L’Italia che se la canta e se la suona

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

“Nei tempi bui conviene cantare” sosteneva Brecht, e dal ‘51 del secolo scorso milioni di telespettatori si ritrovano a cantare appiccicati al teleschermo ai primi di febbraio. Cantare, tifare per il proprio beniamino e, soprattutto imbrattare l’arena planetaria dei social cianciando di outfit e pettinature, vocalità e arrangiamenti, analizzando i testi da provetti semiologi. Sfoderando cioè competenze inaspettate che farebbero impallidire Armani, il maestro Muti, Eco o Strehler. O i più celebri massmediologi dell’orbe terracqueo. E intanto si canta, perché i tempi sono davvero bui, che più bui non si può.

Il festival è una saga popolare straordinaria più che una competizione canora e ritorna con la puntuale solerzia degna dell’ufficio esazioni e contribuzioni del Cantone a rappresentare quello che dai primi anni ’50 continuano a dirci esser “il barometro della società italiana”, specchio che riflette e racconta molto più di noi di quanto si creda. Non so sia vero o verosimile, ma credo che una canzone possa anche esprimere l’anima del proprio tempo più di letterati e sociologi. “Nel blu dipinto di blu” docet. La kermesse è un colossale Circo Barnum che meriterebbe di esser raccontato anche nelle sue pieghe, nei suoi gustosi anfratti, nel dietro le quinte, attraverso quella bizzarra umanità e bestiario che lo anima e lo ha reso epico. E credetemi: ho visto e ascoltato cose che voi spiaggiati sul divano non potete immaginare; tra le quali anche risse verbali e no.

Momento autoreferenziale. In Riviera sono sceso dal 1987 al 2020 per una ventina di volte. Per intervistare, incontrare, votare, commentare, stilare pagelle, rinsaldare amicizie e creare nuovi rapporti utili alla mia professione. E avendone vissuto anche gli studi, gentilmente concessi da mamma Rai, oltre alla sala stampa che da tempo immemore è allocata nel Roof, il “mitico” Teatro Ariston è un edificio che conosco in ogni anfratto e in cui ho incontrato ogni sorta di personaggio: dagli usceri ai tecnici alle mascherine, da chi pulisce ai baristi, dai colleghi della carta stampata e non a quel bestiario straordinario e surreale di “appassionati” che tra eccessi, schiamazzi e malati si selfie all’ultimo stadio, di ogni età e censo, stringe d’assedio la cittadina blindata dalle forze dell’ordine per una settimana.

Giorni in cui i prezzi lievitano assai per una camera d’hotel, un pranzo, un aperitivo. Per la gioia degli esercenti, dei ristoratori e dell’Azienda turistica. Il festival si rivela anche esser passerella di politici e assessori, tamarri governati dal testosterone, presunte soubrette e papponi, cariatidi e nobili decaduti della canzone e dello spettacolo. Una variegata e pittoresca umanità che si riversa in Riviera. Ho incontrato anche Baudo, Fazio, Dorelli (l’edizione di Arma di Taggia) ma anche Morandi, Baglioni Amadeus, Conti, Bonolis, la Carrà (a cui offrii un caffè al bancone) senza scordare i 4 ineffabili figli d’arte (Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi) goffi e imbranati, che tante risate involontarie hanno donato.

Ognuno con la propria personalità e verità sul festival, come gli alti papaveri Rai presenti e passati e qualche “mammasantissima” del calibro di Adriano Aragozzini. Ognuno con la propria idea anche estetica della musica e delle finalità dello spettacolo. Una peculiare Weltanschauung che cercava di riflettere o modificare anche il tempo sociale di riferimento. Saremo non è mai stata una scienza esatta. Ma qualcosa, anche inconsapevolmente ha raccontato: della musica, di noi, del costume. Ho incrociato le traiettorie di una miriade di artisti o sedicenti tali, meteore o colossi (Nilla Pizzi e Fra Cionfoli compresi), ognuno con una storia, un sogno, delle aspettative da affidare a quel palco unico, ambito, sacro. Accompagnati da discografici, management e uffici stampa che si riversano in riviera per consumare un rituale che sarebbe magnifico raccontare da profilo antropologico.

Ero lì quando Mimì sconvolse emotivamente la platea interpretando “Almeno tu nell’universo”, quando scese quella spalluccia malandrina scoprendo il seno di Pasty Kensit, o quando Elio e le storie tese si presentarono pittati d’argento-Rockets sul palco. Ma fui testimone della “Farfallina” di Belen o spettatore del tentato suicidio di uno spettatore gestito da Baudo. E, per concludere, nell’era moderna, il fato ha voluto mi godessi la madre di tutte le baruffe: quella tra Bugo e Morgan che si mandarono a quel paese in mondovisione e relativi pittoreschi strascichi: minacce, denunce e controdenunce, conferenze stampa, colleghi giornalisti partigiani di uno o dell’altro.

Perché è la polemica, come sappiamo, il sale della manifestazione! Il sale, il pepe e tutte le spezie dell’arco gastronomico che possiate immaginare, declinazioni etniche incluse! La polemica ha la forza di oscurare lo spettacolo e la canzone, spesso ridotta ad orpello; purtroppo, o per fortuna anche a giusta ragione. E a Sanremo si polemizza sullo scibile umano. Al netto di questo personale “amarcord”, ricordando che scandali e polemiche generate dal festival sono sempre funzionali all’ hype della kermesse stessa e alla sua stessa narrazione e mito, in questi giorni apprendo che in 73 edizioni del Festival sono circa duemila le vertenze in materia di illeciti, brogli, accuse di plagio!

E le prime di quest’ anno riguardano gli orchestrali della “Orchestra sinfonica di Sanremo” che denunciano paghe da fame: 3.000 euro scarsi per due mesi di lavoro con orari improponibili. In questo caso la RAI non c’entra, il pattuito lo onora, l’inghippo è altrove. La seconda, a ruota, coinvolge il ruolo dei “producer”, i produttori delle canzoni in gara che si improvvisano direttori sul palco pur non avendo competenza alcuna. E per evitare “l’effetto Michielin” [che portò la giovanissima cantante a dirigere l’orchestra nel brano dell’amica e collega Emma Marrone], per scongiurare dunque, se possibile, “il ridicolo” e lo sberleffo alla categoria, ad alcuni sarà affibbiata una sorta di “badante”, leggasi un direttore vero o qualcuno che di musica, partiture e direzione orchestrale ne capisce. Lasciando purtroppo una volta ancora a casa il più amato dal pubblico festivaliero, la vera icona: il m° Peppe Vessicchio!

Queste le prime diatribe che però non vantano quel mordente che infervora la vasta platea. E che ci auguriamo siano le prime di un gustoso filotto. Quella che infiamma già i social alla vigilia (anche se elitaria o per addetti ai lavori) è dedicata alle scelte operate dal direttore artistico nonché presentatore: Amadeus. Tra le 400 candidature inoltrate tra cui scremare, pare confermata l’esclusione di artisti eccellenti, nomi importanti per intenderci, dal blasone certificato, al netto ovviamente della “costante Jalisse”. E tra gli esclusi molti sarebbero alieni a quel mainstream musicale povero e banalotto in cui versa la canzone pop italiana da tempo, quella dopata dai network radiofonici commerciali da una esaltante narrazione deviata e ormai prona alla suddetta narrazione. Quella magnificata dai numeri digitali per intenderci, dagli ipotetici concerti sold out e suffragata da un’asfissiante costante presenza mediatica.

E questo apre una riflessione, l’ennesima, sull’Amadeus pensiero per il quale la “cassa in quattro” è l’imperativo kantiano così come i testi, che devono esser leggeri, al limite o oltre la banalità, affrancati dal contesto sociale e culturale per parlare una volta ancora e sempre dell’amore in ogni sua declinazione! Ma ciò che più conta, questa canzone, deve vantare potenzialità da tormentone estivo per suffragare la centralità assoluta del festival quale motore della musica italiana di consumo; un podio da condividere col talent della De Filippi. La ricordate pochi anni fa in co-conduzione a suggellare il patto di non belligeranza che prevede altresì la massiccia presenza in gara dei talenti del format? Più che Sanremo dunque il Festivalbar.

Questo è il suo gusto, la sua missione, il suo credo ossessionato come è dalle compiacenti rotazioni dei network radiofonici piegati al mainstream. Dove la parola qualità difficilmente rientra nei criteri delle scelte. Così come l’urgenza espressiva, l’etica artistica, la ricerca. E poi Ama è stato o no speaker radiofonico e dj negli anni ’80 da bere? Non c’è spazio per altro e se c’è, o è un incidente di percorso o lo specchietto per alcune allodole: “apro anche all’indie, alla musica alternativa, indipendente” ecc. ecc. Giusto per ammantarsi di una temporanea verginità ma sapendo di sapere che salvo miracoli la “quota altra” è destinata all’oblio. Perché i numeri impongono il sacrifico sull’altare, o pira che dir si voglia, su cui ardere gli eretici nel nome dell’auditel, delle vendite pubblicitarie e del mercato discografico, in perenna crisi di acido lattico. E non ha senso aprire riflessioni sul perché si è arrivati a cotanto sfacelo.

Ma la polemica vanta una seconda tranche, che contempla gli autori dei brani selezionati e le tre major discografiche che si spartiscono la torta: 4 autori firmano quasi la metà delle canzoni in gara. E sono autori che nelle ultime stagioni hanno “spaccato”, firmando i tormentoni che hanno fatto sfracelli la scorsa estate, a mio avviso banalizzando e omologando davvero al ribasso il suono del pop/urban italiano. Che, amo ricordare, rappresenta solo una parte, esigua, della produzione artistica musicale, ben più ampia, urgente, etica e di valore rispetto a ciò che Sanremo offre.

Citiamone alcuni: Davide Petrella lo scorso anno autore di Mangoni e Lazza, (dunque i primi due del podio) che quest’anno firma ben quattro canzoni – Emma, Ghali, Rose Villan e The Kolors. Anche Jacopo Ettorre ne firma ben quattro – l’Amoroso, BNKR 44, Fred De Palma e Mahmood. Poi c’è chi si ferma a quota 3, Paolo Antonacci, figlio di Biagio e via discorrendo. Peccato per altri autori, giovani e di belle speranze che non avranno mai la possibilità di confrontarsi. L’articolo pubblicato dal Sole 24 ore, e che ha sollevato la questione si chiede pure se Amadeus abbia davvero ascoltato i 400 brani. O se la logica delle scelte dipendesse da altri fattori. Ma a lui, ad Amadeus V e alla Rai la questione non interessa affatto, perché l’hype, gli introiti, i ricavi e l’auditel sono dalla loro parte. Ama V vince e stravince! E le diatribe come sempre si scioglieranno come neve al sole permettendo di archiviare l’ennesima edizione da record.

Infatti, il festival genera da anni profitti, e tanti. Nel 2022 gli introiti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie sono stati stellari: dai circa 38 milioni del 2021 ai 42, a fronte di una spesa di 17 milioni. Lo scorso anno è stata raggiunta la quota siderale di 50 milioni di ricavi. Che a fronte dei 17/18 milioni di costi sottolineano la bontà dell’operazione Sanremo per la RAI. Guadagni importanti che permettono al servizio pubblico anche di finanziare altre attività oltre, ovviamente, a spalmare all’infinito da mane sera il festival nei palinsesti radiotelevisivi e online. Una politica aziendale che paga, a 360°. Perché allora cambiare squadra, modulo e filosofia di gioco? Ha pure avvicinato i giovani al festival sostengono, e farà suonare con rigorosa “cassa in quattro” dei settantenni gagliardi quali sono i Ricchi e Poveri. What else? “Perché Sanremo è sempre Sanremo” o no? Macina, consuma ed espelle, polemiche incluse. Fino al prossimo anno.

Nall’immagine: si canta in tempi bui


Sergio Rossi – Se la Germania è “la malata d’Europa”

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Un no da sinistra contro la 13esima dell’AVS

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

Non distribuire soldi a innaffiatoio, bensì a chi ne ha bisogno: ciò corrisponde alla politica della sinistra e anche dei sindacati. Coerentemente, la sinistra ha combattuto più volte gli aumenti delle deduzioni per il calcolo dell’imponibile, per esempio per i figli, poiché chi guadagna poco non ne trae quasi nessun beneficio, mentre per i benestanti i risparmi sono cospicui.

Per quale motivo, allora, si dovrebbe accettare una 13esima dell’ AVS di cui approfitta poco chi ha avuto un salario basso e non riceve quindi la rendita massima? Chi avrebbe più bisogno riceverebbe meno di chi non ne ha o ne ha meno. Inoltre, in Svizzera ci sono molte persone con più di 65 anni che stanno bene, perché hanno una buona pensione e parecchie hanno anche ricevuto una consistente eredità. Non hanno proprio bisogno di una tredicesima. Ciò vale pure per molti elettori e elettrici della sinistra poiché il corpo elettorale della sinistra è molto cambiato negli ultimi 60 anni. Oggi ne fanno parte molti impiegati, tecnici e persone con una laurea. Chi guadagna poco sono soprattutto donne, famiglie monoparentali, persone senza formazione professionale che, spesso, sono attratte dai semplici slogan dell’Udc, e poi tanti lavoratori e lavoratrici senza passaporto svizzero. 

La Consigliera federale ha ragione

La socialista Elisabeth Baume-Schneider, che ha spiegato la posizione del Consiglio federale, ha doppiamente ragione. Da una parte, la tredicesima AVS costerebbe 4 miliardi al momento dell’introduzione, e poi ogni anno un po’ di più; d’altra parte, ci sono modi migliori per aiutare gli anziani con gravi problemi finanziari e che non si possono permettere né vacanze, né divertimenti. La Consigliera federale ha promesso misure mirate per chi ha redditi bassi dopo i 65 anni. Si potrebbero aumentare le prestazioni complementari e lei promette una proposta in tal senso in occasione della prossima revisione dell’AVS. 

La statistica indica che il 15% dei pensionati riceve prestazioni complementari. Una quota analoga di chi ne avrebbe diritto non ne fa però richiesta. È quindi importante sottolineare che chiedere le prestazioni complementari è un diritto e non c’è motivo di vergognarsi a chiederle, come sembra essere il caso per molti. Si dice pure che gli ostacoli burocratici per ricevere le prestazioni complementari sono importanti: ma quelle difficoltà possono e devono essere eliminate.

Perché non aumentare la rendita minima?

Ci sarebbe un’ulteriore possibilità per migliorare la situazione dei pensionati in difficoltà. La rendita minima ammonta a 1’225 franchi, quella massima è il doppio. Il minimo viene percepito sovente da donne con redditi modesti e interruzioni dell’attività professionale dovute alla nascita di figli. Da diversi anni però, l’AVS prevede una compensazione per chi si è dedicato alla cura di figli o genitori anziani. Ma parecchie donne, ancora oggi, non arrivavano alla soglia minima di reddito per potersi affiliare ad una cassa pensione. A meno che abbiano accumulato risparmi, devono quindi vivere  esclusivamente della rendita AVS. Allora, se non percepiscono la rendita massima di 2’450 franchi, come avviene per oltre un decimo degli anziani, queste persone non ce la fanno. L’AVS è l’assicurazione la più solidale (anche chi guadagna milioni paga i contributi su tutto il reddito da lavoro ma riceve poi solo il doppio della rendita minima). Perché, allora, non aumentare la rendita minima a 2000 franchi? Sarebbe un aiuto mirato e non costerebbe molto.  

Non solo i pensionati soffrono

Non è solo una parte dei pensionati che fatica ad arrivare alla fine del mese, ma anche molte famiglie e persone che lavorano: soffrono del rincaro, degli affitti crescenti e dei premi delle casse malati in continuo aumento. Con una parte dei miliardi che si potrebbero risparmiare se il popolo desse la preferenza ad un aiuto mirato alle persone bisognoso in età di pensionamento, si potrebbe migliorare la situazione dei working poor e delle famiglie monoparentali, aumentando per esempio i sussidi per la riduzione dei premi delle casse malati. La nostra costituzione, all’Art. 12 “Diritto all’aiuto in situazioni di bisogno”, recita: “Chi è nel bisogno e non è in grado di provvedere a sé stesso ha diritto d’essere aiutato e assistito e di ricevere i mezzi indispensabili per un’esistenza dignitosa.” Il Consiglio federale e il Parlamento hanno quindi il mandato di provvedere al sostegno dei più deboli.

Non si dovrebbero dunque avere dubbi che gli Enti pubblici si attiveranno di fronte alle situazioni di persone bisognose. Sarebbe quindi meglio riservare a quel compito le risorse previste per una 13esima AVS che darebbe troppo a chi non ha bisogno e troppo poco alle persone bisognose, pensionate o attive. Ma chi non crede che il Consiglio Federale e il Parlamento siano capaci di adottare le misure adeguate voterà invece sì alla proposta della 13esima rendita AVS, anche se non è la soluzione più appropriata: ciò sarebbe però una sconfitta per la democrazia. 

Nell’immagine: la Consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider (PS)


Julius Baer e René Benko: le banche non impareranno mai?

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

Di Peter Blunschi, Watson

Nel marzo 2023, poco meno di un anno fa, abbiamo assistito al crollo di Credit Suisse. Dopo una serie quasi incredibile di scandali e una crisi bancaria negli Stati Uniti, i clienti fuggono in massa, mentre Il Consiglio federale “svende” il CS a UBS con una mossa d’emergenza. 

E ora un’altra banca svizzera fa notizia.

Alla fine di novembre, la banca privata Julius Baer, con sede a Zurigo, ha dovuto ammettere in un comunicato di aver concesso prestiti per un totale di 606 milioni di franchi svizzeri “a varie unità di un conglomerato europeo”. Il nome di questo “conglomerato” non viene menzionato, ma è chiaro a tutti che si tratta di Signa Holding, fondata dal “re delle proprietà immobiliari”, l’austriaco René Benko. Il comunicato in questione segue l’annuncio di fallimento della Signa Holding per un debito di 10,3 miliardi di Euro, con conseguenti dimissioni di Benko, che viene addirittura indagato (in Austria, Germania ed Italia) per bancarotta fraudolenta.

Ora Julius Baer vuole fare chiarezza: il CEO Philipp Rickenbacher si è dimesso. La banca privata sta inoltre svalutando l’intera esposizione creditizia nei confronti del Gruppo Signa. A causa dell’elevata svalutazione, l’utile della banca per il 2023 si dimezza e, con 454 milioni di franchi svizzeri, è inferiore del 52% al risultato dell’anno precedente.

Dal cemento all’oro

In un commento, la NZZ non risparmia le critiche:  per il quotidiano zurighese la nobile banca privata si era “fatta abbagliare per anni da un alchimista”. René Benko, infatti, sosteneva di poter trasformare il cemento in oro. “Tutto ciò che ha fatto è stato ammassare un sacco di capitale preso a prestito in una torre instabile di società, sotto-società e sotto-sotto-società”. Ora la struttura potrebbe crollare.

Una parentesi è d’obbligo: il private banking è descritto come relativamente sicuro e noioso. Ma non si limita a gestire i patrimoni di clienti super-ricchi. Anche a loro vengono concessi prestiti strutturati. “Private debt” è il termine tecnico per indicare questo settore di attività.

Nessuno ha una visione d’insieme

“Tali prestiti sono complessi”, scrivono i giornali Tamedia. Queste operazioni sono vantaggiose per le banche perché possono applicare un tasso d’interesse significativamente più alto rispetto ai tradizionali prestiti ipotecari o aziendali. Allo stesso tempo, però, i rischi aumentano e per questo le garanzie fornite diventano fondamentali. Nel caso di Signa questo aspetto è stato palesemente disatteso.

I prestiti a René Benko sono diventati “la più grande esposizione singola” nel debito privato, come ha dovuto ammettere Julius Baer. Per la NZZ questo è sorprendente, perché la banca avrebbe dovuto considerare molto meglio il rischio: “L’impero di Signa è così complesso e finanziariamente articolato che nessuno riesce ora ad averne una visione d’insieme, per capire anzitutto chi rischia di perdere tutto in caso di insolvenza e chi no”.

Processi discutibili

Eppure i segnali di allarme non sono mancati. Anche quando Benko ha acquistato i grandi magazzini Globus da Migros insieme al Thai Central Group quasi quattro anni fa, ci sono state voci critiche. “La storia dell’ acquisitore di Globus è costellata di precedenti preoccupanti e discutibili”, ha scritto il quotidiano Tages-Anzeiger a proposito dell’imprenditore dalla rapida ascesa nel club dei miliardari, passando dall’immobiliare all’acquisizione dei maggiori quotidiani austriaci. Andrebbero ricordati almeno una condanna per tentata corruzione alla fine del 2012 (con assoluzione in un altro processo all’inizio del 2023) e la costruzione di uno chalet di lusso nell’elegante località sciistica di Lech am Arlberg. Il nome di Benko viene fatto anche nel memorabile video di Ibiza, un filmato girato di nascosto, che riprende il vice-cancelliere austriaco Heinz-Christian Strache mentre discute della proposta di una sedicente donna russa che offriva sostegno finanziario all’FDÖ in cambio di appalti per un oligarca vicino a Putin. Era l’estate del 2017, e in pochi mesi il “caso” mise fine a quel governo di Vienna. 

La banca non è a rischio

Nonostante tutto questo, l’imprenditore tirolese ha ricevuto più di mezzo miliardo di franchi da Julius Baer. Secondo la NZZ, la banca avrebbe dovuto rendersi conto di quanto René Benko fosse un cliente da tenere d’occhio e che un qualche scandalo a lui legato avrebbe potuto travolgere anche l’istituto bancario. “Ma a quanto pare Benko non era solo un cliente ‘sensibile’, ma anche un tale buon cliente che la direzione della banca ha chiuso un occhio, anche due”.

La banca privata ha promesso di cambiare decisamente rotta. Nel comunicato stampa di fine novembre, l’ex- CEO Philipp Rickenbacher, affermava che l’attività di private debt e il contesto in cui viene gestita saranno rivisti. A quanto pare, la banca non sarebbe a rischio nemmeno in caso di perdita totale, anzi, ha sottolineato, perché gode ancora di una sua “forte base di capitale”.

Gli azionisti sono scettici

Gli azionisti sembrano esserne solo parzialmente convinti. Il valore delle azioni di Julius Baer è sceso del 22% dall’inizio del 2023. Questo non sorprende. Il private banking svizzero si basa su un approccio prudente, che considera attentamente i fattori legati alla reputazione e al rischio, commenta la NZZ: “In questo caso Julius Baer ha fallito in entrambe le discipline”.

Il paragone con il Credit Suisse potrebbe essere esagerato. Julius Baer deve pur aver imparato la lezione dai precedenti scandali. Tuttavia, i prestiti a una figura controversa come René Benko suggeriscono che ancora una volta una banca svizzera non è stata in grado di frenare la propria propensione al rischio. Il che fa sorgere una domanda: ma non imparano mai?

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta nel novembre 2023 ed è stato aggiornato e ripubblicato in seguito alle dimissioni di Philipp Rickenbacher

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: la filiale luganese della banca Julius Baer


La dottrina Biden

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

Di Thomas L. Friedman, La Repubblica

Riguardo all’espandersi della crisi in Medio Oriente penso due cose. Stiamo per assistere alla messa a punto di una nuova strategia dell’Amministrazione Biden volta ad affrontare e risolvere questa guerra su più fronti che coinvolge la Striscia di Gaza, l’Iran, l’Iraq e l’intera regione. Si tratta di quella che auspico diventi una “Dottrina Biden” all’altezza della gravità e della complessità di questo periodo così irto di pericoli.
Se non assisteremo alla messa a punto di una dottrina valida e combattiva, la crisi in Medio Oriente si metastatizzerà secondo modalità che fortificheranno l’Iran, isoleranno Israele e ridurranno in cenere la capacità dell’America di influenzare al meglio gli eventi in quella regione.
Una Dottrina Biden – definisco così il convergere di un pensiero strategico e di una pianificazione strategica che ho captato mentre svolgevo il mio lavoro di giornalista – potrebbe procedere lungo tre binari.Lungo il primo ci sarebbe un atteggiamento forte e risoluto nei confronti dell’Iran, comprendente un’energica rappresaglia militare contro i delegati dell’Iran e i suoi agenti nella regione, in reazione all’uccisione di tre soldati americani in una base in Giordania con un drone che pare essere stato lanciato da una milizia filoiraniana in Iraq.

Lungo il secondo binario potrebbe esserci una iniziativa diplomatica statunitense senza precedenti, mirante a promuovere uno stato palestinese ADESSO. Potrebbe prevedere una forma di riconoscimento da parte degli Stati Uniti di uno Stato palestinese demilitarizzato in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che potrebbe nascere soltanto una volta che i palestinesi abbiano messo a punto una serie di istituzioni affidabili e adeguate e una volta che, sul piano della sicurezza, si siano dotati della capacità di garantire che un tale Stato sia sostenibile e che non potrebbe mai minacciare Israele. I funzionari dell’Amministrazione Biden stanno consultando esperti dentro e fuori dal governo degli Stati Uniti circa le varie forme che questo riconoscimento dello stato palestinese potrebbe assumere.

Lungo il terzo binario potrebbe procedere un’alleanza per la sicurezza allargata a Stati Uniti e Arabia Saudita, che preveda anche la regolarizzazione delle relazioni dei sauditi con Israele – se il governo israeliano fosse disposto ad abbracciare un processo diplomatico che miri alla creazione di uno Stato palestinese demilitarizzato guidato da un’Autorità Palestinese riformata.

Se l’Amministrazione riuscisse a mettere insieme tutto questo – e si tratta di un grosso “se” –, la Dottrina Biden potrebbe diventare il riallineamento strategico più importante nella regione dai tempi del Trattato di Camp David del 1979.
Affinché una Dottrina Biden di questo tipo riesca a riscuotere successo, però, questi tre binari dovranno assolutamente essere collegati tra loro. Credo che i funzionari del governo degli Stati Uniti lo comprendano.
Difatti, una cosa so per certo: il 7 ottobre sta costringendo l’Amministrazione Biden a un ripensamento radicale del Medio Oriente, tenuto conto della feroce aggressione di Hamas a Israele, della massiccia ritorsione di Israele contro Hamas che ha portato all’uccisione di migliaia di innocenti civili palestinesi a Gaza, dei sempre più estesi attacchi agli israeliani e al personale americano dislocato in quella regione, e dell’incapacità del governo di destra di Israele di formulare e far conoscere un qualsivoglia piano di collaborazione con un partner palestinese non legato a Hamas per amministrare Gaza a partire dal giorno seguente a quello in cui i combattimenti avranno fine.
Il ripensamento in corso indica qualcosa di cui siamo sempre più consapevoli: non possiamo più permettere che l’Iran provi a estrometterci dalla regione, che Israele vada incontro all’estinzione, che i nostri alleati arabi siano intimiditi da delegati terzi – Hamas, Hezbollah, Huthi e milizie sciite in Iraq – mentre l’Iran se ne resta tranquillamente in disparte e non ne paga il prezzo.

Al tempo stesso, questo ripensamento evidenzia un dato di fatto: gli Stati Uniti non avranno mai la legittimità globale, gli alleati della Nato, gli alleati arabi e musulmani di cui hanno bisogno per affrontare l’Iran in modo più aggressivo, a meno di smettere di lasciare che il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu tenga in ostaggio la nostra politica e a meno di iniziare a creare un’Autorità Palestinese affidabile e legittima che un giorno possa amministrare Gaza e la Cisgiordania in modo efficiente, comportandosi da buon vicino nei confronti di Israele lungo confini che andranno negoziati di comune accordo.

Nader Mousavizadeh, fondatore e CEO della società di consulenze geopolitiche Macro Advisory Partners e primo consigliere dell’allora Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, descrive la Dottrina Biden emergente come “la strategia della duplice resa dei conti”.
“Si smaschererà in modo strategico il bluff dell’Iran e, al tempo stesso, si intraprenderà un’iniziativa senza precedenti per gettare le fondamenta di uno Stato palestinese demilitarizzato, come gli Stati Uniti non hanno mai fatto in passato” ha detto Mousavizadeh. “Per arrivare a un risultato soddisfacente, ciascun binario avrà bisogno degli altri. Ciascun binario rafforzerà e motiverà gli altri. Respingere l’Iran e i suoi delegati in maniera forte e sostenuta porterà a consolidare la sicurezza di Israele e quella dei nostri alleati arabi. Abbinare a ciò un impegno concreto e ambizioso da parte degli Stati Uniti a realizzare uno Stato palestinese ci darà la legittimità di agire contro l’Iran e i suoi alleati che ci serve per essere efficienti. Oltre a ciò, isolerà l’Iran sul piano militare e politico.”

Penso che questo sia assolutamente giusto. Davvero, è giunto il momento per gli Stati Uniti di smascherare sia Teheran sia Netanyahu.
Netanyahu è il motivo per il quale, quando scrivo di Medio Oriente, ho stabilito una regola: “Qualsiasi cosa ti dicano in inglese in modo riservato è irrilevante. Quello che conta è ciò che dicono in pubblico nella loro lingua”.
Netanyahu sta sussurrando a Biden in privato che un giorno forse – e sottolineo “forse” – potrebbe essere disposto a prendere in considerazione una forma di Stato palestinese demilitarizzato. In pubblico, in ebraico, afferma però l’esatto contrario.
Per fortuna, Biden ha viaggiato abbastanza a lungo su vari binari per sapere che Netanyahu non cerca di fare altro che tenerlo buono. Alcune volte, l’età è un vantaggio. È giunta l’ora di smascherare contemporaneamente i giochetti di Netanyahu e degli ayatollah. Una Dottrina Biden è il modo giusto per farlo.
A lungo abbiamo tollerato che l’Iran annichilisse ogni singola iniziativa positiva che abbiamo cercato di portare avanti e di realizzare in Medio Oriente – a patto che Teheran si mantenesse sotto la linea rossa e non ci attaccasse in modo diretto. Al tempo stesso, abbiamo tollerato che il governo di Netanyahu impedisse stabilmente la creazione di uno Stato palestinese qualsiasi, al punto da rafforzare per molti anni Hamas e non l’Autorità Palestinese pur di garantire che non ci fosse un partner palestinese unito.
“Il 7 ottobre ha messo in luce che la nostra politica per l’Iran è fallimentare e che la nostra politica riguardo a Israele e palestinesi è altrettanto fallimentare” ha detto Mousavizadeh. “Queste politiche hanno incoraggiato e permesso che Hamas aggredisse Israele in modo feroce. Hanno incoraggiato e permesso che gli Huthi paralizzassero i trasporti marittimi globali. Hanno incoraggiato e permesso che le milizie sciite filoiraniane cercassero di allontanare le truppe statunitensi dalla regione – truppe dislocate lì per scongiurare il ritorno dello Stato Islamico e per aiutare la regione a rimanere ragionevolmente stabile.”
Tutto questo è avvenuto, ha aggiunto, senza che nessuno facesse sì che l’Iran dovesse rispondere del modo con il quale “manipola i suoi letali e distruttivi delegati non-statali nella regione contro gli obiettivi costruttivi dei nostri alleati” che stanno cercando di dar vita a una regione più inclusiva.

È per tutti questi motivi che io credo, spero e prego che una Dottrina Biden per il Medio Oriente sia in fase di definizione. E anche gli israeliani dovrebbero fare altrettanto.

Ormai, Israele sta perdendo su tre fronti. Ha perso la guerra delle narrazioni riguardo Gaza. Anche se Hamas ha assassinato e stuprato dei cittadini israeliani, è Israele a essere stato trascinato davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aia per le vittime civili che ha causato a Gaza nel tentativo di sradicare i combattenti di Hamas integrati nella popolazione civile. Israele sta perdendo la capacità di mantenersi al sicuro senza sovraesporsi sul lungo periodo, avendo invaso Gaza senza nessun piano preciso su come trovare un partner palestinese legittimato che non sia Hamas in grado di governare adeguatamente il territorio così da potersi ritirare. Infine, Israele sta perdendo sul fronte della stabilità regionale: è preso di mira da un attacco iraniano su ben quattro fronti – Hamas, Hezbollah, Huthi e milizie sciite in Iraq –, ma non riesce a far nascere gli alleati arabi o della Nato di cui ha bisogno per vincere la guerra perché si rifiuta di fare qualcosa per la nascita di un partner palestinese valido e legittimo.
Se una Dottrina Biden emergerà, ha concluso Mousavizadeh, “il panorama geopolitico all’estero migliorerà e così pure la politica interna”.
Una Dottrina Biden di questo tipo potrebbe dissuadere l’Iran sia sul piano militare sia su quello politico, sottraendo a Teheran la carta palestinese. Potrebbe promuovere la sovranità palestinese in termini conformi con la sicurezza di Israele e, al tempo stesso, potrebbe creare i presupposti per una normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita in termini conformi a quelli che i palestinesi potrebbero accettare.
Si tratta, inoltre, di una strategia che potrebbe dare buoni risultati con gli arabi americani sul Lago Michigan e con gli alleati arabi nel Golfo Persico. Si tratta di una strategia che potrebbe portare a un’importante resa dei conti nella politica iraniana, in quella palestinese e in quella israeliana.
Traduzione di Anna Bissanti
© 2024, The New York Times


Fra i pacifisti israeliani.”Ci chiamano nazisti e traditori”

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Dalla finestra della sua camera, a nord di Tel Aviv, Iddo Elam ogni mattina vede uno striscione che recita: Bring them home. Riportiamoli a casa. È una delle decine di insegne che ricordano agli israeliani in ogni angolo della città, che 136 ostaggi sono ancora a Gaza. Iddo ha 17 anni, frequenta le scuole superiori, suona il contrabbasso e ha deciso che sarà un obiettore di coscienza. In Israele significa sapere di finire in carcere.

Come il suo amico Tal Mitnick, il primo diciottenne israeliano che si è opposto all’arruolamento nelle Forze di Difesa israeliane da quando è iniziata la guerra a Gaza. In Israele il servizio militare è obbligatorio per la maggior parte degli uomini e delle donne.

L’arruolamento è la norma, fa parte dell’identità nazionale del Paese, per questo la preparazione comincia spesso intorno ai sedici anni, i militari fanno visita alle scuole e invitano i ragazzi e le ragazze a iscriversi volontariamente ai campi di addestramento. I pochi che sono esentati, lo fanno con mezzi silenziosi: chi è impegnato negli studi religiosi, o per motivazioni di salute fisica e mentale.

Iddo dice che la prima cosa che si chiedono i giovani quando si incontrano è: dove andrai nell’esercito? I pochi obiettori di coscienza di solito vengono condannati a dieci giorni di prigione, e condannati ancora se continuano a rifiutare la leva. Tal Mitnick è in prigione da trenta giorni, ed è probabile che la sua pena verrà prolungata. Una punizione più severa della norma, dunque simbolica, in un clima in cui la guerra ha ricevuto un sostegno senza precedenti da parte dell’opinione pubblica israeliana.

Per spiegare la sua decisione pubblicamente Mitnick ha scritto: «La violenza non può risolvere la situazione, né da parte di Hamas, né da parte di Israele. Non esiste una soluzione militare a un problema politico». Lui e Iddo fanno parte di un piccolo gruppo di attivisti, Mesarvot, parola che significa: ci rifiutiamo. Non si rifiutano solo di combattere, rifiutano anche l’occupazione dei territori palestinese e oggi, a gran voce, gridano il rifiuto di questa guerra.

Iddo pensa ogni secondo al 7 ottobre. Nello studio di suo padre, avvocato, c’è la fotografia di un amico di famiglia. È uno dei rapiti da Hamas. Non c’è stato un giorno, da quando le sirene lo hanno svegliato quella mattina, che non si sia domandato cosa sia la giustizia.

Una risposta non la ha, ma sa che è impossibile parlare di sicurezza senza parlare della fine dell’occupazione, che è impossibile parlare dei propri diritti senza riconoscere quelli degli altri, impossibile infine parlare di dolore e di vendetta contemporaneamente. A scuola lo chiamano nazista, sostenitore di Hamas, traditore, amico dei terroristi. Iddo sa di appartenere a una ristretta minoranza ma crede che l’unico modo di resistere alla corruzione che l’odio determina nell’animo dell’uomo sia scendere in piazza e manifestare il proprio dissenso. Non si rassegna all’idea che la guerra sia la sola risposta al trauma.

Lo shock del 7 ottobre e i refusenik

Quando prova a mettere in fila le emozioni del 7 ottobre dice che prima di processare la rabbia e la tristezza, l’impotenza e il dolore, è stato giorni in stato di shock. Non capiva cosa gli stesse accadendo, poi ha cominciato a vedere le foto da Gaza e lo shock si è trasformato in una profonda angoscia: «Era come se la società attorno a me stesse trasferendo la propria sofferenza sulla sofferenza di altri. Pensare che quei civili vengono bombardati e uccisi dal mio governo e dal mio esercito ha rafforzato dentro di me la decisione di rifiutare la leva. È il solo modo che ho di protestare».

I refusenik sono una piccola fetta di un paese che crede sempre meno, o quasi più, nei negoziati di pace, sempre meno o quasi più alla soluzione dei due popoli e due stati. Iddo sa che non saranno poche centinaia di obiettori a muovere le convinzioni dell’opinione pubblica, ma sa anche che oggi la sua, la loro protesta si unisce alla frustrazione di chi si chiede quando finirà la guerra e come. Quale sarà il destino degli ostaggi e quale quello di Gaza.

La cosa che più li unisce è la richiesta di un cambio di passo politico. La sfiducia verso la leadership di Netanyahu.

A cercare di trarne vantaggio le frange estremiste. Come quelle che domenica scorsa si sono riunite nel Centro Congressi Internazionale di Gerusalemme con un’idea chiara del dopoguerra: ripristinare gli insediamenti nella Striscia di Gaza. Cinquemila (secondo gli organizzatori) i partecipanti della conferenza intitolata “Per la vittoria di Israele – La soluzione per la sicurezza: Ritorno nella Striscia di Gaza e nel nord della Samaria”. Per loro la strada è una soltanto, tornare lì e ricostruire le colonie di Gush Katif. C’era una cartina, mappe, progetti e uno slogan: gli insediamenti portano sicurezza.

Presenti anche i ministri Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, a loro volta coloni e espressione dell’estrema destra religiosa. In pochi hanno nominato gli ostaggi, ma tutti hanno ribadito che «è vietato negoziare con Hamas». L’unica via, sostengono, è interrompere ogni rifornimento alla Striscia di Gaza. Via che risponde all’idea che non vi sia distinzione, nella Striscia, tra civili e miliziani. Che tutti siano sostenitori di Hamas e che quindi la Striscia vada «ripulita» prima di essere reinsediata. Costi quel che costi. Lo dicevano le voci dei presenti, e i loro striscioni. Uno recitava: «Solo il trasferimento [di palestinesi] può portare la pace».

Non è un caso che l’applauso più nutrito l’abbia ricevuto Ben-Gvir, quando ha detto «Incoraggiamo l’immigrazione e la condanna a morte dei terroristi», come a dire: se i gazawi vogliono sopravvivere è meglio che se ne vadano. Oppure tutti i civili saranno considerati come Hamas, in modo che siano tutti obiettivi legittimi. In un momento in cui il Paese è così diviso sulla strategia per liberare gli ostaggi e i piani militari, i partecipanti alla Conferenza si sono presentati come i soli ad avere un’idea del dopo: le famiglie sono pronte, le cartine ci sono, bisogna solo finire la guerra.

“La sete di vendetta ci intossicherà”

I mezzi sono gli stessi di chi per giorni ha cercato di bloccare l’entrata dei tir degli aiuti a Kerem Shalom. Lo scorso fine settimana solo nove camion sono riusciti a passare, altri cento sono stati reindirizzati verso il valico egiziano di Rafah.

Secondo i sondaggi dell’Agam Institute, quasi il 60% degli ebrei israeliani si oppone agli aiuti umanitari. «La maggior parte dell’opinione pubblica, oggi – dice Iddo – vede i palestinesi di Gaza come il nemico. Come se tutti a Gaza fossero terroristi o sostenitori del terrorismo. Ma questa sete di vendetta ci intossicherà. Volere che altri paghino il prezzo della nostra rabbia, non ci darà garanzie di sicurezza».

Lo scorso febbraio, lui e gli altri refusenik di Mesarvot, sono andati nei villaggi di Massafer Yatta, in Cisgiordania per protestare contro lo sfollamento di 1300 palestinesi dalle loro case. Come in altre situazioni analoghe l’esercito israeliano, per motivare l’evacuazione forzata dei villaggi palestinesi, aveva dichiarato l’area una «zona militare chiusa». Violando la legge hanno sostenuto con la loro presenza, le proteste degli abitanti di Massafer Yatta e sono stati, come loro, attaccati dagli ultranazionalisti e dalla polizia.

In piazza Iddo stringe uno striscione con scritto: “Cessate il fuoco ora”. E canta un inno: due Stati, due Nazioni, ebrei e arabi si rifiutano di essere nemici. Suo padre è sempre alle sue spalle, in caso di arresto. Sa che tra poche settimane suo figlio si presenterà alla sede della polizia, si dichiarerà obiettore di coscienza e verrà arrestato.

La paura, per lui, però non è la prigione. Alla domanda cos’è la paura? risponde così: «Ho paura che questo luogo sia perduto, che questa terra, non Stato, che io chiamo casa, non guarisca mai. Ho paura che me ne dovrò andare. Ma le persone che chiedono a quelli come me “Perché non te ne vai?” sono le stesse che vorrebbero che i palestinesi lasciassero la loro terra. Ma dobbiamo restare, e tutti, perché solo insieme, anche avendo paura, non smetteremo di volere un futuro migliore».

Nell’immagine: Israele, manifestazione di giovani pacifisti


Veronica Noseda – Su quei trattori non viaggia solo la rivolta degli agricoltori

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 


Una Germania instabile

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

Di Lucrezia Ranieri, Il Mulino

Era stato l’“Economist” a definire la Germania il “malato d’Europa” quasi 25 anni fa. E non è solo l’“Economist”, oggi, a chiedersi se non lo sia diventato nuovamente. Non è usuale vedere grandi scioperi in Germania: l’approccio corporativista alle relazioni industriali – che nel tempo si è espresso nelle varie forme di “azione concertata” e “cogestione” – l’ha tenuta spesso al riparo da un problema che in altri momenti di crisi ha scosso Paesi da questo punto di vista più instabili. Eppure, sono più di dieci giorni che il governo di Berlino è alle prese con trattori che bloccano le strade, ferrovieri a braccia incrociate, maestri e medici in subbuglio. Qualcosa, nella ben oliata macchina tedesca, sembra essersi inceppato.

Alla base dello sciopero degli agricoltori si trova la decisione del governo di interrompere i sussidi per l’acquisto del gasolio e di tagliare l’esenzione delle tasse sui veicoli a motore. La scelta del governo nasce da una situazione complicata. Il 15 novembre 2023 la Corte costituzionale di Karlsruhe ha di fatto aperto una crisi di bilancio bocciando un provvedimento che nel 2021 aveva cambiato destinazione a sessanta miliardi di euro, stanziati in origine per il contrasto al Covid-19 e dunque dirottati nel fondo per la transizione ecologica, il Klima- und Transformationsfond. A ciò si è aggiunta la reintroduzione della Schuldenbremse, il tetto all’indebitamento introdotto durante la grande crisi post-2008 e sospeso durante l’emergenza sanitaria. Il “buco” da sessanta miliardi prodottosi con la decisione di Karlsruhe, dunque, non potendo essere coperto a debito, deve esserlo attraverso dei tagli alla spesa pubblica, che nel caso specifico hanno colpito soprattutto il settore agricolo. Eppure, la notizia dello sciopero degli agricoltori è solo l’ultimo di una serie di problemi che minano la stabilità della Repubblica Federale almeno dallo scoppio della guerra in Ucraina: oggi il Paese è in recessione tecnica, si accumulano fallimenti e insolvenze e il Fondo monetario internazionale prevede che persino la Spagna crescerà più della Germania.

Le ragioni dell’apparente declino tedesco sono molteplici: una demografia ostile alla crescita, troppa burocrazia, inflazione e tassi di interesse oltre il normale, aumento dei costi dell’energia e contrazione dei mercati d’esportazione. Gli ultimi due fattori sono particolarmente rilevanti, perché rientrando tra i cosiddetti shock esterni, ovvero al di fuori o solo parzialmente sotto il possibile controllo della politica interna, richiamano la necessità di un ragionamento complessivo che metta insieme politica economica e politica estera – due aspetti che globalizzazione e interdipendenza economica hanno reso d’altra parte inestricabili.

Se questo legame è vero per tutti i Paesi inclusi nel sistema internazionale, è particolarmente vero per la Germania, che proprio su una dottrina economicista ha basato – e dovuto basare per ragioni storiche – la propria proiezione internazionale dal dopoguerra in avanti. Ma se per i primi sessanta anni della sua esistenza questo economicismo venne sostanzialmente inscritto in un approccio alle relazioni internazionali prevalentemente normativo, da “potenza civile”, gli anni 2000 hanno innescato un cambiamento di cui adesso, forse, iniziamo a intravedere la fine. È con il cancellierato di Schroeder che si è cominciato a parlare di “nazione commerciale”, nozione che ha sostituito dunque quella di “potenza civile” in virtù di un nuovo realismo che ha derivato tutto il suo peso dall’enorme crescita dell’export tedesco; la realizzazione di un primato, quello dell’Exportweltmeister che Jan-Otmar Hesse ha recentemente definito nel suo ultimo libro una secolare “ossessione tedesca”, ha spinto infatti la Germania ad abbandonare, almeno in parte, l’idea di una civilizzazione delle relazioni internazionali in nome della propria prosperità. Ed è con Schroeder quindi che Berlino si è avvicinata alla Russia di Putin – nel 2005 l’accordo per il Nord-Stream – e alla Cina. Un approccio, questo, dal quale non si è discostata Angela Merkel, almeno fino all’invasione della Crimea.

Gli aspetti politici sono passati in secondo piano e il Wandel durch Annäherung (cambiamento attraverso il riavvicinamento) dell’Ostpolitik di Brandt è diventato il Wandel durch Handel (cambiamento attraverso il commercio) della Germania del nuovo millennio. Ma quella che è la forza tedesca – e che viene spesa dalla crisi dell’eurozona in avanti in termini di hard power soprattutto in Europa – è anche la sua debolezza. Nel 2010 Simon Tilford aveva descritto l’economia tedesca come “strutturalmente dipendente dalla domanda estera”. A oggi la situazione non è cambiata, ma a essere completamente cambiato è lo scenario internazionale. L’invasione dell’Ucraina ha danneggiato le relazioni con la Russia (e soprattutto la fornitura di gas siberiano), già messe a dura prova nel 2014. La Cina è ancora uno dei principali partner commerciali di Berlino, ma da Pechino si importa ormai più di quanto si esporti: nell’ultimo anno, rispetto al 2022, le esportazioni di autovetture tedesche verso il Paese asiatico sono diminuite del 24%. Nella “Strategia sulla Cina”, pubblicata in estate dal governo tedesco, si prende dunque atto di un cambiamento strutturale nei rapporti con il Paese asiatico che non figura più solamente come un partner commerciale, ma anche come un “competitor” e un “rivale sistemico”. Si invoca dunque un dietrofront rispetto alla strategia precedente: ridurre la dipendenza tedesca da Pechino è l’obiettivo del decennio. E i fatti – dal caso Cosco al fallimento di alcune acquisizioni nel campo dei semiconduttori bloccate dal ministro dell’economia Habeck – confermano quanto effettivamente l’approccio tedesco verso Pechino sia totalmente cambiato.

Il peggioramento delle relazioni politiche e commerciali con due di quelli che avrebbero dovuto essere – assieme all’Ue e agli Stati Uniti – i principali partner della Repubblica Federale non è però un dato sul quale si possa sorvolare con superficialità, per almeno due ragioni. La prima riguarda il rinnovamento della dimensione strategica della Germania. La seconda riguarda le ricadute interne della possibile fragilità del modello economico tedesco. Il “fallimento” del Wandel durch Handel, infatti, ne presuppone la sua perlomeno momentanea dismissione: il riallineamento all’Occidente è d’obbligo, l’avventurismo verso Est deve essere ripensato. Non sono solo le relazioni bilaterali con la Cina e la Russia a essere cambiate, ma l’intero scenario dei rapporti internazionali. I leader tedeschi sembrano esserne consapevoli; è in questo quadro che va inscritta anche la Zeitwende, ovvero la svolta epocale con la quale la Germania ha deciso il 27 febbraio del 2022 di abbandonare la tradizionale (dal dopoguerra) diffidenza verso lo strumento militare. “Stiamo vivendo uno spartiacque nella storia. Il mondo non sarà più quello che è stato fino a ieri. […] Tutto questo ci impone di dotarci di una nostra forza”: con queste parole Scholz ha dunque annunciato l’istituzione di un fondo speciale da 100 miliardi di euro per la difesa e il raggiungimento ogni anno del 2% del Pil per le spese militari. Risorse che in prospettiva porterebbero la Repubblica Federale a essere, nucleare escluso, la terza potenza militare dietro Stati Uniti e Cina. Senza soffermarsi sulle difficoltà di implementazione che il piano sta a oggi riscontrando, ciò che interessa sottolineare è quanto la frammentazione multipolare abbia imposto una rivalutazione della dimensione militare che è a sua volta sintomo di un ripensamento drastico dell’approccio strategico della Repubblica Federale. Nel 2015 Hans Kundnani l’aveva definita “il più puro esempio di potenza geoeconomica al mondo”, proprio in virtù di una combinazione unica di assertività economica e astinenza militare; a oggi l’astinenza militare sembra essere finita, mentre l’assertività economica trova il suo limite lungo confini internazionali sempre meno porosi.

A complicare ulteriormente le cose resta il secondo punto, ovvero quello delle ricadute interne di questo passaggio epocale che mette a dura prova la tenuta del modello economico tedesco. Un modello che, nel quadro di una coerenza che per certi aspetti può essere fatta risalire sino al XIX secolo, richiede la simultanea salvaguardia delle sue differenti componenti: la stabilità dei flussi finanziari, un sistema manifatturiero di qualità, pace sociale e allineamento di interessi. Elementi che non possono essere separati gli uni dagli altri. La stabilità macroeconomica e la pace sociale sono entrambe necessarie a una programmazione a medio termine che mantenga il settore industriale competitivo e allo stesso tempo la competitività del settore industriale e la stabilità macroeconomica permettono la sostenibilità di un sistema di Welfare – cruciale per il mantenimento della pace sociale – che gli scossoni degli ultimi due decenni hanno iniziato a mettere alla prova. Se due di questi pilastri – stabilità macroeconomica e produzione industriale – iniziano a vacillare sotto i colpi della crisi energetica e dell’instabilità globale, va da sé che anche il tema della pace sociale torni al centro dell’agenda politica. Non va poi dimenticato quanto anche il sistema politico tedesco, per anni strutturato su una competizione simil-bipolare, con la Fdp a fare da pivot, abbia perso alcuni dei suoi connotati tradizionali entrando in una fase di (relativa) instabilità e incertezza. Le difficoltà e le ambiguità della Ampel-Koalition ne sono in un certo senso lo specchio, così come la continuativa ascesa di AfD, tutt’altro che una meteora, non può che giovarsi del malcontento economico e sociale che serpeggia non più soltanto nelle regioni a Est della Germania.

Il realismo economicista tedesco, dunque, non è un vezzo, ma piuttosto una necessità di stabilità interna; perché il cambiamento in politica estera possa effettivamente attuarsi senza scossoni irrimediabili, qualcosa dovrà essere aggiustato anche sul piano interno. Non si sottovaluti, però, la forza della Germania. La crisi di bilancio è – se vogliamo – solo apparente, ovvero causata da una estrema rigidità auto-imposta dalla Schuldembrense che, sebbene non con semplicità, può eventualmente essere lasciata alle spalle. È però necessario che la classe politica tedesca non dimentichi che l’austerità finanziaria “in tempo di pace” – per come già Helmut Schmidt l’aveva concepita all’indomani della crisi petrolifera – dovrebbe servire proprio ad avere solidità e margine d’azione nei momenti di forte instabilità globale. Se il risultato è l’opposto, qualcosa bisogna chiedersi. Il futuro della Germania e con essa, non dimentichiamo, dell’Europa, potrà forse dipendere dalla capacità di tornare a distinguere mezzi e fini.


Informazione, disinformazione e diffamazione in una pizzeria

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

Di Ingrid Colanicchia, Micromega

Il caso della pizzeria “Le Vignole” di Sant’Angelo Lodigiano, la cui titolare – Giovanna Pedretti – è stata trovata morta (l’ipotesi è quella di suicidio), dovrebbe farci fermare un attimo a riflettere. Soprattutto se ci si occupa di informazione e comunicazione. Non per inferire un rapporto di causa-effetto, che non è compito nostro, tra quanto accaduto nei giorni scorsi e la morte della ristoratrice, ma perché quanto accaduto mostra in maniera lampante (e al di là della morte di Pedretti) alcuni meccanismi in tema di informazione che diamo per scontati anziché metterli in discussione.
La prima questione è che il post dal quale è partita la vicenda (in cui i ristoratori rispondevano per le rime a un avventore che aveva lasciato una recensione online intrisa di omofobia e abilismo) non sarebbe neanche dovuto arrivare sui mezzi di informazione, semplicemente perché non era una notizia, non aveva nessuna rilevanza pubblica e non meritava le prime pagine (ancorché solo online) dei nostri quotidiani. E invece, per tutta una serie di meccanismi che hanno fatto scadere il livello della nostra informazione, non-notizie come questa guadagnano spazio, perché sono in qualche modo consolatorie, perché rispondono all’esigenza di acchiappare click…

La seconda questione è che, proprio perché quella non-notizia non aveva nessuna rilevanza pubblica, non c’era alcun bisogno di farla oggetto di un preteso tentativo di “debunking” come quello messo in atto dalla coppia Lorenzo Biagiarelli e Selvaggia Lucarelli: nella peggiore delle ipotesi i titolari della pizzeria avrebbero guadagnato qualche cliente (o ne avrebbero perso qualche altro, perché di omofobi e abilisti è pieno il mondo…). Sono altri i disvelamenti da cui l’opinione pubblica potrebbe trarre vantaggio e su cui varrebbe la pena investire energie. E poiché quella del post era una non-notizia, lo era anche il preteso “debunking” (che aveva peraltro più i contorni di una insinuazione che quelli di una operazione di disvelamento della verità) e in quanto tale i mezzi di informazione avrebbero potuto tranquillamente evitare di buttarcisi a pesce come invece hanno fatto.

La terza questione è che quello stesso shitstorm che si è abbattuto sui titolari della pizzeria dal momento in cui Biagiarelli e Lucarelli hanno messo in dubbio la veridicità di quel post, si sta ora abbattendo su questi ultimi (i quali hanno certamente le spalle larghe, ma a nessuno fa piacere ricevere minacce di morte), in un corto circuito di cui non solo i social hanno responsabilità, ma quegli stessi mezzi di informazione che hanno reso un caso nazionale una vicenda che avrebbe forse meritato un trafiletto nelle pagine locali. E che prima hanno fatto da grancassa ai dubbi espressi dalla coppia Biagiarelli-Lucarelli e ora, dopo la morte di Pedretti, li fanno oggetto di critiche durissime (penso per esempio all’articolo di Maurizio Crosetti su Repubblica).

Queste critiche, per essere prese sul serio e non essere tacciate di ipocrisia, avrebbero dovuto essere fatte prima, perché non è la morte di Giovanna Pedretti a fare di questa modalità di “debunking” qualcosa di sbagliato oltre che di poco utile all’opinione pubblica. E avrebbero dovuto trovare spazio su pagine che non avevano fatto da megafono a quelle stesse parole che ora vengono imputate di aver condotto la donna al suicidio.


Una recensione dal tragico epilogo

A pochi giorni dall’inizio del Festival di Sanremo, saga, sagra e specchio del costume italico degli ultimi settant’anni 

È sempre utile riportare le parole al loro significato o almeno registrare i piccoli e grandi cambiamenti cui sono soggette. Parliamo di «recensione», un termine che oggi ha invaso il linguaggio dei social. 

Ricordo un breve, illuminante, scritto di Giovanni Raboni intitolato L’arte del dubbio. Era il 2003. Il grande critico, oltre che grande poeta (saranno in settembre i vent’anni dalla morte), definiva la recensione in tre esigenze non rinunciabili: la recensione deve informare e descrivere l’oggetto di cui parla; deve analizzarlo, indugiare sul come quell’oggetto – libro, film, spettacolo – è costruito; infine deve esprimere un giudizio di valore. Il giudizio va dunque spiegato e motivato, e non deve mai arrivare con «l’effetto di un fulmine a ciel sereno, scagliato da un dio dispotico e troppo compiaciuto del proprio potere». 

Il consiglio di Raboni era di evitare l’arroganza e di «non ostentare mai la propria sicurezza d’opinione». Va da sé che questa opinione richiede un’assunzione di responsabilità da parte di chi la firma con nome e cognome. Se si confrontano queste avvertenze con l’uso del termine «recensione» divulgato al tempo dei social, sembra che non solo il concetto sia cambiato (succede a molte parole), ma che si sia addirittura, incredibilmente, capovolto. Il caso tragico di Giovanna Pedretti ne è un esempio [una gerente di un ristorante che si suicida a seguito di una “recensione” pesantemente negativa nei confronti del suo locale e del successivo accesissimo “dibattito” che si è diffuso in Italia]. 

Si usa «recensione» per definire un parere fulmineo, impressionistico e immotivato, spesso anonimo o coperto da nickname. La recensione social deve avere esattamente l’effetto di un fulmine a ciel sereno per essere efficace, diventare virale e far discutere. Ovvio che il ribaltamento non è una semplice questione di terminologia, ma segnala, come poche altre parole del nostro vocabolario, un cambio radicale di mentalità. 

Si è passati dal tempo della critica, che comporta la cautela analitica (anche noiosa) dell’esperto che coglie le sfumature, alla reazione d’impulso inversamente proporzionale alla competenza, non l’arte del dubbio ma l’arte della presunzione assoluta (su un libro come su una pizzeria) che invece esige prontezza, brutalità e immensa considerazione di sé. 

Si capisce dunque perché il critico non possa avere più l’udienza e l’autorità che ha avuto in passato, sovrastato com’è dall’esercito dei lanciatori di fulmini e saette quotidiani. 

Articolo scritto per il Corriere della Sera
Nell’immagine: recensioni 3.0