Perché solo la sapienza può portare alla pace

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Sentiamo di vivere in un mondo sull’orlo del precipizio e sentiamo bene: siamo sull’orlo del precipizio. Non lo siamo però a causa di quanto pensiamo immediatamente, ma perché è fuggita dal mondo la sapienza. Con questo non intendo minimizzare i problemi di oggi nella loro concretezza quali il cambiamento climatico, l’oscuro futuro cui ci consegna la tecnologia, l’imperversare delle guerre, la lacerazione del tessuto sociale, le massicce migrazioni e le conseguenti reazioni identitarie. Sono consapevole del fatto che le testate atomiche negli arsenali di alcuni Stati sono in numero tale da distruggere più volte questo nostro piccolo pianeta blu, meraviglia assoluta nel nero dello spazio cosmico. So bene, inoltre, che l’umanità non ha mai vissuto tempi felici, mi ricordo bene l’incipit di Kant nel saggio sul male radicale: «Il mondo va di male in peggio: è questo un lamento antico quanto la Storia». Proseguiva: «Secondo questa prospettiva, noi oggi (un oggi che però è antico quanto la Storia) viviamo nel tempo estremo: l’ultimo giorno e la fine del mondo sono alle porte». Era il 1793, ma ancora oggi ognuno può cantare con Mina «Sono ancora qui» e con Vasco Rossi «Sono ancora qua».

Il precipizio allora dov’è? Nel fatto che un tempo si aveva un punto fermo a cui appellarsi per iniziare a tacere e poi forse ragionare, e questo conferiva la speranza di poter sempre ricominciare. Non a caso Kant poteva scrivere negli stessi anni un saggio sulla pace (Per la pace perpetua del 1795) nel quale ipotizzava un mondo in cui il potere si sarebbe inchinato alla giustizia, alla politica al diritto, e su questa base, uscendo dalla logica della forza ed entrando in quella del diritto internazionale, costruire effettivamente la pace. Il punto fermo della mente lo si poteva chiamare Dio, Ragione, Socialismo, eccetera: rimaneva il fatto che l’umanità lo possedeva e quindi era capace, a un certo punto, di tacere, ascoltare, pensare e accordarsi. Vi era la possibilità di un esercizio pubblico della sapienza. Uno diceva «in nome di Dio», o «in nome della Costituzione» e tutti ascoltavano.

Oggi il punto fermo è scomparso e per questo dico che la sapienza è fuggita dal mondo: tra noi non vi è più nulla di comune a cui tutti insieme appellarsi. Ne viene che ognuno è pronto a dire all’altro cosa deve fare, ma nessuno sa più ascoltare le ragioni dell’altro. Gli ecologisti dicono agli economisti e agli imprenditori quello che devono fare, ma non ascoltano le ragioni degli economisti e degli imprenditori; viceversa, gli economisti e gli imprenditori mirano al profitto e a come contrastare la concorrenza senza curarsi del pianeta e delle condizioni disastrose denunciate giustamente dagli ecologisti. I pacifisti dicono ai governanti e alle forze armate quello che devono e soprattutto non devono fare, ma non ascoltano le ragioni dei militari che chiedono ai governi ancora più armi per non far vincere la tirannide; viceversa, i militari non si curano granché delle vittime civili, della progressiva distruzione di interi territori e del pericolo crescente di una guerra mondiale, oggetto della giusta denuncia dei pacifisti e probabile ultimo atto della storia dell’umanità.

A questo conduce l’incapacità di ascolto delle ragioni dell’altro per la mancanza di un punto fermo comune e della sapienza, e gli esempi si potrebbero moltiplicare. Persino il Papa da un lato predica al mondo la pace, dall’altro non è capace di praticarla veramente a casa sua e continua ad attaccare i cardinali, la Curia e padre Georg.

Ebbene, all’interno di questo quadro abbastanza deprimente ogni tanto ci chiediamo cosa possiamo fare noi. La mia risposta è: cercare di capire esercitando la sapienza e l’equanimità. L’esercizio della sapienza consiste anzitutto nel desiderarla, per farla tornare almeno nel nostro cuore. E quando la sapienza ritorna, il primo dono che porta è l’equanimità, cioè il saper ascoltare le ragioni dell’altro.

Aristotele insegnava la “via di mezzo” quale criterio per condurre la mente perché è trovando il centro tra due polarità che si ottengono le virtù, tra cui spicca la sapienza. Lo stesso insegnavano il Buddha e Confucio. È la soluzione per tutti i problemi? Ovvio che no, ma non si deve mai dimenticare il precetto posto da Ippocrate a fondamento della medicina: “Primum non nocere”, “Primo non nuocere”. A volte, volendo guarire, si peggiora la situazione, mentre bisognerebbe prendere atto che non si può guarire ma solo curare. Fuor di metafora: a cosa serve essere pacifisti invocando la pace, se lo si fa con parole violente ricolme di odio che alimentano le radici della guerra? A cosa serve richiedere la creazione di uno Stato per un popolo, se lo si fa aspirando alla distruzione di uno Stato per un altro popolo? Se non si capisce come servire effettivamente la pace, molto meglio astenersi dal prendere posizione. La bandiera della pace ha i colori dell’arcobaleno a significare di voler contenere tutti, se diventa di una parte sola fallisce.

Per altri conflitti è più facile capire perché risulta chiaro chi aggredisce e chi è aggredito, chi combatte per invadere e chi per scacciare l’invasore, e allora si prende posizione appoggiando chi si difende dalla tirannide. Ovvio che mi riferisco alla guerra di difesa dell’Ucraina, a proposito della quale fin dall’inizio non ho avuto dubbi sull’opportunità di inviare aiuti, anche militari. Ma perché allora quando sento il presidente francese parlare di inviare i soldati, avverto un chiaro no nella mia mente? Paura? Sì, penso sia paura, e la paura è qualcosa di molto serio, è la prima delle sei emozioni universali, su di essa occorre sempre saggiamente riflettere. Hans Jonas giunse a scrivere di “euristica della paura”: intendeva dire che la paura, se viene riconosciuta e non negata (perché a nessuno piace ammettere di averla), può aiutare a trovare. Euristica significa questo: metodo della scoperta («Eureka!», gridò Archimede dopo la famosa scoperta).

Insomma, quando si ha il privilegio di non essere nella mischia si tratta di vincere la tentazione di immischiarsi e di farsi guidare da queste parole di Spinoza: «Mi sono impegnato a fondo non a deridere, né a compiangere, né tanto meno a detestare le azioni degli uomini, ma a comprenderle». La pace inizia nella mente che studia. Non ci può essere pace senza studio. E dallo studio della situazione apparirà una volta l’opportunità di agire, un’altra quella di non agire; una volta sarà giusto cedere, un’altra resistere. La saggezza, esercizio pratico di sapienza, è l’arte del discernimento.

Il mio naturalmente non è un programma politico, perché non si rivolge ai molti né tantomeno ai popoli, ma al singolo nella sua solitudine. Ha scritto Etty Hillesum ad Amsterdam sotto occupazione nazista: «In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità». Queste parole di una giovane donne ebrea scritte prima di essere deportata ad Auschwitz ci insegnano ancora oggi che il primo atto a favore della pace si compie nella mente: per liberarla dall’odio e studiare con equanimità raccogliendo la sapienza che ne deriva. Chi lo fa, capisce che se è bene manifestare per la pace, si tratta prima ancora di “essere pace”.


Elezioni europee, le liste truffa all’italiana

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

A pochi giorni dalle elezioni europee dell’8 e 9 giugno mi piacerebbe essere cittadino svizzero, pur di non dovermi addentrare nel ginepraio delle farlocche liste elettorali italiane. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è candida capolista per “Fratelli d’Italia”, pur sapendo che ovviamente non andrà a occupare un seggio a Bruxelles ma lascerà il posto ad altri. Una furbata acchiappavoti, come quella d’inserire nelle liste la dicitura “Giorgia Meloni detta Giorgia”, che consente agli elettori di esprimere la preferenza sulla scheda elettorale anche scrivendo il solo nome di battesimo.

Decine di candidati hanno fatto altrettanto – la legge lo permette – con la stessa dizione “detto/detta” per timore che qualche voto venga cassato per un errore di ortografia, soprattutto quando il cognome risulta complicato da ricordare e scrivere. Si sono raggiunti così livelli al limite del ridicolo, come nel caso di Federico Petitti “detto Petiti, detto Pettiti, detto Pettitti, detto Petti”. Lo supera con cinque varianti Edmondo Tamajo “detto Tamaio, detto Di Maio, detto Edy, detto Edi, detto Eddy”. Il voto sarà valido anche se si è scritta sulla scheda soltanto una variante del cognome o del soprannome o dell’abbreviazione.

Mi vengono in mente, per una sorta d’inconscio contrappunto, le parole di una cara amica, Giovanna Marini, morta a Roma l’8 maggio scorso all’età di 87 anni. La celebre cantante e studiosa della musica popolare italiana, presentando in tempi lontani la sua struggente composizione “Lamento per la morte di Pasolini”, ebbe a dire: «Un Paese che è capace di uccidere un genio, un poeta come lui, è un Paese malato». Intendeva con quelle parole addossare la responsabilità politica e morale dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini all’intera società italiana, incapace di comprendere il messaggio di un profeta che «si sentiva crocifissa l’anima», per dirla ancora con le parole di Giovanna. A proposito di Pasolini, poiché una citazione tira l’altra, il ricordo corre anche al film “La Ricotta” (1963), contenente una lapidaria e sprezzante dichiarazione di Orson Welles il quale, intervistato da un giornalista su che cosa pensasse della società italiana, rispose: «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa».

Dalla democrazia alla cleptocrazia

Ecco, quello che si appresta a votare per l’Europa è ancor oggi, e più di ieri, un Paese malato. Lo è, se ben vogliamo vedere, sin dalla sua unificazione nel 1861, dopo che Giuseppe Garibaldi e i Mille sbarcati in Sicilia dovettero scendere a più di un compromesso con i potentati mafiosi locali per realizzare il loro progetto.

Un filo mai reciso lega quell’epoca lontana all’Italia d’oggi, come dimostrano le tante vicende storiche tra Otto e Novecento – ventennio fascista compreso – e i numerosi fatti di cronaca verificatisi negli anni in cui era in corso la trattativa Stato–mafia. Quel filo tiene insieme, a partire dall’immediato dopoguerra, l’organizzazione paramilitare Gladio (nata da un’intesa della CIA con i servizi segreti italiani, finalizzata a impedire una paventata invasione dell’Italia da parte del blocco comunista), la lunga sanguinosa serie di attentati di matrice neofascista (la strategia della tensione), il terrorismo rosso e nero, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, Tangentopoli, le stragi mafiose con i delitti Falcone e Borsellino, la stagione berlusconiana e l’attuale deriva autoritaria del Governo presieduto da Giorgia Meloni, le decine di episodi di corruzione e di arresti eccellenti generati dall’oscena commistione tra politica e affari, ultimo dei quali quello del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti. «Stiamo passando dalla democrazia alla cleptocrazia», ha commentato in un’intervista con “Il Fatto Quotidiano”, il 14 maggio scorso, l’ex-magistrato Roberto Scarpinato, ora senatore del “Movimento 5 Stelle”.

I leader capilista non andranno a Bruxelles

Quest’Italia erede di oltre 160 anni di contraddizioni, che ne fanno una democrazia mai pienamente compiuta, anzi, perennemente inquinata, è chiamata dunque a scegliere 76 dei 705 deputati che faranno parte dell’Europarlamento. È un’Italia stanca, demotivata, pessimista, dominata da una classe politica autoreferenziale, una casta che resiste a ogni tentativo di rinnovamento, lontana anni-luce dalla realtà del Paese. Un’Italia malata.

Ne sono ennesima prova tangibile, appunto, le liste dei candidati, sulle quali vorrei soffermarmi individuando alcune “perle”. A partire dai nomi di alcuni capilista. I “Fratelli d’Italia” sono capeggiati in tutte le cinque circoscrizioni in cui è suddivisa l’Italia dalla presidente del Consiglio. Ovviamente – come ho accennato – Meloni, sicuramente eletta, non lascerà Palazzo Chigi e non andrà pertanto a fare l’eurodeputata. Lascerà il posto ad altri. Non andranno a occupare un seggio a Bruxelles neppure la segretaria del PD Elly Schlein, a capo delle liste presentate in due circoscrizioni, e nemmeno il segretario di “Forza Italia” Antonio Tajani, capolista in quattro circoscrizioni.

Si consuma così una truffa nei confronti degli elettori, un vero e proprio furto di democrazia – è il caso di dirlo – all’italiana, considerando che negli altri 26 Paesi UE nessuna personalità titolare di ruoli pubblici si candida al Parlamento europeo. Evidentemente questi tre leader, ai quali si aggiunge Carlo Calenda di “Azione”, considerano le elezioni europee alla stregua di un sondaggio personale, usando i loro nomi pur di raccogliere consensi. O rilanciando, assurdo ma vero, il nome di un defunto, come fa “Forza Italia” che nel proprio simbolo riporta la dicitura “Berlusconi Presidente”, offendendo così le persone di buon senso e pure la memoria del “Cavaliere”.

Da Vannacci a Sgarbi, che mondo è questo

Diversa è la scelta di Matteo Salvini, segretario della “Lega”, il quale giustamente rinuncia a candidarsi ma inserisce nelle liste del proprio partito e come capolista nelle circoscrizioni del Centro e del Sud il nome del generale dell’esercito Roberto Vannacci, autore del libro “Il mondo al contrario”, reso celebre – si fa per dire – per affermazioni come questa: «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione! Non solo ve lo dimostra la Natura, che a tutti gli esseri sani “normali” concede di riprodursi, ma lo dimostra la società: rappresentate una ristrettissima minoranza del mondo. Quando vi sposate ostentando la vostra anormalità la gente si stupisce, confermando proprio che i canoni di ciò che è considerato usuale e consuetudinario voi li superate».

“Fratelli d’Italia”, per non essere da meno, candida Vittorio Sgarbi, già sottosegretario al Ministero della Cultura con il Governo Meloni, costretto alle dimissioni dopo che sono venute a galla le sue attività illecite, parallele a quelle dell’incarico governativo: conferenze, inaugurazioni, organizzazione di mostre, pagate a peso d’oro da enti pubblici e privati secondo un preciso “tariffario”. Su Sgarbi, già condannato in via definitiva nel 1996 per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, pendono due inchieste della magistratura: una sul dipinto di Rutilio Manetti rubato nel castello di Buriasco, in provincia di Torino (il critico è indagato per riciclaggio), l’altra sul capolavoro “Concerto con bevitore” del caravaggesco Valentin de Boulogne, che stava per essere venduto all’estero, il che gli è valsa un’accusa per esportazione illecita di beni culturali. Come ciò non bastasse, Sgarbi rischia anche un processo per non avere pagato i debiti con il fisco, oltre 700mila euro. E allora via! Cacciato da Roma viene premiato con un seggio a Bruxelles.

Ilaria Salis, dal carcere all’Europarlamento?

Sia pure a fin di bene “Alleanza Verdi e Sinistra” candida nella circoscrizione nord-occidentale Ilaria Salis, detenuta da febbraio 2023 in condizioni disumane nelle carceri ungheresi con l’accusa di lesioni aggravate nei confronti di due militanti di estrema destra, ma condannata in Italia (va precisato, con pene lievi) per resistenza a pubblico ufficiale durante manifestazioni di protesta. L’intento del partito guidato da Nicola Fratoianni era in origine di sottrarre l’insegnante lombarda alle inaccettabili condizioni carcerarie, ma poi le sono stati concessi, dietro cauzione, gli arresti domiciliari a Budapest. La messa in libertà, in caso di elezione, non è tuttavia scontata, e per di più c’è il rischio di creare un certo imbarazzo nei giudici di Budapest, se non di essere controproducente.

Senza entrare nel merito dei programmi elettorali (il tema della pace e dello stop alla corsa agli armamenti, che dovrebbe essere la priorità assoluta di tutti i partiti, è presente in maniera sostanziale nella lista guidata da Michele Santoro “Pace, Terra e Dignità” e in quella del “Movimento 5 Stelle”) sono molti altri gli aspetti sorprendenti di questa competizione elettorale. Che dire per esempio dell’appoggio in Sicilia al candidato di “Noi moderati”, il partito di Maurizio Lupi nel quale milita anche il già citato Giovanni Toti, da parte della nuova Democrazia Cristiana di Totò Cuffaro, ex-presidente della Regione Siciliana condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento della mafia?

In questa Italia malata suona dunque stridente il pur nobile appello al voto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sottoscritto congiuntamente anche dai presidenti di Germania, Frank-Walter Steinmeier, e d’Austria, Alexander Van der Bellen: «Le prossime elezioni per il Parlamento europeo offriranno l’opportunità di eleggere rappresentanti che si impegnino a trovare soluzioni costruttive, accettando la complessità del sistema democratico».

Sarà, ma ho il timore che molti non lo ascolteranno e non andranno a votare. Vincerà il partito dell’astensionismo, sempre più forte. Viva comunque l’Italia!


Polveriera Slovacchia dove la politica è odio

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Di Monica Perosino, La Stampa

Le cose, in Slovacchia, accadono velocemente, e velocemente potrebbero precipitare. Il tentato omicidio del primo ministro non è che l’atto estremo, e visibile, della violenza che ha contagiato un intero Paese. Un Paese il cui governo accusa oppositori, giornalisti e attivisti di avere le mani sporche di sangue, di essere colpevoli per quei colpi sparati contro il premier, mentre – allo stesso tempo – invita alla calma e usa il rischio di «guerra civile» come spauracchio.

«Robert Fico ha trasformato la Slovacchia in una brutta copia dell’Ungheria di Orban». Adam è un ex giornalista. Il suo vero nome, come il giornale per cui lavorava, non vuole che si scriva. Qualche mese fa si è licenziato per le ripetute minacce di morte, contro di sé e la sua famiglia: «Avevo paura. Continuavo a pensare a Jan (Kuciak, il giornalista ucciso nel 2018, ndr) e al giorno in cui qualcuno si sarebbe presentato alla mia porta per ucciderci. E se non mi fossi licenziato io lo avrebbe fatto comunque il mio nuovo editore, un oligarca vicino al governo». Adam si guarda spesso alle spalle. «È come se Fico avesse preso il manuale di istruzioni di Orban e l’avesse messo in pratica in pochi mesi: tutti i poteri dello Stato dovevano essere sotto controllo. Il primo potere da assoggettare e punire è stata la stampa libera».

Dalla sua rielezione, lo scorso autunno, Fico e la sua coalizione hanno esercitato pressioni sulla stampa indipendente, dirette e indirette, e hanno messo in atto un piano per prendere il controllo dei media pubblici. «Ora l’attentato viene utilizzato come strumento politico – dice Adam, che oggi si è reinventato come ristoratore – per aggravare il sentimento anti-media e radicalizzare la società». Ma non è solo la stampa a essere nel mirino: la coalizione di governo sta prendendo spunto dal programma del primo ministro ungherese Orban anche su corruzione, violazione dell’indipendenza della magistratura, restrizioni alle libertà accademiche, una legge sulla “protezione dell’infanzia” ampiamente considerata omofobica, trattamento dei rifugiati e, naturalmente, la posizione filorussa sull’invasione dell’Ucraina. Dopo la vittoria elettorale sono immediatamente partiti i piani dell’esecutivo per eliminare il procuratore speciale anti-corruzione – che, tra l’altro, indagava su Fico -. Nel 2022 il premier è stato accusato di aver creato un gruppo criminale e di abuso di potere, ma poi le accuse sono state ritirate dal procuratore generale. L’obiettivo principale di Fico una volta tornato al potere era chiudere l’ufficio del procuratore speciale. Le indagini, aperte nel 2004, hanno portato a numerose condanne in casi di corruzione di alto profilo, molte delle quali erano collegate al partito Smer al governo di Fico durante il suo precedente mandato come primo ministro. Alla fine di febbraio, la Corte costituzionale ha sospeso alcune parti della riforma del codice penale che riduceva le pene per la corruzione e i termini di prescrizione per reati gravi come lo stupro.

Il clima è sempre più teso, la “guerra civile” che si combatteva nel mondo virtuale è infine tracimata in quello reale. A farne le spese sono tutte le figure pubbliche – intellettuali, artisti, attivisti, giornalisti, politici che si oppongono alla leadership. Due signore avanti con l’età gesticolano di fronte a un chiosco: «La pena di morte ci vuole!», sta dicendo una. «Carcere per chi non rispetta l’ordine», dice l’altra. La Slovacchia ha una lunga esperienza nel “ripristino dell’ordine”. Quando la parte liberale della popolazione sente queste parole, pensa non solo alla minaccia dell’autocrazia sul modello Orban, ma ai 40 anni di dittatura comunista o allo Stato slovacco fascista in tempo di guerra. Oggi, una parte sempre più grande della popolazione slovacca pare essere incline alla nostalgia.

Ieri anche il leader dell’opposizione progressista Michal Simecka ha denunciato di aver ricevuto minacce di morte. «Purtroppo non è una novità». I primi a farne le spese sono stati i giornalisti. Quelli che non si dimettono nonostante la repressione, come Adam, restano, ma a patto di parlare con la sola voce del governo. Alcuni hanno deciso di lasciare il Paese. L’ultima vittima è stata la reporter televisiva Marta Jančkárová: ieri i suoi capi hanno deciso di toglierla dallo schermo a causa delle minacce ricevute. Prima di lei, è stata un’altra giornalisya, Jana Krescanko Dibáková, conduttrice di dibattiti politici in tv, a dover lasciare il posto. Dapprima i politici al governo avevano cercato di isolarla rifiutandosi di partecipare al suo programma, poi è stato il momento delle minacce di morte, a lei e ai figli.

Non ha più retto l’odio neanche uno dei volti più noti dei media slovacchi, la conduttrice Zuzana Kovačič Hanzelová: «Hanno preso di mira la mia vita personale, la mia reputazione. Mi hanno umiliata, offesa, minacciata. L’odio è diventato quotidianità, non ne potevo più». Hanzelová sottolinea che sono le donne ad essere il bersaglio preferito: «Gli attacchi contro di noi sono mirati, colpiscono la reputazione, l’aspetto, le relazioni intime».

Un’altra donna, l’attrice e drammaturga Kristína Tormová, ha fatto l’“errore” di manifestare dissenso contro la politica del governo: «Sono choccata per quello che è successo», dice e la voce le trema. Tra pochi minuti dovrà salire sul palco del teatro di Bratislava: «Il fatto che gli abbiano sparato, è terribile…». Ripete più volte che lei non odia la persona Fico, ma solo la sua politica, come fosse necessario ribadirlo: «Lo è, accusano chi si è espresso contro il governo di essere degli assassini», e le conseguenze sono tangibili. Tormová è stata minacciata di morte, lei e i suoi tre figli, e da due giorni viaggia con una scorta: «Sono sulla lista che circola online delle persone che hanno, cito, il sangue di Fico sulle mani. Poche ore dopo il tentato omicidio la polizia mi ha chiamata e mi ha detto di non andare in giro da sola». Su questa lista ci sono politici di opposizione, intellettuali, giornalisti, artisti: «La situazione potrebbe degenerare, anche perché il governo dice di stare calmi ma sostiene che la colpa sia nostra. La guerra civile in Slovacchia è iniziata tempo fa».


«Siamo preda del marketing alimentare»

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Di Serena Tarabini, il manifesto

Gli studi sulla psicologia dei consumi alimentari si collocano a cavallo di due ambiti disciplinari; uno ha come obiettivo la promozione della salute e la modificazione dei comportamenti al fine di conseguire un’alimentazione più corretta, e a questo fine va alla ricerca dei fattori individuali come le emozioni, i processi decisionali, i valori e la cultura di appartenenza e relazionali, come l’influenza dei gruppi di pari, dei membri della famiglia e educazione, che impattano sulla scelta degli alimenti; un secondo è invece costituito da studi motivazionali, è più centrato sulle condotte di acquisto dei prodotti, sta alla base delle campagne pubblicitarie ed è funzionale al campo del business. Di fatto i primi studi di ricerca di mercato per la pubblicità partono nel settore alimentare.

L’EngageMinds Hub, centro di ricerca dell’Università Cattolica con sede a Cremona si occupa di entrambi questi aspetti, con una divisione dedicata ai malati cronici per andare a capire come i comportamenti di consumo alimentare possono incidere sulle condizioni cliniche, e una divisione, più recente, puramente legata all’innovazione agroalimentare che si pone il tema dell’accettazione da parte dei consumatori di nuovi prodotti alimentari, facendo da ponte fra la ricerca scientifica che cerca soluzioni a questioni come il cambiamento climatico, la denutrizione, le patologie e le preoccupazioni e diffidenze dei consumatori verso il cambiamento delle proprie abitudini alimentari. La direttrice del centro di ricerca Guendalina Graffigna sarà presente al Food and Science Festival che si svolgerà a Mantova dal 17 al 19 maggio con un incontro dal titolo «So quel che vuoi», in cui si esploreranno i processi mentali che sottendono ai consumi alimentari

Dottoressa Graffigna, il titolo dell’incontro presuppone la possibilità di conoscere a priori le scelte alimentari di una persona: quali sono gli indicatori e i criteri con cui si può impostare una previsione?

Si tratta chiaramente di un titolo ambizioso che sottende il fatto che a di là del dichiarato e dei criteri di scelta razionali che una persona può elencare, ci sono degli aspetti motivazionali ed emotivi profondi che riguardano la nostra irrazionalità e che spesso sono più facilmente influenzabili dal contesto: la pubblicità, il confezionamento e la presentazione di un prodotto possono determinare delle scelte meno razionali di quello che vorremmo, fattori «di pancia» che giocano un ruolo preponderante nelle nostre scelte alimentari. L’essere umano lavora per scorciatoie di pensiero più che per algoritmi.

Per esempio?

Le nostre esperienze pregresse determinano delle scelte, per esempio nella valutazione della probabilità che un ingrediente sia piacevole o non piacevole o possa farci male o non male. Un altro esempio è quello delle etichette. Abbiamo fatto degli studi sulle etichette «senza», ovvero quelle che segnalano l’assenza di un determinato ingrediente (senza glutine, senza grassi idrogenati, senza olio di palma… etc.). Abbiamo dimostrato come questa indicazione sul fronte pacco determini una valutazione di maggiore salubrità o qualità del prodotto rispetto a quello convenzionale, anche se il «senza» è relativo a un ingrediente che comunque non c’è o è inventato; lo stesso avviene, paradossalmente, se il «senza» è relativo a un ingrediente che non nuoce alla salute, anzi, come i grassi polinsaturi, molecole che vengono fraintese e valutate negativamente. Quindi siamo una società in cui si pensa che se un ingrediente viene tolto è perché fa male a 360 gradi, ma questo non è vero e soprattutto questo atteggiamento si presta a delle operazioni di marketing un po’ spregiudicate e ingannevoli, anche se rimangono nella legalità: troviamo sugli scaffali una bibita gassata indicata sull’etichetta come «gluten free» quando lo era anche prima, ma quell’indicazione attrae maggiormente l’attenzione del consumatore.

Sulla base dei vostri studi e monitoraggi quali tendenze emergono nelle scelte alimentari e quali sono le maggiori preoccupazioni ?

Abbiamo notato una maggiore attenzione verso la sostenibilità da parte dei consumatori che tendono a boicottare aziende ritenute poco affidabili, anche se spesso in assenza di una effettiva conoscenza di cosa voglia dire sostenibilità. Comportamenti quali la riduzione degli sprechi, il riciclo, la scelta di prodotti con etichettatura sostenibile sono condotte sempre più in crescita nel target giovanile e nelle donne, ma è interessante notare come si stiano facendo strada anche nella popolazione matura che in studi precedenti era risultata più tradizionale. Allo stesso tempo questi consumatori dichiarano di non riuscire ad essere sostenibili quanto vorrebbero per questioni economiche o distributive; quindi, questa maggiore attenzione rimane su un piano più astratto che concreto: per essere sostenibili bisogna avere risorse economiche e tempo e non ci si sente sostenuti dal contesto. Essere sostenibili dipende da uno sforzo individuale.

Le tecnologie alimentari sviluppano cibi sempre più mirati e sostenibili. Possiamo affermare che mangiamo meglio che in passato?

C’è ancora un largo consumo di cibo poco salutare, sia per una questione economica che psicologica (i cibi che ci gratificano). Coloro che sono sempre più attenti all’alimentazione sono la punta dell’iceberg, in realtà ci sono molte sacche di popolazione che mangiano sempre peggio, e a dimostrarlo sono l’incidenza dell’obesità e di altre patologie, purtroppo molto diffuse anche nei giovani. Nonostante alcune tematiche come la sostenibilità e il cambiamento climatico siano molto importanti, nelle nuove generazioni si sta perdendo la cultura di una buona alimentazione. I giovani sono rappresentativi di un paradosso: grande attenzione ad alcuni microaspetti ma mancanza di una dieta bilanciata. Il fatto di demonizzare alcuni specifici ingredienti è uno dei sintomi di questa schizofrenia del consumatore, che si focalizza sul dettaglio ma non ha una visione d’insieme.

L’alimentazione peggiora anche a causa della industrializzazione della produzione?

In realtà i prodotti industriali sono sempre più avanzati e controllati. Il problema non sta nel prodotto in sé ma nello stile di vita e in come è strutturato il lavoro e la famiglia. Le persone da una parte sono più sensibili al tema ma manca una base educativa che prima ci veniva data dalle nostre mamme e nonne. Ora abbiamo poco tempo, mangiamo spesso fuori e rispondiamo al nostro desiderio di cibo sano cercando informazioni per conto nostro e allora siamo preda del marketing e della frammentazione dell’informazione: occorre fare sintesi ma questa funzione richiede un’educazione che non stiamo più ricevendo. Sociologicamente siamo in una fase di transizione in cui da una parte non c’è più la trasmissione familiare, dall’altra non c’è un contesto educativo sanitario che si fa carico di fornire una cultura dell’alimentazione. Quindi rimaniamo un po’ allo sbando, per questo motivo l’introduzione dell’educazione alimentare a scuola è fondamentale.


Sergio Rossi – Giusto non pagare più del 10% del reddito per i premi di cassa malati

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Le università, Gaza, il dito e la Luna: un racconto

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Vedi, c’erano una volta questi che hanno costruito un paese dove volevano sentirsi al sicuro. Poi un giorno, con un attacco improvviso una dozzina di centinaia dei loro è stata massacrata. È stato un incubo, e bisognava reagire. Così hanno invaso il territorio da dove gli altri erano venuti a sorprenderli. Per mesi hanno distrutto e ucciso, senza arrivare a eliminare la milizia nemica. Il numero di vittime dell’invasione era ben più grande di quelle dell’attacco, e nei paesi loro amici alcuni hanno detto che bastava, che le armi dovevano tacere. Non i governi, ma lavoratori che non riuscivano più a lavorare, e studenti che non riuscivano più a studiare, non finché il massacro continuava.

Cosa potevano fare questi lavoratori e studenti? Qualche migliaio di persone ha sfilato ripetutamente per le strade, senza che molti vi abbiano fatto caso. Poi, alcuni degli studenti schifati hanno avuto l’idea di riunirsi nelle loro università dicendo che non si sarebbero mossi a meno che la guerra cessasse. Apriti cielo! Avresti dovuto sentire quanti si sono scandalizzati per questo. “Ma che sfilino anche loro, che ritornino sui banchi, che non impediscano agli altri di fare il loro lavoro”. “Basta, si ristabilisca l’ordine, la ricreazione è finita!” Insomma, si è molto parlato di queste “occupazioni”, ma non della condanna dei massacri, non delle cose tristi ma semplici che anche un bambino capisce. No, si è detto cose da adulti, come “bisogna mettere un termine all’ideologizzazione delle università da parte di una sinistra nemica delle libertà e amica del terrorismo”. Non saprei dirti cosa vuol dire, ma dev’essere roba seria, visto che l’ha detto un importante gruppo che conta tanti membri in governo. Insomma è la solita storia del dito e della Luna: tu mostri la Luna e tutti guardano il dito. O allora ti dicono che non è con quel dito che devi mostrarla, o che non devi tenerlo così dritto, e così via. Della Luna non frega granché a nessuno, tranne alle persone sensibili o a quelli che vogliono piantarci una bandiera.

Esagero? Semplifico? Tu questa storia l’avresti raccontata diversamente? È vero che magari gli studenti non sono così ingenui come li ho fatti apparire, però quelli che protestano stanno dalle parte del giusto. Non usano sempre parole adeguate, e alcune delle loro rivendicazioni si possono anche discutere. Per esempio non credo che sia il momento di chiedere di rimuovere una placca che commemora il passaggio in un nostro ateneo di uno dei creatori del paese rifugio. Parliamone in un altro momento e rimaniamo concentrati sull’essenziale: fermare al più presto il massacro e ristabilire la dignità per tutti. Detto questo, non si può pretendere che nelle università non si esprimano opinioni politiche divergenti: è una vita che le università sono schierate, in un modo o nell’altro. Come potrebbe essere diversamente, visto che sfornano quadri dirigenti, e che sono sempre più aperte sulle società che le accolgono. La scienza è prodotta in un contesto, e le università ne sono coscienti. Di fatto, si sono dotate di codici etici largamente discussi, che regolano le loro attività. Oggettivamente, il disagio creato dalle cosiddette occupazioni da parte degli studenti non è stato importante. Il movimento è essenzialmente pacifico, e comunque infinitamente meno violento dell’intervento armato che denuncia. Laddove i rettorati hanno saputo stabilire presto un dialogo con gli studenti le cose sono andate lisce. Altrove non si è trovato niente di meglio che far intervenire le forze dell’ordine.

E quando il disagio e lo sdegno non potranno più esprimersi sui campus, dove troveranno uno sfogo, visto che le istituzioni politiche faticano ad accoglierli? E dove si potrà gridare: allora fate, ma non in nome nostro?

Nell’immagine: la protesta degli studenti dell’Uni di Ginevra (poi fatta sgomberare dalla polizia)


C’è posto per tutti

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Leggendo l’intervista che l’ex vicepresidente del Partito socialista Adriano Venuti ha rilasciato al quotidiano laRegione il 17 maggio, nell’imminenza del Congresso del suo partito (8 giugno), mi chiedo se davvero si voglia «rilanciare il dibattito sul presente e “soprattutto” sul futuro del partito». In un tempo come il nostro, in cui la forma partito inteso come motore della democrazia è in crisi, mentre si esaltano i partiti personali e la ‘politica dell’io’, sarebbe urgente, almeno nel campo della sinistra, riflettere sulle molte cose che uniscono, piuttosto che bisticciare su ciò che divide. Un compito apparentemente facile, persino banale, ma non per la Sinistra. L’ultimo esempio ci viene dall’area sindacale, dove il “nemico” non è il padrone, ma l’altra sigla sindacale, rea di fare dei distinguo, di non essere partecipe pur condividendo gli obiettivi. Intanto gli altri, i partiti che si collocano dall’altra parte, dal centro verso  destra, continuano a ridersela e a governare. L’ultimo esempio ci viene dall’elezione comunale di Lugano, con appelli pubblici (anche da esponenti di spicco del PLRT) a votare il sindaco uscente leghista Foletti e non il suo alleato udc Chiesa, e ciò per evitare grandi imbarazzi (ovviamente a destra) e affinché tutto… quadri. 

Tornando all’intervista suddetta, Venuti ha ragione da vendere quando afferma che «il progetto rossoverde non si sa più cosa sia»; e quando dichiara che occorre arrivare ai prossimi appuntamenti elettorali «con obiettivi e strategie chiare». Bene, giusto. Peccato però che accanto a queste preoccupazioni, che condivido, l’ex vicepresidente chieda al Congresso con una mozione di votare sulla nomina della presidenza del Ps cantonale, «anche in caso di un’unica candidatura»;  e se il Congresso dovesse accettare la sua proposta, allora «la votazione avvenga a scrutinio segreto». 

Che dire? C’è della malizia? Dall’alto verso il basso: dalla preoccupazione, giustissima, di vedere finalmente rimesso in piedi affinché possa camminare sulle proprie gambe il progetto rossoverde a quella (forse maliziosa) di mettere sotto voto, anche in caso di unica candidatura, la nomina del presidente e per di più a scrutinio segreto. “E vedere [non] di nascosto l’effetto che fa”. 

Peccato davvero che non si riesca a uscire da questo pantano, a camminare con  la testa alta per cercare di scrutare orizzonti lontani e più larghi dei cortili di casa nostra. 

E poi, diciamolo: fare il presidente di un partito, almeno qui da noi, nel piccolo Ticino, è un compito per nulla facile, molto più difficile che fare il Consigliere di Stato. La coda dei pretendenti, infatti, non è lunga: c’è posto. Venghino, signori, venghino. 


Perché fa ancora paura una società inclusiva

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Di Assia Neumann Dayan, La Stampa

Ieri è stata la giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia, la bifobia e l’intersexfobia, e per onorarla al meglio il governo italiano ha pensato bene di non firmare la dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore della comunità LGBTQIA+. Posso anche capire che non siano a conoscenza dell’intersexfobia come molti di noi, ma non mi è chiaro il principio secondo cui si possa essere contrari alla tutela dei diritti di tutti.

Non mi è chiaro il perché, visto che non stiamo parlando di gestazione per altri, di disforia di genere nei minori, di fare un’ora obbligatoria di storia delle drag queen nelle scuole primarie di tutta Europa. Qui stiamo parlando di un impegno per fare in modo che i diritti siano di tutti, perché se non sono di tutti prima o poi arriverà il momento in cui quei diritti non saranno nemmeno più nostri. L’impegno della presidenza belga è «quello di combattere la discriminazione, garantire la sicurezza delle persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+, costruire una società più inclusiva, richieste di uguaglianza a livello mondiale per le persone LGBTQIA+»: certo, sembra un po’ l’appello per la pace nel mondo di Miss Unione Europea, ma non mi sembra che queste possano essere posizioni divisive su cui andare cauti. Bisogna starci a pensare su che una società inclusiva è meglio di una esclusiva? Andiamoci cauti col combattere la discriminazione perché forse fa male al fegato? Per infelicitarmi la giornata di ieri ho letto un po’ commenti alla notizia. Su tutti vince il fatto che abbiamo ben altri problemi, tipo le accise. A seguire, c’è la notazione che ci sono troppe lettere, uno poi come fa a capire. Infine, ci sono quelli che le persone della comunità lgbtq+ hanno gli stessi diritti di tutti i cittadini; quindi, non si capisce bene cosa si dovrebbe firmare e perché, mancava solo che «sono gente tali e quali come noi, noi normali».

Nessuno ha mai insultato, picchiato o non assunto qualcuno perché era eterosessuale. Non possiamo dire lo stesso per le persone omosessuali. Tutta la questione dell’identità di genere ha complicato le cose, anche solo per il fatto matematico che se moltiplichi le identità moltiplichi le discriminazioni. Fonti del ministero della Famiglia dicono che il documento non è stato firmato perché la proposta «era in realtà sbilanciata sull’identità di genere, quindi fondamentalmente il contenuto della legge Zan». Io non lo so se è coerenza o altro, ma aspetto un commento ufficiale del Ministero: fatto sta che pure le persone con l’identità di genere non vanno discriminate. Anni di “ideologia gender”, anni di “i bambini non si toccano”, anni di “lobby gay”, per non parlare poi di tutta la retorica sulle donne, hanno alimentato un clima ostile e sospetto. Io posso anche arrivare a capire che ci possano essere posizioni diverse su alcuni temi, ma una cosa che non posso capire è come possa essere motivo di perplessità l’intento di una società inclusiva.

Se anche su posizioni che mi sembrano innocue c’è opposizione, vuol dire che un problema c’è. Riconoscere il fatto che in Europa ci siano delle discriminazioni e che le discriminazioni siano contrarie a una società civile mi pare il livello minimo della decenza. Qualche giorno fa è stata pubblicata la Rainbow map che monitora sulla base delle leggi e della politica «l’impatto diretto sui diritti umani delle persone LGBTQIA+». L’Italia è al trentaseiesimo posto su quarantanove paesi [la Svizzera al 16.mo posto, ndr]. Non è questa una fotografia incoraggiante. Ieri l’account X di Atreju – «la più grande manifestazione della destra italiana» recita la loro bio – ha diffuso una card con la bandiera arcobaleno e la scritta: «Non importa il tuo orientamento sessuale. L’8 e il 9 giugno scrivi Giorgia». Come testo del tweet hanno scritto che «vale per tutt*» con emoticon dell’unicorno. Tra opportunismo e ipotesi hacker, ci sarebbe da regolamentare anche il rainbow washing.


Normalità

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 


Quanto ci impoverisce la corsa alle armi

Un appello affinché torni ad essere una virtù pubblica e politica 

Di Moisés Naím, La Repubblica

L’anno scorso, la spesa militare mondiale è aumentata di quasi il sette per cento. Secondo i ricercatori dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, si è trattato dell’aumento più consistente dal 2008 in questo settore. Complessivamente, i governi hanno speso nel 2023 più di 2.400 miliardi di dollari in soldati, equipaggiamenti e armi.

Con questi soldi sono molte le cose buone che si potrebbero fare. I Paesi del mondo spendono per le spese militari nove volte di più di quanto spendano per sradicare la fame, ad esempio. In effetti, la spesa militare globale si avvicina a quei 2,5-3 mila miliardi di dollari che, secondo le Nazioni Unite, sarebbero necessari per raggiungere tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Tra questi obiettivi ci sono lo sradicamento della fame e il garantire energia pulita e accessibile, acqua pulita e igiene, salute e benessere, nonché istruzione di qualità a tutti i Paesi in via di sviluppo. Tutto questo potrebbe essere raggiunto… ma non ci si riesce perché, invece di essere investite nel benessere umano, queste risorse vengono utilizzate per armarsi fino ai denti.

Si è messa da parte la speranza del benessere che avrebbe portato il “dividendo della pace” prodotto dalla fine della Guerra Fredda negli anni Novanta. Con il collasso dell’Unione Sovietica, non sarebbe stato più necessario spendere tanto in armi e quel denaro avrebbe potuto essere reindirizzato al miglioramento delle condizioni di coloro che hanno meno. Purtroppo, questa speranza è durata poco. Dopo la gravissima invasione dell’Ucraina da parte della Russia e di fronte a una Cina recalcitrante e irredentista, i principali governi del mondo stanno prendendo la strada opposta, orientando di nuovo nell’aumento delle spese militari risorse che avrebbero potuto migliorare la vita di centinaia di milioni di persone.

È una tendenza globale. Ognuna delle dieci maggiori potenze mondiali ha aumentato in modo significativo le proprie spese militari nel 2023. La Russia ha aumentato la spesa del 24 per cento, raggiungendo un importo pari a 13 volte il bilancio del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, che aiuta le popolazioni sull’orlo della carestia. L’Ucraina, da parte sua, ha aumentato la spesa del 51 per cento, raggiungendo i 65 miliardi di dollari, tre volte di più del budget dell’Unicef per i bambini più poveri del mondo.

Il fatto che questi Paesi in guerra stiano aumentando in modo aggressivo le loro spese militari non è una sorpresa. Ciò che sorprende è che il conflitto tra Russia e Ucraina abbia avuto conseguenze globali, spingendo i governi di ogni latitudine ad armarsi a loro volta.

Ma anche gli Stati Uniti hanno aumentato la loro spesa fino all’impensabile cifra di 916 miliardi di dollari, il 38% della spesa militare del mondo intero.

La spesa militare della Cina è ancora meno di un terzo di quella americana, “solo” 296 miliardi di dollari, ovvero 70 volte la cifra che il mondo spende per combattere la malaria. Ma gli analisti avvertono che i costi in Cina sono molto più bassi che negli Stati Uniti, quindi l’importo è molto più fruttuoso per Pechino di quanto non lo sarebbe negli Stati Uniti. Inoltre, Pechino sta aumentando la propria spesa militare molto più rapidamente del Pentagono: del 6 per cento all’anno rispetto al 2,4 per cento degli Stati Uniti. Il divario militare tra le due grandi potenze si sta riducendo di anno in anno e nessuno sa cosa accadrà il giorno in cui questo divario sarà colmato.

Molti sostengono che questa corsa agli armamenti sia diventata inevitabile dal giorno in cui Vladimir Putin decise di destabilizzare l’Europa invadendo l’Ucraina. Il Presidente francese Emmanuel Macron difende strenuamente la sua tesi secondo cui, di fronte alla minaccia russa, l’Europa non può continuare ad affidare la propria sicurezza nelle mani di una Washington sempre più impegnata nel Pacifico per contrastare i forti appetiti geopolitici della Cina.

Anche le potenze militari più modeste hanno aumentato le spese militari. La Spagna, ad esempio, ha visto salire la propria spesa militare a 2 miliardi di dollari nell’ultimo anno, una somma simile a quella promessa dal mondo intero per alleviare la crisi umanitaria causata dalla guerra civile in Sudan.

Perfino i Paesi costretti al pacifismo per aver perso l’ultima guerra mondiale oggi si preparano attivamente per un possibile conflitto armato. Il Giappone, ad esempio, sta aumentando rapidamente il suo budget militare e si stima che entro il 2027 sarà la terza potenza militare al mondo.

La Germania ha fatto un’inversione di rotta nella sua politica militare e sta acquistando una costosa flotta di cacciabombardieri F35 e sofisticati sistemi informatici di comando e controllo.

Che in un mondo più pericoloso i governi sentano una forte pressione ad armarsi è naturale, ma è comunque una tragedia.

Una delle ragioni degli straordinari risultati economici e sociali di Giappone e Germania dopo il 1945 è che a questi Paesi era stato vietato destinare risorse alle loro forze armate. Questo ha fatto sì che le risorse fossero destinate al rafforzamento dell’economia e della società.

Necessaria o meno, questa corsa agli armamenti ci impoverisce tutti.

traduzione di Barbara Bacci