Una donna sola al comando

 


Dacia Maraini: “No alla destra che vuole controllarci”

 

Di Flavia Amabile, La Stampa

La destra vuole controllare i corpi delle donne, avverte la scrittrice Dacia Maraini. E alle donne chiede di rispondere unendosi in un movimento potente come quello che negli anni Settanta portò all’approvazione della legge 194.

Il governo vuole gli antiabortisti nei consultori: lo considera un abuso oppure nient’altro che il rispetto della 194 come sostiene l’esecutivo?

«Sicuramente è un abuso. Sempre di più si cerca di controllare le donne senza tenere conto che quello che le donne chiedono non è l’aborto. Nessuna donna vuole abortire, le donne chiedono però di poter decidere da sole del proprio corpo. Se le donne potessero decidere, l’aborto da molto tempo non esisterebbe più perché avrebbero costruito una cultura della prevenzione e gli aborti sarebbero un numero ridottissimo. Invece la cultura patriarcale ha sempre delegato le donne a gestire questo problema all’interno di regole decise dagli uomini».

L’onorevole dei Cinque Stelle Gilda Sportiello ha spiegato di aver scelto quattordici anni fa di abortire e di aver poi deciso di diventare madre.

«Il fatto che abbia deciso di abortire una volta e fare un figlio dopo fa capire quanto sia importante il momento in cui decidere di fare un figlio. E questo non è mai stato permesso alle donne».

Dopo aver concluso il discorso alla Camera all’onorevole Sportiello sono arrivate le accuse, i tentativi di farla vergognare. Da parte di deputati uomini ovviamente.

«Si pensa che le donne provino un gran piacere ad abortire e che, se hanno la libertà di farlo, chissà poi che cosa fanno. Chiedete alle donne che abortiscono che cosa provano. E non dimentichiamo che a fare i figli si è in due. Sembra sempre che le donne facciano tutto da sole, che debbano assumersi la parte di responsabilità che invece spetta anche agli uomini».

I consultori sono stati pensati come luoghi dove le donne avrebbero trovato ascolto, riparo, assistenza, protezione. Che cosa resta di tutto questo?

«I consultori stanno diventando altro. La nuova gestione della destra vorrebbe controllare anche questi luoghi e quello che si svolge al loro interno. Vorrebbero sapere chi sei, che cosa fai, usare ogni mezzo per evitare che le donne possano gestire il proprio corpo: dagli obiettori ai mille ostacoli che rendono difficile il percorso che porta a interrompere una gravidanza. Ma vorrei ricordare che dopo l’entrata in vigore della legge 194 gli aborti sono crollati».

E continuano a calare.

«Questo avviene perché alle donne si è data finalmente la possibilità di scegliere mentre prima era il patriarcato a creare le condizioni perché le donne non avessero alcuna alternativa se non l’aborto. Bisogna pensare, per esempio, che prima gli anticoncezionali erano proibiti dalla legge ed erano condannati dalla Chiesa. E, quindi, che cosa dovevano fare le donne? Non dovevano fare l’amore se non all’interno del matrimonio? »

La Francia ha inserito l’aborto nella Costituzione. È d’accordo?

«Penso che abbia fatto bene. È un indizio di rispetto verso chi non ha mai potuto decidere la gestione del proprio corpo».

Anche lei ha subito un aborto. E sulla scelta di interrompere una gravidanza scrisse molti anni dopo, nel 1996, un bellissimo racconto: “Un clandestino a bordo”.

«Il mio fu un aborto spontaneo. Fu atroce, un lutto terribile. Il bambino era messo male fin dall’inizio, schiacciava la placenta, in pratica si autodistruggeva, non aveva alcuna speranza di nascere. I medici avrebbero dovuto farmi abortire al terzo mese invece per tentare di difendere la vita a ogni costo mi fecero stare bloccata a letto per cinque mesi finché non ebbi l’aborto correndo il rischio di morire anche io».

Difendere la vita a ogni costo anche quello di far morire la madre e il figlio. Oggi come decenni fa.

«Stiamo andando indietro come i gamberi. Vedo una nostalgia del passato ma non capisco nemmeno di quale passato? Che cosa vorrebbero fare? Creare una società autoritaria? Irreggimentare l’intero Paese e concentrare il potere in poche mani? »

E le donne come dovrebbero rispondere a questi attacchi?

«Unendosi. Invece ci sono tanti movimenti ma ognuno agisce da solo, senza nemmeno sapere dell’esistenza degli altri. C’è una fortissima frammentazione, ci si disperde, ci si divide. È lo stesso problema che attanaglia la politica, in particolare la sinistra».

C’è speranza di poter ottenere questa risposta?

«Stiamo vivendo un momento pessimo ma questo crea nelle donne una reazione. Ne vedo tante arrabbiate che si ribellano, che creano nuovi movimenti di partecipazione. Purtroppo, come dicevo, non sono collegati. Dovrebbero invece andare oltre le differenze, creare un unico movimento come facemmo noi negli anni Settanta. Allora funzionò. È anche vero, però, che allora c’era una grande fiducia nella possibilità di cambiare la società. Adesso prevale la sfiducia nel futuro ma soltanto unendosi in una consapevolezza comune si può respingere gli attacchi contro la libertà delle donne di decidere dei propri corpi».

Nell’immagine: Dacia Maraini


«Ho lasciato la mia Gaza distrutta e disperata»

 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Da qualche giorno Safwat Kahlout, giornalista e producer di Al Jazeera, è fuori Gaza grazie alla sua residenza in Italia. Con la famiglia si è stabilito, grazie all’aiuto di una fondazione italiana e al sostegno di amici, in un paesino in collina a qualche chilometro da Terni. «Ora ci sentiamo al sicuro e proviamo a superare il trauma subito, ma il nostro pensiero va ai nostri parenti a Gaza e tutti i palestinesi che restano sotto le bombe», ci dice Kahlout. Abbiamo raccolto la sua testimonianza.

Per 18 anni Gaza è stata soggetta ad operazioni militari israeliane che hanno fatto migliaia di morti e feriti. Questa volta però la Striscia rischia la distruzione totale.

Questa offensiva è stata subito diversa dalle precedenti. Perché l’esercito israeliano ci ha ordinato di sfollare dal nord di Gaza, di abbandonare le nostre case e di andare al sud. Per noi tutti è stato uno choc. Abbandonare le proprie case è un trauma nazionale che i palestinesi si portano dentro dal 1948. I bombardamenti sono stati violenti e continui, soprattutto nelle prime settimane (dell’offensiva israeliana). Durante la notte, ricordo, ci abbracciavamo forte per morire tutti insieme. Poi siamo scappati a Deir al Balah (nel centro di Gaza, ndr) dove la mia famiglia ha un piccolo appartamento. La fuga è stata una odissea. Mi ritengo fortunato perché posseggo o, meglio, possedevo, un’auto e una casa dove rifugiarmi, mentre gran parte della gente del nord di Gaza non aveva un posto dove andare. Ed era allo sbando.

Quella a Deir al Balah è stata solo una prima tappa.

Sì, perché poco dopo siamo stati costretti a fuggire verso Rafah. Al Jazeera ci ha detto di raggiungere a una palazzina di tre piani e di unirci alle famiglie di altri dipendenti dell’azienda. Poi Israele, dopo aver occupato e distrutto gran parte di Khan Yunis, ha annunciato di voler attaccare anche Rafah. Così siamo tornati a Deir al Balah. Le bombe comunque cadevano ovunque, non c’erano luoghi sicuri per nessuno. Nelle settimane precedenti avevo fatto richiesta di uscire con la mia famiglia. Non volevo andare via da Gaza, ma ho voluto salvare mia moglie e i miei figli portandoli in Italia. A fine marzo siamo usciti tutti. Abbiamo raggiunto il Cairo e da lì siamo partiti per Roma. Mi rendo conto di essere un privilegiato. Il resto degli abitanti di Gaza è in condizioni disperate, senza cibo, senza casa. Tanti bambini sono rimasti soli, altri palestinesi hanno perduto la famiglia sotto le bombe, altri ancora sono stati feriti gravemente e non possono curarsi a Gaza.

Quali sono stati i giorni più difficili?

Abbiamo sfiorato la morte più volte a Gaza city, a Deir al Balah e Rafah. Le bombe cadevano accanto a noi e sapevamo che la nostra vita era appesa a un filo. Poi abbiamo dovuto fare i conti con la mancanza di cibo. Non c’era nulla nei negozi e al mercato nero il cibo costava tantissimo. Ho temuto molto la mancanza di medicine per mio figlio che deve prendere ogni giorno un anticoagulante. Ho passato giornate intere a cercarlo ovunque.

E dovevi anche lavorare, correndo rischi altissimi. Oltre 100 giornalisti e operatori dell’informazione sono stati uccisi a Gaza.

Sono stati sei mesi di eccezionale difficoltà per il lavoro, in cui diversi nostri giornalisti sono stati presi di mira. Conoscete il caso del mio capoufficio, Wael Dahdouh, che in due attacchi aerei ha perduto la moglie e alcuni figli. Come producer mi sono trovato a dover fare i conti con una offensiva militare enorme dalle conseguenze gigantesche mentre l’ufficio di Al Jazeera a Gaza aveva a disposizione un numero limitato di giornalisti. In un contesto di guerra, ho dovuto individuare e contrattualizzare colleghi indipendenti in grado di darci una mano, spesso rischiando la vita. Io stesso sono stato impiegato per collegamenti live in lingua araba e in inglese. Tutto ciò mentre le reti telefoniche palestinesi venivano bloccate (dagli israeliani) o cessavano di funzionare per la mancanza di gasolio per i generatori autonomi.

Al Jazeera ha svolto un lavoro decisivo in questi mesi. Il premier israeliano Netanyahu però vi considera una rete televisiva nemica e legata ad Hamas e intende usare una legge appena approvata per chiudere la vostra sede a Gerusalemme.

Ci sono sempre quelli che hanno paura della verità e Al Jazeera mostrandola ogni giorno con i suoi servizi e le sue dirette ha diffuso informazioni importanti su quanto accade a Gaza. Le intenzioni di Israele sono chiare. Però nel mondo tanti non credono più alle narrazioni israeliane. Anche i paesi alleati (di Tel Aviv) non danno più pieno credito alle versioni israeliane. Il giorno in cui i media internazionali potranno entrare a Gaza, sarà ancora più evidente che il nostro lavoro è stato professionale e svolto con coraggio e passione, nel nome dell’informazione.

Nell’immagine: Safwat Kahlout al lavoro


Il dottor Cassis al capezzale dell’Elvezia

 

La Svizzera è seriamente ammalata: è la diagnosi del consigliere federale Ignazio Cassis, già medico, che ricorre a metafore sanitarie per inquadrare la situazione politica. 

Elvezia si ammala di raffreddore, dice il dottore, ma poi “i sintomi persistono o addirittura peggiorano”, quindi bisogna “assumere farmaci o sottoporci  a chemioterapia”. Ohibò, il raffreddore è diventato un tumore maligno! O, forse, trattasi solo di esagerazione per spaventare il pubblico e sdoganare la sostanza del discorso: il trattamento “meno invasivo” è quello “non meno difficile, di modificare il nostro comportamento”, in modo da non guarire, ma “almeno tenere sotto controllo la malattia”. 

Il ministro degli esteri dipinge un quadro oscuro. Si discute di quisquilie, – dice – come il finanziamento del sistema pensionistico o le sovvenzioni per la carne secca del Grigioni, che fece scompisciare dalle risa Hans-Rudolf Merz, mentre ci troviamo di fronte a malattie che richiedono interventi sempre più invasivi. È il mondo che sta cambiando e quindi il nostro Stato “si adatti alle circostanze esterne”.

Il quadro geopolitico è preoccupante: guerre dappertutto, ascesa della Cina, rigurgito del protezionismo, deglobalizzazione e regionalizzazione. Diventa quindi sempre più importante il vicinato che offre sicurezza e prevedibilità: “un bene inestimabile in tempi incerti”. La neutralità della Svizzera non è più all’altezza, Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha scarsa capacità d’azione (cosa ha fatto la Svizzera?), così come l’OSCE. Quindi: “Tutto questo costringe gli Stati ad agire”, constata Cassis, e i suoi sguardi verso l’estero sono significativi: la Svezia è entrata nella NATO, la Polonia ha “speso quasi il 4% del PIL per l’esercito”. 

Il quadro fosco dipinto dal consigliere federale prosegue lamentando che le finanze sono ormai limitate. Nel periodo di pace sono stati “ampliati i nostri sistemi sociali”, sostenuti interessi acquisiti e nuove aspettative. Care cittadine e cari cittadini, ora la festa è finita e “per invertire questa tendenza saranno necessarie misure dolorose che creeranno forti resistenze nella popolazione”. Qui c’è un lampo di lucidità: se si spenderà per l’esercito sacrificando la socialità, forse i cittadini potrebbero reagire! “Stiamo vivendo – afferma il ministro – una rottura della nostra politica estera, economica, di sicurezza, sociale e infine finanziaria. Le cose si fanno serie”. 

Dopo tutto questo sciorinamento che prefigura un futuro drammatico e distopico, Cassis va al punto cruciale del suo discorso: la sberla della tredicesima AVS gli fa ancora male, le sue guance sono ancora arrossate. “Il 3 marzo – dice – per la prima volta, la popolazione si è concessa più soldi senza alcun controfinanziamento. Solo dieci anni fa, una netta maggioranza aveva rifiutato due settimane di vacanza aggiuntive. Questo fatto veniva citato come prova della razionalità del popolo svizzero”. Che choc per il ministro liberale! “Mi chiedo cosa sia cambiato da allora. Abbiamo perso il nostro senso civico (Gemeinsinn)?”

Ecco il cancro individuato da Cassis. I cittadini pensano ai loro interessi e non stanno sempre con la schiena piegata. La tredicesima AVS, che è un piccolo contributo per mantenere il primo pilastro al passo con l’inflazione, è la rottura che fa crollare l’Elvezia: “Il senso civico è il collante morale della società; senza di esso, ogni comunità andrebbe a pezzi. È il senso di responsabilità della politica, dell’economia e della società nel lavorare per il bene comune”.

Il finale del discorso (basato su input di Cassis e sviluppato in collaborazione con i suoi più stretti collaboratori, segnala il DFE – o forse è una velina di economiesuisse?), sviluppa due temi. 

Il primo è un invito ai sacrifici. Alle aziende si chiede responsabilità individuale (meno stato); alla politica, siccome sono finiti i tempi delle vacche grasse, si tratta di distinguere tra le esigenze e le richieste (quindi decisioni difficili e antipopolari); infine i cittadini devono essere responsabili, come in passato, e non pensare al breve termine (basta rivendicazioni). 

Il secondo tema è un inno alla bontà delle relazioni con l’Unione europea, “che sono un motore fondamentale della nostra prosperità”. “L’approccio bilaterale con l’UE è quindi molto più di una decisione pragmatica! È una necessità strategica per il Consiglio federale”. Cassis si preoccupa del fatto che “sarà necessaria una grande opera di persuasione per conquistare finalmente la maggioranza della popolazione a favore del progetto”. ”Dobbiamo adattarci strategicamente e tatticamente alle circostanze internazionali, da un lato, e dall’altro curare e mantenere le caratteristiche tipicamente svizzere”. Non una parola sul fatto che anche l’UE potrebbe o dovrebbe tener conto delle esigenze elvetiche.

Ricapitoliamo. Elvezia è malata, ha bisogno di una cura da cavallo, non bastano i cerottini. Non proprio “sangue, fatica, lacrime e sudore” di churchilliana memoria, ma quasi. Il popolo non può avanzare richieste e rivendicazioni, come la tredicesima AVS, deve essere responsabile e accettare l’inflazione, le disuguaglianze in aumento, gli alti profitti di banche e società, gli sgravi fiscali ai ricchi, le riduzioni di investimenti nel sociale, nella formazione e nella ricerca. In cambio, il governo punta sulla sicurezza militare, come stanno facendo la Svezia (entrata nella NATO) e la Polonia, che sta costruendo il più grande esercito europeo. Infine, adattiamoci, noi svizzerotti, alle richieste dell’Unione Europea, sia strategiche che tattiche. 

Domanda finale al già medico ora consigliere federale: come fa la cura anticancro, così drastica, a essere salutare e coerente con “curare e mantenere le caratteristiche tipicamente svizzere?” Forse, come diceva anni fa Orson Welles, Ignazio Cassis pensa di curare e mantenere in salute solo l’orologio a cucù, prodotto in cinquecento anni di democrazia e pace?


Il testo di Scurati censurato dalla Rai: “Governo Meloni post fascista, vuole riscrivere la storia”

 

Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924.
Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.
Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.

Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.

Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?

Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).

Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.

Nell’immagine: Scurati censurato


Meloni e il tabù dell’antifascismo

 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

La decisione della Rai di impedire allo scrittore Antonio Scurati di pronunciare il monologo sul 25 Aprile dagli schermi della trasmissione Chesarà di RaiTre costituisce per la premier Giorgia Meloni un imbarazzante corto circuito perché fa coincidere una gestione dell’Ente pubblico che penalizza la libertà di informazione con la sua scelta di evitare la domanda che la imbarazza di più.

Per comprendere l’entità di quanto avvenuto bisogna partire dal testo che Scurati aveva scritto e che la Rai gli ha impedito di leggere opponendo “ragioni editoriali”. Si tratta di una ricostruzione dell’assassinio di Giacomo Matteotti, avvenuto il 10 giugno del 1924 da parte dei fascisti, e della strage delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944 da parte dei nazifascisti, che in coincidenza con l’imminente Anniversario della Liberazione, si conclude con la richiesta alla presidente del Consiglio di pronunciare la parola che finora ha accuratamente evitato in ogni occasione pubblica: antifascismo.

La premier ha avuto più occasioni per riferirsi all’antifascismo, ovvero all’opposizione degli italiani alla dittatura di Benito Mussolini. Avrebbe potuto farlo in occasione del suo discorso di insediamento in Parlamento quando disse di voler «rappresentare tutti gli italiani, anche quelli che non hanno votato per me». Avrebbe potuto farlo quando entrò a Palazzo Chigi, quasi in coincidenza con il centenario della Marcia su Roma. Avrebbe potuto farlo in occasione di una lunga intervista concessa lo scorso 25 Aprilenella quale espresse un giudizio molto duro sulle Leggi razziali fasciste.

Ed avrebbe potuto farlo in ogni singolo giorno della sua attività di governo per il semplice motivo che l’antifascismo non ha colori né matrici particolari perché è stato un movimento popolare di uomini e donne, giovani ed anziani, di ogni estrazione politica, provenienza geografica, ceto sociale e fede, accomunati solo dall’opposizione ad un regime che opprimeva le libertà ed i diritti conquistati grazie al Risorgimento.

Per una presidente del Consiglio che giura fedeltà alla Repubblica sulla Costituzione, non dovrebbe esserci nulla di più facile e naturale che riferirsi all’antifascismo come elemento fondante della comunità nazionale. Anche perché non solo l’Italia repubblicana ma anche l’Unione Europea si basa, come il Manifesto di Ventotene attesta, sull’antifascismo.

Se questo non è avvenuto è perché si tratta per Meloni di un tabù culturale. Ma più a lungo la premier lo evita, più è destinato a crearle imbarazzo politico, in Italia come anche in Europa.

Il tabù dell’antifascismo è assai scomodo per la premier di una nazione della Ue e della Nato — alleanze fondate sulla difesa delle democrazie da ogni totalitarismo — ma la decisione di proteggerlo violando la libertà di informazione della Rai aggiunge un’idea dell’Ente pubblico che va ben oltre la volontà di diffondere le proprie scelte politiche perché sconfina nel desiderio di ridefinire in maniera ideologica l’identità culturale del Paese.

Il principio della libertà di informazione, protetto dalla Costituzione, è uno dei pilastri dello Stato di Diritto per il semplice motivo che si tratta di un contrappeso democratico all’esercizio del potere politico da parte della maggioranza. La democrazia è un sistema basato su regole tese a bilanciare il potere esecutivo: l’indipendenza dei media è una di questa e se viene violata, per perseguire gli interessi di una parte politica, significa incrinare le libertà di tutti i cittadini.

Non a caso ciò che avviene nelle autocrazie, come la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, o nelle “democrazie illiberali”, come l’Ungheria di Viktor Orbán, è una progressiva riduzione dell’indipendenza dei media a favore di un sempre maggiore controllo del potere esecutivo sui mezzi di informazione.

È questo corto circuito sui media che costituisce uno dei contenziosi più seri fra Bruxelles e Budapest così come è la crescente aggressività della premier Meloni nei confronti della libertà di informazione a suscitare inquietudini in più Paesi europei, dalla Spagna alla Francia, dalla Germania alla Gran Bretagna.

Il nostro giornale è stato — assieme ad altre testate, su più piattaforme — oggetto di tentativi di delegittimazione da parte della premier e di alcuni suoi stretti collaboratori che andavano ben oltre le legittime obiezioni ai contenuti di alcuni nostri articoli.

Quando la premier si è accorta del grave corto circuito causato dalla decisione della Rai ha scelto di pubblicare sul proprio account Facebook il testo di Scurati affermando che non sarebbe stato trasmesso solo per ragioni economiche. Ma è una tesi che contrasta con il documento Rai che pubblichiamo in cui si parla di “ragioni editoriali” ed inoltre, ancora una volta, Meloni ha deciso di non rispondere alla questione di merito: la domanda sull’antifascismo.

Nell’immagine: Meloni e i suoi fantasmi


Per spezzare un silenzio

 

Di Valentina Mira, Valigiablu

Quando Valigia Blu mi ha proposto di raccontare il mio nuovo libro senza intermediari, direttamente dalla mia penna, ho pensato: grazie. Perché è bello che ognuno dia la sua interpretazione alle storie che racconti, e penso che uno degli aspetti più meravigliosi della letteratura (come del cinema, come della poesia, come dell’arte in genere) sia quello che svela di te che leggi, quello che ci vede chi ne fruisce, il fatto che siano un po’ come le macchie di Rorschach. Il discorso cambia quando la storia che si racconta è un pezzo di Storia. In realtà non lo è anche quando si racconta un pezzo di storia individuale, che è soggetta a interpretazioni da parte dei lettori e dei giornalisti che decidono di parlarne solo fino a un certo punto. È questo il caso. Quindi mi pare bello avere l’opportunità di parlarne in modo diretto. Senza, per l’appunto, intermediari che possano fraintendere, edulcorare o al contrario indurire, presentare il romanzo come una sentenza di innocenza, colpevolezza o chissà cos’altro, e chissà verso chi.

Quindi, in breve, su cos’è il mio nuovo libro, Dalla stessa parte mi troverai (in libreria dal 12 gennaio, casa editrice Sem), e come nasce? È frutto di un incontro raccontato nel libro stesso. Non sono una scrittrice che va a caccia di storie; al contrario, uno dei miei problemi maggiori è lasciarne fuori alcune. Essendo il tipo di persona che sta zitta e ascolta – per timidezza la prima, per curiosità la seconda – mi riconosco l’unico superpotere di diventare in tempo zero lo sfogatoio perfino di sconosciuti. Quindi, non bastassero le vite che ho vissuto io, ci sono quelle troppo più interessanti e significative degli altri da raccontare. Non l’ho cercata, questa storia, dicevo. Non l’ho cercata: è venuta da me. Ci siamo incontrate. Era giugno 2021, una presentazione del mio primo libro, X (Fandango libri). C’era questa signora bionda nel pubblico, tipo sessant’anni, aveva uno sguardo accogliente e dopo ci siamo fermate a parlare. È uscito fuori che la pensavamo allo stesso modo su un sacco di cose, e soprattutto che io la sua storia l’avevo già intercettata.

Lei è Rossella Scarponi, e nel 1987 hanno arrestato suo marito Mario Scrocca, padre di un piccoletto di due anni, Tiziano, per Acca Larentia. L’hanno fatto sulla base di una testimonianza de relato, una testimonianza di solito ritenuta insufficiente per incriminare qualcuno per qualcosa, soprattutto per qualcosa di grave come un duplice omicidio. Non solo: la testimone all’epoca dei fatti aveva 14 anni, e non aveva riconosciuto Mario dalla fotografia. Acca Larentia era accaduta 9 anni prima, nel 1978, e all’epoca la testimone era uscita dall’interrogatorio con una gamba rotta. Non solo il marito di Rossella viene arrestato: la notte stessa muore nel carcere di Regina Coeli, suicida in una cella che avrebbe dovuto essere a prova di suicidio. Fatti che non tornano ce ne sono a bizzeffe, e nel libro li ripercorro tutti.

Perché scrivere un libro su qualcosa di così lontano nel tempo, com’è successo che m’impelagassi in una cosa più grande dei miei 32 anni? Il primo motivo: io e Rossella dopo quella presentazione siamo diventate amiche. Credo nella concezione di famiglia di cui parla Michela Murgia nel suo ultimo libro, Dare la vita, pubblicato postumo proprio in questi giorni: la famiglia che non di solo sangue è fatta, che è una collettività composta di affetto, di valori in comune, di azioni condivise e modi per stare bene insieme. Rossella, con i suoi 60 anni e tutto il rispetto che ho provato per lei fin da quella sera di giugno 2021, è presto diventata una sorella maggiore. C’è stato un periodo in cui ho avuto dei problemi di salute abbastanza impellenti, nel 2022, e lei mi è stata vicina come poche altre persone. Stacco.

Una premessa è d’obbligo: non tutti gli autori campano di scrittura. Anzi, quasi nessuno. Nel periodo di cui sto parlando, io ho cercato di mettere su un piccolo stipendio dai seguenti lavori: cameriera, scrittrice di articoli , traduttrice di un libro dal francese (La mia vita da punk di Gilles Bertin, uscito per People), e ghostwriter. Ho scoperto che non tutti sanno cosa sia una ghostwriter, per cui lo specifico: è una persona che scrive libri per altre persone, e che da contratto non vedrà il proprio nome sul libro in questione ma quello di chi glielo ha commissionato. Ne ho scritti tre, è stato un lavoro piacevolissimo – soprattutto se paragonato a quello come cameriera – e mi è servito come palestra di scrittura.

Dopo X, che è un libro che parte dalla mia esperienza personale, avevo paura di restare confinata nel racconto della mia stessa vita. Mi era angusto. E col ghostwriting ho riscoperto quanto mi facesse piacere parlare degli altri. Ho anche capito che, al netto del fatto che tutte le vite sono profondamente interessanti, ci sono storie che non avevano bisogno di vedere la luce se non per motivi di ego, e altre che ne hanno così bisogno che – anche se non lo sappiamo ancora – ne abbiamo bisogno pure noi. È il caso di Dalla stessa parte mi troverai. Ci ho messo un sacco di tempo a trovare il coraggio di chiedere a Rossella se potessi raccontare la sua storia. Insperatamente, mi ha detto di sì. Da quel momento abbiamo lavorato gomito a gomito, procedendo con la tecnica appresa nel ghostwriting: lei parlava e io, consensualmente, registravo e prendevo appunti. Io scrivevo e riscrivevo e poi le mandavo i materiali da leggere. Niente che sia stato scritto in Dalla stessa parte mi troverai è non consensuale: questo era un punto a cui tenevo particolarmente. Soprattutto per la delicatezza estrema della vicenda che racconta.

Perché questa storia e non un’altra?, quindi. Ho raccontato i motivi più tecnici e le vicende che cronologicamente hanno portato alla nascita del libro – mancano quelli importanti. Quelli politici, quelli psicologici. Proverò a spiegarli in queste righe, anche se resto convinta che ci sia dietro alla scrittura (anche) qualcosa di misterioso, che fa sì che una storia ti chiami intimamente e un’altra no: trovo che non sia incoerente con l’attività di scrivere l’ammettere i limiti delle parole. Anzi. Forse non si può davvero scrivere se non si è consapevoli del fatto che le parole liberano ma delimitano anche, che sono gabbie e scelte; che nominare è un potere grande, ma non assoluto. Tuttavia, un libro è sempre un modo per spezzare un silenzio. E sempre la mia scrittura è stata un tentativo di fare esattamente questo: rompere un silenzio. Trovo che le voci messe a tacere o auto-tacitatesi siano le più potenti. Lo penso da lettrice, non posso non provare a praticarlo da scrittrice.

Detto questo e senza tergiversare in altre questioni teoriche: perché questa storia. Questo è forse il primo anno in cui in Italia (e anche fuori dall’Italia) ci si rende conto della commemorazione fascista che avviene ogni 7 gennaio nel quartiere dove sono cresciuta, precisamente a via Acca Larentia. In corrispondenza di una croce celtica grande quanto quattro numeri civici e visibile anche da Google Street View, tutti i camerati di Roma e dintorni si radunano per la cerimonia fascista del “presente”. Nominano alla maniera militare due morti ammazzati negli anni Settanta e un po’ di altra gente loro, a partire da Mussolini stesso, e fanno il saluto romano gridando.

L’episodio che ricordano è il duplice omicidio di due giovani fascisti il 7 gennaio 1978. Se le femministe fossero come loro ci accusano di essere (in un paradosso retorico, infatti neofascisti ci danno delle “nazifemministe”), visto che non nel 1978, ma l’anno scorso, sono state uccise 109 donne – e tra queste, 90 in ambito familiare/affettivo e 58 sono state assassinate da partner/ex partner – saremmo in massa in piazza a inneggiare al nazifascismo come loro. Ma le uniche vittime che contano per questi specifici maschi – perché sono quasi tutti maschi, salvo eminenti eccezioni, ma ci arriveremo – sono loro. I fascisti (lo scrive Miguel Gotor in Generazione Settanta, non  io) tra il 1969 e il 1973 furono all’origine della stragrande maggioranza delle azioni violente in Italia: il 95% degli attentati, ci dice Gotor. Carnefici, dunque, che come tutti i carnefici si attaccano ai (pochi, in percentuale) danni ricevuti dalla controparte, per dichiararsi vittime. E confermarsi carnefici, inneggiando a Mussolini e inscenando ogni anno in un quartiere che in larga parte non si sente a suo agio con quella croce celtica e quelle scenette una cerimonia macabra a braccio teso. Gli stessi che anche quest’anno erano lì, quando è stata uccisa Giulia Cecchettin hanno fatto circolare un volantino in cui dicevano che sono state le femministe a creare Filippo Turetta: insomma, ce la siamo cercata. Immaginatevi che reazione si avrebbe in Italia se qualcuno scendesse al loro stesso livello dicendo che Acca Larentia se la sono cercata loro. Infangare la memoria di una giovane donna uccisa ingiustamente per glorificare quelle dei fascisti è proprio una cosa da fascisti.

Uno dei motivi per cui ho scritto Dalla stessa parte mi troverai è che ho problemi con le persone vigliacche e con i loro doppi standard. Un altro motivo è che mi piace chiamare le cose col loro nome, e questo è uno dei poteri che la scrittura ha. Sulla parola fascismo si è straparlato negli anni di Berlusconi e forse ancora prima: si è usato questo termine, e si usa ancora, per definire chiunque abbia una chiusura di pensiero, chiunque neghi il dialogo a qualcuno, col paradosso retorico di elaborare un’espressione perversa come “fascismo degli antifascisti”, andando a scomodare strumentalmente Pasolini. Eppure, il fascismo ha delle caratteristiche ben precise. Tutt’altro che eterne, visto che nasce con Mussolini e non prima. E benché il libro sull’Ur-fascismo di Umberto Eco sia quanto di più interessante dal punto di vista filosofico, forse oggi quella visione è insufficiente, troppo allargata, troppo poco specifica.

Quello che cerco di fare nel mio libro è sicuramente troppo ambizioso per una persona nata nel 1991, che ha una laurea in Giurisprudenza e non in Storia (e infatti il libro è passato dal dialogo con svariate persone, Rossella e suo figlio Tiziano in primis, ma anche uno storico, un giornalista, svariati editor della casa editrice che fa capo a Feltrinelli); in Dalla stessa parte mi troverai cerco di ragionare sull’insufficienza ontologica, psicologica, storica e politica delle categorie binarie di vittima e carnefice. La vittima perfetta non esiste, il carnefice perfetto neanche. Proprio quando si ritiene che esistano, si lascia spazio a “commemorazioni” fasciste come Acca Larentia, giustificando croci celtiche et similia. Perché se hanno avuto delle vittime non sono carnefici perfetti, e se l’antifascismo non si limita a essere vittima allora non piace. Non è così la storia collettiva, non è così la storia dei singoli. Questo è un tema eminentemente femminista, perché la giustificazione dei carnefici è ciò che avviene quando si pensa che la vittima non sia Santa Maria Goretti: penso al silenzio (salvo collettivi specifici, come quello che fa capo a Padova Hardcore e al movimento Non Una Di Meno) che ha seguito la vicenda recentissima di una sex worker aggredita e mandata all’ospedale da uno che si era finto suo cliente. La società non ritiene certe storie abbastanza da compatire, certe vittime abbastanza vittime da prenderne le difese. Da scegliere di stare dalla stessa parte.

Il discorso è lungo, lascio che sia il libro ad articolarlo. Arrivo quindi all’altro motivo, che è letterario. In Italia si tende a rappresentare i fascisti come qualcosa di lontano da sé. Con qualche eccezione: mi viene in mente un libro recente della scrittrice Michela Marzano, che ricostruisce con stupore la storia di suo nonno scoprendolo, appunto, fascista (Stirpe e vergogna, 2021, Rizzoli). Raramente lo stesso ragionamento si applica all’odierno. Raramente c’è una presa di responsabilità per aver ammesso anche solo il dialogo con i fascisti nelle proprie vite. Nell’immaginario narrativo siamo scissi tra il racconto di cavalieri senza macchia che i fascisti li combattono o quelli e quelle che da loro le prendono (in questo mucchio metto il mio X, con un po’ di autocritica giustificata solo dalla mia inesperienza autoriale: era il primo libro) e la loro auto-narrazione mistificante (non voglio citare libri scritti appositamente per riabilitare un pensiero di estrema destra, ahinoi li conosciamo tutti, sono nelle classifiche dei più letti, se non altro perché hanno talmente disgustato i giornalisti da averli portati a fare pubblicità gratuita).

Mi interessava indagare uno spazio di presa di responsabilità non mostrificante ma neanche relativizzante della gravità del fascismo. Mi interessava, dopo un libro come X in cui provavo a porre il tema del neofascismo raccontando di quella volta in cui uno che Acca Larentia la frequentava ha pensato bene di stuprarmi, scucirmi di dosso l’identità di solo-vittima (che poco m’interessa a livello umano, figuriamoci letterario) e indagare invece le responsabilità. A partire dalla mia, volevo comprendere quella collettiva sull’agibilità di queste persone nel discorso pubblico prima ancora che nei nostri quartieri. Uscendo per un attimo dal seminato del fascismo, nel libro c’è un altro argomento a cui tengo molto, e che riguarda ancora una riflessione sulla responsabilità: le relazioni con persone abusanti. Anche in questo caso, trovo che nella letteratura italiana ci sia bisogno di fare qualche passo avanti sulla rappresentazione – meno vittimistica ma neanche maschilista, semplicemente più onesta – di ciò che avviene in questi rapporti.

Nell’immagine: Valentina Mira


Negli USA le critiche agli smartphone fanno scalpore e suscitano controversie

 

Di Pascal Sigg, Infosperber

Niente smartphone prima dei 14 anni, niente account sui social media prima dei 16, scuole senza cellulari e molto più gioco libero. Questo è ciò che chiede Jonathan Haidt, psicologo sociale e professore alla New York University. Così Haidt supera anche le tesi restrittive di un gruppo di scienziati provenienti da paesi di lingua tedesca.

Attualmente negli Stati Uniti si discute infatti con impegno sugli effetti degli smartphone e dei social media sulla salute dei bambini e degli adolescenti. Il mese scorso, il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, ha approvato una legge che consente solo ai maggiori di 14 anni di avere account sui social. È uno dei pochi argomenti a non essere fortemente polarizzato lungo le linee di partito, ed è ancora oggetto di controversie.

Jonathan Haidt fornisce il contributo più attuale al dibattito con il libro “Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness”. A metà giugno uscirà una traduzione tedesca con il titolo “Generation Angst”.

Dopo il 2010, per Haidt è iniziata la “fine dell’infanzia”

La tesi principale di Haidt è la seguente: le persone nate dopo il 1995 vivono un’infanzia completamente diversa perché varie invenzioni risalenti al 2010 hanno cambiato radicalmente le nostre vite. Soprattutto le piattaforme di social media e l’accesso costante tramite smartphone, che finirebbero per modificare il cervello dei bambini e dei giovani.

A differenza di alcuni suoi colleghi, Haidt vede una connessione diretta tra la diffusa introduzione di queste applicazioni e i crescenti problemi psicologici dei bambini e dei giovani in tutto il mondo. In un estratto del libro per la rivista Atlantic, ha chiesto la fine immediata dell’infanzia prigioniera degli smartphone: perché, sostiene con convinzione, il mondo in cui crescono i bambini oggi sta danneggiando il loro sviluppo umano.

 Haidt: quattro pericoli e quattro soluzioni
  1. Nessuno smartphone e nessun accesso continuo a Internet fino ai 14 anni circa (scuola superiore negli USA). Accettabili invece semplici telefoni cellulari a pulsante. La trappola: ogni bambino pensa di aver bisogno di uno smartphone soltanto perché tutti gli altri ne hanno uno. E molti genitori si arrendono, avendo altrimenti la convinzione che i loro figli subirebbero un’esclusione sociale.
  2. Accesso ai social media solo a partire dai 16 anni. Una pressione simile a quella degli smartphone esiste anche con i social media. Ecco perché Haidt suggerisce che questi dovrebbero essere usati solo a partire dai 16 anni. Ciò non significa però che i bambini non possano per esempio guardare post o video su YouTube. Ma che non dovrebbero aprire i propri account, pubblicare i propri contenuti ed esporsi a feed controllati da algoritmi fino appunto ai 16 anni.
  3. Scuole senza cellulari. Gli studenti userebbero i loro cellulari anche nelle scuole durante le lezioni. Ma le scuole che lo impediscono completamente hanno avuto buone esperienze. Ecco perché consiglia di confiscare i telefoni ogni mattina e di restituirli solo dopo le lezioni.
  4. Più indipendenza, libertà di gioco e responsabilità nel mondo reale. Molti genitori avrebbero paura di dare ai propri figli maggiore indipendenza. Haidt ritiene che ciò sia necessario per impiegare utilmente il tempo ora riservato allo schermo. In questo modo i bambini non percepirebbero la perdita dello smartphone e dell’accesso a Internet come una privazione.

Queste proposte sono ovviamente controverse. Haidt racconta una storia provocatoria nella divulgazione scientifica. Ma per farlo ha anche analizzato una montagna di dati. Ha iniziato a raccogliere tutti gli studi sull’argomento nel 2018, e a pubblicarne le conclusioni sul suo sito web. In una conversazione critica e dettagliata sul podcast “Hard Fork” del New York Times, ha spiegato come ha classificato e valutato gli studi.

In questa intervista ha anche risposto dettagliatamente alle obiezioni. Per Haidt, le prove sono chiare e inequivocabili. Attualmente ci sono due schieramenti. Alcuni esperti ritengono che l’onere della prova sia sufficiente per imputare agli smartphone e ai social media i problemi psicologici dei bambini e dei giovani. Un altro gruppo non la vede in questo modo. “È un normale dibattito accademico”.

Critiche dalla scienza

Questo dibattito è ora acceso in pubblico. Perché con il suo libro Haidt ha suscitato un vespaio. Da allora numerosi scienziati si sono espressi e hanno criticato le sue argomentazioni. Candice L. Odgers, professoressa all’Università della California, ha scritto in una recensione del libro apparsa su “Nature” che non ci sono prove scientifiche sufficienti per sostenere le tesi di Haidt, e teme in realtà che esse possano distrarre dai problemi reali.

Andrew Przybylski, professore di comportamento umano e tecnologia all’Università di Oxford, ha affermato: “Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Direi subito che Heidt le ha”. Un altro professore di psicologia ha definito la critica dello psicologo “frutto di un panico morale”, e teme a sua volta che potrebbe portare a reazioni politiche sbagliate, che in definitiva farebbero più male che bene ai bambini.

Sensazione viscerale corretta o dati sufficientemente concreti?

Zoë Schiffer, redattrice della pubblicazione Platformer, ha cercato di svelenire il dibattito, proponendo tre interrogativi centrali:

  1. Esiste davvero una connessione causale tra l’uso dei social media e i problemi di salute mentale nei giovani?
  2. Il tempo trascorso davanti allo schermo ha davvero un impatto negativo sul sonno?
  3. Esistono prove a sostegno dell’efficacia delle soluzioni proposte da Haidt?

La sua conclusione: l’argomento è probabilmente più complicato delle letture superficiali del libro di Haidt. È comprensibile che gli scienziati che si concentrano principalmente sui dati trovino semplificate le argomentazioni di Haidt e le soluzioni proposte. Ma non è tutto. Il libro di Haidt conferma anche una sensazione viscerale che molte persone hanno. Cita il giornalista tecnologico Charlie Warzel, il quale in sostanza ha affermato: dal punto di vista tecnologico, molto è cambiato in un tempo molto breve e tutti abbiamo sentito che l’essere costantemente connessi ci stava facendo qualcosa, ma è tuttora difficile descrivere e dimostrare esattamente cosa e come.

Haidt ha risposto alle critiche che lo liquidavano come latore di un panico infondato con una sorta di principio di precauzione: “Se ascoltate il nostro allarme e si scopre che avevamo torto, i costi saranno minimi e sopportabili. Ma se si ascoltano gli scettici e si scopre che avevano torto, allora i costi saranno molto maggiori e le soluzioni più difficili”.

Nell’immagine: fotomontaggio della redazione


Fatwe e avvertimenti, quanto è vicina Teheran alla bomba atomica?

 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Israele ha risposto all’attacco del 13 aprile, pur senza rivendicare responsabilità dirette, colpendo obiettivi militari vicino Isfahan, nel centro dell’Iran e a Tabriz nel Nord Ovest. Non sono stati presi di mira gli impianti nucleari iraniani, ma basi che ospitano i jet iraniani, anche se la provincia di Isfahan ospita la base nucleare di Natanz, poco distante. Ieri i Guardiani della rivoluzione iraniana avevano alzato illivello dell’escalation retorica, minacciando di arrivare anche a una revisione della dottrina nucleare se i siti di sviluppo fossero stati “minacciati”. Lo ha detto il comandante responsabile della sicurezza degli impianti atomici, Ahmad Haghtalab: “Se Israele intraprende un’azione contro i nostri impianti nucleari, reagiremo sicuramente, prendendo di mira gli impianti nucleari del regime con armi avanzate. Abbiamo identificato i suoi impianti nucleari e abbiamo tutte le informazioni necessarie sugli obiettivi”, ha promesso spiegando che questo processo potrebbe portare anche a una nuova fase nello sviluppo del programma nucleare iraniano.

La fatwa di Khamenei

Teheran ha sempre detto di non volere la bomba atomica, c’è una fatwa di Khamenei, l’attuale Guida suprema, che risale a metà degli anni Novanta e ha le sue radici nelle scritture islamiche e nella storia dell’Iran, attaccato dall’Iraq di Saddam negli anni Ottanta con armi chimiche che fecero oltre 20mila morti.

Il programma nucleare è a scopo civile, ha sempre ribadito Teheran, anche se sappiamo da fonti di intelligence europee e americane, e dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che almeno fino al 2003 l’Iran ha portato avanti anche un programma nucleare militare segreto. Ma quanto è davvero vicino ad avere la bomba atomica?

Il Jcpoa

L’accordo firmato a Ginevra nel 2015, il Jcpoa, con Cina, Russia, Regno Unito, Francia, Germania, Stati Unti, Ue poneva limiti rigorosi alle attività nucleari di Teheran, che dovette tagliare le scorte di uranio arricchito potendolo portare a una purezza fino al 3,67%, ben lontano dal 90% necessario per produrre armi, in cambio della rimozione delle sanzioni. Nel 2018 l’allora presidente Donald Trump decise di stracciare unilateralmente quell’intesa – senza il consenso degli europei e degli altri firmatari – e l’Iran ha iniziato a violare progressivamente tutte le restrizioni, comprese quelle sui siti di arricchimento dell’uranio, sul tipo di centrifughe usate per il processo, sul livello di arricchimento e sulle scorte.

L’Aiea oggi ha una visibilità limitata sul programma nucleare iraniano che viene condotto in bunker scavati anche a diverse decine di metri sottoterra. L’ultimo rapporto dell’Agenzia di febbraio dice che le scorte di uranio arricchito al 60% ammontano a 5,5 tonnellate. L’Iran ha, già adesso, dunque quantità di uranio impoverito al 60% che potrebbero bastare per due armi nucleari se arricchite ulteriormente fino al 90%.

Il breakout time

Questo però non significa che il cosiddetto “breakout time”, il tempo necessario a produrre una bomba, è zero, perché il processo richiede una serie di passaggi tecnici e poi la messa a punto dell’ordigno in una scala abbastanza piccola da poter essere installato su un sistema di lancio come un missile balistico. Su quanto tempo esattamente l’Iran necessiti per completare il processo non non si hanno informazioni certe, ci sono stime che variano da tre mesi a un anno. L’anno scorso il capo di Stato maggiore Usa, il generale Mark Milley, disse in una testimonianza al Congresso che l’Iran avrebbe avuto bisogno di diversi mesi per armare la bomba.

La battaglia per la successione

Khamenei finora ha sempre respinto le pressioni per una revisione della dottrina nucleare iraniana. Ma una minaccia alla sicurezza nazionale o agli impianti nucleari iraniani potrebbe aumentare ulteriormente la pressione sull’ayatollah, che ha 84 anni e non è in buone condizioni di salute. I giochi per la sua successione sono già iniziati, e il potere dei Pasdaran, il braccio militare del Sistema, è sempre più rampante. Lo si è visto anche in queste settimane di conflitto con Israele, con il generale Hajizadeh, capo dell’aeronautica dei Guardiani, sul palcoscenico della “vittoria” dopo il lancio di missili e droni contro Gerusalemme, e ora con il comandante Haghtalab che brandisce l’arma più estrema. La “campagna elettorale” dei Pasdaran per assicurarsi il controllo del Paese nel dopo Khamenei passa anche per la dottrina nucleare.

Nell’immagine: un edificio dell’impianto nucleare iraniano di Natanz danneggiato da un incendio nel 2020


Sergio Rossi – Manipolazioni e cripto-attivi, se ne parla troppo poco

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria