Una giornata doppiamente triste

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Per caso, proprio in questo giorno – in cui il consiglio federale esprime il suo non voler dar seguito alla sentenza della CEDU che obbligherebbe la Svizzera ad una maggiore impegno nella protezione del clima – accompagno un parente di una delle tante vittime sui luoghi della terribile catastrofe avvenuta in Val Bavona. 

Profondamente toccata dalle immagini di devastazione, dal lutto e dai traumi di tante persone coinvolte, penso anche alle parole non dette dai e dalle rappresentanti del nostro governo venuti a condividere: non hanno mai usato il termine “cambiamenti climatici” neanche in Mesolcina, dove erano anche lì presenti, in visite di supporto e condivisione. Forse che osare parlare di “conseguenze dei cambiamenti climatici” significherebbe entrare nel merito di quanto i rappresentanti politici del nostro Stato stanno offuscando?

Ancora presa dalle emozioni di quanto ho visto e sentito, cercando di ritrovare un equilibrio tra emozioni e razionalità leggo la comunicazione del Consiglio federale in merito alla sentenza della CEDU.

La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa. Invece di assumersi le proprie responsabilità e chinarsi sui compiti da realizzare, il nostro governo federale assume un atteggiamento difensivo, irrispettoso e fuorviante dichiarando cose non vere. La Svizzera non sta corrispondendo ai requisiti necessari per un contenimento dei valori CO2. E questo è comprovato da diversi studi scientifici sui quali si è basata la CEDU nella sua sentenza.

Questa triste giornata rimane nel mio bagaglio di ricordi come un’enorme impronta rispetto ai danni causati dalle catastrofi naturali e le conseguenze per coloro che ora ricompongono faticosamente storie di famiglie spezzate. 

Ma rimane anche come profonda delusione rispetto alla volontà e capacità dei nostri politici e delle nostre politiche ad assumersi le responsabilità dovute nel rispettare uno stato di diritto che non solo si dichiara aderente ai diritti umani fondamentali , ma che nemmeno li accetta e rispetta quando una decisione non piace. 

Soprattutto lascia incognite rispetto alla volontà di occuparsi in modo efficace ed efficiente della protezione del clima.

Norma Bargetzi-Horisberger fa parte di “Anziane per il clima” Svizzera
Nell’immagine: il presidente del CdS Norman Gobbi in visita in Vallemaggia (dal suo sito)


Salvare il salvabile

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 


La lezione di Beslan

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Vent’anni fa, il 1. settembre 2000, si consumò la tragedia di Beslan. La cronaca è nota. Nel tradizionale giorno dell’inizio delle scuole in tutta la Russia, in una cittadina dell’Ossezia del Nord, un gruppo di 32 terroristi ceceni legati a Shamil Basaev irruppe in una scuola e prese in ostaggio 1.200 persone tra cui 770 bambini.L’azione di Beslan fu l’apogeo di una campagna in crescendo di attentati della guerriglia cecena che durò tutta l’estate e dimostrò il grado di disperazione, ormai senza prospettiva, dei gruppi legati a Basaev.

Nei primi due giorni della crisi, i terroristi chiesero insistentemente di poter trattare direttamente con i politici russi e non con il Fsb, i servizi segreti, rilasciando anche alcuni ostaggi per mostrare la loro disponibilità a negoziare.I ceceni permisero anche all’ex presidente dell’Inguscezia, Ruslan Aushev, di entrare nella scuola. In cambio, 26 ostaggi furono rilasciati come gesto di buona volontà. Tuttavia, le cose si erano già messe nel modo più crudele, visto che già nelle prime ore della crisi i ceceni asserragliati nella scuola avevano ucciso più di una dozzina di uomini, i cui corpi furono gettati fuori dalle finestre delle classi.Tuttavia, venerdì 3 settembre, il terzo giorno della crisi, non c’erano segni di un imminente assalto delle forze governative.

Mentre i guerriglieri permettevano a 4 operatori medici di avvicinarsi alla scuola con un paio di ambulanze, due bombe esplosero all’interno del palazzetto dello sport della scuola, dove erano riuniti gli ostaggi. Erano le 13:05 di quel maledetto giorno assolato. Le esplosioni avevano quasi distrutto il tetto del palazzetto dello sport e parte del muro. In preda al panico alcuni bambini videro l’opportunità di fuggire. I terroristi risposero aprendo il fuoco, il che spinse le forze di sicurezza a prendere d’assalto l’edificio.

Mentre vedevano i bambini fuggire e i terroristi sparare, i reparti speciali, che in quel momento non indossavano neppure il giubbotto antiproiettile, non ebbero altra scelta che prendere d’assalto la scuola. L’operazione di Beslan si trasformò rapidamente in una battaglia per le vie della cittadina e alle sparatorie iniziarono a partecipare anche cittadini comuni, il che e accrebbe la confusione. Gli scontri terminarono verso le 17 di sera anche se fino alle 23 si sentirono qua e là delle esplosioni. Il bilancio finale fu disastroso: 334 ostaggi rimasero uccisi, tra cui 186 bambini.

Andrey Soldatov, uno specialista di servizi segreti russi che vive da molti anni in esilio, sostiene che il Fsb mostrò un certo grado d’impreparazione. “Fin dall’inizio – sostiene il giornalista russo – la crisi degli ostaggi a Beslan era chiaramente di portata nazionale. Ma temendo la responsabilità di un possibile fallimento, i generali del Fsb a Mosca deliberatamente inquadrarono l’evento come una crisi locale… Il primo giorno della crisi, Putin inviò a Beslan il direttore del Fsb Nikolay Patrushev, il quale però lasciò la repubblica il più presto possibile senza mai recarsi direttamente a Beslan”.

Lo stesso Putin riconobbe una mancanza di coordinamento e ammise seppur a denti stretti che c’era stato in quei giorni drammatici un vero e proprio scontro tra l’Fsb locale e federale.

I parenti delle vittime di Beslan chiesero un’indagine indipendente e la punizione dei più alti funzionari della sicurezza. Infine nel settembre 2005, Putin invitò otto membri tra le famiglie delle vittime al Cremlino per un incontro. Un membro dei familiari chiese a Putin se i capi dei servizi di sicurezza dovessero dimettersi e Putin concordò che sarebbe stato un gesto di onestà umana dimettersi: “Se fossi stato al loro posto, l’avrei fatto”, concluse salomonicamente il presidente russo. Nonostante ciò, nessun membro dei servizi segreti fu poi punito e Patrushev ancora oggi è nel “cerchio magico” del Presidente: ricopre l’incarico di segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa.

Molta acqua è passata da allora sotto i ponti della Moscova. La Seconda Guerra Cecena si concluse ufficialmente nel 2009 ma la vittoria per la Russia fu assai amara e costò la vita a decine di migliaia di ceceni e a 15.000 soldati russi. La Cecenia, dal 2006, è governata con il pugno di ferro da Razman Kadyrov che non ha risparmiato “lezioni esemplari” contro chiunque ne possa mettere in discussione il potere basato di fatto sulla legge coranica e sulla repressione più dura per chiunque osi parlare di diritti umani o di autonomia regionale.

In questi vent’anni, Putin ha inondato di quattrini questa piccola repubblica caucasica al fine di mantenere la pace sociale e evitare il risorgere del separatismo. Nel 2022 Kadyrov stesso lo ha confermato ufficialmente: le prebende che la Cecenia (con una popolazione di meno di due milioni di abitanti) ottiene ogni anno dalla Federazione assommano alla fantastica cifra di 3 miliardi di euro. Malgrado ciò la Cecenia non è diventata la “Dubai russa” come aveva promesso Kadyrov e i turisti russi si guardano bene dall’andare in vacanza in quella zona (anche perché è di fatto vietato l’uso di alcol).

Tuttavia, il radicalismo islamico è sempre presente in tutta la regione (Daghestan, Ossezia) e ha trovato altri canali per esprimersi. Durante la guerra in Siria, secondo il portale “DW”, sono stati un migliaio i ceceni che sono andati a combattere nella regione come “foreign fighters” nell’ISIS (altre migliaia di musulmani del Centroasia attraversarono la Russia in quegli anni per andare a combattere nelle fila del Califfato facendo tappa nel Caucaso). Così, mancando in Russia una politica democratica sulla questione delle nazionalità (la formazione di movimenti autonomisti e nazionalistici è perseguita penalmente), il terrorismo islamico è tornato a farsi sentire in Russia prima con l’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo nel 2017, che provocò la morte di 14 persone, e poi, più recentemente, con la strage al teatro “Crocus City Hall”, in cui sono rimaste uccise 137 persone inermi.

Per questo tutti, e non solo i russi, devono ricordare Beslan. Quella tragica vicenda rappresenta un monito sia contro ogni cultura del radicalismo politico o religioso sia, spinto fino all’estrema logica dell’assassinio di massa di civili, contro ogni tipo di autoritarismo al di sopra e contro la volontà dei popoli. Un monito che è evidentemente non può riguardare solo Putin: interroga anche l’Occidente.

Nell’immagine: la palestra della scuola n. 1 di Beslan è oggi un luogo di memoria con le foto delle vittime dell’attacco terroristico


Germania nera, nel voto in Turingia favorito il neonazista Höcke

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Di Uski Audino, La Stampa

Le rovine del castello di Hanstein in cima alla collina, con le sue torri distrutte durante la guerra dei Trentanni, dominano il minuscolo borgo circondato da boschi abitato da 260 anime. Si tratta di Bornhagen, in Turingia, patria elettiva del capolista dell’ultradestra di AfD, Björn Höcke, 52 anni. Qui la Germania è rimasta quella che era una volta, il posto delle favole dei fratelli Grimm, un luogo dell’immaginario. Risparmiato dalla modernità, dall’immigrazione e dalla globalizzazione culinaria dei ristoranti cinesi. Questa è la Germania di Höcke, il leader locale dell’AfD, intriso di quel nazionalismo romantico che affonda le sue radici nel diciannovesimo secolo. Questo il Paese che vuole difendere. Ma è un fake.Il Paese esiste soprattutto nell’immaginazione di Höcke e di quelli come lui. Björn tra l’altro non ha le sue radici qui, è nato lontano, è dell’Ovest. E come un re in cerca del suo regno, si è spostato a Est.

La nostalgia è costata cara al capolista di Alternative für Deutschland. Per due volte è stato riconosciuto colpevole di avere usato lo stesso slogan della propaganda nazista vietato in Germania. «Tutto per la Germania» – il motto usato dalle SA, il reparto d’assalto speciale del partito nazionalsocialista – ha dichiarato, sapendo di richiamare un’espressione nota al suo uditorio. La prima volta, nel 2021 il tribunale di Merseberg lo ha condannato a pagare una penale di 13.000 euro, la seconda, un mese fa, quello di Halle lo ha condannato a 16.900 euro. Entrambi i casi sono in revisione, ma il gioco sembra non disturbarlo affatto, anzi pare piuttosto rispondere a uno schema: “Épater le bourgeois”, scandalizzare i borghesi.

Höcke punta allo strappo, a violare le regole per ottenere le luci della ribalta e insinuarsi con le sue parole d’ordine. In primavera, prima delle elezioni europee, si è lanciato in un programma elettorale degno del crepuscolo degli Dei: «Questa Ue deve morire perchè la vera Europa possa vivere», anche questa una citazione di una poesia sulla guerra del 1914.

Lo scorso anno Björn Höcke aveva sottoscritto un documento – firmato insieme a colleghi del partito di altri Länder – nel quale si descriveva la Nato come un «presunto ombrello protettivo di un egemone lontano» e si augurava «che i Paesi europei» si assumessero «finalmente la responsabilità della propria sicurezza».

Ma non è sempre stato così. Alternative für Deutschland è nata nel 2013 da un nucleo di professori conservatori ed euroscettici. Con il passare del tempo si è spostata sempre più a destra. Björn Höcke, ad esempio, nel 2017 doveva essere espulso dal partito per le sue posizioni estremiste. Allora alla guida del partito c’erano Frauke Petri e Jörg Meuthen. Prima è stata fatta fuori Petri, poi a stretto giro Meuthen ha lasciato e via via il timone è passato nella mani di persone con posizioni sempre più estremiste.

Questo scivolamento a destra è un fenomeno dilagante nei due Länder della Germania orientale, che si preparano al voto di domani. Covid, guerra in Ucraina e i recenti attentati hanno rinsaldato un trend già innescato. I sondaggi in Turingia danno l’AfD come primo partito tra il 29 e il 30%, la Cdu secondo partito tra il 22 e il 23% seguiti da il partito di Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 17-18% e seguiti dalla Linke tra il 13 -14%. Due su tre partiti di governo, cioè verdi e liberali, potrebbero non entrare nel Parlamento della regione. In Sassonia – l’altro Land che va alle urne domani – le cose non vanno molto diversamente. AfD, tra il 30 e il 31%, è il secondo partito dietro la Cdu, salda al 33%. Mentre il Bsw è al 12% e Spd, verdi e Linke si aggirano tra il 4 e il 7%. Le ali estreme dell’arco costituzionale in Turingia, cioè Bsw da sinistra e AfD da destra potrebbero avere oltre il 50% dei voti. Governare sarà una bella sfida.

Nell’immagine: il capolista di AfD in Turingia Björn Höcke in una foto del 2016, durante una manifestazione a Erfurt 


Dal massacro di Gaza all’assedio della Cisgiordania: il fronte unico della guerra di Israele in Palestina

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Di Paola Caridi, Valigia Blu

È un unico fronte di guerra. È un solo unico fronte di guerra che, però, non comprende solo Gaza, la parte (enorme, incommensurabile) per il tutto. È l’intera Palestina il fronte unico di guerra su cui si concentra, con modalità diverse, la strategia del governo di Israele. L’escalation attorno ai bordi, ai confini verso il Libano e la Siria – e poi oltre –  è semmai il frutto altrettanto malato di questa unica guerra interna: l’allargamento a una guerra regionale è una diversione da parte di Benjamin Netanyahu e del suo governo per distrarre dall’obiettivo che negli ultimi mesi si è consolidato.

Lo scopo è persino più chiaro di quanto lo fosse già nell’autunno inoltrato, con l’ingresso delle truppe israeliane all’interno di Gaza: diminuire il “peso” dei palestinesi nel Territorio occupato utilizzando strumenti combinati e continuando – in versione aggiornata – la nakba iniziata nel 1948. Si utilizzano le distruzioni immani (a Gaza), il tentativo di nuova pulizia etnica attraverso i tragici carotaggi in corso contro i piccoli paesi (in Cisgiordania), l’annessione della stessa Cisgiordania attraverso atti formali da parte delle autorità israeliane preposte, e la definitiva chiusura di Gerusalemme ai palestinesi della West Bank con il consolidamento del controllo, in particolare sulla Città Vecchia. Tutto si tiene, insomma. Il massacro quotidiano dei palestinesi a Gaza da parte delle forze armate israeliane, lo stillicidio dei raid dei coloni e dell’esercito di Tel Aviv contro villaggi, città e campi profughi in Cisgiordania, e infine a Gerusalemme la rottura ormai conclamata dello status quo sulla Spianata delle Moschee.

È una strategia che a Gaza si esprime in tutta la sua terribile potenza, con la perdurante, capillare, costante pratica di bombardamenti su aree residenziali e zone definite sicure dalle stesse forze armate israeliane, con un solo obiettivo visibile e conclamato: i civili palestinesi, costretti con un ritmo sempre più serrato a muoversi da un luogo all’altro dell’area centrale e meridionale della Striscia, senza sapere più dove andare, se non dirigersi ora verso le spiagge del sud. Il massacro dei civili palestinesi va di pari passo con la distruzione sistematica (per dirla meglio, sistemica) dell’intera infrastruttura che teneva in piedi la vita a Gaza: strade, sistemi di approvvigionamento idrico ed elettrico, case, ospedali, scuole, scuole divenute rifugio, panifici, negozi, magazzini delle Nazioni Unite, l’intero sistema universitario ora distrutto. E i luoghi di culto, le oltre 600 moschee bombardate, compresa la più antica, la Grande Moschea di Khan Younis, della cui distruzione circolano video oramai virali su tutti i social. I soldati israeliani hanno bruciato anche le copie del Corano che servivano per i fedeli nella moschea di Bani Saleh, nel nord di Gaza, e hanno filmato il gesto sacrilego.

È una lista lunghissima, quella delle violazioni su Gaza dei diritti umani, a cominciare dal diritto alla vita per finire con il diritto a rimanere sulla terra di cui sono parte da millenni. La spinta a costringere centinaia di migliaia di palestinesi in una zona sempre più piccola di territorio è, in alternativa, una spinta all’espulsione o a rimanere in condizioni impossibili in una ‘riserva indiana’.

La strategia israeliana in opera in Cisgiordania si compone di almeno due elementi. Il primo è l’attacco ai campi profughi per renderli invivibili e, dunque, tentare di chiuderli disperdendo la massa dei rifugiati che lì vivono dai tempi della nakba. Il secondo è la pressione sui piccoli villaggi a nord e a sud della Cisgiordania per costringere la popolazione ad abbandonare le case. A corollario, c’è la dissoluzione de facto del potere amministrativo e politico rappresentato dall’Autorità Nazionale Palestinese che, però, mantiene evidente un solo potere, di cui gli israeliani non possono ancora fare a meno: l’esercizio della forza da parte dei corpi di sicurezza dell’ANP, rivolti in particolare verso i nuovi gruppi armati che si sono formati nel corso degli anni più recenti nel nord della Cisgiordania.

Sono in particolare i raid quotidiani dell’esercito israeliano nei campi profughi che puntellano la Palestina a far comprendere che l’obiettivo è, anche in questo caso, demolire la “questione palestinese”, di cui i rifugiati incarnano il diritto al ritorno a casa, nelle case che ora, nella Palestina storica divenuta dal 1948 Israele, non esistono (quasi) più. La presenza di palestinesi che, in quanto rifugiati nella forma e nella sostanza, incarnano un diritto individuale e collettivo è divenuta ormai “la questione” per quella parte della politica e della società israeliane rappresentate dai due ministri del sionismo messianico, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Il fatto che ricoprano ruoli estremamente importanti della struttura di governo fa comprendere quanto i loro obiettivi siano centrali per Netanyahu (che ha un bisogno imprescindibile del loro sostegno) e per lo stesso esecutivo. Smotrich è colui che, per entrare nello specifico, sta agendo per l’annessione della West Bank, come ministro delle Finanze e governatore de facto della Cisgiordania per il suo ruolo nel ministero della difesa.

I campi profughi sono, dunque, un obiettivo ben preciso. I raid dell’esercito, le uccisioni quotidiane di palestinesi (il totale è ora di 594 palestinesi ammazzati, secondo i dati ufficiali dell’Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’ONU), la distruzione delle strade e delle condutture divelte dai cosiddetti bulldozer blindati, gli attacchi ora anche con i droni sono gli elementi di una precisa strategia. Chiudere i campi profughi significa proseguire nel tentativo di demolire l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che si occupa dal 1949 del rifugio palestinese e rappresenta, quindi, il cuore della questione politica. È già successo con l’iniziale sospensione dei finanziamenti all’UNRWA da parte di molti paesi occidentali, poi ripresi senza grande clamore. È proseguito con la chiusura dell’ufficio di Gerusalemme dell’UNRWA e lo spostamento di molti dei suoi funzionari ad Amman. Ora l’attacco si concentra sui campi profughi in Cisgiordania, da Betlemme a Gerico, sino a Jenin e Tulkarem, mostrando quanto le incursioni dei coloni israeliani nei piccoli paesi attorno a Nablus, per esempio, siano solo uno degli aspetti di un disegno molto più complesso.

Di questo disegno Gerusalemme est, e in particolare la Città Vecchia, è parte integrante. Non solo simbolica. È una parte eminentemente politica, anzi, che mette in gioco anche la più ampia instabilità regionale. Da anni il sionismo messianico punta alla definitiva conquista – immobiliare e urbanistica – della Città Vecchia, compresa la rottura dello status quo che vige(va) da secoli e che neanche la guerra dei Sei Giorni era riuscita a intaccare in modo così pesante. È stata una conquista realizzata in una ventina d’anni, a forza di espropri, di acquisti sottobanco, di pressioni.

La mezzaluna dei quartieri palestinesi che fanno da cintura alla Città Vecchia vede ora una presenza sempre più consistente dei coloni israeliani più radicali, che sono penetrati sin dentro il quartiere musulmano e – ora è evidente quello che già si sapeva da anni – sin dentro il quartiere armeno. L’ultimo baluardo è la Spianata delle Moschee, dove la presenza sempre più frequente dei coloni ha già cambiato l’atmosfera, l’armonia, l’omogeneità del terzo luogo santo dell’Islam. Il ministro Ben Gvir ha infine detto ciò che era già chiaro nei fatti: ha detto di aver pregato sulla Spianata, pratica proibita da entrambi i rabbinati in Israele, ashkenazita e sefardita. Ha dunque rotto lo status quo, lasciando campo libero a un cambiamento epocale per gli equilibri di Gerusalemme e per quelli della regione. Finora è stata la Giordania ad aver esercitato un controllo sulla Spianata. In primo luogo, perché la Giordania esercitava il potere su Gerusalemme est sino alla conquista del 1967 da parte di Israele. E poi in quanto custode della Spianata, nonché Stato che ha fatto inserire la Città Vecchia di Gerusalemme (con le antiche mura e i luoghi santi) nel patrimonio a rischio dell’umanità per l’Unesco. Un ostacolo internazionale alla presa del controllo totale della città da parte di Israele.

Anche nel caso di Gerusalemme, il tentativo è quello di diminuire quanto più possibile il numero e il peso dei palestinesi, e cioè di ben oltre un terzo degli abitanti della città. La strada verso l’etnocrazia, a questo punto, sarebbe sempre più libera, almeno nei desiderata dell’estrema destra israeliana che non trova più, nei partiti e partitini di centro, una opposizione di sostanza e di valori alle idee razziste del sionismo messianico.

Nell’immagine: bombardamento israeliano di Khan Younis il 9 maggio 2023, prima del 7 ottobre


L’etica perduta

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Tra i tarli che rodono lo zoccolo della democrazia c’è l’astensionismo. Una disaffezione che sgorga da più stati d’animo: noncuranza per la cosa pubblica, amarezze personali, disgusto per determinati comportamenti, rassegnazione (tanto non cambia nulla) e altri sentimenti meno nobili. E tuttavia è opinione condivisa che la democrazia vada salvata, come pure la rete delle associazioni – con in prima fila i partiti – che ne garantiscono il funzionamento, nel quadro normativo garantito dalla Costituzione.

Rianimarla e rinvigorirla non è però operazione agevole. In primo luogo occorre formulare una diagnosi corretta, prendendo sul serio anche le voci critiche più radicali, anche quelle che vorrebbero affossarla per instaurare un regime da «uomo (o donna) forte». 

Limitiamoci al nostro cantone, un’aiuola che già offre una casistica ricca e variegata. Sono sotto gli occhi di tutti gli episodi che hanno riguardato un’istituzione plurisecolare come la Chiesa. Casi gravi che hanno traumatizzato fanciulli e rovinato rapporti, violenze commesse da educatori (presbiteri) di cui le famiglie e la scuola si fidavano, proprio in virtù della delicata missione che svolgevano come depositari di moralità, di buon costume, di civismo. Secondo caso: la faida che sta lacerando la magistratura cantonale. Anche qui siamo di fronte ad un potere (quello giudiziario, nella tripartizione di Montesquieu) che dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni malsana ambizione, istanza superiore in cui il cittadino vittima di reati ripone le sue speranze di giustizia. 

Chiesa e Magistratura: due santuari che in altri tempi garantivano serietà, credibilità e una moralità indiscussa. Oggi il cittadino le osserva con occhio disincantato e freddo, domandandosi se questo cedimento etico rappresenti l’anticamera di una corsa verso il nulla, verso la liquefazione dei princìpi che finora avevano orientato l’azione di entrambe le istituzioni.

Pure i partiti, questi architravi dell’ordinamento repubblicano, che come abbiamo detto reggono l’impalcatura della democrazia, non godono di buona salute. Sia a destra che a sinistra. A destra con la Lega, un partito-movimento nato per rivoltare il Ticino come un calzino e che ora si ritrova invischiato in faccende losche e opache; a sinistra, con un Partito socialista che, ancora alle prese con gli strascichi imbarazzanti del funzionario B, vede nuovamente un suo esponente di spicco, il presidente del Tribunale penale Mauro Ermani, al centro di atti sessisti, non propriamente rubricabili come «goliardate» (e per di più compiuti nelle stanze del Palazzo di giustizia).  C’è un tratto comune: sesso & potere, una coppia che cammina di pari passo. Potere soprattutto maschile, che pretende di esercitare la sua forza sui soggetti che non possono difendersi: i minorenni, i subalterni, le donne. 

Quanta influenza esercitano i canali sociali su questo progressivo degrado della sfera pubblica? Sicuramente parecchia, sebbene sia difficile quantificarla. La Rete tende ad abolire ogni separazione tra pubblico e privato, invadendo capillarmente sia il momento lavorativo che il tempo libero. Un’opinione o una fotografia immessa nel Web prende a circolare alla velocità di un lampo, rendendo vano ogni tentativo di arrestarla. La Rete è uno spazio affascinante per le opportunità che offre, ma è anche uno stagno che raccoglie negli strati più profondi gli scoli di menti criminali o perverse. Rischio che finalmente viene ora riconosciuto e che si tenta di arginare, specie nel campo della pornografia, un’industria di largo successo. Ma è una battaglia solo agli inizi contro un «nemico» subdolo e sfuggevole, non facile da identificare e da perseguire: un’impresa che gli esperti paragonano alle fatiche di Sisifo. 

Potremmo cavarcela condannando i tempi moderni, epoca di nichilismo, di moralità perduta, di eclisse dei valori più autentici. Posizione comprensibile, ma è una «deprecatio temporum» che non porta molto lontano. Qui, per ora, basterebbe un briciolo di buon senso e di correttezza, una ripresa della deontologia professionale, un recupero dei codici morali fondamentali. Mentre ai partiti che hanno perso la bussola consigliamo di riprendere in mano la formazione/selezione del loro personale politico, di riaprire il baule in cui conservano quel poco che resta della loro cultura politica, e di espellere dai ranghi chi interpreta la carica politica come un’agenzia privata di affari. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: il baule della cultura politica sembra ben chiuso


Brindo alla condanna per la rapina del secolo

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Di Federico Franchini

«Salute! Con questa birra si chiude un cerchio, un percorso di sofferenza durato quasi dieci anni». Xavier Justo è seduto a un tavolo, fuori da un bar di Bellinzona. Fuma una sigaretta e beve un’agognata birra. È passato poco tempo da quando, il presidente della Corte penale del Tribunale penale federale (TPF), David Bouverat, ha letto la sentenza che condanna a sette anni di prigione, rispettivamente a sei anni, i suoi ex datori di lavoro, Tarek Obaid e Patrick Mahony. Coloro a causa dei quali è finito per un anno e mezzo in un’oscura prigione thailandese.

Justo è arrivato in Ticino la sera prima direttamente dall’Arabia Saudita dove si era recato per una conferenza: «Per niente al mondo avrei potuto perdere questo momento che avevo da tempo segnato nella mia agenda». L’uomo è commosso, ha gli occhi lucidi. Si distacca un attimo e chiama la moglie. La donna che le è stata sempre vicino e lo ha sempre appoggiato in tutti questi anni. Anche e soprattutto nei momenti più bui: «Ho passato 18 mesi in una prigione thailandese in condizioni estreme, mia moglie è stata torturata psicologicamente e Petrosaudi ha fatto di tutto per sporcare la mia reputazione».

 Figlio di immigrati spagnoli, Xavier Justo è cresciuto a Ginevra dove ha fatto carriera nella finanza. A un certo punto lascia tutto e se ne va a vivere in Thailandia con la moglie. Qui viene raggiunto da una chiamata di un suo vecchio compagno di scorribande notturne: Tarek Obaid, rampollo saudita cresciuto a Ginevra, gli chiede di andare a lavorare a Londra per la società che ha da poco creato, Petrosaudi. Justo accetta la sfida, ma dopo un po’ entra in conflitto con la società e decide di andarsene. Qualche anno dopo, viene contattato dalla giornalista britannica Clare Rewcastle Brown che sta indagando sulla corruzione attorno al fondo sovrano 1MDB e al primo ministro Najib Razak. «Ci siamo incontrati, siamo diventati amici e le ho consegnato un disco duro contenente 90 gigabits di dati, di cui 227.000 email che avevo ottenuto a titolo cautelativo quando me ne sono andato» ci spiega il 58enne ginevrino. A inizio 2015 il sito Sarawak Report inizia così a pubblicare articoli con prove alla mano sulla “rapina del secolo”, una truffa miliardaria che aveva come protagonisti 1MDB e Petrosaudi. La notizia ha l’effetto di una bomba che lentamente si propagherà fino in Ticino dove a farne le spese sarà la BSI, costretta a cessare le attività per la sua grave implicazione nello scandalo.

Nel giugno 2015, pochi mesi dopo l’uscita dei primi articoli, Xavier Justo viene arrestato in Thailandia, accusato da Petrosaudi di avere ricattato la società. Condannato, resterà in cella per un anno e mezzo fino a quando, grazie a un’amnistia in onore della morte del re, verrà liberato e farà ritorno a Ginevra. L’uomo ha testimoniato più volte nell’ambito dell’indagine che è sfociata nel processo apertosi lo scorso mese di aprile. Oggi ha però lasciato la Svizzera: «Sono ancora sotto inchiesta per spionaggio economico a causa di una denuncia di Petrosaudi e qui per me sarebbe stato troppo complicato poter lavorare. Con la mia famiglia vivo in Spagna, ma giro il mondo dando conferenze soprattutto nel contesto del compliance bancario. Spiego che dietro questi crimini finanziari vi sono delle popolazioni povere e delle vittime che, come nel mio caso, finiscono ingiustamente in prigione, ma in altri vengono persino uccise».

Il TPF ha condannato Tarek Obaid e Patrick Mahony a pene detentive senza la condizionale per truffa, amministrazione infedele e riciclaggio. I due sono colpevoli di avere sottratto e riciclato 1,8 miliardi di franchi dal fondo pubblico malese 1MDB. Il presidente della corte ha sottolineato i montanti “inauditi” della truffa che “equivalgono a 150 milioni di salari annui medi in Malaisia”. Tuttavia lo stesso tribunale ha deciso di non arrestare subito i due ex manager, dato che la sentenza non è entrata in giudicato. Una decisione che non ha convinto Xavier Justo: «Se calcoliamo quanto hanno guadagnato con questa truffa e quanto è stato sequestrato loro, possiamo immaginare che hanno messo da parte un bel tesoretto. Diciamo che avrei preferito vederli andare direttamente in prigione». D’altro canto, la notizia della condanna – seppur non definitiva considerato l’annunciato ricorso –  è per Justo una buona notizia: «Io e mia moglie siamo molto soddisfatti. Anche se è meno di quanto richiesto dalla Procura federale, sette e sei anni sono per me già una vittoria. Finalmente la Svizzera comincia a emettere delle sentenze normali e corrette per dei crimini finanziari. Era ora!».

 Dopo un’altra birra è arrivato il momento di salutarci. Xavier Justo ha un’altra chiamata da fare: «La mia amica Clare Rewcastle Brown aspetta notizie. Buone notizie». In fondo, se si è arrivati fino a qui, se la più grande truffa della storia è venuta a galla, è anche merito di questa strana accoppiata: una cocciuta giornalista d’inchiesta e un “pentito” della finanza criminale.

IL CASO
CONDANNA PENALE PER UN’EX DIPENDENTE DI BSI

Y.S., ex banchiera di BSI Singapore, è stata condannata dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC) a una pena detentiva di 6 mesi sospesi. Residente a Singapore, la donna è stata riconosciuta colpevole di riciclaggio di denaro per aver gestito il denaro di 1MDB su ordine del finanziere Jho Low, il vero protagonista della truffa al fondo statale malese. Da poco entrato in giudicato, il decreto d’accusa di cui area ha preso visione rivela che l’ex dipendente della banca ticinese ha riciclato un totale di 2,4 miliardi di franchi svizzeri. Tra questi vi era anche parte del denaro che Jho Low aveva sottratto al fondo 1MDB attraverso la joint-venture con la società Petrosaudi.

L’MPC ha giudicato la condotta della donna come “grave” a causa soprattutto dell’importo complessivo riciclato (oltre 2,4 miliardi di dollari) e del numero di atti commessi (33). Y.S. era la consulente di riferimento di sei conti aperti alla BSI di Lugano sui quali sono transitati i miliardi della truffa ai danni di 1MDB. Era lei che da Singapore dava istruzioni a Lugano sul trasferimento di questo denaro che, una volta arrivato in Ticino, veniva poi ridistribuito su altri conti offshore controllati da Jho Low e dai suoi uomini di fiducia.

Dopo quella del banchiere Yak Yew Chee, questa è la seconda condanna di ex dipendenti di BSI pronunciata dall’MPC nel 2024.

Scritto per area


Complici di uno Stato fuorilegge

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Di Alberto Negri, il manifesto

Israele è uno «stato canaglia» o fuorilegge che minaccia la pace mondiale? Si direbbe che lo è diventato, violando per decenni le leggi internazionali e stando anche a quanto scrive in una recente lettera indirizzata al premier Netanyahu lo stesso capo dei servizi dello Shin Bet, Ronen Bar. Avvisando del pericolo rappresentato dai coloni israeliani armati, Bar afferma che «le armi ai civili sono state distribuite legalmente dallo stato israeliano».

Le forze armate israeliane, finanziate e rifornite a piene mani dagli Usa ma anche dagli europei e dall’Italia, hanno per altro inquadrato i coloni in una nuova unità la Desert Frontier Unit che recluta i suoi membri tra i più estremisti della destra israeliana. Dietro l’escalation in Cisgiordania c’è assai di più della «lotta al terrorismo» palestinese o iraniano. C’è il progetto di arrivare all’annessione della West Bank e di tutte le terre bibliche di Giudea e Samaria.

Anzi tra gli arabi c’è chi parla di un «terrorismo israeliano sostenuto dallo stato» con l’obiettivo di spaventare le popolazioni locali palestinesi, distruggere le loro proprietà e trasferirle in enclave isolate e assediate.

Al massacro di oltre 40mila abitanti di Gaza, si è aggiunto il massacro della Cisgiordania che come scriveva ieri Chiara Cruciati è la vera posta in gioco per Israele. La guerra a Gaza sta facendo da copertura per le costanti violenze e la continua espansione israeliana nella Cisgiordania occupata. Il ministro delle finanze israeliano di estrema destra, Bezalel Smotrich, ha annunciato nuovi progetti per espandere gli insediamenti nei territori palestinesi occupati, ignorando il diritto internazionale e il recente verdetto della Corte internazionale di giustizia secondo cui la presenza di Israele in quelle aree è illegale.

Israele persegue da decenni una politica di espansione in Cisgiordania, ma i vari governi hanno usato tattiche diverse. La coalizione di estrema destra oggi al potere ha accelerato il processo di occupazione della terra araba, con l’obiettivo di formalizzare quella che da tempo è una realtà di fatto.

Altro che due popoli e due stati, formula logora e sfiancante che serve soltanto alla diplomazia occidentale per trarsi d’impaccio ed eludere le domande scomode. Lo stato palestinese è stato fatto a brandelli. Ridotto da una parte a Gaza, prima una prigione a cielo aperto trasformata adesso in un poligono di tiro dell’Idf; dall’altra a una Cisgiordania che confina i palestinesi in una sorta di bantustan dove per loro, assediati dagli insediamenti ebraici e dai coloni armati, c’è sempre meno spazio, con l’obiettivo evidente di soffocarli e compiere un pulizia etnica senza ritorno. È a questi metodi da stato fuorilegge, contro ogni convenzione internazionale, quello cui assistiamo da anni senza fare nulla e di cui anzi siamo complici morali e materiali, giustificando sempre Israele e aiutandolo nel suo processo di colonizzazione. Arrivano oggi tardive prese di posizione americane contro i coloni che resteranno, come sempre è accaduto, lettera morta.

I fatti ci raccontano tutta un’altra storia. Dal 7 di ottobre in Cisgiordania ci sono stati oltre 650 morti e 10mila arresti tra i palestinesi. Gli attacchi dei coloni sono stati 1.200 con più di 120 morti. Secondo l’organizzazione Peace Now in pochi mesi Israele si è impadronito di 24 chilometri quadrati di territorio palestinese, più di quanto ne abbia sottratto negli ultimi vent’anni. L’esercito israeliano e i coloni da ottobre scorso hanno distrutto oltre 1.400 case e infrastrutture lasciando senza abitazione e un rifugio almeno 3.200 palestinesi. A loro posto in meno di un anno sono stati creati 44 avamposti di coloni, cinque volte di più che negli anni precedenti.

Israele sfrutta la guerra a Gaza per regolare vecchi conti coloniali in Cisgiordania, imponendo la sua sovranità, legittimando gli insediamenti e cacciando i palestinesi. L’attuale governo israeliano, di cui oltre a Smotrich fa parte Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale e anche lui esponente dei coloni di estrema destra, ha dato un contributo decisivo a questa politica. I due hanno fatto pressioni per aumentare gli insediamenti come tappa verso una piena annessione, e sono stati premiati da Netanyahu con maggiori poteri sulla Cisgiordania.

Così i coloni, godendo di una piena copertura politica da parte di questo governo, continuano a tormentare i palestinesi per cacciarli dalle loro terre, compiendo azioni di pulizia etnica con il sostegno dell’esercito, esattamente come ci racconta non uno qualunque ma proprio il capo dello Shin Bet che un tempo andava a Gaza a caccia dei capi di Hamas e in Cisgiordania soffocava la seconda Intifada.

In tutto questo noi qui in Occidente permettiamo a Israele di farla sempre franca. Quando qualcuno si spinge un po’ in là nelle critiche scatta l’accusa di antisemitismo. Oppure viene ridicolizzato come ha fatto il ministro degli esteri italiano con l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, quando ha chiesto agli stati membri di valutare sanzioni contro alcuni ministri israeliani per aver espresso «messaggi di odio» contro i palestinesi che si ritiene possano violare il diritto internazionale. Israele, secondo i nostri politici, può permettersi tutto quello che vuole.

Nell’immagine: ricostruzione dell’antica città di Samaria


Il Putin ferito adesso fa più paura

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Di Domenico Quirico,La Stampa

In un antico libro russo si legge che c’è tempo per tutto: per gettare le pietre e per raccoglierle. La guerra ha poco tempo e molte forze. I carri armati rumoreggiano nella steppa di Kursk e un’erba triste ricopre i villaggi abbandonati. Dove i combattimenti infuriano le case hanno le occhiaie vuote e i fianchi piagati. Erano, in fondo, delle buone vecchie case russe, ma i proprietari le hanno abbandonate precipitosamente e ora imputridiscono come cadaveri. Cittadine muoiono lentamente. Si vive nei ricoveri tra strepiti e difficoltà di ogni sorta e si parla di quando “le difficoltà” saranno superate. I russi delle zone invase o in pericolo di attacco hanno imparato a gettare le pietre e a evitare le pietre e ciascuno salva ciò che più gli è caro.

Tre settimane fa Vladimir Putin pensava di portare a spasso, nella Sua Guerra fatta di paradisi, purgatori e inferni senza numero, un’altra giornata normale: l’occhio famelico, i sensi sempre in allarme, un Belikov cecoviano che ha messo fruttuosamente al servizio dell’istinto di sopravvivenza l’innato ossequio al potere e il fanatismo per l’ordine. Ma adesso, dopo Kursk?
Tre settimane fa, attorno a lui, la vita camminava e i russi credevano, discutevano, simulavano, protestavano (pochi!). E morivano: ma laggiù, in Ucraina. Alcuni volevano arricchirsi e essere primi, come sempre, altri badavano a salvare la pelle. Non c’era nessuna novità, nessuno sbalzo, tutto fluiva naturalmente, ogni cosa era legata da un filo, invisibile ma vivo.

I cortigiani e i generali venivano da lui con il rapporto, qualche avanzata qualche ritirata, l’economia di guerra ronzava… Sentiva che avevano paura di lui, come prima, lo capiva dalle vene del collo che si gonfiavano e dalle piccole gocce di sudore che si raccoglievano agli angoli della bocca quando dovevano sillabare cattive notizie. Bene: se tremavano significava che tutto era sotto controllo. Ma adesso tre settimane dopo Kursk? La Russia non comincia a sembrargli piena di misteriosi rumori e di dubbi? Così si distruggono le enormi piovre, lontano, sotto le acque profonde. Così iniziano il malcontento le rivolte, il caos. Le rivoluzioni.

Nei ventiquattro anni di incantesimo al Cremlino man mano che si imbeveva di potere, ha ricavato una solida pedagogia. Sedurre… seduzione… il seduttore Putin. C’è sempre dietro il sedurre anche in politica uno sfondo di bugia e di illusione, un far cadere in falsità. Dal Gorgia di Platone è una faccenda di simulazione, corruzione, usurpazione. Il seduttore Putin: nella sua mediocrità referendario ideologico di una condizione, non solo russa, europea, contesa nel dilemma tra bugie e realtà, onestà e inganno, parole e fatti, viltà praticata e obbligo morale disatteso. Di questo è sopravvissuto sapendo che i suoi interlocutori, i democratici d’occidente, erano troppo vili o bugiardi per risolvere il dilemma e che la sua utilità, anche di autocrate, valeva bene la spesa di molti tappeti rossi, strette di mano, inchini e l’ingoiare i mille rospi dell’abiura dei celebrati diritti umani. Che amano la lingua di granito del compromesso e hanno l’abitudine di apprezzare, sottovoce per carità!, gli utili sbirri di professione.

Al giudizio finale, che prima o poi sapeva inevitabile, si è sottratto il 24 febbraio scendendo a bruciare nel fuoco rapido della guerra le ambiguità antiche e la coscienza nel passare del tempo di un futuro incerto. Ma adesso, dopo Kursk? Adesso che la guerra è, antropologicamente, anche in Russia non ci sono in lui dubbi che iniziano a sbucare, a farsi strada da sé prima timidi e poi veementi?

Non ho mai creduto ai racconti che in due anni hanno fatto scorrere tanta saliva propagandistica in Occidente di un Putin disperato, chiuso nel bunker del Cremlino, ossessionato dalla sconfitta incombente e dai demoni della punizione e del tradimento domestico. Ma oggi dopo Kursk qualcosa è cambiato, di profondo, al di là della irrilevanza militare della incursione ucraina. Un sistema politico, tirannide o democrazia, esiste solo se risponde in maniera adeguata a ciò che lo mette in pericolo. Finché riesce a reagire e ad annientare ciò che punta alla sua fine sopravvive. Quando dimostra di non avere più i mezzi per rispondere, subito, drasticamente, muore. La Russia putiniana è forse arrivata a questo dilemma senza vie di uscita.

Il cuore del putinismo è appunto la Potenza, la promessa e la garanzia di Potenza. Tutto si gioca a partire da lì. Non la situazione economica, i diritti, la censura, i dissidenti. La Potenza tiene! Il potere è legato al suo Verbo feticcio. Quella che ha promesso ventiquattro anni fa quando da quasi nessuno è diventato lo zar delle macerie russe.

E dunque, alla fine, che cosa è questa così agognata Potenza? È la condizione di chi fa paura, di chi può far del male così a fondo e impunemente che il mondo intero ne sente il clamore e il tremore. Napoleone, l’imperialismo ipocrita inglese e poi americano, l’Urss e Stalin: tutti potenti non per l’Ottantanove, la democrazia, il comunismo. Perché hanno fatto e fanno paura. Pezzo per pezzo, lentamente, Putin ha convinto i russi e anche l’occidente di essere diventato potente, di poter far male. E non solo per le atomiche.

Ma se dopo Kursk questa convinzione vacilla? Se il Verbo non tiene più, si svela come Verbo di impotenza che non scongiura più nulla, i bombardamenti l’occupazione del suolo della Santa Russia Senza Peccati i profughi gli sfollati, che la fanno tragicamente simile alla irrilevante, scalcinata Ucraina.

Se il Grande Putin assomiglia, nei guai, al microscopico buffonesco Zelensky, allora non diventa la supposta Potenza un Verbo di colpa e quasi di crimine? Non è lui responsabile di una invasione come lo fu Stalin? Cosa è diventata, da giustificazione di un assoluto Potere, se non una terribile trappola in cui è incappato Putin? Siamo al punto in cui la legge della Potenza sbandierata, pubblicizzata, la potenza delle sfilate e delle guerre periferiche, si capovolge nel suo contrario, diventa sfacelo.


Complottismo, illazioni e offese online, le folli 24 ore di Trump

"La mia fiducia in coloro che dovrebbero rappresentare uno stato di diritto è profondamente scossa" – Di Norma Bargetzi 

Di Massimo Basile, La Repubblica

NEW YORK – Ha rilanciato il post di un follower che accusava Kamala Harris di aver fatto carriera attraverso prestazioni sessuali. Accusato i Democratici di aver candidato la vicepresidente con un colpo di stato. Pubblicato l’immagine di Joe Biden, Bill Gates, Anthony Fauci, Nancy Pelosi in divisa arancione da carcerati. Invocato il tribunale militare per Barack Obama. Postato il messaggio di un sostenitore che chiedeva di arrestare i membri della commissione del Congresso, a maggioranza Dem, che aveva avviato l’inchiesta sull’insurrezione del 6 gennaio 2021, sdoganato le teorie cospirazioniste di Qanon, offerto ai sostenitori brandelli del vestito indossato durante il dibattito tv con Biden.

E pubblicato immagini legate alla sua controversa partecipazione, due giorni prima, al cimitero nazionale di Arlington (dove sono vietate riprese tv e fotografie a uso elettorale), per l’anniversario della scomparsa dei tredici soldati americani morti durante l’attentato all’aeroporto di Kabul, in Afghanistan, nel 2021. E tutto questo, Donald Trump lo ha messo insieme non in un mese, ma in poco più di una giornata. A meno di settanta giorni dalle elezioni presidenziali, il tycoon ha passato tutta la mattina di mercoledì scrivendo e postando in modo compulsivo sulla sua piattaforma social, Truth. Trump ha rilanciato un post volgare su Hillary Clinton e Harris: “è buffo – commentava l’account Zeek Arkham, sotto una foto che mostrava le due donne sorridenti – come un blowjob abbia impattato in modo diverso le loro carriere”, Riferimento alla breve relazione, più di vent’anni fa, tra Harris e l’ex sindaco di San Francisco Willie Brown (che, secondo una parte della destra, fu decisivo per lanciare la carriera della vicepresidente degli Stati Uniti), e al caso della stagista Monica Lewinsky, che negli anni ’90 ebbe una storia con l’allora presidente e marito di Hillary, Bill Clinton. Di quel post ieri non c’era più traccia, neanche nell’account dell’autore, ma la storia è stata rilanciata dai media americani. Uno dei consiglieri di Trump, Jason Miller, ha detto alla Cnn di non sapere se il tycoon avesse rilanciato il post dopo aver letto il commento, o colpito solo dalla foto di Hillary e Kamala.

L’amplificazione del caso arriva in mezzo a un torrente di attacchi razzisti e sessisti da parte del tycoon e dei suoi alleati nei confronti di Harris, la prima donna nera e di origine del sud Asia diventata vicepresidente degli Stati Uniti e in corsa per la Casa Bianca. Nelle ultime settimane Trump l’ha definita “matta”, “svitata”, “stupida come un sasso”, stesso insulto che aveva rivolto a Nikki Haley, l’avversaria alle primarie Repubblicane che poi gli ha dato pubblicamente il suo sostegno. Alcuni donatori conservatori hanno provato a mettere in guardia l’ex presidente, ricordandogli che continuare a insultare la sua avversaria non gli porterà altri voti, mentre rischia di giocarsi il sostegno del voto afroamericano.

“Penso che le persone si sentano frustrate in modo incredibile – ha ammesso Jason Roe, ex direttore del Partito repubblicano in Michigan e a lungo stratega per il Gop – perché Harris offre molte opportunità a Trump di parlare di temi che interessano agli elettori indecisi. E invece di approfittarne, segue una linea senza senso”. Ma il tycoon è convinto di ripetere il successo a sorpresa del 2016, quando anche l’uscita, a un mese dal voto, di una registrazione in cui lui si vantava di aver palpeggiato le donne nelle parti intime, non incise sul risultato elettorale. I Repubblicani pensarono che lo scandalo avrebbe avuto effetti disastrosi sul voto. Trump no. E, alla fine, aveva avuto ragione lui.

Nell’immagine: l’account Truth di Trump (immagine d’archivio)