La pavida politica del Governo e della maggioranza di centro-destra

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

“Consci che libero è soltanto chi usa della sua libertà e che la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri”. “Ognuno assume le proprie responsabilità e contribuisce secondo le proprie forze alla realizzazione dei compiti dello Stato e della Società”. Sono due frasi significative della Costituzione Svizzera (preambolo la prima e art. 6 la seconda) che ci permettono di riflettere sull’attualità nel nostro Cantone e sulla narrazione che Governo e maggioranza parlamentare stanno proponendo. 

Su laRegione del 9 febbraio, il Consiglio di Stato ha espresso le priorità per l’attuale legislatura. Il riequilibrio delle finanze è in cima alle priorità, afferma il presidente Raffaele De Rosa, mentre il capo del DFE Christian Vitta aggiunge che quella del riequilibrio finanziario è “una sfida tanto importante quanto difficile” che necessita di una “presa di responsabilità collettiva”. 

Cosa hanno dunque proposto Governo e maggioranza per riequilibrare i conti? Tagli della spesa pubblica e sgravi fiscali alle persone molto benestanti. Questa scelta del centro-destra – guidato dall’UDC – si pone in contrasto con il citato art. 6 della Costituzione svizzera, in barba al “100% valori svizzeri”. In un momento di disequilibrio dei conti, alle persone che hanno più forza finanziaria, il centro-destra non chiede di fare alcuno sforzo supplementare per sostenere i compiti dello Stato e della Società, ma garantisce loro un trattamento speciale rispetto alle persone chiamate invece a sostenere la riduzione delle spese attraverso tagli di prestazioni e tagli salariali. È questa la responsabilità collettiva di cui parla Vitta?

Mentre da una parte UDC e Lega attaccano il personale statale definendolo “privilegiato”, dall’altra nascondono il fatto che loro stesse – sostenute da PLR e Centro – garantiscono il privilegio ad ogni persona benestante di non contribuire a risanare i conti dello Stato. Intanto però per finanziare questi sgravi, tagliano gli stipendi degli statali e le prestazioni sociali percepite da persone del ceto medio-basso e/o in difficoltà. Così il centro-destra, molto ligio ai valori costituzionali svizzeri sottoscritti con la propria firma, invece di chiedere i soldi a chi li ha per innalzare il benessere dei più deboli (ricordate come si commisura la forza di un popolo?), abbassa il salario del personale statale e taglia i servizi alle persone in difficoltà indebolendo così la forza della nostra società. Grande visione politica, non c’è che dire.

Il segnale politico più interessante ce lo stanno però dando ampie fasce della società, che – facendo uso della propria libertà – si stanno mobilitando per rivendicare il proprio valore e i propri diritti. Come sosteneva Joel Feinberg, filosofo politico e del diritto, “avere diritti ci rende capaci di ‘alzarci in piedi da uomini’, di guardare gli altri negli occhi e di sentirci fondamentalmente eguali a ciascun altro. Pensarsi come titolari di diritti significa sentirsi orgogliosi – legittimamente, non indebitamente – significa avere quel minimo rispetto di sé stessi che è necessario per meritarsi l’amore e la stima degli altri […] e ciò che viene definita “dignità umana” può essere semplicemente la capacità riconoscibile di avanzare pretese”. 

Mobilitarsi, alzandosi, per andare a prendere il proprio valore con sguardo determinato è decisamente un uso della propria libertà più sensato e degno rispetto all’attesa che tale valore ti “sgoccioli dall’alto” o addirittura ti venga tagliato per far quadrare i conti. Se questo coraggio politico non arriva dall’alto è bene che sia il basso a provocarlo.

Intervento pubblicato da “La Regione”
Marco Noi è deputato in Gran Consiglio (Verdi del Ticino) 


Ucraina due anni di guerra – Lorenzo Cremonesi: Zelensky, l’amaro anniversario

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 


Ucraina due anni di guerra – L’economia di guerra, il volano (temporaneo?) dello stratega del Cremlino

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La guerra è spesso un volano per l’economia nazionale, non è un segreto. La spesa militare mette un moto un circolo che potremmo definire “vizioso” che permette a interi settori dell’economia di poter crescere, senza particolari problemi, a spese del contribuente. Non fa eccezione la Federazione Russa, che ha dalla sua un rapporto tra debito pubblico e Pil molto basso (circa il 20%), e quindi può allargare senza particolari patemi i cordini della borsa della spesa pubblica. 

  Il Ministero delle finanze russo Anton Siluanov ha dichiarato qualche settimana fa che le spese per la difesa nel 2024 aumenteranno del 68% rispetto al 2023. Egli non ha nascosto che “l’aumento è necessario nel contesto della ‘guerra ibrida’ in corso in Ucraina”, come ha spiegato durante una riunione governativa. Un capitolo della “difesa nazionale” che equivale al 29,3% complessivo delle spese di bilancio: che equivale al 6% del Prodotto Interno Lordo. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Vladmir Putin la macchina bellica russa sta lavorando a pieno ritmo: sono oltre un milione gli operai che lavorano su tre turni e per ventiquattro ore al giorno nelle fabbriche della difesa. 

I risultati sono stati evidenti anche dal punto di vista dei bilanci dei principali gruppi economici: da Severstal a Lukoil, da Novatek a Nornickel non c’è grande impresa che non abbia ricevuto, dal 24 febbraio 2022 in poi, commesse dal governo più o meno necessarie allo sforzo bellico. Lo scorso anno è stato un anno d’oro in particolare per Vagit Alekperov, fondatore di Lukoil (compagnia petrolifera) che ha aumentato il proprio patrimonio di 9,29 miliardi di dollari; a Leonid Mikhelson, capo di Novatek (gran produttore doi gas naturale) è andata solo leggermente peggio con +2,83 miliardi. Se qualcuno temeva i mal di pancia dei super ricchi russi, causato da sanzioni e isolamento internazionale, è servito. Non saranno certo loro a costituire una frangia del malcontento.

Essendoci poi tra poche settimane le elezioni presidenziali, il governo ha previsto da gennaio anche i soliti versamenti una tantum a pioggia, non solo per i pensionati e dipendenti pubblici ma anche per polizia e miliari. Il numero dei quali arriva, dopo l’aumento di 150 mila unità deciso dall’ukaze di Putin di dicembre, a oltre 2 milioni di effettivi. 

A soffrirne, come accade non solo in Russia, sarà la spesa sociale. Nel progetto di bilancio per il 2024 sono stati assegnati al “sociale” solo 7.100 miliardi di rubli, pari al 21,1% della spesa complessiva. Si tratta della percentuale più bassa dal 2011 (nel periodo 2015-2021, la quota media della spesa sociale era stata del 28%), frutto di tagli lineari. In particolare sono stati ridotti gli assegni per chi perde il lavoro, i benefit per le donne che hanno tre o più figli, mentre verranno rimandati i tanto attesi aumenti per i lavoratori della sanità (in provincia un medico spesso ha uno stipendio non superiore ai 400 euro al mese). Il servizio sanitario nazionale è stato di fatto semi-smantellato: tagliati, in primo luogo, i finanziamenti per la lotta al cancro e per la modernizzazione dei policlinici. A conti fatti le spese per il progetto “Modernizzazione dell’assistenza sanitaria di base nella Federazione Russa” saranno ridotte del 14% rispetto al 2023. 

Si è spesso sostenuto che l’economia sovietica negli anni ’80 dello scorso secolo crollò perché accrebbe troppo le sue spese militari nella corsa agli armamenti con l’Occidente e qualcuno ci ha visto anche un’analogia con l’attuale situazione: analogia che però non sembra reggere, almeno per ora. In primo luogo perché il ruolo complessivo del complesso-militar industriale dell’URSS era assai più importante di quello della Russia attuale. Negli anni ’80 la macchina della difesa succhiava il 15-17% del PIL appesantendo e comprimendo notevolmente i consumi dei sovietici. Essa un fu uno degli elementi della crisi che pervadeva il Paese (e di cui Putin è sempre stato conscio) ma non l’unico. In ogni caso, Mikhail Gorbaciov riducendo le spese militari sottovalutò la resilienza e il ruolo strutturale dell’esercito nell’economia. 

In Occidente alcuni si illudono che dopo aver tentato con la controffensiva fallita dell’esercito ucraino del 2023 di squarciare frontalmente il regime di Putin, ora lo si possa sgretolare con una lunga guerra di logoramento; ma il terzo anno di guerra che  inizia ora sembra fornirci un quadro ben diverso. L’Ucraina sembra aver speso gli ultimi spiccioli, se non in termini di coesione nazionale almeno in termini di mobilitazione militare, mentre le votazioni per il rinnovo del Parlamento europeo e quelle della presidenza americana potrebbero produrre amare sorprese per il governo Zelensky.

In questo quadro potremmo persino assistere, simultaneamente, a un’avanzata delle truppe russe e a uno sfaldamento dell’esercito ucraino. E allora ci potremmo trovare in territori della politica internazionale fino ad oggi inesplorati. 

Nell’immagine: fabbrica di carri armati in Russia


Ucraina due anni di guerra – Le voci e le parole scioccanti dei soldati russi al fronte in un film

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

Da Vita

Al Festival di Berlino è stato presentato il film della regista ucraina Oksana Karpovich “Intercepted”. Un’ora e mezza di conversazioni telefoniche intercettate di soldati russi dall’Ucraina con le loro famiglie, un nastro audio sopra le immagini di una terra desolata.   «Ho scoperto questo materiale all’inizio dell’invasione. Le intercettazioni sono disponibili online sul canale Youtube dei servizi di sicurezza Ucraini. Era molto il materiale perché intercettazioni di questo carattere venivano pubblicate ogni giorno. Quindi ho deciso di restringere il campo al periodo che parte dall’inizio dell’invasione alla fine dell’anno. Abbiamo creato un database ed un sistema per valutare quali segmenti potevano essermi utili”, ha spiegato la regista presentando il film.

Lei mentre parla spesso ha le lacrime agli occhi, e guardando Intercepted il paesaggio che attraversa, e che fa da controcampo alle conversazioni telefoniche dei soldati russi, restituisce una diffusa desolazione nella quale sembrano congelarsi i gesti anche più semplici del quotidiano. Le case saccheggiate, le campagne dove malgrado tutto i contadini continuano a mungere le mucche; i palazzi coi buchi dei proiettili e le strade che si spalancano su voragini. E una vita che scorre, malgrado tutto, con le persone sulla spiaggia o che fanno come possono le cose di sempre.

Oksana racconta: «Volevo ricreare l’esperienza umana di trovarsi in un paese dilaniato dalla guerra, e questa esperienza comporta essere testimoni di violenza e di ciò che accadeva durante gli attacchi. Al contempo, scoprire ed ascoltare queste intercettazioni restava scioccante, i commenti che fanno su di noi. Sono molto scioccanti le chiamate che riguardano torture, massacri. Si sente una perdita di umanità vera e propria, nel modo in cui certi intercettati ne parlano.Vorrei che questo film scuotesse il pubblico. Mentre lavoravo sul film, mi sembrava di creare una specie di documentario-horror, la realtà è tanto orribile, e così lo è il film».

La sala dopo un’ora e mezza di quegli audio è sotto shock. Silenzio per un intero minuto dopo la fine del film. Poi le persone in sala si alzano e fanno un’ovazione. Raramente si riesce a vedere il quadro del mondo così, in un’ora e mezza. Del mondo russo. Ecco un campionario di frasi dalle intercettazioni: “Mamma, mi è piaciuto così tanto torturare! Posso raccontarti di quali torture ho appreso e in quali ho partecipato”. – “Figliolo, è normale. Anche io, se ci fossi finita, avrei provato piacere, come altrimenti?”

“No, non sono diventato ostile qui – semplicemente uccido i nazisti. Ieri stavamo camminando, ci è venuta incontro una donna con due bambini – e li abbiamo uccisi. – Bene, sono i nostri nemici. – Sì, non mi dispiace per loro. È stata la loro scelta. Avrebbero potuto andarsene, come gli altri. – Giusto, non avere pietà di loro. Uccidili”. “Hai visto basi della NATO lì? – No. – Non mentirmi – ci sono basi loro ad ogni passo, ce lo dicono in televisione. – Non guardare la televisione, mamma – dicono bugie. – Come può essere una bugia? Certo che è la verità. È per questo che vi hanno mandato lì, per proteggerci dalla NATO. Voi siete eroi. Fallo sapere agli amici. – Non è rimasto quasi nessun amico – tutti uccisi. – Sono orgogliosa di te e dei tuoi amici”. “Sai, questi maledetti ucraini vivono così bene – meglio di noi, davvero. – Beh, è ovvio – l’Occidente li paga, hanno paura di perdere questo e per questo combattono – ma per cosa? “Porterò così tanti vestiti a te e ai bambini – siamo qui in un appartamento ora, hanno lasciato tutto, sono fuggiti. Una famiglia sportiva – solo dieci paia di scarpe da ginnastica, tutte di marca. Ho raccolto tutto, l’ho messo nello zaino. I ragazzi trasportano via tutto con i camion, ma io non ho un camion. – Sei bravo, pensi a casa. A proposito, Sofia quest’anno va a scuola – magari prendi anche un computer da qualche parte?”

In queste conversazioni, le voci dalla Russia sono molto più interessanti di quelle degli occupanti. Con loro è tutto chiaro – sono venuti a prendere, uccidere, torturare. Ma proprio le voci femminili – madri, mogli, amiche – mostrano un grado di disumanizzazione che sembra possibile solo in una fantasia distopica. Queste voci amorevoli chiedono di uccidere di più, affinché i loro cari tornino a casa più velocemente. Queste voci desiderano la morte degli ucraini. Queste voci chiedono di non avere pietà dei bambini. “Mamma, perché siamo venuti qui? La gente viveva la loro vita, e ora abbiamo coperto metà del paese con cadaveri. Perché?” dice il figlio, e la madre: “Non osare dire così. Non sono affatto persone. Continua a combattere”.

Nessun commento può essere adeguato a ciò che è stato ascoltato.

Nell’immagine: la regista di “Intercepted” Oksana Karpovych


Per Julian Assange, l’appello indirizzato al Presidente degli Stati Uniti Joe Biden

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

Dalla zattera delle Naufraghe e dei Naufraghi aderiamo con convinzione all’appello in favore della sorte di Julian Assange lanciato dal sito francese Mediapart e già sottoscritto da numerose testate giornalistiche in tutto il mondo (red.)


Signor Presidente degli Stati Uniti d’America,

siamo giornalisti e come tali Le chiediamo di desistere dal commettere un’ingiustizia nei confronti di uno dei nostri, Julian Assange.

Dopo tredici anni di persecuzione, questo cittadino australiano è attualmente detenuto in Gran Bretagna con il rischio di essere estradato negli Stati Uniti, su richiesta di un sistema giudiziario eccezionale che lo tratta come se fosse una spia o un traditore.

Oltre al trattamento iniquo riservato al fondatore di WikiLeaks, questa procedura sta trasformando il giornalismo in un crimine e mettendo in pericolo tutti coloro che ne fanno una professione, in tutto il mondo.

Siamo giornalisti, cioè serviamo un diritto fondamentale universalmente proclamato: il diritto di sapere tutto ciò che è di interesse pubblico, un diritto che, negli Stati Uniti, è protetto dal Primo Emendamento della Costituzione.

I giornalisti, afferma la Corte europea dei diritti dell’uomo, sono i “cani da guardia” della democrazia. Possono disturbare, dispiacere e turbare, ma sono necessari per garantire che l’opinione pubblica sappia tutto ciò che viene fatto in suo nome, in modo che possa fare le sue scelte liberamente, senza essere accecata dalla propaganda e dalle bugie.

Julian Assange non ha fatto altro che rivelare informazioni nell’interesse pubblico, e in questo senso ha agito come un giornalista. Lo possiamo testimoniare tanto più che abbiamo pubblicato queste informazioni, abbiamo collaborato attivamente con WikiLeaks e, in alcuni casi, abbiamo pubblicato inchieste firmate da Julian Assange.

Mentre il mondo intero ha potuto giudicare l’utilità democratica delle sue rivelazioni, il procedimento intentato contro di lui dagli Stati Uniti d’America non può che rafforzare i poteri autoritari nella loro repressione del giornalismo indipendente e della libera stampa.

Siamo giornalisti, diversi per sensibilità e opinioni, ma tutti impegnati nello stesso ideale professionale: servire la verità. Per questo, signor Presidente, la invitiamo a porre fine al procedimento di estradizione contro il fondatore di WikiLeaks. Per ristabilire la verità per cui siamo impegnati: prima della storia, Julian Assange ha servito il giornalismo.

Quella qui sopra è la versione italiana che ci è stata segnalata dal sito del MPS-Ticino
Qui invece si trova la versione originale inglese del testo inviato al Presidente degli Stati Uniti tramite Denise Bauer, ambasciatrice statunitense a Parigi
I media che desiderano aderire a questo appello possono comunicarlo scrivendo al seguente indirizzo e-mail: pourassange@mediapart.fr

Primi firmatari :

  • Mediapart (Edwy Plenel, direttore e cofondatore – Francia)
  • Der Spiegel (Melanie Amann, co-redattore capo – Germania)
  • Il Fatto Quotidiano (Salvatore Cannavò, vicedirettore – Italia)
  • InfoLibre (Jesús Maraña, direttore editoriale, e Daniel Basteiro, caporedattore – Spagna)

Recenti firmatari :

  • Vilaweb (Vicent Partal, direttore del giornale online catalano – Spagna)
  • Reflets.info (Antoine Champagne, caporedattore – Francia)
  • Blast (Denis Robert, fondatore – Francia)
  • The Wire (Siddharth Varadarajan, fondatore – India)
  • Reporters United (Grecia)
  • Inside Story (Dimitris Xenakis, editore e cofondatore – Grecia)
  • La Directa (giornale catalano – Spagna)


Tahar Ben Jelloun: Israele-Hamas, la mia lettera a Netanyahu (e a Sinwar)

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

Di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

Signor primo ministro Benjamin Netanyahu,

ho il dovere, in qualità di semplice cittadino, di informarla che ha perso la guerra contro Hamas e i palestinesi.

Lei senza dubbio non lo sa, non perché i suoi servizi le mentano per riguardo, ma perché non è possibile sradicare una popolazione all’interno della quale si ritiene che si trovino i combattenti responsabili dell’orribile tragedia del 7 ottobre. A meno di non uccidere tutti, cosa che lei cerca di fare, indifferente e sordo alle proteste di molti Paesi e molti popoli.

Assassinare, uccidere, arrivare a bombardare abitazioni civili nelle quali muoiono a migliaia famiglie intere, non è fare la guerra, è sfogare una volontà feroce di far scomparire i palestinesi. Non si tratta più di riconoscerli, ma di cancellarli, di fare in modo che non ne resti più nemmeno uno.

Ricordiamo tutti la voce della piccola Hind — sei anni — intrappolata nell’automobile in cui erano appena morti i suoi genitori, mentre chiamava aiuto dicendo che non voleva morire, e che ha finito per essere uccisa da un cecchino con un’ottima mira.

Ci sono centinaia, migliaia di Hind fra le 28.000 persone morte a Gaza dall’inizio della rappresaglia. Ricordiamo anche quel padre che, seduto in mezzo ai corpi dei figli e della moglie crivellati di colpi, invocava la morte, perché per lui sarebbe stato meglio morire che vivere senza di loro.

Lei ha perso la guerra perché non si vince mai uccidendo alla cieca, scientemente, volontariamente, persone disarmate, affamate, smarrite, disperate, che cercano riparo dalle bombe che piovono senza sosta su di loro.

Ha perso la guerra perché, contro ogni previsione, la causa palestinese è tornata alla ribalta e ha ricevuto l’appoggio del mondo intero, anche dell’America, del Regno Unito e dei Paesi europei.

Capi di Stato fra i più importanti, a cominciare da suoi amici e complici dell’amministrazione americana, le chiedono un cessate il fuoco, le chiedono di non perseguire oltre la sua vendetta, di non colpire la popolazione rifugiata a Rafah.

Il Sudafrica ha avviato una procedura presso la più alta giurisdizione delle Nazioni Unite accusando lo Stato di Israele di genocidio nei confronti dei palestinesi nella guerra di Gaza. Più di 50 Paesi si sono uniti all’azione di Pretoria. Il Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato le sue azioni.

Lei ha perso la guerra perché non si fa la guerra violandone le regole e i principi. Siamo abituati al fatto che Israele non prende mai sul serio le risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite. Questa volta però si tratta di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Presto o tardi lei sarà giudicato per questi crimini.

Lei ha perso la guerra perché la maggioranza dei vertici di Hamas è ancora attiva. Senza dubbio perché la popolazione li aiuta e li protegge, non necessariamente perché ne condivide l’ideologia o perché approva le atrocità che alcuni di loro hanno commesso il 7 ottobre, ma perché solo Hamas sembra in grado di infliggerle una sconfitta, se non militare, almeno morale e politica.

Lei ha perso la guerra perché, per quanto generalizzati siano i massacri, non riuscirà a eliminare la determinazione alla resistenza di un popolo in lotta contro uno Stato da lei trasformato in un carnefice e un genocida.

Mi rivolgo anche al capo di Hamas, Yahya Sinwar, l’uomo che ha trascorso diversi anni nelle prigioni israeliane, considerato responsabile dell’attacco del 7 ottobre ed eletto nemico numero uno di Israele, che lo cerca ovunque ma invano per ucciderlo.

Nessuno sa dove siano lui e gli altri dirigenti di Hamas, Mohammed Deif, Ismail Haniyeh e Khaled Meshal, è impossibile localizzarli. Dopo la sconfitta di Khan Younis, Sinwar rischia di perdere il comando di Hamas.

Quello che desidero dirgli è semplice.

Sinwar, lei ha l’ambizione di diventare l’eroe del popolo palestinese, ha sofferto in prigione, ha pianificato l’attacco del 7 ottobre, il suo popolo continua a essere bombardato e lei sa che il primo ministro israeliano non intende cedere né negoziare e ha dichiarato più volte di voler sradicare Hamas, farla sparire.

Se Netanyahu ha perso la guerra, non significa che Hamas l’abbia vinta. Il prezzo che il popolo palestinese sta pagando ogni giorno è immenso. Intere famiglie muoiono sotto le bombe israeliane.

Che cosa fa lei per proteggere il suo popolo? Si nasconde nei tunnel, dove nessuno può vederla. Ma il popolo ha bisogno di un leader, di un capo che diriga la guerra e lo tenga al riparo.

Lei è riuscito a dare nuovo impulso alla causa palestinese. Sono state organizzate manifestazioni di sostegno in tutto il mondo. Non è più una causa dimenticata.

Lei sa che Netanyahu rifiuterà ogni negoziazione e ogni mano tesa. Usi l’immaginazione per trasformare le sue sconfitte in una vittoria e permettere al popolo di Gaza e della Cisgiordania di recuperare le proprie terre e le proprie case bombardate.

Lei sa anche di non poter contare sui Paesi arabi della regione. Del resto, non si sono mossi per venire in aiuto di chi sta morendo sotto le bombe.

La sua solitudine è la sua forza, ma continui a privilegiare la soluzione dello scambio degli ostaggi con i palestinesi prigionieri in Israele. Faccia in modo che Israele la accetti. In guerra non si fanno sconti, ma il rapporto di forza è tale da permetterle di imporre una simile soluzione.

(Traduzione di Alessandra Neve)

Nell’immagine: Tahar Ben Jelloun


Sergio Rossi – I “no” farlocchi alla 13esima AVS

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Quel pericolo della rabbia, dal privato al pubblico

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

Tutti noi conosciamo, purtroppo, persone che, prima di uscire di casa il mattino, devono decidere contro chi o cosa avercela quel giorno. È questa la molla che li motiva, che li fa muovere, che li stimola ad affrontare l’altrimenti ripetitiva quotidianità. Una volta si definivano persone “cattive”, sempre arrabbiate, ed erano in fondo rare. Oggi ho l’impressione che si siano moltiplicate in modo allarmante, e forse sbagliando si tende ancora a ritenerle più che altro solo ipercritiche o semplicemente sempre scontente. Sono quei tipi che già durante la prima “pausa caffè” offrono il meglio di sé arringando i colleghi, segnalando il malfunzionamento di questo o di quello, imprecando contro Caio e Sempronio, cogliendo poi ogni occasione per ampliare il particolare al generale, concludendo che se “gh’è pü da religion”, ci sarà pur qualcuno che saprà mettere a posto le cose, che sappia trovare i giusti rimedi allo sfacelo. E “ul bel vedee – per questi – l’è poc distant”. A che prezzo comunque non si sa.

Il guaio oggi è che questo atteggiamento negativo privato si riflette  sempre di più nella sfera delicata e pubblica della politica, entro la quale cominciano a dominare coloro che agiscono in primis contro qualcosa o qualcuno, tanto da far apparire una minoranza patetica quelli che invece ancora si sforzano di lavorare per qualcosa o qualcuno. D’altra parte è più semplice raccogliere, consolidare e ampliare i malcontenti che riuscire a inventare e studiare soluzioni efficaci o almeno praticabili a medio termine senza che si provochino eccessivi dolori collaterali. I primi vincono e impongono il loro vuoto e distruttivo potere immediato, i secondi perdono e basta, senza la forza di creare consenso  nel formulare alternative efficaci sul piano di una concretezza quanto mai necessaria. Questo tanto più quando a mancare per davvero è la pagnotta da mettere in tavola.

Il fatto è che ormai la pagnotta in tavola non la sa mettere più nessuno nel quadro desolante di un sistema socioeconomico fattosi aberrante come è quello schizofrenico che stiamo conoscendo: la si promette, la si garantisce a parole, la si dice d’imminente arrivo: bisogna solo aspettare la raccolta dello “sgocciolamento” della farina dal tavolo degli Epuloni, ma intanto chi può mangiare lo fa beatamente e chi non ci riesce si arrangi. D’altronde se sei povero è colpa tua visto che la libertà gioiosa del mercato permette a tutti, se si impegnano, di entrare nell’Empireo dei beati che appunto mangiano.

Quanti errori sono stati commessi dalla caduta del muro di Berlino! La bella e inopinata (adesso vien da dire solo illusoria) vittoria della democrazia liberale è stata rovinata e deviata nella sua strada, che pareva  positivamente consolidata nei suoi equilibri, dalla sistematica applicazione delle ricette perverse dell’ultraliberismo economico e filosofico (cioè dall’esaltazione dell’individualismo, in più edonistico), che non hanno certo favorito la distribuzione e la diffusione intelligente della ricchezza, bensì la sua semplice concentrazione. I contrasti sociali che ne sono derivati e che sono destinati a crescere, le tante speranze venute meno, sono sotto gli occhi di tutti: una vera manna (come la storia insegna che è sempre avvenuto in analoghi frangenti) per i populismi, i nazionalismi, i regimi violenti e totalitari costruiti sulle nostalgie, e per tutto ciò che insomma trae la sua origine da un rancore generalizzato, tanto più inquietante e forte quanto più globalizzato e monopolio delle masse dei perdenti.

Non per nulla le voci che maggiormente si sentono sono quelle bellicose delle destre, tipiche di chi rappresenta solo il risentimento e di chi non ama il popolo pensante e parlante ma solo silente e plaudente. Questo mentre a sinistra (come ad esempio è accaduto nella vicina Italia) vi sono ancora tante “anime belle” che si ostinano a discutere piuttosto che dei diritti materiali non soddisfatti (il pane da mettere in bocca e il lavoro che consente di farlo), soprattutto di quelli solo postmateriali come la possibilità di avere due mamme o due papà, di avere figli arcobaleno fatti nascere nei modi più strani. Sembra di ascoltare l’orchestrina suonare imperturbabile mentre il Titanic affonda.

La democrazia ateniese (che non era per nulla la nostra) è durata solo poco più di ottant’anni.  Quanto resisterà ancora quella dell’Occidente così come la ammiriamo e la conosciamo? Anche nel nostro Paese – diciamo la verità – non tutti la amano come una volta. Ogni anno che passa non diventa forse anch’essa più fragile se appena si osserva che continuano ad aumentare coloro che non vanno a votare o coloro che pensano, ad esempio, che i partiti non dovrebbero contare ma solo le singole persone, o ancora che i parlamenti siano inutili luoghi di perditempo brizzolati?

Essere pessimisti – lo so perfettamente – non serve a nulla, ma almeno cominciamo a pensarci e a preoccuparci un po’ di simili nodi, in modo previdente. E se non ora, quando? Quando anche l’immaginaria figura di Guglielmo Tell, nella sua inventata positività, non sarà nemmeno più nella memoria dei vecchietti?

Nell’immagine: sta cominciando a svanire


Il calvario di Assange

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

Di Leonardo Clausi, il manifesto

Era il turno degli avvocati degli Stati uniti, ieri alla Royal Courts, nella seconda udienza della due giorni giudiziaria in cui si compirà il destino del prigioniero politico Julian Assange, colpevole di giornalismo. E l’olezzo maccartista di tutta l’operazione permeava di sé tutto lo Strand.

Nonostante la giornata bigia e piovosa, davanti alla tetraggine gothic revival dell’edificio che ospita i massimi uffici giudiziari del paese c’erano forse ancora più manifestanti di mercoledì. Perché estradare Assange significa cestinare la Magna Carta.

Sotto le volte archiacute, l’avvocata Clair Dobbin ha percorso le strade ben note in cui si articolano le accuse per il fondatore di WikiLeaks mosse dal Pentagono nel 2010 e sulle quali si basa la richiesta/pretesa statunitense di estradizione. Ha ribadito che non si tratta assolutamente di un processo politico, tanto meno di una rappresaglia scatenata dagli Stati uniti d’America contro il giornalista/hacker/intellettuale australiano.

L’infondatezza della motivazione politica risiede principalmente, ha sostenuto Dobbin, nel fatto che l’accusa – inizialmente mossa dell’allora presidenza Trump (che in campagna elettorale di WikiLeaks si era detto entusiasta) – è poi continuata dalla presidenza Biden.

Ha poi cercato di distogliere l’attenzione dai 17 capi d’imputazione di cui Assange è accusato in base a quel ferrovecchio giuridico che è l’Espionage Act (del 1917, una data che dice tutto), concentrandosi sull’hacking di un computer governativo in combutta con la whistleblower Chelsea Manning (perdonata dall’allora presidente Obama). Ha poi citato l’altra accusa mossa ad Assange da un hacker-delatore, l’informatore del Fbi Sigurdur Thordarson, un bel personaggino che ha poi ritrattato.

Dobbins ha anche enfatizzato l’accusa principale – aver messo a rischio la vita di individui coinvolti nei cablogrammi pubblicati da WikiLeaks – quando in realtà l’Espionage Act criminalizza ricezione, detenzione e pubblicazione di documenti riservati: accusa anche questa sostanzialmente infondata, come già acclarato dal processo a Manning.

Tutte le altre questioni, compreso il tentato omicidio di Assange da parte della Cia di Mike Pompeo e i microfoni nascosti nell’ambasciata ecuadoregna di due metri per due dietro Harrods dove si era rifugiato, saranno affrontate in una corte Usa.

È eufemisticamente superfluo ricordare la dimensione globale della saga Assange. In un’epoca in cui l’atlantismo si lecca le ferite, non riesce a fare di meglio che perseguitare per quindici anni uno che sta difendendo «i nostri valori», che ha dato la concretezza della sua carne al bla-bla neoliberale sullo speaking truth to power e che distingue il vero giornalista dalle sempre nutrite coorti di lacchè dell’informazione generalista.

Per questo la composizione sociale e politica dei collegi giudicanti non sorprende: tutti i giudici finora espressisi su di lui sono conservatori di nome o di fatto. (Dame) Victoria Sharp, che si pronuncerà – non è dato sapere quando – sulla sorte di quest’uomo annichilito da quindici anni di reclusione, è sorella gemella di Richard Sharp, presidente della Bbc dal 2021 al 2023, nominato dall’allora primo ministro Boris Johnson col quale si è poi sdebitato contribuendo a racimolargli un prestito di 800mila sterline.

Questi due giorni di udienza sono stati vissuti e denunciati in varie città del mondo: in Australia, Europa, Usa. A rappresentare l’Australia qui a Londra c’era il deputato Andrew Wilkie, a New York ha parlato alla folla l’attrice Susan Sarandon, l’artista russo Andrei Molodkin ha raccolto 16 opere d’arte – tra cui Picasso, Rembrandt, Warhol in un’installazione, Dead Man’s Switch, congegnata in modo da distruggere le opere se Assange dovesse morire in carcere. Alla fine della giornata, un corteo si è mosso in direzione di Downing Street.

Londra: 21 febbraio 2024. Sostenitori di Assange in attesa davanti alla Royal Courts of Justice
Fotografie di Mario Conforti


L’anniversario che ricorda Sandino ma anche il suo tradimento

Per far rispettare la Costituzione ci vuole un coraggio politico che se non arriva dall’alto deve venir espresso e manifestato dal basso – Di Marco Noi 

La sera del 21 febbraio 1934 veniva assassinato Augusto C. Sandino, General de Hombres Libres come lo aveva definito l’intellettuale comunista francese Henri Barbusse. Il Nicaragua era allora sottosopra per le diatribe fra liberali e conservatori, entrambi espressione dell’oligarchia creola locale, discendente degli spagnoli. Ma soprattutto, in ugual misura, subalterni agli Stati Uniti. Che all’insegna della Dottrina Monroe (ex presidente USA degli inizi dell’800) di “America agli americani” avevano convertito i paesi dell’istmo centroamericano (il proprio “cortile di casa”) nelle cosiddette banana republics; dando il via alle prime multinazionali del pianeta.

Non era trascorso molto tempo dalla Rivoluzione Messicana del leggendario Emiliano Zapata: la prima nella storia dopo quella francese e antecedente la bolscevica; che puntava ad una riforma agraria che superasse il secolare schema coloniale terratenientes versus peones. E il Nicaragua era per la seconda volta sotto occupazione dei marines.

Sandino nel 1927, a 32 anni, costituisce l’Ejército Defensor de la Soberanía Nacional, all’insegna dell’autodeterminazione di un popolo che “no se discute, se defiende con las armas en la mano” (più machetes che fucili in verità). Opera sulle alture de Las Segovias, al confine con l’Honduras, occupando le piantagioni della bananiera statunitense United Fruit Company. Libera la città di Estelí. Ma viene contenuto subendo a Ocotal uno dei primissimi bombardamenti aerei nelle Americhe.

Il suo è un mix fra antimperialismo ispirato all’indipendentista cubano José Martí, massoneria (libertà, fratellanza universale e giustizia) e teosofia orientaleggiante. I “fratelli” messicani dello Yucatán lo sostengono con armi e denaro. Sandino adotta la bandiera rosso/nera anarco/socialista, dove il rosso è auspicio di libertà e il nero sinonimo di lutto. E conia un secondo motto: “no me vendo ni me rindo, patria libre o morir”. Uno dei suoi più stretti luogotenenti, il salvadoregno José Farabundo Martí (di cinque anni più giovane) a un certo punto opta per abbracciare il marxismo. Torna in El Salvador, fonda il Partido Comunista Salvadoreño e capeggia la rivolta dei campesinos del suo paese, soffocata nel sangue di qualche decina di migliaia di morti nel ’32 ad opera del generale Maximiliano Hernández. “Sandino e Farabundo avevano un grande rispetto e un’ammirazione reciproca” ci raccontò Miguel Mármol, uno dei pochissimi sopravvissuti di quel massacro (si finse morto) che avemmo il privilegio di intervistare poco prima che morisse nel ’92.

Sta di fatto che Sandino resiste. Da semplice bandolero le truppe statunitensi sono costrette a “promuoverlo” guerrillero. E non riescono a stanarlo. Fino a che il presidente Franklin Delano Roosvelt decise di ritirarle, occupato com’era nel far fronte alle ben più serie conseguenze della “grande depressione” del ’29. Ma prima di andarsene costituiscono la Guardia Nacional, con a capo Anastasio Somoza.

El General  firma la cessazione delle ostilità col presidente liberale Juan Bautista Sacasa. E la sera del 21 febbraio di novant’anni fa, in fiducia e disarmato, cena con lui e l’altro generale Somoza a Managua. Sulla via del ritorno Somoza lo fa fucilare insieme ad altri quattro dei suoi. Durante la sua dinastica dittatura racconterà di averlo ucciso su ordine dell’ambasciatore USA. Non poteva che essere quello il cosciente destino del ribelle Sandino nella sua ”lucha hasta la muerte” al fianco dei contadini. Somoza farà comunque la stessa fine nel ’56 per mano del giovane poeta Rigoberto Lopéz Perez.

Nel ’61 Carlos Fonseca fonda in Nicaragua il Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN), che il 19 luglio 1979 abbatterà la tirannia di Anastasio Somoza figlio, dando vita alla Revolución Popular Sandinista. Mentre nell‘80 in El Salvador nasce il Frente Farabundo Martí (FMLN) agli inizi di una guerra civile conclusasi (con un pari e patta militare) con gli accordi di pace del ‘92.

Il nuovo corso nicaraguense venne subito aggredito da Ronald Reagan non appena insediatosi alla Casa Bianca, ossessionato com’era dal suo possibile contagio nel resto del subcontinente per la sua apertura, pluralità e conduzione collegiale, senza precedenti nella storia moderna dell’occidente. Il feroce embargo, i contras, gli inesorabili errori interni, portarono alla sconfitta elettorale del 25 febbraio 1990. Ma non è lì che la rivoluzione muore. Al contrario, con quel rovescio alle urne compie la propria opera maestra: perde e consegna democraticamente il governo a Violeta Barrios de Chamorro. Con il proposito di rifarsi altrettanto democraticamente alle successive elezioni.

Tutto finisce in realtà col fratricidio del 21 settembre ’93, quando in una violenta protesta del sindacato sandinista del trasporto pubblico (noi eravamo lì) viene ucciso il subcomandante Saúl Àlvarez della Policía rimasta sandinista, seppur ribattezzata Nacional. Ciò sancisce la definitiva spaccatura nel FSLN fra il sempiterno segretario generale Daniel Ortega e i sandinisti democratici. Con gli “ortodossi” a prevalere, determinati a tornare al potere per non mollarlo mai più. Come accadrà dal 2007 in poi, al costo di un pacto con l’oligarchia nostalgica del somozismo, in funzione del “dio denaro”. E mantenendo una vergognosa facciata di sinistra.

Fino all’aprile 2018, quando i giovani universitari si ribellano all’orteguismo coinvolgendo pressoché l’intera popolazione in manifestazioni che avevamo vissuto solo nei primi anni della rivoluzione. Almeno 350 di loro, in tre mesi, rimangono vittima di una feroce repressione; molti sono costretti a lasciare il paese. Fino ai giorni nostri, in cui la tirannia di Daniel Ortega si è rivelata peggiore di quella somozista che aveva rovesciato.

Del resto, nel ’44, lo stesso Somoza senior, dopo un’incipiente rivolta anche qui di universitari del tempo, avrebbe fatto riesumare i resti di Sandino dalla fossa comune de La Calavera (lo scheletro) per bruciarli nella Loma di Tiscapa; dove sorge la sagoma del General de Hombres Libres con il suo inseparabile sombrero a falda larga, fatta erigere dal ministro della cultura padre/poeta Ernesto Cardenal durante la rivoluzione; e che ancora oggi domina la capitale. Per poi spargerne le ceneri nelle acque del dirimpettaio lago Xolotlán e cancellare così ogni sua vestigia.

Su queste pagine abbiamo avuto modo di denominare quegli studenti del 2018 i “i nipoti di Sandino”. Che hanno impersonato lo spirito ribelle insito da sempre nel popolo nicaraguense. Pacifico nella sua essenza quanto irrequieto. Che già ai tempi della colonia spagnola aveva inventato la folklorica figura musical/teatrale de El guegϋense: l’indigeno nahuatl che balla in maschera prendendosi gioco del chele (bianco) conquistador.

Purtroppo molti di quei giovani non si sentono affatto eredi del General. Al contrario aborrono la parola sandinista di un Frente dal potere assoluto di cui Ortega continua ad essere il nefasto usurpatore. La stessa bandiera rosso/nera è stata abiurata. E ancor più l’inno del FSLN “Patria Libre o Morir”, composto dal grande cantautore Carlos Mejia Godoy, riparato oggi a San Francisco. Addirittura il simbolo dell’attuale potere è il bianco/azzurro della bandiera nazionale. La stessa che sventolava la destra controrivoluzionaria negli anni ’80 e che prevalse nel segreto dell’urna del ‘90. Anche se Doña Violeta de Chamorro, candidata di tutta la destra, somozista compresa, si rivelò colei che da moderata e negoziando col fratello di Daniel Ortega, Humberto, capo dell’esercito e membro della Dirección Nacional del FSLN, perseguì una positiva “riconciliazione nazionale”. Che portò al disarmo dei contras.

Quella stessa Violeta moglie di Pedro Joaquín Chamorro, direttore del quotidiano La Prensa, fatto ammazzare da Somoza junior l’anno prima della sua caduta. E che fece addirittura parte, per breve tempo, della prima Junta de Gobierno rivoluzionaria. I cui figli allora si spartirono nell’uno e nell’altro bando (come tante famiglie nicaraguensi). Con Cristiana da un lato, messa tre anni fa agli arresti domiciliari come tutti coloro che si erano candidatati alle presidenziali del 2021; e sull’altra sponda Carlos Fernando a dirigere Barricada (organo del Frente) per tutto il tempo della rivoluzione, fino a esserne estromesso a forza nel ‘93. Per essere infine costretto all’esilio in Costarica (privato della cittadinanza nica) dove dirige la testata digitale anti orteguista “Confidencial”.

Duole ripercorrere quell’epopea del Nicaragua del secolo scorso. Come pesa assistere alla vice e moglie di Ortega, Rosario Murillo, paradossalmente pure discendente di Sandino in quanto nipote di una sua cugina, appropriarsi di questo novantesimo anniversario, col suo delirante esoterismo tuttofare. 

E ancor più costa vedere l’immagine di Sandino e del suo drappo rosso/nero alle spalle di Maurizio Gelli, figlio di Licio, ambasciatore del Nicaragua in Spagna, Grecia, Cechia, Slovacchia e Andorra. Nonché al lato del nipote del “venerabile” (che porta il suo stesso nome) rappresentante del governo orteguista in Uruguay.

Del resto, corsi e ricorsi della storia vollero che anche il minuscolo Sandino, pochi momenti prima di essere ucciso, si facesse ritrarre con il braccio sulla spalla di quel marcantonio in divisa che sarà il suo assassino, Somoza; anche lui, a suo modo, massone. Così come suo figlio nel 1977 accolse a Managua il “nostro” Roberto Calvi, della Loggia di Andorra, per aprire la filiale nicaraguense del Banco Ambrosiano. Daniel Ortega non ha fatto altro che riprendere quell’inquietante filo nero.

Povero General Sandino, che neppure può rivoltarsi nella tomba…

Nell’immagine: Augusto C. Sandino, General de Hombres Libres