senso di questa ricorrenza se lo era posto, oltre mezzo secolo fa, anche Italo Calvino nell’articolo Il mondo alla rovescia scritto per la rivista “Pirelli”: “Chi pensa più al Carnevale? Nella vita contemporanea credo che siano sempre meno le persone che ricordano o s’accorgono se è Carnevale o Quaresima. Nei libri, invece, mi capita di leggere sempre più spesso riferimenti al Carnevale, come se oggi che è tramontata dalle nostre esperienze dirette, questa costumanza si caricasse di tutto il suo significato, diventasse un elemento necessario per comprendere i fondamenti etnologici della civiltà occidentale” (a. XXIII, nn. 1-2, gennaio-febbraio 1970, pp.50-67).

Il Carnevale, insomma, si conserva non nelle sue infinite declinazioni sempre più commerciali, simili tra loro da nord a sud, da est a ovest, condotte sul filo di una colonna sonora ripetitiva e trasversale, fast food e fast rite, ma in letteratura e nelle arti: pretesto alla segnalazione che segue è proprio un’opera letteraria (tra le migliori degli ultimi anni), Fuggiaschi tardivi, di Gertrud Leutenegger (Armando Dadò Editore), di cui abbiamo già parlato.

Nel lungo racconto si contrappongono, con grande forza narrativa e visiva, il silenzio della morte, confinato nella gelida cappella di un piccolo villaggio della Valle di Muggio, alle grida scomposte, alle maschere, agli oltraggi in atto, pochi chilometri più in là, a Schignano, Comune della Val d’Intelvi, in provincia di Como [cartina], a ridosso del confine con la Svizzera; una valle di artisti e artigiani (architetti, scultori, muratori, scalpellini), le cui figure migliori, sin dall’anno Mille, la povertà ha portato a Milano e, in una successiva ondata, tra il 1550 e il 1750, in tutta Europa, in un trionfo di Manierismo e Barocco dai tratti essi stessi carnevaleschi. A questa valle – così simile, nella propria diaspora forzata, a molte valli ticinesi – ha dedicato affetti e attenzione la filologa e scrittrice Maria Corti (1915-2002): la sua abitazione a Pellio, in cui trascorreva l’estate, è oggi aperta al pubblico grazie a un gruppo di amici ed ex allievi, i cosiddetti Cortigiani, che l’hanno risanata e ne animano le iniziative.

Il Carnevale di Schignano – che si conclude martedì 13 febbraio con la spettacolare sfilata e con il rogo liberatorio del Carlisèp (il fantoccio personificazione stessa del Carnevale) – è dunque l’occasione per visitare un territorio per tanti aspetti così simile al nostro, con il quale i rapporti sono secolari: “Bastava superare il Sasso Gordona” annota Natale Perego “per entrare in Svizzera. Qui gli Schignanesi erano specializzati come teciàt (…). Il trattamento ricevuto dagli svizzeri è unanimemente giudicato più discriminante, soprattutto quello del Canton Ticino, mentre migliorava man mano che ci si addentrava nei cantoni tedeschi. Le vie d’emigrazione verso la Svizzera erano ben note, le stesse praticate dai contrabbandieri, un’attività fiorente in paese che costituiva per qualcuno un’alternativa all’emigrazione”.

Proprio l’emigrazione stagionale ha fatto sì che la Comunità schignanese si riunisse, in passato, soltanto nei mesi invernali: questa circostanza ha portato alla nascita di un ciclo festivo che, prima e dopo il Natale, scandiva il calendario dei mesi bui e preparava alla rinascita primaverile che, per gran parte delle famiglie, era anche il momento della separazione e del distacco. A caratterizzare il Carnevale di Schignano sono le sue maschere in legno, che le persone si calano sul volto per nascondere la loro identità e completare il travestimento. Questi capolavori di scultura popolare sono opera dei pochissimi artigiani locali rimasti, sia di comuni cittadini che, sin da ragazzi, si mettono alla prova. Firmate o siglate e datate al loro interno, riconoscibili dagli habitués, in grado di identificarne immediatamente l’autore, le maschere rappresentano le due categorie – i Bèi e i Brütt – che si affrontano/contrappongono nella rappresentazione scenica del Corteo. A sottolineare i legami transfrontalieri di civiltà, due di queste maschere sono state donate e oggi esposte nel Museo etnografico della Valle di Muggio a Bruzella.

Curate, levigate, cromaticamente più chiare e luminose, tra toni di giallo e di ocra, le prime; più dure nei lineamenti, segnate da solchi profondi, bitorzolute, sproporzionate, per non dire deformi, le maschere dei Brütt, in cui prevalgono il verde scuro, il marrone, il nero, a sottolinearne plasticamente il ghigno beffardo e inquietante. “Capita di frequente” spiega ancora Perego “che la maschera di brutto sia il risultato non voluto di una maschera di bello, rovinata nel corso della lavorazione. Infatti, par di capire che ogni scultore ha sempre in testa il progetto di una maschera di bello perché è in questo tipo di maschera che si individua la massima bravura artistica, secondo i canoni comunemente riconosciuti dalla gente del posto. Solo più raramente si lavora di primo acchito una maschera di brutto, forse perché ritenuta più facile da realizzare”.

Figure principali sono: la ciocia, moglie devota e servile del Bèl, tenuta costantemente al guinzaglio, il volto completamente annerito, l’unica senza maschera e l’unica a parlare, a ribellarsi per l’occasione contro il marito: “Töt i sir te se ‘n gir ‘nzèma a i altri dòn a divertiset, a ciucà. Lassa stà chela tusa, lendenùn, pütané”; i due sapör (zappatori), che aprono il Corteo); la sigürtà (colui che interviene se il carnevale dovesse degenerare). E ci sono i costumi: anch’essi tipizzati secondo un canone tramandato da secoli. Quello dei Bèi è coloratissimo, luccicante, quasi sfarzoso, completato da grandi ventagli, parasole, tabacchiere e da un ampio cappello ornato di fiori e nastri variopinti in grado di esprimere ricchezza e potenza, di calamitare sguardi ammirati. I Brütt si aggirano per le vie del villaggio coperti da una tuta da lavoro imbottita di fieno, muniti di campanacci e altri oggetti sorprendenti e assurdi: mestoli, battipanni, cianfrusaglie d’ogni sorta, ossa e corna di animali. Rappresentano i più deboli, i migranti, i marginali. Oggi si travestono da Brütt soprattutto ragazzi e giovani, che in loro si identificano: quasi un transfer che rende attualissime le disparità sociali di un passato tuttora presente.

Se vi capitasse, se ne aveste il tempo, andate a Schignano, martedì prossimo: possibilmente già di primo mattino, per assistere alla vestizione e agli ultimi preparativi di un rito che si rivelerà straordinario.

  • Per saperne di più: Natale Perego, Il carnevale di Schignano in Val d’Intelvi, Bellavite Editore, 2022
  • Al Carnevale di Schignano il cantautore laghee Davide Van de Sfroos ha dedicato la ballata omonima apre l’album Yanez (2011) ed è parte della colonna sonora del film Benvenuti in Italia, di Luca Miniero. Nel 2015 gli è stata assegnata la cittadinanza onoraria “Per aver contribuito con la sua arte musicale e poetica alla promozione e alla tutela della memoria delle tradizioni legate allo storico carnevale schignanese diffondendone la conoscenza ben oltre i confini territoriali e tra le generazioni”.


Tra il senso del comico ed essere ridicoli

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Di Natalino Balasso – attore e comico (dalla sua pagina Facebook)

Sembra quasi che sia maleducazione dichiararsi indifferenti a Sanremo (e non sto parlando della città), come se esistesse l’obbligo nazionale alle tamarrate degli show di musica leggera di questo paese. Il fatto che gente che nella normalità direbbe “non me frega un c….”, poi in questi giorni teme di venire criticata se si dichiara indifferente, dice che esiste una sorta di patto di adesione.

L’impressione che mi dà questo sentimento sociale, secondo il quale in certe occasioni è bene che non si parli di politica, ma è d’obbligo che si parli di giochi musicali, è la stessa che provo ai saggi delle scuole. Sono pochi i genitori che tollerano lo sfondamento di balle dei saggi delle scuole, interminabili, male imbastiti, spesso pretenziosi; ma il patto sociale è che per il bene di tutti i bambini, è meglio che ogni genitore dimostri nei confronti degli altri lo stesso entusiasmo che dimostra verso il proprio pargolo.

Qui è tutto tenuto a fatica in piedi da una competenza professionale che si può definire eroica e che ricorda la sala macchine del Titanic. Giorgio Faletti ha detto una volta che a Sanremo il protagonista è la tinca. Un attore di teatro che interpreta il ruolo di un personaggio che non è affatto importante ma che è sempre in scena, viene definito “tinca”. Quando il conduttore è più importante dei protagonisti, significa che il contenuto è indifferente.

Sanremo è mediamente inoffensivo, talmente attento ad essere banalmente equidistante, che basta una scoreggia perché il giorno dopo tutti ne parlino.

Lo sconforto e la meraviglia quando finalmente la cosiddetta massa percepisce, almeno per un minuto, che la televisione è solo una scatola per vendere merci, ci racconta di quanto sia rimasta sconosciuta la funzione ultima di questo mezzo che si avvia a una dignitosa scomparsa-trasformazione e che si tenta di tenere in piedi attraverso esborsi smisurati di denaro.

Alla fine, che al club Tenco abbiano litigato e che Sanremo sia così in auge, è il segno di una sconfitta culturale che non si può ignorare. Come diceva Gaber, un conto è percepire che il mondo è una cosa poco seria, un conto è muoversi a proprio agio dentro questa cosa. È la stessa differenza che passa tra l’avere il senso del comico ed essere ridicoli.

Nell’immagine: il direttore artistico e conduttore Amadeus sul palco sanremese con la moglie ed il figlio


Voci sparse nella centrifuga sanremese

Lo sostiene lo storico Jean-Baptiste Fressoz, per cui la necessaria decarbonizzazione sarà molto più difficile di quanto si dica. Ci vorrà un cambiamento di civilizzazione. Di fatto – sostiene – la transizione così com’è solitamente presentata è l’ideologia del capitale nel XXI secolo 

Ho respirato bellezza. Nelle settimane precedenti il festival l’ho respirata, incrociata, cercata. E lei si è manifestata come un Epifania sotto molteplici vesti. Negli ascolti di album dedicati agli Einsturzunde o ai Jesus & the Mary Chain (amori di gioventù rispolverati a fronte delle notizie dei nuovi rispettivi tour) e,oltre ad esser in fregola per il ritorno a marzo dei La Crus, sul versante professionale, producendo e presentando una serata dedicata a Fabrizio De André, una vissuta sempre tra le mura dell’Auditorio della RSI con Paolo Fresu e, proprio alla vigilia del Festival aprendo una pagina entusiasmante dedicata a Michele Straniero e ai Cantacronache.

Ho interagito con la bellezza, ho dialogato dunque con la bellezza, la poesia, l’urgenza espressiva, le radici e i valori che la musica e la canzone possono ancora vantare, e che spesso come molti pretendo. L’ho fatto entrando in comunione con artisti di spessore e sostanza; anche con leggerezza, affrancati dalla pedanteria che spesso è proprio lì, dietro l’angolo a zavorrare note e parole che invece hanno ancora la forza di librarsi nel cielo. “Mi sono pensato felice!”

E poi arriva Sanremo, che quando ti coglie sei già appesantito neanche fossimo convitati a un matrimonio pugliese; quelli che scapperesti dopo gli antipasti ma, armato di Buscopan e galanteria affronti stoicamente per le successive 7 portate.

Ci si arriva abbruttiti da quella macchina mediatica e promozionale devastante che è stata la lunga vigilia. La liturgia la conosci ma ti sorprende ogni anno. E ti vien subito voglia di altre “fughe”.

Perciò non voglio scordare un altro paio di “magic moments” che consiglio di recuperare: ai Grammy Awards americani è tornata sul palco Tracy Chapman, chitarra a tracolla, capelli grigi e quella tenera profonda malinconia dello sguardo. È tornata a cantare “Fast car”, di nuovo in auge grazie a tale Luke Combs, star del country che l’ha sdoganata tra i giovani. Loro due sul palco per un momento catartico con Taylor Swift, Lana Del Ray e Ophra Winfrey estasiate in platea. Un’ antidiva, la Tracy, affrancata dalla logica dei social e dei numeri degli streaming, capace di lacerare, a distanza di decenni, le viscere di milioni di giovani soffiando sul sogno. Un palco, quello dei Grammy Award dove chiunque scaraventato dall’annuale edizione di Sanremo verrebbe disintegrato dopo 10 secondi.

E per concludere gli antefatti durante la prima serata del festival ho fatto zapping con un documentario a dir poco stellare dedicato alla genesi di “We are the world”, canzone registrata in una notte (!) rinchiudendo in una sala una 50.ina di superstar, tra cui Dylan, Stevie Wonder, il Boss, Michael Jackson fresco fresco di “Thriller”, Lionel Ritchie, Ray Charles sotto l’egida di Quincy Jones. Che, all’entrata dello studio appese il seguente cartello: “lascia il tuo ego alla porta”.

Un gioco delirante, psichedelico che mi acchiappava neanche avessi sniffato plutonio, e che ho pure reiterato: sovrapporre al Boss un biascicante Sangiovanni, mixare quel genio di Stevie Wonder a un Pokemon con la cresta rosa che si professa punk o la contagiosa bonomia di Ray Charles all’ orsetto barzotto che invoca la cessazione delle ostilità per poi, abiurare e connotare il sostantivo “politica” come fosse una bestemmia non ha prezzo.

Sarà inoltre l’età, sarà un inizio di acufene o il mio plasma 55 pollici datato: ma che fatica capire le parole di molte canzoni o pseudo tali. Quindi sottoscrivo una proposta di un amico di FB che invoca nell’ economia produttiva della Rai investire due spicci per sottotitolare il 90% dei cantanti in gara alla pagina 777. Aiuterebbe la comprensione dei testi. Ma forse, a pensarci bene è meglio così.

Il festival, dunque, che dopo l’infinita e tediosa entrata in materia nel prosieguo delle serate si è confermato per quello che sappiamo esser da tempo: un avanspettacolo bulimico d’arte varia che frulla volti conosciuti e probabili meteore che, da padre, mi auguro abbiano un “piano b” nella vita. Pruriginose trasparenze, cosce e ombelichi ammiccanti, outfit che sfidano la gravità e il senso del ridicolo; mascotte inquietanti e il liscio in play back (che è notoriamente una bestemmia). Califano, Mare fuori, Cutugno e condite da spruzzate di appelli a favore della pace. E come scordar l’umiliazione impartita alla superstar dianetica hollywoodiana, ormai di diritto negli annali del festival? E l’autotune e le fastidiose risate a denti stretti? E le vertiginose cadute di stile? E il dolore, che è sempre arduo maneggiare in televisione soprattutto nella cornice di Sanremo quando il senso del pudore è un valore in caduta libera? O che l’esibizione delle proprie fragilità, disperazioni o drammi contribuisce all’audience? Ma se al termine dello strazio materno ci infili Annalisa in mutande e reggicalze due domande sugli autori sorgono spontanee. E ben prima dell’affaire Travolta per il quale, fossi in Italia, chiederei il rimborso del canone. O quanto meno lo stipendio degli autori stessi. È un festival che trita tutto, insomma, senza guardar in volto nessuno. E quel tutto diventa chiacchiericcio da social, poltiglia utile a concimare programmi radiotelevisivi per i prossimi mesi, nutrire editoriali e quindi l’epica del festival stesso.

Sanremo è quel frappè in cui la canzone si è rivelata mai come quest’anno “una copia sbiadita di mille riassunti” per citare Samuele Bersani. Quella canzone che dovrebbe esser ancora centrale nell’economia della kermesse e che flirta sempre più con la propria omologazione al ribasso. Si autocita giocando col prevedibile, lo scontato e il dozzinale. Quell’ effetto voluto e cercato del “dejà vu” consolatorio per offrire la continuità estetica e sonora di cui si nutre da mò. Nessun guizzo o invenzione a scompaginare le carte, a scardinare quel senso di ripetitività che ammorba una parte importante del pop italico. L’unica creatività manifesta è finalizzata all’apparire, nella ricerca spasmodica dell’effetto scenico, del look originale al netto del probabile sciopero degli shampisti in Riviera.

D’altronde se la più parte degli artisti in gara si affida a quei pochi autori, gli hit makers delle ultime stagioni il risultato è probabile sia proprio questo. Che amplifica il testosterone del Supremo Garante della centralità del festival nell’economia della musica leggera italiana (Amadeus), il cui unico credo è la rotazione massiccia delle canzoni sui network radiofonici, plasmati e piallati ormai dai tormentoni suffragati dalla dittatura degli streaming da esibire, dei click e anche con spocchia. E quante volte Ama lo ripeteva nel presentare i pargoli sul palco. E che tristezza quel rapper che si è vantato “urbi et orbi” dei suoi cento milioni di streaming; che a occhio e croce generano 6000 frs ca. così, per dire.

Interessante a tal proposito la Gabanelli che in questi giorni ha pubblicato sul “Corriere della sera” l’inganno dei falsi follower; che puoi acquistare in quantità industriale per garantirti quell’ effimera fama e relativi introiti giusto il tempo di una stagione.

La narrazione di Sanremo è questa, supportata da infiniti programmi pomeridiani proni al festival, dove tutto è meraviglia, ogni cosa è “pazzesca”, incredibile e stupefacente.

Annalisa, The Kolors e Dargen sono tre esempi di come riproporre sé stessi all’infinito per esigenze di industriali e marketing. Che rispondono a una tendenza ormai compromessa della qualità artistica e produttiva della canzone. Sebbene firmate da una pletora di autori, risultano comunque sbiadite, stereotipate, buone per le feste di piazza, le baby dance nei villaggi vacanza, tra le disco crociere dei balli di gruppo innaffiati di mojito & Paola e Chiara (imbarazzanti nella conduzione) o per le scampagnate scolastiche sull’ auto postale delle medie. Filastrocche da mandare a memoria per intenderci. Come i brani di Alfa, Mr. Rain, Il Tre e quella pletora di volti e voci che abbiamo scoperto, e spero abbandonate all’istante, sul palco dell’Ariston. Canzoni trite e ritrite, imbarazzanti per forma e sostanza al netto di qualche “messaggio” anche encomiabile che si perde nella povertà musicale e nella sclerotica impaginazione del festival. Avviluppata tra divani in platea, spot pubblicitari, riflessioni sul dramma delle morti sul lavoro (lodevole la performance di Jannacci e Massini), le autopromozioni Rai, i collegamenti con la “ggente” stipata in piazza per Rosa Chemical e i suoi peni volanti o sulla nave a dinoccolarsi per Bresh. Un simulacro di pseudo felicità e divertimento forzato trasmesso sul televisore casalingo perché l’imperativo a Sanremo è divertirsi. Anche se i trattori e la mucca Ercolina sono in arrivo.

Breve questione di lana caprina: il “Va pensiero” di Verdi al posto di un’aria di Puccini (che so il “Nessun dorma”), di cui ricorre il centenario della morte per promuovere la grande notte dell’opera all’Arena di Verona? Ahh questi autori che tra Ibra, Travolta, un Fiorello sottotono e un’impaginazione del programma debole, sclerotica e discutibile meritano un turno di riposo.

Ma ciò che più conta, si fa per dire, è che Amadeus ha modificato il DNA di Sanremo e della sua ambasciatrice, ridotta ad ancella: la canzone. Si è messo di buzzo buono e nel volgere di alcuni anni lo ha modificato come il dott. Frankenstein manipolava pezzi di membra umane riciclate. Il risultato lo conosciamo, e va a scapito della ricerca di una qualità oggettiva, pur nell’alveo di quella leggerezza che rimane valore irrinunciabile e sacrosanto. Vuol convincerci attraverso la sua narrazione, che la musica italiana che conta, erede del bel canto, sia solo e unicamente consacrata a Sanremo. E che il festival sia ancora l’unico specchio aderente al nostro presente.

Deludenti i Negramaro che hanno portano in dote al festival un pezzo “che più Negramaro non si può”. E ti chiedi: perché Sangiorgi presta la sua penna migliore scrivendo per altri? Rimane un mistero. Debole la Mannoia che salva con l’interpretazione un brano incolore ma dai nobili intenti e che profuma di fragranze conosciute: da “Madame Falena” di De Sfroos a Mannarino. Modesta lo è pure quella della Bertè che ormai, oltre a buttarci addosso le sue invidiabili gambe, si autocelebra ostinandosi a cantare come avesse trent’anni di meno. Col rischio di auto demolir se stessa e il suo mito. Se poi finisse di procrastinare quel suo esser ribelle e “rock” quando da anni è ospite fissa di svariati talent televisivi sarebbe più credibile, no? Ma le si vuol bene a prescindere, non fosse che per la tenerezza che suscita. Interessante la fotografia sulla realtà periferica, dalla quale proviene, che propone Mahmood, se si capissero meglio le parole. Arredata da un urban per nulla scontato e arricchito dai melismi arabeggianti della sua voce, merita ascolti meno frettolosi. Apprezzabile lo stile e la classe di Diodato, una garanzia che ha il pregio di firmarsi i pezzi da solo, e che almeno sa cantare, e bene. Così come i Santi Francesi, per nulla scontati nell’attuale contingenza del Festival. Al pari di Ghali, un tempo il migliore della sua generazione che firma un testo significativo purtroppo ingabbiato da una musicalità e arrangiamenti che ne soffocano la portata.

Apprezzabili e dignitosi rimangono anche al cospetto di una Giorgia (Todrani, ça va sans dire!) in gran spolvero nebulizza i concorrenti in gara. Per classe innata, esperienza, maturità artistica, tecnica vocale e quel raro bouquet interpretativo che si ritrova in gola. Da spellarsi le mani. Ha incantato con apparente semplicità come, con le debite proporzioni, Eros, Morandi e Mengoni, la sera precedente. Cantando e interpretando “semplicemente” del pop d’autore l’Ariston è crollato. Dovremmo aprire il capitolo “personalità”, che poi è quell’ X Factor che fa la differenza e di cui molti difettano. E sulla quale si investe sempre meno perché richiede tempo e denari per scovarla, affinarla e renderla riconoscibile attraverso i tuoi talenti, piccoli o grandi che siano. Quella “personalità” avulsa dalle logiche del business dei numeri virtuali e dei click, dei passaggi radiofonici, di Tik Tok e dello sfoggio della mutanda.

Angelina Mango e Geolier, che si sono infine contesi la vittoria, sono quelli che paiono averla innata, seppur distanti per contesto, esperienze, grammatica musicale, contenuti e pubblici di riferimento. La prima è davvero esplosiva e sembra nata per questa professione, l’altro vanta una narrazione veritiera e credibile. Ed entrambi hanno pure la “cazzimma”. Le due canzoni non sono certo memorabili ma dalla loro i due artisti hanno la “credibilità” e le attenzioni che suscitano da tempo.

Di più a Sanremo quest’anno non si poteva chiedere. E invece no: chiudendo l’articolo e sbirciando la serata dedicata ai duetti, “ringrazio” anche a nome vostro Amadeus, la discografia italiana, quella di peso per intenderci, ma anche la moltitudine dei network radiofonici e i talent televisivi per aver contribuito scientemente a depauperare quel patrimonio che è la canzone italiana, anche quella leggera. Che un tempo, attraverso una rete di autori ispirati e interpreti capaci – ai quali si dava il tempo di crescere, formarsi, sperimentare, istruirsi – con l’ausilio di autentici direttori artistici e discografici illuminati che non miravano all’effimero digitale, questa canzone seminava bellezza ed emozioni che hanno ancora la forza di attraversare il tempo e parlarci. Ma “l’evoluzione inciampa”, la mutazione è ormai stabile.

Nell’immagine:  Angelina Mango, vincitrice del Festival, nella sua esibizione finale