Fabio Pusterla – Solo la parola può contrapporsi alla peggiore realtà

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 


Triangolazioni continue per aggirare le sanzioni

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Molte delle aspettative dei governi occidentali sulla tenuta economica della Russia erano legate alle sanzioni, imposte a ritmo crescente (e disordinato) dal febbraio 2022. Anche recentemente gli Usa hanno sanzionato La “Pobeda Airlines” (la compagnia aerea low-cost russa), gli operatori e le navi del progetto “Arctic LNG-2”, oltre che aziende di Turchia e Cina che hanno aiutato Mosca ad aggirare le restrizioni alle importazioni. 

Ormai i pacchetti di restrizioni all’economia russa non si contano ma le conseguenze sul regime di Putin continuano ad essere, almeno per ora, limitati.

Alla fine del 2023, la dinamica dell’economia della Russia ha superato le aspettative della maggior parte degli analisti. Il PIL è cresciuto del 3,6%. Il Fondo Monetario Internazionale ha alzato le previsioni di crescita economica del paese per il 2024 di 1,6 punti percentuali, portandole al 2,6%. Prestazioni economiche che farebbero felici gran parte dei Paesi europei.  E queste performances del governo di Mosca hanno nuovamente e inevitabilmente provocato controversie sull’efficacia delle sanzioni occidentali.

Secondo Alexandra Prokopenko, ricercatrice presso il “Carnegie Berlin Centre for Russia and Eurasia Studies” l’economia russa “si è difesa dagli shock esterni, permettendo alle autorità di adattarsi alle nuove sfide; i principali pilastri della crescita economica russa sono l’elevata spesa (soprattutto bellica), e la disponibilità dei partner asiatici (soprattutto Cina e India) ad acquistare grandi volumi di risorse energetiche russe e a fornire componenti e tecnologie necessarie all’industria”.

In alcuni settori dell’industria leggera, come quello dei mobili, si è assistito a un aumento significativo della produzione nazionale, la quale spesso non eccelle per qualità ma è in grado di rispondere alle esigenze di una domanda interna crescente determinata dall’aumento dei salari. In altri settori, come quello automobilistico, la fuoriuscita dal mercato dei marchi tedeschi, francesi o sudcoreani ha favorito la crescita della vendita e della circolazione di macchine cinesi.  

L’impossibilità di usare il sistema Swift per le transazioni internazionali grandi e piccole ha provocato in Russia inizialmente una grande richiesta di valuta internazionale in contanti, richiesta che però si è placata nel tempo grazie all’utilizzo di vari trucchi per aggirare le sanzioni. Oggi i commercianti russi che vogliono acquistare in Occidente utilizzano perlopiù la pratica della triangolazione. Da gennaio a marzo 2023 le esportazioni di automobili e pezzi di ricambio dalla Germania al Kirghizistan, per esempio, sono aumentate del 429% su base annua. Il Paese centro-asiatico si è trasformato in un’importante piattaforma per quelle che in Russia vengono chiamate le “importazioni parallele”, che in realtà sono una deliberata violazione delle sanzioni occidentali.

“È chiaro che si tratta di un’attività volta ad aggirare la legge”, ha dichiarato Gabriel Felbermayr, direttore dell’Istituto austriaco per la ricerca economica (Wifo), 

I dati mostrano una crescita innaturale ed esplosiva del “Made in Germany” in alcuni Stati post-sovietici dell’Asia centrale e del Caucaso meridionale. Il paese leader di questa dinamica “triangolare”, come abbiamo detto, è il Kirghizistan, uno dei paesi più poveri dell’area con un pil pro capite di poco più di mille dollari all’anno, che lo scorso anno ha aumentato gli acquisti di prodotti tedeschi di oltre sei volte. Nel primo trimestre del 2023, le esportazioni dalla Germania verso questo Paese sono aumentate del 949% rispetto ai primi tre mesi dello scorso anno. Sono cresciute, allo stesso tempo, anche le esportazioni tedesche in Armenia +172%, Tagikistan +154%, Kazakistan +136% e Uzbekistan +92%. Tutto ciò mentre i giornali occidentali gongolavano per la riduzione di forniture dalla Germania alla Russia: diminuite “soltanto” del 47%. 

Allo stesso tempo, per risolvere il problema della mancanza di valuta straniera per commerciare, per fare acquisti sulle piattaforme commerciali o più semplicemente per viaggiare senza i limiti dei contanti esportabili (10.000 dollari) i cittadini russi hanno trovato un sistema semplicissimo. Come ci spiega un organizzatore di viaggi moscovita, che intende restare anonimo, “i russi volano fino a Tashkent, la capitale uzbeka, dove non ci sono formalmente limiti di esportazione di danaro e non c’è bisogno di visto di entrata. Dopo essersi presi una stanza d’albergo per una sola notte chiedono la residenza in comune che gli viene data entro 24 ore. Con questo certificato aprono in rubli o in valuta un conto corrente. La banca più gettonata in questo momento per questo tipo di operazioni, grazie alla semplicità dell’attivazione, è “Kapital Bank”. Si fa un primo versamento e si viene forniti di carta di credito Visa o Mastercard utilizzabile in tutto in mondo. Poi, tornati in Russia, con una normale carta di credito russa senza SWIFT si potranno versare rubli su quella carta trasformandoli direttamente in valuta pregiata. E il gioco è fatto”.

Un altro sistema finora usato per esportare valuta fino a un milione di dollari è quello di aprire un conto corrente presso la banca austriaca Raiffeisen Bank, che ad oggi è l’unica che misteriosamente opera in Russia usando lo SWIFT. Da qualche mese, le pressioni soprattutto americane nei suoi confronti sono aumentate ma la banca austriaca conta di realizzare un “soft landing” riducendo sì le sue attività in Russia del 65% ma solo entro il 2027.  

Naturalmente questi strumenti finanziari non possono essere usati per le grandi transazioni commerciali che usano strumenti più sofisticati, ma danno l’idea di quanto il sistema delle sanzioni abbia operato “sui generis” negli ultimi due anni.

Ciò non vuol dire che la Russia non abbia dei problemi legati al sistema sanzionatorio. Nonostante la crescita significativa delle entrate non petrolifere e del gas (+25% entro la fine del 2023), la Russia sta diventando sempre più agganciata all’ago del petrolio. Un calo significativo e prolungato (sei mesi o più) della domanda di esportazioni di petrolio e gas della Russia (ad esempio, a causa di una recessione o di un aumento delle sanzioni) sarebbe doloroso per il bilancio russo. Ma per ora Putin naviga a vista e non ha pretese di sviluppare strategie a lungo termine da questo punto di vista.

Per esempio la “flotta ombra” è la risposta russa alla politica del “tetto dei prezzi” sul petrolio deciso dai paesi occidentali. Questo accordo vieta loro di trasportare e assicurare il petrolio proveniente dalla Russia se esso viene venduto al di sopra dei 60 dollari al barile. Ma cos’è la “flotta ombra”? Si tratta di vecchie navi, che cambiano spesso nome, bandiera e proprietario formale e non hanno un’assicurazione occidentale. Non si tratta di una novità assoluta: sono già state ampiamente utilizzate nel passato per il commercio dei paesi sottoposti a sanzioni, come Iran, Corea del Nord, Venezuela. Ma oltre a questa “flotta nera” che opera al di fuori delle regole del commercio marittimo globale, esiste anche una “flotta grigia”, con una struttura proprietaria più identificabile, ma con l’impossibilità di valutare la conformità di queste navi ai regimi di sanzioni.

Il numero esatto di “petroliere ombra” è sconosciuto, ma è certo che il loro numero ha iniziato a crescere bruscamente a partire dal 2022, grazie alla Russia.  Le società di ricerca Vortexa e Windward, che hanno sviluppato un sistema per tracciare la “flotta ombra”, hanno stimato il numero totale di “petroliere nere” in 1.100 (con un aumento del 21% dall’inizio della guerra), più altre 900 “grigie” (con un aumento del 68%). E tra gli acquirenti più attivi degli ultimi mesi del petrolio russo trasportato dalla “flotta ombra” c’è l’India,  che per il momento non sembra temere le minacce americane. E che, evidentemente, non è l’unico.

Nell’immagine: uno degli impianti mobili del progetto “Arctic LNG-2”


La candela di Confucio e l’arrivo di Xi Jinping

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

Se ai leader cinesi non dispiace muoversi in politica con l’ambiguità e i chiaro-scuri dell’amato “teatro delle ombre”, quelli europei si spesso muovono nei confronti dell’ “Impero di Mezzo” con le indecise sfumature del grigio. Un po’ prigionieri della loro strategia: tale è infatti il legame con l’economia cinese – aiutata dalla strategia occidentale a diventare “la fabbrica del mondo”  – che, nel dopo Covid,  il proposito euro-americano di invertire la tendenza procede con marcata lentezza. 

Reindustralizzazione e progetti di allentare la morsa della mondializzazione hanno ancora i piedi di piombo. L’Europa, per esempio, è ancora fortemente dipendente dalle tecnologie del gigante asiatico. Dipendenza che aumenterebbe di molto se si realizzasse il ritorno alla “madre patria” di Taiwan, notoriamente primo esportatore mondiale di microchip e semiconduttori sempre più indispensabili alla produzione delle nostre economie. Mentre la possibilità di superare le barriere di contenimento delle esportazioni cinesi nel vecchio continente (sempre più massicce, basti pensare alle auto elettriche) è facilitata dall’aggiramento dell’ostacolo attraverso i paesi del Sud-est asiatico. 

Da oggi, e dopo cinque anni, il presidentissimo Xi Jinping è di nuovo in Europa. Non proprio in grande salute politica. Nel 2023 l’economia cinese è cresciuta al tasso annuale più debole da oltre tre decenni, il recente e previsto crack immobiliare condiziona la crescita, l’alta disoccupazione giovanile rischia di diventare strutturale, il calo degli investimenti esteri (favorito dal nuovo dettame dirigistico deciso dal partito comunista) è una forte preoccupazione supplementare. Confucio diceva “meglio accendere una piccola candela che maledire l’oscurità”. Ma è ancora da vedere se e quale candela è interessato ad accendere il dittatore cinese durante il suo viaggio.

Se si tratta solo di migliorare il clima bilaterale, è generale interesse degli europei assecondarlo, come del resto ha fatto Washington. Anche perché di mezzo c’è anche il dilemma della tragedia ucraina. Si continua infatti a ritenere che la Cina abbia ancora nelle sue mani le carte migliori per favorire un processo di pace. Eppure a oltre un anno di distanza, il “piano” di Pechino, che prevede il rispetto dell’integrità territoriale delle nazioni, è finito nelle nebbie. Non a caso. 

Xi Jinping è il principale beneficiario della “guerra grande”: da Mosca, che secondo gli Stati Uniti riceve sottobanco armi e componenti militari, Pechino acquista a prezzi stracciati forti quantità di petrolio, pagandolo da tre a quattro volte in meno rispetto a quello un tempo pagato dall’Europa; e un nuovo gasdotto Russia-Cina  – il “Power of Siberia 2” – dovrebbe essere inaugurato entro l’anno. Né Xi intende rinunciare a portare dalla sua parte (e di quella russa) quel Sud-globale (paesi in via di sviluppo) sempre meno disposto alla collaborazione con gli Stati Uniti e i suoi alleati. Obiettivo: creare un sistema, anche monetario, alternativo a quello occidentale.

Insomma, per ora la “golden share” la detiene Pechino, non certo la sfilacciata e quindi irrilevante Europa.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Emmanuel Macron e Xi Jinping


Tsunami di antisemitismo in tutto il mondo

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

Da La Stampa

«Uno tsunami di odio antiebraico». L’Anti-Defamation League – la maggiore organizzazione internazionale per l’antidiffamazione ebraica fondata nel 1913 a New York – lancia assieme all’Università di Tel Aviv l’allarme sul boom di casi di antisemitismo nel mondo, Italia inclusa, nell’anno appena trascorso.

Un aumento considerevole di episodi, denuncia il rapporto, in particolare dopo il 7 ottobre, quando si è registrata «la peggiore ondata di episodi dalla fine della Seconda guerra mondiale». In quella data di inizio ottobre Hamas riuscì a penetrare nel sud di Israele provocando più di 1.170 morti, principalmente civili. Un massacro che ha scatenato un’offensiva su vasta scala nella Striscia di Gaza che finora ha causato la morte di 34.683 persone, soprattutto civili, secondo Hamas.

Secondo il report i Paesi con più «incidenti antisemiti» rispetto al 2022 sono «Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Australia, Italia, Brasile e Messico». Da noi – i dati sono stati forniti dall’Osservatorio per l’antisemitismo del Cdec di Milano – i casi sono stati 241 nel 2022, quasi il doppio nell’anno successivo (454), di cui solo 216 tra ottobre e dicembre 2023. Di questi 454 incidenti, 259 sono avvenuti on line e 195 nel mondo reale. In questi ultimi è compreso anche «un assalto fisico» ad un un alunno ebreo in una scuola al grido di ‘Palestina libera’.

«Questo rapporto – hanno sottolineato l’Adl e l’ateneo di Tel Aviv, che l’hanno diffuso in occasione del Giorno della Shoah in Israele – è un messaggero di cattive notizie. I dati raccolti dalle forze dell’ordine, agenzie governative, organizzazioni ebraiche e piattaforme mediatiche raccontano una storia dell’esistenza ebraica sotto minaccia crescente» nel mondo occidentale.

Il problema, sostiene il rapporto, non è solo la «fiammata» scatenata dal 7 ottobre ma anche i mesi precedenti all’attacco di Hamas in cui, senza «eventi eccezionali, la maggior parte dei Paesi con una significativa popolazione ebraica ha registrato un aumento nel numero di episodi di antisemitismo rispetto allo stesso periodo del 2022».

Ma «la guerra a Gaza – si aggiunge – ha contribuito a diffondere le fiamme di un incendio che era già fuori controllo». Il rapporto rileva inoltre l’impossibilità al momento attuale di tracciare in modo affidabile gli episodi di antisemitismo in Russia.

Un ampio saggio contenuto nello studio esamina la retorica antisemita del presidente russo Vladimir Putin e dei membri del suo entourage e rivela che «all’inizio del 2023, il rabbino capo di Mosca in esilio, Pinchas Goldschmidt, aveva lanciato un avvertimento agli ebrei a lasciare la Russia prima di diventare un capro espiatorio».


Javier Cercas – La letteratura da sempre strumento di ribellione

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 


Nel 2023 l’inflazione si è mangiata tutti gli aumenti salariali in Svizzera

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

Di Daniele Mariani, tvsvizzera.it

Anche se l’inflazione in Svizzera è più contenuta rispetto ad altri Paesi europei, il suo impatto sul potere d’acquisto si può toccare con mano.

L’anno scorso, infatti i salari nominali sono sì cresciuti in media dell’1,7%, un dato che rappresenta il maggior incremento dal 2009, stando alle cifre pubblicate giovedì dall’Ufficio federale di statisticaCollegamento esterno (UST). A causa del rincaro però, attestatosi al 2,1% e dovuto principalmente all’aumento dei prezzi dell’elettricità e del gas nonché degli affitti, i salari reali sono scesi dello 0,4%.

Calo per il terzo anno di fila

È il terzo anno di fila che ciò accade: nel 2022 le retribuzioni reali erano scese addirittura dell’1,9%, una contrazione che non si era mai vista dai tempi della Seconda guerra mondiale (1942: -4,5%). Come si può notare in questo grafico, nel dopoguerra non era mai successo che l’indice del salario reale diminuisse per tre anni di fila.

Reagendo ai dati pubblicati dall’UST, l’Unione sindacale svizzera (USS) ha sottolineato che dopo la nuova perdita di potere d’acquisto subita nel 2023, i salari reali sono ormai scesi a un livello più basso di quello del 2015.

Secondo l’USS, i datori di lavoro hanno negato ai loro dipendenti gli aumenti che avrebbero meritato. In passato le buste paga sono cresciute più o meno in linea con la produttività – l’indice dei salari è aumentato dello 0,9% all’anno tra il 2005 e il 2015 – e anche in seguito i lavoratori e le lavoratrici hanno contribuito in modo significativo alla crescita dell’economia, ma non hanno più ottenuto progressioni retributive. “Oggi gli stipendi dovrebbero essere più alti di circa il 7% in termini reali rispetto al 2015”. Il divario salariale è ormai enorme, ha concluso l’organismo sindacale.

Quali settori crescono e quali scendono

Le dinamiche salariali variano da un settore all’altro, rileva l’UST.

Nel settore industriale nel suo insieme gli aumenti – pari al 2,1% – hanno compensato il rincaro. Nei rami della metallurgia e della fabbricazione di prodotti di elettronica, ottica e orologi la progressione è stata addirittura del 2,9, rispettivamente del 2,8%. Chi è impiegato nel ramo “Altre attività manifatturiere; riparazione e installazione” ha invece dovuto stringere ulteriormente i cordoni della borsa, poiché i salari nominali sono scesi dello 0,4%.

Nel terziario, la crescita media è stata invece dell’1,6%. Anche qui le differenze sono importanti. Si va da +3,6% nell’amministrazione pubblica a un -0,6% nel ramo “Attività specializzate, scientifiche e tecniche”.
Da notare anche che in media i salari nominali delle donne sono aumentati in media dell’1,8%, mentre quelli degli uomini dell’1,7%.

Quali aumenti nel 2024?

Per l’anno in corso, l’inflazione dovrebbe essere leggermente più bassa rispetto al 2023. Le previsioni vanno da +2,1% dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico a +1,5% della Banca cantonale di Zurigo. La Banca nazionale svizzera stima da parte sua che il rincaro sarà dell’1,9%.

Gli aumenti salariali riusciranno questa volta a compensare l’inflazione ed evitare che il valore delle buste paghe si sgonfi per il quarto anno di fila?

Il settore dell’edilizia è stato uno dei pochi in cui vige un contratto collettivo a non accordare un aumento generalizzato degli stipendi nel 2024.

In diversi settori, i negoziati salariali condotti nei rami in cui vige un contratto collettivo di lavoro hanno dato esito positivo, con incrementi relativamente consistenti, superiori al 2%. Il personale della Confederazione si è invece visto accordare una compensazione del rincaro dell’1%, a cui si è aggiunta un’indennità di 500 franchi per coloro che hanno salari bassi.

La situazione è invece più difficile nel ramo dell’edilizia. Due settimane fa, il sindacato Unia ha indicato che quasi la metà dei lavoratori e delle lavoratrici in questo settore non ha ricevuto aumenti quest’anno e che il loro salario reale è diminuito di oltre il 2%. L’edilizia – ha sottolineato il sindacato – è stato uno dei pochi rami a non accordare aumenti salariali generali malgrado la crescita dei costi della vita.


Il viaggio di Xi Jinping in Europa per rilanciare la sfida agli Usa

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Sarà un caso. Su 365 giorni all’anno, anzi 366, il 2024 è bisestile, il Presidente cinese sarà a Belgrado il 7 maggio, anniversario delle munizioni guidate Usa che colpirono l’ambasciata cinese nel 1999 durante la campagna Nato per il Kosovo. Difficile che nel corso del soggiorno serbo non si manchi di ricordarlo, e non sarà un caso. Non si può essere seconda potenza mondiale (Cina) senza antagonismo nei confronti della prima (Stati Uniti). Non si può essere in competizione con l’America senza cercar di allentare, se non di spezzare, il legame transatlantico. Mosca ci ha provato per decenni. Ora tocca a Pechino. Xi Jinping viene in Europa la settimana prossima, toccherà nell’ordine Parigi, Belgrado e Budapest, ma cercherà di fare arrivare un messaggio di riavvicinamento a tutti gli europei. Riavvicinamento alla Cina significa prendere le distanze da Washington. Un tocco antiamericano non guasta.

L’itinerario del Presidente cinese è strategico. A Parigi incontra il leader europeo probabilmente più eccentrico rispetto agli Stati Uniti, ma anche più ostico nella controversia sulle esportazioni cinesi di veicoli elettrici. È la Francia più di tutti che spinge per dazi aggiuntivi all’attuale 10% in risposta alle sovvenzioni di Stato cinesi; l’indagine Ue è in corso, altre (pannelli solari, appalti pubblici su apparecchiature mediche) potrebbero andare in cantiere. Pechino ha minacciato ritorsioni commerciali che prenderebbero di mira soprattutto esportazioni francesi (cognac). I colloqui fra Emmanuel Macron e Xi Jinping, cui è invitata anche la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, possono rallentare o accelerare il confronto economico Ue-Cina. Non è chiaro cosa possa offrire Macron sul versante politico. Non ripeterà le drastiche ingiunzioni americane a non sostenere l’industria della difesa russa. Sarà più diplomatico e geopolitico per convincere Xi a non essere troppo legato al carro di Putin in Ucraina, a usare la sua influenza per mettere fine alla guerra. Il presidente francese userà il tappeto rosso della visita di Stato per fare impressione, la scampagnata negli Alti Pirenei della sua infanzia per un dialogo informale. Convincere Xi che non molla niente sarà arduo.

La Francia è la tappa di spessore europeo. Serbia e Ungheria sono fortemente bilaterali. Aleksandr Vucic e Viktor Orbán sono due leader lontani dalle posizioni Ue sull’Ucraina e vicini alla Russia. Con loro Xi Jinping parla la stessa lingua politica. La Cina ha stretti rapporti economici con Belgrado, con forti investimenti minerari e industriali e interesse a fare della Serbia un anello di congiunzione fra il terminale del Pireo e l’Europa centrorientale per la penetrazione della Via della Seta. Vucic, stanco dell’eterno negoziato con Bruxelles – bloccato anche perché non vuole sciogliere il nodo kosovaro – guarda anche ad altri lidi e la Cina è un’alternativa logica.

Orbán, essendo già dentro l’Ue e la Nato, può fare da quinta colonna per gli interessi di Pechino, come già fa per quelli russi. Punta a un’Europa sovranista e al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il che non dispiace a Xi. Infine, agli investimenti cinesi l’Ungheria offre il vantaggio del mercato unico – il presidente cinese dovrebbe inaugurare una fabbrica di auto elettriche della GMW a Pécs. In uno spirito di ecumenismo autocratico, Xi Jinping punta su due Paesi e leader amici per annodare nuovi rapporti con l’Europa. 

Il viaggio si colloca in un’assertiva triangolazione diplomatica che Pechino ha intrapreso con Stati Uniti, Europa e Russia. La Cina vuole dimostrare di essere attore indispensabile a tutti gli altri. Mette sul piatto tenuta della globalizzazione di cui è pilastro, superiorità nelle tecnologie industriali “verdi” di cui c’è bisogno per la transizione energetica, neutralità politica sulla guerra in Ucraina, amicizia e sostegno alla Russia, fragile ma ripreso dialogo con Washington, simpatie di cui gode nel Sud Globale. Questo cocktail permette a Pechino di alternare distensione («siamo partner non rivali») e antagonismo con gli Usa, di ricevere Elon Musk con più calore – per interesse industriale – che non Anthony Blinken, di offrire – forse – ramoscelli d’olivo a Parigi facendo la corte ai leader rinnegati a Belgrado e Budapest, di portare il presidente in Europa a un mese di distanza dalle elezioni europee – nelle quali si teme possa intervenire con disinformazione e propaganda. È una politica estera fra equilibrio e acrobazia. E, dopo il viaggio europeo di Xi Jinping, di passare al prossimo atto: la visita di Vladimir Putin in Cina. Non c’è ancora data ma in maggio anche quella.


Sergio Rossi – Votare NO a una riforma tributaria che favorisce solo i ricchi

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Un senatore svizzero presiede la commissione sanità ma finge di non conoscere i danni del tabacco

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

Da Infosperber

L’ignoranza di Damian Müller è “incredibile e insopportabile”, ha dichiarato indignato Pascal Diethelm, presidente dell’organizzazione antitabacco OxySuisse, interrogato dalla trasmissione “Temps présent” della televisione svizzera di lingua francese. Il professor Jacques Cornuz, direttore generale di Unisanté dell’Università di Losanna, non è stato da meno: “Sono senza parole. Questo parlamentare non sta svolgendo il suo ruolo di guardiano della salute pubblica. Non prende posizione contro un’industria che è responsabile di 9.000-10.000 morti all’anno in Svizzera”.

Queste reazioni fortemente negative sono state provocate da un’intervista al Presidente della Commissione Salute del Consiglio degli Stati. Alla domanda se sapesse quanti morti il tabacco provoca ogni anno in Svizzera, Damian Müller ha risposto in modo esitante ed evasivo: “Non lo so, si parla di circa 300”. 

Quando il giornalista ha precisato che le statistiche ufficiali parlano di diecimila, il membro del Consiglio degli Stati del PLR ha replicato: “Si può discutere se siano davvero 10.000 oppure no”.

In seno alla commissione del Consiglio degli Stati, Müller ha votato a maggioranza contro l’attuazione coerente dell’iniziativa popolare “per proteggere i bambini e i giovani dalla pubblicità del tabacco”, adottata a grande maggioranza nel 2022. La pubblicità del tabacco nelle pagine interne  dei giornali dovrebbe essere consentita soltanto se questi sono “venduti principalmente agli adulti tramite abbonamenti”. Anche la sponsorizzazione di eventi e la promozione delle vendite mobili in luoghi accessibili al pubblico dovrebbero rimanere consentite.

Damian Müller è sostenuto in parlamento dal lobbista del tabacco Gregor Rutz, dell’Udc, presidente dell’”Associazione del commercio svizzero del tabacco”. Secondo Rutz, le restrizioni alla pubblicità violano la libertà di commercio. “Quello che si chiede qui è un’economia pianificata”, ha per esempio protestato alla RTS a proposito della richiesta di pacchetti di sigarette dall’aspetto neutro. Ruediger Krech, responsabile dell’OMS per il tabacco, gli ha risposto che le sigarette non sono un prodotto come gli altri: sono invece droghe che creano dipendenza.

Dopo il successo del referendum, Infosperber aveva  scritto con ottimismo:  “La Svizzera è uno dei pochi Paesi al mondo che non ha ancora ratificato la Convenzione sul tabacco dell’OMS. Grazie al divieto totale di pubblicità, che gli elettori hanno ora accettato contro la volontà del Parlamento e del Consiglio federale, la Svizzera può diventare il 181° Paese a ratificare e attuare la Convenzione”.

Tuttavia, al momento sembra che la Svizzera rimarrà uno dei Paesi esotici che non possono ratificare la Convenzione sul tabacco che hanno firmato. Il motivo: la Svizzera non rispetta il divieto di pubblicità previsto dalla Convenzione. Questa rimane tuttora una macchia sulla politica sanitaria elvetica: oltre alla Svizzera, soltanto Argentina, Cuba, Haiti, Marocco, Mozambico e Stati Uniti hanno firmato la Convenzione dell’OMS ma non l’hanno ancora ratificata. Negli Stati Uniti, il problema è che la pubblicità viene trattata come libertà di espressione, garantita dalla Costituzione. Andorra, Repubblica Dominicana, Eritrea, Indonesia, Liechtenstein, Malawi, Monaco, Somalia e Sud Sudan non hanno nemmeno firmato la Convenzione. 

Nel messaggio sulla sua debole controproposta all’iniziativa popolare, il Consiglio federale ha precisdato comunque che il consumo di tabacco causa ogni anno 9500 morti nel nostro Paese. Si tratta di quasi il 15% di tutti i decessi. 

Nell’immagine: il senatore Damian Müller


Ecco cosa accende la rivolta studentesca

Perché ho lasciato l'Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri: tacere sulle tragedie odierne è un'abdicazione intellettuale e culturale. Incontro a Chiassoletteraria 

di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

La Francia della tristezza e del malessere politico scopre che gli studenti sono contestatari per natura. Qualcuno rievoca il fatto che le rivolte del maggio 1968 erano cominciate in seguito all’arresto a Parigi di due studenti vietnamiti che si opponevano alla guerra che l’America conduceva contro il loro popolo.

Oggi il fatto di protestare contro la guerra a Gaza scatena una levata di scudi da parte di personalità ebree, che vi vedono non una contestazione della politica di uno Stato che commette crimini di guerra, ma una manifestazione di antisemitismo sotto mentite spoglie. Per queste personalità, è l’odio verso l’ebreo che traspare da questa rivolta.

Oggi essere antisionisti, vale a dire contro la politica di colonizzazione e occupazione dei territori palestinesi, per molti ebrei di Francia, se non per tutti, equivale a essere antisemiti. La vedova di Robert Badinter, ex ministro della Giustizia di François Mitterrand, e l’ex giornalista Anne Sinclair si sono pronunciate in questo senso sul quinto canale della televisione francese. Nessun distinguo: quello che succede nelle università americane e francesi è razzismo antiebraico.

Quello che sta succedendo da alcune settimane a Sciences Po, la facoltà di scienze politiche, dove si sono creati dei gruppi per manifestare solidarietà al popolo palestinese, è una novità. Questi studenti, certamente radicalizzati, reagiscono come reagivano i loro predecessori durante la guerra in Vietnam negli anni 70.

Ma il fatto di rimettere la Palestina, che tutti avevano dimenticato, al centro della scena internazionale, è importante e innervosisce i sostenitori dello Stato di Israele.

A complicare le cose, in Francia, ci si mette La France Insoumise, il partito di Jean-Luc Mélenchon, che si schiera al fianco degli studenti filopalestinesi. Rappresentanti eletti di questo partito partecipano alle riunioni nell’università.

Quello che gli altri partiti non perdonano a Mélenchon è di essersi rifiutato di definire «terrorista» Hamas: per lui i miliziani del movimento islamico sono resistenti che combattono in un Paese occupato; e gli studenti che manifestano sono «l’onore della Francia». La deputata Rima Hassan, franco-palestinese, è stata convocata dalla polizia a fine aprile con l’accusa di fare «apologia del terrorismo» semplicemente perché denuncia i massacri ai danni degli abitanti della Striscia di Gaza e sostiene Hamas che resiste contro gli attacchi israeliani.

Tutto era cominciato proprio con Mélenchon, che avrebbe dovuto tenere una conferenza sulla situazione in Medio Oriente all’Università di Lilla: quando è arrivato lo stop, la situazione si è incendiata.

Le università americane, nel frattempo, erano già mobilitate. Sono stati importati da Oltreoceano slogan come «Dal fiume al mare» (dal Giordano al Mediterraneo), che ha una forte radicalità e rimane controverso. Alcuni l’hanno interpretato come un’aggressione contro gli ebrei, un appello alla distruzione dello Stato di Israele, tanto più che fu utilizzato per la prima volta da Arafat in un discorso che proclamava l’obiettivo di recuperare i territori occupati da Israele dopo la sconfitta del giugno 1967. Altri, come un professore ebreo della Columbia, intervistato dalla Cnn, hanno detto (cito a memoria): «Si tratta di uno Stato unico per i due popoli, con gli stessi diritti per tutti. È un invito ad accettare di vivere insieme nel rispetto reciproco, a condizione di avere gli stessi diritti».

Ma spesso e volentieri è l’aspetto provocatorio antisraeliano che rimane impresso. Il fatto che Khamenei, la guida suprema iraniana, si congratuli con questi studenti non aiuta, perché è un sostegno che viene da un uomo che impicca i giovani per reati insignificanti e reprime ogni manifestazione per la libertà di girare e vestirsi come si vuole. Avere l’appoggio di un capo di Stato che reprime selvaggiamente il suo popolo non è un vantaggio per la causa palestinese.

Bisognerebbe ricordare a Khamenei che la causa palestinese era laica fin dai tempi di Arafat e che è diventata in parte religiosa con Hamas, sostenuto e probabilmente finanziato dall’Iran.

La politica interna francese si è già impadronita di questa contestazione: il Rassemblement National (l’ex Front National, il cui fondatore, Jean-Marie Le Pen, non nutre un particolare amore verso gli ebrei) difende la comunità ebraica e il 23 novembre 2023 ha partecipato alla grande manifestazione contro l’antisemitismo; la France Insoumise non c’era.

È in questa confusione e strumentalizzazione della contestazione studentesca che i partiti preparano le elezioni europee del prossimo giugno, in cui l’estrema destra è data largamente in testa dai sondaggi. È una premessa inquietante per le presidenziali del 2027.

Nelle università americane le contestazioni proseguono, anche se alcuni mezzi di informazione sottolineano che la deriva antisemita non è un’invenzione e che i manifestanti fanno l’amalgamata tra ebrei e israeliani.

Tutti riconoscono l’orrore del massacro del 7 ottobre. Perfino i vertici di Hamas hanno riconosciuto l’aspetto abominevole di quella tragedia, ma non si sono spinti fino a condannarla. Ma resta il fatto che la risposta israeliana ha superato ogni limite e ha massacrato un numero considerevole di abitanti della striscia: si parla di 40.000 morti, 12.000 dei quali minori. Ma le cifre esatte sono secondarie: l’orrore è una realtà e degli innocenti sono stati uccisi scientemente dai soldati di Netanyahu.

È questo che ha risvegliato le coscienze degli studenti in tutto il mondo. Sono state le università americane a dare il segnale e in Europa, un po’ dappertutto, con intensità diverse a seconda dei Paesi, hanno seguito l’esempio.

È la prima volta che la causa palestinese diventa una causa quasi universale.

In Francia i media, sentendo la pressione implicita della comunità ebraica (più di seicentomila persone), evitano di dare la parola agli uomini e alle donne che sostengono questa causa. Valérie Pécresse, che dal 2015 è presidente del consiglio regionale dell’île-de-France, la regione parigina, ha sospeso i finanziamenti a Sciences Po per denunciare la solidarietà e la radicalità di questi studenti filopalestinesi, che anche lei considera antisemiti.

È un ricatto che funziona alla perfezione. Gli ebrei francesi, anche se in maggioranza sono inorriditi dalla politica di Netanyahu, non sopportano che si faccia l’amalgama tra israeliani ed ebrei. Per loro il sionismo è l’ideologia di base su cui è stato costruito e strutturato lo Stato di Israele. Essere antisionisti è semplicemente essere contro l’esistenza di quello Stato, e quindi volere la sua sparizione. È per questo che lo slogan americano «dal fiume al mare» è percepito in modo tanto negativo e fa nascere sentimenti di angoscia che hanno una loro legittimità.