Sanremo, chi ha vinto e chi ha perso

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Di Sanremo fanno parte i fiori quanto i detrattori, in entrambi i casi un contorno capace di dare colore a una kermesse-monstre che, lo ammettiamo, non si guarda per meri motivi qualitativo-musicali. Al di là di brani che domineranno le classifiche dei prossimi mesi (un paio di nomi per tutti, Mahmood e The Kolors) fianco a fianco con altri destinati a entrare per direttissima nel calderone senza fondo dei “dimenticabili” (un nome per tutti, i Jalisse), Sanremo si presenta, e lo ha sempre fatto, anche come molte altre cose. Passerella privilegiata per l’alta moda italiana (che nel connubio con la musica sta vivendo una grande fioritura) e sede di scandali veri o presunti (dal suicidio di Tenco alle rose di Blanco) il Festival è soprattutto una cassa di risonanza politica. E se nel 2020 Achille Lauro richiamava l’attenzione di critica e pubblico su questioni squisitamente gender – ancor prima che musicali – quest’anno Ghali ha lanciato un appello politico che ha fatto sentire in obbligo l’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio (nel frattempo messo sotto scorta) ad una perentoria risposta. 

La frase “stop al genocidio” pronunciata dapprima sul palco e poi a Domenica In, la nota emissione condotta da Mara Venier, da parte del giovane italiano di radici tunisine Ghali Amdouni (classe 1993), è stata solo l’apice di un messaggio politico che iniziava con un canto in arabo e finiva con un’(intensa) interpretazione dell’Italiano di cutugnana memoria. Lo sconcerto dell’ambasciatore israeliano in Italia, che di genocidio non ha voluto sentire parlare (sebbene Ghali non abbia specificato a chi si riferisse) è solamente servito a corroborare una classe politique dirigente che mal volentieri si sente bacchettare o anche solo richiamare in ambito di diritti umani, dovendo addirittura sottoporsi a esercizi di auto-coercizione quando si tratta di – eventualmente – rinnegare il fascismo. 

Ghali (e con lui anche Dargen D’Amico) sono stati “ridimensionati” nel loro messaggio dalla lettura in diretta – da parte, appunto, di Mara Venier – di un comunicato dell’amministratore Sergio: “Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano e continueranno a farlo, la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla Comunità Ebraica è sentita e convinta”; in qualche modo corroborando uno schieramento che ricalca chiaramente quello del governo in carica, particolarmente attivo nel decidere cosa sia giusto e cosa sbagliato (dire, e a volte anche fare).

Eppure, a “quelli come Ghali” dovremmo prestare attenzione, perché – volenti, noi, o nolenti – il nostro futuro passerà anche da lì. Le periferie delle città italiane, infatti (un po’ come accade in Francia), sono abitate in gran parte da ragazze e ragazzi i cui genitori hanno un passato migratorio, e più precisamente provengono dal Nord Africa.

Non stupisce, dunque, se in una condizione che molto spesso si avvicina al degrado, il senso di insofferenza e la mancata integrazione di molta di questa gioventù, finisca naturalmente per venire incanalata in un genere musicale che, esattamente mezzo secolo fa (era il 1973, ed era a New York), nasceva come espressione di protesta, il rap – con tutte le ramificazioni successive, dalla trap alla drill. 

Ai ragazzi che imboccano la strada dell’hip hop, però, resta una scelta, che è quella dei contenuti.

Si può infatti scegliere di perpetuare la violenza e il degrado subiti osannando la vita di strada (la rue), elevando i soldi (il cash) a misura di ogni cosa, riducendo l’amore a sesso prevaricatore (con le bitches, ovviamente) e mettendosi in posa a mo’ di narcos con tanto di Uzi e Kalashnikov, un po’ come hanno fatto Baby Gang (al secolo Zaccaria Mouhib) e Simba la Rue (al secolo Mohamed Lamine Saida), entrambi in guai seri con la giustizia italiana.

Oppure si può fare come Mahmood (che non nasce propriamente come rapper ed è figlio di un’italiana) e Ghali, che attraverso le proprie canzoni e il proprio vissuto tentano di parlare a noi occidentali, svelando le complessità e le esigenze di un’identità in divenire, destinata però a diventare realtà completa al più presto con la prossima generazione. Un’identità di questo tipo, proprio per la sua natura, ha in sé la consapevolezza delle concessioni, ossia di quello che tutti noi saremmo civilmente chiamati a fare (o a non fare) al fine di costruire una società equa e più giusta, dove sia possibile trovare un posto per tutti, ma anche dove violenza e sopraffazione non debbano più trovare posto, né nelle canzoni, né nei club dove vengono proposte.

Sarebbe forse ora che lo capissero anche tutte quelle destre che vedono nello scoglio che ferma il mare (mutuato dal grande Battisti) una soluzione giusta quanto improbabile, per quell’onda continua che, giorno dopo giorno, mese dopo mese, restituisce alle coste d’Europa chi sogna un futuro migliore. Rettificare dunque le parole di un figlio di immigrati che chiede la fine di ogni genocidio attraverso una televisione di Stato e alzare i manganelli – della polizia di quello stesso Stato – su chi quelle parole le voleva rafforzare come è accaduto a Napoli martedì, è la vera disfatta, il momento in cui abbiamo perso tutti. 

L’Italia di parte del governo in carica in qualche modo ha fatto capire alle proprie figlie e ai propri figli (in un momento di drammatico calo demografico) che così non si fa, che la libertà di pensiero non va per forza difesa a tutti i costi, soprattutto quando sposa quanto sta di più caro ai dimenticati, a chi la voce non ce l’ha. 

Dopo Angelina Mango, vincitrice della 74esima edizione della kermesse internazionale, e Ghali, che con le sue parole e il suo agire sempre ammantato di grazia ha scosso molte coscienze, abbiamo anche il grande perdente, che è il Governo italiano, oggi più che mai aguzzino sull’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo (il genocidio in senso lato non dovrebbe suscitare orrore per definizione?), cui si aggiungono tutti coloro che di fronte alla verità, e di conseguenza a violenza e giustizia, preferiscono un’ideologia che nel suo immobilismo, oltre a essere bieca è sempre più uguale a sé stessa.

Nell’immagine: c’è tragedia e tragedia. “Angelina Mango ritrova la scatola del trofeo di Sanremo: la sorpresa in diretta a Stasera c’è Cattelan”


“Posso vedere la notte” Navalny ci mise l’anima e ha dovuto metterci anche il suo corpo

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

“Guardo fuori dalla finestra e posso vedere la notte, poi la sera e poi di nuovo la notte”. Fu il suo primo messaggio, inviato lo scorso dicembre, quando finì lassù, nel gelido gulag artico, nella fredda cella lontanissima da Mosca in cui il potere post-sovietico di Vladimir Putin lo aveva confinato dopo la mostruosa sentenza di 19 anni di carcere (carcere duro), che sommati ad altre condanne avrebbe portato la sua detenzione a un totale di una trentina d’anni: in sostanza “fine di pena mai”, cioè l’ergastolo. E, in quei giorni di festività di fine anno, concludeva il messaggio con la sua immancabile ironia, una delle armi migliori e più taglienti di  Aleksei Navalny contro i burocrati del regime e il loro capo supremo: “Tranquilli, sono un Babbo Natale a regime speciale”. Da dissidente a oppositore politico, non solo con generiche denunce verbali, ma anche con inchieste giornalistiche, prove di corruzione, accuse documentate, materiale virale  che partiva da quella che lui definiva “la quarta dimensione”: blog, rete, social, documentari di denuncia che ingolosivano soprattutto i giovani, che a suo tempo aveva potuto mobilitare nelle strade, e ora raccoglieva sull’enorme piazza virtuale e internazionale del web. Uno di quei filmati, che ottenne un premio importante all’estero, lo aveva dedicato alle ricchezze personali accumulate da Putin già a partire dai tempi di San Pietroburgo, da dove partì la sua imprevista e poi folgorante carriera politica: i miliardi, il villone dello zar su un angolo esclusivo del Mar Nero militarmente protetto (anche da missili terra-aria), gli yatch, i conti in Occidente, i servizievoli e ben oliati sodali prestanome, la corruttela del suo ‘cerchio magico’ e degli oligarchi con cui aveva stabilito un patto di ferro (a voi il business, a me il controllo indisturbato del potere). 

Soprattutto questo dava fastidio all’autocrate e alla corte moscovita, insieme alla sua capacità di farsi ascoltare anche dai palchi spesso improvvisati sulla strada, e ancor più spesso neutralizzati e fatti sgombrare con qualsiasi pretesto dalla polizia. Per tentare di cambiare la Russia in democrazia parlamentare (eterno, irrealizzato, e ancora illusorio sogno di tanti pensatori russi della “corrente europea”) ci metteva l’anima, si disse. Ma ha dovuto metterci tutto, ci ha dovuto mettere anche il suo corpo, la sua vita. E già aveva corso il rischio quando nel 2020 venne avvelenato durante un volo interno russo da agenti segreti, rischiò la morte, fu salvato in un ospedale della Germania: poteva rimanere all’estero, ma decise di rientrare in patria per  affrontare un processo. Sfida autentica. Che “lassù”, sotto i cipolloni della Piazza Rossa, infastidì più che preoccupare. E infatti Putin, che non pronunciava mai il suo nome, si riferiva sprezzantemente a lui come al “paziente berlinese”. “Morte naturale, causa embolia”, recita l’ufficialità del regime. Ma a questo punto, che importa? Navalny è stato comunque ucciso. Anche se non con un colpo alla testa, come tante e tanti altri, per esempio Anna Politkovskaya, che denunciava i crimini russi in Cecenia. Lungo elenco. Veleno o pallottola, a discrezione. O semplicemente la spietatezza debilitante della cella, dell’isolamento, dei maltrattamenti, di una faticosissima sopravvivenza, delle visite dei famigliari crudelmente negate, delle continue punizioni (l’ultima, per Navalny, ancora mercoledì scorso), e una prospettiva di vita senza vita, che puoi anche combattere spavaldamente ma che ti uccide dentro. 

Non peggio, ma sicuramente non meglio, dei gulag in cui furono rinchiusi i dissidenti politici degli ultimi decenni dell’Unione sovietica, visto che Putin, dopo il passaggio “dal regime alla dittatura”, è arrivato a “parzialmente beatificare” persino Stalin per la vittoria su Hitler (dopo che l’Urss ebbe  pagato un tragico tributo di sangue anche a causa della sua impreparazione) e soprattutto per aver “mantenuto l’impero”, soggiogando le nazioni del centro Europa per garantirsi  lungo i confini dell’Urss una preziosa ma annichilita “fascia di sicurezza”: lo stesso neo-zar, falsificatore seriale della Storia, che ancora di recente, nell’intervista a un accomodante e iper-trumpiano giornalista televisivo statunitense, è arrivato a dire che fu causato dalla Polonia l’innesco della seconda guerra mondiale, tentando così inutilmente di giustificare il patto germano-sovietico (Ribbentrop-Molotov) che  aveva portato all’occupazione militare e allo smembramento di quel paese (una parte a Hitler, una a Stalin), vero  preludio al grande conflitto. Immaginiamoci allora cosa sarebbe avvenuto dell’Ucraina dei tragici giorni nostri se l’invasione russa avesse realizzato i suoi piani iniziali, di conquista al tempo stesso politica e militare, non solo il Donbas ma anche Odessa e le altre città dell’ex “piccola Russia”, nazione “artificiale” per il Cremlino, da punire collettivamente in quella accurata e feroce denazificazione preannunciata da un paio di saggi (mai smentiti) della putinianissima “Ria Novosti”.  Così come è piombata sempre nelle scorse settimane la minaccia che il capo del Cremlino ha lasciato cadere sulle piccole Repubbliche Baltiche, ree secondo Mosca di perseguitare le loro minoranze russe (e ci vorrebbe una commissione d’inchiesta internazionale, con partecipazione russa, per fissare davvero parole di verità), e di abbattere le statue che ricordano il “periodo sovietico”. Lo dimenticano troppo spesso i volonterosi critici di un pacifismo occidentale che non trova sbocchi, che attribuisce gran parte della responsabilità della guerra ucraina alle alleanze occidentali fornitrici di armi, mettendo in secondo piano  la tradizione imperiale e i nyet del Cremlino, e che appena possibile sul piano della democrazia applicata fanno le pulci al governo di Kiev.

Tutto questo evoca la morte in carcere del 47enne Navalny. Un uomo che si è battuto fino all’ultimo respiro. A lui  (figlio di semplici genitori ‘sovietici’) un certo progressismo continua ad attribuire, e a non perdonare, la colpa di un “inizio corsa” in cui nazionalismo e xenofobia caratterizzarono la sua predicazione politica; senza sottolineare abbastanza e correttamente  che ebbe poi il coraggio (e ce ne voleva) di virare, battersi per le libertà individuali, per uno Stato di diritto, per una Russia grande ma non aggressiva, contrario in modo cristallino all’attacco contro l’Ucraina (anche se, va ricordato per correttezza, un distinguo lo aveva precedentemente fatto per l’annessione della Crimea nel 2014). 

No, inutile illudersi, anche questa volta (come fu per il ‘ribelle’ wagneriano Prighozin) che lo scandalo del cadavere del ‘suo nemico più detestato e pericoloso” possa mettere davvero in difficoltà Putin. Si scoloriranno presto le foto e appassiranno velocemente i fiori apparsi ieri lungo le strade di Mosca. E il ‘boss’ riuscirà comunque a far arrivare e in parte a far bere la sua versione, destinata soprattutto ai paesi del “Sud Globale” e alle sue “truppe cammellate” nei partiti della destra-destra dei nostri paesi . In linea perfetta con la tradizione illiberale, dallo Zar al PC a Putin. Tanto più che Navalny non ha praticamente eredi in una cerchia di oppositori assai ridotta, e piuttosto litigiosa. Molti di quelli che lo seguirono e che per lui scesero in piazza hanno abbandonato due anni fa il paese in quella giovanile (soprattutto) fuga in massa che seguì l’avvio della “operazione militare speciale”. Il coraggio, in Russia, ieri come oggi, sembra non bastare mai. Non coagulare mai. E se accade, è per essere tradita.


Yurii Colombo – Il lascito di Navalny e l’autenticità del suo impegno

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Yurii Colombo è corrispondente di Naufraghi/e da Mosca


Navalny, a cosa serve un dissidente

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Lo Zar, la dittatura del proletariato, il putinismo: una lotta contro un dispotismo mostruoso e senza via d’uscita. Occorre davvero un disperato eroismo per fronteggiare un potere viziato, abituato a non trovare resistenza, che si sfrena in ogni atto, in ogni rapporto con i sudditi in una spudorata sfrontatezza. Sicuro che, zarista bolscevico o putiniano, non deve render conto di nulla a nessuno e che alla fine l’individuo russo mugiko, bolscevico o postcomunista sopporterà tutto, potrà esser corretto con il gulag, l’ospedale psichiatrico, l’esilio, la galera. La morte.

Essere dissidenti in un luogo dove la libertà di parola è sempre stata considerata insolenza, il pensare autonomamente un atto sovversivo perché l’uomo deve dissolversi nella Grande Madre, nel Paese del socialismo realizzato, o come ordina l’omino dagli occhi trasparenti che si è ritagliato un trono da Zar, nella combinazione del vitello d’oro e della patria. Altrimenti…

Da Herzen a Navalny l’unica compagna di questa turba eroica è stata la solitudine, il silenzio, le frustate della calunnia: traditori, venduti, rifiuti sociali… Riuscite a vedere qualcosa di più tragico del sapere che alla fine, accasciati da una sovrumana fatica, scoprirete che la vostra testimonianza non costruirà nulla, non demolirà nulla della menzogna, non annuncerà, neppure quando il re sembra nudo, la palingenesi dell’89! una nuova rivelazione? Quante volte la Grande Svolta è stata annunciata e poi tutto si raggruma e si allarga in un aspro vuoto e una labile incoscienza. Eppure non bisogna fermarsi sulla “vecchia sponda”, anche a costo di morire in un giorno qualunque in un carcere irraggiungibile per salvarsi dall’ospizio della reazione e della complicità.

Dissidenti in Russia. Persino la lingua testimonia la difficoltà a definirli, a farli uscire dal vuoto. Due termini: quello antico slavo, “chi pensa diversamente”, e “dissidente”, lanciato negli Anni settanta dai giornalisti occidentali quando raccontarono qualcosa di nuovo: quelli che pensavano diversamente adesso firmavano documenti, organizzavano manifestazioni a Mosca. E il potere sovietico la adottò, quella definizione: ecco, vedete questi che protestano sono venduti al capitalismo, traditori del proletariato universale. 

In fondo tutto è stato sempre chiaro: già a metà del 1500 quando Andrej Michailovic Kurbskij, principe di Jaroslav, un boiaro, trovò asilo in Lituania per sfuggire alla furia dello Zar Ivan, il primo dei Terribili della storia russa, e gli scrisse una lettera opponendogli accuse di natura morale. Ivan: il tiranno che ha forgiato l’utopia teocratica che scende giù giù fino a Stalin e a Putin, l’idea che l’uomo russo è impastato di male e quindi punirlo, sfruttarlo, piegarlo è lecito, non richiede prove.

In Russia milioni di persone hanno sempre pensato diversamente. Ma in privato, sottovoce, a monosillabi. I veri dissidenti sono coloro che come si dice “sono usciti dalle cucine”, e sono andati in piazza, dove si è soli in faccia al potere e ai suoi mezzi repressivi. Tra la cucina di casa e la piazza c’è la paura. La dissidenza è questo, il coraggio di scavalcare la paura, una battaglia a viso aperto per il rispetto dei diritti inalienabili della persona umana, condotta con regole rigide, il rispetto della legge, la non violenza, la trasparenza. Da un lato lo Stato, Behemoth onnipotente e feroce, dall’altro il singolo. E in mezzo l’Occidente che osserva, regala compassione, qualche premio, ma continua a stringere la mano al despota. Che serve, che fa paura, che lusinga. E la società russa? Quella tace.

Di molti sappiano i nomi, scolpiti nei libri: Sacharov; Solzenitzin; Bukovski, internato a 27 anni nell’ospedale psichiatrico; Amalrik che scandì al processo che opporre a delle idee una condanna penale è in sé un delitto; il generale Grigorenko comunista e leninista convinto, Vera Lachkova che batteva a macchina montagne di scritti vietati… «non ho fatto altro che quello che il mio cuore mi dettava. Tutto qui…». La prigione di Lefortovo, il carcere del kgb a Mosca, da cui sono passati prima o poi tutti i dissidenti…

Ma gli altri, quelli che hanno avuto coraggio ma rifiutano di essere considerati eroi? Larissa Bogoraz nel 1968 manifestò sulla piazza Rossa contro l’invasione della Cecoslovacchia (erano in sei! e oggi sono solo poco più color che ancora protestano contro un’altra invasione). Disse a un giornalista sovietico, nell’89 quando quel mondo anche per merito loro andava in frantumi e sembrava arrivata l’ora della verità: «Non descriveteci come eroi, siamo della gente comune!». La loro lotta è ancora quella scritta su un cartello che i dissidenti del 1968 levarono sulla piazza Rossa: «Per la vostra libertà e per la nostra!». Fino a Navalny una delle più strazianti avventure umane del secolo.

Con la caduta dell’Urss i dissidenti erano passati di moda. Eppure Kovalev levava la voce contro la sporca guerra in Cecenia e già governava Eltsin, “l’americano” con la sua banda criminale. Riprendevano come se nulla fosse accaduto le campagne di calunnie, lo si isolava… i vecchi metodi. L’esistenza dei dissidenti rammentava ai nuovi padroni i compromessi e le vigliaccherie di ieri. In quello che avrebbe dovuto essere il mondo nuovo, nessuno, in fondo, ha riconosciuto loro il merito di aver lottato per una Russia degna di sé.

Entravano nella cronaca dei processi, e dei delitti senza colpevoli, nomi nuovi, la Politkovskaja, Navalny, Rachinsky: perché il nazional capitalismo con i suoi petrodollari, i night da 10 mila dollari a sera, aveva ricostruito l’ossessione del controllo, la convinzione che chi non obbedisce ciecamente è un nemico. Loro erano ancora lì, prima timidi e poi veementi, perché tutto fluisce di nuovo, la prepotenza, la guerra, i divieti, legato da un filo invisibile ma terribilmente vivo. Il Potere e la società: la distinzione che attraversa tutta la storia russa. E allora bisogna costringere il Potere a svelarsi. A ogni costo.


È morto un dissidente, «tutto regolare»

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Di Francesco Brusa, il manifesto

Una morte annunciata? Era ormai parecchio tempo che si temeva per le sorti dell’oppositore politico russo Alexey Navalny – sopravvissuto a un tentativo di avvelenamento nel 2020, poi incarcerato l’anno successivo e infine a dicembre scorso trasferito nella remota colonia penale Ik-3, vicina al Mar Glaciale Artico – ma la notizia della sua scomparsa ha chiaramente provocato uno shock internazionale.

«DOPO UNA PASSEGGIATA, il detenuto si è sentito male e ha praticamente subito perso conoscenza», si legge nella nota diramata verso le 12 di ieri dal Servizio penitenziario federale russo, secondo cui i soccorsi non hanno potuto nulla per scongiurare il decesso. «Le cause della morte del detenuto sono ancora da stabilire».

Se Putin e le autorità russe quasi tacciono (il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha fatto semplicemente sapere che il presidente è stato avvisato dell’accaduto e che «tutto sta procedendo secondo i regolamenti», riporta la Tass, mentre il portavoce parlamentare Vyacheslav Volodin si è spinto a indicare gli Usa e l’Europa come «responsabili»), le reazioni da parte delle persone vicine a Navalny, dei gruppi di opposizioni e dei vari capi di stato esteri non si sono fatte attendere.

La moglie Julija Borisovna ha parlato alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza in Germania, che per coincidenza si apriva ieri, ricordando che la Russia mente in continuazione e gettando dunque un’ombra sulla veridicità delle affermazioni sulla morte del marito (ancora il suo avvocato non ha potuto accertare di persona la notizia, riferisce la portavoce di Navalny Kira Yarmish). «Ma se dovesse essere vero – ha proseguito Borisovna – Putin e tutto il suo staff, tutti i suoi uomini pagheranno per quello che hanno fatto, saranno portati presto davanti alla giustizia».

ANCORA PIÙ DIRETTA l’accusa del presidente ucraino Volodymyr Zelensky: «Ovviamente Navalny è stato ucciso». Al presidente Putin non importa chi muore, se questo serve a mantenere il potere. È la personificazione di questa guerra, uccide sempre e non si fermerà».

I diversi rappresentanti europei e occidentali – dal segretario della Nato Jens Stoltenberg al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, dalla vicepresidente statunitense Kamala Harris fino alla leader dell’opposizione bielorussa in esilio Svetlana Tikhanovskaya – puntano il dito sulle responsabilità del regime russo e sulla brutalità repressiva riservata ai dissidenti politici. Come fa notare l’associazione per i diritti umani Ovd-info nel suo comunicato sulla morte – anzi sull’«assassinio» – di Navalny, in quelle condizioni detentive non c’era bisogno di avvelenarlo o ucciderlo con mezzi violenti, era sufficiente aspettare. «La colonia Ik-3 ha sempre goduto di una pessima reputazione», ci dice il portavoce dell’associazione Dmitry Anisimov che abbiamo raggiunto per un commento. «Navalny – aggiunge – era stato trasferito in una cella singola e spesso mandato in isolamento, in una situazione complessiva che ha certamente caratteri vicini alla tortura. In generale, con l’inizio dell’invasione, assieme ai casi di detenzione per motivi politici in Russia sono cresciute anche le violazioni dei diritti umani dei prigionieri e dei loro familiari. Talvolta non si hanno per mesi notizie delle persone incarcerate, ed è praticamente impossibile rintracciarle».

DIFFICOLTÀ riscontrate anche per Navalny, che riusciva a comunicare a fatica col proprio avvocato ma che il giorno prima al suo decesso era apparso in un video in tribunale collegato dalla colonia penale. La sua morte assume una forte valenza simbolica se si pensa tra l’altro alle imminenti elezioni presidenziali che si terranno in Russia il marzo prossimo.

«È come se in questo modo Putin avesse voluto lanciare un messaggio a tutti coloro che credono che ci possa essere un’alternativa alla dittatura e alla guerra», ha scritto il caporedattore di Novaja Gazeta Europa Kyrill Martynov, mentre il suo collega e premio Nobel per la pace Dmitry Muratov ha parlato direttamente di «omicidio» per via dei tormenti e delle torture che l’oppositore politico ha dovuto subire negli ultimi tre anni.

Ma non sono solo autorità statali e i dissidenti più in vista a reagire. In Russia si segnalano timide commemorazioni in alcune città, prontamente circondate dalla polizia, e pure qui in Italia (mentre più o meno tutte le forze politiche esprimono il loro cordoglio) si sono svolti presidi e manifestazioni.

A ROMA, una cinquantina di persone si è riunita per due ore buone vicino all’ambasciata russa mescolando lingue, bandiere e slogan dei due paesi coinvolti nella guerra (tre con la Bielorussia). «Navalny è stato ucciso ma non si è piegato», recita un cartello. Quando si parla di Putin, la “p” iniziale viene strascicata come in uno sputo.

Nell’immagine: manifestazioni per la morte di Navalny


Alberto Giacometti tra pubblico e privato, ovvero le avanguardie del ‘900 in presa diretta

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Come quelle ticinesi, anche le valli periferiche del Grigioni hanno avuto, nel corso dei secoli, in entrata e soprattutto in uscita, una loro storia migratoria. Oggi l’attualità editoriale ci porta in Bregaglia, il cui “esule” più “popolare” è certamente Alberto Giacometti (1901-1966), tanto da finire, nel 1998, sul recto dell’ottava serie della banconota da 100 franchi. 

Tra gli artisti più riconoscibili, imitati, e dunque più pop di tutti i tempi, le sue opere continuano ad inanellare primati di vendita: Christie’s o Sotheby’s, non fa differenza. Nel 2015 il bronzo Uomo col dito puntato (del 1947, di cui esistono 6 esemplari) venne venduto da Christie’s per 141.3 milioni di dollari, diventando così la scultura più pagata di tutti i tempi. Giacometti è successore di sé stesso nella speciale classifica: nel 2010 un altro suo bronzo, L’uomo che cammina (1961), era infatti stato battuto per 104.3 milioni di dollari. Il podio lo chiude ancora lui con Il carro (1950, 6 esemplari), venduto, nel 2014, per 101 milioni. 

Di Alberto Giacometti hanno scritto in molti: segnalo qui soltanto i due volumi del ticinese Jean Soldini (da anni “esule” anch’egli a Marsiglia): La somiglianza introvabile (Jaca Book, 1998; introvabile, ormai, anche il libro) e “Alberto Giacometti, lo spazio e la forza, Ed.Mimesis, 2016 ).

In Svizzera dobbiamo alla casa editrice Scheidegger&Spiess di Zurigo i contributi più importanti, a cominciare dal 1962, quando venne pubblicato – primo volume in assoluto della sua storia – il saggio che a Giacometti dedicò, nel 1957, Jean Genet, illustrato da 11 ritratti che lo stesso Ernst Scheidegger, fotografo di professione, fece all’artista nel suo atelier parigino del XIVème, 46 di rue Hyppolite Maindron. I due si erano conosciuti nel 1943 a Maloja, dove Giacometti, rientrato a Ginevra durante la guerra, si recava spesso e dove  Scheidegger prestava servizio militare.  

Oggi, a oltre 60 anni di distanza, viene pubblicato, in contemporanea e in tre lingue (tedesco, inglese e italiano), Il tempo passa troppo presto. Lettere alla famiglia, la cui edizione italiana esce per i tipi di Casagrande Bellinzona. Si tratta di un’ennesima iniziativa della Fondazione Giacometti, con cui – lo indica il titolo – vengono date alle stampe 91 lettere scritte dall’artista tra il 1916 e il 1964. La scelta è opera dell’ultimo figlio, Bruno, architetto (suo l’Hallenstadion di Zurigo), deceduto ultracentenario nel 2012. 

Un epistolario è – in taluni casi maggiormente, in altri meno – tra le fonti importanti da cui attingere per ricostruire compiutamente la vita e l’opera di un artista. L’altra è, evidentemente, la sua opera stessa. Ma se quest’ultima scaturisce anche da esperienze biografiche, ecco che i carteggi con familiari, amici, colleghi, addetti ai lavori, diventano documenti imprescindibili.

In questo senso, ancora più preziosa sarà una prossima pubblicazione, già annunciata dalle stesse Edizioni Casagrande, quella del corpus integrale (seppur ancora incompleto) delle lettere di Alberto Giacometti alla famiglia (circa 1’500), di cui questa edizione fresca di stampa diventa il goloso antipasto. Goloso poiché proprio in queste lettere egli si racconta, informando i genitori Annetta e Giovanni, i fratelli Diego (che lo raggiungerà a Parigi nel 1925) e Bruno, e la sorella Ottilia, parlando dei suoi studi, dei suoi progressi, dei luoghi che frequenta, degli incontri che vi fa (per dare un’idea, l’accurato indice dei nomi menziona, tra molti altri, Louis Aragon, Jean Arp, Brancusi, Max Ernst, Matisse, Miro, Picasso, Sartre, Zadkine. Quella epistolare è una forma comunicativa che Alberto aveva ereditato dal padre, noto pittore che, a sua volta, scriveva ai figli sin dalla loro più tenera età (una lettera di Giovanni ad Alberto, del 22 novembre 1919, è pubblicata alle pp. 234-235; il ragazzo stava frequentando una scuola commerciale a Basilea). Anche la madre, Annetta, da lui amatissima, mantenne con Alberto un carteggio che si interruppe solo con la sua morte, nel 1964, due anni prima del decesso dello stesso Giacometti. 

Abbiamo tra le mani un volume che si rivolge non solo agli specialisti, ma a un pubblico più vasto, interessato a ritrovare, nelle sue pieghe più private, l’artefice-creatore di quelle figure alte, magrissime, diventate – si dice oggi – icone dell’arte del XX° secolo. 

La lingua di Giacometti è essa stessa familiare, immediata, non povera ma tutt’altro che raffinata: il vocabolario è limitato, la formulazione e la sintassi talvolta scricchiolano, il dialetto della Bregaglia (bargaiott) affiora spesso. “Le lettere di Alberto” annota il curatore del volume Carmine Di Crescenzo “sono scritte a mano, di getto, di preferenza in un momento di pausa dal lavoro o la sera tardi, nell’atelier o al tavolino di un caffè. La loro grafia, che può essere nervosa o irregolare, riflette quindi la stanchezza anche fisica dell’artista”. 

Esse si rivolgono comunque a una famiglia tutt’altro che digiuna di cultura artistica. Inoltre, avverte ancora il curatore nell’Introduzione (p. 26), “per apprezzare la lingua di queste lettere, bisogna ricordare che, oltre a essere cresciuto tra l’italiano e il dialetto della Val Bregaglia, Alberto Giacometti ha studiato in un collegio germanofono a Schiers e ha poi trascorso la maggior parte della sua vita a Parigi. Questo spiega il multilinguismo e i continui scambi tra una lingua e l’altra, tanto più evidenti in comunicazioni private e familiari come queste”. 

Tra i pensieri più ricorrenti, vi è quello legato al passar del tempo, alla rapidità con cui ciò accade, al tempo che il lavoro sottrae agli affetti, alle amicizie, alle letture e che la cura degli affetti toglie agli impegni: una vera ossessione. Da Parigi, il 10 ottobre 1941, scrive alla mamma: “E oggi mi ricordo in questo momento ho già 40 anni, è terribile come il tempo passa ma come fare? Ma non credere mamma che dico sempre che vengo e non lo faccio, quest’inverno saremo assieme e se vuoi andremo a Maloggia malgrado tutto sono sempre più impaziente di venire”. 

Fedelissimo specchio del libro, il titolo  lo ritroviamo, quasi identico o con varianti minime, in decine di occasioni. Nella formulazione esatta, Il tempo passa troppo presto, lo troviamo al 1° giugno e al 3 novembre 1955.

In contemporanea, sempre domani, si apre al MASI l’esposizione Faccia a faccia. Giacometti, Dalí, Miró, Ernst, Chagall. Omaggio a Ernst Scheidegger, curata da Tobia Bezzola e Taisse Grandi Venturi, realizzata in collaborazione con il Kunsthaus di Zurigo e l’Archivio del grande fotografo svizzero, nato nel 1923 e deceduto nel 2016, amico e ritrattista principe dello stesso Giacometti. La mostra è visitabile fino al 21 luglio 2024.

Nell’immagine: un momento dell’intervista della RSI


Yurii Colombo – Navalny, il carcere ultima trincea della sua battaglia per la libertà in Russia

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Yurii Colombo è corrispondente di Naufraghi/e da Mosca


L’uomo di cui il Cremlino aveva più paura

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Di Jacopo Iacobini, La Stampa

In tarda mattinata il servizio penitenziario federale dell’Okrug autonomo di Yamalo-Nenets aveva comunicato con violenta burocraticità quello che già appare come un evento culmine – forse l’Evento culmine – della dittatura putiniana: «Oggi nella colonia correzionale n. 3, Navalny A. A. dopo la passeggiata si è sentito male e ha perso conoscenza quasi subito. Gli operatori sanitari dell’istituto sono arrivati immediatamente e è stata chiamata un’équipe medica di emergenza. Sono state eseguite tutte le misure di rianimazione necessarie, ma non hanno dato risultati positivi. I medici del pronto soccorso hanno confermato la morte del condannato. Le cause della morte sono in fase di accertamento». Il canale telegram russo VChK-Ogpu ha fatto notare che il comunicato stampa che annunciava la morte di Navalny è stato pubblicato letteralmente 2 minuti dopo l’ora ufficiale del decesso.

Purtroppo, già prima, quasi tutti i più grandi dissidenti russi erano morti, nel lungo arco della tirannide putiniana, da Anna Politkovskaya a Boris Nemtsov, per citare solo i due probabilmente più famosi.

Il canale telegram russo 112, considerato assai vicino alle forze di sicurezza, ha subito informato che Navalny ha avuto un grave problema ematico, che ha determinato un grosso coagulo di sangue, in sostanza un’embolia. Mosca adesso invierà una commissione alla colonia a regime speciale di Yamal, dove è morto il dissidente anti Putin più famoso nel mondo. Ma è assai difficile aspettarsi qualcosa, da questo tipo di organismo. E forse è più utile guardare ai tanti segnali di un regime mai così violento e mai così debole come oggi.

Il primo commento ufficiale del Cremlino è stato offerto da Dmitry Peskov, il portavoce di Putin, per il quale il problema è stato specificare che «non sono necessarie indicazioni particolari del Cremlino», ossia che «c’è un certo insieme di regole a questo riguardo che guidano il servizio penitenziario». Poi Peskov ha detto che sul posto, nella regione dove è morto Navalny, dovrebbero recarsi i medici di Mosca. Le cause della morte «saranno accertate da loro»,«il Servizio penitenziario federale sta verificando e indagando sull’accaduto», e bla bla che suonano letteralmente agghiaccianti, in questa circostanza. Peskov ha anche detto che il presidente russo Vladimir Putin è stato informato della morte di Navalny.

Questa settimana Navalny era finito in una cella di punizione – peraltro di un carcere a regime super speciale, oltre il circolo polare artico – per la ventisettesima volta. Con una serie di procedure che appaiono palesemente in violazione di qualunque standard e rispetto di convenzioni sui detenuti e diritti civili. Putin si è sempre rifiutato anche solo di pronunciare il nome di Navalny. Quando, il 20 agosto di due anni fa, il leader dell’opposizione russa fu avvelenato mentre era su un volo in Siberia, il dittatore del Cremlino lo chiamò «il paziente berlinese»: Navalny era stato in seguito curato e salvato all’ospedale Charitè di Berlino, grazie all’intervento personale di Angela Merkel, ma Putin anche in quella circostanza si rifiutò di dire il nome del suo nemico.

Christo Grozev di Bellingcat e il Team Navalny ricostruirono poi anche i nomi della squadra dei servizi segreti russi interni (l’Fsb) che l’aveva seguito per due anni, e poi avvelenato, con una dose di un veleno derivato dal novichok di nuova generazione. Riuscirono anche, fingendosi suoi capi, a far parlare (e confessare) al telefono uno dei membri della squadra di assassini putiniani del Fsb. Tutto è rimasto in un documentario imperdibile e struggente, Navalny. Sfida a Putin (di Daniel Roher), dove lassassino confessò di aver in filato il veleno nei boxer di Navalny. La sfida finisce oggi, ma in realtà forse proprio oggi sarà la data in cui Putin comincia definitivamente a perdere, e ad apparire un assassino agli occhi del grande pubblico occidentale. Quel mondo libero, democratico e aperto con il quale in pochi, come Alexey Navalny – e tutto il suo team, a cominciare da Maria Pevchik e Leonid Volkov, che ora ne hanno in mano la pesante eredità morale, politica e giornalistica – avevano saputo parlare e collaborare.

Navalny era, in fondo, un grande giornalista investigativo: dire un “blogger” suonerebbe parziale e riduttivo, ma era ovviamente molto più di un giornalista, o di un politico, o un attivista: è stato qualcuno che per anni ha svelato, spesso per primo, la corruzione del Cremlino, gli schemi offshore opachi e le ruberie della casta di Putin, fossero oligarchi o siloviki, gli uomini dei servizi russi. Qualcosa di assai peggiore, per Putin, che essere attaccato sui diritti (di cui se ne frega) o sulla mancanza di democrazia (che fa poca presa, in Russia). I russi erano invece sensibili alle inchieste di Navalny, che mostravano come Putin e i suoi attaccassero l’Occidente mantenendo poi in quello stesso Occidente (e spessissimo in Italia) conti, barche, ville e case, spesso frutto di ruberie. Caso da manuale di vergognsa ipocrisia della violenza. L’indagine di Navalny sul Palazzo di Putin sul mar Nero ha battuto ogni record di visualizzazioni su Youtube.

Non c’è magnate putiniano, da Roman Abramovich a Alisher Usmanov, che non lo avesse sulla sua lista nera, a volte, come nel caso di Usmanov, con scontri violenti: il magnate arrivò a dargli del «cane». Tutti titoli che Navalny portava come medaglie d’onore, e tali erano. Molto s’era ricamato su sue antiche presunte uscite nazionaliste di tante anni fa, che parevano anti-immigrati in Russia, o sulle sue idee sulla Crimea, o sul suo tentativo (non riuscito) di unire tutti gli oppositori di Putin (compresi gli ultrazionalisti), che gli era valso accuse ovviamente cavalcate dal Cremlino. La realtà è che è politicamente era un liberale, forse conservatore, e che senza Navalny sapremmo molto meno di come Putin è arrivato a fare la guerra dopo aver derubato la Russia e i russi di tutte le loro risorse: una cleptocrazia che non poteva che sfociare nelle guerre – Cecenia, Georgia, Crimea, Ucraina, in una escalation formidabile e sotto gli occhi di tutti – e negli assassinii politici. Una sfilza di morti che solo gli ipocriti possono slegare da quanto è successo al Cremlino da ventiquattro anni a oggi.

L’ultima inchiesta del team Navalny, con Alexey già in carcere, svelava che la figlia maggiore di Vladimir Putin, Maria Vorontsova, ha ricevuto circa un miliardo di rubli di stipendio e dividendi per tre anni di lavoro alla New Medical Company (NOMECO): il team di Navalny l’aveva calcolato citando i dati del Servizio fiscale federale. Nel 2019 Vorontsova aveva fondato una società, NOMECO, il cui personale nel 2022 era composto solo da 5 persone. Eppure nel 2020, i ricavi della società ammontavano a 840 milioni di rubli (di cui 600 milioni di utile netto) e la stessa Vorontsova aveva incassato 191 milioni di rubli di dividendi (circa 2 milioni di euro) e 9,1 milioni di rubli di stipendi. E qual era l’unica fonte di reddito ufficiale dell’azienda della figlia di Putin? La clinica SOGAZ Medicine, che risulta di proprietà di Gazprom: la stessa clinica che ha curato, in questi due anni, molto mercenari del Gruppo Wagner feriti in Siria e Libia, nonché amici intimi di Vladimir Putin e siloviki vari.

Alexey Navalny era tornato in Russia andando incontro al carcere (e a una morte purtroppo più che probabile) perché voleva combattere per la libertà in Russia, non stando comodamente seduto in un salotto europeo o americano, o in uno di quei talk show occidentali o italiani in cui si fiancheggia Vladimir Vladimirovich Putin. Le sue inchieste, la sua opposizione al Cremlino, e il livello impareggiabile della testimonianza di libertà, non moriranno con lui.

Nell’immagine: manifestazione di sostegno ad Alexey Navalny


Sergio Rossi – Se il Ticino è sfavorito nella perequazione finanziaria è anche per sua responsabilità

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


La lobby agricola nemica dei contadini

Ad una settimana dalla conclusione del Festival non si spengono le polemiche attorno alle dichiarazioni di alcuni cantanti smorzate prontamente con controcomunicati della Rai; è intervenuto, d’autorità, persino l’amministratore delegato dell’azienda: che sia lui l’ultimo in classifica? 

La Svizzera è probabilmente uno dei Paesi dove i contadini sono più presenti in parlamento: gli agricoltori occupano il 10% dei seggi in Consiglio nazionale a fronte di un 2,5% che il settore rappresenta in termini di impieghi. La potente Unione svizzera dei contadini (USC), guidata dal consigliere nazionale Markus Ritter (SG, il Centro) è da sempre considerata una delle lobby più potenti sotto la Cupola di Palazzo federale. A Berna, i lavoratori della terra sono schierati tra i ranghi dei partiti borghesi, in particolare dell’UDC che, fiero delle sue radici nel fu partito agrario, si erge a rappresentante del mondo rurale a suon di camicie edelweiss e di retorica anti urbana. E poi? Già, e poi?

E poi, a guardar bene, succede che chi dovrebbe salvaguardare gli interessi del settore primario contribuisce a sacrificare la stessa agricoltura sull’altare del libero mercato. L’ultimo esempio è stato il rifiuto, lo scorso mese di dicembre, dell’iniziativa parlamentare “Proteggiamo i nostri agricoltori. Per un organo di mediazione agricolo e alimentare”. Promossa dall’intergruppo per la sovranità alimentare e dal sindacato Uniterre, tale iniziativa si prefiggeva di risolvere uno dei più grossi problemi che attanaglia oggi la branca agricola: il potere della grande distribuzione organizzata, dominata in Svizzera da Migros e Coop. Lo squilibrato rapporto tra interessi diretti dei coltivatori e ed i margini di guadagno dei supermercati è infatti la vera ragione della crisi che colpisce sempre più anche da noi il settore agricolo. Oggigiorno i contadini non riescono più a vendere i loro prodotti ad un prezzo tale da garantirsi un reddito proprio perché l’accesso al mercato è regolato dalla grande distribuzione che, grazie alla sua posizione di forza e ad un sistema tariffale poco trasparente, impone loro prezzi d’acquisto molto bassi. La produzione locale, soprattutto quella portata avanti da aziende di piccola dimensione, è così minacciata. 

La creazione di un mediatore indipendente avrebbe potuto garantire un maggiore equilibrio nelle negoziazioni dei prezzi e una migliore protezione per gli agricoltori di fronte a certe pratiche commerciali sleali dei supermercati. Paradossale, quindi, che la lobby dei contadini non abbia sostenuto questa iniziativa. Piuttosto che sviluppare la trasparenza sui prezzi d’acquisto e regolare il mercato, la maggior parte dei contadini in parlamento continua a promuovere un sistema di pagamenti diretti che premia tuttora le produzioni più grandi e inquinanti. Un esempio: la barbabietola da zucchero, una coltura controversa, che non sopravvivrebbe senza l’appoggio statale e che è destinata soprattutto all’industria agro-alimentare. 

Prendendo spunto da quanto sta succedendo in vari Paesi dell’Unione europea anche gli agricoltori svizzeri hanno iniziato ad alzare la voce. Le campagne sono in rivolta, per varie ragioni, molte delle quali legittime. Il rischio è però quello che questa protesta venga fatta propria – in Svizzera come in Europa – dall’estrema destra e dai climatoscettici. Uno dei motivi delle rimostranze riguarda infatti le misure ecologiche sempre più richieste a chi lavora la terra. D’altronde il mondo agricolo è lui stesso un paradosso: è al contempo tra le prime vittime dei cambiamenti climatici, ma, complice l’agro-industria, è anche una delle principali cause di tali cambiamenti. Difendere il modello agro-industriale rappresentato dai mega trattori che sfilano per le strade d’Europa significa difendere il problema, non la soluzione. La cosa positiva è che ovunque, nuove realtà come in Ticino la cooperativa agricola Seminterra cercano di proporre soluzioni alternative ad un sistema neoliberista e ad un mercato globalizzato che spinge i prezzi sempre più verso il basso. 

In questo contesto l’Unione Svizzera dei Contadini ha cavalcato l’onda della protesta chiedendo misure molto caute e lanciando una… petizione online. L’effetto sarà probabilmente quello che hanno generalmente tali petizioni: nessuno. Una risposta più che fiacca, vaga e senza proposte concrete per risolvere il nocciolo del problema. L’atteggiamento della potente lobby agricola non sorprende. Lo scorso anno, in vista delle elezioni federali 2023, l’USC ha unito le forze con le grandi lobby economiche liberal-liberiste come economiesuisse, USAM e Unione padronale svizzera per formare Perspective Suisse. L’alleanza ha obiettivi più che chiari: promuovere il libero commercio e la libera concorrenza. Ossia le cause stesse dei problemi che oggi attanagliano l’agricoltura, dalla crisi dei prezzi alla scomparsa continua delle piccole aziende agricole, senza dimenticare gli effetti del cambiamento climatico. Perspective Suisse ha sostenuto finanziariamente partiti e candidati di centro e di destra, gli stessi di cui fanno parte anche i rappresentanti della grande distribuzione. Un esempio: Mike Egger, consigliere nazionale UDC, è dipendente di Micarna, il più grande produttore di carne del paese, controllato da Migros. 

Per contrastare la crisi che colpisce il settore primario vi è chi, come Uniterre, ritiene necessario rafforzare gli strumenti di protezione doganale, garantire prezzi che coprano i costi di produzione e le spese crescenti, e remunerare adeguatamente le prestazioni ambientali. Poi vi è l’USC che, dopo avere sostenuto l’accordo di libero scambio con l’Indonesia, oggi si dice contraria all’iniziativa sindacale per una 13esima AVS che farebbe molto comodo anche ad agricoltrici e agricoltori in pensione. Un ennesimo esempio a testimonianza di come la potente lobby dei contadini non faccia gli interessi… dei contadini.

Nell’immagine: Markus Ritter, “l’uomo più potente del Parlamento svizzero”