Harry Braverman, chi era costui?

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Indifferenza, abitudine, egoismo, edonismo e narcisismo, e poi violenza/guerra, amoralità/immoralità, autocrazie/neofascismi e tante fake-news. Sembrano questi i caratteri ormai stabilizzati – e mescolati tra loro in un micidiale intruglio sociologico e politico – delle nostre società.

Mai prima d’ora si era speso così tanto per le armi – 2.443 miliardi di dollari, +6,8% nel 2023 sul 2022 (Rapporto Sipri) – eppure nessuno protesta e dice/grida: mi oppongo! La crisi climatica peggiora sempre più rapidamente – e l’Europa ne soffrirà più di altre zone del globo – ma la gente vota sempre più a destra e cioè per i negazionisti del riscaldamento climatico, equiparabili ai No-Vax del tempo della pandemia, solo che oggi i No-Climate change sono al governo del mondo.

La stessa pandemia era stata intesa da molti – e rimandiamo a un bellissimo articolo di allora della scrittrice indiana Arundhati Roy – come un momento utile e opportuno di riflessione collettiva e di avvio della nostra uscita radicale da un modello produttivo e consumativo ecocida e anti-sociale oltre che tendenzialmente anti-democratico; e invece no, e tutti vogliamo compulsivamente e freneticamente tornare a prima di allora, anzi a più di prima di allora (più produzione, più consumi, più divertimento, più irresponsabilità, più egoismo, più narcisismo – e della biosfera e dei nostri figli e nipoti chi se ne importa…).

A questo aggiungiamo l’equiparazione tra critica al genocidio israeliano a Gaza e l’antisemitismo, con America e Germania ormai alla totale paranoia, ma anche con Francia e Italia e pure Svizzera in prima fila in questa maccartistica (maccartismo era l’atteggiamento politico diffuso negli anni ’50 in America, caratterizzato da un clima di sospetto e di repressione verso ogni pensare diverso e quindi ritenuto sovversivo), una appunto maccartistica negazione/negazionismo dell’evidenza e quindi dell’intelligenza (e noi tutti occidentali facendoci oggettivamente complici del genocidio, vendendo armi a Israele).

Ma su tutto – oltre a indifferenza, abitudine, egoismo, edonismo e narcisismo e violenza/guerra e amoralità e fake news… – è la dimenticanza ad essere la nuova pandemia di questi tempi, complici consumismo e nuove tecnologie che ci fanno vivere in un eterno presente, dimenticando appunto (questo è la dimenticanza… indotta in noi dal sistema per la sua riproducibilità infinita) il passato (e i suoi fascismi, populismi, maccartismi, autoritarismi, guerre…). Ma dimenticare il passato significa non capire il presente e non poter immaginare un futuro diverso, dopo avere gridato di nuovo, trovando insopportabile e stupido il mondo di oggi: mi oppongo!

Un problema – la pandemia di dimenticanza e il conseguente e collettivo lock-down del cervello – che riguarda anche o soprattutto l’economia e la tecnologia. Perché oggi crediamo di essere nella quarta rivoluzione industriale e in un cambio di paradigma grazie al digitale, quando in realtà è sempre la riproposizione della vecchia rivoluzione industriale e della vecchia divisione capitalistica e macchinica del lavoro: la differenza col passato essendo solo nella digitalizzazione del vecchio taylorismo, mentre le piattaforme digitali sono solo la forma apparentemente nuova della vecchia fabbrica.

Per capire che ciò che sembra nuovo – che viene spacciato come nuovo e spacciato proprio nel senso di una droga che deve determinare la nostra dipendenza dal capitalismo e dalla tecnologia – non è in realtà davvero nuovo, andiamo a rileggere un saggio importante degli anni ‘70 ma oggi dimenticato (appunto…), di Harry Braverman: Lavoro e capitale monopolistico – pubblicato da Einaudi, oggi introvabile se non nelle Biblioteche o vintage in rete. Sottotitolo: La degradazione del lavoro nel XX secolo. Uno studio molto approfondito sullo sviluppo dei modi di produzione capitalistici lungo l’intero ‘900 – e noi diciamo: anche di oggi.

Chi era Braverman (1920-1976)? Qualche vecchio socialista o sindacalista forse ricorderà il suo libro. Lavorò a lungo come ‘operaio di mestiere’ in cantieri navali e poi in industrie metalmeccaniche. Militante del Socialist Workers’ Party fino al 1953, divenne poi Direttore del mensile politico The American Socialist. Dal 1967 fino alla sua morte fu quindi direttore editoriale della Monthly Review Press. E cosa intendeva per capitale monopolistico (riprendendo un concetto di Baran e Sweezy)? “Il capitalismo monopolistico ha avuto inizio negli ultimi due o tre decenni del XIX secolo” con la concentrazione e la centralizzazione del capitale (cioè, grandi imprese e cartelli). Esso “contiene in sé l’aumento delle organizzazioni monopolistiche all’interno di ogni paese, l’internazionalizzazione del capitale, la divisione internazionale del lavoro, l’imperialismo nonché i mutamenti nella struttura del potere dello Stato e l’utilizzo crescente e sistematico della scienza per una più rapida ed efficiente trasformazione della forza-lavoro in capitale”. E se allora “quasi tutta la popolazione è stata trasformata in dipendenti del capitale”, oggi lo siamo tutti (senza il quasi) e ancora di più, per effetto dei processi di digitalizzazione e di messa al lavoro – per la sua valorizzazione capitalistica – della vita intera di ogni individuo.

In questo processo “il capitale, che ‘entra con frenesia’ in ogni nuova area possibile di investimento, ha riorganizzato completamente la società”. Il capitalismo ha cioè assunto “il controllo della totalità dei bisogni individuali, familiari e sociali […] trasformando l’intera società in mercato”, dove tutto assume la forma della merce e dove il sistema inventa sempre “nuovi prodotti e nuovi servizi, alcuni dei quali finiscono per diventare indispensabili per il fatto che le moderne condizioni di vita distruggono ogni alternativa. Chi vive nella società capitalistica è intrappolato in una rete fatta di beni e servizi mercificati, da cui non c’è quasi possibilità di fuga”. E oggi, ancora di più. Noi tutti accettando “come necessario tutto ciò che è reale, come inevitabile tutto ciò che esiste e quindi come eterno il modo di produzione attuale. Questa concezione si presenta come un vero e proprio determinismo tecnologico” o peggio come “un dispotismo della macchina” – e oggi degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale, che dobbiamo accettare a prescindere da ogni valutazione democratica sulla loro utilità e sostenibilità.

Ancora Braverman: “Negli anni ‘60 e ’70 vi era una diffusa insoddisfazione per il lavoro”, portando molti ad abbandonare lavori non di qualità (oggi si parla di ‘grandi dimissioni’, ma non solo). Tra i rimedi proposti allora dal management vi erano “l’ampliamento, l’arricchimento delle mansioni, gruppi e squadre di lavoro, la consultazione o la partecipazione dei lavoratori, i premi di gruppo e la partecipazione agli utili d’impresa, la promessa di abbandono dei metodi e delle tecniche basate sulla catena di montaggio, l’abolizione degli orologi di controllo e la tecnica del I Am, abbreviazione di I Am Manager of My Job”. Ma anche oggi il management propaganda le stesse cose, però lo chiama nuovo: lavoro come collaborazione, self management, empowerment ed enrichment delle mansioni, essere imprenditori di sé stessi (l’equivalente oggi di I Am).

Ma lo scopo è sempre il medesimo, “tagliare i costi, migliorare l’efficienza e aumentare la produttività”, cioè il profitto d’impresa. Perché sempre “è interesse particolare e perenne del capitalismo quello di abbassare il prezzo della merce/forza-lavoro”. Ieri come oggi. E il taylorismo – oggi incorporato negli algoritmi/management algoritmico – è la scienza “della direzione del lavoro altrui”, oggi appunto tradotto in taylorismo digitale. Perché (Taylor) “il controllo del lavoro deve essere sempre della Direzione” e quindi “tutto il lavoro intellettuale deve essere tolto dall’officina”. Ovvero, ci deve essere sempre qualcuno che organizza, comanda e sorveglia il lavoro altrui e qualcuno che deve solo eseguire. Questo è il capitalismo.

Ancora Braverman, sempre mezzo secolo fa: “una conseguenza necessaria della separazione fra ideazione ed esecuzione [del lavoro] è data dal fatto che il processo lavorativo è ora diviso in tanti luoghi distinti e in tanti distinti gruppi di lavoratori. In un posto si svolgono i processi fisici di produzione; in un altro sono concentrati la progettazione, la programmazione, il calcolo e la registrazione. L’idea preliminare del processo prima che esso venga messo in moto; la visualizzazione delle attività di ciascun lavoratore prima che esse abbiamo effettivamente inizio; la definizione di ogni funzione, insieme al modo di eseguirla e al tempo che richiederà; il controllo e la verifica del processo in corso una volta iniziato; la valutazione dei risultati al compimento di ciascuna fase: tutti questi aspetti della produzione [e oggi anche del consumo e del data mining] sono stati trasferiti dallo stabilimento agli uffici direttivi”. Oggi parliamo di globalizzazione, esternalizzazione, delocalizzazione, filiere… ma è lo stesso processo descritto da Braverman. E tutti questi aspetti sono incorporati appunto negli uffici direttivi chiamati algoritmi e IA – del nuovo capitalismo digitale.

Ci fermiamo qui, ma in Braverman c’è molto altro. Non senza però rivolgere un caldo invito alle sinistre e al sindacato – a ciascuno di noi – a rileggere o a leggere Braverman, smettendola di farsi/farci affascinare/catturare ogni volta da una visione idilliaca o ineluttabile/deterministica della tecnica. E del capitalismo.


Che ne è dell’appello dei contadini svizzeri

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

I contadini non si sentono quasi più. L’agitazione sembra essere finita. È perché le loro richieste sono state ascoltate? No, è solo che le contromisure e le mezze misure degli apparati politici e sindacali hanno avuto il loro effetto e sono riuscite a placare il malcontento. In realtà, alcuni problemi del nostro sistema agroalimentare rimangono irrisolti e dovrebbero essere discussi rapidamente, altrimenti la tregua dalla rivolta sarà solo momentanea.

Motivi di rabbia

L’opinione pubblica ha un’immagine distorta degli agricoltori, che va dal romanticismo al disprezzo. Poiché gli agricoltori dipendono così tanto dai pagamenti diretti, alcuni li vedono come una sorta di funzionari pubblici al loro servizio. Così, se questi abitanti delle città pensano che al lupo debba essere fatto spazio nelle montagne lontane, gli agricoltori non devono far altro che adeguarsi. Altri considerano gli agricoltori dei paesaggisti, oppure pensano che siano del tutto inutili, visto che la Svizzera può permettersi di acquistare dall’estero ciò di cui la popolazione ha bisogno. Chi non li conosce può essere rimasto sorpreso o turbato dalle manifestazioni che gli agricoltori hanno organizzato dall’inizio dell’anno.

Quando hanno iniziato a manifestare, si sono limitati a rovesciare cartelli all’ingresso dei villaggi, per dire che il mondo sta camminando sulla loro testa. In seguito si sono riuniti intorno ai fuochi con i loro trattori e hanno spiegato il loro appello, il loro SOS. Secondo gli organizzatori, l’obiettivo delle manifestazioni era rompere l’isolamento, chiedere un maggiore riconoscimento, raccogliere le persone per unire una professione tradizionalmente frammentata, oltre a stabilire un dialogo con il pubblico. Si trattava di un appello per attirare l’attenzione su una situazione percepita come difficile. Non era una lamentela, né una richiesta di risorse. Questo appello un po’ vago rivela un malessere profondo, che le richieste più specifiche, inviate al Consiglio federale e a quattro rivenditori, non colgono appieno, anche se sono state sostenute da 65.000 firme raccolte in soli 15 giorni. L’appello chiede un ripensamento complessivo del sistema. Oltre al riconoscimento del lavoro e degli sforzi compiuti, in particolare in campo ambientale, le richieste riguardano il reddito e criticano la quantità di lavoro amministrativo richiesto.

Il sistema agroalimentare svizzero

In realtà, anche se gli agricoltori rappresentano solo il 3% circa della popolazione attiva (cioè circa 200.000 persone), per rispondere alle loro preoccupazioni dobbiamo considerare il sistema agroalimentare nel suo complesso. Il sistema svizzero non è molto diverso da altri sistemi agroalimentari, ad esempio in Europa. Anche in questi sistemi l’agricoltura è strettamente controllata, con regolamenti severi e pagamenti necessari a garantire la redditività della maggior parte delle aziende. Ovunque, la necessità di un approccio sempre più sostenibile è fonte di tensione. Nonostante l’adesione ai principi del libero mercato, i Paesi applicano ad esempio controlli doganali e tariffe preferenziali per il gasolio agricolo. Una caratteristica importante del nostro sistema è il diritto fondiario rurale, che finora ha contribuito a evitare una concentrazione eccessiva di aziende agricole e a garantire che i proprietari dei terreni agricoli siano gli agricoltori stessi.

È giusto dire che il sistema svizzero funziona bene, pur esercitando una forte pressione sugli agricoltori. Il sistema è efficiente: la produzione agricola nazionale copre quasi la metà della domanda interna. Questo dato è notevole, in quanto la popolazione svizzera non è obbligata a consumare prodotti nazionali, che spesso sono più costosi di quelli esteri. Ricordiamo che anche con il Piano Wahlen lanciato durante la Seconda Guerra Mondiale, il tasso di autosufficienza non superava il 60%. Inoltre, il sistema è efficiente: dagli anni ’60 la produttività del lavoro agricolo è aumentata in modo significativo, anche più che in altri settori dell’economia. Oggi, ad esempio, in un’azienda agricola biologica certificata, la mungitura di un centinaio di mucche non richiede quasi alcun intervento umano, poiché può essere effettuata da un robot.

Questa storia di successo ha però un rovescio della medaglia. Il tasso di suicidi è più alto nel mondo agricolo, la solitudine è più diffusa e le condizioni di lavoro sono molto restrittive. È un mondo soggetto a molte tensioni. Le normative in continua evoluzione, i numerosi controlli e i difficili rapporti con il settore della vendita al dettaglio aggiungono pressione a un lavoro che già dipende in larga misura dalle condizioni meteorologiche e dai capricci della vita. Le difficoltà non sono uguali per tutti, ma il sistema deve essere più accomodante per tutti i suoi protagonisti.

Mezze misure e contromisure

I politici e le organizzazioni agricole hanno naturalmente reagito per evitare che le proteste si intensificassero. Gli agricoltori hanno dovuto mettersi in riga. Il presidente dell’Unione svizzera dei contadini ha espresso preoccupazione per l’immagine degli agricoltori. In risposta, una consigliera di Stato ha promesso di ridurre di un terzo gli oneri amministrativi per gli agricoltori del suo cantone. In un altro cantone sono stati approvati aiuti per i viticoltori. A livello federale sono stati fatti dei gesti per i produttori di latte, e il Consigliere federale Parmelin ha incontrato gli agricoltori arrabbiati. Inoltre, il settore agricolo è stato protetto nell’ambito del recente accordo di libero scambio firmato con l’India e, nonostante ciò sia in contrasto con gli impegni presi per ridurre le emissioni di CO2, il prezzo del gasolio agricolo non è stato aumentato. Tuttavia, nulla sembra essere cambiato per quanto riguarda i margini dei supermercati, ancora molto alti e poco trasparenti. In breve, il sistema attuale non è stato messo in discussione, almeno non nell’interesse degli agricoltori. Si è invece cercato di fare del capitale politico sul malcontento e di accendere qualche controfuoco. Gli agrari hanno giocato sull’ambiguità del loro nome e alcuni liberali hanno approfittato della situazione per proporre un’ulteriore liberalizzazione della produzione agricola. Altri hanno messo gli agricoltori contro gli ambientalisti, suggerendo che le battute d’arresto dei primi fossero causate dalle richieste esagerate dei secondi. (Tra le contromosse c’è la pubblicazione di un rapporto del Consiglio federale sul reddito delle famiglie contadine, che fa seguito a un ordine del Parlamento del 2021. Il rapporto vuole essere rassicurante, indicando una tendenza positiva dei redditi negli ultimi anni, anche se ci sono situazioni molto disparate. In modo analogo, c’è stato chi ha fatto notare che gli agricoltori si recano alle loro riunioni serali con i trattori di ultima generazione, sottintendendo che quindi devono avere i mezzi per farlo…

Come rispondere all’appello?

Non è sufficiente cercare di preservare la situazione attuale modificandola leggermente. Dobbiamo affrontare le questioni fondamentali. Gli agricoltori lamentano una perdita di significato e di rispetto. Si sentono incompresi, anche se – come è stato sottolineato durante le manifestazioni – dietro a ciò che abbiamo nel piatto c’è sempre un contadino. Il moltiplicarsi di iniziative popolari negli ultimi anni – per l’acqua potabile, contro i pesticidi di sintesi, per gli allevamenti intensivi, per la biodiversità, eccetera – ha portato le persone a mettere in discussione le pratiche agricole e a ignorare gli sforzi compiuti per migliorare le condizioni di coltivazione, la qualità dei prodotti e la tutela dell’ambiente. Il consumo di prodotti preparati trasforma i prodotti agricoli da alimenti a materie prime. Se per fare il purè di patate basta aggiungere acqua ai fiocchi, dov’è il latte? Le abitudini alimentari impongono regole e standard sempre più rigidi, dalle dimensioni delle costine di manzo alla forma delle mele.

Dobbiamo quindi agire su due fronti. Il primo è quello promosso in tutto il mondo dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), ovvero tenere conto dei costi nascosti del nostro sistema agroalimentare. In particolare, ciò consentirebbe di giustificare chiaramente la necessità di tenere ben presente l’impatto ambientale dell’agricoltura. L’altro è il divario urbano-rurale, particolarmente marcato nel nostro Paese, dove tre quarti della popolazione vive in aree urbane. È importante superare questo divario per far sì che agricoltori e consumatori si comprendano meglio e lavorino insieme per promuovere un sistema agroalimentare più responsabile che permetta a tutti di godere di cibo sano.

Articolo pubblicato in francese dal sito Bon pour la tête e qui proposto in versione italiana a cura della redazione
Nell’immagine: protesta di contadini svizzeri


Nostalgia di un 25 aprile condiviso

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Ho sufficienti anni – e una mamma piemontese – per ricordare bene la memoria partigiana come la si viveva qualche decennio fa in Monferrato, nell’Alessandrino, nell’Oltrepo Pavese, in quelle zone a cavallo tra Lombardia, Piemonte e Liguria che furono teatro per quasi due anni della lotta di Liberazione. 

Per me e per mio fratello, nati e sempre vissuti a Lugano, le vacanze di Pasqua erano la prima occasione dell’anno e della bella stagione per andare a trovare i nonni in Piemonte e per immergersi in quell’altro mondo (rispetto al Ticino) fatto di racconti di lotta antifascista, di occupazione tedesca, di partigiani e di Liberazione. Il fratello del nonno, che a nome della divisione partigiana Pinan Cichero aveva firmato la resa dei tedeschi, era un mito familiare di cui andare fieri.

Ragazzino ho frequentato e mi sono formato con questi racconti e con questi miti. E pur con qualche doverosa tara critica – all’indomani della Liberazione tutti diventarono antifascisti, anche coloro che non lo erano stati – conservo nel cuore e nella mente la memoria pacifica e condivisa di quei valori, celebrati durante tutto il dopoguerra. E inorridisco oggi di fronte alle polemiche, le divisioni e le provocazioni (“Aboliamo il 25 aprile”, La Verità) 

L’aprile delle nostre vacanze di Pasqua portava con sé diverse commemorazioni della storia partigiana vissuta da quelle parti: la più importante era il ricordo della strage della Benedicta, in provincia di Alessandria, l’11 aprile 1944, quando durante un rastrellamento nazifascista vennero uccisi in combattimento o catturati e poi fucilati ben 147 partigiani.  Una dei peggiori massacri del Nord Italia. E poi naturalmente il 25 aprile, giorno della Liberazione, una giornata solare e splendida, che segnava l’affrancamento definitivo dallo spaventevole giogo di nazisti e repubblichini, dalla sopraffazione, dall’antisemitismo e dalla caccia agli ebrei. L’aria stessa di aprile, la luce e i colori della primavera sembravano riflettere la gioia di quell’avvenimento, reso possibile anche dalla rinascita morale e civile che furono la Resistenza e l’opposizione al nazifascismo.

Questi fatti erano – e in gran parte restano – una memoria condivisa, un patrimonio comune sul quale si è poi costruita la Repubblica italiana nata con la Costituzione del 1948. Le forze che allora reagirono contro la prepotenza e l’orrore dell’occupazione tedesca furono le più diverse: c’erano i comunisti delle divisioni garibaldine, i partigiani di Giustizia e Libertà, i cattolici che militavano in diverse formazioni. La repressione durissima e le stragi nazifasciste non avevano sortito l’effetto voluto di allontanare la popolazione dal movimento partigiano, ma anzi la repulsione per quella violenza aveva prodotto l’effetto contrario legando ancora di più la gente alla resistenza. 

Numerosissimi gli atti di eroismo di ragazzi, donne e preti che sostenevano e aiutavano. Nel piccolo paese di mia mamma sui Colli tortonesi era nato don Angelo Bassi, poi dichiarato “Giusto” di Israele, per aver nascosto durante due anni una famiglia ebrea di cinque persone. E non era l’unico: in quelle valli furono riconosciuti “Giusti” di Israele diversi altri preti e persino il cardinale Boetto,  arcivescovo di Genova, che mise in piedi una struttura segreta per soccorrere gli ebrei perseguitati.

Tutto questo si era tradotto in una memoria collettiva potente e assieme modesta e dignitosa. Si celebrava l’aprile e in particolare il 25 aprile come una data fondativa che tutti riuniva. Senza cancellare le differenze, e non senza il coraggio dell’autocritica là dove era necessario per capire e per spiegate. Infatti dalla Resistenza sono poi nati importanti Istituti storici e la ricerca storica con rigore ha affrontato ogni cosa. Anche le vendette inutili del dopoguerra, le pagine nascoste, soprattutto in Veneto e in Friuli legate al  fenomeno delle foibe. Senza scandalismo fine a sé stesso, scandagliando e segnando ogni aspetto. 

Da qualche anno, complici anche i libri di Giampaolo Pansa e le reticenze di chi oggi comanda, un’aria revisionista sembra voler giudicare e sovvertire quello che un tempo era un valore importante e da tutti condiviso. La forza della Repubblica nasceva proprio da questo atto rigeneratore al quale molte forze collaborarono. Senza nascondere e senza negare le proprie differenze, ma con uno spirito comune che oggi sarebbe importante riaffermare: lo spirito del 25 aprile.

Nell’immagine: il comando della divisione garibaldina Cichero


UE, la genesi dello scontento

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Di Linda Laura Sabbadini, La Repubblica

Un terzo della popolazione europea, secondo il Censis, vive in zone dove il reddito disponibile netto pro capite è diminuito negli ultimi quindici anni. Non è poco. Anzi è un dato preoccupante, che non vuol dire che un terzo dei cittadini europei si è “declassato”, ma vive in zone che hanno conosciuto crescenti difficoltà economiche e sociali.

In media la crescita del reddito disponibile netto per abitante nell’Europa a 27 è stata positiva, sì, ma debole, considerando che stiamo parlando di un periodo di quindici anni, il 3,1%. E sono 75 le aree europee in cui questa diminuzione si è evidenziata, in cui non si è riusciti a tornare neanche ai livelli di reddito pro capite precedenti il 2007.

È ancora più interessante sottolineare un dato e cioè che tra i Paesi che più sono toccati da questa situazione non ci sono tanto i “nuovi entrati” nell’Unione Europea, ma soprattutto alcuni “vecchi”, e in particolare i Paesi dell’Europa del Sud, l’Italia in tutte le sue parti, la Grecia, gran parte della Spagna, alcune zone di Francia, Germania, nonché Austria e Ungheria. E questo è un elemento di ulteriore preoccupazione, perché certamente avrà un peso nel risultato elettorale in questi Paesi, anche nel nostro.

D’altro canto, questi quindici anni sono stati particolarmente critici per l’Italia. Abbiamo assistito a tre crisi, 2008-2009, 2013, 2020 con la pandemia, i cui effetti si sono sovrapposti alle precedenti crisi, perché non si riusciva ad affrontare i problemi causati dalla prima crisi che già si presentava quella successiva, fino al prorompere di quella causata dalla pandemia, molto violenta per intensità e rapidità.

Anche gli altri Paesi hanno attraversato queste crisi, ma con effetti sociali meno gravi rispetto ai nostri. Già la prima ha avuto come effetto per l’Italia il raddoppio della povertà assoluta nel 2012, triplicata per bambini e giovani, e ulteriormente cresciuta nel 2020. L’occupazione femminile è cresciuta poco, siamo ormai gli ultimi in Europa, e metà delle donne non lavora.

L’Europa si è molto impegnata in una prima fase per garantire il processo di convergenza europea, redistribuendo aiuti soprattutto verso i “nuovi entrati”, e poi intervenendo a supporto dei Paesi più colpiti dalla pandemia, sulla base del Piano nazionale di ripresa e resilienza che ha fatto sentire i suoi primi effetti, ma che stenta ancora a decollare nel nostro Paese quanto sarebbe necessario, specialmente per ridurre le diseguaglianze, che in questi anni hanno raggiunto il massimo storico.

Lo shock della pandemia è alle spalle, ma ha contribuito a creare malcontento, spaesamento, acuito dalle preoccupazioni per il futuro che si percepisce in tutti i Paesi. Quanto ne risentirà la partecipazione al voto è difficile dirlo, e così anche il voto di protesta.

Pesa l’accumulo di malcontento degli ultimi 15 anni, ma alcuni dati prodotti da Eurobarometro danno qualche segnale di speranza. Il 72% degli europei ritiene che il proprio Paese abbia beneficiato dell’appartenenza alla Ue. Secondo i cittadini le priorità politiche sono la lotta alla povertà (36%), la salute pubblica (34%), il cambiamento climatico e il sostegno all’economia (ambedue al 29%). Sembra evidenziarsi il desiderio di una svolta. Non solo, quasi otto intervistati su dieci sono preoccupati che la disinformazione influenzi le decisioni di voto delle persone.

Circa sette cittadini su dieci temono che le elezioni vengano manipolate attraverso attacchi informatici e che Paesi stranieri possano influenzarle sotto copertura. Un segnale che potrebbe denotare un interesse rinnovato per il voto europeo in alcuni settori della popolazione, segnando, chissà, una ripresa delle aspettative riguardo alla necessità di soluzioni comuni ai comuni problemi degli europei. Anche se forte resta la possibilità che il malcontento sociale si canalizzi in un voto di protesta estrema che, anziché rafforzare l’Unione, rappresenti un fattore disgregante.

Viviamo un momento storico critico paragonabile a quello degli anni ’30 del secolo scorso. Auguriamoci che gli europei abbiano realmente tratto le lezioni della loro Storia e che le forze democratiche si mostrino questa volta all’altezza della sfida.

Nell’immagine: Donaueschingen (Germania), 27 aprile. Manifestazione contro l’AfD 


Giorgia e Thomas Mann

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Di Michele Serra, La Repubblica

Stavo cercando il modo meno retorico (dunque meno vago) per spiegare la profonda ostilità che mi ha suscitato il discorso — ennesimo — della presidente del Consiglio Meloni, in arte Giorgia, a proposito del suo essere «una del popolo». In contrasto, bene inteso, con la masnada di fighetti e debosciati che le si oppone, i famosi radical chic (numericamente, stando ai votanti, circa la metà degli italiani: che dunque, a milioni, sarebbero esclusi, anzi autoesclusi, dal concetto stesso di popolo).

Ci stavo pensando, dicevo, quando mi arriva una preziosa mail della lettrice Olga (ometto il cognome per tutelarla da eventuali rappresaglie social), con questa citazione di Thomas Mann, da Doctor Faustus: “Per chi è di idee progressiste la parola e il concetto di ‘popolo’ conservano un che di arcaicamente apprensivo. Egli sa che basta apostrofare la folla chiamandola ‘popolo’ per indurla a malvagità reazionarie… Lo strato arcaico c’è in ognuno di noi, e non credo sia la religione il mezzo più adeguato per tenerlo sotto chiave. A tale scopo servono la letteratura, la scienza umanistica, l’ideale dell’uomo libero e bello”.

Quel libro è stato scritto negli ultimi due anni della Seconda Guerra, e pubblicato nel ’47. In quanto intellettuale e in quanto antinazista (esule negli Stati Uniti), Thomas Mann è ampiamente sospettabile di essere stato un radical chic ante litteram. Ma l’idea che solo letteratura e scienza umanistica possano salvare gli umani dal loro “strato arcaico” lo qualifica, più precisamente e con il senno di poi, come un rivoluzionario. E la sedicente Giorgia, ma già lo si sapeva, come una reazionaria, che dello “strato arcaico” ha fatto il suo motore politico. Chi vincerà? Golia, ovvero il populismo, o Davide, ovvero la democrazia?

Nell’immagine: Thomas Mann


Le convulsioni non solo economiche dell’automobile elettrica

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Quel che sta capitando nel settore automobilistico (o nell’industria automobilistica) è situabile tra la convulsione (il ballo di san Vito, si diceva un tempo) e la frenastenia (o l’imbecillità, in parola comune). È l’emblema (come il fumo lo è dell’incendio) di una società paranoica (o mattoide) e in disfacimento.

La proibizione programmata dall’Unione europea (alla quale non potrebbe sottrarsi la Svizzera qualora varcasse appena i propri confini) delle automobili a benzina o a diesel entro il 2035, proibizione comunque fortemente contrastata (soprattutto dalla Germania industriale, e ne è ovvio il motivo), è stata ripresa negli scorsi giorni dalla Corte dei conti europea. La quale, manifestamente, non ci crede più e suona il campanello dell’altolà.

Con quale motivo? Perché “l’eliminazione progressiva di nuove auto termiche rischia di entrare in conflitto con la politica industriale e la sovranità economica dell’Unione europea e finisce per scontrarsi con i problemi di accettabilità sociale e finanziaria da parte del grand pubblico”. Questo sarebbe dunque il bilancio cui si è giunti dopo una serie di inchieste durata due anni e di vari rapporti.

La gran pensata della Corte dei conti europea

Le riserve nei confronti di una delle leggi più ambiziose del Patto verde che dovrebbe portare il Vecchio continente alla neutralità carbonio entro il 2050 sono numerose. Tra le tante, con logica quasi tragicomica, la seguente: “L’Unione europea ha fallito nel ridurre, come auspicava, le emissioni di carbonio degli automezzi a motore termico perché la maggior parte di quelle attuali emettono sempre la stessa quantità di CO2 così come dodici anni fa”. E si insiste: “Essa non ha neppure la garanzia che i carburanti alternativi, come i biocarburanti, i carburanti di sintesi o l’idrogeno, che devono sostituire la benzina e il gasolio, siano attuabili su grande scala”.

Si giunge quindi a una conclusione che è pressoché disperata: solo i veicoli elettrici, a batteria, sembrano essere “una soluzione attuabile”. I giudici esprimono però tutto il loro pessimismo sulla strategia europea in materia di batterie elettriche. La scomparsa degli autoveicoli termici presuppone una grossa contropartita. E cioè: l’adozione massiccia di veicoli elettrici per il grande pubblico, la quale – ritiene la Corte- sembra compromessa dal prezzo che devono pagare sia l’industria automobilistica sia il consumatore stesso.

E qui ci si lamenta pure che l’industria europea delle batterie sia “a rimorchio rispetto ai suoi concorrenti”; soprattutto la Cina che domina il mercato. Partita persa, dunque? Forse si potrebbe rivedere il calendario della proibizione della vendita degli autoveicoli termici: sembra la gran pensata della Corte dei conti.

Un ingorgo di auto elettriche

Ed è qui che emergono la frenastenia [debolezza o insufficienza mentale, ndr] o l’imbecillità e l’emblema di una società paranoica o perlomeno smarritasi.

In estrema sintesi: la Cina è in crisi di sovraccapacità o sovrapproduzione di automobili, tanto che alcuni costruttori(MG, BYD, Xpeng, Lynk, Omoda, Hongghi, ma anche la germanica BMW, la svedese Polestar, l’americana Tesla, queste ultime tutte assemblate in Cina) hanno lanciato da tempo una offensiva commerciale senza limiti (nel 2023: 4.2 milioni di auto esportate, aumento del 58 per cento in un solo anno). Un articolo pubblicato dal Financial Times (9 aprile) descriveva, in maniera impressionante, l’ingorgo creatosi in vari porti europei (soprattutto Anversa-Bruges, Zeebrugge, Bremerhaven) per lo sbarco di auto cinesi (valutate, solo a Anversa, tra 600 e un milione, in massima parte elettriche). L’aumentato afflusso di auto elettriche ha costretto gli operatori dei porti ad ampliare e moltiplicare le infrastrutture del porto.

La prontezza dei cinesi a far fronte alle necessità del momento è eccezionale. Costretti ad aggirare il capo di Buona-Speranza (Sudafrica) per evitare gli attacchi dei ribelli Houti nel mar Rosso, si sono affrettati a costruire navi-cargo capaci di trasportare 7.000 veicoli invece dei mille o duemila soliti. Dirigendosi poi direttamente verso il Belgio o la Germania, senza doverne scaricare una parte nel sud dell’Europa. L’obiettivo dichiarato dei cinesi rimane quello di conquistare almeno il 25 per cento del mercato europeo delle auto elettriche, anche se nei primi due mesi di questo 2024 hanno dovuto registrare un calo del 20 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (comunque sempre con 75.626 veicoli immessi sul mercato europeo). La minaccia di sanzioni doganali europee a causa dei sussidi concessi dal governo di Pechino ai costruttori nazionali potrebbe aggravare la situazione, ma le industrie europee, comprese quelle automobilistiche, frenano Bruxelles perché temono le ritorsioni di Pechino che farebbero crollare le loro vendite non solo in Cina.

Fare i conti con i cinesi

Da tutto questo si può dedurre che l’Europa prende delle decisioni, anche positive, ma non sa preparare prima il terreno per poterle poi applicare. Che la Cina ha un’immediatezza di risposte, persino eccessiva, che è certamente frutto del suo tipo di governo, non democratico e quindi poco preoccupato, almeno a breve-medio termine, delle conseguenze negative, anche sociali, che può comportare un mercato forzato o stravolto, teso essenzialmente all’esportazione. Che la Cina (e sa alquanto di paradossale) – considerata l’enormità di sue auto elettriche ora parcheggiate nei porti dell’Europa del Nord – potrebbe risolvere due dei problemi sollevati dalla Corte dei conti europea: quello del costo dell’auto elettrica per il consumatore, risultando anche insuperabile dal punto di vista concorrenziale (coprendo il governo anche le eventuali perdite delle sue industrie) nonché quello della disponibilità di materie prime per la fabbricazione delle batterie e l’esperienza insieme all’innegabile progresso ottenuto nella fabbricazione delle batterie elettriche.

Nell’immagine: automobili elettriche cinesi in attesa nel porto di Bremerhaven


L’ambizione di Ursula: può imporsi se manca un’alternativa credibile

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Nel 2019 alla presidenza della Commissione europea, Ursula von der Leyen arriva quasi per caso. Il suo nome viene fuori dopo un lungo e complicato negoziato in sede di Consiglio europeo, e sarà confermata dal parlamento europeo con una maggioranza molto risicata (appena nove voti in più rispetto alla maggioranza assoluta). In quell’occasione la novità dello “spitzenkandidat”, introdotta e sperimentata per la prima volta nel 2014, viene messa in soffitta.  Frau von der Leyen riceve i fiori e ringrazia. A dirla tutta lei si sente quasi una predestinata. All’epoca ha 60 anni, è madre di sette figli e in Germania ha già ricoperto l’incarico di ministro della Famiglia  e della Difesa. Ma fuori da Berlino è un’emerita sconosciuta (o meglio no, in Italia la ministra della Famiglia con sette figli è rimasta nel cuore di molti).

Ursula dice di sé “Sono nata a Bruxelles ma sono europea nell’anima”. I primi 13 anni della sua vita vive a Ixelles, sobborgo della capitale belga, dove il padre Ernst Albrecht è uno dei primi funzionari europei. Cresce a pane ed Europa con un forte senso del sacrificio e una forte considerazione di sè stessa. Il carattere teutonico fa il resto.

E’ così che per lei il mandato alla presidenza della Commissione europea è un po’ un ritorno a casa. In questi cinque anni di governo europeo è diventata la donna più potente d’Europa e il volto umano della costruzione europea. Va da sé che un secondo mandato non solo la lusinga, ma è convinta che le spetti quasi di diritto. E dopo l’ok della sua Cdu, il partito popolare tedesco in cui milita da una vita, sono stati i Popolari europei a darle l’investitura ufficiale a marzo.

La sua rielezione però non è automatica: il presidente europeo viene indicato dal Consiglio UE (capi di stato e di governo) a maggioranza; poi sottoposto al voto del parlamento Ue. Quindi il primo scoglio da superare è quello delle cancellerie europee: Ursula von der Leyen deve avere dalla sua parte la maggioranza dei 27 leader europei. Nella famiglia dei Conservatori, ma a anche dei Liberali che la votarono nel 2019, il suo nome fa storcere il naso a più d’uno: il decisionismo di Frau von der Leyen, per quanto abbia fatto comodo in questi cinque anni, non va giù a tutti.

In particolare ad Emmanuel Macron. I suoi più stretti collaboratori lasciano capire  che all’inquilino dell’Eliseo non va troppo a genio la presidente ipercinetica, che ha spesso e volentieri messo i 27 di fronte al fatto compiuto, basti ricordare la visita a sorpresa della von der Leyen  al premier israeliano Benjamin Netanyahu all’indomani dell’attacco di Hamas, visita in cui dava il pieno appoggio al governo di Tel Aviv, attirandosi le ire dei 27 perché aveva preso le parti  di Israele senza interpellarli: e si tratta solo dell’episodio meno datato.  

Nemmeno Macron ha gradito. E come potrebbe visto che sogna di incarnare egli stesso il ruolo di “neo-imperatore” nella sua futuristica rappresentazione che vuole l’Europa tornare ad essere un soggetto geopolitico di primo piano?

C’è poi l’Italiana Giorgia Meloni: fino a qualche settimana fa le missioni congiunte delle due in Africa avevano lasciato intendere una sintonia di progetti e di visione europea che pareva andare al di là della legislatura in scadenza.  Ma la leader italiana ha fatto capire che von der Leyen per il momento non è la sua candidata: anche per opportunità di campagna elettorale, sostengono in molti.

L’avversità di Victor Orbàn è nota nonostante gli accordi sottobanco tra il capo del governo ungherese e la presidente del Consiglio europeo: e bisognerà anche vedere dove il partito di Orbàn siederà nell’emiciclo.

Infatti, come ricordavamo sopra, anche se il nome che dovesse uscire dal Consiglio dell’Unione europea fosse quello di Frau von der Leyen, c’è poi il voto del parlamento. All’eurocamera è la maggioranza che conta e il fatto che l’Europa vada a destra non basta.

La presidente uscente potrebbe contare sul voto favorevole dei popolari, (destinati a essere il primo gruppo al parlamento europeo anche dopo il voto di giugno), ma per arrivare alla maggioranza c’è bisogno di tessere o quantomeno immaginare alleanze.

Per il momento scartiamo quella con i Conservatori e riformisti capitanati da Giorgia Meloni, scartiamo anche quella con il gruppo dei sovranisti di Marine Le Pen (che vedono insieme anche la Lega di Matteo Salvini e il Pis polacco di Kaczynski). 

Ma non basta, i recenti passi indietro dal fronte ecosostenibile di Ursula von der Leyen, per depotenziare la protesta degli agricoltori e i malumori all’interno dello stesso gruppo popolare, lasciano uno spazio di manovra limitato anche a un accordo con i Verdi europei (nel caso ci fosse bisogno).

 Insomma, dal cilindro bisognerebbe tirar fuori una nuova “maggioranza Ursula”.

Un dato certo c’è: per il momento Ursula von der Leyen non si trova di fronte alcun competitor. Qualche mese fa era stato fatto il nome dell’ex governatore della Bce ed ex premier italiano Mario Draghi come suo possibile successore, ma la cosa è morta lì. O comunque torna a galla ma ancora non si cristallizza. A metà aprile, nel Bel Paese si è tornati a perorare la causa Draghi ma il diretto interessato ha dichiarato non esserne al corrente (non di non essere disponibile…)

.Per il momento l’Unione europea resta schiacciata tra gli interessi americani da un lato e quelli russi e cinesi dall’altro. C’è da aggiungere che gli Usa, con o senza Trump, intendono preoccuparsi, e quindi occuparsi, sempre meno di Europa.  Con  uno scenario internazionale di grande incertezza, il prossimo presidente della Commissione Ue deve incarnare la stabilità. Ursula von der Leyen si propone come un usato sicuro. E come dimenticare che è stata la presidente che ha traghettato l’Europa fuori dal Covid?

Nonostante le critiche e la mancanza di trasparenza di cui la si accusa, nel 2020 di fronte alla pandemia ha portato a casa 3 dosi di vaccini per tutti gli europei, e decidendo la co-partecipazione al debito comune tra i 27,  ha finanziato la risposta alla crisi socioeconomica. La signora può anche non piacere, e in questo momento la “sua” Germania sconta una difficile situazione economica interna, è una locomotiva stanca. Ma con due guerre alle porte del vecchio continente, e senza un’alternativa credibile, resta una scelta di realpolitik. 

Cecilia Cacciotto è  giornalista di  “Euronews”


Unrwa, il rapporto Onu smentisce Israele: “Infondate le accuse di collusione con Hamas”

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Di Francesca Mannocchi, La Repubblica

A marzo Israele ha reso pubbliche affermazioni secondo cui un numero significativo di dipendenti dell’Unrwa sono membri di organizzazioni terroristiche. Tuttavia, Israele deve ancora fornire prove a sostegno di queste affermazioni», è quanto riporta il rapporto Colonna, commissionato dalle Nazioni Unite a seguito delle accuse israeliane sui presunti legami del personale dell’Unrwa con Hamas. Il gruppo di analisti, guidato dall’ex ministro degli esteri francese Catherine Colonna, ha parlato nelle nove settimane di stesura del rapporto, con duecento persone tra alti dirigenti dell’agenzia nella regione, funzionari degli stati donatori e dei Paesi ospitanti, oltre che funzionari israeliani, dell’Autorità Palestinese e egiziani.

Il rapporto rileva che l’agenzia dovrebbe implementare un controllo più rigoroso dei membri del personale per garantire la neutralità e lavorare per ristabilire la fiducia con i donatori, ma sottolinea che l’Unrwa abbia fornito regolarmente a Israele gli elenchi dei suoi dipendenti da sottoporre a controlli e che «il governo israeliano non ha informato l’Unrwa di alcuna preoccupazione relativa a qualsiasi membro del personale dell’Unrwa sulla base di questi elenchi del personale dal 2011». Lo scorso gennaio Israele ha accusato una dozzina di membri del personale dell’Agenzia di un coinvolgimento nell’attacco del 7 ottobre, la reazione immediata fu la sospensione dei fondi da parte dei principali Paesi donatori. Da allora la maggior parte ha ripristinato i finanziamenti, ma i loro contributi sono significativamente inferiori a quelli degli Stati Uniti, i cui fondi rappresentavano il 30% del budget dell’Agenzia. Il mese scorso, il Congresso statunitense, ha approvato il divieto di contribuire all’Unrwa fino a marzo 2025.

Unrwa, dalla nascita a oggi

Dopo la creazione dello Stato di Israele e il conseguente sfollamento di 700 mila palestinesi dalle loro terre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò due risoluzioni: la prima, la 194, sanciva il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e istituiva la Commissione di conciliazione per la Palestina, per promuovere una soluzione politica duratura. L’anno dopo, la seconda risoluzione, la 302, istituiva l’Unrwa, come organo che sostenesse programmi di soccorso che avrebbero incentivato i palestinesi a stabilirsi nei Paesi vicini. L’Agenzia, che avrebbe dovuto avere un mandato temporaneo, col tramontare di una soluzione politica del conflitto e della questione palestinese, si è trasformata di fatto in un organo facente funzioni di Stato, fornendo strutture scolastiche, infrastrutture, formazione professionale, assistenza sanitaria a sei milioni di rifugiati e ai loro discendenti in tutta Gaza, Cisgiordania, Libano, Giordania e Siria e impiega 30 mila persone.

La settimana scorsa, il commissario generale dell’agenzia Philippe Lazzarini, al Consiglio di sicurezza a New York ha ribadito agli ambasciatori che lo smantellamento dell’Unrwa farebbe precipitare la crisi umanitaria di Gaza e accelererebbe l’inizio della carestia, perché le consegne degli aiuti continuano a essere bloccate da Israele come parte di una «campagna insidiosa» per espellerle i palestinesi dai Territori Occupati. Minare l’esistenza e l’operatività dell’agenzia, ha detto Lazzarini, avrebbe altre ripercussioni durature, lascerebbe mezzo milione di bambini senza istruzione, «alimentando rabbia, risentimento e infiniti cicli di violenza», e metterebbe a repentaglio la transizione una volta finita la guerra, privando la popolazione di Gaza di servizi essenziali: scuola, medicine, cibo. Durante la stessa sessione, l’ambasciatore Gilad Erdan ha ribadito le posizioni di Israele. Non solo la necessità di «tagliare tutti i fondi», ma ha anche dichiarato che l’Unrwa è «il più grande ostacolo delle Nazioni Unite a una soluzione, perché l’organizzazione sta creando un mare di rifugiati palestinesi, milioni di indottrinati a credere che Israele appartenga a loro. L’obiettivo finale – ha detto – è usare questi cosiddetti rifugiati e il loro diffamatorio diritto al ritorno – un diritto che non esiste – per inondare Israele e distruggere lo Stato ebraico». E ha sostenuto che l’agenzia sia completamente infiltrata da Hamas: «Oggi a Gaza, l’Unrwa è Hamas e Hamas è l’Unrwa», di nuovo senza fornire prove.

Non solo Gaza

L’impatto dei tagli ai fondi colpirà soprattutto Gaza, ma l’Unrwa è il principale canale di sostegno umanitario non solo nella Striscia e in Cisgiordania, ma anche alle comunità di rifugiati palestinesi in Giordania, Siria e Libano.
Secondo i funzionari dell’Agenzia, in Cisgiordania il governo israeliano ha messo in atto una campagna di molestie e repressione. Centinaia di dipendenti non possono più raggiungere i loro posti di lavoro, trattenuti ai posti di blocco dai soldati.
Una banca israeliana ha congelato un conto dell’agenzia da 3 milioni di dollari, il comune di Gerusalemme sta premendo per sfrattare la sede locale, e il governo ha interrotto l’erogazione dei permessi di soggiorno del personale internazionale, con la conseguenza che alcuni posti di responsabilità restino vacanti da mesi. In Libano, l’80% dei 250 mila palestinesi presenti nel Paese vive sotto la soglia di povertà. Dall’Unrwa dipendono 28 centri sanitari, l’istruzione per 40 mila bambini e la gestione di reti idriche di base, reti elettriche e infrastrutture di 12 campi profughi. Anche lì i rifugiati si appoggiano, o meglio dipendono dall’Agenzia delle Nazioni Unite, perché non hanno accesso al settore pubblico del Paese e i costi dei servizi nel settore privato sono impossibili da sostenere. Dorothée Klaus è la direttrice dell’Unrwa in Libano: «Anche in Libano, da molto prima del 7 ottobre, Unrwa lavora con risorse limitate – dice – e la riduzione dei fondi implica che abbiamo già ridotto da 50 dollari a 30 dollari il sostegno trimestrale che diamo al 65% della popolazione vulnerabile, e parliamo di bambini, persone anziane con disabilità e altri che hanno patologie croniche». Conti alla mano, secondo Klaus, Unrwa è in grado di portare avanti le attività fino a giugno, dopodiché «tutto diventerà estremamente difficile. Dovremo decidere quali servizi sospendere, perché tutto è essenziale. Cioè decidere se chiudere le scuole o i centri sanitari. Curare i bambini o mandarli a scuola? Siamo di fronte a scelte impossibili». Intanto, secondo i dati forniti da Lazzarini al Consiglio di Sicurezza, dal 7 ottobre, 178 membri del personale Unrwa sono stati uccisi, oltre 160 delle sue strutture sono state danneggiate o distrutte.

Nell’immagine:  Catherine Colonna


Il nuovo libro postumo di Michela Murgia: ogni tempo ha il suo fascismo

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Di Michela Murgia, La Repubblica

Come siamo arrivati a questo punto così, di colpo? È la domanda a cui ho cercato di dare una risposta in una serie di stories di Instagram, nelle quali ho ripercorso gli ultimi trent’anni di storia italiana per spiegare come si è arrivati a un “nuovo fascismo”. Rileggiamole e intessiamole insieme.

Ministri che parlano di razza, controllo dei corpi delle donne, diritti tolti alle minoranze, politiche xenofobe, contestanti schedate dalla Digos, epurazioni nel sistema culturale e d’informazione: ecco l’elenco che ho stilato per sintetizzare la cronaca politica da maggio scorso. La questione è che non ci siamo arrivati di colpo. È una deriva che molti avevano già previsto negli scorsi decenni. Lo stato delle cose attuali era prevedibile da anni e ci sono state voci che lo hanno fatto, partendo da eventi enormi o piccolissimi, ma tutti rivelatori di questo nuovo fascismo. Provo a ritornare sui passaggi che sono stati rivelatori per me.

A vent’anni leggo un libro reportage di Gad Lerner, Operai. Lo prendo in biblioteca perché voglio capire. Partendo dalla Fiat, Gad racconta come è cambiato il mondo del lavoro nel settore primario, i suoi attori e soprattutto la sua ideologia. Il passaggio che mi colpì allora raccontava di come gli operai di fabbrica, strutturalmente votanti a sinistra, avessero gradualmente cominciato a dare consenso alla Lega Nord.

La Lega era questa roba qui, Bossi che gridava che la Lega ce l’aveva duro. Non erano anni in cui ero politicamente e culturalmente strutturata per collegare quel passaggio storico a cose avvenute quando non ero ancora nata, ma un campanello mi suonò in testa e non smise più. Dopo l’ascesa della Lega — un partito apertamente razzista, antimeridionale, maschilista e separatista per ragioni economiche e fiscali — il punto di svolta è stato il 2001.

Non credete a chi dice che furono le Torri Gemelle. Il G8 di Genova è un punto di non ritorno per la mia generazione. La violenza di Stato contro gli inermi, gli insabbiamenti, la morte di Carlo Giuliani, i politici che coprirono gli abusi, i colpevoli che facevano carriera, le notizie manipolate, i processi pieni di bugie. Genova ha spezzato per sempre la mia fiducia nello Stato democratico. Persone comuni, adulte e giovani, di ogni provenienza, chiedevano ai governi del pianeta di avere più attenzione per le persone e meno per le merci. E furono vittime di un pestaggio di massa da parte delle forze dell’ordine sotto il tollerante sguardo del governo italiano. Il governo era un’alleanza tra Lega Nord, Alleanza nazionale e Forza Italia.

L’anno successivo fu approvata la legge sull’immigrazione, madre di tutti i respingimenti, che non a caso si chiama Bossi-Fini. Due anni dopo fu approvata la legge Biagi, che precarizzava tutti i lavori fuori dal contratto nazionale di categoria. Allora ancora non scrivevo, ero un’insegnante di religione in Sardegna, mi occupavo di politica come fa una cittadina: leggendo e votando. Ma comincio a pensare che Primo Levi ci avesse visto giusto. Ogni tempo ha il suo fascismo.

Metterei un accento sulla questione del lavoro e della sua precarizzazione. Condividere le stesse condizioni lavorative e di impiego crea coscienza collettiva e soggettività sociale. Fare una legge che riporta la contrattazione del lavoro alla singola persona frantuma all’origine la possibilità di creare una coscienza comune, di classe o meno. Distrugge l’idea del lavoro come questione collettiva: tutti soli davanti al padrone. Inizia la retorica del merito.

Il fascismo storico era un fenomeno borghese, non popolare, specie sul fronte del lavoro. La retorica del duce-contadino che trebbia faceva il paio con lo scioglimento dei sindacati veri, la repressione violenta degli scioperi e gli accentramenti monopolistici. Se volete testare un fascismo, osservate i suoi rapporti con i grandi interessi industriali e confrontateli con chi invece il lavoro lo fatica sottopagato o non lo trova. Domandatevi: quali interessi difende? Un esempio: il discorso di Giorgia Meloni all’assemblea dei delegati della Cgil, in cui veniva ribadito il “No” al salario minimo.

Nel 2006, dopo tre anni di legge Biagi, da telefonista decido di raccontare cosa succede nei posti in cui i contratti “creativi” determinano la vita di chi li firma. È il momento in cui capisco che incazzarmi non basta. Il dissenso va organizzato e io so farlo solo in un modo: cercando parole esatte.

Negli anni successivi succedono tre cose politicamente molto rilevanti. La prima è il Family Day, il tentativo delle destre di attaccare i diritti Lgbtqia+ e la libertà riproduttiva delle donne, seguito dalla censura, in Veneto, dei libri degli intellettuali sgraditi e il caso Englaro. Il Family Day vede i vertici Cei guidati da Ruini schierarsi con le peggiori formazioni del cattolicesimo conservatore. Sui diritti questo nuovo fascismo fa patti con le istituzioni ecclesiastiche italiane. Lavorando sulle interpretazioni identitarie ed etniche.

Lo spiega bene un libro, fondamentale per me per capire il patto Lega-Chiesa, di Paolo Bertezzolo: Padroni a chiesa nostra. Vent’anni di strategia religiosa della Lega Nord dell’Editrice Missionaria Italiana. Il caso Englaro è esemplare per spiegare come il nuovo fascismo pretenda il controllo dei corpi e delle scelte di vita collegate. Questo nuovo fascismo si serve dei percorsi democratici, prima di arrivare a forzarli.

Se questo fascismo non lo vediamo arrivare, è perché non siamo abituati a vedere il fascismo arrivare da una democrazia. Lo abbiamo sempre visto partire da monarchie o instabilità più o meno dittatoriali. Si tratta di un percorso relativamente nuovo: la “democratura”.

Secondo il dizionario Treccani è un regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano coniò la parola democratura per descrivere la convivenza di elementi democratici e autoritari all’interno di un modello che potremmo definire “democrazia ristretta” o in altri termini “dittatura costituzionale”.

Cosa succede a sinistra nel frattempo? A proporsi come “democratore” è stato con un certo successo Matteo Renzi. Questo perché ha tentato riforme centraliste (per fortuna il referendum costituzionale lo perse, immaginate uno strumento simile oggi in mano a Meloni), era un populista che disintermedia la comunicazione tra “il capo” e “il popolo” (hashtag #dilloamatteo su Twitter), querela (o minaccia di farlo) giornalisti e intellettuali (hashtag #colposucolpo), e fa propria la retorica del merito e dell’eccellenza (dovremmo tutti essere Marchionne) concretizzandola nel Jobs Act.

Lo so, adesso arriva qualcuno a dirmi: ha fatto anche cose buone. Tipo la legge sulle unioni civili. Ma è stata esattamente quella legge, da cui è stata stralciata la questione fondamentale dell’adozione interna alla coppia Lgbt, ad aver creato la situazione che oggi permette a Meloni di cancellare il nome di un genitore dai registri pubblici.

Quella legge da un lato dice che possiamo unirci civilmente con chi vogliamo, ma dall’altro conferma che non siamo una famiglia per lo Stato, perché i congiunti non possono adottare la prole del o della partner né accedere alle adozioni esterne. Quella legge, che apre a un diritto minimo, ne ha bloccati per anni altri molto più delicati, le cui conseguenze non ricadono sugli adulti, ma sulle bambine e i bambini.

Renzi è stato obbligato a fare quella legge perché altrimenti si sarebbe preso una condanna dall’Europa per il vuoto legislativo e la discriminazione delle persone Lgbtqia+. Ha approvato una legge al ribasso perché negoziare con le destre sui diritti è stata una delle questioni centrali del renzismo. Che riguarda anche l’immigrazione: è il pensiero renziano, che è un pensiero di destra, a orientare il decreto di criminalizzazione del salvataggio in mare che renderà difficile l’azione delle ong.

Infine, arriva Giorgia Meloni. Arriva quando può finalmente arrivare senza che la massa lo trovi strano o pericoloso. In sintesi, citando di nuovo Primo Levi: “Ogni epoca ha il suo fascismo”. Ho finito. Avevo rovinato la domenica ai miei follower quando ho pubblicato all’inizio dell’estate questi appunti nelle stories di Instagram, così come sto rovinando l’umore ai lettori di queste pagine ripercorrendo quei contenuti. Ma andava detto. D’ora in avanti solo cose belle, prometto.

Il libro
Arriva in libreria martedì 30 aprile il nuovo libro postumo (dopo Dare la vita) di Michela Murgia Ricordatemi come vi pare(  Mondadori, pagg. 324, euro 19,50). Alla vigilia della morte a soli 51 anni, lo scorso 10 agosto, la scrittrice ha trascorso una settimana a raccontarsi a Beppe Cottafavi, suo editor e amico. Le registrazioni di quella sua ultima estate hanno dato vita a questo libro, una autobiografia che è anche una formidabile resa dei conti sul potere, il femminismo, la fede, la letteratura, arricchita da quattro racconti inediti e da altri testi perduti che l’autrice ha scelto e indicato tra un ricordo e l’altro.

 


Fermiamo questa merda (5) – Gli schiavi volontari del business digitale

Un autore che andrebbe letto o riletto per non farsi affascinare e intrappolare da una falsa visione della tecnica e del capitalismo 

Di Cory Doctorow, Financial Times (versione italiana da Internazionale)

Per decenni il potere negoziale e il fatto che i dipendenti del settore tecnologico sentivano di avere una missione hanno messo un freno alla merdificazione. Anche dopo che il settore si è ridotto a una manciata di giganti. Anche dopo la cattura normativa. Anche dopo la fine del fai da te. Le aziende erano ancora imbrigliate dall’indignazione dei loro dipendenti di fronte alla merdificazione.

Ricordate quando il sogno dei lavoratori tecnologici era stare per qualche anno in una grande azienda del settore per poi mettersi in proprio e fondarne una nuova che avrebbe spazzato via la vecchia? Quel sogno si è ridotto a lavorare per qualche anno per un colosso, dare le dimissioni, mettere su una finta startup e farsi “comprare-assumere” dal vecchio datore di lavoro. Praticamente un modo più complicato per ottenere un bonus e una promozione. Poi il sogno si è ridimensionato ancora: lavorare per un colosso tecnologico per tutta la vita in cambio di forniture di litri di kombucha e massaggi gratis il mercoledì.

Ora il sogno è finito. Quel che resta è: lavorare per un colosso tecnologico finché non ti licenzia, com’è successo l’anno scorso a dodicimila dipendenti di Google, mandati a casa otto mesi dopo un’operazione di riacquisto di azioni proprie che sarebbe bastata a pagare i loro stipendi per 27 anni. I lavoratori non sono più un freno ai peggiori impulsi dei loro capi. La reazione a “mi rifiuto di peggiorare questo prodotto” è: “Restituisci il badge e stai attento a non farti sbattere la porta sul culo quando esci”.

Capisco che tutto questo è un po’ deprimente. Ok, molto deprimente. Ma abbiamo isolato il virus. Abbiamo capito qual è il suo meccanismo di fondo. Possiamo cominciare a lavorare a una cura. Ci sono quattro vincoli che frenano la merdificazione: concorrenza, regolamentazione, fai da te e lavoro. Per invertire il corso della merdificazione e impedire che si ripresenti, dobbiamo ripristinarli e rafforzarli tutti e quattro. Sulla concorrenza, in realtà siamo già messi abbastanza bene. L’Unione europea, il Regno Unito, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, il Giappone e la Cina stanno facendo per la concorrenza più di quanto hanno fatto in due generazioni: stanno bloccando le fusioni, stanno sciogliendo quelle esistenti, stanno intervenendo contro i prezzi predatori e altre tattiche losche.

Badate bene, negli Stati Uniti e in Europa abbiamo già leggi che fanno tutte queste cose: abbiamo solo smesso di applicarle. È da due anni che combatto questa battaglia con l’organizzazione non profit Electronic Frontier Foundation e non ho mai visto un momento così favorevole per una politica tecnologica sana e informata.

Certo, i merdificatori non stanno a guardare. Pensate a quello che sta succedendo a Lina Khan, la presidente della Federal trade commission, l’antitrust degli Stati Uniti, che in tre anni ha fatto più di tutti i suoi predecessori negli ultimi quaranta. La pagina degli editoriali del Wall Street Journal ha pubblicato più di ottanta articoli per screditare Khan e farla passare per un’ideologa incapace e inconcludente. Come no, è per questo che hanno fatto ottanta editoriali contro di lei, perché è inconcludente. Negli anni ottanta, Reagan e Thatcher hanno messo la normativa antitrust in coma. Ora però l’antitrust si è svegliata, è tornata ed è incazzata nera.

E la regolamentazione? Come si fa a impedire alle aziende tecnologiche di ricorrere al trucco di usare un’app per aggirare la normativa? Be’, nell’Unione europea stiamo cominciando a capire come. Di recente è entrato in vigore il corpo centrale della normativa sui mercati digitali e della normativa sui servizi digitali, che permette ai consumatori truffati dalle aziende tecnologiche di rivolgersi direttamente ai tribunali europei, scavalcando gli inutili “cani da guardia” di paesi come l’Irlanda. Negli Stati Uniti sembra che finalmente si farà una legge sulla riservatezza digitale. Forse non avete idea di quant’è arretrata la normativa statunitense sulla privacy. L’ultima volta che il congresso ha varato una legge sulla privacy generale è stato nel 1988. Il Video privacy protection act stabilisce che se un videonoleggio divulga la lista dei film che avete noleggiato commette un reato. La legge è stata approvata dopo che un giornale di Washington aveva pubblicato la lista dei video noleggiati da un giudice di destra candidato alla corte suprema. Non erano neanche così imbarazzanti.

Certo, quel giudice, Robert Bork, non fu più eletto alla corte suprema, ma solo perché era uno che parlava troppo, e a sproposito, oltre a essere stato il viceministro della giustizia di Richard Nixon. I deputati del congresso, però, erano terrorizzati che la prossima volta sarebbe toccato a loro, andarono nel panico e approvarono la legge. È stata l’ultima volta che gli statunitensi hanno avuto una legge federale sulla privacy. E il bello è che c’è un sacco di gente arrabbiata per questo ritardo. Magari perché ha paura che Facebook convinca il nonno a convertirsi a QAnon. O che gli adolescenti diventino anoressici per colpa di Instagram. O che i ragazzini della generazione Z comincino a citare Osama bin Laden perché TikTok gli ha fatto il lavaggio del cervello.

O magari che la polizia identifichi i partecipanti a una manifestazione di Black lives matter o alle sommosse del 6 gennaio, scaricando i dati di localizzazione da Google. O che i procuratori generali degli stati repubblicani rintraccino le adolescenti che abortiscono fuori dei confini dello stato. O che i neri siano discriminati dalle piattaforme di prestiti o di assunzioni online. O che qualcuno pubblichi un porno deepfake su di voi fatto con l’intelligenza artificiale. Una legge che autorizza un privato a denunciare un’azienda che viola la sua privacy sarebbe utile a correggere queste storture. Fortunatamente c’è una grande coalizione a favore di una legge simile.

E il fai da te? Qui, ahimè, siamo molto più lontani. La direttiva sui mercati digitali dell’Unione europea costringerà le aziende tecnologiche ad aprire i loro orticelli recintati all’interoperabilità. Potremo usare WhatsApp per mandare messaggi a qualcuno su iMessage, oppure abbandonare Facebook, spostarci su Mastodon e continuare a mandare messaggi a chi resta.

Se però volete capire come funziona uno di questi prodotti e modificarlo a vostro vantaggio, e non loro, l’Unione europea non vi tutela in alcun modo. Qui c’è sicuramente spazio per un miglioramento. La mia speranza è che entri in gioco la legge di Stein: se qualcosa non può andare avanti in eterno, si fermerà.

Infine, il lavoro. In Europa il tasso di sindacalizzazione è molto più alto che negli Stati Uniti. Non c’è niente di più divertente che leggere della recente raffica di attacchi dei sindacati scandinavi alla Tesla. Ma anche negli Stati Uniti c’è stata una grande avanzata dei sindacati del settore tecnologico. I lavoratori hanno capito che non sono potenziali capitani d’industria. A Seattle hanno scioperato per solidarietà con i magazzinieri di Amazon, perché si sono accorti che sono tutti sulla stessa barca. Stiamo assistendo a un’azione ambiziosa a livello globale sulla concorrenza, la regolamentazione e il lavoro, ma con il fai da te un po’ più indietro. Siamo giusto in tempo, perché la brutta notizia è che la merdificazione si sta allargando a tutti i settori. Basta che ci sia un computer in rete, e le aziende possono fare la mossa di Darth Vader, cambiando le regole da un momento all’altro e violando i vostri diritti per poi dire: “È tutto a posto, l’abbiamo fatto con un’app”. Dalla Mercedes, che sostanzialmente vi affitta il pedale dell’acceleratore mese per mese, alle lavastoviglie collegate in rete, che vi costringono a usare il sapone per i piatti che dicono loro, la merdificazione si sta insinuando come una metastasi in ogni angolo della nostra vita.

Ma c’è un lato positivo: se tutti siamo minacciati dalla merdificazione, tutti abbiamo da guadagnare dalla demerdificazione. Come per la legge sulla privacy negli Stati Uniti, la potenziale coalizione anti-merdificazione è gigantesca. È inarrestabile. Quelli più cinici tra di voi dubiteranno che questo possa fare la differenza. In fondo, dire “merdificazione” non è lo stesso che dire “capitalismo”? Be’, no. Non voglio fare l’avvocato difensore del capitalismo: non credo che i mercati siano gli allocatori più efficienti delle risorse né gli arbitri della politica. Eppure, vent’anni fa il capitalismo ha trovato uno spazio per una cosa incontrollabile e informe come internet, uno spazio dove le persone che la pensavano in modo diverso potevano trovarsi, aiutarsi reciprocamente e organizzarsi. Il capitalismo attuale ha prodotto solo un gigantesco centro commerciale fantasma aperto in tutto il mondo e pieno di bot molesti, gadget di merda prodotti da aziende dai nomi pieni di consonanti e criptovalute truffaldine.

Internet non è più importante della crisi climatica, della giustizia di genere, della giustizia razziale, del genocidio o della disuguaglianza. Internet, però, è il terreno su cui si combattono queste battaglie. Senza un web libero, giusto e aperto, la battaglia è persa in partenza. Possiamo invertire il processo di merdificazione, possiamo fermare la merdificazione strisciante di ogni dispositivo digitale, possiamo costruire un sistema nervoso digitale migliore, in grado di coordinare i movimenti di massa di cui abbiamo bisogno per combattere il fascismo, per fermare il genocidio, per salvare il pianeta e la nostra specie.

Martin Luther King ha detto: “Magari è vero che la legge non può costringere un uomo ad amarmi, ma può impedirgli di linciarmi, e io penso che sia abbastanza importante”. E magari è vero che la legge non può costringere le multinazionali a considerarmi un essere umano che ha diritto alla dignità e a un trattamento equo, e non un portafoglio ambulante, una riserva di batteri intestinali per quell’organismo coloniale imperituro che risponde al nome di società a responsabilità limitata. Ma posso costringerle a temermi abbastanza da trattarmi in modo equo e a riconoscere la mia dignità. Anche se pensano che non me la merito.

(fine)


Cory Doctorow è un giornalista e scrittore canadese. Si occupa di diritti digitali e sicurezza informatica. È consulente dell’Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione non profit che difende i diritti digitali e la libertà d’espressione su internet. Questo articolo è l’adattamento di un discorso tenuto a gennaio per la Marshall McLuhan lecture all’ambasciata del Canada di Berlino