Sci 2023/2024: di tutto e di più (nel bene e nel male)

Swiss Ski è una potenza con i leader Odermatt e Gut-Behrami: ma i dirigenti, e Lara… 

E così, per finire, Lara, alla quale va il grande merito di aver vinto una seconda Coppa del Mondo a otto anni di distanza dopo quella del 2016, oltre che a quelle di disciplina nel gigante e nel supergigante, ha perso quella della discesa con un’ultima gara nella quale è andato tutto storto, al di là di ogni possibile ipotesi negativa. Nemmeno il più ‘impensabile’ bookmaker inglese, quello che ti permette di scommettere se il secondogenito del principe ereditario andrà alla prima classe elementare con i pantaloni lunghi o corti, avrebbe accettato una scommessa con Lara Gut fuori dalle 15 nell’ultima discesa stagionale, a zero punti. Si è classificata 17esima. Bastava un nono posto (29 punti) per essere prima alla fine di una stagione cominciata con l’ennesimo annullamento della super-discesa Zermatt-Cervinia, massimo affronto alla natura che infatti si vendica a modo suo, e finita oggi con l’annullamento dell’ultima discesa a Saalbach, per un imperioso ritorno del generale Inverno, con la rinuncia al duello finale Odermatt-Sarrazin, per la coppa di disciplina, la settima vinta su 10!, che va a Odermatt.

Sarebbe stato molto interessante, dal punto vista dello sport, assistere a questo duello, alla capacità dell’atleta di gestire il suo potenziale, di fare un calcolo difficilissimo che nemmeno Zurbriggen riusciva a fare: andava alle combinata con un netto vantaggio dopo la discesa, ma non sapeve come regolarsi nello slalom.

Lara lo ha fatto in modo perfetto nel gigante e nel supergigante: ha gestito e garantito il vantaggio nemmeno avesse un orologio interno in grado di calcolare la minima riduzione di velocità, il minimo raggio di curva più o meno ampio, una specie di robot umano. Odermatt nel gigante ha attaccato al limite estremo per vincere ed è uscito di pista. Ma era già certo del primo posto.

Lara invece è parsa rassegnata, svuotata di ogni energia, di ogni ambizione. Ad ogni metro perdeva terreno. La neve primaverile non le conveniva, si sa, la preferisce più dura, ghiacciata anche. Inoltre i suoi Head non ‘tiravano’, non correvano. E appare beffardo anche in materia di sci il primo posto dell’austriaca Hütter, a sua volta su uno Head invece velocissimo nei lunghi tratti scorrevoli; sullo sci del ‘boss’ del Circo Bianco Johan Eliash, non si sa come finito in quel ruolo, un po’ come se il cacciatore ‘terminator’ della pernice bianca Fabio Regazzi diventasse anche presidente della Società Ornitologica.

Lara ha acquistato molto in statura umana dopo questo inspiegabile black-out. Perché invece di fracassare gli sci, spezzare i bastoncini, imprecare o mandare a quel paese i molti che chiedevano spiegazioni all’inspiegabile (da un punto di vista dello sport) si è concessa all’ingordigia dei mass-media con molta dignità e senza cercare le minima scusa. Forse ha inciso più di quanto non si voglia ammettere il brusco ‘divorzio’ dal suo allenatore di condizione fisica, quell’Alejo Hervas che l’ha molto aiutata a uscire da una gravissima crisi tecnica e di fiducia, quando nel gigante faceva fatica a entrare nelle 30 per la seconda manche e affrontava le curve in costante ‘derapage’ come i turisti della domenica a fine giornata. 

In questo casoSwiss Ski, molto ferrata sul piano tecnico, anche a livello di ricambi, vedasi

Boisset, Von Allmen, Monney e chi fa la Coppa Europa, si è dimostrata di livello poco superiore a una litigiosa bocciofila di paese. Ha contattato, pare, ma non lo ammette pubblicamente, Alejo quando il preparatore atletico di Odermatt ha deciso di lasciare dopo 8 anni, ritenendo che non ci siano più margini di sviluppo nella sua preparazione fisica. Alejo, allettato dall’offerta della federazione ha accettato, a stagione ancora non terminata, ma senza avvisare Lara, che si è sentita ‘tradita’, e ha considerato il suo comportamento sleale, visto che partiva dal presupposto che lo spagnolo sarebbe stato al suo fianco anche nella sua prossima stagione, l’ultima, probabilmente. 

Tutti i massimi responsabili, da Lehman a Flatscher, si sono arrampicati sui vetri. Flatscher ha persino detto che Alejo Hervas è andato in Spagna (licenziato da Lara) per cambiare aria, e non si sa cosa voglia fare in futuro. Molto probabilmente è stato proprio lui a proporgli un impiego nella squadra maschile. Lara e Alejo? ‘Bravi ragazzi entrambi’, dice il presidente di Swiss Ski  Urs Lehman: vero, a maggior ragione, tutti i dirigenti dello sci svizzero, che si sono mostrati i migliori d’Europa sul piano tecnico, andrebbero sculacciati come si fa (si faceva, una volta) con i monellacci che rubano le caramelle, negano, e le rovesciano a terra quando sono obbligati a svuotare le tasche. 

Proprio perché Lara e Alejo (ne conveniamo) sono ‘bravi ragazzi’ Swiss Ski non avrebbe mai dovuto propinarci un simile ‘pasticciaccio brutto”. Ma oggi si festeggia il trionfo dello sci svizzero, nonostante tutto. 

Nell’immagine: Lara Gut e Marco Odermatt


Maurizio Pollini, il gigante del pianoforte

Swiss Ski è una potenza con i leader Odermatt e Gut-Behrami: ma i dirigenti, e Lara… 

Di Carmelo Di Gennaro, Artribune.com

Con la scomparsa di Maurizio Pollini, avvenuta ieri a Milano all’età di 82 anni, viene a mancare non solo uno dei più grandi musicisti del nostro tempo, ma anche e soprattutto un intellettuale che aveva sempre operato – negli ultimi sessant’anni – per restituire al fatto culturale la centralità che dovrebbe sempre avere e che invece rimane costantemente sepolta sotto mille inutili orpelli.Poi, ovviamente, c’è il fatto puramente musicale e se ci si limita (per così dire) a questo, si può dire che si sta parlando di un autentico gigante del pianoforte, di uno degli interpreti più significativi (e rivoluzionari) degli ultimi cinquant’anni.

Maurizio Pollini, i primi successi e lo studio di Chopin

Sin dalla vittoria, nel lontano 1960, del Primo Premio al Concorso “Chopin” di Varsavia (il più prestigioso di tutti, allora come oggi), Maurizio Pollini aveva dimostrato non solo di possedere, appena diciottenne, una tecnica pianistica sbalorditiva – narra un aneddoto apocrifo che Arthur Rubinstein, presidente di quella giuria, dopo averlo ascoltato disse: “Per la maturità nell’esecuzione, è senza ombra di dubbio il migliore di tutti”- ma anche una altrettanto insolita profondità interpretativa, iniziando da allora uno scavo analitico sulla gigantesca figura di Chopin, che è proseguito per tutta la vita. Grazie a Pollini, dalla percezione di un compositore “salottiero”, perfetto per l’educazione musicale delle signorine di buona famiglia (un cliché del quale si fa eco anche Proust nella Recherche, non a caso autore amatissimo dal pianista milanese), si passa alla considerazione della autentica statura di un genio come Chopin, compositore di una modernità sbalorditiva, le cui creazioni musicali venivano definite dallo stesso Pollini “un miracolo”. Tutto ciò poteva avvenire grazie a un suono sempre terso, pulito ma corposo, capace di scolpire nel marmo non una singola frase, ma proprio l’architettura intera di ogni pezzo. A sua volta, Pollini era figlio di un grande architetto (Gino) e nipote di un magnifico scultore come Fausto Melotti; era evidentemente innato in lui il senso della forma, che non l’ha mai abbandonato, una forma che egli riempiva di contenuti musicali a volte anche inauditi, accompagnando l’ascoltatore verso percorsi di inedita bellezza.

Pollini e lo studio della musica del presente

Dopo il grande successo al concorso Chopin, contrariamente a quel che poteva pensarsi, Pollini non intraprese subito la carriera del solista, ma decise di ritirarsi per qualche tempo a studiare ed approfondire il proprio repertorio, senza dimenticarsi della musica del suo (nostro) tempo. Dunque, il pianista milanese si ripresenta “in società” solo all’inizio degli anni Settanta con un disco che è tutta una dichiarazione di intenzioni: la virtuosistica Sonata n. 7 di Prokof’ev, le diafane Variazioni op. 27 di Anton Webern, i percussivi Tre Movimenti da Petrouchka di Stravinskij e la Sonata n. 2 di Pierre Boulez, uno dei pezzi tecnicamente (e musicalmente) più complessi del secondo Novecento (chi scrive ricorda di avergliela ascoltata eseguire alla Scala di Milano verso la fine degli anni Novanta a memoria!). Pollini ha chiaro sin da subito che per eseguire la musica del passato bisogna confrontarsi con quella del presente; così – caso più unico che raro per i virtuosi del suo calibro – accanto a Beethoven, Schumann, Schubert, Brahms, nei suoi interessi (e nei suoi programmi) appaiono Luigi Nono, Giacomo Manzoni, Salvatore Sciarrino, Karlheinz Stockhausen, oltre al già citato Boulez.

Iniziarono a quel tempo (gli anni Settanta) anche i concerti nelle fabbriche, assieme all’amico e sodale Claudio Abbado, di fronte a platee di operai attoniti che però, grazie al suo carisma d’interprete, ascoltavano in religioso silenzio pezzi quali Como una ola de fuerza y luz di Nono, un lavoro complesso e straordinario, creato da Nono proprio perché esisteva un musicista come lui. Allo stesso modo, Manzoni scrisse per lui nel 1977, Masse. Omaggio a Edgard Varèse e Sciarrino – molti anni dopo – coniò la sua bellissima V Sonata per pianoforte, che gli ascoltai eseguire in un memorabile concerto a Lucerna (1994), assieme ai Tre Movimenti da Petrouchka di Stravinskij.

In un crescendo intellettuale inarrestabile, fatto di una profonda riflessione anche sul modo di produrre e fruire la cultura musicale (non a caso, verso i primi 2000, si cimenterà anche come organizzatore dentro il Festival di Salisburgo col suo Progetto Pollini, nel quale mischiava la musica di Gesualdo e Monteverdi con nuove composizioni di Manzoni, Donatoni, Sciarrino e Berio da lui commissionate), il pianista milanese inizia ad eseguire con continuità dal vivo la musica pianistica di Schönberg (che registrerà con esiti inarrivabili), altro musicista che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel suo ultimo concerto madrileno (dicembre 2021), Pollini riuscì a tenere la platea col fiato sospeso eseguendo i Tre pezzi op. 11 del maestro austriaco, resi in una temperie crepuscolare che ben si adattava al suo già fragile stato fisico. Tra l’altro, mi si permetta il ricordo personale, il giorno dopo il suo concerto volle che lo accompagnassi al Prado, dove rivedemmo assieme Las Meninas di Velazquez e las Pinturas negras di Goya; davanti a quest’ultimo capolavoro, Pollini rimase in religioso silenzio per quasi mezz’ora.

Pollini, la consacrazione mondiale e l’amore per Beethoven

Nei primissimi anni Ottanta arriva la consacrazione universale, il riconoscimento unanime e indiscutibile di tutto il mondo musicale: fioccano gli inviti sui palcoscenici più prestigiosi del mondo (Vienna, Berlino, Parigi, Londra, New York, Chicago, Tokyo) da solo o in compagnia delle orchestre più prestigiose del pianeta (le Filarmoniche di Vienna e Berlino, la Chicago Symphony, la New York Symphony, l’Orchestre de Paris, per citarne solo alcune), ma Pollini non perde mai la bussola del suo discorso intellettuale, che rimane di una coerenza implacabile. Il suo repertorio si va ampliando poco a poco, senza perdere mai di vista una interna coerenza, ossia quella di cercare di restituire alla musica del passato la forza dirompente che ebbe a suo tempo, forza che oggi rimane spesso sepolta sotto la coltre del convenzionale e della routine interpretativa. Non a caso, chi meglio di lui è stato capace di dimostrare musicalmente quella sorta di “violenza e odio” (come scrisse da Thomas Mann) che Beethoven dimostra verso la forma arcaica della Fuga nell’ultimo movimento della monumentale Sonata op. 106 “Hammerklavier”? Nessuno, davvero nessuno. Chi fu capace, meglio di lui, di associare in maniera impeccabilmente logica, con un sottile ma resistente filo rosso, gli ultimi lavori pianistici di Brahms (op. 117, 118 e 119) a quelli di Schönberg, passando per gli estremi capolavori di Franz Liszt? Nessuno, davvero nessuno. Chi fu capace di dimostrare, meglio di lui, le assonanze tra la musica di Debussy e quella di Boulez in modo così sottilmente analitico? Nessuno, davvero nessuno.

Oltre a Chopin, se c’è un altro compositore al quale è associato in modo imperituro il nome di Pollini è Beethoven; le sue integrali delle Sonate del genio di Bonn, eseguite verso la fine degli anni Novanta tra Milano, Parigi, Londra, Berlino, Monaco di Baviera, Tokyo e New York, hanno marcato un prima e un dopo nella storia dell’interpretazione. Debitore in qualche modo della lezione del grande pianista Arthur Schnabel, uno dei primi ad eseguire l’integrale beethoveniana (e ad inciderla), Pollini si svincolava dall’eredità del suo grande precursore grazie a una lettura di straordinaria modernità, nella quale aveva modo di emergere la natura rivoluzionaria di Beethoven sin dai primi anni di gioventù, quando invece sembrava che fosse l’aspetto più salottiero (quasi cortigiano) a primeggiare. Pollini dimostrò con le sue esecuzioni che in Beethoven sin da subito erano chiari i germi della dissoluzione controllata del sonatismo classico, proprio grazie all’introduzione misurata, ma costante, di elementi formali dirompenti (il pedale di risonanza, così scrupolosamente indicato, tutte le indicazioni puntualissime di tempo e di velocità d’esecuzione), capaci a lungo andare di usurare e quasi rompere la struttura portante del pezzo. Accanto al suo Beethoven, al suo Chopin, va messo certamente anche Schumann, anch’egli indagato con continuità nel corso di molti decenni; dalla Fantasia op. 17, pezzo amatissimo, all’Arabesque op. 18, dalla Sonata op. 11 (una lettura ancora oggi inarrivabile) agli estremi Gesänge der Frühe op. 133, passando per Kreisleriana e i Davidsbündlertänze. Sotto le sue dita, Schumann rivelava in tutta la sua forza quell’estetica visionaria che ne fece un autentico poeta del pianoforte; qui l’accusa di freddezza analitica, sovente rivolta a Pollini, perdeva ogni senso di fronte a letture al calor bianc, come quella della già citata Sonata op. 11 o del Concerto senza orchestra op. 14, pezzo in generale poco eseguito dai virtuosi.

Pollini e l’analisi culturale della musica

Ogni concerto di Pollini, ebbi modo di scrivere tanti anni fa, era una sorta di lezione universitaria del massimo livello, però spogliata da ogni aspetto meramente retorico, per diventare invece un palpitante esercizio di cuore e ragione; dico questo non a caso, perché, come si accennava sopra, per anni Pollini fu accusato di essere un pianista “freddo”. Per lui, il testo (la partitura) era la base imprescindibile da cui partire, ma il testo nella sua purezza filologica (magistrale, per esempio, la sua interpretazione degli Studi Sinfonici di Schumann, per la prima volta registrati in maniera integrale), cercando dunque proprio nel testo – e non nella stratificazione interpretativa, di cui pure Pollini era perfettamente cosciente – le ragioni della sua importanza storica; il suo lavoro di interprete non si limitava ovviamente a una pura “decrittazione” del geroglifico musicale, bensì in un esercizio di analisi culturale, dove entravano in pieno le ragioni anche extramusicali di ogni composizione, misurate nel contesto storico e sociale. Come diceva Adorno, ogni opera d’arte si fa “res” nello spazio e nel tempo: questa è stata la magistrale lezione del grande pianista milanese.

Fin qui, l’artista, la cui statura incommensurabile non può certo limitarsi ad essere contenuta in questi rapidi accenni scritti a caldo; poi c’era l’uomo Pollini. Schivo e riservato per natura, timido sin quasi all’eccesso, Maurizio era in realtà, come i suoi amici sanno bene, una persona piena di spirito, dalla battuta fulminante, amante del buon vino e della buona tavola. La conversazione con lui, una volta rotta quella barriera di timidezza, era fluida e divertente; solo quando si parlava di musica, Maurizio si prendeva sempre un lungo minuto prima di parlare o di rispondere a una domanda (se era un’intervista, qualcosa che non amava fare), proprio per essere certo di esprimere al meglio il suo pensiero. Maurizio lascia, oltre a legioni di ammiratori in tutto il mondo, la compagna di una vita, Marilisa e il figlio Daniele, anch’egli pianista e compositore; ma soprattutto, per fortuna, lascia moltissime testimonianze discografiche le quali, nonostante l’indubitabile, straordinaria eccellenza, in alcuni casi sono la pallida copia degli indimenticabili concerti dal vivo, nei quali si sprigionava appieno la potenza del suo genio.

Nell’immagine: Maurizio Pollini nel novembre del 2014 al KKL di Lucerna


Il potente esordio narrativo di Lara Fremder

Swiss Ski è una potenza con i leader Odermatt e Gut-Behrami: ma i dirigenti, e Lara… 

Gabriele Capelli tiene a battesimo un’ulteriore esordiente. Con questo fa onore alla sua casa, fondata a Mendrisio nel 2001, e al ruolo che – con i sostegni necessari – un editore è chiamato ad assumersi appena possibile. A tal proposito, basta dare un’occhiata al sito della casa editrice per trovare alcune indicazioni tecniche: “Pubblichiamo solo circa, 5-7 libri all’anno. Quindi, data l’enorme quantità di materiale che arriva in redazione, esclusa l’email di conferma dell’avvenuta ricezione, non risponderemo a solleciti o altro. La GCE non è una casa editrice a pagamento. La risposta sarà semplicemente un sì oppure un no. Il materiale verrà valutato da una apposita commissione. I tempi di valutazione sono di circa 6 mesi. Se le autrici o gli autori non riceveranno risposta entro il termine indicato, dovranno considerare il silenzio alla stregua di un rifiuto”. Più chiaro di così…

L’ordine apparente delle cose, primo romanzo di Lara Fremder, è stato presentato ieri pomeriggio alla Casa della letteratura di Lugano: ad introdurre l’autrice c’era il giornalista di Rete Due RSI Massimo Zenari.

Cercando qualche notizia biografica su Fremder, apprendo che il suo esordio in ambito strettamente letterario non è certo quello di una principiante. Una particolare scrittura – quella per il cinema – la insegna alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Nel capoluogo lombardo Lara Fremder è nata, vive e lavora. Ha firmato soggetti e sceneggiature di film presentati a Cannes, Venezia e Locarno, ma anche documentari, tra i quali Monsieur Pigeon (2020) del ticinese Antonio Prata.  

Nella scheda biografica dell’autrice mi colpisce, tra i lavori in preparazione, l’annunciato documentario Gerusalemme, città invisibile. Proprio Gerusalemme (unitamente ai luoghi più battuti dello Stato di Israele) è anche la protagonista onnipresente del romanzo: tra le sue mura millenarie, in un ennesimo frangente difficilissimo e nonostante il conflitto aperto che riduce drasticamente i flussi turistici, va in scena la quotidiana rappresentazione di cui la tre volte santa è cornice e teatro.

Yerushalayim (al-Quds per gli Arabi) si riverbera e si riflette, in tutte le sue distonie, in tutte le sue contraddizioni, in tutti i suoi paradossi, nella figura di Rachele Zwillig, guida turistica. Di questo personaggio, espressione paradigmatica della componente più aperta, laica e democratica della società israeliana odierna, ci ricorderemo a lungo. Nonostante i traumi del passato, ai quali si aggiungono, come in una drammatica concrezione, quelli attuali, Rachele rifiuta la chiusura e spera in un futuro diverso.

Sul suo popolo due volte millenario – e, dal 1948, sullo Stato di Israele, voluto dalle Nazioni Unite per dare una patria agli scampati all’olocausto nazista – pesano i drammi della storia collettiva e le loro ripercussioni sui singoli. Anche i genitori di Rachele sono scampati alla Shoah, ma la madre, Dahlia, si suiciderà quando lei ha solo 4 anni. Con il padre ha pochi contatti a distanza, mentre la figura del fratello è sfumata e misteriosa. Come Rachele, anche Lara Fremder – che del personaggio romanzesco sembra essere, almeno parzialmente,  ispiratrice – è figlia di un ebreo polacco scampato allo sterminio.

In questo continuo, osmotico passare dalla realtà alla finzione, dalla quotidianità alla storia, ambientato in un luogo che è di per sé metafora e sineddoche di tutti gli stati d’animo, di tutti i drammi, di tutte le fragilità dell’essere umano, che proprio lì, in una convivenza forzata – impari ab initio – poiché disegnata sulla carta, in questo costante succedersi di passato e presente, di storia e attualità, nelle stesse spiegazioni che la guida dà ai suoi ignari clienti, c’è tutta la tensione narrativa che Lara Fremder sa trasmettere così abilmente al lettore.

Non a caso, per definire la vicenda narrata, l’editore utilizza il termine di parabola. La quotidianità di Rachele racchiude emozioni, stati d’animo, psicologie e drammi condivisi in altre migliaia di storie con altre migliaia di ebrei. Storie di pregiudizio, persecuzione, erranza, diaspora, ritorno alla Terra Promessa. “Con la parabola della sua protagonista, Lara Fremder racconta quella di un intero Paese: come un grido che risuona tra le mura della Gerusalemme, la vicenda di Rachele è una metafora potente che tocca il cuore e interroga il presente”.

“Come figlia di un sopravvissuto” ci dice l’autrice “per lungo tempo non sono riuscita a elaborare la sofferenza. La storia di Rachele è un po’ anche la mia. Sono gli eredi delle vittime della Shoah, oggi, ma non solo loro, ad avere il compito di superare il dolore, pur conservandone la memoria. Uscire dal ruolo di vittima permette di chiudere il cerchio. Come Rachele, ci troviamo di fronte a una scelta: alimentare la ferocia o affermare l’umanità”.

La tentazione di leggere L’ordine apparente delle cose (attenzione a quell’aggettivo: apparente) inforcando le lenti della contingenza e l’ottica manicheistica del buoni vs cattivi, Bene vs Male, è naturalmente forte. Altrettanto forte l’impulso alla contestualizzazione dettata dall’attualità: dove stanno i confini, i limiti ultimi da non oltrepassare? Come trovare un equilibrio percorribile e condiviso tra i princìpi di resistenza, resilienza, fraternità, proporzionalità, perdono? 

Fremder opportunamente avverte: “Ho scritto questa storia prima del 7 ottobre, prima che l’ordine apparente delle cose si disintegrasse lasciando ovunque dolore e macerie. Rachele Zwillig, che per tutto il romanzo ha gridato con forza la necessità di staccarsi dal passato senza per questo dimenticarlo, si muove ora fra antiche e nuove rovine”. 

Rachele-Lara, dicevamo, ha 41 anni e fa la guida: ogni giorno accompagna  decine di turisti più o meno consapevoli, più o meno interessati, più o meno distratti dal rombo di qualche F-35 o da una notizia che giunge dal fronte di guerra. Questi turisti, più o meno attrezzati, li seguiamo nei loro alberghi della Gerusalemme moderna – talvolta vittime di uno scontro tra culture dettato dalla loro ignoranza dei luoghi – o tra le strade/vicoli della Città Vecchia: la Porta di Damasco, la Via Dolorosa, il Santo Sepolcro, il Monte del Tempio, il sottostante Muro occidentale. O ancora, extra muros, nel quartiere ultraortodosso di Mea Shearim, sul Monte degli Ulivi e nel Cimitero ebraico (“il luogo da cui Dio comincerà a far rinascere i morti alla fine dei secoli. Questa è la ragione per cui gli ebrei hanno da sempre cercato qui il loro luogo di sepoltura”). In appendice al volume, per orientare il lettore, non manca una carta topografica. 

In apertura incontriamo una piccola comitiva di 12 giapponesi, e subito vien fuori uno dei registri – quello dell’ironia (a volte del sarcasmo) – che attraversa l’intera narrazione. 

“Lavoro 8 ore al giorno raccontando le storie che i turisti desiderano ascoltare, battaglie, disfatte, miracoli che si ripetono da secoli, storie che non fanno più paura e raramente commuovono, inganni di cui non si può fare a meno. (…) A volte mi invento una data, un imperatore mai nato, luoghi e genealogie inesistenti, nomi e date che sfuggono al controllo della storia e della memoria, in fondo piccoli e innocenti attentati alla realtà. Non lo faccio sempre, di mentire, non gioco d’azzardo, valuto con attenzione chi ho di fronte e scelgo il momento”. Rachele non si nega qualche Gin Tonic, non vi rinuncia neppure di sabato, durante lo Shabbat. Presagendo una serata alcolica dopo una partita di calcio vinta dalla sua squadra, per i giapponesi che l’aspetteranno in albergo la mattina dopo “mi sono inventata possibili tensioni in città e ho avvisato i giapponesi che ci potrebbero essere cambi di programma. Millantato conoscenze nel Mossad, del resto in un paese come questo una buona guida turistica deve avere i suoi contatti. O fingere di averli”.

Tra i suoi clienti, Rachele non ha solo asiatici, americani ed europei: “Domani accompagnerò una coppia di ebrei polacchi allo Yad Vashem. So che sono marito e moglie e che hanno più di ottant’anni. La loro storia è scritta nella loro età e marchiata sulla loro pelle. Sarà una giornata triste, una giornata in cui gli spiriti mi danzeranno intorno”. 

Questo tono, a tratti scanzonato, quasi irriverente, è controbilanciato da una vocazione introspettiva e analitica, che Rachele vorrebbe forse riuscire a nascondere anche a sé stessa senza tuttavia riuscirvi. Ben più difficile è autoingannarsi quando siamo soli con noi stessi e ci guardiamo allo specchio, che mentire a un gruppo di estranei in viaggio di piacere. 

Per la prima volta, Rachele fa i conti con sé stessa e con le proprie radici, che affronta senza chiudere gli occhi, senza voltare lo sguardo dall’altra parte. Ne scaturisce un racconto di rara potenza. 

Riportato in superficie da una vecchia immagine, il trauma del suicidio della madre della protagonista ne scalfisce la corazza protettiva, scava in profondità, logora dentro: “La foto ritrae me e Dahlia, mia madre, cinque giorni prima della sua morte. È il 1981, il 6 marzo. (…) Tiro fuori quella foto una volta all’anno, il giorno della morte di mia madre, e ogni volta che lo faccio trovo un elemento sfuggito allo sguardo e al dolore dell’anno precedente, come se lo smarrimento di allora si rinnovasse svelando un nuovo dettaglio (…). Dahlia e io siamo sedute su un muretto che corre, oltre i margini della fotografia, fino alla fine del mondo. Nella foto la mamma sorride. Come si possa sorridere a pochi giorni dalla propria morte è la domanda che mi insegue feroce da sempre”.

Sulla base di poche tracce – un vecchio quadro e l’immagine di un volto su una fotografia sbiadita – Rachele proverà a ridisegnare il passato, a trarre nuova linfa vitale da quell’albero genealogico che è l’humus stesso da cui è nata.

Ho provato a riassumere, senza raccontarle, queste 161 pagine mirabilmente in bilico – come già indica il titolo, con quell’aggettivo apparente – tra i poli opposti dell’ordine e del disordine. Ne anticipo qui la conclusione, che riprende, completandola, una delle primissime frasi del libro. In entrambe Rachele si rivolge alla comitiva di turno. Ma quella comitiva – sembra dirci Fremder –siamo tutti noi: 

“Mi chiamo Rachele Zwillig e sarò la vostra guida. Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore. E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti i margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo. E ancora non basterà, perché il vostro sentire dipenderà dalle nuvole, dal vento, dall’azzurro del cielo, dalla stagione, dalla luce. Qui nessuno può darvi certezze. Nemmeno io, ovviamente (…)”. 

Nell’immagine: Lara Fremder


Il signor Palomar s’indigna

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Eppure al signor Palomar avevano assicurato che a Lugano, cittadina lacustre della Svizzera meridionale, regnassero l’ordine, il rispetto e la bellezza, valori tipicamente svizzeri.

È vero che il signor Palomar, uomo taciturno, riesce ad intercettare segnali fuori da ogni codice, ma qui, a Lugano, gli riesce fin troppo facile in quanto nessun codice – né quello della creanza, né quello dell’estetica e nemmeno quel del buon senso – è dato.

Chi scende dalla stazione ferroviaria verso il centro storico – Palomar viaggia quasi sempre con i mezzi pubblici – inevitabilmente si imbatte in quella che, non molto tempo fa, si chiamava Piazza Cioccaro, ma che oggi, per assecondare il pensiero mainstream del Municipio, la gente la chiama Piazza Gabbani; così come Piazza Dante viene chiamata dagli autoctoni Piazza Manor. Palomar capisce subito che non potrà muoversi solo con Google Maps, ma dovrà rivolgersi a qualcuno del luogo, che conosce gli umori della città. Palomar è parigino, ma il francese è lingua corrente in Svizzera, dunque, si sente a cavallo.

Palomar è un personaggio che scruta tutto ciò che gli capita sotto gli occhi con ossessiva precisione. Non gli sfugge, ad esempio, che Piazza Cioccaro, cioè Piazza Gabbani, è una bella piazza nobilitata da uno splendido palazzo neoclassico dal color rosa antico, come i dadi di porfido che ne delimitano il perimetro; ma non riesce a capacitarsi come si possa rovinare questa bellezza con una piattaforma posta nel bel mezzo della piazza per alloggiare tavolini, piante mediterranee e ombrelloni generosamente a disposizione di chi paga.

Palomar, seppure un poco disturbato da questo pensiero, prosegue verso il centro città. Le case dell’area pedonale sono ornate da portici, utili soprattutto quando piove o il sole è troppo caldo. Il nostro turista nota, anche qui con dispiacere e un pizzico di fastidio, che alcuni passaggi pubblici sono stati trasformati in Wintergärten commerciali (nome che ha imparato a Berna, dove i portici, i famosi Lauben, sono patrimonio Unesco, come tutta la città), che di fatto impediscono ai pedoni il loro attraversamento. Non sono pochi e, come Piazza Gabbani, sono solo a disposizione dei clienti. Per scrupolo di precisione, Palomar ha segnato sulla cartina della città questi porticati collettivi ora privatizzati da intraprendenti esercenti: via Gerolamo Vegezzi (“Mauri Concept”), Via Canova (“Prosciutteria Lino”), Via della Posta (“La Dispensa”) e così via. Il Nostro si porta (come direbbe un agente di pubblica sicurezza) nella Piazza più importante della città, Piazza della Riforma, dove sorge il Palazzo civico costruito dal famoso architetto neoclassico milanese Giacomo Moraglia, lo stesso che disegnò il Teatro sociale di Bellinzona. Palomar ha un vago ricordo dell’edificio pubblico bellinzonese, ma sufficiente per ricordare una costruzione pulita, classica, posta nella centralissima Piazza del Governo. Non come il Palazzo civico che gli sta di fronte, guastato dalla struttura in ferro e vetro costruita a ridosso dello stesso: un altro Wintergarten, insomma. Palomar prende nota di tutto; egli è un osservatore attento, con uno spiccato senso del bello; vorrebbe scrivere all’autore del curioso e interessante volumetto intitolato Lugano la bella sconosciuta per comunicargli le sue impressioni, ma sa benissimo che le sue sono impressioni di giornata, dunque non meritevoli di particolare interesse.

Il giorno volge ormai al tramonto e Palomar medita di far ritorno al suo albergo. In Piazza Dante, o Manor come dicono i patrizi, assiste a una scena che lo amareggia: due agenti comunali impongono a due artisti di strada di far fagotto, di rinchiudere chitarra e fisarmonica nei rispettivi astucci. Eppure sono proprio loro, gli artisti di strada, che rallegrano vie e piazze senza chiedere soldi se non dati spontaneamente. A Parigi una cosa simile non succederebbe; forse con i venditori ambulanti, ma certamente non con gli artisti di strada. A Lugano – ça va sans dire – Edith Piaf non avrebbe potuto affascinare con la sua magnifica voce i passanti. Quel dommage! Lo scuote dai suoi cupi pensieri una forte voce: fö di ball! Palomar non sa se il signore, si fa per dire, apostrofi lui o i due artisti ambulanti o i due gendarmes. Non sa, ma capisce. E si indigna.

Aurelio Sargenti è consigliere comunale uscente PS di Lugano
Nell’immagine: Lugano, piazza Gabbani


Il bersaglio della rappresaglia sarà Kiev

Swiss Ski è una potenza con i leader Odermatt e Gut-Behrami: ma i dirigenti, e Lara… 

L’Ucraina nel mirino della rappresaglia russa dopo la strage al Crocus City Hall, l’enorme anfiteatro alla periferia di Mosca (oltre 140 morti, ma si scava ancora tra le macerie dell’edificio in parte crollato). È la prospettiva che lo stesso Vladimir Putin ha preannunciato nel primo discorso dopo l’attentato, e che si può riassumere con il titolo: “Dall’Ucraina una finestra per l’ingresso degli attentatori”. Tradotto: Kiev è il primo responsabile, se non proprio il regista, dell’attacco rivendicato dall’Isis Khorasan (con base in Afghanistan e Pakistan), branca dello Stato islamico che ha diffuso anche le foto di alcuni membri del commando. Subito dopo l’attacco il governo ucraino aveva dichiarato di essere assolutamente estraneo all’accaduto, subito spalleggiato dagli Stati Uniti: il portavoce della Casa Bianca si era affrettato a dichiarare che non vi erano prove di un coinvolgimento di Kiev. Le dichiarazioni occidentali sono state coralmente di condanna e cordoglio per le vittime dell’assalto al “Crocus”, in un primo tempo ritenute non sufficientemente convinte e forti dal Cremlino. Soltanto il premier polacco, Donald Tusk, si è spinto oltre, auspicando pubblicamente che la carneficina “non diventi un pretesto per promuovere un’escalation”, preoccupazione rivolta evidentemente alle reazioni di Mosca. 

Parole che non hanno certo influito sulla decisione su cui ora sembra  concentrata la replica della Russia, che dovrebbe appunto avere come teatro principale L’Ucraina già in difficoltà sul terreno militare straziato da oltre due anni di conflitto: non è escluso che il regime russo (approfittando dello stato d’animo del paese favorevole a una risposta pesante) decida la mobilitazione generale, misura che Putin ha finora evitato, per gli effetti che a media scadenza potrebbe avere sull’opinione pubblica interna, in particolare quella delle grandi città, finora risparmiate dal reclutamento, a da cui è espatriato oltre un milione di russi, soprattutto giovani. 

Altro indicatore, la dichiarazione di Maria Zakharova, portavoce del ministero russo degli esteri: “Da anni ormai l’Ucraina compie atti di terrorismo in Ucraina, bersagliando anche i civili”. Puntualmente, le operazioni ucraine in territorio russo (che finora hanno provocato una ventina di morti civili fra la popolazione) sono sempre state condannate come atti di terrorismo dal Cremlino; per Mosca, naturalmente, terrorismo non sono i bombardamenti russi in Ucraina, che in un biennio hanno provocato 9.000 morti civili, altre migliaia di feriti e devastazioni in tutto il paese. Il giornale indipendente russo “Meduza” ha del resto rivelato in giornata che i media della Federazione “hanno ricevuto dal Cremlino l’indicazione di enfatizzare la pista ucraina” per indicare i responsabili della strage. 

Nelle successive pagine di “Naufraghi/e” vi segnaliamo l’intervista da Mosca e un commento, realizzati prima del discorso del presidente russo, in cui comunque già si segnala il  “bersaglio ucraino” come il più probabile della risposta di Putin, e le sue motivazioni.


Yurii Colombo – La strage di Mosca: i sospetti russi su Kiev ma anche la galassia caucasica

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Yurii Colombo è corrispondente di Naufraghi/e da Mosca


La memoria lunga e la pallottola di Sarajevo

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Cielo o terra, l’intelligence americana deve avere occhi e udito sensibili in terra russa. Pochissimi giorni prima del 24 febbraio 2022, i “servizi” di Washington fecero dire al presidente Biden che Putin si apprestava ad attaccare l’Ucraina: proteste di Mosca, scetticismo di apprezzati geo-strateghi occidentali, Usa attaccati dal pacifismo anti-atlantico con l’accusa di voler creare un guerrafondaio clima di panico. E invece l’invasione ci fu. Mini replica all’inizio di questo mese: il 7 marzo l’ambasciata statunitense nella capitale russa dirama un‘allerta, chiede ai suoi connazionali che vivono nella Federazione di stare alla larga da raduni e spettacoli per il rischio di attentati, e il Cremlino parla di “propaganda”. Invece, di nuovo, allarme statunitense azzeccato: pochi giorni dopo gli attentatori puntualmente colpiscono, dando il facile assalto al “Crocus City Hall” (mega impianto teatrale, con oltre sei mila posti), alla periferia nord della capitale, provocando una mattanza di innocenti in un quadro regionale e complessivo già incandescente.

Immagini che riportano al Bataclan parigino del 2015, e ancor più al ricordo di oltre vent’anni fa, quando altre stragi in terra russa di marca islamico-cecena, a volte risolte brutalmente e tragicamente dall’intervento della polizia, seminarono vittime in un altro grande teatro moscovita e in altre città. Lungo e terribile rosario di attacchi. Attacchi (come segnala dettagliatamente l’ex corrispondente a Mosca della BBC, Philip Short, nel suo saggio “Putin, una vita, il suo tempo”) almeno in parte vennero attribuiti da varie fonti e documenti ad intrighi dell’FSB, sigla dello spionaggio interno russo, teoricamente per favorire il clima necessario per fornire, all’allora neo-presidente ed ex KGB, il pretesto della feroce offensiva che inaugurò la seconda guerra di Cecenia : al prezzo complessivo di almeno circa centomila morti (per lo più civili) e Gorzny ridotta in macerie, in un mini-Stato di poco più di un milione di abitanti. “Andremo a prenderli anche in fondo al cesso”, fu la celebre e muscolare promessa di Vladimir. Così come in queste ore il vice-presidente della Commissione di sicurezza, Medvedev, in un’altra delle sue consuete e altisonanti minacce (anche atomiche) ha affermato che se il sanguinario assalto al “Crocus” rivelasse una regia ucraina, “andremmo a Kiev a prendere Zelensky”.

Comunque, se autentica, l’unica rivendicazione arrivata, quella dell’Isis Khorasdan (basi in Pakistan e Afghanistan, concorrenti-nemici anche dei Talebani) potrebbe aprire un altro fronte di guerra. Quello proveniente dalla galassia islamica del Caucaso. In eventuale ricerca, a sua volta, di vendetta: per le vittime della repressione cecena; per i tragici bombardamenti russi in Siria a sostegno del dittatore Assad e delle ambizioni regionali e antiamericane; e – perché no? – per i proscritti che l’esercito russo ha usato a piene mani nella guerra ucraina, provenienti da regioni periferiche povere e musulmane della periferia dell’ex impero, facendone carne da macello soprattutto nel primo anno della cosiddetta ”operazione militare speciale”.

Memoria lunga, quella degli islamisti, caucasici e non solo. Che puntano a una nuova edizione di Stato islamico attraverso tre confini di altrettante ex repubbliche sovietiche d’Asia; e che forse sono stati ispirati/incoraggiati dalla barbarica offensiva di Hamas del 7 ottobre, dalla reazione furibonda, spropositata e ancor più disumana di Israele su Gaza (il caos è il mare preferito in cui nuotano terroristi in cerca di comodi, utili bersagli); e che non disdegnano le minacce di una guerra mondiale (eventualmente ultima, perché atomica) in cui ritengono di potersi ritagliare meglio i confini di un loro futuro regno teocratico.

Se così fosse, se da lì viene realmente l’attacco portato nel cuore della Federazione russa (condizionale obbligatoriamente da sottolineare), in realtà sarebbero guai e rompicapi anche per Vladimir Putin. Guai nel poter organizzare una replica militare in un territorio caucasico vastissimo; guai se si tratta di intervenire e penetrare disinvoltamente in nazioni ormai orgogliose dell’indipendenza aperta dal crollo dell’Urss (“massima tragedia del ventesimo secolo”, secondo la sentenza storica del neo-zar). Quindi, e conseguentemente, guai per i suoi progetti di già problematica alleanza sostitutiva post-sovietica (anche economicamente) e alternativa a quella occidentale.

Dilemmi e difficoltà che potrebbero quindi e forzatamente incoraggiare il presidente-autocrate russo e prendere in considerazione altri bersagli. Bersagli più agevoli. Per esempio i combattenti nazionalisti anti-Cremlino che colpiscono il territorio della Federazione partendo da ‘santuari’ in Ucraina. Ecco, l’Ucraina. Che, in studiata sincronia con la Casa Bianca, pochi minuti dopo l’irruzione terroristica nel “Crocus” già proclamava la sua totale estraneità. Ma che obiettivamente è il bersaglio meno problematico e più internamente più popolare per il leader neo-rieletto solo una settimana a ‘furor di popolo’.

Così, qualche commentatore ricorda oggi che “bastò la pallottola di Sarajevo” (giugno 1914, assassinio di Ferdinando Francesco, erede al trono del regno austro-ungarico) per accendere la miccia della prima guerra mondiale. Esagerato? Ma è “esagerato” anche questo mondo nel suo precipitoso e irrazionale rincorrere pericoli globali mai visti negli ultimi ottant’anni.

Nell’immagine: la sala da concerti Crocus (immagine di repertorio)


Così la pace sembra sempre più lontana

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Di Domenico Quirico, La Stampa

ll cammino verso la Guerra (da scrivere ormai al maiuscolo viste le dimensioni che prenderà) è eternamente vincolato al pensiero sequenziale: ovvero al terrificante schema secondo cui una dichiarazione insensata o un episodio nefasto succede a un altro sostituendosi ad esso, per poi, come su una catena di montaggio, far posto a quello successivo. Fra gli indaffarati sobillatori di questa discesa agli inferi ci sono politici, agenti dei media, economisti, trafficanti e finanzieri, manager e imbonitori del tubo catodico, disinvolti pubblicitari del guerra è bello. Sono stati istituiti a tal scopo, a Occidente e a Oriente, reparti addetti specificamente alla sobillazione.

Minoranze politiche dalle vedute assai limitate, acquattate nei due fronti opposti, da mesi si ostinano con successo a commerciare con l’odio, anteprima necessaria per seguire ideologie anacronistiche. Menti incorreggibili, autocratiche ma purtroppo anche democratiche, per giustificare la propria esistenza e il potere, stanno radunando milioni di uomini attorno a vessilli dalla parvenze medievali.

Ci invitano da ogni pulpito a concentrare tutte le nostre forze nell’opera di distruzione. Si procede così, a piccoli passi ma sempre più rapidamente in tutte le direzioni, in un processo che nessuno osa controllare e tanto meno mettere in discussione. Gli avventisti dell’armiamoci e vinceremo!, indifferenti di fronte a tutte le catastrofi del ventesimo e ventunesimo secolo, si lasciano andare senza ritegno ai loro deliri bellicisti. L’isterico ottimismo non conosce limiti: neppure, pare, quello a cui si faceva finora ingenuo affidamento, dell’autoconservazione. Il disordine del mondo è ridotto a uno schema binario, pare che ci siano solo due opzioni: o noi o loro! 

Putin, che in questo modo pensiamo di intimidire e disarmare, esulta: è esattamente questa eclissi della ragione che voleva, in un mondo a spicchi diviso da Cortine impenetrabili, eternizzerà il suo ottantacinque per cento. L’odio è il suo liquido amniotico, ne conosce ogni segreto. Davvero questa guerra è ordine contro disordine? O invece analogia, omologia, specularità, contiguità, simmetria… Imperialismo contro imperialismo, mercanti di cannoni contro mercanti di cannoni, un atroce problema di concorrenza?Negli ultimi giorni si fa incalzante la lista degli scribi analfabeti e dei farisei faccendieri. Citiamone alcuni. Charles Michel, con la zimarra addirittura di presidente europeo ma l’aria di uno che va al mercato con la sporta sotto il braccio per scegliere carne e fagioli, si stropiccia le mani, con certezza da apostolo e finezza di innamorato, per «l’economia di guerra» prossima ventura. «È una modalità che creerà posti di lavoro e crescita in tutta l’Unione», dice lui senza neanche più fingere il modulo umanitario parolaio, barattandolo con un criminale consumismo bellico. Offre stipendio, pensione, carri armati e bellica fratellanza ai senza lavoro. Il guaio è che non viene disossato di contumelie e risate. Mentre i pescecani delle industrie della sicurezza, i mercanti di morte diventati saccentuzzi espettoranti in esimi consigli di amministrazione, pregustano commesse per i prossimi cento anni: Signori, bisogna programmare la produzione, dateci tempo…

Gli fa eco, dall’altra sponda, il linfatico portavoce del tiranno moscovita, Peskov, che manda in pensione – finalmente! – i pudori della operazione militare speciale. Basta, fase nuova: «Adesso siamo in guerra, è l’Occidente che ci costringe!».

Malandati, spossati e allibiti vediamo Presidenti come Macron che barattano digestive affezioni al glamour con foto ufficiali in divisa da pugile e fanno dichiarazioni di guerra di stampo assiro sovietico minacciando i «codardi»…

Negli stati maggiori i geni militari, costretti a accontentarsi da tempo di francobolli strategici individuabili sul mappamondo solo con la lente di ingrandimento, possono predisporre manovre annibaliche su scenari di migliaia di chilometri dalla Finlandia al Mar Nero, e preparano le operazioni per trasformare capitali con milioni di abitanti in repliche di Pompei. E noi che credevamo che il progresso avesse preso in appalto il futuro! E ci illudevamo che la vista anche solo televisiva o fotografica di un branco di mutilati e di storpiati che formano gli eserciti avesse convinto che la guerra è solo orrenda, mandando in pensione la «virile mitologia» di coloro che amano la guerra ma senza farla, imponendola agli altri… Nei grandi schemi globali, ideologicamente gratificanti, bene contro male eccetera, chi, Michel, Macron, Peskov eccetera, chi fa il conto delle vittime, per ora, ucraine e russe? E visto che sono vittime che evidentemente non importano, chi si domanda cosa provano e come soffrono?

Come si è arrivati a questo punto quasi senza accorgersene? Grazie a una estensione della unicità del riferimento, la guerra inevitabile, servita con graduazioni sapientemente omeopatiche. L’espressione di orientamenti divergenti, battersi cioè per tregue, cessate il fuoco, la pace, finisce per perdere qualsiasi significato, a parte l’uso sovrabbondate di citazioni retoriche (lavorare per la pace… La diplomazia si metta al lavoro… Cercare mediatori…) la cui esegesi è costantemente variabile.

La morte di ogni ipotesi alternativa a una guerra sempre più ovvia e totale si ottiene come sempre con dotte calunnie. Il tirannello moscovita e i suoi accoliti fanno in questo il loro mestiere. A stupirci è quanto accade nelle democrazie dove il dissenso e la varietà delle idee dovrebbero essere indispensabili, di più sacrosanti. Intellettuali servili e i cani da guardia della guerra-business invece usano la mannaia: Putin? Un mostro che vuole assoggettare il mondo intero. Nessuno spiega con che mezzi, dove sono le prove se non la sua cattiveria demoniaca. Ma questo basta per condannare qualsiasi dubbio, graduazione e discussione. Si distribuiscono non analisi, dati, ma ossessioni «à la page’». Le enunciazioni che meglio fruttano a loro vantaggio risultano tanto più efficaci quanto più sono l’obitorio della ragione.

Nell’immagine: Francisco Goya- “E non c’è rimedio”  acquaforte dalla serie: ” Los desastres de la guerra”

 


Ex-macello: una narrazione ormai insostenibile

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Ammettiamolo: Karen Valenzano Rossi nel migliore dei casi non è una politica fortunata (nel peggiore e nelle infinite possibili vie di mezzo lasciamo ai lettori la facoltà di scegliere l’aggettivo che sembra loro più adatto). 

Martedì 20 infatti, durante la serata pubblica con il Municipio di Lugano per il bilancio di fine legislatura, (“Lugano si racconta” in Youtube al minuto 14’40”) è riuscita a commettere una delle più belle gaffe che si ricordano (“se devo scegliere tra le persone e le cose, sceglierò sempre le cose”, ha affermato prima di correggersi tra l’ilarità dei presenti). 

Primo caso sfortunato, la gaffe l’ha commessa proprio mentre stava rispondendo a una domanda sulla demolizione dell’ex macello, in cui manco a dirlo ha ribadito la versione ufficiale e la correttezza della decisione presa (“sulla base di quello che noi sapevamo, rifaremmo le stesse cose”); secondo caso sfortunato, il giorno dopo su Areaonline è stato pubblicato un articolo a firma Francesco Bonsaver (ripreso ieri anche in questa sede) che cita un documento redatto dalla polizia il 18 marzo 2021 (ossia ben tre mesi prima della demolizione dello stabile e (coincidenza?) giorno in cui i molinari sarebbero dovuti essere sfrattati) in cui si legge che “la situazione finale auspicata” è una e una sola: la demolizione. Tant’è che sempre in un altro documento di polizia, datato 22 aprile 2021, viene confermata la disponibilità delle macchine da cantiere per eseguirla. Altro insomma che intervento di urgenza, altro che “comunicazione claudicante” e “necessità esimente”, per dirla con le parole del procuratore pubblico Andrea Pagani.

Gli è che più procede l’inchiesta su quanto successe quel sabato sera di fine maggio, più viene alla luce quanto in realtà già tutti sapevano. È e sarà la scoperta ufficiale dell’acqua calda, l’ennesimo primato di cui il Ticino può (non) andare fiero.

Riepiloghiamo ciò che le carte raccontano: 

  • Immediatamente dopo sgombero e demolizione il fu sindaco Marco Borradori parlò in conferenza stampa di un’operazione pianificata e portata a termine con successo, tanto che ai microfoni della RSI affermò di stupirsi “un po’ se qualcuno si stupisce” di sgombero e demolizione. Solo dopo qualche giorno iniziarono i balbettii, questi sì claudicanti, e le rettifiche, fino a giungere alla versione ufficiale oggi conosciuta;
  • Il 6 luglio 2021 Naufraghi.ch riportò la versione dei poliziotti, che così si può riassumere: la politica non poteva non sapere (sottotitolo: noi abbiamo solo eseguito gli ordini), anche perché secondo loro dell’intervento e della possibile demolizione si iniziò a parlare in primavera. Un concetto ribadito sempre su Areaonline in un’intervista a corredo del citato articolo di Bonsaver dall’ex sindaco Giorgio Giudici, che tira in ballo non solo il Municipio di Lugano ma anche i vertici del Dipartimento delle Istituzioni. Titolo: “Impensabile demolire senza l’avallo della politica”;
  • Senza aspettare tanto, già a fine luglio 2021 la RSI riprese, approfondì e confermò quanto pubblicato da Naufraghi.ch: Municipio e polizia iniziarono a parlare di intervento e demolizione a marzo. In autunno (terza conferma) arrivò a conclusioni simili anche il “Corriere del Ticino”;
  • In dicembre giunse l’“assoluzione” del PG Pagani, le cui motivazioni sono state integralmente pubblicate per la prima volta da Naufraghi.ch nel successivo mese di febbraio. Per il procuratore comunque “è pacifico” che quella sera le autorità commisero almeno un reato (causa esimente tuttavia…);
  • Nella sua sentenza Pagani confermò per la quarta volta che l’11 marzo 2021 si svolse una videoconferenza cui parteciparono i comandanti della Polizia cantonale, quello della Comunale, il fu sindaco Marco Borradori e l’allora municipale Michele Bertini (dopo aprile 2021 il suo posto fu preso da Karin Valenzano Rossi), in cui i due comandanti “hanno evidenziato [al Municipio, ndr.] i possibili scenari a seguito dello sgombero coatto o non coatto”. Tra questi “anche degli interventi di natura edilizia”, in modo da evitare una rioccupazione degli spazi da parte degli autogestiti. Due le ipotesi sul tavolo: la “muratura degli accessi agli stabili” e “la demolizione totale dello stabile ubicato a sud del comparto”;
  • Altra riunione il 6 maggio. Qui le versioni tra le parti iniziano a divergere: da una parte la polizia afferma, verbale ad uso interno alla mano, che ai due municipali fu prospettato tutto quanto poi successo, dunque anche la demolizione dello stabile; dall’altra i due che negano “assolutamente” qualsiasi allusione all’abbattimento dello stabile. Conclusione di uno sconsolato Pagani: impossibile “sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”, ossia chi, fra polizia e municipali, gli abbia mentito;

Malgrado ciò la nostra sfortunatissima municipale, assieme agli altri quattro colleghi che con lei presero le decisioni che portarono all’abbattimento di parte dell’ex macello, continua a mantenere la sempre più claudicante versione ufficiale, dunque a negare o comunque a non volersi assumere la responsabilità per ciò che, a voler leggere carte e dichiarazioni, già da oltre due anni, per non dire da subito, era chiaro.

E probabilmente lo diventerà ancor più quando finalmente verrà pubblicata la decisione del giudice dei provvedimenti coercitivi Ares Bernasconi sulle parti dei verbali di polizia annerite dal comando della Cantonale, e quindi finalmente potremo prenderne visione e leggerli. L’incontro svoltosi a inizio anno tra il comandante Matteo Cocchi e il PG Pagani per trovare un accordo pare si sia risolto in un nulla di fatto. Da allora sono passati un paio di mesi. Curioso che per una decisione che di solito viene presa in relativamente poco tempo si debba aspettare così a lungo.

Nell’immagine: Karin Valenzano Rossi nel citato programma “Lugano si racconta”


Il vero ’68 ticinese? Cominciò il 22 marzo del 1974

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Il 22 marzo 1974 cominciava al Liceo di Lugano un movimento di contestazione studentesca che si rivelerà essere, senza esagerare, il nostro ’68. Certo, qualche anno prima vi era stata l’occupazione dell’aula 20 che, in concomitanza con il Maggio francese, aveva investito la Magistrale di Locarno (marzo 1968); ma il movimento del 74 fu sicuramente più profondo ed esteso rispetto alla realtà politica e sociale dell’epoca. Si tratta, evidentemente, di due episodi che si iscrivono nella stessa dinamica in atto, su scala internazionale, fin dalla fine degli anni ’60, rappresentando il secondo un momento caratterizzato da una maggiore politicizzazione rispetto al primo. Da non dimenticare poi, per avere un quadro più articolato di quegli anni, che nella primavera del 1975 gli apprendisti si mobilitarono a loro volta con una serie di rivendicazioni tese a migliorare la loro condizione.

Una lunga primavera di lotta

Quel che caratterizza la  lotta del 74, e che la differenzia rispetto a quanto successe alla Magistrale, fu certamente la durata. Il 22 marzo si tenne la prima assemblea di sciopero (che seguiva quella del giorno precedente che aveva decretato l’abolizione delle assenze, alla quale era seguito il sequestro di tutti i registri per l’annotazione delle assenze). Essa segnò l’inizio di uno stato di agitazione permanente che avrà il suo apice nel “venerdì nero” – il 17 maggio – quando la polizia intervenne e chiuse il Liceo obbligando gli studenti – riuniti in assemblea cantonale – a sloggiare. Casualmente il 22 marzo e il mese di maggio sono state date e periodi fondamentali nella storia del Maggio francese. All’Università di  Nanterre nasceva il Mouvement 22 mars che rappresentò – secondo l’opinione di molti storici – il colpo d’avvio del Sessantotto; fu poi proprio nella notte di venerdì 10 maggio che Parigi visse la “nuit des barricades”, considerato il momento culminante del movimento di contestazione. Ma, al di là di queste simboliche concomitanze, dall’inizio di marzo a fine maggio in particolare il Liceo cantonale di Lugano (ma anche altre scuole superiori come il Liceo Economico e Sociale e la SCC di Bellinzona) vissero un periodo intenso di assemblee, riunioni, scontri (quasi sempre rimasti urbani); un periodo di grande effervescenza e coinvolgimento di centinaia e centinaia di studenti. 

Una lotta intensa, determinata, profondamente politica

La rivendicazione da cui tutto ebbe inizio fu la richiesta di abolire il controllo delle assenze e la possibilità di una loro gestione autonoma (gli studenti avrebbero potuto autogiustificarle).
Non si trattava evidentemente del tentativo di autorizzare la “bigiata”, ma di impugnare uno strumento che mettesse in discussione una scuola che “ha bisogno di inculcarci dei valori precisi, dei contenuti culturali prestabiliti, secondo le esigenze dello sviluppo economico…La scuola, non ottenendo un consenso immediato di tutti, è obbligata a svolgere un’azione coercitiva…”.
Questa critica si inseriva poi in un’analisi dettagliata della scuola, del suo carattere classista, della sua logica selettiva. Un documento redatto durante un seminario dell’estate del 1973, che un gruppo di studenti aveva tenuto ad Arzo, offriva tutti questi elementi di analisi dai quali era poi scaturita, appunto, la rivendicazione dell’abolizione del controllo delle assenze.

Nel considerare e contrastare l’istituzione scolastica, molti dei membri più attivi del Movimento studentesco si ispiravano ad analisi allora assai diffuse. Da un lato, vi era il riferimento al marxismo, alla sua analisi di classe e, più in particolare, della scuola come “apparato ideologico di Stato”, frutto delle letture di teorici come Louis Althusser; dall’altra il riferimento a Don Milani e all’esperienza della scuola di Barbiana (Lettera a una professoressa era una lettura quasi obbligata). Sullo sfondo l’insieme delle critiche della “nuova sinistra” al capitalismo, alla sua logica di sviluppo e ai suoi valori, con la ripresa di alcuni elementi di fondo della contestazione sessantottesca.

A condurre la lotta fu il Movimento studentesco (MS), un collettivo al quale aderivano studenti di orientamento politico diverso, ma tutti animati da una forte logica anticapitalista. Il MS fu capace, fin da subito, di dotarsi di strumenti più snelli di azione (come un comitato di azione eletto dall’assemblea degli studenti) in grado di svolgere il ruolo di “direzione quotidiana” del movimento. Senza dimenticare la capacità di allargare e coordinare quanto capitava nelle altre scuole attraverso la costituzione di un comitato cantonale di coordinamento. Tra alti e bassi nella mobilitazione, tra momenti di trattativa – venne creata una commissione “ mista” per elaborare un nuovo regolamento delle assenze – e rifiuto delle proposte messe sul tavolo, ritenute insufficienti, si arrivò così, in un clima di forte e permanente conflittualità, alla fine di aprile.

Fu allora che alcuni atti unilaterali della direzione del Liceo (eterodiretta dal Dipartimento della pubblica educazione – il DPE di Ugo Sadis) e dello stesso DPE contribuirono in modo decisivo ad accelerare lo scontro; in particolare le dichiarazioni pubbliche della direzione del DPE – spalleggiata da giornali e Parlamento – di  voler “normalizzare” la situazione, interrompendo le assemblee degli studenti, ma anche  la minaccia di sospensione, inviata dalla direzione del Liceo a quattordici studenti, qualora le mobilitazioni fossero continuate.

Pochi giorni dopo (è il 15 maggio) la Direzione del Liceo decide di sospendere per una settimana due dei quattordici studenti diffidati. La risposta fu immediata con un’assemblea cantonale convocata venerdì 17 maggio. A quel punto interviene massicciamente la polizia che sgombera il Liceo. Il giorno dopo, grande manifestazione a Lugano con la richiesta di ritirare la sospensione dei due studenti. Lunedì 20 i due studenti ritornano al Liceo: vittoria!

Cambiamenti importanti

Furono numerose le conseguenze (qualcuno direbbe le riforme) che quel possente movimento riuscì ad ottenere. Cambiamenti che, con il normale riflusso della mobilitazione, in parte sono poi stati “recuperati” dal potere politico; ma che, per molti anni, hanno segnato la scuola ticinese.
La giustificazione delle assenze da parte degli stessi studenti venne accolta in un nuovo regolamento e si protrasse per alcuni anni, trovando poi una regolamentazione più “controllata” che resiste ancora oggi.

Ma fu, soprattutto, nella gestione della scuola che il movimento degli studenti diede una forte spallata ad un sistema gerarchico e poco democratico contribuendo così creare spazi di maggiore democrazia e partecipazione per insegnanti e studenti. Vennero infatti introdotte delle vere direzioni collegiali e il collegio dei docenti ottenne un importante potere di intervento nella nomina delle direzioni (esprimendo un “gradimento” sulle candidature presentate); una procedura rimessa in discussione nei decenni successivi dal Governo, che non riuscì tuttavia a cancellare il ruolo dei collegi dei docenti che, ancora oggi, rappresentano un importante luogo di espressione per gli insegnanti. Lo stesso avvenne per gli studenti che videro riconosciute le assemblee come organi rappresentativi della loro volontà. Anche questa istituzione, con il passare degli anni, si è fortemente indebolita, ma il suo riconoscimento rappresentò allora un passo avanti significativo.

Cinquant’anni dopo

Un primo elemento, sempre attuale, è sicuramente il ruolo fondamentale della gioventù come soggetto cruciale di trasformazione politica e di mobilitazione sociale. Non si possono spiegare altrimenti movimenti sociali come quelli ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, impressionanti anche per le loro dimensioni. Pensiamo al movimento delle donne (nel quale sono attive molte donne molto giovani) e al movimento ambientalista, pure caratterizzato da una forte presenza giovanile.

Un secondo elemento è sicuramente la crisi della scuola, in particolare dell’istituzione liceale, diventata sempre più un’”agenzia formativa” e sempre meno un luogo di cultura, un percorso di maturazione intellettuale e culturale che dovrebbe portare, per l’appunto, alla “maturità”. Era una tendenza già in atto all’epoca che si è sviluppata potentemente nel corso degli ultimi decenni.

Un terzo elemento, in questo caso di assoluta discontinuità, è un contesto politico radicalmente diverso. Non solo per i cambiamenti degli ultimi cinquant’anni, ma proprio per come questi cambiamenti hanno reso sempre più difficile la comprensione delle dinamiche economiche e sociali che li sottendono. Il fatto che siano meno immediatamente percepibili, a cominciare dalla stessa lotta di classe, non significa che non agiscano comunque.

Infine, su di un piano più personale, le esperienze profonde e radicali vissute allora da molti di noi hanno influenzato le nostre vite. L’impegno ha preso strade diverse, per alcuni assai lontano dalla politica; per altri è sfociato in percorsi e orientamenti politici solo relativamente attinenti alle rivendicazioni dei “furori” giovanili; altri ancora, infine, hanno continuato sulla via di un impegno tutto sommato coerente con quelle scelte.

Per tutte e tutti la consapevolezza di aver vissuto uno di quei momenti in cui sembrava di “poter cambiare il mondo”; una consapevolezza che andrebbe forse recuperata, indipendentemente dalle scelte successive, in un mondo la cui insensatezza costituisce un appello drammatico e costante. Come ha scritto Daniel Bensaid “Quando si confondono o si cancellano le linee strategiche, bisogna tornare all’essenziale: ciò che rende il mondo inaccettabile così come va e che impedisce di rassegnarsi alla forza cieca delle cose. Quel misto esplosivo di razionalizzazione parziale e d’irrazionalità globale crescente. Lo squilibrio e la deregolamentazione di un mondo sgangherato. Per questo il mondo resta da cambiare, ancora più a fondo e con più urgenza di quel che non immaginassimo una quarantina di anni or sono. Il dubbio riguarda la possibilità di riuscirvi, non la necessità di tentare di farlo”.

Articolo pubblicato anche dal sito mps-ti.ch
Nell’immagine: una delle numerose assemblee dell’epoca