Amleto-Biden ha deciso: strappo storico con Israele

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Mai uno strappo così lungo e profondo. Dalla crisi di Suez del 1956 (quando Eisenhower ordinò a Tel Aviv di fermarsi nella spedizione franco-britannica su Suez e contro Nasser) alle sciabolate politiche contro Obama presidente (con il già allora premier Netanyahu che snobbava la Casa Bianca ma era ospite dei leader repubblicani): mai i rapporti fra Stati Uniti e Israele avevano conosciuto le scintille di una simile frizione. Provocate dalla storica astensione americana al Consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha dato luce verde alla risoluzione per il primo cessate il fuoco (non una tregua, di più) nella tragedia di Gaza. In cambio della simultanea liberazione degli ostaggi ebrei. In realtà risoluzione da chiarire per le ipotesi operative, non proprio scontate. E che ha subito provocato la risposta negativa di “Bibi”. Comunque, decisione di Biden. Fin troppo a lungo meditata dall’inquilino della Casa Bianca. Troppo, considerata la dimensione e l’escalation della rappresaglia israeliana al feroce attacco di Hamas (7 ottobre). Cinque mesi di “vendetta”, e trentamila civili palestinesi uccisi, molti i bambini, oltre agli innumerevoli feriti, alle macerie del 50 per cento delle abitazioni, all’esodo biblico verso Sud di oltre un milione di persone in cerca di salvezza, a nuovi miserevoli campi di raccolta schiacciati sulla frontiera egiziana o sulla sabbia della lunga costa marittima, alla mancanza programmata di cibo e medicine fatti passare col contagocce (fame strumento di guerra) per una popolazione denutrita e stremata, a una situazione umanitaria disastrosa e sempre più insostenibile. Che il ‘decisivo’ attacco a Rafah (“andremo avanti”, ribadisce Israele) non farebbe che aggravare.

Non più o solo legittima risposta, diritto alla difesa. Ma brutale accanimento. Punizione collettiva mai vista nei 75 anni di conflitto israelo-palestinese. Che ha re-infiammato l’antisemitismo, isolato come mai lo Stato ebraico dal sentimento popolare occidentale, e reso incomprensibile e inaccettabile la titubanza del ‘grande alleato’, così generoso in termini di supporto e aiuti militari (solo nei primi due mesi e mezzo, 15.000 bombe e 57.000 pezzi di artiglieria consegnati a Tsahal). E il tollerante fronte di supporter euro-atlantici di Israele sempre più (ma silenziosamente) scettico sulle insufficienti e del resto inascoltate pressioni dell’Amleto statunitense. Che, da un moto di rabbia all’altro nei confronti di uno storico alleato non solo caparbio ma sfidante, ha infine deciso: non una rottura totale, che non vuole e non può permettersi, ma quantomeno un atto deciso e lacerante di discontinuità.

Biden non poteva più attendere. Anche, se non soprattutto, per motivi politici più generali: nell’anno della difficile ricandidatura a presidente, l’impopolarità accresciuta fra i votanti più giovani e gli elettori di religione musulmana (astenutisi in massa nel test delle primarie in Michigan); la scelta quindi di non assecondare soltanto la comunità ebraica statunitense; la speranza che una parte di essa abbia comunque apprezzato la sua pazienza nei confronti di un Netanyahu controverso anche fra gli ebrei progressisti americani. E ancora: la necessità di non perpetuare un’immagine di leader insicuro, contraddittorio e debole (sindrome di Kabul); il bisogno di togliere argomenti a Iran, Hezbollah, Siria e altre comunità sciite sul piede di guerra (Houthi yemeniti compresi); l’occasione offerta dalle prime vistose incrinature nel ‘gabinetto di guerra’ e nel governo di “semi-unità nazionale” a Gerusalemme; il peso economico crescente della mobilitazione sull’economia israeliana; il disegno di togliere fiato alla strategia internazionale di Mosca e Pechino, che vogliono pilotare in base ai loro interessi quel “Sud globale” chiamato a partecipare al contrasto nei confronti dell’Occidente “malato”, nella loro visione, di arrogante unilateralismo e di democrazia impotente.

Molte dunque le molle della virata statunitense. Che punta con tutta evidenza non solo a mettere nell’angolo il governo di destra nazional-messianico (che oltretutto moltiplica le colonie in Cisgiordania, e i cui esponenti più oltranzisti non nascondono la volontà di espulsione in massa dei palestinesi in una sorta di pulizia etnica), ma possibilmente alle dimissioni di “Bibi” per mano degli stessi israeliani, certo combattuti fra orgoglio nazionale e timori per il forte allentamento dei legami con il protettore americano.

È anche una corsa contro il tempo. C’è infatti il rivale Donald Trump che trova, nel quadro medio-orientale in fiamme, altri spunti polemici. “La colpa di quanto accade è di Biden, e Israele deve portare a termine il lavoro”, ha proclamato 24 ore fa il tycoon, trovando il tempo durante la sua affannosa ricerca delle decine di milioni di dollari che deve mettere sul tavolo per le prime condanne dei giudici amministrativi. Quindi, altro ostacolo fra i tanti: il tentativo del premier israeliano di tirarla il più a lungo possibile. Nella speranza di ritrovare a novembre l’amico tycoon alla Casa Bianca. Il Donald Trump che durante la sua presidenza aveva sostanzialmente dato carta bianca a Netanyahu. E che sarebbe pronto a riconsegnare in caso di vittoria a novembre. Ulteriore miccia nei rapporti fra i due attuali interlocutori, l’israeliano e lo statunitense, che si detestano. Non più amichevolmente. Bensì irrimediabilmente.


Un doppio segnale a Bibi e Putin

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Di Giordano Stabile, La Stampa

Con l’Isis che rischia di aprire un terzo fronte sullo scacchiere mondiale, dopo quello in Ucraina e a Gaza, e ancora più insidioso perché non delimitato a una precisa area geografica, gli Stati Uniti provano a gettare acqua sull’incendio in Medio Oriente. La decisione di non porre il veto alla risoluzione che chiede il cessate il fuoco nella Striscia è il segnale più forte finora lanciato dalla Casa Bianca a Benjamin Netanyahu. I moniti, le sanzioni agli estremisti negli insediamenti, il pressing continuo del segretario Antony Blinken erano restati nell’ambito della postura morale. L’azione delle Nazioni Unite, accoppiata al procedimento in corso all’Aja, pone invece una seria pressione sulle forze armate israeliane. Continuare le operazioni come se nulla fosse, per non dire andare all’assalto a quell’enorme campo profughi che è diventata Rafah, vuol dire esporsi a ulteriori accuse di violazione del diritto internazionale. La durissima reazione del premier israeliano è il segno che Joe Biden lo ha toccato sul vivo.

L’accelerazione statunitense era nell’aria. Il massacro di Mosca l’ha resa ancora più urgente. È indubbio che Vladimir Putin si appresta a sfruttare l’effetto 11 settembre, ovvero 7 ottobre, anche se in maniera distorta. È pronto a “togliersi i guanti” negli attacchi sulle città ucraine, dopo aver accusato Kiev di essere in qualche modo responsabile dell’attentato al Crocus City Hall. E affila anche le armi della retorica per giustificare le stragi di civili che ne potrebbero conseguire. Se Israele ha potuto radere al suolo le città della Striscia per dare la caccia ai responsabili degli orrori nei kibbutz, allora lui ha il diritto di usare missili e bombe più potenti, come le nuove Fab 3000, da tre tonnellate, in grado di sbriciolare un grosso condominio compresi gli eventuali rifugi sotterranei. È necessario smontare subito il parallelo, smascherare le false accuse ai servizi ucraini, ma anche frenare, e in maniera decisa, l’offensiva israeliana su Gaza.

Va scongiurato a ogni costo l’assalto a Rafah, che Netanyahu ribadisce ogni giorno di voler lanciare e che potrebbe davvero subito dopo la fine del Ramadan, fra poco più di una settimana. Il risveglio dell’Isis suona la campanella anche per l’Europa. Finora il gruppo jihadista più sanguinario ha cavalcato poco la questione palestinese. Vede come i principali nemici l’Iran e la Russia, che hanno distrutto il Califfato in Siria e Iraq, e i rivali Taleban, che hanno preso il potere in Afghanistan e si sono alleati con Mosca e Pechino. La tregua nei confronti dell’Occidente potrebbe però finire presto.

L’opinione pubblica araba e musulmana ha gli occhi puntati su Gaza, non su Kabul. La propaganda sciita accusa lo stesso Isis di essere una pedina manovrata dalla Cia e dal Mossad che «non attacca mai Israele» ma solo obiettivi iraniani e russi. Per rimanere credibili come “credenti che difendono l’islam” gli eredi del califfo Abu Bakr al-Baghdadi sentono la necessità di colpire anche i “crociati”. Disinnescare la carneficina a Gaza significa disinnescare anche la bomba jihadista.


Lugano “capitale della cultura”

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Siamo in piena campagna elettorale per le comunali; è il momento in cui i politici, i candidati si dannano l’anima alla ricerca di slogan altisonanti, che li mostrino “originali” e “creativi”, ma anche “concreti” a sempre “in ascolto della gente”. Ogni quattro anni assistiamo al delirio di onnipotenza di molti candidati, ma soprattutto a promesse che, si sa, non verranno mantenute. Per colpa degli altri, di qualcun altro, naturalmente.
La politica si mostra nella sua veste “à la carte”, pronta per ogni esigenza, con figure dei più diversi schieramenti accomunati da un’attitudine proattiva e da doti straordinarie che permetteranno certamente di realizzare sogni o necessità già domani, massimo dopodomani. 

Poi, regolarmente, noi cittadini, elettori, scopriamo che in verità, a seggi attribuiti, a carriere politiche consolidate, sorgono sempre varie impreviste difficoltà, i tempi si allungano inesorabilmente, fra rinvii, revisioni, ricorsi, incidenti e accidenti cui segue, se del caso, un compendio di scuse e giustificazioni, quando va bene: altrimenti si va avanti comunque, dimenticando le promesse fatte come se nulla fosse.

Sarebbe interessante confrontare i vari progetti sbandierati ai quattro venti in campagna elettorale negli ultimi vent’anni per vedere quali sono giunti a buon fine e quanti fossero campati in aria, semplicemente promozionali e ad effetto. Proviamo ad esempio a focalizzarci su quelli annunciati nel campo della cultura e dei riscontri oggettivi che ne sono seguiti negli ultimi anni a Lugano.

Proprio in questi giorni si è saputo che la città che ama definirsi, fra le varie cose (e non senza enfasi),“capitale della cultura” (oltre che, naturalmente, dell’innovazione, del bitcoin e già che ci siamo anche della movida) ha lasciato partire una bella e ricca serie di collezioni artistiche ( se ne è parlato in questa sede con un opportuno intervento di Aurelio Sargenti). Allo stesso tempo, alcuni candidati liberali lanciano un’iniziativa volta a favorire fiscalmente l’attività di “benemerite” fondazioni culturali private, quelle che ingenerano sicuro indotto promuovendo iniziative di ogni genere (anche rispettabilissime, ovviamente). A proposito, chissà quale sarà l’indotto dell’attività della Fondazione Bally a Villa Heleneum?

Ma c’è qualcuno che sia capace di parlare, una volta, di un progetto “complessivo”, di un’idea di promozione della cultura a Lugano che consideri tutti i suoi diversi aspetti, la variegata natura dell’offerta, la diversità di chi la propone e di chi ne fruisce, in un quadro generale?

E qui arriviamo alla questione dell’offerta culturale “dal basso”, che pure dovrebbe entrare in considerazione (non solo per eventuali benefici fiscali) come espressione della necessità di dar spazio (e spazi) a realtà composite che da tempo chiedono semplicemente “accesso” ed un minimo di sostegno.

Intervenendo alla conferenza stampa di presentazione da parte dell’Associazione Idra della “Carta della Gerra”, lo scorso mese di febbraio, un noto politico luganese nonché vice sindaco, prendendo la parola non ha esitato ad usare, in merito, termini fortemente elogiativi, specie riferendosi all’esperienza della “Straordinaria”, (La Tour Vagabonde, per intenderci): pareva essere un discorso fatto da chi quell’esperienza l’aveva sempre voluta e promossa, sembrava che la Città ne fosse, implicitamente, artefice. Sappiamo tutti molto bene che non è così, che Lugano è sempre stata restìa a concedere spazi e attenzioni ad iniziative non istituzionali, e sappiamo altrettanto bene che il merito del successo dell’operazione “La Straordinaria”, con quel che ne è seguito a livello di dibattito, è dell’Associazione Idra, che ha raccolto l’adesione di 707 gruppi, collettivi, singoli operatori culturali per richiamare l’attenzione sull’importanza e la portata di questo specifico ambito. 

La capacità di appropriarsi dei meriti altrui è una nota caratteristica dei politici di lungo corso. Ma se ci fossero stati, in questo contesto, dei meriti reali e concreti, non è che avremmo visto qualche vero cambiamento? O perlomeno un progetto chiaro per strutturare, quindi dare spazi e offrire gli strumenti per la crescita della scena culturale alternativa alla polarizzante programmazione del LAC?

In tempi recenti, uno slogan trainante per il municipio, era la Lugano dei poli. Polo sportivo, Polo degli eventi ecc. Ora, apprendiamo dal sindaco uscente che la città ha una nuova vocazione. Lugano capitale della cultura! Evidentemente i poli non bastavano più. 

La megalomania è una “brutta bestia”, un’attitudine fin troppo presente tra i politici. La concretezza e l’umiltà sono invece per lo più assenti.

Concretezza che tocchiamo con mano grazie, appunto, alla “Carta della Gerra”, un lavoro pragmatico di presentazione delle realtà culturali e artistiche presenti sul territorio che da anni cercano spazi per progettare, sperimentare e presentare i loro lavori. Allora c’è da chiedersi perché fino ad ora nessun politico luganese abbia avuto l’illuminante idea di rispolverare il progetto Matrix (il Polo Culturale immaginato e progettato nel 2020) e di riproporlo con nuovi contenuti magari proprio per rispondere ai bisogni che l’Associazione Idra e gli oltre 700 firmatari hanno sottoscritto.

È vero anche che il comparto dell’ex macello è bloccato da un’inchiesta giudiziaria (e sappiamo bene perché), ma nulla impedisce di mettere su carta dei contenuti nuovi alla luce delle rivendicazioni recenti. Il progetto Matrix prevede degli spazi di coworking che possono essere trasformati e adattati. Rivedere in parte il concetto (invero raffazzonato e riempito di tutto e di più) per dar vita ad un centro culturale di progettazione, sperimentazione e di offerta in sale adeguate, permetterebbe anche alla popolazione di trovare un punto di riferimento interessante e complementare rispetto all’offerta classica, un po’ ingessata e, diciamolo pure, non alla portata di tutti sia per interesse della programmazione sia per i suoi costi.

Certo, se pensiamo esplicitamente al progetto Matrix e all’area in questione, non possiamo dimenticare, come detto, che rimane in totale stallo la situazione relativa alla contrapposizione tra città e autogestione. Soluzioni se ne potevano trovare, ma le parti si sono irrigidite con azioni inconcludenti: chissà mai che una complessiva rivalutazione del comparto in chiave di “cultura dal basso” non possa diventare anche uno strumento di riavvicinamento con l’autogestione politica. È vero anche che c’è un terzo attore in ballo, e di un certo peso: l’Università. La richiesta di occupare quegli spazi è nota, molti vorrebbero metterci le mani, ma l’interesse pubblico dovrebbe avere la precedenza, sempre che ci siano politici a difenderlo.

Nell’immagine: propaganda elettorale della Lega luganese (“Lugano è la capitale della movida – Qui i locali non chiudono presto come a ‘Belli’…”)


Guerra all’ambiente e guerra militare: il grande business

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Nuovo, ennesimo allarme rosso per il clima. Lo ha lanciato  l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Il 2023 è stato infatti l’anno più caldo mai registrato al mondo da 174 anni a questa parte, cioè da quando ci sono rilevazioni scientifiche in materia.  E la temperatura media è salita di 1,45 gradi centigradi sopra i livelli pre-industriali.

E nuovo, ennesimo grido d’allarme del Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, per il quale “la Terra è sull’orlo del collasso e sta lanciando una chiamata di soccorso”. Sottintendendo: siamo capaci di ascoltarla questa chiamata di soccorso, siamo capaci di raccoglierla e di cominciare ad agire? 

Già, perché la Terra non è una miniera da sfruttare come crediamo da tre secoli a questa parte, cioè dall’inizio della rivoluzione industriale, con le premesse nel colonialismo e in Cartesio e Bacone, ma un essere vivente che vive con noi e che ci permette di vivere, purché noi si cerchi un equilibrio tra agire degli uomini e biosfera. 

Guterres ha pure sottolineato che “l’inquinamento da combustibili fossili sta creando un caos climatico fuori scala” ed ha avvertito che “i cambiamenti stanno accelerando”. È evidente che vi sia una strettissima relazione di causa-effetto tra sviluppo crescente del capitalismo e del sistema industriale di produzione e di consumo e crisi climatica e ambientale. Bastano pochi dati storici per confermarlo: nel mondo vi erano, nel 1937, 2,3 miliardi di persone, con la CO2 nell’atmosfera a 280 parti per milione e gli spazi di natura incontaminata erano il 66% del totale; nel 1997 la popolazione mondiale era salita a 5,9 miliardi di persone (più che raddoppiata in sessant’anni!), con la CO2 salita a 360 parti per milione e la natura incontaminata scesa al 46%; mentre nel 2022 la popolazione mondiale è arrivata a 8 miliardi di persone, la CO2 nell’atmosfera a 417 parti per milione e la natura incontaminata si era ridotta ulteriormente al 35%. E – dicono le previsioni – saremo circa dieci miliardi alla fine del secolo: un dato che coloro che parlano di inverno demografico e vorrebbero che si tornasse a produrre bambini (pensando cioè nazionalisticamente invece che globalmente, come la Terra ci impone), dovrebbero meditare seriamente. 

Last but non least, al fenomeno antico dei gas serra, nel 2023 si è aggiunto anche El Niño, il riscaldamento periodico del Pacifico centro-meridionale e orientale. Che certo non aiuta, anzi. E in Svizzera negli ultimi due anni i ghiacciai hanno perso circa il 10% del loro volume e nel Nord-America il 9%. L’aumento degli eventi estremi legati al clima – inondazioni, cicloni tropicali, ondate di calore, siccità e incendi – sta aggravando l’insicurezza alimentare, favorendo le migrazioni e gli impatti sulle popolazioni vulnerabili. Ma invece di intervenire contro il riscaldamento climatico e la crisi ambientale – modificando radicalmente il sistema imposto dal capitale e dalla tecnica – gli uomini cosa riscoprono? La guerra. E dopo quelle in Ucraina e Medio Oriente – per non citare gli altri focolai di guerra nel mondo e che producono quella che Francesco ha chiamato la Terza guerra mondiale a pezzi (pezzi di guerra sparsi per il mondo…) – ecco l’Europa ritrovarsi guerrafondaia (da Macron a Ursula von der Leyen, che tanto sognava di guidare la Nato) e complici gli agricoltori coi loro trattori e i tanti sovranismi che la corrodono mette di fatto in parentesi il Green New Deal – che la Bce, senza pudore, sostiene che “riduce la competitività” dell’economia europea – e riscopre invece che l’industria bellica è molto meglio, in termini di business e di profitti soprattutto a breve termine, rispetto alla lenta e incerta transizione ecologica e alle energie rinnovabili. 

E allora – e ancora una volta – torniamo alle riflessioni di Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780-1831), generale prussiano, scrittore e teorico militare (il suo Della guerra è stato pubblicato, postumo e incompleto nel 1832), famoso e citatissimo soprattutto per la sua frase: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione appunto con altri mezzi”. E ancora: “La guerra non è mai un atto isolato”; e “La guerra non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l’opera di un istante”. 

Principi perfettamente applicabili anche alla crisi ucraina e alla invasione russa, ad Hamas e a Israele, a tutte le guerre nascoste ma che sono in corso per accaparrarsi il litio e le altre materie prime necessarie al digitale e alla digitalizzazione della vita e del lavoro; ma nascosta è anche la guerra che la Silicon Valley ha dichiarato contro la nostra privacy e quindi contro la nostra libertà e la nostra soggettività, nascosta è la guerra degli Usa contro Assange speculare a quella di Putin contro Navalny (stesso reato: la libertà di pensiero e di informazione).

Partendo ancora da Clausewitz potremmo / dovremmo aggiungere e dire – rovesciandone il principio – che anche la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi; e che la politica è ridotta a essere sempre e solo guerra; come guerra è la concorrenza/competizione economica di tutti contro tutti, come nello stato di natura secondo Hobbes prima del contratto sociale – contratto sociale che ogni guerra poi tende a distruggere per potersi dispiegare meglio come barbarie di tutti contro tutti. 

Ma usando Clausewitz potremmo / dovremmo soprattutto riconoscere che la guerra alla biosfera e quindi alla vita della Terra e quindi alla vita umana – con noi come forza-lavoro e come consumatori colpevoli tanto quanto il capitale che ci governa, ci coglie incapaci di opporci a questa assurda logica, incapaci di diventare pacifisti esistenzialisti / ambientalisti  nel nostro rapporto non solo con gli altri uomini, ma soprattutto con la Terra come essere vivente: questa guerra alla biosfera è la normalità del capitalismo e della sua logica irrazionale ed ecocida. Perché certo la guerra è nella natura umana, ma il tecno-capitale la valorizza in termini di profitto per sé e la moltiplica per moltiplicare il suo plusvalore (e scriveva la filosofa Simone Weil quasi cento anni fa: “così come il potere militare moltiplica le guerre, così il potere commerciale moltiplica gli scambi”), attraverso quello che si chiamava complesso militare-industriale. 

E quindi la guerra guerreggiata a pezzi di oggi si somma alla tri-secolare guerra del capitalismo alla Terra (e agli uomini, sfruttati come la Terra, anch’essi visti solo come miniera da valorizzare per i profitti del tecno-capitale che a nulla di meglio che a una guerra militare anche non nascosta (come in Ucraina, e tra Israele e Palestina) aspira e approda per fare nuovo business a breve e facilmente (le spese militari sono raddoppiate tra il 2000 e il 2021 e nel 2022 sono aumentate ancora, arrivando a 2.240 miliardi di dollari – il livello più alto mai registrato).

Così si continua pure con le fonti fossili, facendoci dimenticare la crisi climatica (la nostra incessante guerra alla Terra), perché, evidentemente e tragicamente, chi mai ha voglia di ascoltare il grido della Terra e di Guterres quando ci sono le grida dei morti di ogni giorno in ogni guerra, le grida dei bambini di Gaza (che in realtà, anch’esse, finiscono per rimanere inascoltate)? Sì, c’è una pericolosa voglia di guerra, oggi, anche in Europa. Attivata e sostenuta dal capitale. Quale occasione migliore, infatti – per nascondere oggi la crisi climatica – che promuovere una escalation con la Russia, con la Cina e continuare ad accrescere i profitti?

Tutte le guerre, quelle militari da riscoprire dopo un troppo lungo periodo di pace (almeno in Europa) e la continuazione senza ostacoli ambientalistici di quella alla Terra, sono infatti nell’essenza del capitale (se appunto possono essere valorizzate in senso capitalistico), cioè sono uno dei mezzi per garantire al sistema la propria riproducibilità. Ovvero, parafrasando ancora von Clausewitz, per la continuazione del capitalismo in altri modi.


La minaccia universale del male

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Come se si muovesse fuori dal tempo, ignorando la realpolitik occidentale del calendario gregoriano e il consenso dispotico dell’era putiniana giunta al suo venticinquesimo anno, la Jihad islamista è uscita dall’ombra in cui ci illudevamo di averla confinata per portare il terrore e la morte nel cuore della Russia, in una notte giovane di musica e di festa. Mancava solo il terrorismo: adesso tutti gli spettri del caos sono allineati nello scenario dell’ultima guerra in Europa, ultima in ordine di tempo ma anche in ordine di distruzione, visto che è ormai saltato l’interdetto universale che per decenni ci aveva impedito di traslocare gli arsenali nucleari dalla deterrenza al possibile utilizzo tattico della loro potenza. Non ci sono più filtri, istituzioni di garanzia, strumenti condivisi e accettati di regolazione dei conflitti. Siamo esposti di fronte al male, senza averne più una nozione comune, morale, politica o culturale: ognuno giudica per sé, misurando le sue paure e le sue reazioni, senza più la possibilità di una difesa comune. Solo il male nella sua minaccia resta universale.

Putin due anni fa aveva dato inizio a questo ridisegno del mondo, scegliendo il ruolo di invasore per restituire alla Russia la cornice imperiale di sudditanza perduta con il dissolvimento dell’Unione Sovietica. Oggi l’assalto con le mitragliatrici alla periferia di Mosca dimostra che l’ aggressore può anche essere aggredito e ha dei punti di vulnerabilità, soprattutto quando tutta l’energia politica, militare, sociale del Paese è concentrata sul fronte ucraino e la gerarchia della sicurezza nazionale diventa scalabile dall’interno con il terrorismo. La storia del putinismo fatto regime dimostra che il presidente sa sfruttare politicamente gli attentati scatenando ogni volta un durissimo contrattacco di repressione, capace di rispondere a quel bisogno-dovere di protezione che in Russia lega da sempre il suddito al sovrano, come certifica l’inno imperiale: “O Dio, proteggi lo Zar/ forte e maestoso/ che regna per la nostra gloria/ sul nemico atterrito”. Vedremo molto presto come Putin imposterà la sceneggiatura di reazione. Per ora si intravvede un tentativo di cercare responsabilità almeno logistiche, di copertura, in Ucraina, col rischio di sottovalutare l’evidenza della rivendicazione jihadista. In realtà i 133 morti di Mosca pesano politicamente al punto da squilibrare il quadro internazionale che aveva disegnato il leader del Cremlino.

Nella sua ambizione di scardinare il sistema mondiale che aveva sigillato il Novecento, sostituendolo con un nuovo ordine geopolitico, Putin era mosso da un’esigenza quasi messianica: rifiutare la sentenza del secolo in base alla quale la Russia aveva perso la guerra fredda (come dimostrava l’ammainabandiera dell’Urss sulla cupola del Cremlino e lo scioglimento dell’impero nei Paesi satelliti) negandone di conseguenza gli effetti sulle mappe europee. Solo così, partendo da questa ribellione alla storia, il Cremlino poteva mantenere vivo e intatto il deposito spirituale di una missione universale per la Russia, alfiere e testimone di un’altra modernità contraria alla globalizzazione, alla società aperta e ai principi liberali, in difesa della tradizione, della vera fede e della conservazione dei valori, in un mondo multipolare. Il prezzo da pagare per Putin era quello di uscire dal concerto naturale dei leader delle grandi potenze, rinunciando ad un rango ridimensionato ma riconosciuto e accettato universalmente, che garantiva comunque un ruolo di primo piano al presidente della Russia. Putin ha scommesso sulla convenienza di un appello a tutti i nemici dell’Occidente, agli avversari della democrazia, alle ambiguità delle democrature e alle tentazioni dei leader neo-autoritari, offrendo a tutti un manifesto e una bandiera: l’anti-democrazia, nella convinzione che il liberalismo sia ormai nella parabola finale di discesa e stia per sfociare nel nichilismo, esito inevitabile dell’Occidente. Qui Putin ha incontrato la frustrazione del suo popolo, a cui l’Occidente dopo la caduta dell’Urss ha negato la dimensione imperiale, credendo che fosse estinta con la fine del sovietismo: e questo spiega in parte il consenso popolare del leader.

La concezione di sé come impero, infatti, nella Russia non era un sottoprodotto del leninismo: quando la famiglia Romanov è stata massacrata a Ekaterinburg dai bolscevichi, quella dinastia regnava sulle Russie da 300 anni. Putin non insegue il comunismo smarrito, ma l’impero perduto. Per recuperarlo nel mondo nuovo disegnato dai vincitori della guerra fredda deve riscrivere la storia, e manipolare la geografia. Prova a spostare i punti cardinali del nuovo secolo: si separa dall’Ovest abbandonandolo alla deriva nell’Atlantico, e denunciando l’Europa vassalla degli Usa. Ingigantisce il concetto di Est inventando la creatura geo-strategica dell’Eurasia, un continente da unificare, il cui centro è la Russia nuovamente egemone dello spazio ex sovietico, e soprattutto pronta a trasformarlo in soggetto politico. Con questa operazione, Putin cancella Pietro il Grande che fondando San Pietroburgo aprì alla Russia una finestra sull’Europa e sposta l’Est più a Oriente nell’alleanza con la Cina: facendo di Mosca nuovamente la capitale di un impero bifronte, e principalmente il ponte indispensabile tra Est e Ovest. Resta il Sud, cui Putin ha già dato una dignità politica complessiva unificandolo nella figura del “Sud globale”, invitato dal Cremlino a entrare nelle fratture aperte nel vecchio ordine del mondo per scalarne le gerarchie, con Mosca come lord protettore.

Soltanto che il mondo non si lascia disegnare a piacere, e un attentato jihadista rivela le linee di fuga del progetto imperiale di “rivoluzione conservatrice”, come la chiama il filosofo Aleksandr Dughin. La trasversalità orizzontale della minaccia terroristica attacca insieme le democrazie e il neo-autoritarismo Granderusso, l’Est e l’Ovest, mentre la sfida del Cremlino all’Occidente rende oggi impossibile una coalizione organizzata contro l’Isis, lasciando Putin solo a fare i conti domestici con l’ incoerenza del dialogo ravvicinato con Hamas e con l’Iran, come se il terrorismo concedesse eccezioni. E i conti in casa sono complicati dalla presenza in Russia di venti milioni di musulmani cui Mosca propone un patto di inclusione patriottica rifacendosi a Caterina II, ma riconoscendo il pericolo della predicazione costante e dell’ infiltrazione clandestina dei testimoni di un islamismo radicale combattivo, di ceppo indigeno ibridato dall’Isis.

Cosa dobbiamo aspettarci? Nel caos ci si può orientare solo a patto di mantenere viva la scintilla di una civiltà comune: altrimenti ognuno è vittima di un suo nemico, non riconosciuto dagli altri come tale. Forse è tardi, e quella scintilla è perduta. Ma se è così, Putin proprio oggi sentirà l’eco delle parole di Khomeini a Gorbaciov, nel gennaio 1989: “È chiaro come il cristallo che l’Islam erediterà le Russie”.

Nell’immagine : miliziani dell’ISIS-K


La Russia profonda rovina i sogni dello Zar

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«Se sei un tagiko cancello la prenotazione»: messaggini di questo tono stanno piovendo a decine nelle app dei taxi di Mosca e di altre città russe, con i clienti che preferiscono rinunciare alla corsa piuttosto che sedersi accanto a un immigrato. La propaganda continua a ripetere il mantra della “traccia ucraina” nella più terribile strage terroristica mai vissuta dalla capitale russa, ma i moscoviti sembrano credere più alle immagini che alle parole, e le facce dei presunti killer che la tv gli sta mostrando sono così simili a decine di altre facce che vedono tutti i giorni. Tassisti, spazzini, muratori, camerieri, venditori al mercato, il “tagiko collettivo” all’improvviso da fonte di irritazione e disprezzo diventa una minaccia. La polizia sta facendo raid a tappeto negli ostelli e nei convitti degli immigrati, le direzioni di molti centri commerciali stanno chiedendo agli affittuari di presentare le liste di tutti i dipendenti originari dall’Asia Centrale, non solo tagiki, ma anche kirghizi, kazakhi, uzbeki. In Russia è tornata la grande paura del terrorismo, che assume subito il volto del diverso, dello straniero, del musulmano. 

Soltanto una settimana dopo aver mostrato di controllare il suo Paese fino all’ultimo seggio elettorale della provincia più sperduta, Vladimir Putin si ritrova in difficoltà e nel giorno di lutto nazionale per le vittime dell’attentato non si presenta al Krokus, che trabocca di fiori e di folla, ma pubblica un filmato in cui accende un piccolo cero nella chiesa della sua residenza fuori Mosca. Prima di tornare sotto i riflettori bisogna trovare una nuova retorica, mentre le domande senza risposta – sugli allarmi attentato ignorati, sui ritardi dei soccorsi e dell’arrivo della polizia, sulle uscite di sicurezza chiuse e gli impianti anti-incendio spenti, o addirittura assenti – continuano a moltiplicarsi. La possente macchina della sicurezza russa, abituata a manganellare i ragazzi con le magliette di Navalny, e arrestare pensionati che scrivono sui social, fallisce clamorosamente di fronte a una minaccia vera e terribile. 

Il tentativo di utilizzare la tragedia per mobilitare la nazione nella guerra contro Kyiv non sembra aver funzionato. Gli ucraini colpiscono altrove, mentre il Cremlino è costretto a distogliere lo sguardo dalla direzione occidentale, l’unica che gli interessava ultimamente, per ricordarsi di avere le spalle scoperte a Oriente, in quel Caucaso che sembrava ormai “costretto alla pace”, e nell’Asia Centrale governata da colleghi dittatori più o meno leali a Mosca. Ma le ambizioni “geopolitiche” di Putin, spesso ispirate dal desiderio di contrastare gli occidentali, hanno lasciato segni in Siria come in Medio Oriente, in diversi Paesi africani appaltati ai mercenari della Wagner, per non parlare delle strane amicizie con i taleban afghani e gli ayatollah iraniani. Un fronte variopinto, il cui odio antirusso potrebbe venire alimentato ulteriormente dalle immagini dei sospetti terroristi torturati dagli agenti russi, insanguinati, con le orecchie tagliate, i pantaloni calati e i fili elettrici attaccati alle parti intime. 

Ma ancora prima le tensioni rischiano di scoppiare in Russia: tagiki, azeri, tartari, uzbeki, i musulmani ex sovietici, con passaporto russo e non, si contano a milioni, e la loro posizione spesso sottomessa di immigrati poveri non solo non tutela i russi, ma li rende ancora più a rischio. Tutte le ultime rivolte in piazza in Russia sono state a sfondo interetnico – il pogrom antiebraico nel Daghestan e le proteste contro i “neri” (come vengono definiti nel gergo russo le popolazioni del Caucaso e dell’Asia Centrale) in Bashkiria e in Yakuzia, e basta una scintilla per far divampare un incendio. Qualcuno a Mosca ne è consapevole, come dimostra la decisione di ieri di sostituire il tema delle “Conversazioni importanti” di lunedì – le lezioni di propaganda obbligatorie nelle scuole – da quello della “Russia Paese sano” a quello della “Unità dei popoli della Russia”. Le televisioni continuano a mostrare il volto acqua e sapone di Islam Khalilov, il 15enne guardarobiere kirghizo che ha salvato un centinaio di visitatori del Krokus guidandoli verso le uscite secondarie sotto le pallottole dei terroristi. Ma il genio del razzismo forse è già scappato dalla bottiglia, ingigantito dalla paura, e il deputato della Crimea annessa Mikhail Sheremet propone di limitare l’ingresso dei migranti dall’Asia Centrale fino alla conclusione della “operazione militare speciale” in Ucraina, sostenendo che «possono venire usati dai servizi segreti occidentali per atti terroristici».

Nell’immagine: Mosca, lutto nazionale tra le rovine del Crocus City Hall


Incerti del mestiere

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 


Rimane sempre attuale, in Africa, il dramma delle nascite premature

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Nel 2021, nel mondo, 1 milione di bambini è morto a causa delle complicazioni legate alla nascita prematura. Nell’anno precedente, per le stesse ragioni è morto un bambino ogni 40 secondi. 

La nascita pretermine – parto in condizioni di vitalità, ma prima delle 37 settimane di gestazione – e le sue complicanze rimangono la principale causa di mortalità neonatale e infantile in tutto il mondo. E, nonostante l’impegno globale, negli ultimi dieci anni il tasso di bambini nati prematuramente è rimasto invariato.  Nel mondo, rappresentano circa il 10% delle nascite. A sottolineare questo dato è il Rapporto dell’OMS “Born Too Soon” del 2023. 

Significative sono le discrepanze demografiche nei tassi di nascite pretermine. L’80% dei parti prematuri avviene nei paesi a medio-basso reddito. Di questo, il 60% in Africa. Con Malawi, Sudafrica, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Botswana che hanno espresso tassi particolarmente preoccupanti di nascite premature. 

Un dato di fatto allarmante, se si considera che in questi Stati i bambini hanno molte meno probabilità di sopravvivere. I paesi a medio-basso reddito hanno una minore disponibilità di cure neonatali, oltre ad avere barriere infrastrutturali ed economiche a cui i paesi ad alto reddito sono meno esposti. 

Il problema della natalità precoce e delle morti infantili rimane dunque un nodo cruciale per il continente africano. Tuttavia, alcune soluzioni efficaci stanno emergendo. Un esempio ci arriva da un recente studio che ha definito un ambizioso programma, denominato PremPrep-5, volto a ridurre le nascite pretermine. Cinque interventi chiave sono stati individuati dal comitato per le nascite premature della Federazione Internazionale di Ginecologia e Ostetricia e hanno dimostrato come sia possibile salvare vite umane in modo clinicamente efficace e relativamente poco costoso.  

La somministrazione di un ciclo di steroidi, solfato di magnesio e il clampaggio ritardato del cordone ombelicale (ovvero la sua legatura almeno dopo un minuto dal parto e non prima) sono alcune tra le azioni previste dal pacchetto. 

In particolare, il primo intervento consiste nella somministrazione di un ciclo di steroidi prima della nascita del bambino. Questo trattamento, presente nell’elenco dei farmaci essenziali dell’OMS, ha dimostrato di ridurre significativamente il rischio di complicazioni neonatali.
Anche il solfato di magnesio, somministrato alle madri prima del parto, è incluso nell’elenco dei farmaci essenziali dell’OMS, stabilizza le membrane cellulari nel neonato, riducendo i danni cerebrali. Da ultimo, nel periodo postnatale, si incoraggia l’allattamento al seno entro un’ora dalla nascita e l’adozione della terapia canguro. Tali interventi sono altrettanto cruciali. Non solo riducono il rischio di complicazioni neonatali, ma coinvolgono anche i genitori nella cura del loro bambino, contribuendo a ridurre i tassi di depressione postnatale materna. 

Diffondere queste pratiche salvavita a livello globale è l’unico ostacolo rimasto. L’implementazione presuppone infatti la conoscenza. Ed è quello di cui si sta occupando ora l’iniziativa FIGO PremPrep-5, fornendo formazione e supporto alle società nazionali di ostetricia e ginecologia, affinché possano diffondere queste competenze vitali e migliorare la salute materno-infantile in Africa e oltre.


Yurii Colombo – La sindrome ucraina e la rappresaglia russa

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Yurii Colombo è corrispondente di Naufraghi/e da Mosca


Olivier Roy: “L’Isis nel Caucaso è sempre più forte. Ora il Cremlino ha la minaccia in casa”

La decisione di astenersi, permettendo il varo della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza; crisi senza precedenti fra Casa Bianca e governo dello Stato ebraico 

Di Danilo Ceccarelli, La Stampa

Non era per niente “inaspettato” l’attacco avvenuto venerdì sera al Crocus City Hall di Mosca, dove più di 140 persone hanno perso la vita in un’azione rivendicata dallo Stato islamico. Lo sostiene il politologo francese Olivier Roy, esperto dell’Islam e professore all’Istituto universitario europeo di Firenze, che ricorda i tanti attentati avvenuti negli ultimi anni. «Prima venivano presi degli ostaggi», spiega lo specialista, evocando come esempi il sequestro al teatro Dubrovka di Mosca nel 2002 o la Strage di Beslan, nell’Ossezia del Nord, del 2004. In entrambi i casi, il presidente russo Vladimir Putin utilizzò il pugno duro ordinando un «massacro generale» dove persero la vita molti degli ostaggi.

«Ma adesso sanno che non è possibile negoziare, quindi uccidono direttamente», afferma Roy. L’esperto concentra l’attenzione sulle presunte origini degli assalitori, tutti provenienti dal Caucaso: Generalmente «vengono dall’Inguscezia, dal Daghestan e dalla Cecenia. Ma secondo le ultime informazioni anche dal Tagikistan». Per questo, secondo il politologo, la Russia deve affrontare una minaccia «endogena» rappresentata da «una falange di musulmani dell’ex Unione sovietica».

Professor Roy, come va analizzato quest’ultimo attentato?

«Notiamo che oggi lo Stato islamico conta tra le sue fila molti musulmani provenienti dal Caucaso e dall’Asia centrale, zone che in passato facevano parte dell’Unione sovietica. È una tendenza che va avanti ormai da tre o quattro anni. Anche in Francia abbiamo avuto degli attentati commessi da ceceni. Si è quindi spostata la zona di reclutamento dell’Isis, che in passato assoldava uomini nel Medio Oriente o in Europa. Quelli di oggi, essendo musulmani nati in ex Paesi sovietici, hanno un passaporto russo e per questo possono circolare più facilmente all’interno del Paese».

Quest’ultimo attacco è riconducibile all’impegno che la Russia ha avuto in alcuni teatri esterni, come quello siriano o afghano

«È possibile, ma non possiamo esserne certi. Non c’è stata nessuna rivendicazione in tal senso. Lo Stato islamico non ha evocato la Siria e non ha chiesto un ritiro delle truppe».

La Russia deve temere una nuova stagione di sangue come quella già vista in Europa?

«Gli assalitori avevano l’aria di essere addestrati, portavano uniformi ed erano ben equipaggiati. Questo tipo di attentati dimostra che c’è un’organizzazione dietro, quindi si può supporre che potrebbero arrivarne degli altri».

In effetti i membri del commando si sono dati alla fuga subito dopo, a differenza dei tanti attentatori che negli ultimi anni in Europa hanno condotto azioni suicide.

«Il loro modus operandi è molto più militare».

Cosa rappresenta questo episodio per l’immagine di Putin?

«Un’eventuale rivolta dei musulmani interna alla Russia rappresenterebbe un enorme fallimento per il presidente, che si è fatto recentemente rieleggere promettendo più sicurezza per tutti».

C’è da prevedere una repressione contro la comunità musulmana che vive in Russia?

«Non in generale. A Mosca, però, ci potrebbero essere delle reazioni popolari, dei pogrom contro gli abitanti di confessione islamica immigrati dal Caucaso».

Le autorità russe non hanno perso tempo a denunciare un coinvolgimento dell’Ucraina.

«Putin rischia di perdere la faccia, per questo accusa l’Ucraina. Un po’ come l’Iran che punta sempre il dito contro gli Stati Uniti e Israele».

Quali conseguenze può avere questo attacco sull’atteggiamento della Russia nei confronti della guerra in Ucraina?

«Ci potrebbero essere dei problemi per l’esercito, che recluta i suoi militari soprattutto nelle zone più periferiche del Paese, come ad esempio la Siberia. Non sono certo i cittadini di Mosca che vengono mandati al fronte. Molti abitanti del Caucaso vengono obbligati a combattere in Ucraina e questo crea enormi tensioni interne».

E, più in generale, ci potrebbero essere delle ripercussioni sulla politica estera di Mosca?

«Nessuna. Per il momento si tratta di un problema interno. Ma i russi hanno una capacità di incassare colpi superiore a quella degli occidentali».

Perché la Russia non ha ascoltato gli avvertimenti degli Stati Uniti, che avevano previsto un attentato?

«Putin non ha dato credito alle segnalazioni degli americani perché non ha capito che Washington porta avanti la sua lotta al terrorismo globale mentre continua a sostenere l’Ucraina. Per i russi è un atteggiamento contraddittorio, ma non per gli statunitensi. C’è una paranoia da parte del presidente russo, che considera gli avvertimenti come una trappola americana. A questo si aggiunge l’arroganza dei servizi segreti di Mosca, che non erano a conoscenza di possibili minacce. Putin si è comportato come Stalin, che nel 1941 non aveva previsto l’attacco di Hitler».

Nell’immagine: ISIS-K