Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Markus Krienke – La sua storia nella grande Storia
Il piano di Giorgia Meloni per guidare l’Europa, spostarla a destra e rifare amicizia con Trump
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Di Nicholas Vinocur, Hannah Roberts e Jacopo Barigazzi, Politico.eu
Quando Giorgia Meloni salì al potere in Italia, nell’autunno 2022, le élite occidentali nutrivano dubbi su un primo ministro che in passato aveva professato ammirazione per il fascismo.
Ma a distanza di due anni, la leader di estrema destra ha compiuto un’impresa politica.
Ha convinto i suoi colleghi occidentali del suo fermo sostegno all’Ucraina nella lotta contro la Russia, facendo poi leva su questa sua rispettabilità per ottenere una posizione di leadership tra le forze di destra europee.
Non solo. Sono state le pressioni della Meloni, e di altri leader di destra, a costringere Bruxelles a eliminare le restrizioni previste sull’uso dei pesticidi e a ridimensionare il pacchetto sul clima. Sono state anche i suoi interventi, in larga misura, a far cambiare la posizione dell’Europa sul tema migratorio, portandola da una posizione incentrata sull’asilo e sulla ridistribuzione tra gli Stati dell’UE verso il pagamento di Paesi terzi (dalla Tunisia all’Albania) per tenere i migranti fuori dai confini del continente.
Giorgia Meloni continua poi ad esercitare un’influenza silenziosa ma efficace su politici europei di primo piano, in particolare sulla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in cerca di sostegni per la sua ricandidatura al vertice di Bruxelles.
Ora la Meloni vola in Egitto per affiancare la von der Leyen nella firma di un accordo sulla migrazione in base al quale l’UE pagherà al Cairo fino a 7,4 miliardi di euro per sostenere le finanze del governo cairota in cambio di un freno delle migrazioni a partire dal più popoloso paese arabo (anche se il ministro delle finanze egiziano ha indicato una cifra più bassa, tra i 4,6 e i 5,5 miliardi di euro). Ripropone quindi la “formula tunisina” dello scorso anno, sperando che l’interlocutore del Cairo sia meno capriccioso e più coerente.
Tuttavia, l’influenza nell’UE di Giorgia Meloni ha ancora molto spazio per crescere.
A giugno, gli europei voteranno in un’elezione per il rinnovo del parlamento di Strasburgo che probabilmente porterà a un blocco di destra più forte in qjuella assemblea, prospettiva confermata anche da un sondaggio di “Politico”. Il primo ministro italiano è pronta a diventare “leader spirituale” di tale blocco, spingendo Bruxelles a destra su tutto, dalla politica migratoria al “Green Deal”, l’ ambizioso pacchetto di leggi sul clima che è diventato un sacco da boxe per la destra continentale, e non solo.
I critici non hanno perso tempo nel sottolineare negativamente l’influenza della Meloni sul proscenio mondiale. Nonostante alcuni titoli positiva su akcuni giornali, l’economia italiana rimane sostanzialmente bloccata, indebolendo la credibilità di Roma nelle grandi decisioni politiche. E nonostante l’attuale stato di degrado delle relazioni franco-tedesche, Parigi e Berlino sono ancora, strutturalmente parlando, i centri di riferimento per la politica europea, mentre la Polonia del primo ministro Donald Tusk è un attore sempre più cruciale.
Gli oppositori in Italia avvertono anche che il governo Meloni sta facendo una campagna contro le gravidanze surrogate per erodere silenziosamente i diritti LGBTQ+. Come ci si può aspettare da una conservatrice di marca “Dio, patria e famiglia”, la Meloni e il suo partito “sono stati a lungo ostili all’avanzamento dell’uguaglianza LGBTQ+ nella sfera della vita domestica, opponendosi ardentemente alla genitorialità omosessuale”, ha scritto Andrea Carlo, ricercatore italo-britannico, in un op-ed per POLITICO lo scorso anno.
A novembre, gli elettori statunitensi sceglieranno tra il presidente in carica Joe Biden e l’ex presidente Donald Trump. Se prevarrà il primo, la Meloni potrebbe portare avanti un rapporto che sia la Casa Bianca che il suo ufficio definisce “positivo”. Se sarà Trump, potrebbe mettere a frutto mesi di discreti sforzi per corteggiare la destra MAGA (“Make America Great Again”, il celebre slogan dell’ex capo della Casa Bianca), diventando un alleato europeo meno tossico dell’ungherese Viktor Orbán: diverrebbe una sorta di quello che fu Maggie Thatcher per Ronald Reagan, per usare un’analogia molto imperfetta.
“In Italia è di gran lunga il politico più vicino a Trump”, ci dice Marco Damilano, analista politico italiano. “E a livello europeo, il suo governo sarebbe nella posizione migliore per costruire legami con una seconda amministrazione guidata dal tycoon tatunitense”
Nonostante la recente sconfitta elettorale in Sardegna, l’indice di gradimento della Meloni – 41% – rimane inverosimilmente alto per un premier italiano a due anni dal suo insediamento. La domanda ora è questa: come userà il suo capitale politico, rimarrà fedele al campo pro-Ucraina e pro-NATO nel caso in cui Trump tornasse alla Casa Bianca e lei diventasse la grande acerdotessa della destra europea?
Per ora, l’inquilina di Palazzo Chigi a Roma si sta dimostrando particolarmente abile nella tradizione diplomatica italiana di giocare su entrambi i fronti. Piuttosto che posizionarsi fuori dal quadrato europeo, lei Meloni è rimasta all’interno, sapendo che si trattava del miglior posizionamento per esercitare una crescente influenza sulla politica dell’UE.
Trump o Biden? Oppure entrambi?
Quando gli è stato chiesto di descrivere il risultato che preferirebbe per le elezioni presidenziali americane, Nicola Procaccini, che guida la fazione della Meloni al Parlamento europeo, ha detto: “Ci auguriamo che vinca Trump”, anche se non ha tardato ad aggiungere una precisazione: “Ma ovviamente Giorgia è anche il leader del governo italiano e ha un ottimo rapporto con il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden”.
L’accampamento della Meloni sta cercando di fare il bello e il cattivo tempo. Da un lato, sta facendo molto per assicurare che le sue credenziali pro-Ucraina e pro-NATO sono in ordine, aggiungendo di recente un viaggio a Kiev nel secondo anniversario dell’invasione russa a febbraio e l’organizzazione nella capitale ucraina di un incontro speciale dei Paesi del G7 dedicato al conflitto e alle necessità di Kiev. Dall’altro, sta facendo del suo meglio per corteggiare i repubblicani MAGA anti-Ucraina, costruendo legami con il campo di Trump grazie ai membri del suo partito di estrema destra Fratelli d’Italia col quartier generale trumpiano che si trova Florida.
Giorgia Meloni attirò le folle partecipando al CPAC 2020 in Florida (un evento repubblicano critico nei confronti dell’emergenza sanitaria da coronavirus) . Quattro anni dopo il suo campo sta di nuovo lavorando duramente per costruire legami con l’entourage di Trump negli Stati Uniti. “Come leader di una delle principali economie europee, sarebbe il punto di riferimento per Trump in Europa”, ha affermato Andrea di Giuseppe, deputato di Fratelli d’Italia con sede in Nord America e responsabile delle relazioni con i repubblicani statunitensi.
L’apertura della Meloni nei confronti di Trump è destinata a rafforzare i sospetti dei più stretti alleati dell’Ucraina in Europa sulla sua posizione a lungo termine, soprattutto dopo che lo scorso novembre il primo ministro italiano è stato sorpreso a lamentarsi della “stanchezza da Ucraina” con un leader africano che poi si scoprì essere il protagonista (russo) di uno scherzo telefonico.
Ma in un momento di stallo tra Bruxelles e l’Ungheria sugli aiuti all’Ucraina, la Meloni ha contribuito a convincere Orbán a firmare un pacchetto di aiuti da 50 miliardi di euro per l’Ucraina, risultato che ha le sue radici in un’offensiva senza sosta per corteggiare il leader ribelle. La Meloni, grande ammireatrice e sostenitrice del politico ungherese, è stata del resto ospite principale del raduno di Orbán che ha radunato molte personalità conservatrici a Budapest lo scorso settembre. E i due leader hanno poi condiviso una dichiarazione congiunta di condanna dell’aggressione russa in Ucraina, a testimonianza dell’influenza della Meloni.
Chi ha avuto a che fare con la Meloni da vicino sottolinea una differenza fondamentale tra lei e persone come Orbán o l’ex primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. È scrupolosa nel non oltrepassare le linee rosse del blocco sullo stato di diritto o nell’apparire sleale nei confronti dell’ordine NATO guidato dagli Stati Uniti.
Se a questo si aggiunge la sua padronanza delle lingue straniere – superiore a quella di molti suoi predecessori – e il suo modo di fare informale negli incontri internazionali (è nota per posizionare il suo portamatite, come una studentessa, davanti a sé durante le riunioni dei leader) si ottiene un alto esempio di diplomazia italiana.
Ho una richiesta…
Se la von der Leyen (a cui la leader italiana ha già garantito il suo appoggio) otterrà la nomina per un secondo mandato, molto probabilmente avrà a che fare con un Parlamento europeo in cui, secondo i sondaggi di “Politico”, i partiti di destra avranno un numero di seggi maggiore rispetto a questa legislatura, e in cui la Meloni, ancora una volta, probabilmente giocherà un ruolo cruciale. Ecco pechè la sua influenza sugli affari dell’UE sembra destinata a crescere, non a ridursi, già nei prossimi mesi. La von der Leyen non potrà fare a meno del suo sostegno per ottenere una maggioranza qualificata tra gli altri 26 leader dell’UE a favore di un secondo mandato.
In quanto membro del più grande gruppo del Parlamento europeo (cioè il Partito Popolare Europeo), la von der Leyen avrà probabilmente il sostegno automatico di 12, forse 13 leader conservatori (se Mariya Gabriel diventerà primo ministro della Bulgaria prima delle elezioni). Ma per raggiungere la soglia di 15 Paesi per una maggioranza qualificata, avrà bisogno del sostegno di almeno altri due leader non appartenenti al PPE.
Secondo il funzionario del PPE che ci ha parlato a condizione di rispettarne l’anonimato, i due leader sul cui sostegno von der Leyen farà molto probabilmente affidamento per superare questa sorta di “linea rossa” sono Petr Fiala, primo ministro della Cekia, e, naturalmente, Giorgia Meloni.
Da qui il frenetico programma di viaggi della von der Leyen in Italia. È stata a Roma due volte nel 2023 e una all’inizio del 2024, due volte in Emilia Romagna e una a Lampedusa, un punto caldo per i migranti che arrivano in barca al largo della Sicilia, oltre a diversi incontri a tu per tu a margine di conferenze internazionali; due volte a Tunisi con la Meloni; e ora in Egitto.
Anche se il partito di destra della Meloni non sarà di gran lunga il più grande del Parlamento europeo (è probabile che l’onore rimanga al Partito Popolare, in procinto di raccogliere 177 seggi, sempre secondo il sondaggio di “Politico”, lo schieramento guidato da Fratelli d’Italia è comunque visto come un motore ideologico che spinge lo stesso PPE a destra. Come von der Leyen, il presidente del PPE , Manfred Weber, ha a sua volta corteggiato Meloni durante una serie di incontri individuali, alimentando la voce che il primo ministro italiano potrebbe fare un’offerta per entrare nel gruppo conservatore.
Certo, i funzionari del PPE smentiscono la possibilità che Meloni entri formalmente nel loro gruppo. Ma non c’è alcun divieto di alleanze ad hoc con il blocco conservatore , un’idea che Procaccini, co-presidente del gruppo, sembra del resto abbracciare.
“Ho un colloquio quotidiano molto franco con Manfred Weber”, ha detto. “Abbiamo diversi punti in comune con il PPE, e abbiamo anche una strategia in comune. Le maggioranze al Parlamento europeo non sono come quelle dei parlamenti nazionali: possono cambiare a ogni votazione”.
Meloni potrebbe anche presiedere un gruppo di Conservatori e Riformisti europei significativamente più ampio, se il partito Fidesz di Orbán si unisse, portando con sé almeno 12 deputati (Fidesz, il partito di Orban, è stato cacciato dal PPE nel 2019). Procaccini ha detto che è “troppo presto per dire” se Fidesz potrebbe entrare nell’ECR, ma ha affermato che una decisione sarà presa dopo le elezioni se Fidesz presenterà una richiesta formale di adesione.
Con Fidesz dalla sua parte, Meloni – come leader di un Paese del G7 – presiederebbe una fazione di destra allargata nel Parlamento europeo che potrebbe formare alleanze ad hoc con il gruppo di estrema destra ID.
“Lei [Meloni] è stata esplicita su ciò che vuole fare”, ha dichiarato Leo Goretti, esperto di politica estera italiana presso l’Istituto Affari Internazionali di Roma. “Vuole riunire i conservatori e i nazionalisti, rispecchiando le inclinazioni della sua stessa coalizione di centro-destra”.
Alla domanda su come la Meloni potrebbe esercitare la sua ritrovata influenza sulla scena europea e globale dopo le elezioni europee, un altro funzionario del PPE ha detto, a condizione di anonimato: “Come primo ministro e presidente del Gruppo degli europeisti riformisti-coinservatori, Giorgia Meloni chiederà posizioni importanti, probabilmente un portafoglio molto grande per il commissario europeo italiano”. Resta da vedere se questo accadrà tra il frammentato guazzabuglio di partiti di destra ed estrema destra che coabitano con qualche difficoltà nel Parlamento europeo. Ma la Meloni ci proverà, ha detto il funzionario. Soprattutto, presentandosi “come il leader informale di tutto ciò che è a destra del PPE, questo è il suo sogno”, ha concluso il funzionario.
Massimo Carlotto, ovvero quando il noir racconta la realtà
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
L’Alligatore che ospitiamo sulla zattera è in realtà il soprannome di Marco Buratti, il personaggio seriale più noto dello scrittore Massimo Carlotto (Padova, 1956). Un detective privato della Padova anni Novanta: canta in un gruppo blues tra fumo e Calvados, ha frequentato il mondo della malavita, si è fatto sette anni di galera e, una volta libero, sfruttando le sue passate frequentazioni, si mette al servizio degli avvocati per scoprire elementi utili in una causa. Una figura che la serie TV, coprodotta da Rai Fiction e Fandango, ha reso ancora più amata facendo di Carlotto uno degli autori italiani più tradotti e venduti anche all’estero: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Romania.
La saga dell’Alligatore comprende 9 romanzi: il primo, La verità dell’Alligatore, venne pubblicato – come i successivi, dalle edizioni e/o di Roma – nel 1995. L’attore Gigio Alberti ne ha letto ampi stralci durante la serata che si è svolta recentemente al LUX art house di Massagno, nell’ambito di “Tutti i colori del giallo”.
Questa figura di culto tra gli appassionati di noir sta per compiere 30 anni e tornerà in libreria nel 2025, mentre, il 9 aprile da Einaudi, uscirà il romanzo Trudy, in cui si parlerà del settore – in forte, non del tutto controllata espansione – della sicurezza privata e della cybersecurity. Carlotto si interroga sui limiti che ne regolano l’impiego, sui mezzi e le tecnologie di cui dispone per operare, sulle zone grigie della legislazione (intercettazioni, tra legalità e illegalità), sui suoi legami con il mondo della politica e dell’economia.
“Trudy non è un saggio, è sempre un romanzo” ha avvertito Carlotto, nel tentativo di rassicurare i suoi lettori, già colpiti da uno strillo insolitamente inquietante (“Dopo aver letto Trudy, camminando per strada ti verrà voglia di guardarti le spalle”).
Pochi minuti prima, sollecitato sul proliferare di magistrati, funzionari e poliziotti che, sia durante la loro vita professionale che dopo la pensione, hanno cominciato a scrivere dei gialli, ha allargato lo sguardo: “Il rapporto che ha l’Italia con la verità continua ad essere profondamente perverso, tanto che, da un punto di vista dell’immaginario collettivo, gli italiani hanno rinunciato alla verità, nel senso che ci hanno così disabituati alla verità che nessuno crede più a nulla. Anzi, più è istituzionale una verità, meno la gente ci crede. E questo è un grossissimo problema, perché mette in crisi la stampa, mette in crisi i media in generale, mette in crisi le istituzioni. In realtà qualche ragione c’è per tutto questo. Cercare di ristabilire, almeno in un romanzo, la verità, secondo me, è una cosa necessaria: è uno di quegli impegni che la cultura deve avere, nel senso che il romanzo, anche se è la cosa più finta che c’è al mondo, può raccontare molto, perché può raccontare la realtà”.
Il “metodo Carlotto”, la fortunata formula dei suoi libri “è di dire che la storia criminale è una scusa per raccontare altro, per raccontare tutto quello che ci sta intorno, e quindi tu usi una storia criminale, che ha un inizio, che ha uno svolgimento e una fine, che però ti permette di dare uno sguardo. Una sorta di fotografia di un momento, di un luogo. Non mi interessa la microstoria, anche se funziona molto bene dal punto di vista della trama. Mi interessano storie che abbiano un senso generale: questo mi costringe ad avere uno sguardo ossessivo sulla realtà e a cercare continuamente di scavare e di avere un’idea di quello che mi succede attorno”.
L’altra sera, per festeggiare i 20 anni del Festival Tutti i colori del giallo, organizzato dal Comune di Massagno, ospite d’onore era proprio il padre dell’Alligatore. Il quale, pur raccontando la genesi del personaggio, l’origine e gli spunti per le sue inchieste (uno, narrato in La banda degli amanti (2015), venne suggerito a Carlotto da una lettrice di Massagno), ha spinto il proprio sguardo più in là, insistendo sul nuovo ruolo della migliore letteratura poliziesca, quello di aprire gli occhi dell’opinione pubblica sui rischi anche criminali della globalizzazione. Allo scrittore, il moderatore della serata Piergiorgio Pulixi ha chiesto come mai il tema della grande criminalità è pressoché assente dai media e dal dibattito pubblico mentre un altro giallista tra i maggiori, Carlo Lucarelli, ha dichiarato che proprio i romanzi di Carlotto sono la fonte migliore per studiare l’Italia odierna confrontata con l’emergenza ambientale, sociale, ma anche criminale.
“Il problema è che la narrazione della cronaca nera in Italia è veramente spicciola. C’è un circo mediatico che si appropria di alcuni casi e li fa durare all’infinito: di molti non ce ne libereremo mai più, perché rimarranno profondamente ancorati nella memoria collettiva. Dopodiché vengono continuamente ritirati fuori e riraccontati. Il problema è che la cronaca nera non riflette il vero livello del crimine, nel senso che i cittadini non sono correttamente informati rispetto al livello di criminalità che c’è nel Paese. Da una parte abbiamo la criminalità organizzata e le culture mafiose; abbiamo un’economia – chiamiamola nera – che si è fusa con quella legale. Con un’infiltrazione spaventosa: in Italia, poi, sono presenti tutte le mafie: io vengo dal Nord Est, storicamente un territorio con un sistema economico fatto apposta per riciclare. E abbiamo tutte le culture mafiose sia nostrane che estere”.
A ciò – continua Carlotto – “si è aggiunta, da vent’anni a questa parte, un’altra dimensione criminale, che io chiamo del signor Rossi: persone che non hanno mai avuto a che fare un disagio sociale, che non hanno nulla a che fare con la criminalità, hanno cominciato a usare il crimine come scorciatoia per risolvere i propri problemi. Ed è diventato in Italia un fattore endemico. Queste persone commettono dei crimini per una parte della loro vita e poi non fanno una scelta di campo diventando dei criminali, no, usano il crimine come scorciatoia. Mi riferisco a bande che si formano per lo smaltimento illegale dei rifiuti, tutti incensurati che si mettono anche a servizio della criminalità; incensurati che commettono reati fiscali, e così via”.
Di tutti questi aspetti carta stampata e TV parlano poco o non parlano affatto, mentre si dà risalto a un crimine di livello familiare (drammi passionali, femminicidi, vendette) che, per quanto drammatico, è di basso cabotaggio. Il compito di aprire gli occhi all’opinione pubblica viene così un po’ paradossalmente affidato alla fiction e al giallista che, per scrivere un suo romanzo, fa dapprima una propria inchiesta di tipo giornalistico, ne trae gli spunti più legati alla realtà e la mischia alla trama romanzesca.
Questa sorta di “contro-narrazione” affidata alla letteratura ha coinvolto anche servitori dello Stato: l’Italia, osserva Carlotto, è l’unico Paese in cui magistrati e appartenenti alle forze di polizia scrivono dei romanzi noir. “Quando lo raccontiamo all’estero, la gente ride, dice ma no, il loro lavoro viene raccontato dalla stampa. Eh no! Se andate a leggere i romanzi di questi servitori dello Stato, vi rendete conto che la loro narrazione non ha nulla a che vedere con quella ufficiale, racconta altro, e questo è un punto di vista molto interessante: vuol dire che il genere è comunque uno strumento per raccontare la realtà”.
L’intervento integrale di Massimo Carlotto a Tutti i colori del giallo 2024
Il Diario civile di Cesare Segre
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Cesare Segre è conosciuto come uno dei maggiori filologi, critici, semiologi e teorici della letteratura. È stato, negli studi letterari, un protagonista del secondo dopoguerra, rinnovatore dei metodi e nel contempo erede di grandi maestri. Meno si sa dell’impegno giornalistico, a cui Segre teneva molto, anche come commentatore ed editorialista politico-civile oltre che culturale. Lo sconfinato terreno di interesse dello studioso, che spaziava dalla Chanson de Roland a García Márquez, da Boccaccio a Beckett, sembrava non bastare all’intellettuale e all’uomo sensibile agli accadimenti del mondo, lettore sistematico dei quotidiani, pronto alla discussione con gli amici sull’attualità del giorno. Nonostante l’aspetto riservato se non distaccato, era l’opposto dell’accademico avulso dal contesto, pur considerando che quel contesto spesso non gli piaceva.
La sua curiosità delle opinioni e della realtà circostante è testimoniata — ma allo stesso tempo, forse, anche favorita — dalla lunga collaborazione al «Corriere della Sera», iniziata nel febbraio 1988, su invito del direttore Ugo Stille e grazie alla mediazione dell’amico Corrado Stajano. L’impegno giornalistico sarebbe diventato per Segre un «secondo mestiere», che in oltre venticinque anni avrebbe prodotto 481 articoli tra recensioni, elzeviri saggistici, racconti non solo memoriali, interventi lunghi e brevi di carattere etico e politico-culturale.
Questo Diario civile (edito da “Il Saggiatore”) propone una scelta di riflessioni che esula dal versante strettamente professionale. La successione cronologica valorizza la varietà e la ricchezza dell’impegno giornalistico, una sorta di «diario in pubblico»: negli ultimi suoi libri confluivano non a caso, oltre a contributi di teoria e critica letteraria, articoli su temi morali apparsi per il «Corriere», rinforzando l’idea di una necessaria e progressiva convivenza e convergenza dei due aspetti. È noto del resto quanto, negli ultimi anni, le istanze civili occupassero i pensieri di Segre anche in sintonia con una rinnovata idea di letteratura e di prospettiva critica. Basti ricordare che il Meridiano si chiude simbolicamente con un saggio su Etica e letteratura del 2003. Nel 2006, Segre polemizza con Mario A. Rigoni invocando la necessità, per gli scrittori, di «schierarsi dalla parte dell’umanità» in nome di un’«etica della convivenza umana».
L’impegno più esplicito da parte di Segre coincide con il primo governo Berlusconi, composto anche dalla Lega Nord di Bossi e, per la prima volta, da esponenti del Msi. Il 7 luglio 1994, due mesi dopo il varo di quell’esecutivo di destra, sul «Corriere» viene presentato il Manifesto democratico elaborato da Segre con Stajano e Raffaele Fiengo. L’appello contiene un forte richiamo ai valori dell’antifascismo, con un monito sul conflitto di interessi e sulla necessità di tenere separati il potere politico da quello giudiziario. Tutte tematiche destinate a rimanere vive fino a oggi. Il documento, accusato di eccessivo allarmismo pregiudiziale, intendeva coinvolgere liberi esponenti dell’economia, della finanza, dello spettacolo e della cultura, per creare una sorta di «forum» democratico permanente. Tuttavia, sui buoni propositi prevalsero le difficoltà organizzative, e Segre, ricordando quell’esperienza, qualche anno dopo avrebbe scritto con un velo di amara autoironia: «Così la mia stagione di politico militante al di sopra dei partiti è durata poche settimane».
Escluse le recensioni letterarie, i filoni perseguiti da Segre e rappresentati nel Diario civile sono essenzialmente cinque.
1. Le riflessioni sulla memoria del nazismo e del fascismo, sull’ebraismo e sulla Shoah, con accenni all’esperienza vissuta, sviluppati distesamente in alcuni racconti in parte confluiti nell’autobiografia Per curiosità (Einaudi,1999). Questa dolorosa sensibilità è suggerita dal ricordo dei familiari scomparsi nei lager nazisti e dell’autoreclusione in un seminario di Avigliana, in Val di Susa, cui il sedicenne Cesare, sotto falso nome, fu costretto durante la Repubblica Sociale. Erano argomenti su cui Segre veniva chiamato a esprimersi, spesso in prima pagina (specie sotto le due direzioni De Bortoli). Ma anche la cronaca del giorno suggeriva rapide incursioni in tematiche simili. Una parentesi a sé, per la durezza del tono, riguarda l’uscita, nel 1994, del libello antisemita di Léon Bloy Dagli Ebrei la salvezza. Polemica che comportò uno scambio senza complimenti con Roberto Calasso, direttore di Adelphi, al quale Segre rimproverò: «Hitler, dal profondo dell’inferno, manderà i suoi fax di ringraziamento».
2. L’impegno di Segre si estendeva anche ad aree contigue rispetto ai suoi più stretti interessi critico-letterari, traducendosi in affreschi di ampio respiro su questioni storiche che si riproponevano nel presente (i rapporti tra Cristianesimo e Islam o il senso originario del Giubileo, divenuto nel 2000 un indegno «carnevale mediatico»). In altri casi quelle stesse istanze contengono risvolti ironici o stroncatorî: memorabili gli elzeviri contro il decostruzionismo americano o contro le grottesche tendenze «new».
3. Le preoccupazioni sulla «società degli studi», sulle molteplici riforme scolastiche e universitarie (le «foghe innovatrici») producono numerose prese di posizione, senza sconti né alla destra né alla sinistra, sulle politiche ministeriali. Il rimprovero ricorrente è di voler mortificare il ruolo degli insegnanti e di ridurre l’istruzione a «gretta utilità» pratica ignorando la necessità primaria di coltivare lo spirito critico e il confronto democratico delle idee. Esemplari sono le lettere aperte rivolte da Segre a docenti e studenti, i suoi consigli pratici (validissimi tuttora) sulla scrittura, sui temi di maturità e sulle tesi.
4. Più vicini allo spirito sistematico e didascalico di Segre i non pochi articoli che riguardano i mutamenti linguistici, mai dissociati dall’attualità emergente e spiegati in veri e propri mini-trattati di linguistica storica oppure di sociolinguistica. Per esempio, i pezzi ampi sul controverso rapporto tra dialetto e lingua, sugli eccessi del neopurismo, in cui Segre mette in guardia verso atteggiamenti nostalgici o regressivi. Due puntate, sempre attuali, prendono di petto il linguaggio pubblico da «osteria» e il ritorno del turpiloquio in politica («già caro ai fascisti»).
5. Per il calore con cui Segre faceva valere la sua «militanza», sempre rimasta convinta, sul fronte della filologia e della semiotica (è sua, come noto, la coniazione dell’endiadi «semiotica filologica»), tra gli scritti civili si inseriscono anche quelli che rivendicano una posizione teorica in contrapposizione con altri punti di vista. Risalta con evidenza particolare, per esempio, l’elzeviro su Roland Barthes, che definisce una netta distanza «ideologica» della semiotica italiana rispetto a quella francese. Si capisce molto bene come gli «strumenti critici» per Segre non siano mai arnesi neutri. E su questa via non stupiscono i ripetuti elogi ai critici russi (Jakobson, Bachtin, Lotman), per tanti versi affini a una semiotica, quella italiana, non disancorata dalla storia e dalla linguistica.
C’è poi la fedeltà alla filologia come abito mentale e si direbbe esistenziale. Ricordando l’amico pavese Cesare Bozzetti, Segre scriveva: «Chi è stato, già da giovane, tanto vicino alla morte fatica a nascondere le ferite. La filologia era per Bozzetti l’appello a una realtà diversa da quella, inquinata, in cui siamo immersi». Una sorta di autoritratto-confessione.
Ci sono, appunto, i ritratti in morte, da cui affiora una mappa delle affinità culturali e sentimentali. Da una parte i «maestri» Jakobson, Lotman, Lévi-Strauss, Contini, Dionisotti; dall’altra i compagni di strada (di una vita), Maria Corti, Dante Isella, d’Arco Silvio Avalle. Infine, gli scrittori amati: Lalla Romano, Vincenzo Consolo, Luigi Meneghello… Sono spesso ritratti da vicino, dai quali non traspare mai l’ombra di una pur minima autorappresentazione. Nessun narcisismo, precisione, estrema chiarezza: nel rispetto del lettore, Segre non esita, se necessario, ad aprire parentesi esplicative.
Maestro di eleganza, di controllo, di attenuazione in cui si annida l’ironia, Segre si concede rare stilettate, come nel caso Bloy, quando la materia gli si presenta incandescente per le sue cupe risonanze. Più spesso Segre consegna il suo pensiero profondo a sintesi folgoranti collocate in chiusura dei suoi articoli. Come nel sigillo finale di una stroncatura, morbida nei toni ma non nella sostanza, della versione cinematografica de La tregua: «I sentimenti di Levi, al di là di qualche innocente fantasticheria, stavano su un altro livello e i suoi lampi di gaiezza erano solo negli occhi». La chiusa di un commento sul filonazismo di Mircea Eliade: «Nelle concezioni astratte non c’è tragedia; la tragedia sta nella storia». E il congedo di un articolo sulla scomparsa degli ebrei per assimilazione: «Un’assimilazione completa sarebbe possibile solo in un contesto che abbia abbandonato pregiudizi, odio per i diversi, prepotenza. Quest’epoca messianica non pare vicina. E gli ebrei continueranno ad interrogarsi sul loro essere, sperando che la risposta non gli venga data dagli altri, con la violenza». Una insolita luce di ottimismo utopista subito spenta dalla consapevolezza storica e dalla presenza di un fantasma che sempre ritorna.
Articolo pubblicato dal “Corriere della Sera”
Nell’immagine: Cesare Segre
Sergio Rossi – I primi progetti di controllo sull’intelligenza artificiale presentano parecchi buchi
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria
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- Le interviste precedenti a Sergio Rossi
Quando si osa il “politicamente scorretto”
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Per fortuna ci sono anche le opinioni politicamente scorrette. Qualcuna affiora in questi giorni in qualche comune della nostra repubblica. Sentir dire, ad esempio, che le imposte andranno aumentate, con ponderazione, se si vuol salvare capra e cavoli. È fatto straordinario nel clima cantonticinese, quando si sa che per guadagnarsi l’elettorato o gli ambienti economici (elezioni comunali) la miglior seduzione si trova nel “meno imposte o tributi” o – con la mano sul fuoco e caschi il mondo – nella promessa che ogni aggravio fiscale sarà evitato. Osar dire, ad esempio, che non è chi sa quale plusvalore attribuito a finanziere internazionale e superintervistato che ci salverà, ma piuttosto l’impegno molto concreto della maestra dell’infanzia locale o dell’infermiera del vicino ospedale, mai interpellati.
Spesso, trascinati a spirale discendente in una “politica” che si tenta di imporre come l’unica corretta e salvifica e che va dalla storiella della ricchezza che sgocciola come sego di maiale se la solleciti con sgravi fiscali, sino alla conseguente denunciata carenza di vergogna politica (consoliamoci, caro Andrea Ghiringhelli, che ne hai qui scritto: il termine inglese absence of shame è ormai entrato nel linguaggio della sociologia politica e ci dice che è pandemia), si è tentati di vedere cosa capita altrove. Prescindiamo dalla vicina Italia, bell’esempio che ci assomiglia troppo. Guardiamo ad esempio alla Germania.
Contrari alla riduzione delle imposte
Da una approfondita inchiesta nel quadro del “Deutschland-Trend” è risultato che una maggioranza dei cittadini tedeschi (58 per cento, contro il 38 per cento) è contraria ad una riduzione delle imposte. Da non credere. Con una motivazione precisa e logica: perché si rischia di aumentare ancora il debito pubblico e perché si indeboliranno i servizi pubblici, dalla salute, alla scuola, alle comunicazioni, alla sicurezza.
Emergono tuttavia altri fatti, in parte singolari, in parte scontati. I cittadini con redditi medi e superiori sono molto più contrari alla riduzione delle imposte dei cittadini con redditi inferiori (ai 1500 euro mensili). Forse perché quest’ultimi avrebbero poco o niente da guadagnarci? Esito comunque inimmaginabile, politicamente scorretto alle nostre latitudini. Migliore intelligenza e maturazione civica? Una constatazione appare certa: il problema risulta meno quello della riduzione delle imposte o degli sgravi fiscali o della concorrenza fiscale per vivere o crescere, quanto piuttosto quello dell’impoverimento “provocato” dello Stato, delle collettività territoriali e comunali, considerato un grave pericolo. O anche quello del pretendere dall’ente pubblico, che non può però contare su entrate pubblicitarie palesi o coperte, una imitazione dell’’”economia della gratuità” (quella cioè di pretendere e ottenere… convinti di non dover pagare). Viene pure rovesciato quello che passa per un assioma: che è cioè necessario moltiplicare dapprima la ricchezza per poter distribuire; si ritiene invece che occorra cominciare dalla ricchezza esistente se si vuol salvare la giustizia distributiva e creare ricchezza anche umana.
I distruttori e creatori di ricchezza
Un altro studio inglese della geniale “New Economic Foundation”, basato sulla metodologia del “Social return on Investment” (con un interrogativo semplice: quale ristorno sociale, collettivo, e non solo di reddito economico, posso ottenere da un investimento?) capovolge in pratica i criteri con cui valutiamo i nostri apporti alla società. Che non possono essere solo di crescita economica o di redditività o di quanto vali?”, ma anche di “ben-essere” sociale, umano, ambientale. Esemplifichiamo, per farla breve: i finanzieri della City risultano distruttori e non creatori di ricchezza: per ogni sterlina (o franco, se si vuole) che creano, ne distruggono sette. I peggiori sono i consulenti fiscali, che permettono a privati e società di evitare le imposte: distruggono 47 volte più ricchezza di quanto ne creano. Mentre i maestri o le infermiere d’ospedale generano ricchezza dieci volte superiore rispetto alle contribuzioni (agli investimenti) che sono loro concesse. Si potrà anche criticare il metodo, che sarebbe comunque un accidente, ma non si può negare la sostanza. Che è la realtà. E forse bisogna essere più “politicamente scorretti” (rispetto al ritenuto politicamente corretto dominante).
Nell’immagine: una city, da qualche parte (tanto sono tutte uguali)
Veronica Noseda – Un protagonismo europeo poco apprezzato dagli europei
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Eugenio Barba, uomo di teatro sulle orme della tradizione, immaginando l’impossibile
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Fondatore dell’Odin Teatret, compagnia che quest’anno compie 60 anni di attività, Eugenio Barba si colloca in quella tradizione teatrale che prende le mosse dal Teatro d’arte di Mosca con Konstantin Sergeevič Stanislavskij alla fine del 1800 e che prosegue lungo tutto il novecento con nomi come Antonin Artaud, Jacques Copeau, Bertolt Brecht, Jerzy Grotowski, Tadeusz Kantor, ma anche il Living Theater di Julian Beck e di Judith Malina, Dario Fo, Carmelo Bene e tanti altri, dando vita a una rivoluzione profonda e intensa, benché sotterranea, che si incarnerà in esperienze variegate nel tempo, nello spazio e nel metodo, ma che hanno al centro della loro ricerca l’incontro magico, unico, dirompente tra attore e spettatore.
Eugenio Barba nasce a Brindisi nel 1936. A 17 anni emigra a Oslo, dove svolgerà diversi lavori prima di approdare a quella che lui stesso definisce in La terra di cenere e diamanti la sua patria professionale: quella Polonia d’inizio anni ’60 dove sta muovendo i primi passi Jerzy Grotowski, che, benché coetanei, Barba considererà suo maestro (“La direzione è sempre stata la mia. Le orme sono le tue”, gli scriverà in una lettera del 1998 in occasione del premio internazionale Pegaso d’oro).
Tornato in Norvegia nel 1964 fonderà l’Odin Teatret, un teatro di erranti e un teatro errante, non solo perché sin da subito cambierà luogo di residenza e si stabilirà a Holstebro in Danimarca, non solo perché la compagnia viaggia in lungo e in largo per il mondo presentando spettacoli, laboratori e dimostrazioni di lavoro. È e sono erranti poiché viaggiano lungo quella linea sottile costituita dal tentativo di rispondere all’interrogativo di che cosa sia il teatro.
Se il teatro è tradizione, allora ogni generazione deve riconoscere i propri antenati e nel contempo modificare quel sistema di valori, di usi e costumi, immaginando ciò che è utile al proprio tempo, alle proprie aspirazioni, ai propri sogni. Questo dialogo col passato, ma con lo sguardo nel presente, consente un confronto onesto con altre arti, non solo performative, e con altre tradizioni come è stato per il regista l’incontro con la tradizione indiana del Kathakali. Allora si scopre che ciò che dà vita al teatro è il corpo dell’attore che con la sua presenza, data da “un’architettura di tensioni e impulsi”, conferisce vita anche all’immobilità.
Rompere i meccanismi fisici abitudinari, dati dall’educazione, dall’appartenenza di genere, dal vivere sociale, è l’obiettivo del training che porta l’attore là dove il suo corpo parla, lasciando segni negli spettatori che col tempo diventano pensiero, riflessione, ma anche semplici regali all’anima.
Potremmo definire il lavoro di Eugenio Barba denso della tradizione teatrale novecentesca e insieme intriso di nuove traiettorie che lui ci offre con grande generosità.
Un lavoro che comprende la regia di oltre ottanta spettacoli con l’Odin Teatret presentati in 65 Paesi, una prolifica pubblicazione teorica, una ricerca portata avanti con i suoi attori e che nel 1979 si arricchisce con l’apertura della Scuola internazionale di Antropologia teatrale (ISTA) e nel 2020 con la creazione della Fondazione Barba Varley (Julia Varley è attrice dell’Odin Teatret dal 1975, tra le ideatrici di The Magdalena Project, nonché direttrice artistica del Festival internazionale Transit).
Quest’uomo di 87 anni ha calcato le orme lasciate da altri lungo una traiettoria che con grande coraggio, determinazione e amore ha tracciato per noi, affinché possiamo emozionarci, divertirci, calpestare il territorio del reame di Nulle Part-Utopia, e vivere.
- “La tradizione dell’impossibile” è il titolo dell’evento organizzato dal Teatro delle Radici nell’ambito del progetto Schegge, che vedrà Eugenio Barba sul palcoscenico del Teatro Foce di Lugano, lunedì 18 marzo alle ore 18.00. L’incontro sarà introdotto dalla proiezione del film “L’arte dell’impossibile” della regista norvegese Elsa Kvamme. Per informazioni: Teatro delle Radici, info@teatrodelleradici.net
Nell’immagine: Eugenio Barba
La scrittrice palestinese Suad Amiry: “Hamas non può essere sconfitto. Con gli israeliani lo scontro è sulla terra”
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
Di Francesca Caferri, La Repubblica
Se si vuole capire la rabbia, la delusione, la sfiducia che i palestinesi sentono dopo più di cinque mesi di guerra a Gaza e la morte di 32 mila persone, è fino alla casa di Suad Amiry, nel quartiere Al Bira, che bisogna venire. La scrittrice, 73enne, è da anni una delle voci più amate della letteratura in lingua araba nel mondo (Italia compresa): con i suoi libri – “Sharon e mia suocera”, “Damasco”, “Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea”, solo per citarne alcuni – è riuscita a raccontare la storia del suo popolo con personaggi che hanno viaggiato attraverso la geografia e le generazioni, usando l’ironia, il sorriso e in definitiva la letteratura per spiegare a milioni di persone una storia complicata come quella palestinese.
Laica, cosmopolita (vive fra Ramallah, l’Italia e l’America), strenua sostenitrice degli accordi di Oslo, membro delle delegazioni palestinesi ai colloqui di pace di Madrid e di Washington, Amiry è una posizione unica per spiegare cosa pensa la sua gente oggi. Dalle sue parole emerge chiaramente perché né lei, né buona parte dei palestinesi condannano le azioni del 7 ottobre di Hamas in modo duro e inequivocabile come ci si potrebbe aspettare.
Perché la frattura che questi cinque mesi hanno creato fra Ramallah e Roma, Parigi, Berlino e Washington non guarirà presto. Sul divano bianco della sua casa, di fronte a uno specchio che arriva da Damasco, mentre i gatti giocano in giardino, la scrittrice siede con noi per due lunghe ore: per provare a capire una storia fra le più complicate che si possano raccontare.
Signora Amiry, le faccio la stessa domanda che ho fatto ad Etgar Keret quando ci siamo incontrati a casa sua. Come sta lei, e come stanno i palestinesi?
«Non sono mai stata così disperata. La catastrofe di Gaza è al di là di ogni immaginazione. È in corso una guerra contro tutta la gente di Gaza: chi ha i soldi per fuggire lo fa, gli altri rischiano la morte ogni giorno. È una catastrofe. Israele dice di voler distruggere Hamas: lo avrà indebolito, ma Hamas è un’idea, non si può distruggere militarmente. Che ci piaccia o meno. Nel frattempo gli ospedali, le scuole, le case vengono distrutti».
L’attacco israeliano nasce da quello lanciato da Hamas il 7 ottobre: Hamas ha sottovalutato l’ipotesi di una reazione forte secondo lei?
«Non sono assolutamente d’accordo con lei e con questa domanda. Le cose vanno messe in contesto e la storia non inizia il 7 ottobre. Bisogna capire anche cosa c’è stato prima: un’occupazione che dura da 75 anni, 17 anni di assedio a Gaza, la morte di centinaia di palestinesi in Cisgiordania senza che mai i giornali ne parlassero, gli sputi contro i cristiani a Gerusalemme, la crescita senza sosta degli insediamenti. Non sono delusa da Israele che ignora tutto questo, perché me lo aspetto. Ma dai Paesi europei e dagli Stati Uniti che continuano a vendere armi a Israele: cosa vi abbiamo fatto noi palestinesi per essere abbandonati così?».
Mi sta dicendo che il 7 ottobre è il risultato naturale della crisi fra israeliani e palestinesi?
«Non una continuazione naturale, ma la reazione all’occupazione israeliana e una situazione di apartheid in cui noi palestinesi siamo cittadini di terza classe. Con la seconda classe che è costituita dagli arabi israeliani».
Quindi se io le chiedo se condanna Hamas per il 7 ottobre…
«Io le rispondo che rispetto la legge internazionale che vieta l’uccisione di tutti i civili. Ma anche che mi sembra che l’Occidente dia più valore ad alcune vite rispetto ad altre. Perché non abbiamo sentito condanne per i civili palestinesi uccisi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania prima del 7 di ottobre?».
Lei è stata una grande sostenitrice degli accordi di Oslo e della soluzione dei due Stati: dove è fallita quell’idea?
«Abbiamo negoziato per trent’anni, non siamo mai arrivati a nulla. E sa perché? Perché questo è uno scontro sulla terra, se vogliamo una soluzione dobbiamo partire dalla terra: e se continuano a crescere gli insediamenti sulla terra che ci è stata assegnata ad Oslo, non è possibile arrivare da nessuna parte. Gli americani e gli europei non sono seri sui due Stati: ne parlano solo nei momenti di crisi. Ma non hanno mai veramente fatto qualcosa per fermare gli insediamenti in Cisgiordania. Ho combattuto per i due Stati per tutta la vita, e guardi dove ci ha portato quell’idea».
A un forte sostegno per Hamas fra i palestinesi, secondo gli ultimi sondaggi realizzati qui in Cisgiordania…
«Ho scritto un libro intero contro Hamas, non mi sono mai piaciuti. Ma tanta gente come me ha combattuto in modo pacifico: ed è stata delusa. La mia generazione è qui a chiedersi se ha sbagliato tutto. Poi c’è chi, come Abu Mazen, ha pensato che cooperare con Israele ci avrebbe portato pace: ora Israele dice che Abu Mazen è debole e non rappresenta la sua gente. Infine c’è chi ha scelto le armi: tanti giovani oggi pensano che Hamas abbia restituito alla causa palestinese dignità. Prima di sedermi qui con lei parlavo con un ragazzo che mi ha detto “Hamas ha vinto”. Gli ho chiesto come si può definire “vittoria” il fatto che ci siano due milioni di palestinesi alla fame. Ma lui e la sua generazione questo pensano».
E allora la soluzione dove sta?
«La soluzione sta nell’accettare la realtà e rendere Hamas parte del processo politico: perché lo è già. Con chi parlano al Cairo gli americani e tramite loro gli israeliani? È una realtà che non ci piace: ma che non possiamo ignorare».
La letteratura, i libri, l’arte: che ruolo hanno in questo momento?
«Sono qui a parlare con lei perché credo che la letteratura serva per portare messaggi. Se gli americani e gli europei sono seri, è questo il momento per fare qualcosa. Quelli come me, e come la sinistra israeliana dall’altra parte, non sono in posizione di dire molto da soli: ci serve aiuto».
Nell’immagine: Suad Amiry
Tace una “Sfinge ticinese” di nome Marco Chiesa
Per la prima volta un pontefice scrive un'autobiografia; lo fa papa Francesco, fra episodi famigliari, fatti personali, esperienza nella Chiesa argentina, e ora in Vaticano: dove, racconta, c'è stato "anche chi ha sperato che morissi"
La Sfinge, antico simbolo dell’ambiguità, era davvero di poche parole. Si ricordano sempre e solo quelle che rivolse a Edipo, a cui sottopose il famoso indovinello: “chi cammina prima su quattro zampe, poi su due, infine su tre?”. Ricevuta dal re parricida la risposta corretta (“è l’uomo, che da piccolo gattona, poi si muove sulle sue gambe, infine da vecchio usa il bastone”) l’ibrido uomo-animale decise di suicidarsi. Tranquilli. La storia della nostra paciosa “sfinge cantonale” non ha risvolti così epici, e non è tanto truce.
Lui sta, insieme agli altri candidati della destra luganese per la conquista dell’esecutivo, nell’obbligata e sorridente foto di gruppo Lega-Udc. Ma tutti sanno che l’istantanea unitaria non corrisponde alla realtà politica. E ci si chiede quando finalmente “la sfinge” de’ noantri, Marco Chiesa, presidente nazionale uscente Udc, e supervotato agli Stati nell’ultima consultazione nazionale, scioglierà l’inquietante (per loro) mistero. Sindaco, in caso di primato nelle comunali del prossimo 14 aprile; oppure un generoso passo indietro, dunque solo municipale, per lasciare al suo posto “l’alleato-rivale”, nonché primo cittadino uscente, Michele Foletti? Si mormora che qualcosina potrebbe anticipare domenica, nella festa dei democentristi ticinesi sotto il capannone di Pregassona. I più navigati sono scettici, il mistero continuerà fino all’ultimo, fino a spoglio delle schede avvenuto, come ha del resto fatto intendere l’attuale sindaco, “se ne parlerà” a bocce ferme, quindi a verdetto noto.
Sulle rive del Ceresio, siamo diventati scommettitori, come neanche i collaudati broker lungo il Tamigi, quelli di sua Maestà. Così, la riproposta alleanza Lega-UDC, che aveva già sollevato mal di pancia e interrogativi in via Monte Boglia causa la flebotomia di consensi leghisti nelle cantonali, più che simbolo forte di coesione sembra un tandem con ruote e manubri non proprio sincronizzati. Da una parte, un Foletti che, arrivato al sindacato (si, a sindaco) nell’emergenza della scomparsa di Marco Borradori, locomotiva elettorale e ineguagliato idroforo di consensi, chiede ora un cristallino consenso popolare, presentandosi (può dissentire il cittadino alle prese con tasse più salate?) come il salvatore delle finanze luganesi; e dall’altra l’esecutore fedele e poco creativo della linea della famiglia Blocher e di un pugno di iper-reazionari soprattutto svizzero-tedeschi, quindi: immigrati cattivi e ingombranti; Europa costantemente impegnata a svilire la nostra sovranità; zone rurali o semi-rurali contro centri urbani “imborghesiti”; simpatia per il ‘macho’ e valoriale Putin; la neutralità (ma quale?) come totem scolpito nel marmo della Costituzione così da…neutralizzare le fantasie del governo federale; e (new entry) la transizione economica come fumo negli occhi.
“Valori” (si fa per dire) anche condivisi dalle disordinate truppe leghiste, che però non hanno “allure” federale, coesione politica, organizzazione, e nemmeno competente personale politico. Sfida silenziosa ma reale, corpo a corpo anche impietoso. Quelli “che sanno”, e quelli che annusano e sentenziano sull’ “aria che tira”, avanzano facile (troppo scontato?) pronostico: trumpianamente “Chiesa first”, sulla scia del gran recupero Udc al Nazionale. Si vedrà. Intanto lo sfidato fa buon viso a cattivo gioco, ammette solo che sì, la candidatura dello sfidante “qualche interrogativo lo pone”. Obbligato “aplomb”. Che ricorda, per rimanere dalle parti della City, la battuta di Jules Verne: “un buon inglese non scherza mai quando si tratta di una cosa seria come una scommessa”. Soprattutto se politica.
Il fatto è che anche di questi giorni la Lega ci mette abbondantemente del suo. Esemplare, in settimana, il pasticciaccio brutto della scelta dei nuovi magistrati: con Bignasca junior che manda al diavolo il suo schieramento che non lo segue, lascia platealmente il posto di capogruppo in Gran Consiglio, poi ci ripensa, e allora a dimettersi è la sua vice Sabrina Aldi, sponsor del figlio dell’amministratore unico della ditta di cui è direttrice amministrativa, e lei carinamente assicura di abbandonare “per il bene della Lega”. Conflitto d’interesse con risvolti famigliari, caos, figuraccia, mentre il doppio tesserato (sia Lega sia Udc) e neo-coordinatore Gobbi mica può trovare all’istante il filo buono per un rattoppo che sia meglio del buco.
E poi c’è di nuovo lui, il sempre accigliato consigliere di Stato Claudio Zali, che non le manda a dire, e sull’iniziativa di Chiesa candidato esprime pubblicamente e poco amichevolmente – ancora una volta come già fu per l’alleanza al voto nazionale – tutto il suo dissenso. Insomma, partnership della cacofonia. Mica come i nostrani doppiopettisti Udc, che la loro parte la sanno giocare (purtroppo) con maggior stile e compattezza, anche quando propongono e ottengono l’applicazione di ricette del più schietto e insolente liberismo (decreto Morisoli docet), che vince col voto popolare ma porta in piazza migliaia di manifestanti sul piede di guerra per difendere la socialità (grazie).
Poi ci si chiede come mai l’alleato Udc rischia di “cannibalizzare” una Lega in evidente stato confusionale (sempre a cavalcioni sul ‘fil rouge’ del governismo sommato al populismo contestatore), di confusione tattico-strategica (anima sociale o no?), deficit di personale politico. Con ‘re Giorgio’ (ma per Giudici non è la prima volta) che si toglie un altro sassolino (o pietra) dalla scarpa, sentenziando (con allusione a Marco Chiesa) che se un candidato arriva primo, mica può sottrarsi alla scelta del popolo elettore. E il sindaco uscente… uscirebbe allora definitivamente dall’esecutivo cittadino? E gli altri partiti che hanno da dire o da sperare o da temere? La tenzone della destra indurrà alla dispersione di voti, a un loro diverso accasamento, o comunque polarizzerà il confronto interno a beneficio esclusivo della destra-destra? Di questo sbocco abbiamo già esperienza in passate competizioni, anche a sinistra.
Infine, super-man Chiesa, portento di forza fisico-mentale, e candidato potenzialmente destinato a un continuo via vai sotto il Gottardo, dove mai troverà il tempo di occuparsi contemporaneamente di una città vera (“lavoro a tempo pieno”, si ripete sempre) e del gravoso impegno bernese (riunioni di partito, presidenza della Commissione esteri, sessioni)? Oppure, assicurano sempre i più informati, dopo qualche mese dedicherà la sua esclusiva forza fisico-intellettuale alla beneamata sua città?
Così, i volonterosi broker nostrani hanno davanti ancora un mesetto per le loro giocose scommesse, in cui comunque nessuno scuce, perde, o guadagna un solo centesimo. Così, tanto per giocare. Proprio un gran divertimento. Ma non crede, il candidato tuttofare, che gli elettori prima di domenica 14 aprile abbiano pieno diritto a una risposta, a una spiegazione, a una sfinge che al più presto sveli il mistero delle sue intenzioni? Per metterli, per correttezza politica e democratica, nella condizione di fare una scelta informata e consapevole? Quando si trattò di Marina Carobbio, in mezzo a tanti dubbi e polemiche, tutti capirono comunque quale fosse la scelta che avrebbe fatto.
Nell’immagine: Michele Foletti e Marco Chiesa