Favoreggiatori, favoreggiati e abusanti

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Senza entrare nel merito specifico della nota vicenda dell’incidente stradale nel quale sarebbe stata coinvolta una delle massime autorità del Cantone Ticino, mi sembra opportuno chiarire l’aspetto giuridico della vicenda, partendo da decisioni che, stando ai mezzi d’informazione, sono state prese dal Ministero pubblico.

In effetti diversi agenti della Polizia cantonale sono formalmente indagati per favoreggiamento e abuso di autorità. Il reato di favoreggiamento è previsto dall’articolo 305 del Codice penale svizzero, tra i reati contro l’amministrazione della giustizia; il testo dell’articolo recita:

1. Chiunque sottrae una persona ad atti di procedimento penale o all’esecuzione di una pena o di una delle misure previste negli articoli 59-61, 63 e 64 è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria.

1 bis. È parimenti punibile chi sottrae ad atti di procedimento penale esteri od alla esecuzione all’estero di una pena detentiva o di una misura ai sensi  degli articoli 59-61, 63 o 64 una persona condannata all’estero per un crimine menzionato nell’articolo 101.

2. Se fra il colpevole e la persona favoreggiata esistono relazioni così strette da rendere scusabile la sua condotta, il giudice può prescindere da ogni pena.

Riguardo a quest’ultimo punto, se ne potrebbe forse dedurre che se il favoreggiatore favoreggia la moglie, i figli, i genitori, o magari il suo capo sul lavoro, potrebbe cavarsela a poco prezzo, sempre che il giudice sia di buon cuore.

Tuttavia ci si potrebbe chiedere perché il favoreggiatore privo di relazioni strette con il favoreggiato non possa beneficiare della clemenza del giudice, anche se ha agito in modo scusabile. Il problema sta nel fatto che il codice dispone che il presupposto della clemenza del giudice non sta nell’atto di favoreggiamento in sé, ma nelle relazioni strette: niente relazioni strette, niente clemenza. Nemmeno se – ad esempio – il favoreggiatore avesse sottratto all’estradizione (vedi articolo 305 1bis) un oppositore a un regime totalitario.

Ad ogni modo è chiaro che, per essere punibile, un atto di favoreggiamento inteso nel senso dell’articolo 305 del Codice penale svizzero, può essere perseguito soltanto se il favoreggiato ha commesso uno degli atti previsti dall’articolo stesso. Niente reato a monte, niente favoreggiamento.

Ogni possibile riferimento a persone e fatti reali deve essere inteso unicamente come tentativo di chiarimento degli aspetti giuridici di una ipotetica vicenda.

Comunque, secondo logica, la decisione del Ministero pubblico di incriminare agenti di polizia di favoreggiamento dovrebbe presupporre l’esistenza di un procedimento penale a carico delle persone favoreggiate; ma di un tale procedimento non si è finora parlato. D’altra parte non si deve sempre pensare male: “Honny soit qui mal y pense” è scritto sullo stemma reale inglese da quando, nel 14mo secolo, Edoardo III fu colto con la giarrettiera di una dama in mano; da cui la creazione della più importante onorificenza britannica, l’Ordine della Giarrettiera.

Rimessa al suo posto la giarrettiera, passiamo all’abuso di autorità (articolo 312 Codice penale), reato per il quale sono altresì indagati gli agenti di polizia in questione. Il testo dell’articolo è il seguente: “I membri di un’autorità o i funzionari che abusano dei poteri della loro carica al fine di procurare a sé o altri un indebito profitto, o di recar danno ad altri, sono puniti con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria”.

Il primo interrogativo che si pone riguardo a questa norma  è il seguente: come bisogna intendere il termine “profitto”? Nel senso specifico di profitto patrimoniale, oppure in quello generico di “vantaggio”? L’inchiesta che si occupa di una vicenda imbarazzante riguardante uno degli esponenti del potere esecutivo ticinese potrebbe sorprendere. Ma in fondo non si tratta di una sorpresa, poiché l’identità del ministro (di giustizia e polizia) non è mai stata menzionata negli atti ufficiali; o, comunque, nelle informazioni pubbliche riguardanti tali atti non viene nominano.

L’autorità giudiziaria competente conduce comunque l’inchiesta con solerzia e provvede, in collaborazione con la Polizia, ad informare la cittadinanza sull’andamento dell’inchiesta. Si apprende così che… funzionari di Polizia sono indagati per il reato di favoreggiamento. Formalmente accusati? Ma favoreggiamento a favore chi? E riguardo a quali atti?

Il Codice penale svizzero colloca il reato di favoreggiamento all’articolo 305, tra i  crimini e i delitti contro l’amministrazione  della giustizia: “Chiunque sottrae una persona ad atti di procedimento penale o all’esecuzione di una pena o di una delle misure previste negli articoli (…) è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria. (…) Se fra il colpevole e la persona favoreggiata esistono relazioni così strette da rendere scusabile la sua condotta, il giudice può prescindere da ogni pena“.

Premesso che non si può escludere l’eventualità che il termine “favoreggiamento” sia stato utilizzato a sproposito e che di conseguenza la presente ricostruzione andrebbe rifatta sulla base di accadimenti reali, è un dato di fatto che dove c’è favoreggiamento c’è, a monte, un reato commesso dal favoreggiato. Quale potrebbe essere l’ipotetico reato a monte commesso dalla persona favoreggiata, ovvero dal suddetto “innominato”? Se non ci fosse il reato a monte, cadrebbe anche il favoreggiamento. Se invece il reato a monte esistesse, gli ipotetici favoreggiatori non se la vedrebbero tanto bella, tanto più in quanto funzionari di polizia.


La tragedia del medio Oriente e l’inutilità del conflitto Nord-Sud

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre sono state seguite dall’invasione di Gaza da parte delle forze armate israeliane, che continua a causare la morte di migliaia di civili. Questi eventi hanno ripercussioni in tutto il mondo, dove sono visti come la manifestazione di un confronto tra un Nord che ha fatto il suo tempo e un cosiddetto Sud globale che rivendica un ruolo maggiore. Ne parliamo con il politologo Gilles Kepel, che ha recentemente pubblicato “Holocausts – Israel, Gaza and the War Against the West”.

Lei sottolinea la portata delle conseguenze mondiali del massacro del 7 ottobre. Erano state anticipate da Hamas?

Il raid del 7 ottobre ha effettivamente causato un enorme sconvolgimento. Ma non credo che Hamas ne abbia previsto la portata. Nei giorni successivi all’incursione in territorio israeliano, era ancora possibile credere che facesse parte di un disegno condiviso con l’Iran, ad esempio. Ciò che è seguito ha dimostrato che non era così. Questa azione di commando è stata decisa autonomamente da Yahya Sinwar, leader di Hamas nella Striscia di Gaza. Chiamandolo raid, voglio sottolineare la sua natura simbolica, la sola che può giustificarlo. Come l’11 settembre, il 7 ottobre è stata una dimostrazione eclatante che il nemico ha una falla nella sua armatura. Inoltre, non dobbiamo trascurare come la scelta della data e del tipo di azione possa essere letta dai palestinesi. I jihadisti sono numerologi. Sabato 7 ottobre 2023, Israele ha celebrato il Sim’hat Torah. Il giorno precedente ricorreva il cinquantesimo anniversario dell’inizio della guerra dello Yom Kippur. Soprattutto la crudeltà degli atti perpetrati in questa occasione ricorda le incursioni delle tribù che vivevano nella Penisola Arabica che, uccidendo e stuprando, attaccavano le tribù avversarie e se ne andavano, portando con sé i loro figli. L’attacco del 7 ottobre è stato chiamato in arabo dai suoi iniziatori “Diluvio di al-Aqsa”, invocando quello inviato da Allah per annegare tutti i miscredenti. Il riferimento al diluvio sottolinea la natura virtuosa del massacro. Nel 628, Maometto stesso guidò un’incursione contro gli ebrei che vivevano nell’oasi di Khaibar, durante la quale gli uomini furono torturati e messi a ferro e fuoco, le donne catturate e mandate negli harem dei vincitori e i bambini ridotti in schiavitù.

Come è possibile che un’operazione del genere abbia successo?

Il Primo Ministro israeliano Netanyahu è ostaggio di una minoranza che occupa solo 14 dei 120 seggi della Knesset, ma che ha la capacità di dettare la sua agenda. Al centro di questa agenda c’è l’accelerazione degli insediamenti in Cisgiordania. Ciò si è tradotto in una strategia che ha rafforzato Hamas per indebolire l’Autorità Palestinese. Nel farlo, Netanyahu ha ampiamente sottovalutato Sinwar, che lui stesso aveva rilasciato nel 2011 nell’ambito dello scambio di 1.027 prigionieri palestinesi per il caporale Gilad Shalit. Fino alla Primavera araba, Hamas era vicino alla linea dei Fratelli Musulmani e seguiva una strategia che si potrebbe definire manageriale: vituperava Israele, ma aveva stabilito un modus vivendi che sembrava adattarsi alla situazione. Questo ha fatto il gioco di Israele. Dopo il 2011, Hamas si è radicalizzato e si è allontanato dalla Fratellanza, avvicinandosi all’Iran, grazie all’unico viaggio all’estero di Sinwar.  Netanyahu continua a credere che “un cane che abbaia non morde” e si assicura che ogni settimana 40 milioni di dollari in contanti provenienti dal Qatar passino per l’aeroporto Ben Gurion diretti a Gaza. Una parte di questo denaro sarà utilizzata per costruire i tunnel di cui tutti sono a conoscenza. La cecità del governo israeliano è stata assolutamente notevole. Nell’ottobre 2023, Sinwar ha preso il sopravvento sui suoi mandanti iraniani e ha messo a segno un enorme colpo simbolico, che non è necessariamente nell’interesse dell’Iran, e forse nemmeno dei palestinesi, almeno nel breve periodo. Possiamo supporre che i servizi segreti israeliani avessero un’idea di ciò che sarebbe accaduto, ma Netanyahu non li ha ascoltati.

Dato che il raid di Hamas è stato condotto in modo ampiamente autonomo e che la risposta di Israele non era stata pianificata, non è sorprendente che queste azioni facciano parte di un confronto Nord-Sud?

Il raid del 7 ottobre ha minato una delle basi su cui è stato creato lo Stato di Israele. Ha messo in discussione il “mai più” che si riferisce agli stermini subiti dagli ebrei nel corso dei secoli. Tuttavia, la creazione dello Stato ebraico e lo spostamento della popolazione palestinese sono una delle conseguenze dell’organizzazione del mondo voluta dai vincitori della Seconda guerra mondiale. La guerra contro l’Occidente è condotta dai Paesi del cosiddetto Sud globale sul fronte dei valori morali. Si tratta essenzialmente dei Paesi BRICS+: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran. Secondo loro, la Shoah non è stata la cosa peggiore mai accaduta: la colonizzazione è stata molto peggio. Inoltre, la Shoah sarebbe una “cosa da bianchi”, accaduta molto tempo fa e che alcuni dubitano sia accaduta affatto. Questo è il tipo di posizione sostenuta dai leader di questi Paesi, che ora chiedono ai colonizzatori di pagare per le loro malefatte. Non metto in dubbio la gravità dell’Apartheid o la posizione morale di un Mandela, ma metto in dubbio la validità di tali richieste avanzate in nome di popolazioni che, per la maggior parte, vivono sotto regimi autoritari e molte delle quali hanno una sola aspirazione, quella di emigrare nel tanto vituperato Nord, che sembra ancora offrire qualche speranza. Per questo motivo sottolineo l’inutilità della divisione tra il Sud globale e il Nord occidentale. In nome della moralità, la questione della democrazia viene oscurata, facendo il gioco di personaggi come Netanyahu e Trump. Nel mio libro invito l’Europa a mettere in risalto i suoi valori democratici e la sua capacità di integrazione, ma sono deluso nel vedere che l’ideologia e il clientelismo stanno prendendo sempre più spazio, sostituendo la ricerca della conoscenza.

Articolo pubblicato in francese dal sito Bon pour la tête e qui proposto in versione italiana a cura della redazione
Nell’immagine: Gilles Kepel

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I Pulitzer del 2024 premiano l’impegno nel coprire la guerra di Gaza

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

Il buon giornalismo vince sempre: è il messaggio rinnovato anche quest’anno dal Premio Pulitzer, il prestigioso riconoscimento assegnato ieri sera da Columbia University che lo gestisce fin dal 1917: in onore di quel Joseph Pulitzer che ne ideò la scuola di giornalismo e prima di morire lasciò un fondo di due milioni di dollari all’università appunto per istituire il premio in sua memoria. Ad accaparrarsi i riconoscimenti più prestigiosi sono stati Washington Post, New York Times, Reuters e ancora una volta la no-profit dell’informazione ProPublica. Ma come di consueto, fra i premiati ci sono anche testate minori: quest’anno è toccato a Lookout Santa Cruz per la copertura delle inondazioni in California. E i podcast sulla sparizione di una serie di ragazzine afroamericane a Chicago “che rivela come il razzismo sistemico e l’incuria del dipartimento di polizia abbiano contribuito alla crisi” come si legge nella motivazione ai podcast di Sarah Conway diCity Bureau e Trina Reynolds-Tyler dell’Invisible Institute.

Col campus nell’Upper West Side ancora chiuso dopo le proteste studentesche, la serata è stato dunque trasferita nella sede dell’Associated Press: e prima di annunciare i vincitori è stato rinnovato l’appello alla Russia affinché liberi il giornalista del Wall Street Journal Evan Gershkovich, detenuto da oltre un anno. A essere premiati con 15 mila dollari i pezzi che sono stati riconosciuti come il meglio del giornalismo del 2023 in 15 categorie. Oltre alle tradizionali otto categorie “artistiche” negli ambiti di libri, musica e teatro, con una novità: dall’anno prossimo l’ammissibilità ai premi letterari e artistici i premi andranno anche ai residenti e a “coloro che hanno fatto degli Stati Uniti la loro casa principale da molto tempo”. Al solo vincitore della sezione “Servizio Pubblico” è andata come di consueto una medaglia d’oro.

È stato l’impegno nel coprire la guerra di Gaza ad attirare particolarmente l’attenzione dei giudici: ai reporter del New York Times è infatti andato il premio per il miglior giornalismo internazionale con l’inchiesta sui fallimenti dell’intelligence israeliana rispetto all’attacco di Hamas dello scorso ottobre. Mentre ai fotografi della Reuters (a uno dei quali era anche già andato il World Press Photo 2024) è andato quello per le immagini Breaking News: «Foto crude e urgenti che documentano l’attacco mortale del 7 ottobre in Israele da parte di Hamas e le prime settimane del devastante assalto israeliano a Gaza». Quelle stesse foto che avevano provocato da parte d’Israele l’accusa di essere “embedded coi terroristi”.

Una citazione speciale è poi andata ai “coraggiosi reporter e operatori di media” attivi nella Striscia occupata da Israele. “In circostanze orribili un numero straordinario di giornalisti sono morti nello sforzo di raccontare storie di palestinesi e di altri a Gaza, in una guerra che ha reclamato anche le vite di poeti e scrittori”.

Al quotidiano della Grande Mela sono andati anche altri due premi: quello del reporting investigativo, toccato ad Hannah Dreier per una serie di storie dedicate al lavoro minorile e ai fallimenti aziendali e governativi che lo perpetuano. E quello per i “feature writing”, a Katie Engelhart per il suo racconto – pubblicato sul Magazine del giornale – sulla madre affetta da demenza: «Ritratto imparziale delle difficoltà legali ed emotive di una famiglia durante la demenza progressiva di una matriarca che sonda con sensibilità il mistero del sé essenziale di una persona».

Tre premi sono andati anche all’altra grande testata americana, il Washington Post: miglior giornalismo nazionale per l’inchiesta sull’impatto politico e culturale del fucile d’assalto AR-15, il più usato nelle stragi d’America: «Ha costretto i lettori a fare i conti con gli orrori provocati dall’arma spesso utilizzata per le sparatorie di massa in America» hanno scritto i giudici nella nota che accompagnava il riconoscimento. Nella stessa categoira è stata eccezionalmente premiata anche ad un’altra testata, la Reuters, per le sue inchieste su Elon Musk «una serie illuminante di storie incentrate sulle attività automobilistiche e aerospaziali di Musk, notevoli per ampiezza e profondità che hanno provocato indagini ufficiali sulle pratiche delle sue aziende in Europa e negli Stati Uniti». I migliori editoriali sono invece quelli del columnist del WP Vladimir Kara-Murza, dall’aprile 2022 in carcere in Russia, condannato a 25 anni per alto tradimento, che scrive dalla sua cella. Infine quello per gli editoriali a David E. Hoffman «sulle tattiche utilizzate dai regimi autoritari per reprimere il dissenso nell’era digitale e sul come possono essere combattute».

L’importante riconoscimento al “Servizio pubblico” è andato invece a ProPublica: no-profit nata nel 2007 col che mette online gratuitamente le sue raffinate inchiesta e che di Pulitzer ne ha già vinti sette. Il team composto da Joshua Kaplan, Justin Elliott, Brett Murphy, Alex Mierjeski e Kirsten Berg «ha squarciato lo spesso muro di segretezza che circonda la Corte Suprema per rivelare come un piccolo gruppo di miliardari politicamente influenti ha corteggiato i giudici con doni sontuosi e viaggi, spingendo la Corte ad adottare il suo primo codice morale di condotta».

La rivista New Yorker ha ottenuto due Pulitzer: a Sarah Stillmanper il suo «rapporto sulla dipendenza del sistema legale dalle accuse di omicidio criminale che sta devastando le comunità afroamericane». E a Medar de la Cruz, un collaboratore di origini domenicane, il premio per il reportage illustrato: per la sua storia disegnata che umanizza i detenuti dell’infame prigione di Rikers Island a New York City.

Il romanzo Night Watch di Jayne Anne Phillips, una saga madre-figlia ambientata in un manicomio del West Virginia dopo la guerra civile, ha vinto il Premio per la narrativa.  A Day in the Life of Abed Salama: Anatomy of a Jerusalem Tragedy di Nathan Thrall ha vinto il premio alla saggistica: «Un resoconto intimo e finemente documentato della vita sotto l’occupazione israeliana della Cisgiordania, raccontato attraverso il ritratto di un padre palestinese il cui figlio di 5 anni muore in un violento incidente con lo scuolabus perché le squadre di soccorso israeliane e palestinesi non arrivano in tempo a causa delle troppe norme di sicurezza». La messicana Cristina Rivera Garza si è aggiudicata la sezione memoir col libro dedicato alla memoria della sorella morta per femminicidio che in Italia è tradotto col titolo L’invincibile estate di Liliana. La miglior biografia è quella di Martin Luther King scritta da Jonathan Eig e intitolata King: a Life. Il vincitore della sezione Poesia è Tripas: Poems, di Brandon Som dove affronta la questione della doppia eredità, cinese e messicana, dell’autore. Infine il concerto per sassofono “Adagio (For Wadada Leo Smith)” di Tyshawn Sorey si è aggiudicato la sezione musica.


Abbiamo visto “Supernova”, il documentario sulla strage di Hamas del 7 ottobre

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Di Adriana Marmiroli, La Stampa

È la prima volta che viene proiettato in Italia il documentario Supernova. Il massacro del festival [qui il trailer], circa 60 minuti di immagini scioccanti estratte dai telefonini dei partecipanti alla grande festa nel deserto che il 7 ottobre si trovò in prima linea quando Hamas sfondò il confine di Israele. Ed è la prima volta che la cronaca di quel giorno è così minuziosamente ricostruita. Contrappuntati con i video dei cellulari, gli estratti delle telecamere GoPro di cui i terroristi si erano dotati e con le testimonianze dei sopravvissuti, l’orrore ancora negli occhi, nelle voci e nelle facce. Un giorno che era iniziato di festa ed è finito nel sangue. Che forse per molti non finirà mai. Un giorno di quelli che segnano un confine, un prima e un dopo.

Chi ha visto Supernova – molto esponenti della comunità ebraica milanese, ma non solo, accorsi all’appello di Andrée Ruth Shammah – esce in silenzio dal Teatro Franco Parenti di Milano: malgrado siano state accuratamente evitate le immagini di sangue e violenza più estreme, ciò che si vede agghiaccia. Fuori dal teatro, qualche poliziotto in funzione preventiva, ma malgrado le tensioni di questi giorni, non c’è stata nessuna contestazione, nessuna protesta.

I registi Duki Dror e Yossi Bloch, nell’immediato della tragedia, hanno raccolto e selezionato una gran quantità di materiale video con cui hanno ricostruito le fasi di un massacro che fu sottaciuto e non sottovalutato nei primissimi giorni. I cellulari di cui tutti sono muniti e da cui nessuno si separa documentano la strage come mai sarebbe stato possibile in passato.

E sono immagini strazianti, anche quelle che ancora raccontano la festa gioiosa, il pacifico rave nel deserto, con cui si apre il film: 3500 giovanissimi, dopo avere danzato tutta la notte, stanno aspettando il momento magico dell’alba. E straziano ancora di più perché noi ora sappiamo cosa avverrà dopo. Nessuno sospetta niente, solo una voce esprime il dubbio per essere così vicini a Gaza. «È il confine più protetto del mondo» è la risposta. È quasi come in un brutto film horror, con le vittime che si consegnano al mostro inconsapevolmente e inesorabilmente. E tu vorresti gridare «scappa!».

Poi esplosioni in lontananza: razzi solcano il cielo. C’è chi pensa alla stranezza di fuochi d’artificio in piena luce, e chi per istinto si protegge sotto un tavolo. Gli organizzatori lanciano l’allarme: si deve evacuare. Ma la gente non capisce, si aggira spaesata, traccheggia, è incerta. Quando il pericolo si palesa – e sono uomini armati che sparano – è troppo tardi. Le auto imbottigliate su una stradina diventano trappole dove si viene uccisi a sangue freddo e a bruciapelo. Inizia la grande fuga scomposta e disperata. Seguiamo il racconto di alcuni ragazzi in fuga: due fidanzati sopravvissuti (viene da dire) guardandosi negli occhi e che ancora continuano a stringersi tra loro disperatamente, una coppia di amiche, una giovane donna che il ragazzo invece l’ha perso durante la fuga.

C’è lo strazio del padre di due rapiti (lei poi verrà liberata a novembre) che dei figli ha solo le voci, le telefonate in cui gli raccontano passo passo quanto sta loro capitando. Il poliziotto che si avventura oltre i posti di blocco, verso il luogo del festival e per primo si affaccia sul terreno del rave scoprendo cadaveri ovunque. Chi si è salvato nascosto nell’urina e nelle feci dei bagni mobili e chi seppellendosi sotto i cadaveri dei morti. La corsa disperata di tanti nel deserto, verso dove nessuno sa, visto che ogni figura che si staglia potrebbe essere (e spesso è) quella di un assassino. «Siamo in guerra», dice una ragazza: e il tono è stupefatto. Il contorno del massacro non era chiaro in quei momenti. Quando arriverà, il bilancio sarà di oltre 350 uccisi al Festival, ma più di 1200 nei kibbutz. «Pensavamo di essere l’obiettivo. Solo dopo abbiamo saputo che eravamo la ciliegina sulla torta», la mesta conclusione per voce di uno dei sopravvissuti.

Nell’immagine: dopo il massacro


Covid, AstraZeneca ritira il suo vaccino dopo le ammissioni sugli effetti collaterali

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Dopo aver recentemente ammesso in tribunale la rara possibilità di pericolosi effetti collaterali, talvolta anche letali, Astrazeneca ha ritirato dal mercato il suo vaccino anti Covid. La decisione è ufficiale e le fiale di Vaxzevria, come era conosciuto nel mondo scientifico, non saranno più disponibili. In Unione Europea ciò è già diventato realtà il 7 maggio, ma presto capiterà lo stesso anche nel Regno Unito, dove le pratiche burocratiche sono prossime ad essere completate. Negli Stati Uniti, invece, Vaxzevria non era stato mai approvato dalle autorità mediche e farmaceutiche.

L’ex primo ministro britannico Boris Johnson aveva definito il vaccino di Astrazeneca come “un trionfo della scienza britannica”. Leader come Mario Draghi avevano difeso il suo utilizzo dopo i primi dubbi, facendoselo somministrare nei primi durissimi e tragici mesi di pandemia. Una delle luminarie che aveva supervisionato la sua preparazione e produzione, Sarah Gilbert, era stata accolta da applausi scroscianti al torneo di tennis di Wimbledon. Ora, il Vaxzevria non verrà più distribuito. In alcuni rarissimi casi il vaccino avrebbe causato fenomeni di coaguli di sangue, una diminuzione delle piastrine e patologie gravi come le trombosi con sindrome trombocitopenica. Lo ha ammesso lo stesso gigante farmaceutico svedese-britannico durante un’udienza all’Alta Corte di Londra in queste settimane.

In oramai oltre tre anni di utilizzo e tre miliardi di dosi somministrate nel mondo, al vaccino di Astrazeneca sono stati imputati 81 decessi nel Regno Unito per sospetta trombosi con sindrome trombocitopenica e gravi effetti collaterali in centinaia di altri casi. Numericamente, una porzione minuscola rispetto alle tante inoculazioni nel globo e alle milioni di vite salvate, in un momento in cui il Covid aveva una mortalità relativamente alta, soprattutto nelle persone più anziane o fragili. Tuttavia, almeno cinquanta famiglie hanno fatto causa alla multinazionale negli ultimi anni, perché le imputano la morte dei propri cari. I processi sono ancora in corso in tutto il Regno Unito.

Tuttavia, Astrazeneca non giustifica il ritiro del suo vaccino per tali effetti collaterali ma perché il Vaxzevria si era basato soprattutto sulla prima variante del virus, quella cosiddetta di “Wuhan”. Le tempistiche delle cause giudiziarie, per l’azienda, sono una coincidenza. In un comunicato, Astrazeneca scrive: “Siamo incredibilmente orgogliosi del ruolo che Vaxzevria ha giocato nel mettere fine alla pandemia globale da Coronarivus. Secondo stime indipendenti, oltre 6,5 milioni di vite sono state salvate solo nel primo anno di utilizzo, mentre oltre tre miliardi di dosi sono state somministrate globalmente. I nostri sforzi sono stati riconosciuti dai governi di tutto il mondo”.

“Tuttavia”, continua l’azienda, “nel frattempo sono stati sviluppati altri vaccini contro le nuove varianti e dunque c’è un surplus di prodotti. Ciò ha provocato un declino della richiesta per Vaxzevria, che in questo momento non è più prodotto o distribuito. Dunque, Astrazeneca ha deciso di ritirarlo, a iniziare dal mercato europeo. Dunque, con partner e legislatori, ci muoveremo nei prossimi mesi per concludere questo nostro capitolo e importante contributo nella pandemia da Covid-19”.


Sì al nuovo stabile per la giustizia ticinese

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Da molti, troppi anni la giustizia sta cercando una soluzione logistica a Lugano, allo scopo di risolvere gli innumerevoli problemi che sono rimasti irrisolti da lustri. A mio parere l’occasione di acquistare ed adattare un immobile situato nel centro della città è di quelle che si presentano raramente e che non bisogna lasciarsi scappare. Il 9 giugno i ticinesi dovranno votare sul credito per questo acquisto e per sapere come posizionarsi le domande alle quali rispondere non sono molte.

Primo quesito. La giustizia è o non è importante e merita o non merita un investimento logistico di una certa rilevanza? La mia risposta, e spero anche quella dei ticinesi è sì, la giustizia è importante, come lo è la scuola, il servizio ospedaliero, l’infrastruttura per il trasporto pubblico e privato eccetera, e merita di lavorare in sedi dignitose. Il nuovo stabile migliora di molto le cose in questo senso.

Secondo quesito. Ci sono altre soluzioni concrete alternative all’acquisto dello stabile EFG? La risposta è no, al di là di tanti “bisognerebbe…”, “l’ideale sarebbe…” altre soluzioni concrete non ve ne sono e non ve ne saranno a breve e a medio termine.

Terzo quesito. Il prezzo è esagerato? È una domanda lecita, ma non particolarmente pertinente, perché anche se si riuscisse a risparmiare qualche milione, considerato che parliamo di un immobile che servirà almeno per i prossimi 50 anni e che ogni quadriennio il Cantone investe circa un miliardo in infrastrutture varie, la differenza di prezzo non avrebbe un influsso sostanziale. Potessimo risparmiare anche 10 milioni sul prezzo di acquisto, sui 12’500 milioni di investimenti da oggi al 2075 risparmieremmo il 0.08%, poca cosa se confrontata con l’importanza di trovare finalmente una soluzione ai bisogni della giustizia. Anche i costi di gestione sarebbero comunque in linea con quelli che sarebbero a carico dello Stato con qualsiasi altra soluzione, che peraltro oggi non c’è.

L’ultima domanda da porsi riguarda l’opportunità della concentrazione nel nuovo stabile di più istanze giudiziarie: è ammissibile radunare diverse istanze del terzo potere sotto un unico tetto? Il quesito è senza dubbio legittimo, ma siccome veniamo da anni e anni in cui questo aspetto non è mai stato un problema, visto che, per esempio, proprio a Lugano il Tribunale penale cantonale, istanza giudicante, ha sempre convissuto nell’attuale Palazzo di giustizia con il Ministero pubblico, istanza inquirente, possiamo tranquillamente continuare a contare sulla qualità e sull’indipendenza dei giudici come fattore che relativizza di molto questa questione. Se proprio si volessero fare dei passi avanti nella separazione delle varie istanze, non dimentichiamo comunque che a Lugano, accanto al nuovo stabile, rimarrà disponibile anche l’attuale Palazzo di giustizia.

Per concludere: la giustizia merita certamente un investimento logistico come quello prospettato, alternative vere non ce ne sono, il prezzo dello stabile ha un ruolo relativo e la concentrazione delle varie istanze giudiziarie in un solo luogo non è mai stato un problema. Per questo auspico che il 9 giugno il popolo dica SI, evitando al potere giudiziario di restare in ballo ancora per anni e anni delle non soluzioni e del gran bla bla bla che normalmente fa loro da corollario.

Nell’immagine: lo stabile EFG


Una protesta e una risposta

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

La lettera di Adrian Weiss

I giornali e la televisione, pur svolgendo un ruolo cruciale nell’informare il pubblico, possono essere fonte di diffusione di antisemitismo, se non gestiti con responsabilità o inconsciamente influenzati dall’ideologia dell’editore o del redattore. Ci sono almeno tre modi per misurare l’inquinamento di un sistema d’informazione: il primo è l’uso di due pesi e due misure nel valutare gli eventi internazionali; Il secondo è il tipo di narrazione dominante; il terzo è il modus operandi di certi circoli politici per imporre la narrazione. Alcuni giornali e servizi televisivi possono pubblicare articoli/editoriali da cui trapelano stereotipi negativi su Israele che possono rafforzare pregiudizi e alimentare l’odio antisemita.

Ho letto l’articolo ambiguo sull’antisemitismo firmato da Aldo Sofia pubblicato martedì 30 Aprile . È grottesco vedere giornalisti che, dopo aver per mesi demonizzato Israele, ora lanciano con faccia preoccupata un servizio sulla rinascita dell’antisemitismo: la causa principale del conflitto israelo-palestinese risiede nel costante rifiuto palestinese di accettare lo Stato d’Israele, ossia di coesistere con Israele. L’antisemitismo è stato utilizzato per distrarre l’attenzione da questa verità fondamentale, nonché mascherare i fallimenti di una leadership palestinese corrotta che ha fatto poco per portare avanti la causa palestinese o migliorare la vita della sua gente. Usare gli ebrei come capro espiatorio per il conflitto in corso è un mezzo per deviare la frustrazione e la delusione dalle responsabilità palestinesi. L’antisemitismo non solo non è costruttivo, ma non riesce nemmeno ad affrontare i problemi dei palestinesi, serve solo a minare le prospettive di pace, statualità e autodeterminazione che loro desiderano. La frode dell’antisemitismo per realizzare obiettivi politici usata da una certa sfera politica ha conseguenze disastrose e non fa altro che perpetuare cicli di sofferenza per gli ebrei ovviamente, ma anche per i palestinesi in questo caso. Sebbene fornisca benefici temporanei a coloro che lo impiegano, la storia ha dimostrato che porta sempre a risultati distruttivi.

L’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) di cui fa parte anche la Svizzera ha rilasciato un documento che definisce le espressioni / azioni che possono essere considerate antisemitismo e cito dal documento “Applicare doppi standard richiedendo [a Israele] un comportamento non previsto o richiesto da qualsiasi altra nazione è definito antisemitismo”. Coloro che hanno atteggiamenti antisemiti spesso mascherano il loro antisemitismo asserendo che “criticano il governo israeliano”; accusando scandalosamente Israele di una serie di crimini tra cui genocidio, pulizia etnica, apartheid, o equiparando la politica dello stato d’Israele a quella nazista e, in alcuni casi, sostenendo addirittura che lo Stato stesso sia illegittimo. Tutto questo è considerato antisemitismo“. Personalmente mi chiedo quanto spazio giornalistico, editoriali e servizi televisivi siano stati dedicati al conflitto in Sudan con più di due milioni di morti, o alla guerra in Siria dove più di 600.000 arabi sono stati trucidati da Assad, o al conflitto in Ucraina con più di mezzo milione di morti, o a più di un milione di musulmani mandati in rieducazione in Cina-e non sappiamo quanti sono ancora in vita- e, ancora, 400.000 uccisi in Iraq e Afghanistan e posso continuare a lungo. Questo è un doppio standard che si può considerare esattamente come definito dall’ IHRA e che ha risvegliato l’antisemitismo/antisionismo dormiente, per cui ognuno coinvolto dovrebbe fare autocritica.


La risposta di Aldo Sofia

Il presidente dell’Associazione Svizzera-Israele, passando in rassegna alcuni punti del “manuale del perfetto difensore” dello Stato ebraico, definisce “ambiguo” il mio recente commento sul problema dell’antisemitismo (o, meglio, anti-ebraismo), inaccettabile sempre e comunque. Indirettamente e genericamente, mi situa fra i giornalisti che per mesi avrebbero demonizzato Israele. Il dottor Adrian Weiss legge poco o male. Sul barbarico attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre scorso ho scritto inequivocabili parole di condanna. E nel citato mio commento ho ribadito fatti gravi attribuibili all’attuale governo di Israele, per ribadire che essi non possono in alcun caso giustificare parole o atti antisemiti. In sostanza, il presidente Weiss ritiene addirittura che anche la denuncia delle scelte politiche del premier Netanyahu sottintenda propositi antisemiti, e questo in base al cosiddetto “doppio standard” (altro mantra della difesa “a prescindere” dei governi israeliani), mentre è per esempio dimostrabile che sui massacri commessi in Siria o in Ucraina ho scritto denunce a non finire. Così come ho più volte insistito sul fallimento della leadership palestinese, e sulla sua corruzione. Comunque conosco bene, per esserne bersaglio permanente, l’automatico ricorso all’accusa di antisemitismo per le mie prese di posizione sulle scelte politiche dei dirigenti dello Stato ebraico (o “Stato degli Ebrei”, come definito dalla legge varata un paio di anni fa, nonostante quasi il 20 per cento della sua popolazione sia araba), e altrettanto bene lo conoscono coloro che oggi denunciano con forza il governo israeliano per la punizione collettiva imposta alla popolazione palestinese della Striscia, che ha indotto il Tribunale penale internazionale a paventare il pericolo di un genocidio. Al dott. Weiss ricordo anche che in prima fila a denunciare la situazione di “apartheid” imposta da anni ai palestinesi di Cisgiordania non ci sono unicamente organizzazioni umanitarie internazionali (per esempio Amnesty) ma anche B’Tselem, una delle principali organizzazioni pacifiste israeliane. Comunque sul sistematico e deprecabile uso dell’accusa di antisemitismo a chi critica Israele consiglio al presidente dell’Associazione Svizzera-Israele la lettura di “Industria dell’Olocausto” di Norman Fienkelstein e “Sconfiggere Hitler” di Avraham Burg, ex presidente del parlamento israeliano. E pensi, il dottor Weiss, che l’uso unicamente strumentale dell’accusa di antisemitismo può essere offensivo anche per le vittime della Shoah.

Nell’immagine: l’attuale governo di Israele


Pericolosa prova di debolezza

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Ai tempi della Guerra Fredda, le regole della deterrenza erano geometriche, cementate da una certezza: né gli americani, né i sovietici potevano usare per primi l’arma atomica, perché sarebbe stato l’inizio dell’Apocalisse. Nei confronti le due potenze erano obbligate ad alzare la posta e mostrare determinazione, senza però mai osare l’azzardo, perché sapevano di muoversi sull’orlo del baratro. C’era la “Mutua Distruzione Assicurata”, sintetizzata in inglese con l’eloquente acronimo Mad: una «non pace», come la definì George Orwell, perché scandita dall’incombente conto alla rovescia per il lancio degli ordigni nucleari.

Ora è cambiato tutto e lo dimostra anche il fatto che la sfida attuale non è più tra Urss e Usa, bensì tra la Russia e due paesi europei. E il fatto che il Cremlino risponda alle dichiarazioni francesi e britanniche sull’ipotesi di mandare soldati in Ucraina esibendo per la prima volta il suo arsenale nucleare tattico in un’esercitazione, conferma come ogni schema sia saltato. L’escalation verbale degli ultimi mesi si prepara a superare un’altra linea rossa, perché se verrà dato seguito all’annuncio di ieri i soldati russi preleveranno le testate dai depositi bunker e le caricheranno su aerei, sottomarini, navi e missili semoventi: un gesto che va molto oltre le periodiche sparate dell’ex presidente Medvedev.

Stando al censimento realizzato due mesi fa dal Bulletin of Atomic Scientists, Mosca ha conservato 1.558 di questi ordigni — con potenza inferiore a duecento chilotoni ma comunque più devastanti di quello di Hiroshima — e da oltre vent’anni ha investito enormi risorse per modernizzarli, mentre la Nato li ha ritenuti residuati del passato. I russi le chiamano “forze nucleari non strategiche” perché non destinate per carica distruttiva e raggio d’azione a colpire gli Stati Uniti, ma in realtà sono diventate la vera arma strategica dell’era di Putin: l’unico strumento che può fare scudo alla supremazia tecnologica dell’Alleanza Atlantica. Non a caso, la decisione di puntare su questo tipo di sistemi bellici venne presa nel 1999 all’indomani della campagna aerea che obbligò la Serbia a ritirarsi dal Kosovo e rese plateale l’irrilevanza geopolitica della Russia di Eltsin.

La vera domanda è perché Putin ha scelto di reagire in maniera così dura e sproporzionata alle dichiarazioni di Macron e Cameron. Chi cerca di leggere queste mosse secondo i canoni del passato rischia di commettere uno sbaglio. Nella crisi di Cuba il presidente Kennedy aveva spinto il braccio di ferro al massimo livello, mandando l’Us Navy a sbarrare la rotta alle navi di Mosca, e così ha spinto Krusciov. Oggi però non è detto che la pratica di giocare duro per ottenere un negoziato, quella che gli analisti chiamano escalate to descalate, possa dare risultati. Anzitutto, gli antagonisti della Russia sono molti e perseguono interessi diversi: l’Ucraina ha già detto di non temere l’esplosione di armi nucleari tattiche — lo ha messo nero su bianco l’ex comandante in capo Zaluzhny nel settembre 2022 — considerandolo un problema soprattutto dell’Europa. E gli Usa oggi sono un protagonista riluttante, alle prese con i contrasti elettorali che hanno paralizzato per mesi gli aiuti alla resistenza. Persino i Paesi della Ue hanno orientamenti molto diversi, su cui si spicca l’interventismo polacco a cui si sono aggiunti i francesi. I colloqui per sincronizzare le posizioni sono appena stati avviati e avranno due momenti chiave a giugno nel vertice del G7 in Puglia e a luglio in quello della Nato a Washington.

È molto probabile che Mosca impugni la minaccia nucleare proprio per condizionare il cammino verso questi due appuntamenti e impedire preventivamente che l’avanzata delle sue truppe possa determinare l’ingresso in campo di truppe di nazioni europee. Si tratta di una mossa che tradisce una debolezza quasi paradossale. Attualmente infatti l’esercito russo nel Donbass sta scatenando un volume di fuoco superiore a quello del marzo 2022, mostrandosi superiore non solo per quantità di uomini e mezzi, ma anche per qualità degli strumenti e delle tattiche. Gli analisti ritengono però che questo vantaggio stia per raggiungere il culmine: entro uno-due mesi le forniture americane permetteranno agli ucraini di superare il divario, con l’ingresso in azione pure dei primi caccia F-16. Putin ha a disposizione questa finestra temporale per ottenere un successo netto sul terreno o obbligare Kiev a negoziare.

Lo show delle testate nucleari tattiche mira a spaventare l’opinione pubblica europea nella fase di campagna elettorale, tentando di incidere su quei governi che hanno promesso di incrementare il sostegno bellico all’Ucraina. Ma è molto pericoloso, perché brucia la gradualità della deterrenza: se l’esercitazione non intimidirà i Paesi della Nato, spingendoli a rallentare la consegna delle armi, cosa altro potrà fare Putin?

Un lungo rapporto realizzato a fine gennaio dall’Iiss, International Institute for Strategic Studies, sostiene che “la percezione di Mosca della mancanza di una credibile volontà occidentale di utilizzare l’atomica o di sostenere perdite enormi in un conflitto irrobustisce il pensiero aggressivo sull’uso di queste armi. È altamente possibile che Putin le consideri come uno degli strumenti flessibili che può utilizzare per raggiungere diversi obiettivi”. Quali? Tra gli scenari ipotizzati, due coincidono con la situazione ucraina: “Dissuadere potenze esterne dall’intervenire in un conflitto che la Russia ritenga fondamentale per i suoi interessi. Obbligare i nemici ad accettare la fine delle ostilità alle condizioni dettate”. Non si tratta di valutazioni accademiche: l’analisi è stata commissionata dal Comando delle forze statunitensi in Europa, quello a cui toccherà decidere come reagire alle iniziative di Mosca.


Putin, patto olimpico Xi-Macron

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

La visita del presidente cinese Xi Jinping in Europa, la prima dal 2019, può apparire contraddittoria. A ben vedere, non lo è. 

Partiamo dalle contraddizioni. Da un lato, Xi visterà Ungheria e Serbia, e dall’altro si è recato ieri in Francia, dove ha incontrato all’Eliseo il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. In un caso, il capo della Repubblica popolare sembra voler giocare ad un cinico divide et impera, enfatizzando il ruolo dei leader euroscettici e simpatizzanti con Mosca, come lo sono certamente il primo ministro ungherese Viktor Orbán, e in una certa misura anche il presidente serbo Alexander Vučić, il cui Paese è comunque candidato ad entrare nell’Unione europea. Nel secondo caso, Xi ha puntato su uno dei leader più eurofili dell’Ue, che, avendo abbandonato ogni illusione di un negoziato con Vladimir Putin, dimostra anche maggiore chiarezza strategica sulla guerra in Ucraina e le relazioni Europa-Russia.

Nel caso di Belgrado e soprattutto Budapest, non sono previsti scossoni. Le relazioni commerciali tra Cina da una parte e Serbia e Ungheria dall’altra vanno a gonfie vele. In particolare, gli investimenti cinesi nei due Paesi sono in ascesa. Xi ha senza dubbio puntato su queste due tappe anche per sventolare la carota davanti agli occhi degli altri Paesi europei, ossia mettere in bella mostra i vantaggi economici derivanti dai buoni rapporti politici (leggi: di sudditanza) nei confronti di Pechino. Soprattutto l’Ungheria, infatti, da anni non lesina minacce di veto nel Consiglio Ue per scongiurare posizioni europee marcatamente critiche nei confronti di Pechino, ad esempio riguardo alle violazioni del diritto internazionale nel Mar cinese meridionale. Nel caso della Serbia, invece, non è certo casuale la coincidenza della data della visita di Xi con il venticinquesimo anniversario del bombardamento (accidentale) della Nato dell’ambasciata cinese a Belgrado durante la guerra in Kosovo.

Il sottinteso euroscettico e antioccidentale delle visite del presidente cinese a Budapest e Belgrado non è passato inosservato, e ha condito di tensione gli incontri di Parigi. Ma non è stato l’unico motivo. A dare maggiore concretezza ai problemi tra Francia e Commissione europea, da un lato, e Cina dall’altro sono proprio le relazioni economiche. Bruxelles rileva un deficit commerciale con la Cina di quasi 300 miliardi di euro nel 2023, attribuito alle restrizioni di accesso al mercato cinese per i prodotti europei (ad esempio per i dispositivi medici) e al “dumping” ad opera di Pechino, che esporta auto elettriche e pannelli fotovoltaici a basso costo. La Commissione, intenta a contrastare le politiche commerciali sleali cinesi e a sostanziare la strategia del “de-risking”, ha aperto un’indagine sulle auto elettriche e le tecnologie verdi cinesi in Europa. Di conseguenza, già questo mese potremmo vedere i primi dazi Ue sulle auto elettriche del gigante asiatico, che farebbero da apripista a tariffe permanenti entro novembre, che potrebbero arrivare fino al 30%.

Alimentando quella che potrebbe sfociare in una guerra commerciale Europa-Cina, Pechino minaccia di rispondere per le rime, ad esempio limitando le esportazioni di materiali e componenti necessari nella produzione di microchip, e infliggendo dazi sulle esportazioni europee in settori come i cosmetici ed il cognac, non a caso tra le principali importazioni dalla Francia.

In generale, l’Ue teme che la Cina miri ad imporre dazi soprattutto sul settore agroalimentare, che come reso evidente dalle proteste degli agricoltori contro le politiche climatiche Ue, rappresenta ancora una potentissima lobby capace di mettere in ginocchio le istituzioni europee. Ben inteso, Xi non è andato a Parigi sul piede di guerra. La Cina, la cui ripresa economica rimane assai fragile, punta molto sull’Europa. Ma per farlo, tenta un machiavellico equilibrismo tra la carota e il bastone.

E qui il nodo dell’apparente contraddizione della visita di Xi si scioglie. Se è vero che Macron e Orbán sono agli antipodi dello scenario politico europeo, è altrettanto vero che Xi vede nel francese il leader che, in virtù della chiarezza strategica che pochi suoi omologhi in Europa oggi hanno, è più incline a tracciare una via autonoma rispetto a Washington. Già nel suo primo discorso alla Sorbona, nel 2017, Macron aveva delineato i contorni di un’autonomia strategica europea, visione che ha sostanziato ulteriormente nel suo secondo discorso all’ateneo parigino, il 25 aprile scorso. È una visione che era stata temporaneamente accantonata, dopo l’elezione di Joe Biden nel 2020 negli Stati Uniti e l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, e il conseguente rafforzamento della Nato e delle relazioni transatlantiche. Oggi, invece, avvicinandosi lo spettro di una possibile rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, è stata rispolverata con maggior vigore rispetto a sette anni fa. È su questo desiderio di autonomia strategica europea che Xi vuole far leva, per seminare zizzania tra Europa e Stati Uniti.

Ma è una leva che si scontra con la reale causa di una possibile divergenza transatlantica. Se oggi si parla di nuovo di autonomia strategica europea, non è perché in Europa si voglia fare a meno degli Stati Uniti, ma perché potrebbe essere Washington, sotto guida Trump, a decidere di fare a meno di noi, abbandonando non solo l’Ucraina ma l’intera difesa del Continente. In questo scenario da incubo, ben chiaro a Macron, la responsabilità militare, e persino nucleare, della sicurezza del nostro continente, ricadrebbe interamente sugli europei. Oggi quella sicurezza è minacciata esistenzialmente dalla Russia, sostenuta com’è noto proprio dalla Cina. In sintesi, quanto più l’autonomia strategica diventerà per gli europei non una libera scelta ma una necessità esistenziale dettata dal disimpegno americano ed un Continente europeo in guerra, tanto più le relazioni Europa-Cina diventeranno tese alla luce della convergenza strategica tra Pechino e Mosca.


Il 29 maggio 2024 data storica per il Sudafrica?

Passando in rassegna gli aspetti giuridici della nota vicenda che coinvolgerebbe il direttore del Dipartimento giustizia e polizia, ‘innominato’ negli atti di indagine – Di Fabrizio Eggenschwiler 

Da Durban, Sudafrica

Passato recente e futuro a confronto per queste elezioni permeate da indifferenza, malcontento e speranza. Trent’ anni dopo la svolta democratica di Mandela, il Sudafrica è chiamato a prendere decisioni importanti e certamente non facili.  Fra la gente, in particolare fra i giovani, prevale molto scetticismo, dovuto anche alla mancanza di conoscenza civica.

I quattro principali protagonisti di queste elezioni sono: l’ANC di Mandela che, al potere da 30 anni, molto probabilmente perderà la maggioranza; la Democratic Alliance di John Steenhuisen, per molti sudafricani neri feudo dei bianchi; il nuovo partito MK dell’ex presidente Jacob Zuma, che torna alla carica  dopo essere stato cacciato dal Presidente in carica Cyril Ramaphosa per gravi reati di corruzione;  infine l’EFF di Julius Malema, populista scatenato al limite dell’indecenza. Poi tutta una serie di piccole formazioni, nessuna delle quali sarebbe in grado di fare la differenza.

Visto dalle nostre latitudini il quadro sembra complesso e disordinato, ma il Sudafrica è un paese fatto a suo modo: 11 lingue nazionali, un forte attaccamento alla cultura tradizionale, e in aggiunta la grande resilienza dei sudafricani. 

Parlando con amici e gente del luogo traspare una profonda delusione, e il timore che questa volta i problemi creati da 30 anni di potere dell’ANC sono tanti e tali che occorreranno interventi decisi e di fondo come la lotta  alla corruzione e al nepotismo nell’ANC, che quasi sempre premia l’incompetenza pur che resti in famiglia. Solo così il Sudafrica potrà finalmente ritrovare la fiducia, e beneficiare del grande potenziale dato dalle sue immense risorse naturali.

L’altra grande incognita di queste elezioni è vedere se le rivalità tribali provocheranno disordini e violenza, come purtroppo accade ancora troppo spesso. La regione più litigiosa, il Kwazulu Natal, è anche la più numerosa: ancora oggi regna un sovrano, Misuzulu KaZwelithini, proprietario di grandi distese agricole.

Ma la chiave di volta per i prossimi 5 anni è sapere con chi e a quali condizioni l’ANC negozierà una coalizione. Finora nessuno degli attori di questo girotondo elettorale scopre le proprie carte, quindi prevale il tatticismo. Anche la stampa sudafricana, che non regala nulla a nessuno, formula solo ipotesi, ma non azzarda pronostici.  

Fra la gente sono 3 le reazioni alla domanda: andrai a votare? No, perché non credo più nella politica; vado a votare ma non voto ANC perché non ha fatto niente per me; vado a votare ma non so ancora per chi, tanto sono tutti uguali.

Un piccolo incentivo però basta per stimolare l’interesse. Come ad esempio dire: «ricordate che i cattivi politici sono eletti da tutti coloro che non vanno a votare». Funziona!

Nell’immagine: Julius Malema. Populisti scatenati anche in Sudafrica