Veronica Noseda – Macron, le impossibili ambizioni europee

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

Veronica Noseda è nostra corrispondente da Parigi


I rifiuti elettronici illegali li mandiamo in Africa. Che ci importa dei loro polmoni?

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

La produzione mondiale di rifiuti elettronici sta aumentando cinque volte più velocemente del riciclaggio documentato. A rivelarcelo è il “Global E-waste Monitor 2024” delle Nazioni Unite . E ne emerge un quadro davvero inquietante. Ci vuole soltanto qualche minuto di attenzione e scorrere con un po’ di attenzione le cifre reperibili.

Nel 2022, la quantità di rifiuti elettronici generati a livello mondiale è stata di circa 62 miliardi di kg. Un aumento dell’82% rispetto al 2010. E che non sembra destinato a fermarsi. Secondo le proiezioni del rapporto, entro il 2030 si arriverà a produrre fino a 82 miliardi di kg di rifiuti elettronici.

Alcuni progressi nella quantità di rifiuti elettronici correttamente raccolti e riciclati erano stati fatti. Ma 3 miliardi erano i chili di rifiuti riciclati nel 2010, saliti a 14 miliardi nel 2022. Un aumento che tuttavia è oscurato dalla rapida e sconcertante crescita della produzione dei rifiuti elettronici in generale. Non solo: in realtà meno di un quarto (22,3%) della massa di rifiuti elettronici è stata documentata come riciclata nel 2022.

Le piccole apparecchiature, come videocamere, giocattoli, forni a microonde e sigarette elettroniche sembrano essere i maggiori responsabili, costituendo la categoria più ampia di rifiuti elettronici: 20 miliardi di kg nel due anni fa, o, se si preferisce, un terzo del totale dei rifiuti elettronici nel mondo.

Se alcuni continenti– Europa, Asia orientale, Nord America – hanno di fatto la capacità di gestire in modo efficace i rifiuti elettronici pericolosi, è anche vero che si tratta degli stessi che li esportano. E, spesso, lo fanno in paesi con scarse competenze, pochi mezzi e dunque bassi tassi di riciclaggio.

Sempre per i dati relativi al 2022, ben 3,3 miliardi di kg sono stati inviati da paesi ad alto reddito a paesi a medio-basso reddito, e questo nonostante l’esistenza di convenzioni internazionali sul divieto di esportazione di rifiuti pericolosi da parte delle nazioni OCSE nei paesi in via di sviluppo. Per il “Financial Action Task Force” (FATF) il trasporto illegale di rifiuti elettronici genera profitti stimati tra i 10 e i 12 miliardi di dollari l’anno. Una buona fetta di questi riguarda il Ghana. È stato, infatti, calcolato che almeno 150mila tonnellate di questi rifiuti vengano spediti ogni anno nel paese africano, diretti soprattutto ad Agblogbloshie, discarica e slam a cielo aperto a pochi chilometri dal centro della capitale, Accra, e dai palazzi istituzionali.

Una città nella città dove centinaia di persone sono impegnate ogni giorno nell’opera di “scrapping”: apertura, divisone della parti, selezione e rottamazione. Tutto, rigorosamente a mani nude. Un’attività che certo non arricchisce chi la svolge, ma che permette a molti di sopravvivere, soprattutto in un contesto dove, secondo stime della Banca Mondiale, il 27% della popolazione vive in condizioni di povertà. Insomma, un business redditizio, che apparentemente convenire a tutti, ma che mette a rischio la parte più debole dei contraenti. Le scappatoie per aggirare i trattati internazionali e I controlli si trovano senza particolari problemi.

Nel caso del Ghana, per esempio, il Paese è tra i firmatari della Convenzione di Basilea (1989) sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento – che, però, non include i rifiuti domestici, come televisori e frigoriferi – ma non ha firmato la Convenzione di Bamako (1998) che, invece, vieta tutte le importazioni di rifiuti pericolosi in Africa.

Profitti sempre più alti. Spregiudicatezza. E carenze legislative. In mezzo ai quali rimangono incastrati l’ambiente e gli “scrappers”. Entrambi devastati dalle sostanze generate da tutto quello che viene bruciato alla fine del lavoro di selezione. Sostanze tossiche che distruggono l’ambiente e i polmoni di chi le respira.

Nell’immagine: al lavoro nella discarica di Agbogbloshie in un quartiere di Accra (Ghana)


Endemico disturbo visivo

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 


La colpa è di Hamas. Biden sdogana l’attacco a Rafah

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

Di Michele Giorgio, il manifesto

l via all’attacco a Rafah le Forze armate israeliane lo attendono dal gabinetto di guerra di Benyamin Netanyahu riunito ieri per una decisione definitiva sui tempi e modi dell’invasione della città in cui si ammassano gli sfollati palestinesi. Di fatto l’hanno ricevuto da Joe Biden e i leader di altri 17 paesi che ieri hanno rilasciato una dichiarazione comune in cui si attribuisce solo ad Hamas la responsabilità del mancato accordo per un cessate il fuoco a Gaza. «Chiediamo il rilascio immediato di tutti gli ostaggi israeliani detenuti da Hamas, ormai da oltre 200 giorni. Tra questi ci sono i nostri cittadini» è scritto nel comunicato. Biden e gli altri leader affermano inoltre che il rilascio degli ostaggi «faciliterebbe un’ondata di ulteriore assistenza umanitaria necessaria da fornire in tutta Gaza e porterebbe a una fine credibile delle ostilità» e al ritorno degli sfollati alle loro case.

Musica per le orecchie di Benyamin Netanyahu deciso ad usare la forza. La dichiarazione parla solo di ostaggi da liberare e non fa riferimenti ad una soluzione politica per i palestinesi sotto occupazione israeliana. Nei mesi scorsi l’Amministrazione Usa aveva evocato in più occasioni la soluzione a Due Stati, ossia la nascita accanto a Israele di uno Stato palestinese indipendente nei Territori occupati del 1967. Poi ha inserito la retromarcia e, dopo l’attacco dell’Iran a Israele di metà aprile, i rapporti tra Biden e Netanyahu sono nettamente migliorati. La Casa Bianca ha anche firmato senza esitare il pacchetto approvato da Camera e Senato che garantisce a Israele aiuti militari per altri 17 miliardi di dollari.

«La chiave, in realtà, sono gli ostaggi» ha detto un alto funzionario statunitense respingendo le accuse secondo cui Israele sarebbe il principale ostacolo alla conclusione di un accordo tregua e ha scaricato la responsabilità solo su Hamas. Parole che Netanyahu ha accolto con sollievo perché gli consentono di respingere l’accusa di «non aver fatto abbastanza» che gli rivolgono le famiglie degli ostaggi. Mercoledì sera, quando è stato diffuso il video di uno dei sequestrati da Hamas, il 24enne Hersh Goldberg-Polin, a Gerusalemme è esplosa la rabbia di centinaia di persone contro il primo ministro. Ora Netanyahu può dire che gli Usa confermano le sue buone intenzioni.

Un portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha risposto alla dichiarazione affermando che la pressione degli Stati uniti «non ha alcun valore». E ha ribadito la richiesta del ritiro delle forze di occupazione da Gaza e di una tregua permanente come unico percorso verso uno scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi. Poco prima, uno dei massimi dirigenti di Hamas, Khalil Al Haya, aveva usato toni morbidi a proposito di una soluzione alla guerra. In un’intervista all’agenzia Usa Associated Press ha affermato che la sua organizzazione è pronta ad accettare un cessate il fuoco di cinque anni e persino a disarmarsi se verrà creato uno «Stato palestinese indipendente pienamente sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e sarà attuato il ritorno dei profughi palestinesi in conformità con le decisioni internazionali». Al Haya ha sottolineato che tutti i gruppi che hanno combattuto contro gli occupanti «quando sono diventati indipendenti e hanno ottenuto i loro diritti e il loro paese, poi si sono trasformati in partiti politici e le loro forze combattenti sono diventate l’esercito nazionale». Le interpretazioni di queste parole sono varie. Alcuni le considerano un tentativo da parte della leadership Hamas di rimettere la questione palestinese su binari politici dopo aver affidata negli ultimi 10-15 anni quasi esclusivamente alla sua ala armata. Per altri Hamas manda segnali all’opinione pubblica palestinese che, pur sostenendolo in modo ampio, non respinge un approccio più pragmatico tenendo conto della realtà sul terreno e di Gaza emersa distrutta dalla guerra. Al Haya comunque non rinnegato l’attacco del 7 ottobre nel sud di Israele e non ha fatto riferimenti a una riconciliazione con il partito Fatah e l’Anp di Abu Mazen. E a proposito del futuro di Gaza ha sottolineato che Hamas rifiuta qualsiasi presenza non palestinese nella Striscia, sia in mare che via terra, e tratterà qualsiasi forza militare, israeliana o meno, come una forza di occupazione. Si è riferito con ogni probabilità ai militari americani che si stanno dirigendo verso la costa di Gaza per costruire il molo temporaneo annunciato da Joe Biden per favorire l’ingresso di cibo a Gaza.

Verso la costa palestinese si dirigeranno anche centinaia di attivisti della Freedom Flotilla che, se non ci saranno impedimenti, salperanno oggi da Istanbul verso Gaza con oltre 5.000 tonnellate di aiuti umanitari. «Chiediamo ai governi dei 40 paesi rappresentati nella Freedom Flotilla di rispettare i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale e di chiedere che Israele garantisca alla flottiglia un passaggio sicuro verso Gaza», ha esortato ieri Huwaida Arraf, fondatrice della Freedom Flotilla. Anche il nipote di Nelson Mandela, Mandla, è tra gli attivisti pronti a salpare. Israele, che attua il blocco navale di Gaza, nei giorni scorsi ha segnalato che non lascerà passare aiuti che non sono stati ispezionati dalla sua sicurezza. La tensione, perciò, sarà alta a bordo della flottiglia. Nel 2010 il traghetto Mavi Marmara e altre navi dirette a Gaza furono intercettate e i commando israeliani uccisero 10 passeggeri turchi.

Nell’immagine: Gaza. Palestinesi in una casa colpita da un raid israeliano


Fermiamo questa merda (2) – Guadagnare (un sacco!) giocando sporco

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

Di Cory Doctorow, Financial Times (versione italiana da Internazionale)

Nella parte precedente abbiamo esposto la sequenza della merdificazione. Ma non spiega una cosa: perché oggi sta succedendo a tutto? Se non rispondiamo a questa domanda, non possiamo neanche pensare di trovare un rimedio. Cos’è in questo preciso momento che ci sta portando alla grande merdificazione? È la fine della politica dei tassi d’interesse a zero? È il cambio al vertice dei colossi della tecnologia? È Mercurio retrogrado?

Niente di tutto questo. La politica del denaro gratis della Federal Reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) ha sicuramente permesso alle aziende tecnologiche di avere un bel po’ di risorse da distribuire. Facebook, però, ha cominciato a merdificarsi molto prima della fine della politica dei tassi a zero. E lo stesso vale per Amazon, la Microsoft e Google.

È vero, alcuni colossi tecnologici hanno nuovi capi. Ma la merdificazione di Google è perfino peggiorata quando i fondatori sono tornati per gestire il panico da intelligenza artificiale (IA). Pardon, la svolta dell’intelligenza artificiale.

Quando tante entità indipendenti improvvisamente cambiano tutte allo stesso modo è segno che anche il contesto è mutato. È quello che è successo nel settore tecnologico. Le aziende hanno imperativi contrastanti: da una parte, vogliono fare soldi; dall’altra, per fare soldi bisogna assumere e motivare personale competente e vendere prodotti che i clienti abbiano voglia di comprare; ma più l’azienda dà ai dipendenti e ai clienti, meno può dare ai suoi azionisti. L’equilibrio ideale, quello in cui le aziende producono cose che ci piacciono in modo onesto e a un giusto prezzo, si ottiene quando guadagnare giocando sporco – aumentare i prezzi, abbassare la qualità e danneggiare i lavoratori – costa più di quanto fa guadagnare.

Ci sono quattro forze che disciplinano le imprese e possono frenare i loro impulsi merdificanti. La concorrenza: le aziende hanno paura che porterete i vostri soldi a qualcun altro, perciò ci pensano prima di abbassare la qualità o di aumentare i prezzi. La regolamentazione: le aziende temono che il regolatore le multerà per delle cifre più alte di quelle che si aspettano di guadagnare imbrogliando, perciò imbrogliano meno.

Queste due forze sono presenti in tutti i settori; le altre due, invece, sono più specifiche dell’industria tecnologica. La prima è il fai da te: i computer sono estremamente flessibili, come i prodotti e i servizi tecnologici che ne ricaviamo. Questo significa che gli utenti possono trovare dei programmi capaci di disattivare tutte le funzioni che tolgono valore a loro e lo danno agli azionisti.

Mettiamo che durante un consiglio d’amministrazione qualcuno dica: “Ho calcolato che se facciamo diventare i nostri annunci pubblicitari più invasivi del 20 per cento avremo il 2 per cento di ricavi netti in più”. Qualcun altro potrebbe prendere la parola e rispondere: “Sì, ma se lo facciamo, il 20 per cento dei nostri utenti installerà il blocco della pubblicità e i nostri ricavi da quegli utenti scenderanno a zero, per sempre”. In altre parole, le aziende digitali sono condizionate dal timore che una loro mossa merdificante possa spingere gli utenti ad andare su Google e digitare: “Come faccio e demerdificare questa cosa?”.

Infine, ci sono i lavoratori. Nel settore tecnologico il tasso di sindacalizzazione è basso, ma questo non significa che i lavoratori non abbiano potere negoziale. La storica “penuria di talenti” del settore tecnologico ha dato molta forza ai lavoratori. Se un dipendente non era d’accordo con il suo capo dava le dimissioni, attraversava la strada e trovava subito un altro lavoro, spesso migliore. Lo sapevano loro e lo sapevano i capi. Paradossalmente, questo li ha resi ancora più sfruttabili. Tutti i lavoratori tecnologici, infatti, si consideravano futuri fondatori di aziende, imprenditori temporaneamente a stipendio, figure eroiche potenziali. Ecco perché motti come Don’t be evil (non essere cattivo) di Google e Make the world more open and connected (rendi il mondo più aperto e connesso) di Facebook erano importanti: instillavano nei lavoratori il senso di una missione. La studiosa statunitense Fobazi Ettarh lo chiama vocational awe, “stupore vocazionale”; per Elon Musk significa essere “irriducibili”.

I lavoratori del settore tecnologico avevano un grande potere negoziale, ma non l’hanno mai fatto pesare quando i capi gli hanno chiesto di sacrificare la salute, la famiglia e il sonno per rispettare scadenze arbitrarie. Le aziende tecnologiche hanno trasformato gli uffici in “campus” stravaganti con palestre, caffetterie gourmet, lavanderie, sale massaggi e servizi di congelamento degli ovuli, quindi i lavoratori si sentivano coccolati. In realtà, stavano lavorando come muli. Per i capi, però, motivare i lavoratori facendo appello all’idea di avere una missione ha uno svantaggio: i lavoratori si sentiranno coinvolti e quindi, quando qualcuno gli chiederà di merdificare i prodotti per cui si sono rovinati la salute, proveranno un senso di profonda riprovazione morale e minacceranno di andarsene. I lavoratori in effetti sono stati l’ultimo baluardo contro la merdificazione. Prima non c’erano leader migliori. I dirigenti non erano migliori. Erano solo frenati. I loro peggiori impulsi erano inibiti dalla concorrenza, dalla regolamentazione, dal fai da te e dal potere dei lavoratori.


Cory Doctorow è un giornalista e scrittore canadese. Si occupa di diritti digitali e sicurezza informatica. È consulente dell’Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione non profit che difende i diritti digitali e la libertà d’espressione su internet. Questo articolo è l’adattamento di un discorso tenuto a gennaio per la Marshall McLuhan lecture all’ambasciata del Canada di Berlino


Il fallimento del pacifismo o il trionfo della guerra di predazione

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

Si può, si dovrebbe, vedere anche l’altra faccia di quanto ha scritto Domenico Quirico e riportato qui. Cominciando ad esempio chiedendosi in che cosa sono ”nuove” le guerre: nella sostanza (per ciò che le genera) oppure negli accidenti (per le tecniche che usano)?

Ha scritto un caro amico, professore emerito di economia all’Università di Grenoble-Alpes: ”La guerra è un mezzo di predazione, essa è nata quando si è voluto prendere o ricuperare la fortuna (il patrimonio, il capitale) degli altri…la guerra ha sempre come volontà primaria quella di prendere ciò che hanno gli altri (v. Jacques Fontanel, L’economie des armes,1983,ed. La Découverte). E, d’altronde, in un capitalismo di competizione, dominante e serpeggiante in ogni dove, anche i giochi di potere sono inevitabilmente motivo di conflitto tanto per accaparrarsi le risorse (le materie prime, sempre più rare, necessarie, preziose e persino “nuove” nell’uso, come litio o cadmio) quanto per produrre profitti. 

Primo: riempire gli arsenali

Riprendiamoci il sempre attento ed anche profetico Karl Marx, troppo sbrigativamente accantonato, quello che riteneva le guerre come “consustanziali” (termine quasi teologico) al capitalismo: da un lato una guerra distrugge parte del capitale dei redditieri, dei possidenti; d’altro lato favorisce l’emergenza di nuovi ricchi, di nuovi affari, cominciando dai fabbricanti o dai commercianti di armi che sperimentano e prosperano sui conflitti più devastanti (quando in una sola notte, dal 13 al 14 aprile, la sola difesa internazionale contro l’offensiva iraniana su Israele ha avuto un costo stimato un miliardo e mezzo di dollari, ecco che abbiamo anche un’idea istantanea dell’esplosione … economica-finanziaria di un conflitto).

Si è discusso e informato a lungo sul tira-e-molla tra democratici e repubblicani e poi finalmente sul voto del Congresso americano per un piano di aiuto di 61 miliardi di dollari all’Ucraina, con un Zelensky che si affannava a dire in videoconferenze che il suo Paese non poteva più attendere perché mancava ormai tutto, munizioni, missili antiaerea, droni, aerei, carri armati. E un motivo era ovvio: dopo aver già dato tanto all’Ucraina (o anche ad Israele) gli stock di armi erano smagriti sia al di qua sia al di là dell’Atlantico e l’industria dell’armamento era sotto tensione (si calcola infatti che gli stock di armi potranno essere ricostituiti tra il 2025 e il 2026). Lo ha confermato il direttore della CIA, William Burns, sostenendo che durante il periodo di ricostituzione in potenza dell’industria militare occidentale, l’Ucraina deve comunque riuscire a tenere.

Secondo: arricchiamoci con l’industria delle armi

E, infatti, del pacchetto di 61 miliardi di dollari votati dal Congresso americano, non si dice che non va nella misura del 100 per cento direttamente all’Ucraina, ma che più di un terzo della somma (23.2 miliardi di dollari) è destinato al riapprovvigionamento dei sistemi d’armi e di munizioni dell’esercito americano; 14 miliardi sono invece previsti per permettere all’Ucraina di riarmarsi acquistando attrezzature e munizioni all’industria americana, mentre altri 15 sono destinati a servizi di sostegno come la formazione militare, lo scambio di informazioni, la sperimentazione di nuove tecniche.

Dunque, come l’ha d’altronde spiegato il capo dei Repubblicani al Senato, Mitch McConnel, insistendo spesso su questo punto per convincere i suoi recalcitranti, “il programma deve riaffermare l’impegno di ricostituire e di modernizzare il nostro esercito, di ripristinare la nostra credibilità e di dare al comandante in capo attuale, come al prossimo, maggiori mezzi per garantire i nostri interessi”. 

Si potrebbe tradurre: ben venuta questa guerra, che ci permette sia di crescere economicamente, sia di rinnovare e migliorare i nostri arsenali. Sia anche di migliorare la nostra posizione economica rispetto all’Europa che, in realtà ha subìto, economicamente ed anche politicamente, i maggiori costi e le maggiori divisioni per quella “santa” crociata contro la Russia.

Non dovremmo tuttavia dimenticare che anche il presidente di una grande nazione europea, Macron, capo dell’esercito e capo del capitale, ha esaltato i meriti del riarmo per l’industria francese, sostenendo ch’esso “sta producendo della ricchezza”(discorso in un’industria d’armi a Bergerac dello scorso 4 aprile). 

Come se fosse anche economicamente indispensabile che poveri innocenti o famiglie intere siano un giorno massacrate con quelle armi affinché i figli degli operai dei paesi ricchi possono avere la loro razione di carne o di patate sul piatto. E’ però ciò che un sistema riesce a far credere occultando tanto il dibattito democratico sulla vendita delle armi (povero e ingenuo papa Franccesco!), sia facendo sempre credere che per avere la pace bisogna comunque sempre passare la guerra. E l’ultimo latino che si ricorda e che torna sempre comodo, citato anche nelle stanze parlamentari elvetiche per giustificare nuovi miliardi per l’esercito, è il “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra.

Sparate missili e avrete rendite

Facciamo, a mo’ di conclusione, tra la matematica e la follia,, un piccolo calcolo. Se il prezzo di una batteria di Patriot (che vediamo spesso nelle impressionanti immagini televisive sull’Ucraina) è valutato a circa 1.1 miliardo di dollari (400 milioni per il sistema,690 per i missili), il prezzo di un singolo missile va valutato a 4.1 milioni di dollari (è quanto calcola  appunto il Center for strategic and international studies o CSIS). Poiché quei missili li vediamo sparati a raffica, in pochi secondi, verso chi sa quale obiettivo, immaginiamoci quanti di quei milioni  distruttivi stanno preparando l’avvento di quella  speculazione ricostruttiva cui sembra già interessato il mondo intero (infatti, prossima riunione  a Basilea, a quanto pare, non per la pace, ma per discutere sulla ripartizione della torta ed anche dell’uso dei patrimoni sequestrati agli oligarchi russi per ridare avvio alla festa capitalista della ricostruzione o predazione .


La destra e il 25 aprile: nei panni di un neofascista

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

Di Corrado Augias, La Repubblica

Penso sia inutile e forse controproducente continuare a chiedere a certi membri del governo, e loro rappresentanti nei vari enti, una professione di antifascismo. Molti di loro non possono farla o perché rimasti sinceramente fascisti nell’animo o per motivi tattici.

Alcuni hanno nel portafogli la foto del papà o del nonno col fez e il pugnale alla cintura; alcuni detestano il presente, il quale ha effettivamente aspetti detestabili ma per ragioni che bisogna saper individuare, il rifiuto non basta; alcuni rimpiangono gli anni d’una giovinezza familiare quando ognuno stava al suo posto e i treni arrivavano in orario.

Vecchie mitologie che col tempo si caricano di un’aura vaga dove tutto si mescola: memoria, vera o immaginata, nostalgia, emozioni, racconti uditi da bambino che scendono nel profondo trasformandosi in una verità indimostrabile, quindi inconfutabile.

Uno scrittore deve saper vedere la realtà anche con gli occhi degli altri, personalmente ho fatto qualche volta questo esercizio. Mi sono posto nello stato d’animo di un neofascista che per decenni si è sentito escluso senza colpa dalla vita del Paese, donde la collera, lo sdegno, nel vedere i vincitori del ’45 considerare lo Stato come un appannaggio esclusivo, con valori esclusivi, il monopolio della cultura dalla letteratura al cinema, dalle arti figurative al teatro, esibito, gridato. Loro, sempre loro.

E noi, i vinti? Noi che diamo tutto il peso che merita all’idea di nazione, e amiamo ripeterla questa parola, accarezzarla, lanciarla a chi ascolta perché la riponga nel suo cuore e la usi al posto dell’anonimo, detestabile “Paese”. Il nostro Paese, che banalità, dici la nostra nazione e tutto di colpo s’alza in volo. Noi che conserviamo il senso della patria, del sacrificio, l’ideale di un’Italia forte, rispettata nel mondo, noi che eravamo un popolo finalmente unito dopo secoli in cui ci siamo lacerati e combattuti con la ferocia che hanno solo le lotte fratricide.

La libertà, dicono. La libertà, certo; ma la libertà ha un costo, bisogna saperlo valutare nell’equilibrio di una vita e nell’esistenza di una nazione. Vale di più la libertà o la serenità? La libertà o l’ordine dove chi sgarra viene preso in consegna e allontanato perché gli altri possano godere la meritata pace sociale? La libertà è un valore ma non è il solo valore, ne esistono altri che vanno ugualmente tutelati. In questa costellazione trova un suo posto anche la libertà purché non confligga con altre prerogative e diritti che servono, tutti insieme, a promuovere il cammino di un popolo.

Credo che siano più o meno queste le ragioni per le quali è inutile continuare a chiedere ai fascisti del XXI secolo, dichiarati o dissimulati come un tempo i marrani, una professione di antifascismo. Il fallimento di quel regime, i crimini ordinati o tollerati dal suo capo Benito Mussolini, gli omicidi singoli o di massa, l’asservimento al delirante fanatismo nazista, contano poco, contano niente, rispetto alle “cose buone” che tutto mescolano in una realtà tanto più alonata di leggenda quanto più s’allontana.

Capisco il funzionario zelante, debole nel discernimento ma solido nelle convinzioni, che ritiene blasfemo uno scrittore che osa criticare, affacciandosi alla tv pubblica, il capo del governo. C’è ingenuità e purezza nell’ordine di bandirlo, sprezzo delle conseguenze, un certo ardimento: sono qui per fare scudo alla reputazione di una figura delegata alla guida della nazione dalla maggioranza degli italiani. Tutta la possibile libertà s’è esaurita nella scelta di eleggerla, liberamente, a furor di popolo.

C’è anche una seconda ragione per la quale è inutile, forse controproducente, continuare a chiedere una professione di antifascismo a chi non può darla. Qui si scende dalle nuvole degli ideali per atterrare sullo scabroso terreno della lotta politica nel suo momento più rude: la campagna elettorale.

La presidente del Consiglio non può dichiararsi antifascista per il semplice motivo che ha bisogno di arrivare alle elezioni europee con il massimo possibile della forza in termini di voti. Deve regolare i conti con l’inquieto Matteo Salvini che vede franare i consensi e s’agita disposto a collocarsi alla sua destra pur di guadagnare qualche simpatia in più.

La premier non può lasciarlo solo su quel terreno. Può far mostra di un moderato conservatorismo all’estero ma qui, rivolgendosi alla nazione, deve tenere stretti tutti: la borghesia spaventata dalle novità e l’ala dei nostalgici chiusi nei loro macabri rituali: Duce, a noi!

Deve zittire chi osa criticarla, portarlo in giudizio, esigere risarcimenti. Deve infangare chi la mette in imbarazzo perché le ricorda un passato che, forse, vorrebbe lei stessa dimenticare. Lo fanno per soldi, dice, si fanno pagare col denaro dei contribuenti per insultarmi.

Mi permetto di sottoporre a Meloni un passo di Michel de Montaigne che potrebbe interessarla (Saggi, libro II, undicesimo capitolo, Adelphi) per un dignitoso svolgimento del suo incarico: “Mi sembra che la virtù sia cosa diversa e più nobile delle inclinazioni alla bontà. Le anime per sé stesse regolate e ben nate presentano nelle loro azioni lo stesso aspetto di quelle virtuose. La virtù però significa qualcosa di più grande e di più attivo che lasciarsi dolcemente condurre da un’indole felice sulla via della ragione. Colui che con dolcezza naturale disprezzasse le offese ricevute farebbe cosa degna di lode; ma colui che, colpito sul vivo da un’offesa, si armasse delle armi della ragione contro quel furioso desiderio di vendetta e arrivasse infine a dominarlo, farebbe molto di più. Quello agirebbe bene, questo virtuosamente”. La virtù dice Montaigne, non la trascuri signora presidente del Consiglio.

Nell’immagine: un fotogramma da “Il Federale”, di Luciano Salce (1961), nel quale Ugo Tognazzi (a destra) interpreta la parte di un gerarca fascista nel momento del crollo del regime in cui aveva riposto le proprie speranze


25 Aprile. La Festa

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 


Erano ragazzi di ogni colore politico

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

Di Andrea Malaguti, La Stampa

“La libertà è come l’aria: ci si accorge
di quanto vale quando comincia a mancare” 

– Piero Calamandrei.

Troppo, per questi nostri giorni democraticamente complicati?

Ho fatto una cosa che faccio raramente. Ho girato lo sguardo al passato. So che è giusto, sano e inevitabile, ci mancherebbe, ma istintivamente preferisco il domani. Non credo che tornerà il fascismo. Solo che in questa fase da campagna elettorale per lottatori di sumo, pare inevitabile discuterne. E, forse, è giusto così. Un certo modo muscolare di gestire la cosa pubblica fa riflettere. La censura di Scurati, il veleno sull’aborto, le intromissioni sul fine vita, le botte all’università, le manette vagheggiate per i giornalisti, l’Agi destinata a un parlamentare leghista, il presidente albanese Edy Rama che chiama – anche se ora smentisce imbarazzato – un dirigente Rai per lamentarsi di Report. Perché suppone di poterlo fare?

Ogni minuto ce n’è una. E ogni volta il solito coro di amabili e piuttosto noti turiferari intona uno stucchevole “ma cosa vuoi che sia, sarete mica comunisti?”. Non è ridicola questa idea per cui chiunque dissenta dal potere in carica sia nato con tre narici? O di qua o di là. Ma chi l’ha detto? Salvo colpi di Stato, l’arretramento delle democrazie (non il fascismo, l’arretramento delle democrazie) avviene a piccoli passi. Per questo, oggi, Festa della Liberazione dal nazifascismo, sintetizzo il mio pensiero affidandomi a tre giganti.

“La Costituzione della Repubblica rappresenta il culmine della nostra esperienza storica” – Alessandro Galante Garrone.

“Dopo venti anni di regime e dopo cinque di guerra, il 25 aprile eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Quel giorno, o amici, abbiamo provato una delle esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà” – Norberto Bobbio.

“I partigiani erano ragazzi di ogni colore politico”. – Margherita Fenoglio, figlia di Beppe. Pensavamo di non doverlo dire più. Troppo ovvio. Troppo facile. Eppure. Buon 25 aprile.

Nell’immagine: Stefano Dionisi nella parte del partigiano Johnny nel film di Guido Chiesa (2000) tratto dal romanzo di Beppe Fenoglio


Fermiamo questa merda (1) – È ora di invertire la rotta, per creare una rete davvero libera

A sette anni di distanza, il nuovo discorso alla Sorbona del presidente francese sull'Unione Europea segnala tutta la difficoltà di diventarne il leader ispiratore 

Di Cory Doctorow, Financial Times (versione italiana da Internazionale)

L’anno scorso ho coniato il termine enshittification, merdificazione, per descrivere il declino delle piattaforme digitali. Questa parolina oscena ha avuto molto successo: evidentemente riflette lo spirito del tempo. L’American dialect society l’ha scelta come parola dell’anno del 2023 (per questo, temo, sulla mia tomba ci sarà inevitabilmente l’emoji 💩).

Ma cos’è la merdificazione, e perché se n’è parlato tanto? È una mia teoria che spiega in che modo internet è stata colonizzata dalle piattaforme digitali; perché si stanno tutte degradando rapidamente e completamente; perché è un fatto rilevante e cosa possiamo fare per rimediare. Siamo nel pieno di una grande merdificazione, in cui i servizi su cui facciamo più affidamento si stanno trasformando in mucchi di merda. È frustrante, demoralizzante, perfino terrificante.

Credo che il concetto di merdificazione spieghi molto bene il fenomeno, portandoci lontano dalla sfera misteriosa delle “grandi forze della storia” e accompagnandoci nel mondo materiale, fatto di specifiche decisioni prese da persone in carne e ossa. Decisioni che possiamo ribaltare e persone di cui possiamo sapere i nomi e quanto sono pericolose.

La merdificazione dà un nome al problema e propone una soluzione. Non è solo un modo per dire che “le cose stanno peggiorando”, anche se, ovviamente, si può usarla in questo senso. Per essere più precisi, però, vediamo di che si tratta. È un processo in tre stadi: all’inizio, le piattaforme tecnologiche sono al servizio degli utenti; poi cominciano a maltrattare gli utenti per soddisfare le esigenze dei clienti aziendali; quindi maltrattano i clienti aziendali per tenersi tutto il guadagno. A quel punto c’è un quarto stadio: muoiono.

Prendiamo Facebook, per esempio. Ha origine da un sito nato per valutare il grado di scopabilità di chi studiava ad Harvard, e da allora è solo peggiorato. Quando è stato lanciato, era accessibile solo a chi era iscritto a un’università o a un liceo statunitense. Nel 2006 fu aperto al grande pubblico. Di fatto è stato come se i suoi creatori avessero detto: sì, lo sappiamo che state usando tutti MySpace (uno dei primi social network), ma il proprietario di MySpace è un miliardario che vi spia ogni minuto che manda il padreterno. Iscrivetevi a Facebook e noi non vi spieremo mai. Venite e diteci chi vi sta a cuore a questo mondo. Questo era il primo stadio. Facebook aveva delle risorse da spendere – la liquidità dei suoi investitori – e le ha spese per i suoi utenti finali, che, di conseguenza, si sono incatenati a Facebook. Come la maggior parte delle imprese tecnologiche, Facebook ha beneficiato dell’effetto rete, che si verifica quando un prodotto o un servizio migliorano con l’aumentare degli utenti. Vi siete iscritti a Facebook perché c’erano i vostri amici, poi altri l’hanno fatto perché c’eravate voi.

Facebook ha beneficiato anche di un alto costo di trasferimento, che consiste in tutto ciò a cui bisogna rinunciare se si abbandona un prodotto o un servizio. Nel caso di Facebook erano tutti gli amici che seguivate e che vi seguivano. In teoria, avreste potuto semplicemente andare tutti da un’altra parte; in pratica, eravate bloccati dal problema di agire collettivamente.

È difficile convincere tante persone a fare la stessa cosa nello stesso momento. Gli utenti di Facebook si tenevano in ostaggio a vicenda, incatenandosi l’un l’altro alla piattaforma. Facebook ha sfruttato questa situazione, riprendendosi quello che aveva dato agli utenti e ridistribuendolo a due gruppi di clienti aziendali: gli inserzionisti pubblicitari e gli editori. Agli inserzionisti ha detto: vi ricordate quando abbiamo raccontato a quei fessi che non li avremmo spiati? Ecco, invece li spiamo. E vi venderemo l’accesso ai loro dati, permettendovi di individuare il giusto target dei vostri annunci pubblicitari in modo granulare. Pubblicare i vostri annunci ci costa quattro soldi, e non baderemo a spese per fare in modo che quando pagate, qualcuno li veda.

Agli editori, invece, Facebook ha detto: vi ricordate quando abbiamo raccontato a quei fessi che gli avremmo mostrato solo le cose che volevano vedere? Come no. Caricate un breve estratto dal vostro sito, aggiungete un link e noi lo spareremo nelle pupille di gente che non l’ha mai chiesto. Vi offriamo gratis un imbuto di traffico che vi porterà milioni di utenti che potrete monetizzare a vostro piacimento. E così, anche gli inserzionisti e gli editori si sono incatenati alla piattaforma. Utenti, inserzionisti, editori: tutti incatenati. I tempi, quindi, erano maturi per il terzo stadio della merdificazione: togliere a tutti e dare agli azionisti di Facebook. Per gli utenti significava veder ridotta a dosi omeopatiche la quantità di contenuti provenienti dagli account seguiti e veder riempito il vuoto così creato con annunci pubblicitari e contenuti a pagamento degli editori. Per gli inserzionisti significava prezzi più cari e meno controlli antifrode, cioè pagare molto di più per annunci che avevano molte meno probabilità di essere visti. Per gli editori significava che gli algoritmi riducevano la diffusione dei loro post, a meno che non contenessero estratti sempre più grandi di testo. Come se non bastasse, Facebook ha cominciato a penalizzare gli editori che inserivano negli estratti i link ai loro siti, costringendoli di fatto a pubblicare post di testo integrale senza link.

In pratica, gli editori sono diventati fornitori di contenuti per Facebook, completamente dipendenti dalla piattaforma sia per la diffusione sia per la monetizzazione. Quando questi gruppi hanno provato ad alzare la voce, Facebook si è limitato a ripetere la lezione che ogni dirigente delle grandi aziende tecnologiche ha imparato al master in gestione d’impresa di Darth Vader: “Ho cambiato il nostro accordo. Pregate che non lo cambi ancora”.

Ora Facebook sta entrando nella fase più pericolosa della merdificazione. Vuole riprendersi tutto il surplus disponibile e lasciare agli utenti finali solo il minimo indispensabile per tenerli legati a vicenda (e per tenere i clienti aziendali legati agli utenti) senza lasciare niente sul tavolo, in modo che ogni centesimo di ricavo torni nelle tasche dei suoi azionisti. Ne abbiamo avuto una prova all’inizio di febbraio, quando l’azienda ha annunciato un dividendo trimestrale di 0,5 dollari per azione e un piano di riacquisto di azioni proprie per cinquanta miliardi di dollari. Il titolo si è impennato.

Ma è un equilibrio molto fragile, perché la linea tra “odio questo servizio, ma non mi decido a mollarlo” e “dio santo, perché ho aspettato tanto a mollarlo?” è sottilissima. Un’altra strage in diretta streaming e gli utenti scapperanno. A quel punto Facebook si accorgerà che l’effetto rete è una lama a doppio taglio. Se nessuno se ne va perché tutti gli altri hanno deciso di restare, quando tutti cominceranno ad andarsene non ci sarà più motivo di restare. Siamo allo stadio terminale della merdificazione.

Questa fase di solito è accompagnata dal panico, quello che gli addetti ai lavori chiamano eufemisticamente pivot, svolta. La svolta che hanno in mente è questo: in futuro tutti gli utenti di internet si trasformeranno in personaggi dei cartoni animati a bassa definizione, asessuati, senza gambe e sorvegliatissimi in un mondo virtuale chiamato metaverso.


Cory Doctorow è un giornalista e scrittore canadese. Si occupa di diritti digitali e sicurezza informatica. È consulente dell’Electronic Frontier Foundation, un’organizzazione non profit che difende i diritti digitali e la libertà d’espressione su internet. Questo articolo è l’adattamento di un discorso tenuto a gennaio per la Marshall McLuhan lecture all’ambasciata del Canada di Berlino