Il 40% dei medici in Svizzera è di origine straniera

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

Da tvsvizzera.it

Il numero di medici formati in Svizzera è in aumento, ma la dipendenza da professioniste e professionisti stranieri non diminuisce. Lo afferma la Federazione dei medici elvetici (FMH) sulla base della statistica medica 2023, pubblicata mercoledì. (Le cifre vengono illustrate in questo video, in francese).

Nel 2023 la Federazione ha censito 41’100 medici praticanti, per un totale di 35’488 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno (ETP). Rispetto al 2022, c’è stato un aumento del 2,3% degli impieghi ETP (+800). Queste cifre, apparentemente positive, sono “ben lungi dall’essere sufficienti a compensare la carenza di personale qualificato”, avverte l’associazione professionale dei medici.

Poco più del 40% dei medici in Svizzera è di origine straniera. Sono il 40,4% per l’esattezza, il che corrisponde a un aumento dello 0,9% rispetto al 2022. La Germania è il paese che “esporta” più medici in Svizzera: uno straniero su due (50,2%) è di origine tedesca. Seguono l’Italia con il 9,5%, poi la Francia (7,1%) e l’Austria (6%). Nel corso degli anni la percentuale di medici stranieri non ha cessato di crescere: nel 2013 erano 9’756, oggi sono 16’590.

“Il numero di medici formati in Svizzera non è sufficiente a coprire il fabbisogno”, avverte la FMH in un comunicato stampa. L’organizzazione è preoccupata per la carenza di nuovi professionisti, dato che in Svizzera un medico in attività su due ha più di 50 anni e uno su quattro ha più di 60 anni.

La densità medica nella Confederazione è paragonabile a quella dei Paesi vicini, scrive la FMH: in Svizzera ci sono 4,6 medici per 1’000 abitanti. Un po’ peggio dell’Austria (5,4), ma meglio della Germania (4,5), dell’Italia (4,2) e della Francia (3,2).

Aumentare i posti di formazione

La carenza di personale influisce anche sulla qualità della formazione post-laurea e delle cure. Inoltre, “l’elevato carico amministrativo fa sì che i medici non abbiano abbastanza tempo da dedicare ai pazienti”, lamenta la federazione.

Negli anni, inoltre, il tasso di attività si è ridotto: nel 2013 professioniste e professionisti lavoravano in media 9 mezze giornate alla settimana (una mezza giornata, si legge nella nota, corrisponde a 4-6 ore). Oggi questa media si è ridotta a 8,6. Negli studi medici è più bassa (7,9) rispetto al settore ospedaliero (9,4). Le donne, inoltre, lavorano meno degli uomini (6,9 in ambulatorio contro 8,9 in ospedale). Per gli uomini questi tassi si elevano, rispettivamente, a 8,6 e 9,9.

Una differenza tra i sessi s’incontra anche nei diversi settori: la percentuale femminile nel settore ospedaliero (49,1%) è più alta di quella nel settore ambulatoriale (44,7%). Settori che hanno subito anch’essi un’evoluzione: dal 2013 il tasso di persone che lavora in ambulatori privati è calato del 14,8%.

Tutti questi fattori (pochi posti di formazione, meno persone che scelgono il mestiere, sempre più persone che prediligono gli ospedali alle pratiche private, ecc.) hanno fatto sì che si arrivasse alla situazione odierna. Oggi, infatti, sempre più studi medici non accettano nuovi pazienti e la pressione sul sistema sanitario si ripercuote sui giovani professionisti. “I lunghi tempi di attesa e la chiusura degli ambulatori non fanno che aggravare una situazione già precaria. Il carico di lavoro è elevato e le condizioni di lavoro più impegnative”, si preoccupa la FMH.

C’è anche da dire che il mestiere, come spiegava il vicepresidente della FMH Philippe Eggiman a tvsvizzera.it qualche settimana fa, ha perso il lustro che aveva in passato: la mole di lavoro troppo elevata fa desistere i potenziali futuri professionisti, mentre, dall’altra parte, la popolazione vede questi professionisti e professioniste come unici responsabili del costante aumento dei costi sanitari che la Svizzera vive da diversi anni a questa parte.

Da anni le organizzazioni mediche chiedono di aumentare il numero di posti di formazione nelle università e di migliorare le condizioni di lavoro introducendo modelli “moderni” e riducendo gli orari, la burocrazia e le mansioni non mediche e insistono sulla digitalizzazione. Anche perché, viene ricordato, il carico di lavoro amministrativo sempre maggiore fa sì che le professioniste e i professionisti hanno sempre meno tempo da dedicare alle e ai pazienti.

La conseguenza finale (e poco sorprendente, a dire il vero) dell’attuale situazione è che “il sistema sanitario elvetico è sotto pressione” e la qualità delle cure rischia di risentirne, si legge nell’articolo di presentazione della Statistica medica 2023 presente nell’ultimo numero del Bollettino dei medici svizzeri.

Nell’immagine: la situazione, raffigurata nel video citato


20 secondi per uccidere: lo decide la macchina

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

Di Yuval Abraham, +972 Magazine (versione tradotta e pubblicata da il manifesto)

Nel 2021 è stato pubblicato in inglese un libro intitolato The Human-Machine Team: How to Create Synergy Between Human and Artificial Intelligence That Will Revolutionize Our World, sotto lo pseudonimo «Brigadier General Y.S.». In esso, l’autore – un uomo che abbiamo confermato essere l’attuale comandante dell’unità di intelligence d’elite israeliana 8200 – sostiene la necessità di creare una macchina speciale, in grado di processare rapidamente enormi quantità di dati per generare migliaia di potenziali «obiettivi» per gli attacchi militari nel mezzo di una guerra. Una tecnologia del genere, scrive, risolverebbe quelle che ha descritto come «strettoie umane, sia nell’individuazione di nuovi obiettivi che nel processo decisionale per approvarli».

Una tale macchina, si è scoperto, esiste davvero.
Una nuova inchiesta condotta da +972 Magazine e Local Call rivela che l’esercito israeliano ha sviluppato un programma basato sull’intelligenza artificiale noto come Lavender, di cui qui si scrive per la prima volta.
Secondo sei ufficiali di intelligence israeliani – i quali hanno tutti servito nell’esercito durante la guerra attuale nella Striscia di Gaza e sono stati direttamente coinvolti nell’uso dell’Ia per generare obiettivi da assassinare – Lavender ha giocato un ruolo centrale nei bombardamenti senza precedenti dei palestinesi, specialmente durante le fasi iniziali della guerra.
Infatti, secondo le fonti, la sua influenza sulle operazioni militari era tale che essenzialmente consideravano gli output prodotti dall’intelligenza artificiale «come se fossero decisioni umane».

Formalmente, il sistema Lavender è progettato per individuare tutti i sospetti miliziani dei rami militari di Hamas e del Jihad Islami, inclusi quelli di basso rango, come potenziali obiettivi di bombardamento. Le fonti hanno raccontato a +972 e Local Call che, durante le prime settimane della guerra, l’esercito ha quasi completamente fatto affidamento su Lavender, che ha contrassegnato come sospetti militanti fino a 37mila palestinesi – e le loro case – per possibili attacchi aerei.

DURANTE le prime fasi della guerra, l’esercito ha dato un ampio via libera agli ufficiali per adottare le liste di obiettivi da uccidere generate da Lavender, senza porre alcuna condizione di controllare accuratamente il motivo per cui la macchina aveva fatto quelle scelte, o di esaminare i dati di intelligence grezzi su cui si basavano. Una fonte ha dichiarato che il personale umano spesso agiva solo come «timbro di approvazione» per le decisioni prese dalla macchina, aggiungendo che, personalmente, dedicava in media solo circa «20 secondi» a ciascun obiettivo prima di autorizzare un bombardamento – solo per assicurarsi che l’obiettivo contrassegnato da Lavender fosse di sesso maschie.

E questo nonostante fosse consapevole che il sistema commette quelli che vengono considerati «errori» in circa il 10 percento dei casi, ed è noto che occasionalmente vengano contrassegni individui che hanno solo un vago legame con gruppi militanti, o perfino nessuno.

Inoltre, l’esercito israeliano ha sistematicamente attaccato i bersagli mentre si trovavano nelle loro case – di solito la notte mentre erano presenti le loro intere famiglie – piuttosto che durante il corso delle attività militari. Secondo le fonti questo accadeva perché, da quella che consideravano una prospettiva di intelligence, individuare gli individui nelle loro case private era più semplice.

Sistemi automatizzati aggiuntivi, tra cui uno chiamato Where’s Daddy? – anch’esso reso noto in questo articolo per la prima volta – sono stati utilizzati specificamente per rintracciare gli obiettivi e effettuare i bombardamenti quando erano entrati nelle loro abitazioni familiari.

Il risultato, come testimoniano le fonti, è che migliaia di palestinesi – la maggior parte donne e bambini o persone non coinvolte nei combattimenti – sono stati spazzati via dai bombardamenti israeliani, specialmente durante le prime settimane della guerra, a causa delle decisioni dell’intelligenza artificiale.

«Non ci interessava uccidere militanti di Hamas solo quando si trovavano in un edificio militare, o erano impegnati in un’attività militare – ha detto A., un ufficiale dell’intelligence, a +972 e Local Call – Al contrario, le Idf li hanno bombardati nelle loro case senza esitazione, come prima opzione. È molto più facile bombardare la casa di una famiglia. Il sistema è progettato per cercarli in queste situazioni».

La macchina Lavender si unisce a un altro sistema di intelligenza artificiale, The Gospel, su cui sono state rivelate informazioni in un’indagine precedente, del novembre 2023, di +972 e Local Call, così come in pubblicazioni dello stesso esercito israeliano. Una differenza fondamentale tra i due sistemi risiede nella definizione del bersaglio: mentre The Gospel contrassegna edifici e strutture da cui, secondo l’esercito, operano i militanti, Lavender contrassegna le persone e le inserisce in una kill list.

INOLTRE, secondo le fonti, quando si trattava di individuare presunti militanti di rango inferiore contrassegnati da Lavender, l’esercito preferiva utilizzare solo missili non guidati, comunemente noti come dumb bombs, bombe stupide (in contrasto con le bombe di precisione «smart»), che possono distruggere interi edifici insieme ai loro occupanti e causare un numero significativo di vittime.

«Non si vogliono sprecare bombe costose per persone di scarsa importanza – è molto costoso per il Paese e di queste bombe c’è una carenza», ha detto C., uno degli ufficiali di intelligence.
Un’altra fonte ha affermato di aver autorizzato personalmente il bombardamento di «centinaia» di case private di presunti miliziani di basso rango contrassegnati da Lavender: molti di questi attacchi hanno ucciso come «danni collaterali» civili e intere famiglie.

Nell’immagine: Soccorritori e civili alla ricerca di sopravvissuti al bombardamento israeliano della casa della famiglia Zorob, nella città di Rafah


Mosca non può dare lezioni di democrazia

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

Di Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera

Dallo sfregio palese al concetto stesso di elezioni alla farsa del regime russo e dei suoi sostenitori che si erigono a modelli e giudici della democrazia ucraina. Non ci sono limiti alla faccia tosta di Putin e della sua propaganda. Dopo avere messo in carcere e assassinato le opposizioni, dopo avere zittito la stampa interna e squalificato con l’imbroglio ogni concorrente, Putin è stato eletto con un risultato, non confermato da alcun osservatore indipendente, che è la negazione del voto libero. Ma adesso Mosca insiste nel ricordare al mondo che, secondo le leggi ucraine, Zelensky avrebbe dovuto tenere le elezioni parlamentari entro l’ottobre 2023 e indire quelle presidenziali prima di fine maggio. Conseguenze? La Russia «democratica» tra poche settimane non riconoscerà più Zelensky come presidente legittimo.

In risposta basti sottolineare che Zelensky, al contrario di Putin, ottenne il 75 per cento delle preferenze nel 2019 con un voto libero e verificato. Dal giorno dell’invasione russa il presidente ucraino ha promulgato la legge marziale per facilitare la difesa militare: la Costituzione prevede che le elezioni s’indicano solo al termine della guerra. Come votare, del resto, con circa 8 milioni di cittadini all’estero? E come evitare che il non voto nei territori occupati divenga il riconoscimento dell’abuso russo? L’ottobre scorso i sondaggi riportavano che l’81 per cento degli ucraini è contrario ad andare alle urne adesso: almeno Zelensky rappresenta la volontà popolare.

Nell’immagine: Kiev, statua che invita “Putler” a suicidarsi (2022)


Postdemocrazia

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 


Sergio Rossi – Taiwan terremotata e dominatrice mondiale del mercato dei microchip

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


La grande paura

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

La paura ha sempre accompagnato l’umanità e talvolta ha cambiato il corso degli eventi. Noi occidentali l’avevamo quasi dimenticata: via le guerre, via le carestie, via le epidemie dalle nostre contrade. Ma Umberto Eco già ci avvisava che al girare del terzo millennio il genere umano stava perdendo il senso della responsabilità, tanto da non avvertire i gravi pericoli da cui dipendono le sorti del pianeta. Aveva ragione. Oggi le certezze di un tempo sono scomparse e l’ottimismo di chi ci voleva convincere che gli esseri umani sono fatti per la gentilezza e la cooperazione è definitivamente dissolto. Nel 2017 lo storico Yuval Noah Harari scrisse con intima convinzione che da qualche decennio siamo riusciti a tener sotto controllo carestie, pestilenze e guerre: subito dopo i fatti lo smentirono e dovette ricredersi. A dire il vero, poneva problemi seri lo studioso: saremo in grado di proteggere il pianeta e l’umanità dagli eccessi dell’intelligenza artificiale e dagli algoritmi? La domanda resta di stringente attualità, ma ve n’è un’altra ancor più essenziale: saremo in grado di proteggere gli umani da sé stessi? Non mi pare che ci stiamo riuscendo. Il Covid ci ha sbattuto in faccia la nostra fragilità e ha esaltato sentimenti estremi, pochi generosi altruismi e tanti gretti egoismi. Non faremo più come prima, promettevano gli umani impauriti. Infatti, stiamo facendo  peggio e l’indifferenza è diventata il rifugio della cattiva coscienza.

L’Ucraina martoriata, l’orrendo scempio del 7 ottobre e i massacri indiscriminati di civili palestinesi a Gaza fanno riemergere i fantasmi di un passato che si pensava definitivamente cancellato.

Anche dalle nostre parti c’è l’esplosione di rigurgiti nazifascisti e le politiche dell’ignoranza e dell’odio prendono il sopravvento. A dominare la scena personaggi sconci, canaglie che guidano interi paesi e il “Mein Kampf” indica loro la via: Hitler suggerisce di impedire gli “avvelenamenti del sangue” e la sostituzione etnica è da evitare perché, secondo il candidato alla presidenza a stelle e strisce, “i migranti non sono persone, sono animali”.

Se Putin anticipa al “Financial Times” l’imminente collasso delle nostre “corrotte e obsolete democrazie liberali”, c’è pure Trump a dargli conferma dall’Ohio, fra scroscianti applausi, con una singolare e innovativa versione del libero voto in democrazia: o votate me o “sarà un bagno di sangue”!

Osservazione a margine: Aristotele ci aveva insegnato che l’uomo è, per sua natura, un animale politico e sociale e chi vive fuori dalla Polis o è una bestia o è un dio. Vista la lista assai folta dei delinquenti in circolazione nell’abituro della politica, propendo senza esitazione alcuna per la prima ipotesi. 

A misurare lo sbandamento delle menti e l’obnubilamento delle coscienze stanno i consensi che questi figuri con drammatiche malformazioni dell’ego raccolgono da un pubblico non esiguo (a dimostrazione che l’ignoranza è una malattia assai contagiosa). La paura è al loro servizio e la usano con cinismo e brutalità i loro disegni di onnipotenza. Fra i criptoputiniani e i criptotrumpiani spiccano anche alcuni intellettuali, i cosiddetti neneisti (ossia: né qui né là) che in nome della complessità dei problemi rifiutano di schierarsi.

Non ho molta stima per questa categoria che cerca attenuanti per chi fa a pezzi i diritti fondamentali e le costituzioni liberali con sommo disprezzo per la dignità delle persone. Come non ho particolare simpatia per coloro che applaudono speranzosi e all’esercizio posato della ragione preferiscono l’ipertrofia incontrollata delle emozioni.

Oggi – è un dato di fatto facilmente dimostrabile – noi siamo impegnati in un dialogo permanente con la paura: un inestricabile intreccio di aggressioni sull’uscio di casa nostra, di pandemie, di incombenti catastrofi ambientali condiziona l’inconscio collettivo. La paura si insinua nelle menti, imprigiona i nostri comportamenti, sgretola la fiducia, genera diffidenza, nutre la politica delle esclusioni e gli imprenditori della paura trovano terreno fertile.

 È diventata, la paura, lo strumento di un nuovo disordine mondiale dove a contare sono i sentimenti esasperati, le contrapposizioni violente, le aspirazioni egemoniche. La politica come strumento di inclusione e di dialogo fra i popoli, come servizio alla comunità, è diventata il suo contrario: strumento di odio, di prevaricazioni e di esclusione. È questa l’espressione degenere della personalizzazione della politica che si pone al servizio di chi domina e comanda. La prima a soccombere – il processo è in atto per nostra ignavia e pavida indifferenza – è la democrazia liberale.

I nostri predecessori di tanto tempo fa ci hanno lasciato scritto che noi umani viviamo “inter spem et metum”, tra speranza e paura. Infatti. La paura del presente, ce ne accorgiamo, ci induce a ripudiare il faticoso cammino della democrazia, accusata, nella sua forma attualmente dominante, di precluderci ogni speranza per un futuro migliore e di non produrre adeguate politiche pubbliche. Certo questa nostra liberaldemocrazia è piena di acciacchi e troppe volte l’interesse pubblico è sacrificato sull’altare di convenienze corporative più o meno palesi (gli studiosi hanno coniato il termine di postdemocrazia per mettere a fuoco la questione) ma mi guardo attorno e mi dico che gli altri sono peggio.

In un numero crescente di paesi – e sapete quali – le famose tre P delle democrazie liberali (Press, Parliament, Party) stanno barcollando pericolosamente e in alcuni casi sono già cadute. E oggi meno del 10% della popolazione mondiale vive in una democrazia piena. Un numero crescente di regimi più o meno democratici sta imboccando pericolose derive. Liz Cheney, repubblicana di destra e trumpiana ravveduta, ammette che il “sonnambulismo” di cittadini e cittadine può portare negli Stati Uniti, come altrove, verso nuove forme di dittatura.

Il problema vero è che la democrazia non ci è data dal padreterno una volta per tutte, ma è una conquista provvisoria che ci è stata consegnata a caro prezzo. Non funziona se lasciata in balìa della sorte e non ci diamo da fare, noi tutti. Chiudo qui e il titolo della prossimo contributo, un po’ enfatico ma adeguato, l’avrei già in punta di penna: Come nascono le dittature.

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immagine: il sottotitolo di questo articolo interpretato e raffigurato dall’Intelligenza artificiale (dreamstudio.ai)


L’arma della fame, l’attacco al convoglio umanitario della Ong Wck è solo l’ultimo di una lunga serie

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Un attacco a un convoglio, una rotta sicura che sicura non era, sette morti e le forze armate israeliane che il giorno dopo garantiscono di «indagare sull’incidente». Non è l’inizio di aprile del 2024 e non è Gaza. È il 2006, la guerra è in Libano, il convoglio colpito è a Marjayoun. All’inizio di agosto del 2006 l’esercito israeliano conquista la base di quello libanese a Marjayoun, città cristiana a otto chilometri dal confine. Unifil, in contatto con le truppe di Tel Aviv, organizza l’evacuazione, predisponendo un percorso pianificato in direzione Beirut e scortando i mezzi. Secondo l’allora portavoce delle Nazioni Unite, Milos Strugar, le forze israeliane erano state informate in anticipo del passaggio del convoglio e avevano dato il via libera. Rotte definite sicure dalle forze israeliane, dunque. Eppure poche ore dopo centinaia di veicoli carichi di forze armate libanesi, civili, e un giornalista dell’Associated Press, viene attaccato dall’aeronautica israeliana. Otto bombe che uccisero 7 persone e ne ferirono 36. Allora come oggi l’esercito israeliano promise un’inchiesta dettagliata, allora come oggi dichiarò di aver «identificato movimenti sospetti lungo la rotta».

Tragiche analogie o consuetudine?

Ieri, Itay Epshtain, consulente in diritto e politiche umanitarie e consigliere speciale di Nrc (Norwegian Refugee Council), ha scritto che «l’uccisione mirata da parte di Israele degli operatori umanitari della World Central Kitchen non è un tragico incidente, come affermato dai funzionari israeliani, ma il culmine di problemi normativi che risalgono a decenni fa» e che hanno legittimato un atteggiamento permissivo dell’uso della forza. Epshtain, riannodando i fili della storia e guerre più recenti di quella libanese, cita eventi legati al conflitto a Gaza del 2009, quando l’esercito israeliano attaccò varie sedi delle Nazioni Unite, come il centro sanitario di Bureij, dove – si legge nel rapporto stilato dopo l’attacco – le forze armate non avevano fatto «sforzi sufficienti né preso precauzioni per proteggere né i civili né il personale delle Nazioni Unite». Violazioni diventate sistemiche che non potevano essere giustificate dall’opportunità militare, «un degrado giuridico» lo definisce Epshtain, che ha portato negli anni ad attacchi «privi di adeguata distinzione e precauzione».

L’attacco di due giorni fa, che conta tra le vittime anche operatori occidentali, è solo l’ultimo di una lunga lista che, dall’inizio della guerra, ha ucciso 173 membri e colpito 161 strutture delle Nazioni Unite e ucciso centinaia di civili che in quelle strutture cercavano riparo. Per il primo ministro Netanyahu un «errore» su cui un «organismo indipendente condurrà un’indagine approfondita». Per il presidente statunitense Joe Biden, suo più stretto alleato, è la prova che Israele «non sta proteggendo gli operatori umanitari di cui i civili hanno disperatamente bisogno».

La fame come arma di guerra

Un giorno prima dell’attacco al convoglio di World Central Kitchen (Wck) a Deir Al-Balah, la rivista statunitense The New York Review ha pubblicato un lungo e dettagliato articolo di Neve Gordon e Muna Haddad, studiose ed esperte di diritti umani sul conflitto israelo-palestinese. Il titolo era «La strada verso la carestia». Gordon e Haddad non si limitano a ricostruire le dichiarazioni dei leader politici e dei vertici delle forze armate israeliane dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre (a Gaza «non esistono sono civili innocenti», Presidente Isaac Herzog, 13 ottobre; «non entreranno un grammo di aiuti umanitari… solo centinaia di tonnellate di esplosivi», ministro Itamar Ben Gvir 17 ottobre; «Non permetteremo l’assistenza umanitaria sotto forma di cibo e medicinali dal nostro territorio alla Striscia di Gaza», Primo Ministro Benjamin Netanyahu, 18 ottobre, etc), ma ripercorrono il controllo che dal 1967, anno in cui occupò per la prima volta la Striscia di Gaza, Israele ha fatto del paniere alimentare palestinese, modificando l’apporto nutrizionale dei suoi abitanti e utilizzando il cibo come arma per gestire la popolazione. «Per decenni – scrivono le studiose – Israele ha sistematicamente danneggiato la capacità della Striscia di produrre i propri generi alimentari, diminuendo il suo accesso all’acqua potabile e al cibo nutrizionale».

Quando Israele ha occupato Gaza, vivevano lì circa 400 mila palestinesi, il 70% rifugiati, fuggiti o espulsi dalle loro case durante la Nakba (la catastrofe dello sfollamento forzato) del 1948. Per decenni Israele ha controllato tutto: acqua, elettricità, medicine e ospedali, sistema giudiziario e istruzione. Fino alla fine degli anni Ottanta la strategia sul cibo fu quella di garantire o aumentare l’apporto calorico pro capite degli abitanti per – riportano gli Archivi di Stato Israeliani – «normalizzare l’occupazione e placare la resistenza». Farli mangiare di più e meglio, insomma, affinché i rifugiati palestinesi si rassegnassero a non voler tornare da dove venivano.

Poi, nel 1987, dopo la prima Intifada, l’atteggiamento è cambiato: la limitazione del valore nutrizionale e la creazione di insicurezza alimentare tra i palestinesi di Gaza sono diventate centrali nella strategia di contro-insurrezione. Nel 2000, dopo la seconda Intifada, Israele ha limitato progressivamente la circolazione di persone e merci, distrutto fattorie, raso al suolo terreni agricoli, sradicato alberi, consolidato il controllo aereo e marittimo tanto che due anni dopo il British Medical Journal riferì che il numero di bambini a Gaza affetti da malnutrizione era raddoppiato in meno di 24 mesi. Nel 2005 Israele ha smantellato gli insediamenti nella Striscia, circondandola di basi militari e creando una zona cuscinetto che ha divorato e eroso altri terreni agricoli palestinesi poi, nel 2007, quando Hamas ha vinto le elezioni e preso il potere, Israele ha imposto un blocco totale, limitando il carburante, l’elettricità e consentendo l’accesso solo ai beni essenziali alla sopravvivenza: «Gli alimenti vietati includevano cioccolato, coriandolo, olio d’oliva, miele e alcuni frutti, tutti definiti da Israele come “articoli di lusso”. La quota di carne fresca per l’intera popolazione era fissata a trecento vitelli alla settimana».

Nel 2012, dopo una battaglia legale di tre anni e mezzo dell’organizzazione per i Diritti Umani Gisha, il governo israeliano è stato costretto a pubblicare un documento confidenziale del 2008 in cui descriveva «le linee rosse per il consumo di cibo nella Striscia di Gaza», mentre il governo guidato dall’allora primo ministro Ehud Olmert inaspriva le restrizioni alla circolazione di mezzi e persone. Il documento calcolava il numero minimo di calorie necessarie a garantire un’alimentazione sufficiente alla sussistenza senza lo sviluppo di malnutrizione e serviva a determinare la quantità di alimenti che potevano essere ammessi ogni giorno. In media, il minimo ammontava a 2.279 calorie pro capite al giorno, che potevano essere fornite da 1.836 grammi di cibo, ovvero 2.575 tonnellate di cibo per l’intera popolazione di Gaza. Le statistiche servivano per capire a quanti tir consentire l’accesso, quali fossero le linee rosse per non scendere sotto i livelli di guardia della malnutrizione e quali alimenti fossero ritenuti non indispensabili. Per esempio: l’hummus semplice poteva entrare, quello con i pinoli no. Era ritenuto bene di lusso.

Nel 2022 l’Unrwa ha fornito cibo a più di un milione di rifugiati a Gaza, quattordici volte di più rispetto al 2000, scrivono Gordon e Haddad. A fine 2022, l’81% dei rifugiati nella Striscia viveva al di sotto della soglia di povertà, l’85% delle famiglie acquistava cibo dagli scarti dal mercato e più di tre quarti delle famiglie stavano riducendo sia il numero di pasti giornalieri sia la quantità di cibo in ciascun pasto. Da ben prima che Hamas attaccasse Israele il 7 ottobre, la crisi umanitaria a Gaza era nota a tutti. Già prima il cibo che entrava nella Striscia era ampiamente insufficiente

Aiuti internazionali bloccati

Il 1° aprile, le Nazioni Unite hanno diffuso l’ennesimo appello per chiedere di sbloccare l’accesso degli aiuti umanitari, appello che fa seguito agli ordini della Corte Internazionale di Giustizia (Icj) che ha chiesto a Israele di rispettare i suoi obblighi come firmatario della Convenzione sul genocidio e aprire i valichi di frontiera per consentire l’ingresso di aiuti sufficienti nell’enclave. Oggi, a quasi sei mesi dal 7 ottobre, a Gaza sono morte oltre 32 mila persone, più di 13 mila bambini. I feriti sono 75 mila, tre quarti delle infrastrutture civili sono distrutte o danneggiate e il 75% della popolazione ante guerra della Striscia, cioè un milione e settecentomila persone, è sfollata dalle proprie abitazioni. I palestinesi continuano a morire sotto le bombe, oppure mentre cercano di sfamarsi. Una dozzina sarebbero rimasti uccisi dai lanci aerei di pacchi alimentari, morti annegati mentre cercavano di recuperarli in mezzo al mare, o morti perché colpiti dalla caduta di scatole di aiuti.

Dopo l’attacco al convoglio di World Central Kitchen, Anera, un gruppo umanitario con sede a Washington che opera nei territori palestinesi da decenni, ha sospeso le operazioni a Gaza, dove aveva contribuito a fornire circa 150 mila pasti al giorno. E, secondo il sito americano Axios, gli Emirati Arabi Uniti, principale finanziatore della rotta che guida gli sforzi per portare cibo via mare a Gaza, avrebbero deciso di interrompere il loro coinvolgimento nel corridoio marittimo verso Gaza finché Israele non avrà assicurato che gli operatori umanitari nell’enclave saranno protetti. Anche World Central Kitchen ha sospeso le attività nella regione.

«Questo non è solo un attacco contro il Wck – ha scritto ieri Erin Gore, Ceo dell’organizzazione – è un attacco alle organizzazioni umanitarie che si presentano nelle situazioni più terribili in cui il cibo viene utilizzato come arma di guerra. E questo è imperdonabile».


José Andrés: “I nostri volontari eroi morti per condividere il cibo con gli altri”

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

Di José Andrés, La Repubblica

Nelle condizioni peggiori che si possano immaginare – dopo uragani, terremoti, bombardamenti e sparatorie – si manifesta il meglio dell’umanità. Non una volta ogni tanto, sempre.

I sette membri della missione di World Central Kitchen a Gaza che sono stati uccisi lunedì erano il meglio dell’umanità. Non persone senza volto o nome. Non generici operatori umanitari o danni collaterali della guerra.

Saifeddin Issam Ayad Abutaha, John Chapman, Jacob Flickinger, Zomi Frankcom, James Henderson, James Kirby e Damian Sobol hanno messo a rischio la propria vita per svolgere la più fondamentale attività umana: condividere il cibo con gli altri.

Accanto a loro ho servito in Ucraina, Turchia, Marocco, Bahamas, Indonesia, Messico, Gaza e Israele. Erano molto più che eroi.

Il loro lavoro si basava sulla semplice convinzione che il cibo è un diritto umano universale. Che prescinde dall’essere buoni o cattivi, ricchi o poveri, di sinistra o di destra. Noi non ti chiediamo a quale religione appartieni. Ti chiediamo solo quanti pasti ti servono.

Fin dal primo giorno abbiamo sfamato israeliani e palestinesi. In tutta Israele abbiamo servito più di 1.750.000 pasti caldi. Abbiamo sfamato famiglie sfollate a causa dei razzi di Hezbollah nel Nord del Paese. Abbiamo sfamato famiglie in lutto provenienti dal Sud del Paese. Abbiamo consegnato pasti negli ospedali in cui gli ostaggi liberati si sono ricongiunti alle loro famiglie. Abbiamo chiesto continuamente, ripetutamente e con forza il rilascio di tutti gli ostaggi.

Mentre lo facevamo, abbiamo comunicato spesso con l’esercito israeliano e i funzionari civili. Allo stesso tempo, abbiamo lavorato a stretto contatto con i vertici delle comunità di Gaza e con le nazioni arabe della regione. Non c’è altro modo, se si vuole far arrivare una nave piena di cibo a Gaza.

È così che siamo riusciti a servire più di 43 di milioni di pasti, che abbiamo preparato pasti caldi in 68 cucine di comunità a Gaza, cucine in cui i palestinesi davano da mangiare ai palestinesi.

Conosciamo gli israeliani. Gli israeliani, in fondo al cuore, sanno che il cibo non è un’arma di guerra.

Israele è molto migliore del modo in cui è condotta questa guerra. Sa che non si deve bloccare l’accesso dei civili a cibo e medicine. Sa che non si devono uccidere operatori umanitari che hanno concordato i loro spostamenti con le Israeli Defense Forces.

Il governo israeliano deve aprire più vie di terra per l’ingresso di cibo e medicine, oggi. Deve smettere di uccidere civili e operatori umanitari, oggi. Deve iniziare il lungo percorso verso la pace, oggi.

Nelle condizioni peggiori, dopo aver subito i peggiori attacchi terroristici della sua storia, è tempo che Israele mostri la sua parte migliore. Non si possono salvare gli ostaggi bombardando ogni singolo edificio di Gaza. Non si può vincere questa guerra affamando un popolo intero.

Accogliamo la promessa fatta dal governo, di condurre un’indagine per stabilire chi e come ha ucciso alcuni membri della famiglia di World Central Kitchen. L’indagine deve iniziare dai vertici, non solo dal basso.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, riguardo all’uccisione per mano israeliana della nostra squadra, ha detto: «Sono cose che succedono, in guerra». Si è trattato di un attacco diretto contro veicoli chiaramente contrassegnati i cui spostamenti erano noti alle Israeli Defense Forces.

È stato anche il risultato diretto di scelte che hanno costretto gli operatori umanitari a lavorare in condizioni disperate. La nostra squadra aveva appena ritirato circa 400 tonnellate di aiuti arrivati via mare. Il nostro secondo carico, finanziato dagli Emirati Arabi Uniti, con il sostegno di Cipro e l’approvazione delle Israeli Defense Forces.

I membri della squadra hanno messo a rischio le proprie vite perché gli aiuti alimentari sono molto rari e ce n’è un disperato bisogno. Secondo l’iniziativa globale Integrated Food Security Phase Classification (Ipc), metà della popolazione di Gaza – 1.100.000 persone – è a rischio carestia. La squadra non avrebbe dovuto fare quello spostamento se via terra, con i camion, fosse arrivato abbastanza cibo per sfamare la gente di Gaza.

I popoli del Mediterraneo e del Medio Oriente, al di là della loro appartenenza etnica o religiosa, condividono una cultura che considera il cibo come una grande testimonianza di umanità e ospitalità, simbolo della nostra speranza condivisa in un futuro migliore.

C’è un motivo per cui, in questo periodo dell’anno, i cristiani fanno le uova di Pasqua, i musulmani mangiano un uovo durante l’iftar e c’è un uovo nel piatto del Seder di Pesach. L’uovo, simbolo primaverile della rinascita di vita e speranza, travalica religioni e culture.

Sono stato ospite alle cene di Seder. Ho ascoltato le antiche storie che raccontano di stranieri in terra d’Egitto e servono a ricordare – davanti a un banchetto – che i figli di Israele un tempo sono stati schiavi.

Nutrire gli estranei non è un segno di debolezza, ma di forza. Il popolo di Israele deve ricordare, in quest’ora buia, come si dimostra la vera forza.

Lo chef spagnolo José Andrés è il fondatore dell’Ong World Central Kitchen

Nell’immagine: una delle auto del WCK colpita dall’attacco israeliano


Un esercito europeo? Tra il dire e il fare…

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

1414La guerra non è imminente, anche se è necessario prepararsi per il futuro e aumentare le capacità di difesa. Ad esprimersi così, nell’ultimo Consiglio europeo di marzo, il capo della diplomazia dei 27, Josep Borrell. Che è riuscito a smorzare i toni più allarmisti di altri alti funzionari Ue. Un fatto è certo: da due anni, in particolare negli ultimi mesi, si parla con crescente insistenza, e anche preoccupazione, di difesa europea. Se n’è sempre parlato ma, per come si è messa la guerra in Ucraina, e in prospettiva delle presidenziali americane di novembre e di un candidato che rischia di vincere, Donald Trump, il tema è diventato più pressante.

Le elezioni sono alle porte anche dell’Unione europea; dal 6 al 9 giugno i 27 rinnovano l’europarlamento e va da sé che la difesa è argomento di campagna elettorale, ma in ciascuno dei vari Stati membri se ne parla secondo la sensibilità nazionale. La Polonia, l’Estonia e la Lituania ne discutono in modo diverso rispetto all’Italia e alla Germania, che a loro volta usano termini lontani rispetto a quelli che usa, ad esempio, la stessa Francia.

La logica è ancora domo-centrica: insomma, i 27 continuano a pensare e a fare ciascuno per sé.

Non potrebbe essere altrimenti; la politica estera, così come quella della difesa, che è emanazione della prima, restano di competenza nazionale e per prendere una decisione europea, a voce unica, i 27 devono riunirsi in camera di consiglio, discutere a lungo, e decidere all’unanimità. Per nulla scontato.

Fare da soli, d’altra parte, non è una soluzione. Ed è per questo che la stragrande maggioranza dei 27 si è riparata sotto l’ombrello della Nato. Ma già far parte dell’Alleanza è oneroso: l’adeguamento degli investimenti in spese militari pari ad almeno il 2% del Pil fa fare una bella figura alla Germania, ma solo altri 5 Stati membri (Grecia, Polonia e le 3 repubbliche baltiche) spendono in armamenti quanto richiesto dalla Nato (e dall’attualmente favorito Trump) in rapporto al Pil.

La spesa militare dei Paesi dell’Ue nel 2022 si è attestata intorno ai 240 miliardi. Gli Usa nello stesso periodo hanno speso 794 di miliardi, più di tre volte tanto. È comunque vero che rispetto a Cina e Russia, con una spesa rispettivamente di 273 miliardi e 92 miliardi, la spesa europea non è irrilevante.

C’è evidentemente un collo di bottiglia al cui allargamento sta lavorando la Commissione di Bruxelles.

La Commissione geopolitica

A dire il vero, il braccio esecutivo dei 27, presieduto da Ursula von der Leyen, si sta dando molto da fare, assumendo un ruolo crescente in questo ambito, in virtù anche della definizione di Commissione geopolitica, che la stessa von der Leyen aveva dato a inizio mandato. Lo scorso 5 marzo ha presentato la sua strategia per l’industria europea della difesa: obiettivo, rafforzare gli arsenali bellici del Vecchio Continente, ricorrendo a economie di scala, nonché privilegiando politiche industriali e commerciali a tutela degli interessi europei. Tra i primi traguardi, portare i 27 ad acquistare entro il 2030 il 40% delle forniture militari in modo congiunto. Non solo: ha proposto per la prossima legislatura europea un commissario alla Difesa ad hoc, anche se non sa ancora cosa fargli fare esattamente.

Ursula von der Leyen si porta così avanti, cercando di ipotecare la presidenza della Commissione per un secondo mandato. Per il momento i 27 non mettono bocca, anzi in molti guardano con interesse al piano strategico che può tornare utile, anche se la proposta von der Leyen deve passare prima al vaglio dell’eurocamera e del Consiglio europeo.

La boutade di Macron

In attesa delle decisioni dei 27 non potevano passare inosservate le esternazioni del presidente francese Emmanuel Macron. In due distinte occasioni ha dichiarato di non escludere l’eventualità di inviare militari in Ucraina. La levata di scudi della Germania (e anche di altri alleati), e l’eco negativa dell’opinione pubblica, non solo francese, hanno costretto Macron a correggere il tiro all’indomani della prima dichiarazione, il 26 febbraio, ma anche a distanza di due settimane, quando l’inquilino dell’Eliseo ha ribadito il concetto, allertando nuovamente le cancellerie di mezza Europa.

La Francia ha l’esercito più moderno, meglio equipaggiato ed efficiente tra i 27, e soprattutto è l’unico dotato, dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, dotato di arsenale nucleare. Si sta forse candidando a guidare il futuro esercito europeo? Probabilmente no.

Malgrado la grandeur e l’arroganza francese, Macron non mira a tanto. Sa che un esercito europeo resta un’utopia, che la Nato, e quindi l’Europa militare, senza gli americani è un involucro vuoto e il 2% del Pil di spesa militare (anche da parte di tutti gli Stati membri Nato) basterebbe appena a comprare la foglia di fico per nasconderne le inadeguatezze strutturali.

Emmanuel Macron non sta chiedendo di mettere a punto l’esercito dei 27 e di decidere chi sarà il comandante in capo, ma anche alla luce dei dati di Eurobarometro – che rilevano come il 93% degli europei crede si debba agire insieme per difendere il territorio europeo – chiede a voce alta una politica estera comune (cui seguirà un esercito con il suo arsenale).

Così come in fondo prefigurava nel 1941 il Manifesto di Ventotene che vedeva in una volontà d’azione a livello internazionale degli Stati europei la capacità di riscatto e di salvezza europea.

Cecilia Cacciotto è giornalista di Euronews


La tragedia in Terrasanta e il vangelo secondo Cassis

Dei 16'590 professionisti e professioniste di origine straniera che esercitano nella Confederazione, il 9,5% proviene dall'Italia, ma la Germania continua a detenere il primato con il 50,2%, secondo l'ultima statistica presentata dall'FMH 

Volere tutto e il suo contrario. Ma è più efficace, riguardo al nostro specifico caso, l’espressione francese “vouloir le beurre et l’argent du beurre”. Come di questi tempi pretende la diplomazia svizzera in merito alla tragedia di Gaza. Doppiogioco in cui Berna si è esercitata nelle ultime settimane. Facendo scelte contraddittorie. Su uno scacchiere dove c’è poco da divertirsi. Ma andiamo con ordine, come dicono quelli bravi.

La scorsa settimana, la Confederazione ha infatti votato la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che all’unanimità impone (imporrebbe, visto che all’ingiunzione non seguono i fatti) l’immediato cessate il fuoco fra Israele e Hamas, e la contemporanea liberazione degli ostaggi prigionieri a Gaza. Per Washington, una “prima” assoluta, resa possibile dall’astensione degli Stati Uniti, che dal 7 ottobre scorso (il sabato nero del bestiale attacco ai civili israeliani nel Negev) col loro veto avevano bloccato qualsiasi iniziativa del genere. I rifiuti di Benjamin Netanyahu e della sua coalizione di estrema destra religiosa (di cui diversi esponenti pretendono l’espulsione delle popolazioni palestinesi, il ritorno dei coloni ebrei nella Striscia, l’annessione di tutta la Cisgiordania) hanno irritato la Casa Bianca al punto di provocare una svolta politica statunitense mai registrata prima nei confronti dello storico alleato in Medio Oriente: verso il quale continua comunque l’aiuto militare americano, che consente a Tsahal di continuare in una sorta di punizione collettiva che, per proporzioni, intensità, numero di morti civili (circa 30.000 in meno di sei mesi, più di tre volte degli abitanti dell’Ucraina in oltre due anni di aggressione russa), vastità delle distruzioni (metà delle case totalmente distrutte o inabitabili), la fame, l’assoluta insufficienza di cure mediche, ha spinto per la seconda volta il Tribunale penale dell’Aia ad ammonire Israele accusandolo d’aver imboccato la strada che conduce all’accusa di genocidio.

Anche la Svizzera ha sottoscritto la risoluzione del Consiglio di sicurezza, di cui è membro temporaneo.

Ma c’è un… ma. Il testo ONU sostiene anche l’urgente necessità di rendere possibile l’aiuto umanitario verso una popolazione palestinese ormai al limite della sopravvivenza, oltre due milioni di persone ammassate nella parte meridionale del territorio devastato, o lungo le spiagge della sua parte meridionale, in accampamenti improvvisati, privi di qualsiasi servizio, regno della precarietà più assoluta, dove le forze islamiste possono ancora far valere la propria legge a una popolazione sfibrata e di cui si fa spesso scudo.

Quali sono gli aiuti umanitari garantiti da Berna? Qui sta il punto. E la doppiezza.

In effetti, la Confederazione ha fortemente ridotto i sussidi all’UNRWA, l’Agenzia per l’assistenza ai profughi palestinesi; lo ha fatto lo scorso fine gennaio, quando gli israeliani denunciarono la partecipazione di 12 impiegati arabi dell’Unrwa al sanguinoso attacco anti-ebraico di inizio ottobre. Non bastò la decisione di licenziarli immediatamente, senza processo e sentenza. Non bastò alla Svizzera (che inizialmente voleva azzerare l’aiuto, poi si ‘limitò’ a un profondo taglio dei sussidi), come non bastò a numerose altre nazioni che adottarono la stessa linea: stop a gran parte dell’aiuto umanitario garantito attraverso l’Unrwa, che in tutto il medio oriente dà lavoro a decine di migliaia di palestinesi, 19.000 nella sola Gaza. Vi fu chi fece notare come non vi fosse proporzione fra il numero dei colpevoli (o sospettati) e il totale di chi non aveva commesso reati; nemmeno fra la radicalità della “ritorsione politica” e il numero delle vittime e delle distruzioni in corso; e ancor meno fra la tremenda responsabilità dei 12 impiegati ‘colpevoli’ (o unicamente sospettati) e il numero delle vittime e dell’inaudita emergenza umanitaria a Gaza.

In effetti, dopo poche settimane diversi paesi e organizzazioni decisero di tornare sui loro passi, e riprendere i pagamenti all’Unrwa: UE, Gran Bretagna, Germania, Danimarca, Svezia, Islanda, mentre Norvegia, Belgio, Irlanda, Spagna non hanno mai interrotto il loro aiuto. Tutte nazioni guidate da ingenui ‘buonisti’ o da sospettabili antisemiti? No, chi ci ha ripensato o che non ha mai desistito ha semplicemente guardato in faccia quanto stava accadendo, e ha dato ascolto alle affermazioni di esperti internazionali come Barbara Woodward, ambasciatrice inglese al palazzo di vetro di New York: “Bisogna sottolineare come l’Unrwa sia il più importante fornitore di servizi sanitari ed educativi di base, nonché di aiuti umanitari per due milioni di persone che hanno un disperato bisogno. Oltre un milione di sfollati sono ospitati negli edifici dell’Unrwa, comprese le scuole, e l’Agenzia sta fornendo cibo a circa un milione di persone”.

La decisione elvetica di mantenere il profondo taglio degli aiuti all’Unrwa è perciò in stridente contraddizione con gli impegni adottati da Berna in sede di Consiglio di sicurezza sul piano dell’assistenza umanitaria. Proprio “le beurre et l’argent du beurre”: non urtare Israele e non deludere troppo i palestinesi. Per fare ancora “meglio” e di più, Berna ha anche deciso di riunire e consultare separatamente le due commissioni estere del parlamento. Ma lo fa con la massima comodità: si dà tempo fino al termine di questo mese per realizzare gli incontri, poi gli serviranno un po’ di giorni per la salomonica decisione.

Ai palestinesi bersaglio della pesantissima ritorsione israeliana Berna chiede dunque di…pazientare. Che saran mai alcune migliaia di morti in più. Se tutto procederà per il meglio, fra un po’ più di un mese si saprà qual è il parere del governo federale e soprattutto del nostro ministro degli esteri Ignazio Cassis, per il quale “la neutralità non significa indifferenza” (come ha detto per la tragedia ucraina). Non indifferenza, ma in questo caso passo lento. Tanto più che le sue personali e cristalline opinioni sulla questione dei cinque milioni circa di rifugiati palestinesi le espresse nel 2018 in Libano: quando il capo della nostra diplomazia (che ancora leggeva i giornali, pratica a cui ha recentemente rinunciato) dichiarò che l’aiuto all’Unrwa e quindi a milioni di profughi che vivono nei campi in Libano, Giordania, Siria eccetera, in realtà ostacolano la loro integrazione nei paesi che li ospitano. In perfetta sintonia con le convinzioni dello Stati ebraico.

Paesi arabi che si allarmarono, Onu stupito e irritato, consiglio federale costretto a chiarire. Unici soddisfatti, appunto, gli israeliani: è quello che loro sostengono da oltre settant’anni, e cioè che ‘i palestinesi una casa fuori dalla Palestina ce l’hanno già, sta nelle nazioni arabe’.

Che poi, un paio di anni dopo, lo stesso Cassis abbia gentilmente accompagnato alla porta dell’Unrwa l’allora presidente dell’Agenzia (anch’egli svizzero, come l’attuale), approfittando di una inchiesta interna risoltasi in un nulla di fatto, è solo una significativa appendice. O no? Chi ci dice non sia stata un’ulteriore conferma di dove si collochino le simpatie politico-diplomatiche del responsabile della nostra diplomazia?

Nell’immagine: addetti dell’Unrwa distribuiscono aiuti alimentari agli sfollati di Gaza a Rafah (foto Unrwa, Mohammed Hinnawi, marzo 2024)