Cinquant’anni di incontri straordinari nelle foto di Guido Harari

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

La prima impressione incide sempre, giusta o sbagliata che sia. Alla Fabbrica del Vapore, uno spazio del Comune di Milano destinato alla cultura, per la mostra «Guido Harari – Incontri 50 anni di fotografie e racconti», il benvenuto arriva da una gigantografia rappresentante i 3 mostri sacri milanesi che di più non ce n’è: il primo e unico cantattore, quello che ha portato la canzone a teatro (Giorgio Gaber), il medico cantautore che Paolo Conte (!) amava chiamare «Il genio» (Enzo Jannacci) e, infine ma non da ultimo, il Premio Nobel italiano più sorprendente (Dario Fo). Raggianti, braccia aperte (più «ben venuti» di così…) e in bianco e nero. Eh sì, perché le storie raccontate dalla mostra, arrivano da lontano.

Prima però, almeno per i lettori più giovani, diciamo chi è Guido Harari.

Nato al Cairo nel 1952 fin da adolescente ha bazzicato il mondo della canzone italiana. Inutile aggiungere che la sua curiosità iniziale si è subito trasformata in bravura e fin dai tempi delle fanzines «Ciao 2001» (fondata nel 1968, diciamolo), «Giovani» e «Rockstar» quella di Harari è subito diventata una firma. Critico musicale e fotografo.

Riconosciuto e bravo per almeno tre motivi: il suo essere regolarmente sul pezzo, la sua sensibilità (l’occhio del fotografo che è sempre diverso da quello comune) e la sua onestà. Tant’è che molte conoscenze si sono trasformate in amicizia. E lui, in pratica, in quell’ambito ha conosciuto tutti. Venendo anche ricercato, in Italia ma non solo. Tant’è che nel corso degli anni ha abbandonato la critica scritta lasciando parlare le sue immagini, scelte se non commissionate anche per parecchie copertine di album, o 33 giri. Così è andata per quello che potremmo definire come protagonista assoluto della canzone senza aver mai cantato n’è scritto un verso o rigo.

Torniamo alla mostra milanese: è impressionante la collezione di ritratti esposti. I cantanti in pratica ci sono tutti. Dai padri della canzone d’autore (Gino Paoli, Fabrizio De André, Bruno Lauzi), le stelle di questo movimento (Paolo Conte, Vasco Rossi, Francesco Guccini, Ivano Fossati) le star internazionali (Bob Dylan, il «Boss», BB King, Lou Reed, Sinéad O’Connor). Poi, cambiando ambito, ecco i registi-Oscar (Bernardo Bertolucci, Roberto Benigni) i miti veri (Gino Strada), i poeti (Alda Merini, Attilio Bertolucci), attori (Nanni Moretti, Marcello Mastroianni).

In poche parole c’è il mondo.

Certo, qualcuno potrà anche obiettare (l’abbiamo sentito dire in «presa diretta») che il fotografo ha avuto una gran fortuna ad «esserci», cogliendo il treno al volo. Ovviamente non è così: per prendere il treno occorre andare alla stazione, e bisogna scegliere quello giusto, magari con i vestiti adeguati e la percezione che solo Guido Harari. Uno che ha praticato la critica musicale con indubbia sensibilità e gentilezza (tessendo una ragnatela di rapporti di fiducia con i protagonisti delle proprie foto) e portando con sé una seria quanto profonda delicatezza. Uno che ha uno sguardo unico e speciale. Se no come farsi venire in mente di fotografare Fabrizio De André mentre si sottopone al taglio di capelli da parte di Dori Ghezzi? o addormentato a terra conto un termosifone? Istigare Francesco Guccini a sedersi sulle rotaie (e aspettare la locomotiva?), Giovanni Lindo Ferretti che scruta il mondo di sottecchi nascosto da un cavallo? E tacciamo di Umberto Eco che suona la tromba, Frank Zappa in mutande sul palco alla prova-concerto, Tom Waits artista di strada.

Un florilegio di storie, speciali nella loro unicità ma anche significative nel loro assieme: questo vuol dire in fondo essere artisti, rimanere attenti al particolare, magari mettendolo a fuoco (lo stretto vagone di una volta dove far sedere il Liga, il mare d’inverno dove far passeggiare Gino Paoli e Ornella Vanoni) senza dimenticare il generale. Scegliendo per ogni soggetto il formato adeguato: la gigantografia a colori per la leonessa ruggente Tina Turner, il bianco e nero anche sfuocato per i colombi che coprono Lucio Dalla in Piazza maggiore a Bologna.

Ogni focus merita una sosta, ogni quadro induce ad un ritorno per i necessari collegamenti. Magari anche nostalgici per chi ai tempi c’era (la panoramica sulla gestualità di Gaber a fine spettacolo è da antologia), di meraviglia per chi grazie a questa mostra semplicemente scopre un mondo che fu, ma che rimane ancora attuale.

Ovviamente alla mostra è stato dedicato un signor catalogo, dal titolo omonimo e (ben) stampato da Rizzoli. Inoltre certe fotografie firmate dallo stesso Harari sono acquistabili direttamente alla Fabbrica. La mostra rimane aperta fino al 1° aprile. Tutte le foto sono però ugualmente fruibili presso lo studio dello stesso artista, ad Alba: una meta non proprio banale, specie in autunno.

La Fabbrica del Vapore, che tra l’altro ha recentemente ospitato una mostra dedicata a Zerocalcare, non è proprio semplice da raggiungere. Per arrivarci occorre fare capo alle cartine elettroniche oramai presenti su tutti i cellulari. Un fastidio ripagato dal fatto che si attraversa un quartiere affascinante: Chinatown. Un valore aggiunto.


Ezio Mauro – Pensare che i nostri “valori” contino sempre meno è la mia preoccupazione in questa pericolosa escalation

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 


La superiorità del piccolo numero

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

Sul Corriere del Ticino dell’8 marzo scorso, Tito Tettamanti commenta l’esito della votazione sulla tredicesima AVS. Un commento che rende esplicito il profondo divario sociale esistente fra classi molto agiate e il resto della popolazione. Un divario accresciuto un po’ ovunque nel mondo secondo tutte le statistiche sul reddito internazionali, Svizzera compresa. 

Già il titolo dell’intervento di Tettamanti (“Riceverò la tredicesima AVS”) rivela una distanza incolmabile fra la condizione della maggioranza dei cittadini e la realtà percepita dalle élite finanziarie. Con quel titolo Tettamanti critica il voto della maggioranza dei cittadini e dei Cantoni e quasi irride chi ha votato a favore, perché – sottintende – ne beneficerà addirittura anche lui, per il quale 2’000 o 3’000 franchi all’anno in più sono una cifra irrisoria. E come dargli torto, visto che il patrimonio riconosciuto a Tettamanti rasenta il miliardo di franchi. 

Insomma: il popolo è sovrano finché non vota contro i sovrani, altrimenti non ha capito nulla e la sua opinione si ritorcerà contro di lui. L’estensore insiste infatti sul costo finanziario accresciuto delle rendite AVS e sul fatto che a pagare la fattura nel prossimo futuro saranno i giovani. Uno spauracchio che è stato ampiamente sbandierato durante la campagna. Ma incutere timori piuttosto che trovare soluzioni è un malvezzo ancora molto diffuso e purtroppo infinitamente sterile.

Chi credeva che l’esito del voto sarebbe stato diverso perché il popolo svizzero alla fine è sempre ragionevole e segue le indicazioni di governo, parlamento e centri di potere, deve fare i conti con una realtà economica e sociale fortemente degradata, spese obbligatorie in costante rialzo, precarietà di lavoro e salari al ribasso. Chi conosce il peso di questa condizione, ha ritenuto che la tredicesima AVS può almeno mitigare parte delle difficoltà. 

Purtroppo questo è il vero motivo che spiega il voto: una parte sempre più consistente della popolazione fa fatica a vivere in questa Svizzera e la situazione peggiora. Nel 2021 (redditi del 2020), in Ticino il tasso di povertà assoluta ammontava all’11,9% (contro l’8,7% in Svizzera): ciò significa che più di un decimo delle persone vive in un’economia domestica con un reddito disponibile inferiore alla soglia di povertà. E secondo il rapporto sociale del Cantone presentato lo scorso dicembre, le categorie più anziane sono quelle caratterizzate dai tassi di povertà reddituale assoluta e di persistenza in povertà più elevati. 

Non sorprende quindi l’esito di questo voto, anche se molti – come Tito Tettamanti – non lo capiscono o fanno finta di non capirlo. Secondo la teoria delle élite (che si propone di spiegare scientificamente il fatto che una frazione numericamente ristretta di persone concentra nelle proprie mani la maggior quantità di risorse esistenti – ricchezza, potere e onori – e s’impone alla quasi totalità della popolazione) questo è un fenomeno che si perpetua storicamente e che Max Weber definiva “la superiorità del piccolo numero”.

Tettamanti se la prende con la sinistra rea di sostenere “il sistema della distribuzione a pioggia”, omettendo il fatto che questa votazione era di portata costituzionale, che impediva di principio una suddivisione in categorie dei beneficiari. Ma ben venga nel prossimo futuro una proposta da parte dei più ricchi per la rinuncia al versamento dell’AVS sopra un certo reddito accumulato. Insiste poi sulla trasformazione del primo pilastro in un’assicurazione contro l’indigenza, che dispenserebbe aiuti solo ai poveri, una forma di sostegno che rischierebbe di colpevolizzare socialmente i meno abbienti. 

Infine afferma, secondo un abusato assunto, che “lo Stato è sempre più invadente e l’AVS fra qualche anno non sarà più finanziabile”.  Caro Tettamanti, ci sono proposte alternative che lei non cita: dai risparmi nel settore militare, all’introduzione di pedaggi autostradali o sui trafori, da una diversa concezione della perequazione fiscale, al pagamento delle spese sanitarie in base al reddito. 

Insomma piuttosto che inveire contro il popolo elettore o gli antagonisti politici, sarebbe ora di fare finalmente tutti un atto di vera unità per salvare questa Svizzera e chi ci abita, anche quelli che non costituiscono élite. Nella prefazione al “Rapporto sociale: statistica sulla povertà in Ticino” si cita Nelson Mandela: “Sconfiggere la povertà non è un atto di carità, è un atto di giustizia”. 

Nell’immagine: il venerato eremita Tito Tettamanti, che vive in una catapecchia a Castagnola e mangia solo radici, dispensa generosamente perle di saggezza ai poveri del mondo intero


Un giornalista autentico un cacciatore di rivelazioni una appassionata indipendenza

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

“E’ che ci assomigliamo”, mi sorrideva sornione. Caratteracci entrambi, intendeva. In realtà non ho mai condiviso. Perché per lui di certo quella “stigmate” non valeva. Anche nei momenti più difficili e delicati, e non gli sono stati risparmiati, per Lillo Alaimo, che se ne è andato la notte scorsa, la delusione non era mai sopraffatta dall’arrabbiatura. Era gentile. Ma di quella gentilezza ferma, senza compromessi, che condivideva con un ottimo collega, Erminio Ferrari, un altro che purtroppo abbiamo perso in quest’ultima manciata di anni. 

Avevano lavorato a lungo spalla a spalla, prima e soprattutto all’Eco di Locarno, quindi a La Regione. Se la staranno raccontando, chissà dove. Sicura stima reciproca. Che non significa idee uniformi. Ma confronto leale. Su cosa sia, su cosa debba essere questo nostro lavoro, che entrambi, lui ed Erminio, vivevano con inesauribile passione, primo e insostituibile carburante per chi ci prova davvero e seriamente. Una notizia, quella della sua scomparsa, che per la sua imprevedibilità lascia senza fiato, e anche dire solo due parole non banali o di circostanza rischia di trascinarti in una fredda banalità o in agiografia senza senso e sostanza. 

La sostanza è invece lì, semplice da cogliere, facile da ricordare, e sta nelle innumerevoli tracce che ha lasciato nella nostra professione. Lillo è stato un giornalista autentico. Coraggioso. Non so se amasse l’etichetta di “scoopista”, di chi vuole e riesce a scoprire fatti e circostanze scomode, quindi ha il fegato anche di rischiare, caricarsi di fatiche e ansie, proseguire imperterrito nella ricerca del vero, crearsi eventualmente nemici potenti pur di arrivare a una meta che altri non riuscivano a conquistare, o semplicemente eludevano. Così fece di una “testata di provincia” un giornale autentico, palestra formativa per molti giovani cronisti, che poi trovarono facilmente e con successo altre vie. Tanti scandali scoperchiati, tante inchieste riuscite, e riuscite anche perché alla fine c’era chi si fidava di lui, della sua stoffa, della sua coerenza, della sua equidistanza. A lungo, quasi fino alla fine del suo impegno professionale, in complice sodalizio con il suo direttore Giò Rezzonico. Si lamentava a volte, questo sì, di non essere capito in un Cantone “o troppo litigioso o spesso troppo rassegnato”.

Tutto perfetto e indiscutibile? Naturalmente no. Sono stati numerosi i nostri amichevoli e reciproci dissensi. Più coraggio, mi faceva capire lui; meno titoli gridati e meno grafiche “insanguinate”, gli replicavo. Non sentiva ragioni quando gli si suggeriva prudenza. Voleva sempre avvicinarsi il più possibile a quella “linea rossa” che deve impedire di sfociare nella scorrettezza delle affermazioni non provate, dei fatti raccontati in modo non circostanziato e documentato, dei riscontri confutabili. E’ inevitabilmente corposo anche il numero delle denunce che gli piovvero addosso, delle aule di giustizia frequentate per difendersi sui fatti più clamorosi denunciati, e da cui uscì sempre praticamente assolto. Soprattutto negli anni del Caffé, il domenicale da non perdere, nato, grazie a grande intuito, dopo aver lasciato (forzatamente) la vice-direzione del quotidiano bellinzonese, scaturito a sua volta dalla fusione del trisettimanale di Locarno e del Dovere. 

Non gli interessavano le discussioni e le raffinate analisi politologiche, niente dietrologie, ma editoriali comunque graffianti; soprattutto era un cacciatore di gran fiuto nelle pieghe della cronaca di ogni genere. Lo si sapeva, e perciò spesso veniva contattato. Più di una volta discutemmo se perciò non rischiasse di essere usato, strumentalizzato, di finire in una rete di inganni per un rendiconto altrui. Mai accaduto, rispondeva. Rischio calcolato (mai trappola) per raccogliere l’informazione corretta, la documentazione necessaria, la forza per sottrarsi alle pressioni. E alla fine i fatti non gli davano torto. Non mi sorprese se, invitato al Corso di giornalismo, suscitò grande attenzione e apprezzamenti da parte dei giovani che oggi scelgono un mestiere che fronteggia l’urto di trasformazioni profonde, passaggi epocali, impegni tecnologici innovativi, competizione dei social, leggi più restrittive per la pratica giornalistica, insomma quel grumo di novità e incertezze che possono anche sminuire la percezione di un ruolo fondamentale in una società che si vuole democratica. 

Con dispiacere e amarezza dovette affrontare l’ultimissima pagina del suo lavoro, quando il gruppo del Corriere del Ticino, che aveva incorporato il Caffè (in difficoltà per la crisi economica causata soprattutto dal calo vertiginoso degli inserti   pubblicitari) preferì la chiusura del “settimanale delle inchieste”, suscitando anche perplessità e critiche, per scegliere un altro formato. Uno “strappo” che inizialmente visse malissimo. Ricevette nuove offerte che non svelerò. Disegnò anche, sulla carta, progetti editoriali alternativi in cui coinvolgere ex collaboratori e amici; trovò chi pensava di potersi proporre come editore; ma alla fine tutto svanì. E nell’ultimo biennio lasciò perdere, sorprendendoci con scelte di vita tranquilla e serena, fra Cannobio e la sua Sicilia. Taglio netto. Così come nette e irremovibili furono le sue convinzioni sul mestiere, sul modo e sul dovere di interpretarlo al meglio, mettendo l’indipendenza delle sue convinzioni in cima a tutto.

Con un amichevole abbraccio dei Naufraghi alla moglie e collega Patrizia.


Gobbi, un passo indietro opportuno: ma a quando l’assunzione di responsabilità?

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

Sentimenti contrastanti. Da una parte il sollievo per il passo indietro effettuato dal consigliere di Stato Norman Gobbi; una decisione presa “a malincuore”, che è giunta forse con un po’ di ritardo (meglio fosse stata annunciata subito spontaneamente e non imposto da pressioni esterne, ma tant’è). Del resto, la invocavano un po’ tutti (tranne la Lega, naturalmente) come una decisione che comunque sarebbe servita a rasserenare l’ambiente.

Sarebbe, appunto, visto che, in contemporanea, Tio.ch ha pubblicato un articolo che getta luci ancor più sinistre sull’intera vicenda, soprattutto sulla polizia.

Piccolo riassunto per chi non l’avesse letto: l’auto di Gobbi è stata spostata da un garage di Airolo nel Canton Uri per poi tornare indietro dopo qualche giorno (curioso che i primanostristi nostrani non si fidino delle carrozzerie ticinesi); quella sera il signor Gobbi avrebbe allertato o interpellato anche i piani alti della polizia (non si è capito bene se è poi arrivato a Stalvedro oppure si è mosso solo per telefono); il conducente dell’altra auto coinvolta sarebbe stato lasciato andare in poco tempo mentre Gobbi no (perché?); spunta inoltre una nuova tempistica sui test alcolemici cui il signor Gobbi sarebbe stato sottoposto, con il primo palloncino effettuato non subito ma dopo due ore dall’incidente e il secondo palloncino dopo altre due (totale quattro).

Quello che è grave, e che deve lasciare tutti basiti se non addirittura inorriditi, è che i particolari dell’alcoltest sono stati rivelati da una lettera anonima inviata ai media e al Ministero pubblico, lettera che secondo Tio.ch proverrebbe da personale interno alla polizia. Cose mai viste, per lo meno a memoria nostra.

Difficile capire cosa questo possa significare; parrebbe comunque almeno l’espressione di un malessere interno che non può non essere parecchio diffuso tra le nostre forze dell’ordine, sempre più nell’occhio del ciclone e che non si sentono tutelati dai loro capi, ufficiali comandanti o politici che siano. Un corpo se non allo sbando per lo meno diviso e sotto choc, avendo subìto negli ultimi giorni un danno di immagine che solo mesi se non addirittura anni di intenso e ineccepibile lavoro potranno forse risanare. A chi ne ha e ne avrà la responsabilità politica ed operativa l’arduo compito.

Proprio per questo, pur apprezzandone l’opportunità, a nostro avviso l’on. Gobbi deve capire che il “beau geste” appena compiuto non è più sufficiente: come ha scritto nel suo comunicato stampa, proprio per “lo spirito di servizio e senso dello Stato che mi contraddistinguono, col rispetto che porto nei confronti delle istituzioni e del collegio governativo”, appunto perché è a lui che tocca portare la “responsabilità politica della Polizia”, è giunta l’ora che se l’assuma in toto, pena far diventare il suo comunicato un elenco di vuote parole di circostanza.

Nell’immagine: il Consigliere di Stato Gobbi


Pericolo genocidio per i palestinesi di Gaza

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Di Nello Del Gatto, La Stampa

La Corte di Giustizia dell’Aia ha emesso una nuova ordinanza nei confronti di Israele, richiamando il paese ebraico all’osservanza della prima richiesta di evitare, nella guerra a Gaza, quegli atti che possono configurarsi come genocidari. Il Sudafrica aveva presentato alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia una accusa di genocidio contro Israele per la guerra a Gaza, e la corte si era riunita la prima volta l’11 di gennaio, emettendo la prima ordinanza il 26 dello stesso mese. A seguito di una richiesta del Sudafrica avanzata alla Corte lo scorso 6 marzo, con le risposte israeliane il 15 dello stesso mese, i giudici hanno deciso di intervenire di nuovo, ribadendo quanto già espresso a gennaio. In particolare, la Corte osserva che, dal 26 gennaio, «le catastrofiche condizioni di vita della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza sono ulteriormente peggiorate, soprattutto in considerazione della prolungata situazione e la diffusa privazione di cibo e di altri beni di prima necessità a cui sono soggetti i palestinesi nella Striscia di Gaza» e che «i palestinesi di Gaza non si trovano più ad affrontare solo il rischio di carestia, come osservato nell’ordinanza del 26 gennaio 2024, ma quella carestia sta arrivando».

La corte ha osservato che le misure richieste a gennaio, non hanno contribuito ad alleviare o risolvere la situazione, per cui ha deciso di modificarle. I giudici, così, nella nuova ordinanza chiedono a Israele di adottare tutte le misure necessarie ed efficaci per garantire, quanto prima e cooperando con le Nazioni Unite, «la fornitura senza ostacoli su larga scala dei servizi di base e dell’assistenza umanitaria urgentemente necessari, compresi cibo, acqua, requisiti di elettricità, carburante, alloggio, abbigliamento, igiene e servizi igienico-sanitari, nonché forniture mediche e assistenza medica ai palestinesi in tutta Gaza, anche a cura di aumentare la capacità e il numero dei valichi di frontiera terrestri e mantenerli aperti per tutto il tempo necessario». Il tribunale dell’Aia, richiamandosi a quanto già chiesto a Israele con la ordinanza di gennaio, lo invita a presentare fra un mese un nuovo rapporto sull’attuazione di queste nuove indicazioni. Ieri l’Irlanda ha dichiarato che sarebbe intervenuta nel procedimento per le accuse di genocidio avanzate dal Sudafrica contro Israele.

Annunciando l’iniziativa, il ministro degli Esteri Micheal Martin ha affermato che, sebbene spetti alla Corte mondiale decidere se si stia commettendo un genocidio, ha voluto chiarire che l’attacco di Hamas del 7 ottobre e ciò che sta accadendo a Gaza ora «rappresenta la palese violazione del diritto internazionale umanitario su larga scala». Israele ha sempre respinto le accuse di genocidio, considerate non veritiere da molti alleati, Stati Uniti compresi. Alla Corte, il paese ebraico ha già presentato le prove degli atti che smentiscono a suo dire le accuse.


Cento miliardi di alberi intorno alle nostre città. Così salveremmo la Terra dalla crisi climatica

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Di Stefano Mancuso, La Repubblica

Nel 2023 le temperature globali hanno raggiunto livelli eccezionalmente elevati. Il Copernicus Climate Change Service (C3S) che studia l’andamento del clima per conto della Commissione Europea ha elencato per l’anno trascorso una lunga lista di record negativi, alcuni dei quali è il caso di ricordare: il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato (i dati sulla temperatura globale del pianeta risalgono al 1850), superando con ampio margine (0,17 °C) il 2016; ogni mese da giugno a dicembre nel 2023 è stato più caldo del mese corrispondente di qualsiasi anno precedente; come diretta conseguenza nel 2023 il ghiaccio marino antartico ha raggiunto le sue estensioni minime e in tutto il mondo, Italia ovviamente inclusa, sono stati registrati un numero record di eventi estremi, tra cui ondate di caldo, inondazioni, siccità e incendi. Infine, la concentrazione atmosferica di anidride carbonica e degli altri gas clima alteranti prodotti dalle attività umane che sono alla base dello sconvolgimento del clima, continua ad aumentare e ha raggiunto il livello record di 419 ppm (parti per milione) nel 2023, ben 2,4 ppm in più rispetto al 2022.

Insomma, i dati riportati da Copernicus descrivono un quadro di sostanziale modifica del clima le cui conseguenze sono ormai ben note e interessano ogni singolo abitante di questo pianeta. Che cosa fare per contrastare l’inesorabile riscaldamento del pianeta è, in teoria, semplice: dovremmo ridurre le emissioni di gas clima alteranti, CO2 in testa, e nello stesso tempo, adoperarci per riassorbire dall’atmosfera una buona parte del surplus di CO2 prodotto dall’inizio della rivoluzione industriale.

Sul primo termine, ossia sulla riduzione delle emissioni, verte in gran parte la soluzione finale del problema. Tuttavia, ridurre le emissioni di gas clima alteranti ha profondi impatti sull’economia delle nazioni e richiederà un tempo ancora lungo oltre ad un impegno globale per ora difficile da prevedere, prima che si riescano ad ottenere risultati apprezzabili. Il secondo termine: riassorbire una buona percentuale della CO2 presente nell’atmosfera, al contrario, non presenta alcuna difficoltà tecnica né minaccia per le economie del pianeta. Tutt’altro: il sistema ad oggi di gran lunga più efficiente per riassorbire CO2 dall’atmosfera è, infatti, l’utilizzo degli alberi.

Tanti alberi, in verità: al G20 di Roma del 2021, presieduto da Mario Draghi, è stata accettata la proposta di piantare mille miliardi di alberi come una delle strategie fondamentali per combattere la crisi climatica. Piantare mille miliardi di alberi pone come è ovvio alcuni problemi, primo fra tutti trovare il posto dove metterli. Sulla possibilità di ospitarne una quota significativa immediatamente intorno alle nostre città sono stati pubblicati ieri su Nature Cities, i risultati di una ricerca coordinata dalla Fondazione per il Futuro delle Città, che dirigo, in collaborazione con l’università di Firenze e l’università Ca’ Foscari di Venezia. L’articolo intitolato Global Spatial Assessment of potential for new peri-urban forests to combat climate change, stima che sull’intero pianeta sono potenzialmente disponibili per la piantagione di alberi in aree periurbane, fra 141 e 322 milioni di ettari. Costruendo una mappa globale delle aree periurbane adatte al ripristino degli alberi si scopre che queste aree potrebbero accogliere tra 106 e 241 miliardi di alberi e che quasi l’80% di questi alberi potrebbe essere ospitato in soli 20 Paesi. Si tratta di un’ottima notizia. Piantare alberi intorno alle città, infatti, oltre che assorbire una significativa quantità di CO2 proprio lì dove è prodotta (le città producono circa il 75% della CO2 totale), porterebbe un’ampia gamma di effetti benefici per l’ambiente e per i cittadini. Tra questi: la conservazione e il ripristino della biodiversità, il miglioramento della qualità dell’aria attraverso l’assorbimento di inquinanti atmosferici dannosi per la salute umana, la riduzione delle isole di calore, una migliore regolazione delle inondazioni, la formazione di suolo.

La forestazione periurbana quando attuata in maniera corretta, inoltre, permetterebbe rilevanti risparmi in termini di costi energetici e creerebbe posti di lavoro. Se soltanto decidessimo di investire una frazione irrilevante delle risorse impiegate giornalmente nel perseguimento del male, per il ripristino e l’incremento deciso delle foreste intono alle nostre città, queste potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella lotta contro il riscaldamento globale. Intanto, le mappe che abbiamo costruito e che sono state pubblicate ieri sono uno strumento prezioso per prendere le decisioni più informate su dove concentrare gli sforzi di riforestazione. Ora non c’è che iniziare a piantare gli alberi

Nell’immagine: il “bosco verticale” di Milano. Beh, chi ben comincia… 


I paradossi dell’Onu: all’Arabia Saudita la presidenza della commissione sull’eguaglianza fra i sessi

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Di Enrico Franceschini, La Repubblica

L’Arabia Saudita ha ottenuto senza alcuna opposizione la presidenza della commissione dell’Onu incaricata di promuovere l’eguaglianza tra i sessi e per rafforzare i diritti delle donne nel mondo, nonostante le sue leggi fortemente discriminanti in materia, le violazioni dei diritti umani e la repressione nei confronti del genere femminile. Una decisione “terribile”, commenta Amnesty International.

L’iniziativa è stata presa per acclamazione dai 45 Paesi membri della Commission on the Status of Women (Csw), l’organismo delle Nazioni Unite che nel 2025 avrà un ruolo chiave nelle celebrazioni del trentennale della Dichiarazione di Pechino, documento che segnò una svolta nel progresso dei diritti delle donne a livello internazionale. Come presidente della commissione è stato così eletto Abdulaziz Alwasil, l’ambasciatore saudita all’Onu.

“I precedenti dell’Arabia Saudita nell’ambito dei diritti delle donne sono terribili, ben lontani dagli obiettivi della commissione”, protesta Sherine Tadros, direttrice dell’ufficio di New York di Amnesty International, citando alcune delle leggi in vigore a Riad: in base alle quali una donna deve ricevere il permesso del padre o del maschio di casa per sposarsi, la moglie deve obbedire al marito “in maniera ragionevole”, il marito può negare alla moglie sostegno finanziario se viene disobbedito, così come può negarlo se la moglie rifiuta di fare sesso, non vuole più vivere con lui o rifiuta di viaggiare insieme, senza fornire “una giustificazione legittima”.

Interpellati dal Guardian, funzionari dell’ambasciata saudita al palazzo di vetro sottolineano che una nuova legge sullo “status femminile”, passata nel 2022, dimostra i progressi compiuti da Riad nel campo dei diritti dalle donne, come parte delle riforme modernizzatrici portate avanti da Mohammed bin Salman, principe ereditario e leader de facto del regno che si estende fra il mar Rosso e il Golfo Persico. La legge che permette alle donne di guidare l’automobile, anch’essa sostenuta dal principe ereditario, risale al 2018. Ma le attiviste saudite che in passato hanno lottato per conquistare un tale elementare diritto sono ancora in carcere.

“L’elezione dell’Arabia Saudita alla presidenza di una commissione dell’Onu per i diritti delle donne rivela una scioccante indifferenza per i diritti delle donne”, osserva Louis Charbonneau, direttore dell’organizzazione umanitaria Human Rights Watch. “Un Paese che imprigiona le donne semplicemente perché si battono per i propri diritti non può rappresentare la più importante commissione dell’Onu per i diritti delle donne e per l’eguaglianza di genere”.

Non è chiaro se il voto per acclamazione sia passato per distrazione o per pressioni del governo di Riad sugli altri membri della commissione, allo scopo di ottenere un incarico che avvalora l’immagine riformatrice del leader saudita e progressi nel campo dei diritti delle donne. Molti dei Paesi membri della commissione appartengono all’Estremo Oriente, ma fra di essi ci sono anche Paesi con un rispetto ben maggiore dei diritti delle donne, come Olanda, Svizzera, Giappone e Portogallo.

“Se le autorità saudite vogliono dimostrare che questo incarico non è del tutto immeritato”, prosegue il direttore di Human Rights Watch, “dovrebbero liberare immediatamente tutte le donne incarcerate per avere difeso i diritti delle donne, mettere fine al predominio legale maschile nelle famiglie e garantire piena eguaglianza tra i sessi”.


Sergio Rossi – Tolgo il camice e scappo

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Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Infondati sospetti

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