Olmo Cerri e Noah Sartori – Una torre più che Straordinaria

L'esperienza de "La Straordinaria" e la Carta della Gerra, presentate questa mattina a Lugano, non sono solo un progetto concreto per dare alla città e al cantone una vita culturale più ricca, ma anche l'indicazione di una nuova e quanto mai necessaria strada nell'azione politica 

In 67 giorni, tra fine dicembre 2022 e marzo 2023, gli spettacoli e le attività che hanno avuto luogo nella “Straordinaria”, la torre di legno collocata sullo sterrato della Gerra a Lugano, hanno dimostrato che la cultura che nasce dal basso, da iniziative spontanee, non è da meno di quella organizzata dalle autorità e dalle istituzioni. Anzi, forse più di quest’ultima ha la capacità di coinvolgere, di creare comunità e partecipazione. Lo dimostra il consuntivo dell’esperienza, presentato questa mattina, assieme alla “Carta della Gerra“, un documento redatto collettivamente da un gran numero di gruppi, individui e associazioni attivi in campo culturale. La Carta chiede alla politica un deciso riorientamento delle prospettive e delle priorità nel sostegno e nella promozione delle attività nel campo delle arti, dello spettacolo e della cultura in genere, più risorse (spazi e finanziamenti), ma anche e soprattutto più condivisione e partecipazione nella definizione e nell’applicazione della politica culturale in campo comunale e cantonale. Di questo abbiamo parlato con due membri dell’associazione Idra, che è alla base di entrambe le iniziative, Olmo Cerri e Noah Sartori.


Lotta di classe

L'esperienza de "La Straordinaria" e la Carta della Gerra, presentate questa mattina a Lugano, non sono solo un progetto concreto per dare alla città e al cantone una vita culturale più ricca, ma anche l'indicazione di una nuova e quanto mai necessaria strada nell'azione politica 

«La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi». Questo aveva capito l’oracolo di Omaha, l’investitore miliardario Warren Buffet nel 2006, poco prima della grande crisi finanziaria del 2008. Una crisi devastante, un monito a non cedere a simili trionfalismi visto quanto successo in passato, quel passato contrassegnato da crisi ricorrenti che di volta in volta hanno ridefinito il livello della lotta tra capitale e lavoro. Un capitale sempre più finanziarizzato a fronte di una classe sempre più frammentata e sempre meno politicamente rappresentata, un’asimmetria che ha permesso, di fatto, l’esplosione delle disuguaglianze e della povertà. Ci è voluto un virus intangibile per fare quello che la classe dei poveri non era più in grado di fare, per sospendere quella deriva austeritaria tanto funzionale alla crescita delle rendite finanziarie. Una finestra temporale, una sospensione, durante la quale è sembrato ai più di aver ritrovato un sentiero di sviluppo virtuoso, più attento all’equità e alla coesione sociale. 

Niente di tutto questo. La ripresa post pandemica è anche la ripresa della lotta di classe dei ricchi contro i poveri, con rinnovato vigore, quasi a ricordare a chi da tempo ha rimosso l’idea stessa del conflitto (terza via e dintorni), che vincere una volta significa prepararsi alla vittoria successiva. Se è vero che da decenni il campo di battaglia di questa lotta è stato lo Stato sociale e la sua funzione regolatrice del mercato, oggi è all’insegna del pareggio di bilancio accompagnato da simultanei sgravi fiscali per i più ricchi che tale lotta si rinnova. Obiettivo, quello del pareggio di bilancio, certamente legale, tanto che l’abbiamo votato, ma non per questo reale e realistico. 

In assenza di variazioni significative dei tassi d’interesse reali, ci sono solo due modi per ridurre i disavanzi pubblici nel lungo periodo: modificando le regole di calcolo delle imposte per aumentarne il rendimento; oppure facendo in modo che la crescita della spesa pubblica sia inferiore alla crescita potenziale dell’economia. La terza opzione – aumentare il potenziale di crescita dell’economia e la qualità di tale crescita – è chiaramente la più auspicabile, ma rimane difficile in un Cantone dove manca una politica industriale e un progetto di sviluppo economico e sociale a lungo termine. E in ogni caso richiede tempo. E il tempo passa, mentre si parla di tagli e di sgravi. I primi, agendo in particolare su salari e sussidi, dovrebbero riequilibrare i conti pubblici, mentre i secondi dovrebbero alleggerire i bilanci dei contribuenti più agiati, stimolare i consumi e creare occupazione. Da un lato si taglia e si penalizza chi lavora, in particolare nei settori dell’amministrazione pubblica, della cura e dell’insegnamento. Dall’altro si diminuisce il prelievo fiscale confidando in un effetto miracoloso su spesa e occupazione. Un miracolo, conosciuto anche come “trickle down” o sgocciolamento della ricchezza dall’alto verso il basso, mai avvenuto e mai provato empiricamente da nessuno. 

Il punto è questo. Agire contemporaneamente su tagli alla spesa pubblica, in particolare ai costi del personale e ai sussidi al terzo settore a cui sono stati delegati importanti servizi alla popolazione, e sgravi fiscali può portare al riequilibrio dei conti dello Stato? Paradossalmente, in realtà, un risultato potrebbe essere un aumento del disavanzo, in particolare se la riduzione delle entrate fiscali dovesse superare i risparmi derivanti dai tagli alla spesa. Si darebbe così avvio a quell’esercizio acrobatico volto alla ricerca dell’obiettivo del pareggio di bilancio, paragonabile alla fatica di Sisifo richiamato da Daniel Ritzer nel suo editoriale apparso su laRegione del 24 gennaio 2024. Un obiettivo ancor più chimerico in una fase di oggettiva difficoltà come quella attuale, tra problemi strutturali, difficoltà congiunturali, diffuso impoverimento e tensioni geopolitiche, in cui le misure di austerità possono essere ancora meno efficaci e il taglio simultaneo di spesa pubblica e imposte potrebbe peggiorare ulteriormente la crisi economica ed esacerbare le disuguaglianze di reddito.  

È forse utile ricordare che nella storia del Novecento le svolte autoritarie sono sempre state precedute da politiche austeritarie, nel nome dell’abbattimento del debito pubblico attraverso la riduzione della spesa dello Stato e la riduzione dei salari. Per evitare un ripetersi della storia, sarebbe saggio abbandonare quella camicia di forza del pareggio di bilancio, anche per ridare legittimità e autonomia progettuale alle forze politiche chiamate a rappresentare la comunità dei cittadini. Una comunità che, proprio perché si sta impoverendo, fa ancora fatica a ritrovare quel vigore e quella compattezza necessarie a contrastare politiche che perseguono interessi altrui. Ma, come detto, la lotta di classe esiste. Non è detto che la vincano sempre gli altri. 

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immmagine: camicia di forza modello “Ticino”


Tempi strani

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Ancora sulla 13esima AVS

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L’iniziativa per una 13esima rendita AVS incontra un ampio sostegno tra la cittadinanza, in tutti i ceti sociali e nella base di tutti partiti: più del 60% intende votare di sì il 3 marzo prossimo. Nonostante il calo rispetto ai sondaggi precedenti, l’alto livello di favorevoli ci dice che un successo è possibile.

Ben si comprende quindi la feroce campagna contro l’iniziativa (con a disposizione 3.5 milioni di franchi, secondo l’UBS, contro il milioncino degli iniziativisti): un Sì alla 13esima rendita AVS sarebbe un grave colpo alla loro politica di smantellamento dell’AVS e del rafforzamento dei sistemi privati di previdenza vecchiaia.

Questo sarebbe già un ottimo motivo per votare Sì, ma chi ne vuole altri dieci può leggere l’articolo di Fabio Dozio su Naufraghi/e del 22 gennaio scorso.

Leggo però su Naufraghi/e del 2 febbraio gli argomenti di Beat Allenbach per «Un no da sinistra contro la 13esima dell’AVS». Si tratta di temi che ho già sentito, parlando con persone che vogliono approfondire tutti gli argomenti senza seguire gli slogan di destra.

Si evita infatti il tema della «rovina dell’AVS», che si troverebbe in pochi anni senza un soldo, tema caro alla campagna dei contrari che vediamo dappertutto. La realtà – è utile ricordarlo – è che l’AVS sta bene. La crisi che i suoi nemici predicano da anni non si è mai verificata, anche grazie alle misure di sostegno approvate dal popolo. L’AVS, che distribuisce ogni anno quasi 50 miliardi di franchi, prelevati con le quote sugli stipendi, ha una riserva di quasi 50 miliardi e l’Ufficio federale di statistica prevede che entro il 2030 la riserva arriverà a quasi 70 miliardi di franchi!

L’argomento più intrigante è però quello della distribuzione «a innaffiatoio» anche a persone che non ne hanno bisogno. Prima di tutto l’innaffiatoio ha enormi vantaggi rispetto alla burocratica decisione se una persona ne abbia veramente bisogno. E non è vero che la sinistra vi si opponga di principio. L’esempio degli sgravi fiscali indica proprio il contrario: li combattiamo perché sono molto più favorevoli a chi guadagna di più.

Ma l’errore principale di questa critica è pensare all’AVS come se fosse un aiuto sociale: è un’assicurazione! E chi ha pagato i contributi, anche il famoso banchiere che guadagna un milione al mese e che paga circa 50’000 franchi di contributi, ha il diritto di ricevere la sua rendita mensile di 2’450 franchi e anche di riceverla per 13 volte. Se gliela rifiutassimo, potrebbe chiedersi perché continuare a pagare premi così alti per una rendita così bassa… E in più sulla rendita dovrà pagare anche le imposte!

Le critica di Allenbach alla rendita minima, troppo bassa, e alle prestazioni complementari, che non raggiungono neanche la metà di chi ne ha diritto, sono corrette. Molti pensionati e specialmente molte pensionate, che ricevono solo l’AVS, non hanno abbastanza per vivere, mentre secondo la Costituzione svizzera (articolo 112) «le rendite devono coprire adeguatamente il fabbisogno vitale». La strategia politica dovrebbe quindi tendere ad aumentare le rendite anche oltre la 13esima (pari a un aumento dell’8.3%). Di fronte a un secondo pilastro che costa sempre di più e fornisce pensioni sempre più basse, un rafforzamento graduale dell’AVS a scapito delle Casse pensione sembra ragionevole.

Ha ragione Allenbach: la ricchezza è distribuita in modo ingiusto e molti ne soffrono: bambini, pensionati e non. Ma non è un motivo per dire no a un primo passo. E un ultimo appunto, sulla fiducia nelle nostre autorità che «si attiveranno di fronte alle situazioni di persone bisognose». La realtà è che a Berna si parla di ridurre le rendite delle vedove e le prestazioni complementari!

La 13esima rendita AVS è una boccata d’aria in un periodo di perdita di potere d’acquisto per il rincaro, l’aumento dei premi di cassa malati e dei costi energetici. Votiamo e facciamo votare Sì alla 13esima rendita AVS.


La politica sulla giostra dei pretesti e dei paradossi

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Come ci ha ricordato ancora ieri, in questa sede, un contributo di Fabio Dozio, dobbiamo sempre più chiederci, come ha fatto Dick Marty nel suo ultimo libro Verità irriverenti, se “la partecipazione al governo di tutti i partiti principali è ancora attuale. La domanda è lecita, se si pensa che il partito più votato è quello che oggi manifestamente riveste allo stesso tempo il ruolo di partito governativo e opposizione. La collegialità assume così aspetti un po’ grotteschi che a mio parere nuocciono alla credibilità della politica.”

Occorre forzatamente tornare di nuovo su queste considerazioni dopo che il Consiglio di Stato si è ufficialmente espresso a proposito dell’iniziativa sul canone SSR “Duecento franchi bastano” e sulla proposta di controprogetto del Consiglio federale che porterebbe la riduzione a 300 franchi.

Nell’ambito della consultazione federale sulla Revisione parziale dell’ordinanza sulla Radiotelevisione (ORTV), il nostro Governo si è trovato costretto ad esprimersi e, in quanto autorità politica del Cantone, a trasmettere il proprio preavviso negativo al Consigliere federale Udc Albert Rösti, fra i primi firmatari della drastica iniziativa e poi, nel suo ruolo di ministro delle comunicazioni, artefice di un “controprogetto” che comunque toglierebbe all’Azienda di Servizio pubblico radiotelevisivo circa 240 milioni di franchi all’anno (a partire dal 2027) con la conseguenza inevitabile di tagli sul personale, che alla RSI potrebbero essere equivalenti a circa 170 posti di lavoro.

Ci troviamo di fronte, una volta di più, ad alcuni aspetti paradossali del funzionamento della politica, che prevedono che un acceso antagonista del settore pubblico informativo come Rösti, diventato membro dell’esecutivo federale debba occuparsi con attenzione e partecipazione di quello stesso servizio pubblico, e chieda, nella fattispecie, anche al nostro Governo cantonale, a maggioranza relativa leghista (dunque sostenitrice dell’iniziativa “antibalzello”) un preavviso sulla questione, sentendosi rispondere picche.

Un ginepraio che metà basta, invogliando i più a mollare la presa e lasciar perdere ogni tentativo di voler semplicemente capire cosa ci sia davvero in ballo. Non c’è tempo, né voglia, di interrogarsi su un tale gioco delle parti, e si arriva presto a due semplici conclusioni: sono i soliti maneggi della politica (ci sarà sotto qualche cosa di losco, non importa cosa); non capisco e me ne frego e non mi batterò di certo per farmi “rubare” soldi del canone gettati al vento (che soffia sempre verso sinistra) dalla vorace ed elefantiaca azienda dei privilegiati della SSR.

Del resto questo è, né più né meno, quanto esce ancora oggi dalla colata di lava anti-“governicchio” cantonale che si può leggere sul “Mattino”, strenuo fautore dei “200 franchi bastano”. Naturalmente lo stile del codino di Corticiasca è ben noto e si dispiega per quasi un’ intera pagina fra un “busciamo” ed un “uhh che pagüra”, facendoci presente che la posizione del Governo è frutto di una decisione presa “a maggioranza” (come a volerci suggerire che i due Consiglieri di Stato leghisti, fra cui il coordinatore e gran conducator della Lega, sono finiti in minoranza, presi in ostaggio dagli altri tre).

Il fatto è che il Governo (in corpore) ha fatto, in questo caso, semplicemente il proprio lavoro, sostenendo, come da suo compito, che “quanto proposto con la revisione parziale dell’ordinanza sulla radiotelevisione (ORTV), oltre a una massiccia riduzione del personale SSR e della qualità dell’offerta, (…) indebolirebbe il ruolo di un attore cardine nella costruzione della coesione nazionale e della salvaguardia e promozione dei valori democratici e delle specificità di tutte le componenti del nostro Paese, tra cui anche le minoranze linguistiche e culturali come quella italofona che lo scrivente Consiglio di Stato rappresenta”. Del resto, come regione linguistica di minoranza ampiamente beneficiaria della cosiddetta “chiave di riparto” (il 4% della popolazione riceve il 20% dei mezzi) di fronte al resto del Paese non si può certo fare diversamente. E il Canton Grigioni insegna, a maggior ragione.

La preoccupazione che il Governo esprime per le ripercussioni politiche ed economiche legate a questa ipotizzata riduzione del canone, non è dunque condivisa dai due rappresentanti leghisti? Anche per loro, come per l’inesausto pendolare fra la poltrona in Piazza Riforma e lo strapuntino a Palazzo federale, il servizio pubblico va semplicemente abbattuto a colpi di scure, nell’oscura convinzione che si tratti di far esplodere un covo di pericolosi sinistrorsi? Già, perché è poi quello il mantra che ha condotto zelanti volontari sguinzagliati a suo tempo a raccogliere firme contro il “canone più caro d’Europa” e a giustificarne la presunta insensatezza. Ma tu pensa, pagare gente che di principio è favorevole all’immigrazione di massa, agli accordi con l’Europa, al boicottaggio della sacra neutralità della nostra Patria! Non dimentichiamo che dal Ticino è arrivato circa un quarto delle 120.000 firme raccolte, ed ecco che il nostro Governo (a maggioranza), con la sua presa di posizione, dimentica la “volontà popolare”. Che poi di mezzo ci siano centinaia di milioni di indotto, posti di lavoro dei “nostri”, professioni e formazione professionale altrimenti inesistenti, il sostegno di enti e scuole di ogni ordine… “a m’interesa mia”.

Ma qualcuno si è mai chiesto (o si chiederà, un giorno) che impressione può dare questo quadro clinico della nostra politica visto da oltre San Gottardo? Qualcuno si domanderà, prima o poi, se tutto ciò ingenera un senso di “credibilità”? Ed anche a livello regionale, cantonale, come si può continuare a far girare questa giostra di pretesti populistici con cui si infarciscono presunte questioni di principio, sempre più variabili, sempre più sofistiche, come quelle che ci attendono pure da domani nel dibattito in Gran Consiglio sul preventivo, la manovra di rientro di bilancio, la perla (quasi metaforica) dell’affaire “cittadella della giustizia”? È l’ipocrisia della politica, bellezza, vien da dire con il citato Fabio Dozio, ma poi non ci si lamenti se la partecipazione dei cittadini alla vita politica ed alle scelte che dovrebbero fondare uno Stato di diritto democratico, sarà sempre meno motivata, sempre più improvvisata e fondata su aspetti emotivi o gastrici, sempre meno interessata a star dentro un contesto malsano, incomprensibile e privo di ogni prospettiva. A quando, oltre a quella dei “cervelli” avremo anche la fuga degli elettori? Quando si capirà che potrebbero pure essere la stessa cosa?


Ricordando Paolo Volponi

L'esperienza de "La Straordinaria" e la Carta della Gerra, presentate questa mattina a Lugano, non sono solo un progetto concreto per dare alla città e al cantone una vita culturale più ricca, ma anche l'indicazione di una nuova e quanto mai necessaria strada nell'azione politica 

Sono passati quasi trent’anni dalla morte di Paolo Volponi, saranno cent’anni dalla sua nascita il 6 febbraio, e più corre il tempo più sembra incredibile che sia potuto esistere uno scrittore capace di pubblicare, tra il 1962 e il 1991, romanzi come “Memoriale”, “Corporale”, “Sipario ducale”, “Le mosche del capitale” infine “La strada per Roma”. Di scriverli trovando più di un lettore capace di lasciarsi trascinare dall’impetuoso coraggio sperimentale e utopico dell’autore. Mettete un libro che comincia così: «Il mio pensiero e la mia materia, le lacerazioni che si producono all’interno, nel tracciato della mia macchina e nell’accensione dei diversi commutatori, mi tengono anche vicino alle cose e ai fatti che camminano intorno a me, nella mia casa e nella mia campagna e in questo pezzo di terra marchigiana dalla parte dell’Appennino, che viene chiamato la parrocchia di San Savino». È l’incipit de “La macchina mondiale”, il secondo libro di Volponi, uscito nel 1965. Dove il giovane contadino Anteo Crocioni è un visionario che immagina il mondo come smisurato organismo meccanico dai confini inconoscibili.

Sembra di essere dentro una distopia filmata da Kubrick: che sarà mai quella macchina e di che commutatori si sta parlando? E di quali lacerazioni? Sono squarci interiori della coscienza? E cosa sono quelle cose e quei fatti dotati di gambe? Quei misteriosi fatti animati che ci camminano intorno? Bastano poche righe per capire che ci troviamo di fronte a uno scrittore «diverso», in cui coesistono varie spinte, naturali (intravediamo il suo paesaggio marchigiano) e irreali, realistiche e poetico-allucinatorie, meccanismi in apparenza materiali che diventano mostri del pensiero, ossessioni angosciose che incalzano da tutte le parti. In verità quelle opposte tensioni non convivono pacificamente: il carattere unico della prosa di Volponi è il suo farsi luogo di contrasto mentre racconta il contrasto, spazio dello scontro nel raccontare lo scontro: l’incarnazione in verbis del mondo e dei suoi rapporti di forza. Disse Volponi a proposito della Macchina: «Cominciando a scrivere questo libro, il mio pensiero, l’ingranaggio dei miei istinti, è toccato da tanti fatti vicini, reali e irreali, come da una polvere, anche se il mio disegno è di arrivare molto più avanti, lontano da me e dalle mie circostanze».

Un errore per difetto sarebbe, come spesso avviene, limitare Volponi al narratore politico della società industriale vissuta dall’interno come dirigente-intellettuale, per un ventennio a Ivrea a fianco di Adriano Olivetti e poi brevemente alla Fiat, da cui fu allontanato in seguito alle sue dichiarazioni in favore del Partito comunista. È vero che Volponi racconta con la forza di nessun altro l’alienazione della modernità capitalistica, ma dalla specola della fabbrica il suo discorso si apre all’umanità tout court, l’umanità nel suo rapporto con un potere cinico e solo apparentemente razionale. Il paradosso è che la possibilità di rivolta (coraggiosa e spesso fallimentare) è data a tanti suoi personaggi dalla patologia nevrotica e dal delirio, dalla loro potenzialità stravolgente e visionaria che li allontana dal sopruso dei simili e li avvicina alle cose e alla natura messe in scena come interlocutori attivi e umanizzati.

In questa prospettiva la letteratura, proponendosi a sua volta come dissonanza e deformazione, possiede una superiore capacità conoscitiva e dunque etica pur tenendosi sempre lontanissima da tentazioni didascaliche. Del resto, Volponi non ha mai voluto semplificare la complessità: la sua opera anzi si presenta spesso olimpicamente (forse anche provocatoriamente) avversa a ogni banalizzazione stilistica e sintattica, affronta il caos del mondo politico-industriale con una violenza espressiva che non fa sconti al lettore. Persino un libro come “Il sipario ducale”, che quando uscì nel 1975 apparve ai più come un romanzo «tradizionale» nel confronto con il caotico e paranoico flusso di coscienza joyciano-céliniano di “Corporale” (1974), all’orecchio del lettore di oggi, abituato a intrecci piani e linguaggi confortevoli spacciati per alta letteratura, può risultare «disturbante». Ambientato a Urbino, colloca nei giorni successivi all’esplosione di Piazza Fontana una storia parallela: quella di una coppia di anarchici antiunitari, il vecchio professor Subissoni e la sua compagna spagnola Vivés, magnifico personaggio femminile, e la grottesca vicenda di un giovane nobiluomo, gigante-bambino (bamboccione?) che aspira a diventare signore della città.

In quel doppio delirio in terza persona troviamo tutto Volponi, le tinte aspre della narrazione dirompente mescolate con la riflessione saggistica di carattere storico-civile, la satira, il sarcasmo, la farneticazione, l’indignazione e l’invettiva pasoliniana sulla televisione («quell’occhio-mente di Ciclope aperto sul tempo e sulla vita»), gli excursus nell’amata pittura cinque-secentesca (Bronzino su tutti), il gusto per gli elenchi, le aperture liriche (i «succhi dell’espressività poetica» che secondo Giovanni Raboni irrorano la prosa volponiana). E come d’abitudine, i tormenti psicologici e ideologici dei personaggi trovano conforto nella solidarietà della natura, degli animali, degli oggetti, nell’anima simbiotica delle cose, gli alberi che salutano, i bicchieri che guardano interrogativi, le porte che sorridono, la neve che consola.

Il coraggio dell’utopia è il titolo di un convegno che nel 1996 riunì a Urbino diverso amici e studiosi per fare il punto sul narratore, sul poeta (splendido libro è “Con testo a fronte”), sul saggista (collaborò anche per anni al «Corriere»), sull’uomo d’industria e sul politico che nel 1983 fu eletto senatore nelle file del Pci e nel 1991 ha aderito al movimento di Rifondazione comunista. Come scrisse Massimo Raffaeli, presentando il volume che raccoglieva quegli interventi, si voleva riassumere con quelle due parole, una personalità complessa e in parte anche indecifrabile: «il coraggio di una vocazione che poteva tradurre l’etica in rigorose istanze civili e l’utopia di chi leggendo i conflitti della realtà nazionale sapeva poi mutarli in istanze incandescenti, in occasioni di dibattito e proposta».

Uno degli apici della letteratura del secolo scorso è “Le mosche del capitale” (1989), che affronta la parabola (autobiografica) di Bruno Saraccini, un dirigente industriale democratico che si batte contro l’ottusità degli uomini di potere (le «mosche» del titolo): il libro suscitò polemiche, quasi si trattasse di un pamphlet sull’attualità, ma come sempre in Volponi lo sguardo feroce contro la contemporaneità stringente diventa, per forza di stile, di contaminazione e di furore espressionistico (intriso di furore ideologico), allegoria di un fallimento ben più ampio, il naufragio di un’idea di società civile fondata sull’eguaglianza della polis, sul lavoro, sull’armonia con l’ambiente. Un umanesimo laborioso uscito sconfitto invece dall’irruzione della tecnica computeristica e dell’intelligenza artificiale che non libera l’essere umano ma lo rende ancora più schiavo e alienato.

A proposito di incipit. Al lettore resistente si consiglia di aprire “Le mosche del capitale” e mettersi alle spalle di Sarracini per guardare dall’alto, con lui, la collina della grande città industriale. Ecco cosa vedrà in quella notte di febbraio senza luna, serena e piena di fantasmi: «Dormono tutti o quasi, e anche coloro che sono svegli giacciono smemorati e persi: fermi uomini animali edifici; perfino le vie i quartieri i prati in fondo, le ultime periferie ancora fuori della città, i campi agricoli intorno ai fossati e alle sponde del fiume; anche il fiume da quella parte è invisibile, coperto dalla notte se non dal sonno. Buie anche le grandi antenne delle radiocomunicazioni e dei radar della collina. È un rumore del sonno quello di un tram notturno che striscia tra gli edifici del centro. Gli uomini le famiglie i custodi i soldati le guardie gli ufficiali gli studenti dormono, ma dormono anche gli operai: e non si sentono nemmeno quelli dei turni di notte, nemmeno quelli dei turni di guardia di ronda tra le schiere dei reparti o sotto le volte dei magazzini. Quasi tutti dormono sotto l’effetto del Valium, del Tavor e del Roipnol.

«Ma dormono anche gli impianti, i forni, le condutture, dormono i nastri trasportatori delle scale mobili che depositano le pozioni chimiche nelle vasche della verniciatura o nei lavelli delle tempere. Dorme la stazione ferroviaria, dormono anche le farmacie notturne, le porte e le anticamere del pronto soccorso, dormono le banche: gli sportelli le scrivanie i cassetti le poste pneumatiche le grandi casseforti i locali blindati; dormono l’oro l’argento i titoli industriali; dormono le cambiali i certificati mobiliari i buoni del tesoro. Dormono i garzoni con le mani sul grembiule o dentro i sacchi di segatura. Dormono le prostitute i ladri gli sfruttatori le bande organizzate, i sardi e i calabresi; dormono i preti i poeti gli editori i giornalisti, dormono gli intellettuali; quanto caffè, alcool, fumo tra quelle ore. E mentre tutti dormono il valore aumenta, si accumula secondo per secondo all’aperto o dentro gli edifici.

«Dormono i calcolatori, ma non perdono il conto nei loro programmi. È un problema di ordine, efficienza, produzione».

Tanti i motivi per leggere e rileggere Volponi, per amare uno dei grandi narratori-poeti-trasfiguratori-fustigatori della modernità.

Nell’immagine: Paolo Volponi


Carlo Carena e l’umanesimo necessario

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È andato a fare la consueta passeggiata tra la Madonna della Bocciòla e il borgo di Ameno, in alto sul lago d’Orta: di fronte, la cima del Monte Rosa pare a un tiro di schioppo; sotto, l’azzurro del lago con in primo piano l’isola di San Giulio, il cui monastero frequentava qualche volta per incontrare la badessa letterata suor Anna Maria Cànopi. Il rito del giornale e ritorno, passando davanti a un fico la cui “chioma folta” gli ricordava quella che negli amatissimi Promessi sposi “sopravanzava il muro del cortile” della casa di Lucia. Poi indietro, nella villa che con la moglie Luciana aveva voluto virgilianamente chiamare “Bucoliche” (il giardino a balze, verso il lago, sino a pochi anni fa lo coltivava lui stesso con tempra di contadino). Eccolo, quindi, al suo lavoro di studioso e traduttore dei classici. E finalmente il pranzo e, ancora a tavola, un malore. Il tempo di dire “non mi sento tanto bene” e di appisolarsi sul divano, che Carlo Carena è spirato all’età di 98 anni, lo scorso 22 novembre. Una morte invidiabile.

Mi ero rivolto a lui, su invito di Franco Gavazzeni, ai tempi della mia tesi reboriana. Allora era alto dirigente dell’Einaudi. Gli scrissi una lettera a mano, spiegando il perché e il percome dei miei studi. Lui mi rispose, pure a mano, con una lunga lettera in cui mi dava dettagliati consigli. Lo rividi poi a Stresa, per un convegno proprio su Rebora, che di Carlo era stato insegnante di religione al Collegio Rosmini di Domodossola. E cominciai – auspice l’inventore di Interlinea Roberto Cicala – a collaborare con lui in diverse occasioni. Una volta mi capitò pure di intervistarlo televisivamente per il Rosmini Institute. Location fu la terrazza di casa sua: alle pareti quadri di Munari con vista aerea sul lago.

Diventammo amici, arrivando anche alla confidenza del “tu” a cui pure non eravamo portati. Ma intervenne la sua Luciana, che in un attimo fece crollare resistenze e pudori. Ecco, la bellissima Luciana (libraia provetta) è imprescindibile per capire chi fosse, anzi chi sia, Carlo Carena. Lo completava per un di più di grazia e anche per quel senso pratico che a lei veniva dall’esperienza di bottega. L’amicizia da subito coinvolse anche mia moglie che un paio di volte lo invitò a parlare al Collegio Santa Caterina di Pavia, del quale era rettrice. E insomma tra noi quattro si generò “quell’aria di spontanea confidenza, che si trova in una nuova e potente affezione, come in un’antica intrinsichezza”, per citare ancora Manzoni. Ed era una meraviglia stare con loro in quel grande soggiorno popolato di libri e di fiori, a conversare di tutto: dai massimi autori alle minime incombenze familiari. Non piccola parte delle nostre chiacchierate riguardava gli amici comuni. Dal già ricordato Franco Gavazzeni a Dante Isella, nostro professore all’università; sino alla figlia dello stesso Isella, la cara Silvia compagna di studi e ora, grazie a Carlo e Luciana, amica nel senso più pieno e più vero.

Carena aveva partecipato ai Millenni einaudiani come traduttore e curatore e ne era stato anche direttore. Per lui, “vero signore dell’editoria e principe della classicità” (così Roberto Cicala nel suo ricordo), questi libri magnanimi erano come una lunga scia che irradiava il mondo moderno di una luce antica e sempre attuale. Necessaria. Era questo lo specifico di Carlo, un continuo dialogo interiore cui partecipavano i suoi autori, da Eschilo e Plutarco sino a Orazio, Virgilio e Seneca; e poi San Paolo e Agostino, per non dire dei moderni Rebora, Angelini e Turoldo. Anche solo da questa approssimativa campionatura (gli autori e i titoli sarebbero molti di più), si intravede una chiara linea di sapienza (nel senso etimologico del termine) che armonizza il meglio della cultura laica e di quella cristiana: le quali costituivano in lui non un’antitesi ma una feconda endiadi, in cui un termine arricchiva l’altro. Sarà per questo che molte pagine delle sue, sobriamente impeccabili ed elegantissime, Carena le dedicò a Erasmo da Rotterdam, campione di mediazione tra fede e intelletto.

Una mediazione che si riscontra anche nei miei testi che volle generosamente accompagnare alla sua maniera. Fu anzi lui a incoraggiarmi a pubblicare le mie Rime cristiane che da anni giacevano nel cassetto. L’incipit di quella sua prefazione insiste proprio sull’endiadi di cui sopra: “Apri, sfogli, e incontri raramente il nome di Dio o di Gesù Cristo. Leggi sistematicamente, e ti accorgi che tutto qui è vissuto ideologicamente, eticamente, e soprattutto sentimentalmente nella più schietta visione e interpretazione del cristianesimo”.

Lo stesso per lo struggente carteggio tra il Rebora ormai morente e il giovanissimo editore Vanni Scheiwiller. Qui si citano come auctoritates il gran Contini e monsignor Cesare Angelini, entrambi amici di Carena. Inevitabile offrire ancora a lui la presentazione del volume, che vide la luce con titolo, Critica e carità, che insiste ancora sul discrimine tra fede e, in questo caso, filologia.

Sono tutti testi editi da Interlinea, e questo è un nuovo tratto della vicenda etica e letteraria di Carena che merita di essere ricordato. Per questa piccola ma coltissima casa editrice Carlo aveva pubblicato molte delle sue ultime cose e ispirato le collane Passio e Nativitas: serie ininterrotte di gioielli pasquali e natalizi che esprimono – di nuovo – il suo umanesimo integrale.

Siamo tornati da lui la mattina dei funerali, trovando Luciana affranta e come sempre bellissima, nonostante l’età avanzata. E abbiamo visitato lui disteso sul letto, ancora con il maglioncino celeste che era diventato il suo emblema. “Certo non possiamo lamentarci, proprio noi”, ripeteva al telefono lo scorso 4 novembre, quando lo chiamammo per gli auguri di San Carlo. Alludeva alla fortuna di una vita lunga e ricca di bellezza. Tanto che spesso gli ripetevo: “Da grande voglio fare il Carena”.

Lo stesso giorno della morte, Cicala pubblicava sul web un video in cui lo si vede sempre con il suo maglioncino celeste: parla di tanti libri, ma tra le mani Carlo ha i Canti anonimi reboriani da me curati… Che bel regalo.

Nell’annuncio funebre, dettato dalla moglie, le parole dell’amato Erasmo: “Quanto più un uomo invecchia, tanto più si riavvicina alla fanciullezza, finché lascia questo mondo in tutto come un bambino al di là del tedio della vita e al di là del senso della morte”. Un epitaffio che rallegra, non è vero?

Nell’immagine: Carlo Carena


Ipocrita collegialità

L'esperienza de "La Straordinaria" e la Carta della Gerra, presentate questa mattina a Lugano, non sono solo un progetto concreto per dare alla città e al cantone una vita culturale più ricca, ma anche l'indicazione di una nuova e quanto mai necessaria strada nell'azione politica 

Se una persona esprime un’idea contraria al suo pensiero, come si definisce? “Sostenere una parte, recitare, fingere” e “guadagnarsi la simpatia di più persone ingannandole” ci spiega il vocabolario Treccani alla voce: ipocrisia.

Ecco sintetizzato l’atteggiamento di alcuni nostri Consiglieri federali quando devono prendere posizione alla vigilia delle votazioni popolari o dei referendum. Non mancano gli esempi, piuttosto numerosi, soprattutto agli estremi dello schieramento politico, fra i socialisti o i democentristi.

Ultimo caso, dopo le giravolte di altri ministri socialisti, quello della neoresponsabile del Dipartimento federale dell’interno Elisabeth Baume-Schneider, che si esprime contro la tredicesima AVS in votazione il prossimo 3 marzo, quando in cuor suo l’avrebbe sostenuta (chissà come voterà nel segreto dell’urna?). Idem come sopra per il neo consigliere responsabile del Dipartimento dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC), l’UDC Rösti, contrario alla legge sul CO2 da parlamentare e costretto a difenderla in qualità di consigliere federale.

La Baume-Schneider, mentre invitava ad affossare la tredicesima AVS, ha dichiarato che intende aiutare le persone che hanno redditi bassi. Figuriamoci che successo potrà aspettarsi in Parlamento. Oltre al danno, anche la beffa, perché è una dichiarazione politicamente vana. Certo, la neoministra non poteva agire diversamente, poiché deve attenersi alle regole della collegialità. E fa sorridere leggere certi commenti d’oltralpe, come quello del politologo Michael Hermann, che dichiarava, all’indomani del passaggio della ministra giurassiana al DFI, che con Baume-Schneider all’Interno è “come avere il capo del sindacato Pierre-Yves Maillard nell’anticamera del dipartimento”. Almeno fosse così! Maillard, presidente dell’Unione sindacale svizzera promotore dell’iniziatva per la tredicesima AVS, la compagna Baume-Schneider affossatrice della riforma!

È la collegialità elvetica, sancita dall’articolo 177 della Costituzione: “Il Consiglio federale agisce in quanto autorità collegiale”. La legge sull’organizzazione del governo è anche più chiara: “I membri del Consiglio federale sostengono le decisioni del collegio”. Un principio che fa parte della sacralità della politica svizzera e fa rima con compromesso, l’altro intoccabile dogma rossocrociato.

C’era stato qualche trambusto in tema una ventina di anni fa, quando in Consiglio federale è stato eletto Christoph Blocher, leader dell’allora nuovo corso dell’UDC. Blocher non è abituato a stare agli ordini e quindi si era preso qualche libertà in contrasto con la collegialità. Allora, alla fine del 2005, la Consigliera nazionale ticinese Chiara Simoneschi aveva invitato il governo a elaborare una legge di applicazione dell’articolo 177 “che preveda delle sanzioni in caso di violazione del principio collegiale”. Il Consiglio federale aveva respinto la richiesta della deputata ticinese, così come altri atti parlamentari presentati nel periodo in cui Blocher è stato in governo. Al massimo l’esecutivo confermava le difficoltà in merito: “L’equilibrio richiesto dalla collegialità talvolta è difficile da trovare per diversi motivi, in particolare a causa della polarizzazione del dibattito pubblico praticata da tutti gli attori politici”.

L’atteggiamento anti collegiale di Blocher gli è costato il seggio in Consiglio federale, alla fine del 2007. “È una sorta di riflesso, anzi di vendetta, da parte di un Parlamento contro un ministro che ha moltiplicato le rotture di collegialità e le provocazioni, che non ha rispettato le istituzioni”, ha sintetizzato il politologo Pascal Sciarini.

Sempre Sciarini, nel suo ultimo libro Politique Suisse, affronta questo tema. Dopo aver menzionato i numerosi tentativi di riformare il sistema di governo svizzero, tutti falliti, ribadisce che una riforma “dovrebbe prioritariamente rivolgersi al problema della mancanza di direzione e di coerenza del governo. (…) Il passaggio a un sistema parlamentare [dove il governo è eletto dalla maggioranza del Parlamento, che gli esprime la fiducia, n.d.r.) sarebbe l’unico modo, certamente radicale, di rimediare a questo problema. In un sistema parlamentare, i guadagni di efficacia non deriverebbero principalmente dal rafforzamento del governo, ma dal rafforzamento dell’interdipendenza tra questo e il Parlamento”. “Une (im)possible réforme”, titola il capitolo Sciarini, perché una simile riforma cozza contro “l’assenza di sostegno politico”. Quindi lunga vita alla collegialità e al compromesso!

Anche Dick Marty, nel suo ultimo libro Verità irriverenti, si chiedeva se “la partecipazione al governo di tutti i partiti principali è ancora attuale. La domanda è lecita, se si pensa che il partito più votato è quello che oggi manifestamente riveste allo stesso tempo il ruolo di partito governativo e opposizione. La collegialità assume così aspetti un po’ grotteschi che a mio parere nuocciono alla credibilità della politica. Perché affidare ad Alain Berset l’allocuzione in cui il Consiglio federale esprimeva un’opinione contraria all’iniziativa sulle multinazionali responsabili quando tutti sapevano che non condivideva quella posizione e che il suo Dipartimento non aveva alcun rapporto con il tema?”

È l’ipocrisia della politica, bellezza, vien da dire, ma poi non ci si lamenti se la partecipazione dei cittadini si riduce. Così oggi la Consigliera federale Baume-Schneider, socialista vicina alle istanze sociali e alla difesa delle fasce più deboli della popolazione, invita a bocciare la proposta sindacale e socialista di introdurre la tredicesima AVS. I motivi sono quelli che la destra ripete dal 1948: l’AVS è destinata al fallimento perché costa troppo. Una bufala mai confermata, perché L’AVS rimane un’assicurazione solida, in cui i ricchi pagano in proporzione ai loro redditi ma incassano quanto chi ha bassi salari.

Concludiamo con Dick Marty: ha senso che i socialisti stiano al governo se devono agire contro gli interessi di chi rappresentano? E cosa raccolgono?

Nell’immagine: la fotografia ufficiale del Consiglio federale 2024 (beh, con un piccolo ritocco)


Guerra di potere a Kiev: Zelensky-Zaluzhny, ora la rottura è totale

L'esperienza de "La Straordinaria" e la Carta della Gerra, presentate questa mattina a Lugano, non sono solo un progetto concreto per dare alla città e al cantone una vita culturale più ricca, ma anche l'indicazione di una nuova e quanto mai necessaria strada nell'azione politica 

Di Paolo Brera, La Repubblica

Fumata nera. La stavka, il vertice convocato ieri dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, non ha licenziato il capo delle forze armate Valery Zaluzhny, come pronosticato da deputati e giornalisti ucraini in ordine sparso. Ma è solo questione di tempo: il Washington Post rivela che Zelensky ha già avvertito la Casa Bianca. La notizia ufficiosa era stata diffusa lunedì e subito smentita: «Non c’è nessun decreto». Ma non hanno smentito né l’intenzione né la decisione. Era stata comunicata allo stesso Zaluzhny, convocato in via Bankova col ministro della Difesa Umerov.
Le ricostruzioni spifferate ad arte sui social contenevano già i dettagli: il rifiuto di Zaluzhny di accettare incarichi di secondo piano, e i nomi dei possibili successori: il capo dei servizi segreti militari Budanov, il presidente del Comitato sicurezza Danilov e il generale Syrsky, capo delle forze di terra. Ma hanno declinato. Per questo il presidente non ha ancora firmato il decreto. E l’incertezza aumenta la tensione.
L’intervento di ieri alla Cnn di Zaluzhny — nuovamente critico sulla gestione politica del conflitto — era suonato come «lo schiaffo finale», il guanto di sfida in faccia al presidente che aveva già criticato sull’Economist. L’ufficio presidenziale lo lavorava ai fianchi per imputargli il fallimento della controffensiva, lui reagì affibbiando la colpa alle strategie sbagliate della Presidenza: al fallimento della mobilitazione per aver licenziato i capi dei distretti militari, accusati di corruzione.
La replica di via Bankova fu feroce: non solo gli dissero che da un soldato ci si aspetta che taccia e combatta, non che parli alla stampa. Ma gli licenziarono direttamente i generali più fedeli e strategici, come il capo delle operazioni speciali Viktor Khorenko. Senza contare «l’incidente» del maggiore Gennady Chastyakov, suo stretto assistente e «intimo amico», morto giocherellando con il regalo di compleanno dei colleghi: bombe a mano confezionate come bicchieri col suo Whisky preferito.
Alla stavka il presidente «discuterà il cambiamento di una parte significativa della leadership militare, compreso Zaluzhny», prevedeva Yuriy Butusov, direttore di Censor.net. Invece «abbiamo parlato di droni — scrive Zelensky su Telegram — e proiettili; di situazione al fronte, particolarmente difficile ad Avdiivka; ampliamento delle fortificazioni ed energia. Grazie ai nostri soldati: la stabilità dello Stato e dei suoi sistemi è un prerequisito per la forza dell’Ucraina».

Parole sante. Ma sono quelle non pronunciate a far traballare il tavolo. Non arriva il licenziamento ufficiale, ma neppure chiarezza su come e quando passerà ai fatti. E su cosa succederà dopo. Ancora ieri il cerchio magico di Zelensky alzava il fumo: «Non esiste alcun documento sulle dimissioni: finché non se ne sarà andato non cavalcate le onde, destabilizza notevolmente l’esercito», diceva Danilov.

Il rapporto tra il Presidente e il Generale è un matrimonio d’interesse finito da un pezzo; un amore mai nato intorno a una parabola comune: un presidente in crisi di popolarità, un generale di secondo piano solido ma defilato, resi famosi e amati dalla guerra. Due stelle nate insieme, ma già ad aprile 2022 erano scintille. I russi cacciati dai dintorni di Kiev, il generale apre un Fondo per l’esercito, Bankova teme «che Valery abbia preso la strada sbagliata» dell’ambizione politica. Zelensky smentisce i dissidi, ma i sondaggi dicono che il sostegno delle forze armate è più alto del suo: 98% contro 93%.

«La vittoria può avere un solo padre», dissero i suoi uomini a Rbc. Da allora, lo scontro non ha fatto che salire di intensità insieme alla popolarità del generale e al calo di quella di Zelensky. Decisioni autonome non autorizzate da Bankova, inevitabili conflitti nella spartizione dei compiti, che era premessa per andare d’accordo: al generale la guerra sul campo, al presidente la raccolta degli aiuti e l’esposizione mediatica. Nella resistenza all’Azovstal di Mariupol, nella difesa a oltranza di Bakhmut, il generale dovette obbedire agli ordini del presidente.

La situazione è precipitata col fallimento della controffensiva e l’ostinazione di Zelensky a promettere vittoria assoluta. Un sondaggio ufficioso che Repubblica ha consultato sancisce il sorpasso: Zaluzhny otterrebbe più voti. La guerra è in una fase in cui è più il rischio di perdere terreno che la speranza di conquistarne. Il presidente ha fatto votare una legge che gli impedisce di trattare col «criminale di guerra» Putin, e le promesse agli ucraini gli rendono impervia la strada negoziale verso cui premono gli alleati. Poi c’è il guaio della mobilitazione, necessaria quanto impopolare. Quando licenzierà Zaluznhy tutto questo minerà il suo futuro politico. Ma se fa un passo indietro perde comunque.

Ritardare la mossa all’infinito? Rischia una tempesta politica. Ma cosa succede se rimuove l’uomo più amato? Il morale dei soldati reggerà? E come reagiranno i colonnelli fedeli? «Non vedo un rischio golpe — dice il politologo Ruslan Bortnik — ma il conflitto continuerà a crescere. Useranno Zaluzhny come rompighiaccio per frantumare il potere dell’Ufficio presidenziale. Il potere di Zelensky è grande, ma è basato sulla maggioranza in Parlamento. Se non c’è più e si ricompatta su un altro…».

Nell’immagine: il presidente Volodymyr Zelensky con Valery Zaluzhny


Il candidato ideale non varca la cortina di ferro

L'esperienza de "La Straordinaria" e la Carta della Gerra, presentate questa mattina a Lugano, non sono solo un progetto concreto per dare alla città e al cantone una vita culturale più ricca, ma anche l'indicazione di una nuova e quanto mai necessaria strada nell'azione politica 

Oggi non è di un saggio letterario o linguistico, come dal suo autore ci saremmo potuti aspettare, che vi voglio parlare. E nemmeno di un’opera di finzione, anche se, letta a oltre mezzo secolo di distanza dai fatti, pare una vicenda tragicomica. Originario di Mendrisio, dove è nato il 17 febbraio 1946, Marco Fantuzzi (M.F. le sue iniziali: ovvio, direte, ma…) è figlio di buona e nota famiglia borghese, padre dentista. Ha studiato a Firenze e Friburgo, si è laureato summa cum laude, ha anche pubblicato, nel 1975, la sua tesi di dottorato Meccanismi narrativi nel romanzo barocco (Antenore, 1975). E, dopo la buriana di cui sotto, ha insegnato all’École de traduction et d’interprétation dell’Università di Ginevra.

In ambito narrativo ha pubblicato una trilogia – che comprende Monte Rosa (2014), Graeca capta (2015) e La moglie svizzera (2016) – ambientata nel mondo dell’insegnamento, al quale, come anticipato, ha appartenuto egli stesso – in cui compaiono, tra i protagonisti, alcuni docenti più o meno appassionati della loro professione, più o meno “trasgressivi”, più o meno “sovversivi”. Fantuzzi ha dato alle stampe anche la raccolta Schegge di luce. Frammenti poetici 1997-1999 (Alla chiara fonte, 2021) ed è presente con articoli e recensioni su Il Cantonetto, Cenobio e Archivio Storico Ticinese. Curioso un altro suo saggio, Per una storia della lingua della stampa automobilistica italiana: Quattroruote 1956-1999 (Bulzoni, 1999).

Ma torniamo alla buriana, finalmente. Fresco e attualissimo, Diario d’aldiquà. CH 1976 (Armando Dadò Editore, 2023) è preceduto, nel 2020 e presso lo stesso editore, da Diario d’aldilà. URSS 1976. Due libri tra loro indissolubili, poiché entrambi ci riportano a quel 1976 in cui l’Europa del dopoguerra era ancora divisa tra Est e Ovest; in cui – e fino al 9 novembre 1989, con la caduta del Muro di Berlino – per indicare i confini con i quasi impenetrabili Paesi del blocco comunista si usava la metafora della cortina di ferro; in cui i partiti della Sinistra si dividevano tra ortodossi ed eurocomunisti-riformisti. Diario d’aldilà è la cronaca del viaggio che l’allora trentenne Fantuzzi fece, con un gruppo di giovani romandi iscritti al Partito del lavoro che si recarono a Mosca e Tallin per un corso di formazione politica.

La sua appartenenza politica, il suo ruolo di co-fondatore e presidente della sezione friburghese del Parti du Travail e di articolista (che si… celava sotto la sigla M.F.) su La Voix Ouvrière, ma anche quell’inaudita trasferta oltrecortina contribuirono a far finire l’autore sotto l’osservazione della Polizia federale svizzera (BUPO) nel contesto di quello che è ricordato come lo scandalo delle schedature, scoppiato il 22 novembre 1989, che portò alla scoperta di 900 mila fascicoli intestati a singole persone e organizzazioni allestiti dalla polizia politica e dal controspionaggio senza alcuna base legale.

Con comprensibile curiosità, nel marzo 1990 Fantuzzi chiese di prenderne visione e scoprì che il suo dossier si componeva di 131 pagine: le prime annotazioni risalgono al 29 marzo 1967 quando studiava a Firenze, insieme alla morosa M.N. (“amica particolare” in termini tecnici), coetanea, di buona famiglia e momò come lui; guidava non una FIAT 124, bensì una Lada rossa fabbricata a Togliatti (anche se targata TI 26842) ed era già definito, per tutte queste ragioni, “estremista” o “linksorientiert”. Gli ultimi appunti sul suo conto sono datati 28 marzo 1987. Ancora oggi non si sa chi fossero gli informatori della Polizia e parti delle singole schede sono state rese parzialmentze illeggibili o cancellate.

Diario d’aldilà, Fantuzzi lo scrisse durante il viaggio in URSS per poi consegnarlo, a mo’ di rendiconto, al PdL svizzero. Solo mezzo secolo più tardi lo riprese in mano, aggiungendo una postfazione (essenziale) che aggiorna e rilegge le annotazioni originali.

Diario d’aldiquà è invece la trascrizione-traduzione di 20 anni di schedature di cui l’autore era stato oggetto. E con tutte le conseguenze del caso. Nella fattispecie, quel clima di sospetti, chiusura, attenzione estrema alla sicurezza nazionale e a tutto quanto la poteva minacciare, in una cornice di guerra fredda – seppur agli sgoccioli – colpisce tale M.F., brillantemente laureato in lettere che, avendone tutti i titoli, il 4 gennaio 1977 si candida per un posto di lavoro al Museo nazionale dopo avere già lavorato per un servizio di traduzione dell’Amministrazione federale. Iniziali del nome, data di nascita (17.2.1946) e le altre indicazioni vi dicono niente? Controcorrente rispetto alla maggioranza, M.F. professava anche pubblicamente posizioni progressiste e non conformiste che vennero considerate indice di scarsa affidabilità e insufficiente allineamento ai valori del Paese.

Il libro ripercorre e ricostruisce l’intero iter di quella candidatura. Il posto, che sembrava ormai ottenuto da M.F., tarda inizialmente ad essergli assegnato. Dopo alcuni ulteriori colloqui con i vertici del Museo e l’allora potentissimo consigliere di Stato zurighese Alfred Gilgen, la candidatura viene definitivamente bocciata 8 mesi più tardi. M.F. fu – per farla breve – vittima di Berufsverbot.

Nel libro di Fantuzzi si alternano la trascrizione dei documenti di polizia di allora, con il loro linguaggio burocratico, rigido, involontariamente comico, e l’ironia caustica di Fantuzzi che, per aver visione del proprio dossier dovette aspettare fino all’8 novembre 1995, ossia quasi 6 anni e che, sull’intera vicenda, è tornato a distanza di mezzo secolo: “Nel caso specifico nulla poteva essere rimproverato al nostro dottor fedina penale vergine, nessuna traccia di violazioni della legge, consumo o spaccio di droghe, violenza domestica o semplice infrazione al codice della strada, né una segnalazione per ubriachezza molesta, schiamazzi notturni, comunque cose non incompatibili con l’attività di un conservatore di museo; ma nonostante tutto, di una sua assunzione non si sarebbe nemmeno potuto parlare. Fuori discussione!”. O ancora: “Arrivati a questo punto, i responsabili del Landesmuseum avevano fretta di chiudere la pratica e di liberarsi di una simile patata bollente, tanto più che i tempi stringevano e che la commissione ad hoc aveva assoluto bisogno di chiarirsi le idee prima di compiere chissà quale passo falso. Con il rischio magari di nominare ad un posto di pur modesta responsabilità un avversario politico o semplicemente un intellettuale di sinistra. Che era forse anche peggio. Magari anche una spia straniera o un infiltrato proveniente da chissà dove, ma comunque in grado di sabotare le normali attività museali o di nuocere al buon nome dell’istituzione.”

Nell’immagine: parte della schedatura di un altro scrittore svizzero, Max Frisch