Guerra e intelligenza artificiale

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

L’intelligenza artificiale ucciderà l’intelligenza umana – anche quel poco che ormai ne resta, se guardiamo a ciò che accade nel mondo, tra guerre e crisi climatica? La discussione dura da tempo. Ma facciamo un passo laterale.

Ghassan Abu Sitta è un chirurgo britannico-palestinese. Ha partecipato a missioni mediche in Palestina e poi nei teatri di guerra di Siria, Yemen, Iraq e Libano. È un medico umanista. In una intervista a il manifesto del 4 maggio ha detto: “Per i palestinesi, e in particolare per la generazione di mio padre, quella sopravvissuta alla Nakba (“la catastrofe” della guerra del 1948) l’educazione rappresenta la sola cosa che nessuno può portarti via. Quando la generazione di mio padre perse tutto, la rete sociale, le case, lo status sociale, e si ritrovò rifugiata in quella che era una vera e propria morte sociale, l’educazione è stata centrale, nessuno poteva prendersela. E per tutte le generazioni palestinesi successive l’educazione è stata la cosa su cui investire. È per questo, per assicurarsi che i palestinesi non abbiano il senso del futuro, che l’esercito israeliano ha distrutto tutte e 12 le università di Gaza e ha ucciso un centinaio tra professori e rettori”. In realtà scuole e università – e ospedali e moschee e chiese e prima di tutto i civili, soprattutto se bambini – sono i luoghi e coloro che la guerra dovrebbe risparmiare, sempre e comunque. E invece.

E invece questa guerra di Israele contro Gaza, o meglio contro i palestinesi – è vietato il termine genocidio? Allora chiamiamolo massacro, sterminio deliberato (con la complicità di americani ed europei corsi a vendere armi, come per l’Ucraina, facendo correre il conta-profitti delle imprese della morte anche per far crescere il Pil) di 35mila inermi, donne e bambini, la sostanza dell’orrore non cambia, speculare a quello di Hamas del 7 ottobre contro ebrei, ma moltiplicato per n volte –, questa guerra ha quindi come scopo non solo quello di sconfiggere militarmente il nemico, ma anche di distruggere e annichilire la cultura e la speranza di futuro dei palestinesi.

Obiettivo che si può ottenere appunto bombardando scuole e università. O attraverso l’imposizione del proprio modello pedagogico neoliberale o con l’integrazione crescente del complesso militare-industriale con l’università, la scienza essendosi venduta in realtà da tempo al capitale, all’industria e al potere politico – ed è una delle derive della scienza contro cui appunto combattono i giovani che occupano università e politecnici di mezzo mondo, cui il potere accademico-industrialista delle università-aziende e quello politico del complesso militare-industriale-universitario risponde chiamando la polizia e arrestando i giovani pacifisti, non chi produce la guerra per profitto. Importante è sempre cancellare/impedire il pensiero critico, la ragione umanistica, uniformare e omologare le differenze, facendo accettare l’uso capitalistico e industrialistico-militare della scienza – che se fosse invece vera scienza dovrebbe essere pura e non macchiata di sangue, di armi e di capitale.

Dopo questi ultimi mesi passati a lavorare come volontario negli ospedali di Gaza, Ghassan Abu Sitta da sabato 4 maggio è diventata una persona non grata in Europa, per il bando di un anno attivato dalla Germania per tutta l’area Schengen. Appunto e ancora: la critica, la discussione / riflessione aperta e non omologata vengono bandite anche dalla illuministica Europa, che si suicida intellettualmente contagiata / sussunta dalle / nelle paranoie maccartiste filo-israeliane dominanti – ed è tristissimo doverlo ammettere, ma America, Europa, Russia e Cina e India sono perfettamente omologate (in modi diversi, certo, e contro avversari diversi, certo – ma per una identica coazione a reprimere) contro intelligenza e pensiero critico (che poi sono la stessa cosa…).

Ma torniamo alla domanda iniziale e riprendiamo le notizie di alcuni giorni fa sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano, attraverso il programma Lavender e di cui ha scritto l’inchiesta dei siti di informazione israeliani +972 e Local Call e da cui estraiamo alcune parti. “Formalmente, il sistema Lavender è progettato per individuare tutti i sospetti miliziani dei rami militari di Hamas e del Jihad Islami, inclusi quelli di basso rango, come potenziali obiettivi di bombardamento. […] durante le prime settimane della guerra, l’esercito ha quasi completamente fatto affidamento su Lavender, che ha contrassegnato come sospetti militanti fino a 37mila palestinesi – e le loro case – per possibili attacchi aerei. E l’esercito ha dato via libera agli ufficiali per adottare le liste di obiettivi da uccidere generate da Lavender, senza porre alcuna condizione di controllare accuratamente il motivo per cui la macchina aveva fatto quelle scelte, o di esaminare i dati di intelligence grezzi su cui si basavano.

Una fonte ha dichiarato che il personale umano spesso agiva solo come timbro di approvazione per le decisioni prese dalla macchina, aggiungendo che, personalmente, dedicava in media solo circa 20 secondi a ciascun obiettivo prima di autorizzare un bombardamento. E questo nonostante fosse consapevole che il sistema commette quelli che vengono considerati ‘errori’ in circa il 10 percento dei casi, ed è noto che occasionalmente vengano contrassegnati individui che hanno solo un vago legame con gruppi militanti, o perfino nessuno.

Inoltre, l’esercito israeliano ha sistematicamente attaccato i bersagli mentre si trovavano nelle loro case – di solito la notte, mentre erano presenti le loro intere famiglie – piuttosto che durante il corso delle attività militari. Secondo le fonti questo accadeva perché, da quella che consideravano una prospettiva di intelligence, individuare gli individui nelle loro case private era più semplice [che in termini aziendalistici potremmo tradurre con ‘efficientare’ , nda]. Il risultato, come testimoniano le fonti, è che migliaia di palestinesi – la maggior parte donne e bambini o persone non coinvolte nei combattimenti – sono stati spazzati via dai bombardamenti israeliani a causa delle decisioni dell’intelligenza artificiale”.

Nell’inchiesta c’è molto altro, ma già da questi elementi non si può che essere preoccupati, se non (come dovremmo essere) inorriditi. Cioè l’intelligenza artificiale aggiunge orrore alla guerra perché de-responsabilizza ancora di più l’uomo che decide (che in realtà non decide, esegue) sulla base della decisione di una macchina e di un algoritmo. E da qui una delle tante domande che sorgono: sarà mai possibile, un domani, istituire un nuovo Tribunale di Norimberga per i crimini commessi ieri da uomini (anche se trasformati in macchine obbedienti) e oggi da una macchina intelligente cui gli uomini obbediscono (come macchine)? Evidentemente no, ma questa irresponsabilità anche nel fare la guerra (ottenibile appunto affidandone lo svolgimento a macchine e all’intelligenza artificiale) è ciò a cui puntano i politici, i militari e il sistema militare industriale (e universitario, se collabora).

Se a quel tempo la giustificazione dei nazisti (come di tutti i militari) era: obbedivo agli ordini, oggi e domani la giustificazione sarà: obbedivo all’intelligenza artificiale. Massima de-responsabilizzazione, appunto. Eppure sembra questo il futuro che ci attende: la normalizzazione della guerra (e più è per frammenti, meno la vediamo nel suo insieme), la sua automatizzazione.

Ovvero, l’intelligenza artificiale uccide l’intelligenza umana non solo perché ci istupidisce per sua essenza e tendenza – pensando e scrivendo ad esempio al posto nostro, evitandoci la fatica di pensare – ma uccidendo l’intelligenza del sapere, dell’etica, della ricerca, delle università anche palestinesi, della scienza non finalizzata al capitale e all’industria.

L’utopia tecnologica diventa sempre più distopia e stupidità (lo è in realtà da un pezzo). Dovremmo maneggiare con cura l’uso delle macchine e degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale. E invece… Qualcuno ricorda il maggiore Kong a cavalcioni della bomba atomica appena sganciata dall’aereo, nel film del 1964 di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore – mentre cade sul bersaglio sovietico, urlando di gioia e agitando il suo cappello da cow-boy come se fosse a cavallo di uno stallone in un rodeo?

Nell’immagine: il maggiore Kong


IA.Trasferimento d’intelligenza

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 


Nemo e gli asterischi. Ovvero tertium non datur

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Il rapper e polistrumentista elvetico ha vinto il concorso con la canzone “The code” (video qui sotto). Nemo è anche icona della comunità Lgbtq+ e ha portato sulla scena della Malmö Arena anche la bandiera multicolore simbolo della libertà di genere. Vi riproponiamo l’articolo che abbiamo pubblicato ieri, dunque prima della conclusione della manifestazione, in cui si racconta e si contestualizza il percorso professionale ma anche personale del cantante nato a Berna.


Coerentemente con il suo nome, sino a qualche tempo fa Nemo Mettler era, per gran parte dell’opinione pubblica, un Signor Nessuno o, tutt’al più, il protagonista del romanzo Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, pubblicato nel 1869-70 e letto a scuola da generazioni di alunni. 

I più attenti alla scena musicale invece già conoscevano il giovane rapper biennese, che le sue canzoni, inizialmente, le scriveva quasi sempre in Schwyzerdütsch. In attività da una decina d’anni, nel 2018 la sua carriera ebbe una svolta: primo nella storia, la Svizzera gli tributò ben quattro Music Awards (miglior artista, miglior brano, miglior live, miglior debutto).

Da allora, Nemo – qui aura 25 ans au mois d’août e si è nel frattempo trasferito a Berlino – ha rilasciato varie interviste (la prima alla SonntagsZeitung del 12 novembre 2023) in cui rivendica un’identità non binaria. Cinque giorni dopo quell’outing, uscì il suo nuovo singolo This Body: abbandonato il dialetto, Nemo adotta l’inglese: “This song” spiegava sulla sua pagina Instagram, “holds special meaning for me, as I wrote it during a time when things were very challenging.  It’s about not feeling at home in your own body and dealing with internalized shame around gender identity.”

In questi giorni Nemo rappresenta la Svizzera alla finale dell’Eurovision Song Contest, il più seguito concorso canoro al mondo, visto da centinaia di milioni di persone. Qualcuno ricorderà che la manifestazione canora nacque a Lugano: la prima edizione andò in scena nel defunto Teatro Kursaal il 24 maggio 1956 e venne vinta dalla svizzera Lys Assia. Dell’intera serata (regista Franco Marazzi, tra i padri della RTSI) resta oggi soltanto questo frammento televisivo.

Nei palmarès successivi, pochissim* invero sarebbero diventat* delle star (France Gall, Udo Jürgens e Sandie Shaw negli anni ’60; gli Abba nel 1974; Céline Dion nel 1988, in rappresentanza della Svizzera). Scorrendo la lista dei vincitori appare evidente che imporsi all’ESC non spalanca quasi mai la via a un successo duraturo. Ti porti a casa il microfono di cristallo e per molti finisce lì. Il gruppo ucraino Kalush Orchestra, vincitore nel 2022, lo mise all’asta raccogliendo 900mila dollari, devoluti all’esercito del loro Paese per l’acquisto di tre droni.

L’Italia a Eurosong si è imposta  3 volte: dapprima con Gigliola Cinquetti (Non ho l’età, 1964); poi con Toto Cutugno (1990); infine, nel 2021, con i Måneskin, i soli a diventare, in pochi anni, primattori a livello mondiale.

Il Contest è stato spesso vetrina privilegiata per artist* (e loro messaggi) non esattamente mainstream. Fu la drag queen austriaca Conchita Wurst, nel 2014, quella che fece scorrere più inchiostro: 10 anni dopo è quasi dimenticata. Etimologicamente extra vagantes oggi bisogna esserlo per imporsi all’attenzione. Molto spesso – quando la proposta musicale da sola non basta – è l’industria discografica a inventare e costruire nuove figure in grado di colpire la platea e l’immaginazione: con il look, con qualche dichiarazione a effetto o, a seconda di quanto accade nei punti caldi del globo, per il Paese che rappresenti, come successo quest’anno alla concorrente israeliana Eden Golan, ventenne di cittadinanza russa. Malmö, terza città svedese, sede della gara canora, è tra gli emblemi della profonda crisi del modello scandinavo di welfare state, accoglienza, integrazione.

Mentre scrivo (è sabato mattina, mancano 12 ore al gran finale), da giorni i bookmakers indicano Nemo tra i favoriti. La sua vittoria farebbe naturalmente piacere: meno rallegrante sarebbe, forse, per la SRG SSR che dovrebbe, da regolamento, ospitare le tre serate finali nel 2025, con costi che si stimano non inferiori ai 20 milioni di franchi. Un’occasione, certo, più unica che rara, data ai professionisti del nostro Servizio pubblico audiovisivo, per mostrare le loro capacità e produrre uno spettacolo che, dal punto di vista della regia e degli effetti speciali, ha pochi eguali. Ma questa vetrina planetaria varrebbe la candela in un momento così complicato per l’Azienda?

Cosa rappresenterebbe invece una vittoria di Nemo per la Comunità non binaria (le persone, cioè, che non si riconoscono completamente né in un’identità interamente maschile né femminile) e, più in generale, per l’opinione pubblica più indifferente al tema?

Nemo ha già smosso le acque: la sua canzone The Code parla proprio del difficile cammino personale che egli ha compiuto per far accettare la propria genderfluidity. Contemporaneamente, 3’600 cittadin* (tra i quali i copresident* nazionali del PS Mattea Meyer e Cédric Wermuth, la presidente dei Verdi Lisa Mazzone e la mamma dell’artista) hanno firmato una lettera in cui chiedono a Governo e Parlamento di riconoscere ufficialmente le persone non binarie. Attualmente allo stato civile (ma anche nel passaporto, sulla carta d’identità e in decine di altri moduli d’ogni genere) o ti iscrivi come uomo o come donna. Codice M o codice F, insomma, tertium non datur. Si ragiona in bianco e nero, nell’identità di genere non sono ammesse varianti.

Tutto il contrario di quanto accade nella forma, o meglio nella scrittura, dove, con l’adozione di un linguaggio cosiddetto inclusivo, pieno di asterischi, talvolta si esagera in senso contrario. La forma è sostanza, ma il rigorismo risulta spesso controproducente anche nelle battaglie migliori.

Nell’immagine: Nemo con la bandiera svizzera e quella della sessualità non binaria (portata sul palco di nascosto)


Eurovision, tutti per Nemo

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Di Luca Dondoni, La Stampa

Nemo dalla Svizzera vince la sessantottesima edizione dell’Eurovision Song Contest ed erano ben trentasei anni che la piccola nazione, nostra vicina di casa, non vinceva questo contest. È stato quasi un plebiscito poiché quasi tutti i 12 punti dati dalle nazioni sono andati a Nemo; una massa di voti così potente per un solo concorrente non si vedeva da anni. Nell’88 era stata Celine Dion a portare in Svizzera il primo posto con “Ne partez pas sans moi” ma da allora il silenzio. Questa edizione però, ne siamo convinti, a parte la nostra Angelina Mango (settima) e un’altra cinquina di artisti è stata artisticamente una delle più deboli viste negli ultimi anni. I nostri vicini svizzeri proponendo Nemo non hanno fatto male e infatti la sua “The Code” ha colpito il cuore dell’Eurofan che ha fatto salire le sue azioni sino alla vittoria finale.

Anche Eden Golan, la rappresentante israeliana (sesta) ha portato una canzone indiscutibilmente godibile, lei è carinissima e per le votazioni i bookmakers puntavano sull’effetto rimbalzo che creano le espresse antipatie. Secondo Baby Lasagna, il rappresentante della Croazia che nei suoi video si diverte a spalare il letame dei bovini o porgere becchime alle sue galline ha una canzone, “Rim Tim Tagi Dim”, pur correndo per il successo la sua vittoria l’ha già ottenuta. È bastato seguire le prove di questi giorni per rendersi conto, come i seggiolini della Malmö Arena letteralmente saltassero per le vibrazioni di un pubblico che ha amato questa canzone e il suo alfiere.

Al di là della nostra Angelina Mango che ovviamente avremmo voluto sul podio più alto ma nessuna nazione le ha dato 12 punti. Forse, si è vociferato in sala stampa, per colpa dello spoiler Rai sulle votazioni che si sono viste a schermo durante le semifinali. Chissà, probabile. Un altro predestinato per i gradini più alti del podio sarebbe stato l’olandese Joost Klein ma, come si è saputo, il suo comportamento fuori dal palco gli ha impedito di partecipare alla finale. Klein è stato cacciato dalla finale dell’Eurovision Song Contest di quest’anno e addirittura la polizia svedese ha indagato sulla denuncia presentata da un membro della troupe della produzione dell’ESC dopo un incidente avvenuto nella serata di giovedì.

Essendoci un procedimento legale in corso è stato ritenuto opportuno non fargli continuare la gara. L’EBU si è’ subito affrettata a chiarire una questione molto importante e delicata: «contrariamente a quanto riportato da alcuni media e alle speculazioni sui social media, questo incidente non ha coinvolto nessun altro artista o membro di altre delegazioni. Noi manteniamo una politica di tolleranza zero nei confronti di comportamenti inappropriati durante il nostro evento e ci impegniamo a fornire un ambiente di lavoro sicuro e protetto per tutto il personale dell’Eurovision. Il comportamento di Joost Klein nei confronti di un membro del team è considerato contrario alle regole della competizione. La finale del 68° Eurovision Song Contest procederà così con 25 canzoni partecipanti al posto delle 26 previste».

I Paesi Bassi, tramite il portavoce della Tv Olandese Avrotros hann comunque stigmatizzato la sproporzione fra quello che Joost avrebbe fatto (e cioè chiesto a una camerawoman di non essere ripreso appena sceso dal palco) e la su esclusione. Avrotros ha dichiarato che per i milioni di fan che lo hanno seguito e per quello che che Joost ha portato all’Eurovision sono Contest in questi giorni e all’Europa tutta questa storia non sarebbe dovuta finire così». Non è bastato : Quattro servizi del tg della prima televisione olandese sull’esclusione del concorrente in gara, il commentatore tv che interrogato sulla questione ha detto, a favore di telecamere: “fuck the EBU”. Insomma, gli olandesi non l’hanno pressa bene. Per niente.

In ogni caso i Paesi Bassi hanno potuto continuare a votare anche ieri sera al di là della presenza del loro concorrente e i voti delle giurie olandesi dell’altro ieri sono rimasti validi. Il sessantottesimo show dell’Eurovision Song Contest ancora una via e anche quest’anno, ha stuzzicato le cronache per altro che non fosse la musica e prima ancora di ciò che ha fatto o non fatto Joost Klein va detto che se le avessimo contate le bandiere palestinesi presenti a Malmö sono state di gran lunga più numerose di quante hanno sventolato per i trentasette paesi in gara. D’altra parte, che si ricordi e per un motivo o per l’altro non c’è ESC senza polemiche o inciampi. Gabriele Corsi che per tutta la settimana e insieme a Mara Maionchi che lo ha raggiunto a Malmö solo ieri, ha tenuto un diario della manifestazione andando in giro per la città, oltre che nei camerini e dietro le quinte così da poter svelare il più possibile su quanto successo in questo enorme carrozzone.

C’è riuscito benissimo, sia per i tempi radiofonici che gli sono propri e sia perché da anni ormai è diventato uno dei più curiosi studiosi della manifestazione. «Quest’anno – dice incontrato a poche ore dall’inizio della finale – sono arrivato qui con la massima attenzione. Il mio ruolo è raccontare ciò che sta avvenendo: se ci sono fischi lo dico, se ci sono applausi lo dico. Non ho mai sottaciuto in vita mia una notizia ma cerco di non prendere posizione perché non credo che la gente a casa sia interessata a quello che pensa il sottoscritto che per di più è ospite di Raiuno. In dieci festival di Sanremo da inviato delle Iene un Dopo Festival radiofonico con Ambra Angiolini e in quattro Eurovision non ho mai sentito la tensione che c’è qui. Manca la festa che c’era gli scorsi anni e questo un po’ mi dispiace».


Il patto di Trump con Big Oil

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Di Massimo Basile, La Repubblica

Donald Trump ha riunito attorno a un tavolo con vista sull’oceano, nel suo resort di Mar-a-Lago, una ventina di Ceo delle grandi corporation petrolifere americane e ha proposto un patto: Big Oil finanzierà la sua campagna elettorale con un miliardo di dollari, per portarlo alla Casa Bianca, e lui li ricompenserà azzerando l’agenda verde di Joe Biden e offrendo tutta l’America da trivellare, a cominciare dal Golfo del Messico.

Lo rivela il Washington Post, secondo il quale il tycoon ha trovato terreno fertile e una platea attenta. Uno dei petrolieri si è sfogato con lui, dicendo come stessero scontando le restrizioni ambientali dell’amministrazione Biden, nonostante avessero speso 400 milioni di dollari in opere di lobby a Washington.

La risposta di Trump è stata lineare: “Siete tutti ricchi abbastanza da essere in grado di raccogliere un miliardo da darmi per andare alla Casa Bianca”. A cena ha confermato di essere pronto a cancellare decine di provvedimenti presi da Biden in difesa dell’ambiente e di essere deciso a contrastare la politica di transizione ai veicoli elettrici, il vero incubo di Big Oil.

Quel miliardo di dollari in donazioni sarebbe un buon “accordo”, avrebbe detto il tycoon, per evitare ai giganti petroliferi tassazioni e restrizioni. All’incontro erano presenti, tra gli altri, i vertici di Venture Global, Cheniere Energy, Chevron Exxon, Occidental Petroleum e Continental Resources.

Le trivellazioni nel Golfo del Messico riprenderebbero subito, per la gioia di Big Oil, meno per quella di ambientalisti e pescatori. Il contrasto tra i due candidati, in fatto ambientale, non potrebbe essere più netto.

Negli ultimi tre anni Biden ha definito il riscaldamento globale una “minaccia esistenziale” e ha firmato un centinaio di nuovi atti che limitano l’inquinamento e l’effetto serra, contrastano le emissioni nocive e proteggono acque e terreni pubblici. Trump ha invece definito il cambiamento climatico una “bufala” e la sua amministrazione, nei quattro anni di presidenza, ha cancellato più di 125 provvedimenti in difesa dell’ambiente.

Finora Biden ha annullato 27 regolamenti imposti dal suo predecessore, a cui ha aggiunto 24 nuove iniziative. Il dipartimento degli Interni, per esempio, ha di recente bloccato un progetto di trivellazione petrolifera che avrebbe devastato un’area di sei milioni di ettari nell’Alaska Artico. Ma nonostante Big Oil si lamenti delle politiche di Biden, gli Stati Uniti stanno producendo petrolio più di quanto stia facendo ogni altro Paese, pompando quasi 13 milioni di barili al giorno. ExxonMobil e Chevron, le due più grandi compagnie petrolifere americane, stanno registrando profitti record: Exxon ha guadagnato 7,6 miliardi nel quarto trimestre del 2023, meno rispetto al 2022, considerato un anno magico per Big Oil, ma a livelli tornati molto alti. Chevron ha dichiarato ricavi per 2,3 miliardi.

Una volta tornato alla Casa Bianca, Trump ha promesso ai Ceo strada libera. Tra gli atti che verranno spazzati via c’è il congelamento voluto da Biden dello sfruttamento del gas liquefatto naturale. “Lo avrete il primo giorno”, ha promesso. “State aspettando un permesso per cinque giorni – ha aggiunto – avrete anche quello fin dal primo giorno”. Le promesse di Trump hanno scaldato il cuore dei Ceo.


Il Salone delle libertà: gli scrittori denunciano le minacce al loro lavoro in tutto il mondo

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Di Francesco Rigatelli, La Stampa

Da  Salman Rushdie a Roberto Saviano , da  Elizabeth Strout  e You Hua,  i principali scrittori presenti al Salone del libro di Torino sottolineano l’importanza della libertà di espressione in questo momento . «Pensavo che fosse una guerra già vinta, invece  dovremo combattere ancora . Nel nostro caso bisogna sobbarcarsi qualche rischio e certo è un brutto momento», ammette Salman Rushdie, mentre Elizabeth Strout parla di «tempi spaventosi che mai avrei pensato di vivere . Triste che la polizia entri nelle università americane. Chi protesta pacificamente deve essere libero di esprimersi». Anche lo scrittore cinese bestseller  Yu Hua  rivela a  La Stampa: « Quando scrivo non sto a pensare se mi causerà dei guai o se verrò pubblicato , altrimenti non sarei in grado di farlo. Ci sono dei limiti non solo in Cina, ma anche negli Stati Uniti. L’anno scorso più di 4mila libri in America hanno subito forme diverse di censura. Più che in Cina a mio avviso. Si tratta soprattutto di questioni religiose, mentre da noi avviene più sui temi politici. Tutte le forme di libertà sono relative e per questo vanno difese».

Ieri, il giorno dopo il suo incontro con Rushdie, Roberto Saviano è tornato con noi sull’argomento: «Oggi avere una posizione contro il governo mette in discussione carriera e vita privata. È il primo passo verso una democratura. In Italia siamo dentro a una dinamica autoritaria, almeno verso alcuni autori che vengono vessati come esempio per gli altri». Saviano trova fondamentale il ruolo dei lettori: «Il loro starci accanto e diffondere le nostre idee ci è di grande aiuto. Il mio programma Insider, censurato dalla Rai dopo essere stato già registrato, se davvero andrà in onda lo dovrà alla pressione del pubblico. Si vedranno così la prima intervista al testimone di giustizia che ha fatto arrestare i killer di Don Diana, quella a un killer di mafia, la storia di un giornalista licenziato per volontà di un boss e la vicenda della pentita Rosa Di Fiore della mafia garganica». Ma la criminalità organizzata viene sufficientemente contrastata secondo l’autore di Gomorra o no? «Vedo la solita disattenzione di tutti i governi, a parte qualche blitz muscolare». Incontrerebbe Meloni e Salvini per parlarne? «Si sono comportati male con me. Salvini lo aspetto a luglio in tribunale per diffamazione. Se Meloni mi invitasse in veste di premier certo la ascolterei volentieri».

Sul rischio democratura concorda lo storico Luciano Canfora: «Attenzione alle forme plebiscitarie per cui si promette di eleggere un capo, perché il pericolo è di compromettere le garanzie costituzionali. Gli ultimi episodi della Rai non mi sono piaciuti e costituiscono un brutto segnale, anche perché profondamente immotivati, ma da qui a dire che abbiamo perso la libertà ce ne corre. Bisogna restare vigili e sapere che il percorso delle destre a livello globale non va verso il liberalismo, ma verso l’autoritarismo».

Che il tema della libertà di espressione sia «scottante e di vera attualità» lo conferma il giallista Maurizio De Giovanni: «Il fatto gravissimo non è solo quello di Scurati, ma il procedimento disciplinare della Rai su Serena Bortone, che non ha fatto nulla. Dobbiamo chiederci: la Rai di chi è? È legittimo voler sapere su quale base si istruisca un processo contro di lei». Gli scrittori secondo lui «basano sulla libertà la propria attività, sono gli interpreti delle esigenze della società e le raccontano. Bisogna difendere la nostra Costituzione, che è tra le più belle del mondo».

Anche l’economista francese Thomas Piketty pone un problema di proprietà: «Bisogna limitare il potere degli azionisti pubblici e privati, soprattutto nei media, e spostarlo verso i giornalisti e i cittadini. L’Unione europea dovrebbe definire delle norme sull’indipendenza dell’informazione. Lo stesso vale per i colossi del web».

Per la scrittrice matematica Chiara Valerio «il governo invece di dialogare con i giovani manifestanti li mena e questo echeggia in maniera prodromica limitazioni di movimento e di parola. Avendo letto da piccola la poesia di Danilo Dolci “Ciascuno cresce solo che sognato” penso però che la Costituzione sia intatta e ci permetta di scrivere e parlare». Valerio ricorda Michela Murgia, «intellettuale impudente, che non si è fatta spaventare dal lato comico delle cose e non ha pensato che questo andasse a detrimento del valore di ciò che stava facendo».

Il superconsulente Mondadori Alberto Rollo teorizza che «la libertà di scrivere è il processo che responsabilizza l’immaginazione e fa diventare concretezza tutto quello che uno ha vissuto nella sua mente. L’immaginazione non è libera di per sé, ma ha bisogno di una responsabilizzazione. Faccio un salto mortale: vedere al Salone i tanti lettori che si aggirano e non sanno dove andare è come porre la premessa di quella promessa di libertà che c’è nella scrittura. Questo tema c’è sempre stato e accelera e decelera secondo il tempo. Non riguarda solo chi scrive in Paesi dove la scrittura viene guardata con sospetto. Da noi c’è un processo di autocensura che spesso non contempla regimi, ma la propria sussistenza».

Padre Enzo Bianchi «avverte nell’aria il bisogno di spegnere delle voci soprattutto se alternative e scomode. Succede in Italia come in tutto l’Occidente. I Paesi dove è nato l’illuminismo però non possono tollerarlo. Un altro valore che credevamo conquistato per sempre è la giustizia, ma pure quella viene attaccata dalla corruzione. I politici vedono una democrazia debole e la attaccano. Gli scrittori anticipano ciò che nei pensieri della gente non trova subito un’eloquenza, ma dicono la verità».

 


Sergio Rossi – Allora perché il Ticino è in cima ai cantoni che più attraggono le ditte d’oltre Gottardo?

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


La Peppa Tencia 
della “Lugano da bere”

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Le acque del Ticino trasportano ancora i resti del rogo sul quale si intendevano consumare le spoglie politiche dello sfigato automobilista Norman Gobbi, e una nuova ansia riprende pur quietamente a spirare nel cielo della nostra Repubblica.

Il prossimo 9 giugno i cittadini saranno infatti chiamati ad esprimersi in votazione su ben tre argomenti d’interesse cantonale: la riforma fiscale, il risanamento della cassa pensioni dello Stato e, “dulcis in fundo” (immancabile ciliegina sulla torta), l’acquisto dello stabile spettacolare sito in viale Franscini a Lugano disegnato da Mario Botta negli anni Ottanta quale prestigiosa sede dell’allora Banca del Gottardo. E come spesso avviene in simili frangenti, è l’argomento politicamente meno rilevante sul tappeto a dare avvio ai pubblici dibattiti, cioè nella fattispecie il destino di quel palazzo. 

Ne è prova la subitanea (e più o meno contemporanea) nascita degli immancabili comitati pro e contro, accompagnata dal botto provocato da un colpo di mortaio iniziale lanciato dall’autorevole penna gaddiana (ricordiamoci che il grande scrittore lombardo fu ufficiale d’artiglieria) di un ex Consigliere di Stato, quello della” scuola che verrà”, nonché dal contropianto della mirabile pulzella di un’antica socialdemocrazia, condecorato dai lamenti dei liberisti duri e puri. 

A chi scrive piange sinceramente il cuore pensando che l’edificio monumentale più bello costruito a Lugano negli ultimi 70 anni rimanga in mani private anziché in quelle dell’intera comunità, tanto più che la sua destinazione sarebbe quella di diventare la sede nobile e signorile di quel potere fondamentale dello Stato che è la Giustizia con la maiuscola, che merita senz’altro di trovare finalmente una casa dignitosa, un alloggio all’altezza del suo ruolo giudicante. E quale soluzione logistica migliore si può trovare a tal fine se non il monumento più eclatante dello splendore della “Lugano da bere” di quegli anni ruggenti e effervescenti? 

Se l’interrogativo può sembrare paradossale, nella realtà delle cose diventa inquietante se appena si ricorda (ma chi lo vuole ricordare?) la sorte toccata ai precedenti proprietari dell’immobile, la Gottardo e la Banca della Svizzera Italiana, finite al cimitero in modo ignominioso per la vergognosamente impunita avidità di pochi e senza nemmeno il conforto di un compianto condiviso, semmai solo di un falso stupore scandalizzato dettato dal senno di poi.

C’è da capire che chi è rimasto con la bella e affascinante Peppa Tencia in mano se ne voglia ora generosamente liberare cedendola allo Stato a buon prezzo (si fa per dire), ma insomma a che pro invocare l’assoluta necessità dell’acquisto? La riposta sta nello sfascio dell’attuale affollatissima sede del Tribunale (e della Procura), che obbliga di fatto a cercare alternative che non esisterebbero. Perché la nostra pianificazione politica (quindi anche logistica), di cui ogni tanto si parla, in realtà è solo una chimera che nessuno ha mai visto né conosciuto. Piani B – è stato detto senza pudore – non ce ne sono: o questo o il nulla, insomma. 

La tristissima costatazione di un disastro non solo annunciato da decenni, ma persino sotto gli occhi di tutti e infinite volte denunciato. Perché negli ultimi vent’anni nessuno ha picchiato un chiodo là dove pur si doveva, nessuno ha mosso un dito, nessuno ha immaginato alternative? Un patatrac ovviamente senza responsabili: i guai restano, i politici passano, come mutano gli equilibri partitici. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, e scordiamoci il passato…

Intanto il cittadino votante dovrà pur decidere nella contingenza. Ma come può maturare un’idea serena al riguardo se Governo e Parlamento dicono che siamo alla bancarotta, proponendo preventivi spaventosi, minacciando tagli a destra e a manca, auspicando tuttavia nel contempo sgravi fiscali per i ricchi perdendo decine di milioni d’entrate senza certezza di contropartita alcuna, e poi in aggiunta si inventano la compera di immobili lussuosi? Misteri della schizofrenia di chi, ben al di là del cappio Morisoli alla gola, non ha comunque arte né parte.

Non so dire come andrà a finire la storia dell’immobile Botta, anche se lo immagino. Da ragazzo ho frequentato per tre anni la maggior parte delle lezioni dell’allora unico liceo pubblico cantonale nelle baracche piazzate alla foce del Cassarate, senza che per questo la mia dignità ne abbia sofferto. Nell’eventualità di un no se ne facciano una ragione anche gli odierni Magistrati, che pur conoscono non solo le goliardate dei liceali, ma persino i giochi che si praticano al “Kindergarten”. 

Nell’immagine: la Peppa Tencia di Emanuele Luzzati


L’Assemblea Onu vota il riconoscimento dello Stato di Palestina

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Di Marina Catucci, il manifesto

L’Assemblea generale dell’Onu ha determinato che la Palestina è «qualificata» per presentare richiesta di ammissione come membro delle Nazioni unite, e ha raccomandato al Consiglio di Sicurezza di «riconsiderare favorevolmente la questione». I voti sono stati 143 a favore, 9 contrari, tra cui Usa ed Israele, e 25 astensioni, tra le quali quelle di Italia e Ucraina,

DAL 2012 la Palestina è uno stato osservatore dell’Onu, con un effetto soprattutto simbolico che ha consentito comunque la partecipazione ai dibattiti delle Nazioni unite. Con la nuova risoluzione l’Assemblea generale ha attribuito alla Palestina nuovi «diritti e privilegi» all’interno dell’Onu.

Anche questa nuova risoluzione ha un valore più simbolico che effettivo, ma con qualche spazio di azione maggiore.
La Palestina continuerà a non poter votare le risoluzioni discusse dall’Assemblea generale, ma potrà proporre dei temi da dibattere, i suoi rappresentanti potranno partecipare alle discussioni su tutti gli argomenti e non solo a quelli legati al Medio Oriente, e prendere parte alle conferenze e ai dibattiti organizzati dalle Nazioni unite. La risoluzione ha naturalmente fatto infuriare la rappresentanza israeliana. «Avete aperto le Nazioni unite ai nazisti moderni – ha detto l’ambasciatore israeliano all’’nu Gilad Erdan – Questo giorno sarà ricordato con infamia». Erdan ha parlato di uno «stato terrorista palestinese» che sarebbe guidato «dall’Hitler dei nostri tempi. State facendo a pezzi la Carta Onu con le vostre mani. Vergognatevi», ha detto passando alcune pagine del documento in un tritacarte.

EPPURE non ci sarebbe molto di cui preoccuparsi visto che sicuramente gli Usa si serviranno del proprio veto al Consiglio di sicurezza per bloccare la questione caldeggiata dall’Assemblea .
Durante il dibattito il portavoce della missione Usa all’Onu, Nate Evans, ha dichiarato che «L’Autorità palestinese attualmente non soddisfa i criteri per l’adesione previsti dalla Carta delle Nazioni unite. Il presidente Biden è stato chiaro sul fatto che una pace sostenibile nella regione può essere raggiunta solo attraverso una soluzione a due stati», ma «resta l’opinione degli Usa che le misure unilaterali, all’Onu e sul campo, non porteranno avanti questo obiettivo». Inoltre, ha sottolineato Evans «la bozza non altera lo status della Palestina di ‘osservatore non membro’». Gli Usa hanno giustificato la propria posizione sostenendo inoltre che «l’adozione di questa risoluzione non porterà un cambiamento tangibile per i palestinesi. Non metterà fine ai combattimenti a Gaza né fornirà cibo, medicine e riparo ai civili. È qui che si concentrano gli sforzi degli Stati uniti: ottenere un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi, continuando a fornire aiuti ai civili di Gaza».

Di sicuro il popolo palestinese non riceverebbe danni dall’approvazione di questa risoluzione il cui risultato sembra già scritto, ma la determinazione dell’Assemblea generale è comunque un passo avanti in un momento in cui i rapporti fraUsa ed Israele sono molto tesi, con Biden che ha minacciato di interrompere le forniture di armi se Netanyahu inizierà l’offensiva a Rafah: «Attaccare Rafah – ha detto – non sconfiggerà Hamas».

«SE DOBBIAMO restare da soli, resteremo da soli», ha dichiarato in risposta Netanyahu, lasciando Biden tra due fuochi: non apparire complice dei bombardamenti israeliani che hanno già fatto decine di migliaia di vittime palestinesi, e allo stesso tempo non dare l’impressione di abbandonare il suo alleato di lunga data. Con la sua base democratica ebraica che spinge in entrambe le direzioni.


Carlo Ratti: “Basta costruire contro la natura”

Gli israeliani ne hanno fatto largo uso nella strage di Gaza; una volta ci si difendeva con “ho obbedito ai superiori”, in futuro affermando “ho obbedito alla macchina” 

Di Lara Crinò, La Repubblica

Venezia. Urgenza, pragmatismo, fiducia nella possibilità di affrontare come gens umana la sfida del futuro. A Ca’ Giustinian, mentre dalle finestre scorre lo spettacolo del Canal Grande di Venezia, Carlo Ratti presenta il tema della Biennale Architettura 2025 (10 maggio-23 novembre 2025) di cui è curatore, e che si intitola proprio così: Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. Cinquantatré anni, torinese, architetto e ingegnere con una carriera divisa tra il Politecnico di Milano e il Mit di Boston, dove dirige il Senseable Cities Lab, Ratti parla rapidamente, come se il tempo non bastasse per tutti i pensieri che gli turbinano in testa. E un’urgenza, quella di affrontare il cambiamento climatico come questione prioritaria per la sopravvivenza sul pianeta, è quella che vuol far emergere subito, fin dalla conferenza stampa di questa Biennale di cui il presidente Pietrangelo Buttafuoco si dice «orgoglioso, perché Ratti è un uno che vale diecimila». Di fronte a una platea collegata anche in streaming da tutto il mondo, Ratti lo dice chiaro, e del resto il Mit è uno degli istituti guida per gli studi ambientali: «Abbiamo dati sul climate change che non avevamo due anni fa o un anno fa, e ci dicono che il cambiamento è molto più accelerato di ciò che si era ipotizzato. Un ritmo che potrebbe essere fuori controllo presto». Se non abbiamo una soluzione, abbiamo però delle armi. E per il curatore di Intelligens, titolo che sembra voler preconizzare una nuova specie umana, l’architettura è una delle armi a disposizione.

Partiamo dal titolo “Intelligens”: un riferimento al passato remoto e insieme al futuro dell’umanità.

«Dal termine intelligens latino derivano le parole intelligenza e intelligence in inglese. E gens significa gente, persone. È il titolo che abbiamo voluto dare alla prossima Biennale. Da un lato, per ricordare che l’architettura nasce nei primordi come risposta umana a un ambiente non perfettamente adatto a noi, anzi più o meno ostile; dall’altra per mostrare che le sfide che l’umanità deve affrontare, in primis quella del cambiamento climatico, necessitano di una dimensione dell’intelligenza che deve essere triplice: ossia naturale, come capacità di adattarsi all’ambiente con risorse e conoscenze limitate; artificiale, senza pensare a questo artificiale in termini ristretti all’IA di Chat Gpt, ma come capacità di integrare dati e tecnologie; e collettiva, anche nel senso di interdisciplinare. Quando a metà dell’Ottocento lo spagnolo Ildefons Cerdà scrive la sua Grande teoria dell’urbanistica, si augura che grazie ai dati l’urbanistica diventi un giorno quasi una scienza. Oggi siamo di fronte a una concezione di città non più solo come città fisica, ma come città che possiamo indagare, grazie alla raccolta dei dati e alla loro interpretazione, su dimensioni diverse. Quel che ora ci serve è il passo in più: partire dall’intelligenza dell’ambiente che ci circonda e integrarla nella progettazione».

Che tipo di progettazione?

«Partirei dicendo che c’è molto poco da costruire. La popolazione del mondo sta ormai calando. Secondo le proiezioni, è previsto un picco tra qualche decennio – cresce ancora l’Africa, cresce qualche sacca in Asia – ma il resto del mondo cala a una velocità imprevista. Il Giappone, ad esempio, perde quasi un milione di persone l’anno. In questo contesto costruire non è l’obiettivo del XXI secolo. Il XX secolo è stato il secolo dell’esplosione demografica e dell’urbanizzazione, ora dobbiamo rimettere a posto alcuni di quegli errori, usare l’architettura diversamente. In Italia non c’è da usare più un metro quadro di territorio vergine: la popolazione non cresce e gli standard abitativi non stanno cambiando. Non dobbiamo costruire il nuovo, dobbiamo rimettere a posto ciò che abbiamo già in modo da far sì che le città lavorino sempre di più con la natura e non contro la natura».

Può fare un esempio?

«Siamo a Venezia. Ieri sera, grazie al Mose, ci si bagnavano i piedi ma non c’era l’acqua alta. Il Mose ora permette di evitare gli estremi, ma già sappiamo che non basterà per sempre, che in un prossimo futuro il livello del mare sarà troppo alto. Dobbiamo usare questo genere di progetto integrato tra architettura, scienza dei sistemi marini, ingegneria, per sopravvivere, e farlo in maniera flessibile».

Lei cita a proposito di questa flessibilità “Opera Aperta” di Umberto Eco, di cui è stato amico e con cui collaborò nella fondazione del Collegio di Milano. A Eco si è ispirato per il suo “Architettura Open Source”. Qual è la sua lezione?

«La visione che Eco esprimeva in Opera Aperta la possiamo applicare in molti modi, anche allo sguardo sulla natura: la natura procede per stadi differenti, non c’è mai un progetto completato; la natura è sempre un’opera aperta. Anche alla Biennale applico questa visione, ad esempio con la Raccolta di Idee, che prevede che si possano fare proposte, anche attraverso il sito. E poi ho chiamato a raccolta persone di ambiti diversi, di qua e di là dell’Atlantico, anche scienziati. Ci sarà, anche se non posso fare il nome, un collega di Harvard che studia come anche i batteri si organizzano per creare delle micro città in cui avvengono meccanismi simili a quelli delle città macro».

Pur non potendo rivelare i team di architetti che ha selezionato, qual è il loro profilo?

«Penso a un architetto corale, capace di armonizzare discipline diverse, dall’arte alle scienze sociali alle teorie della complessità. Ci piace l’idea che ogni progetto presentato serva a produrre conoscenza originale. Alcune cose funzioneranno, altre no, ma è importante che la Biennale faccia da catalizzatore. Allo stesso modo, spero che gli Stati che arriveranno qui con i loro Padiglioni nazionali sentano la spinta a lavorare tutti su questo tema della sfida al cambiamento climatico. Quando lavorai alla Biennale del 2014 curata da Rem Koolhas, c’era già questa idea di coordinare tante voci per lavorare insieme su un unico tema, facendo della Biennale una sorta di global toolbox, una cassetta degli attrezzi globale per affrontare il futuro».

I giovani soffrono di “climate anxiety”. L’architettura può servire come risposta?

«L’architettura è ottimista direi per definizione, perché è proprio nella sua natura di essere uno strumento per immaginare soluzioni. Non tutte funzionano, ma dobbiamo provare».

Qual è l’errore che non possiamo più fare?

«Non possiamo più permetterci l’esuberanza irrazionale, con un termine che si usa anche per i mercati. Il Novecento ha visto l’apoteosi di un modello dualistico, di un antagonismo; penso a Brasilia, bellissima ma praticamente atterrata in mezzo al cerrado, alla savana brasiliana, come un aeroplano, ignorando tutto quel che c’è intorno. L’esuberanza novecentesca ci ha fatto dimenticare come immaginare città che dalla natura possano imparare».

Nell’immagine: Carlo Ratti, curatore della Biennale Architettura che aprirà a Venezia nel 2025