Gobbi, carceri e giustizia. I nodi vengono al pettine

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

È di qualche mese fa la notizia di una grave aggressione perpetrata da un malato presso la Clinica psichiatrica cantonale (CPC) di Mendrisio. Secondo la perizia, al momento dei fatti l’imputato è risultato essere incapace di intendere e volere; la Corte ha quindi ordinato un trattamento stazionario. Il problema è: chi la vuole gestire una persona con un “disturbo di personalità misto, impulsivo e narcisistico e disturbi psichici e comportamentali dovuti all’uso di alcol”, che ha già tentato di strangolare la sua infermiera?

Siccome in Ticino mancano le strutture adeguate l’autorità cura i malati in carcere.

Per la cronaca, all’inizio di luglio il condannato in questione è morto suicida alla Stampa. Chissà se in una struttura appropriata sarebbe successo, in una struttura dove troverebbero posto i malati violenti. Quelli che oggi stanno alla CPC in caso di passaggio a un atto grave finiscono in carcere.

Così in Ticino ci ritroviamo con interi reparti del manicomio trasformati in galera, e piani di galera diventati manicomio. In mezzo, a prendere botte, infermieri e agenti di custodia.

Il penitenziario è pieno; il numero degli agenti di custodia svizzeri (così li vuole il ministro) è insufficiente; i concorsi per trovare personale non raggiungono gli obiettivi sperati. Il problema dell’incapacitazione penale si pone in tutto il suo splendore.

La politica, con i tempi geologici che la caratterizzano, sta cominciando a rendersi conto che non serve a nulla avere delle leggi se non si è poi in misura di applicarle.

Quando in polizia c’è il personal trainer ma la procura non può disporre di un segretario aggiunto perché “a manca i danéé”, anche i peones si rendono conto che c’è qualcosa che non quadra.

Con la fucilazione popolare della Cittadella della giustizia, e il cambio ai vertici della commissione Giustizia, i nodi della politica del consigliere di Stato Norman Gobbi stanno venendo al pettine. Ne esce un terzo potere dello Stato bistrattato, forse pure sbeffeggiato.

Norman Gobbi ama la polizia ed è un suo diritto. Forse è per questo che ha nominato un comandante a sua immagine e somiglianza. Uno che confonde il primo potere dello Stato con il terzo, e pare non aver capito che lui lavora per la magistratura e non per il Ministro. E quando, nel caso dell’ex Macello, il procuratore generale ha cercato di farglielo capire lui, il comandante ha avuto l’ardire di consegnare il materiale richiesto dopo averlo sigillato. Sigilli che sono poi stati fatti togliere dal Giudice dei provvedimenti coercitivi che ha fatto notare che gli argomenti avanzati dal comandante Cocchi sono pretestuosi. Ma non solo. Ares Bernasconi, il giudice, ha sottolineato che negli atti istruttori ci sono indizi di reato da approfondire; indizi che dovrebbero portare ad indagare municipali della città di Lugano, ufficiali della polizia cantonale e comunale. Va precisato che nessuno è stato condannato, ed è lecito immaginare che come da tradizione tutto finirà in un non luogo a procedere, ma questa incombenza spetta al procuratore generale, Andrea Pagani, e non al comandante della polizia.

In estrema sintesi non si capisce se Cocchi ha agito per ignoranza o, considerando che il Ticino è il Paese del rumore misterioso, per altri motivi.

Dicevamo che Gobbi ama la polizia, aggiungendo che questo è un suo diritto.

Il problema è che come direttore d’orchestra, il Consigliere di Stato pare aver trascurato il resto degli strumenti. Oggi magistratura e carcere sono pericolosamente in affanno. In oltre 13 anni, il pifferaio magico e la sua squadra, per adempiere al proprio mandato, hanno utilizzato strategie prevalentemente a senso unico e dal costo esorbitante. Uno scellerato spreco di denaro pubblico per risultati (prevedibili) che oggi sono lì da vedere: l’esatto contrario di quello che il cittadino potrebbe legittimamente aspettarsi. Ne emerge che le risorse per affrontare efficacemente il vasto e complesso problema dell’ordine sociale, con la strategia dettata dall’istinto del ministro Norman Gobbi, non ci sono. Quella prevalentemente repressiva è una strategia economicamente insostenibile in una democrazia. Certo! Ci fosse l’esercito, sarebbe un’altra cosa. Ma (ancora) non c’è.

Impossibile stabilire quanto costerà aggiustare il problema del palazzo di Giustizia con annessi e connessi. Tanto o poco – sia detto per inciso – dipenderà anche dalle mire della politica e dei suoi rappresentanti, mica tutti disinteressati.

È possibile immaginare in quale pantano sguazzi la politica carceraria cantonale considerando che, forse entro la fine dell’anno, alla Stampa si inaugurerà la sezione femminile. Aspettando (per lustri), i bambini delle condannate ticinesi han dovuto sorbirsi ore di treno per poter abbracciare la mamma. È improbabile che ai malati violenti sarà riservata miglior sorte. E neppure agli infermieri e agli agenti di custodia.

“Squadra che vince non si cambia”, ma cosa si fa con una squadra che in quasi tre lustri ha mostrato la propria inadeguatezza in tutto il suo splendore?

La risposta spetta al Consiglio di Stato.

Michel Venturelli è criminologo
Nell’immagine: Norman Gobbi si vanta sulla stampa italiana della “mano pesante” della polizia ticinese


La mossa di Zelensky che ha umiliato Putin

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

Di Bill Emmott, La Stampa

Il disastro del sottomarino Kursk del 12 agosto 2000 è stato la peggiore umiliazione militare per Vladimir Putin nei primi anni da presidente della Russia: tutti i 118 marinai a bordo persero la vita quando un’esplosione accidentale fece inabissare il sottomarino a propulsione nucleare. A distanza di quasi ventiquattro anni esatti, l’intrepida decisione dell’Ucraina di varcare i suoi confini e invadere la regione (e il sito di una famosa battaglia della Seconda guerra mondiale) da cui aveva preso il nome quel sottomarino sta infliggendo a Putin un’altra umiliazione militare.

È prematuro valutare se l’invasione di Kursk da parte dell’Ucraina porterà a un successo nei suoi obiettivi strategici, soprattutto perché non è ancora chiaro quali questi possano essere. Tuttavia, è già evidente che questa invasione – insieme a due attacchi in simultanea su aeroporti russi e depositi di munizioni a Lipetsk e Morozovsk, entrambe distanti centinaia di chilometri dalla linea del fronte ucraino – rappresenta un colpo molto duro assestato all’esercito russo.

Da quando la Russia ha lanciato la sua invasione il 24 febbraio 2022, per poi doversi ritirare nell’area del Donbass dell’Ucraina orientale che in buona parte controllava già dal 2014, è davvero complicato effettuare una valutazione precisa su quale delle due parti in conflitto sia in vantaggio. Ciò dipende dal fatto che, una volta fallita l’invasione russa, questa è diventata una guerra con molte linee del fronte e nessun indicatore evidente di fallimento o di successo.

La sopravvivenza come Stato sovrano indipendente è stata il primo banco di prova dell’Ucraina, che il Paese ha superato magnificamente nel 2022. Da allora ha dato pochi segni di possibile cedimento. Tuttavia, dopo un primo iniziale successo nel respingere i soldati russi nell’autunno del 2022, la controffensiva ucraina nel 2023 non è riuscita a recuperare molto più territorio. Poi, nella primavera del 2024, la Russia ha fatto scattare la sua nuova offensiva, ha cercato di riconquistare il terreno perso l’anno precedente e, molto probabilmente, di logorare il morale delle truppe ucraine e, soprattutto, la società nel suo complesso.

Metro dopo metro, chilometro dopo chilometro, le più consistenti forze militari russe hanno respinto le meno numerose forze ucraine, seppur pagando un prezzo molto alto in termini di vite umane. Laddove nel febbraio 2022 la Russia aveva lanciato la sua invasione vera e propria con un esercito che si ritiene fosse composto da 150mila uomini, oggi si pensa che in Ucraina orientale si trovi mezzo milione di soldati russi, dotati di più munizioni degli ucraini anche dopo che lo scorso aprile il Congresso americano ha approvato l’invio di ulteriori aiuti militari.

In ogni caso, quella in corso non è soltanto una guerra di terra con una lunga linea del fronte. Mentre perdeva terreno molto lentamente nella sezione settentrionale di quella linea, l’Ucraina ha conseguito successi significativi nel Mar Nero, nelle zone circostanti la Crimea occupata dai russi, ha affondato un discreto numero di navi nemiche e distrutto i suoi depositi di munizioni, al punto da costringere la marina russa a ritirarsi a Est nel suo porto di Novorossiysk. Questo ha permesso all’Ucraina nel 2023 e nel 2024 di riaprire le sue esportazioni di grano attraverso il Mar del Nord, supporto vitale e fondamentale per l’economia del Paese che, oltretutto, contribuisce ad abbassare i prezzi globali dei generi alimentari.

Di fronte a una penuria sia di uomini sia di armi, vincolata dalle regole dei governi di America e Germania su come devono essere utilizzate le armi più avanzate, l’Ucraina ha dovuto concentrarsi e impegnarsi per buona parte di quest’anno sul tentativo di attaccare e fiaccare le linee di approvvigionamento dei russi e i loro depositi logistici. Gli attacchi hanno riscosso un discreto successo, ma non sufficiente a costringere i russi a una ritirata. E così, dopo aver indebolito il controllo russo sulla Crimea e logorato le sue linee di approvvigionamento, dopo aver riaperto il versante occidentale del Mar Nero alle esportazioni di grano, adesso l’Ucraina ricorre a una nuova tattica per cercare di togliere vigore all’incessante seppur lenta offensiva di terra dei russi.

L’aspetto che più colpisce dell’invasione di Kursk è il modo con il quale le forze ucraine sono riuscite a cogliere i russi del tutto in contropiede, malgrado quello che deve essere stato un lungo periodo di pianificazione e di spostamenti strategici delle forze corazzate. Questo successo contraddice l’opinione comune secondo cui l’esercito ucraino sarebbe propenso a diffondere informazioni e soffiate e continuerebbe a essere affetto da corruzione. Come in molti altri momenti passati di questa guerra, le truppe ucraine appaiono ben più professionali e meglio organizzate delle truppe russe loro nemiche.

L’invasione di Kursk è arrivata talmente a sorpresa, perfino per gli alleati americani ed europei, che tuttora non è chiaro quanto sia grande il contingente di uomini mandati oltre confine. Le prime ipotesi, secondo cui quello portato a segno sarebbe stato una sorta di piccolo raid delle forze speciali, si sono rivelate errate, in quanto la forza d’incursione è meglio attrezzata e più grande di quanto si pensasse. Venerdì 9 agosto, l’affondo a Kursk ha portato a conquistare in tre giorni un territorio (si calcola circa 350 chilometri quadrati) più esteso di quanto sia riuscita a prendere l’offensiva di attrito russa nel nord del Donbass verso Kharkiv in più di tre mesi.

Molto adesso dipenderà dalla volontà delle forze ucraine di mantenere a lungo questo territorio conquistato – in questo caso sarà indispensabile costruire postazioni difensive e linee di approvvigionamento – o se Kiev si accontenterà di aver colpito in profondità la Russia e aver segnato un punto a proprio favore.

Possiamo già constatare che questa invasione a sorpresa ha alterato gli equilibri della Russia e ha anche dimostrato quanto essa sia sempre esposta ad attacchi da parte di un nemico agile, ben equipaggiato e ben organizzato. L’occupante imperialista è sempre vulnerabile nei confronti dei contrattacchi, specialmente quando ha in comune un lungo confine di terra con il Paese che occupa.

A seconda dei costi, in termini di vittime e di equipaggiamento perduto, l’operazione Kursk ha già conseguito un primo potenziale obiettivo: distogliere l’attenzione e i soldati russi dalla battaglia sul fronte principale. Tutto ciò rende ragionevole ipotizzare che possono essere pianificate altre sorprese di questo tipo, forse nella regione meridionale della linea del fronte dove, fino a questo momento, il largo fiume Dnipro ha fatto da barriera contro le incursioni degli ucraini, o forse altrove lungo il confine settentrionale.

Ancora una volta, a seconda dell’esito che avrà questa nuova Battaglia di Kursk, finora l’Ucraina di fatto è riuscita a sconvolgere l’immagine che i propagandisti filorussi hanno coltivato di un esercito ucraino debole e in inferiorità numerica che stava andando incontro a una sconfitta lenta ma inesorabile. Per come stanno le cose al momento, invece, è la Russia che sembra dover far fronte a rapide e ripetute umiliazioni. La lezione da trarre è semplice: non conviene mai sottovalutare l’Ucraina.

Traduzione di Anna Bissanti


Le folle di Harris, gli sfoghi di Trump: l’aria è cambiata

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

Di Marina Catucci, il manifesto

Dopo alcuni tentennamenti Donald Trump ha ceduto: anche se il candidato democratico è cambiato, il 10 settembre farà il dibattito con Kamala Harris su ABC. Parlando dal suo resort di Mar-a-Lago in Florida, Trump ha detto che «non vede l’ora» di discutere con Harris e ha rilanciato, chiedendo non uno ma tre dibattiti televisivi, uno dei quali sull’emittente amica Fox news.

Dal canto suo Harris ha confermato la sua partecipazione alla resa dei conti del 10 settembre: sarà «felice» di confrontarsi con il tycoon anche in ulteriori dibattiti. I dettagli su luoghi, regole e moderatori saranno determinati e resi noti nelle prossime settimane.

Da quando Joe Biden si è ritirato dalla corsa e la sua vice è diventata candidata democratica alla presidenza, Trump ha cercato di ricalibrare tutta la sua campagna presidenziale. La conferenza stampa organizzata nella sua tenuta di Mar-a-Lago è sembrata un palese tentativo di riacquistare l’attenzione dei media che ora si è spostata tutta sui democratici.

È STATO il primo incontro con la stampa dopo molto tempo, ma l’intera faccenda è sembrata molto più uno sfogo personale di Trump che il discorso su temi politici di un candidato presidenziale, mentre la sua rivale e il suo vice sono impegnati in un giro di comizi che sembrano quelli di rock band in tour, visto l’entusiasmo con cui vengono accolti.

Questo parallelo stridente è stato sottolineato da tutti i principali canali tv che hanno coperto entrambi gli eventi in contemporanea, ricorrendo allo split screen: metà schermo dedicato alla conferenza di Trump e metà al comizio del ticket democratico.

Così si è visto Trump solo, sul palco vuoto, con uno sfondo di bandiere statunitensi, rispondere in modo erratico alle domande e insistere su quanto la sua campagna sia in realtà più animata, di successo e seguita di quella democratica, mentre Harris e Tim Walz parlavano a migliaia di sostenitori che scandivano i loro nomi ed esplodevano in applausi ogni due minuti.

Durante il comizio al suo solito Trump ha insultato l’avversaria («Non ha rilasciato un’intervista. Non può farne, è incompetente») e, citando il suo ex avversario Joe Biden, ha detto di non essere «un grande fan del suo cervello, ma penso che in realtà Harris non sia intelligente quanto lui». Per poi aggiungere, parlando della capacità di Harris di mobilitare la base, «beh, è una donna. Rappresenta alcuni gruppi di persone».

Ha poi affermato di essere stato un avversario «molto protettivo» nei confronti di Hillary Clinton che ha accusato di essere stata il «male», «instabile», «pericolosa» e una bugiarda «patologica», senza ricordare il suo grido di battaglia, «lock her up», che aveva scaldato il cuore della sua base.

MA QUESTO non è stato l’aspetto principale della conferenza stampa, bensì, ancora una volta, la completa ricostruzione del reale da parte di Trump che ha accusato i media di dipingere la campagna democratica come più animata della sua. Per dimostrare la malafede dei media, Trump ha affermato di aver richiamato una folla più numerosa al suo raduno del 6 gennaio a Washington prima dell’insurrezione del Campidoglio di quella di Martin Luther King per il discorso «I have a dream», tenuto nello stesso luogo, nel 1963.

Tralasciando il contenuto dei due comizi (in uno si incitava a un colpo di stato e in un altro si parlava della lotta per i diritti civili) e le affermazioni di Trump secondo cui il 6 gennaio non è morto nessuno, le fotografie dei due eventi parlano da sole, a raccontare il numero di persone accorse. «Stesso luogo, stesso tutto, stesso numero di persone. Se non di più», ha invece sostenuto Trump.

Oltre all’universo parallelo dipinto dal candidato del Gop, la conferenza stampa ha anche rivelato come Trump non abbia il controllo su una delle questioni più urgenti per gli elettori: il diritto all’aborto. Ha cercato di minimizzare l’importanza del tema per l’elettorato e si è rifiutato di dire come intende votare su una proposta di emendamento alla costituzione della Florida che metterebbe fuori legge i divieti di aborto prima del battito cardiaco. «La questione dell’aborto è molto mitigata – ha detto Trump – Sembra essere molto meno problematica, soprattutto per chi rientra nelle eccezioni».

Nell’immagine:l’ultima conferenza stampa di Donald Trump, giovedì scorso, a Mar-a-Lago


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (8)

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

Uno svolazzo partiva dalla «o» finale e si stiracchiava fino a raggiungere la «J», avvolgendola in un delicato petalo. Durante quei vent’anni Galvani aveva tenuto spesso tra le mani la lettera. Ogni volta sentiva chi era davvero, e stava male. Eppure, non si sottraeva a quella sensazione di disagio, che da qualche parte assumeva il sapore dell’espiazione e riusciva a cancellare i suoi sporadici sensi di colpa. Quando finiva di leggere riponeva la busta in un nuovo nascondiglio e riprendeva la sua vita spensierata e piena di agi.

Se davvero era malato (i segnali c’erano tutti), forse presto non avrebbe più avuto contezza di sé, e dunque avrebbe finito per smarrire la lettera. Era giunto inevitabilmente il momento di eliminarla. Galvani pensò che se avesse davvero saputo scrivere, la storia di quella missiva avrebbe potuto sicuramente trasformarsi in un bestseller.

Il martirio di Filomena era un vero mattone suddiviso in due fascicoli a spirale e Galvani non aveva pensato né di leggerlo, tantomeno di dare una risposta alla donna. Aveva appoggiato il manoscritto sul pavimento accanto al letto del suo vecchio appartamento e se ne era presto dimenticato, sommergendolo di abiti sporchi e riviste. Qualche settimana più tardi, era un venerdì, al ritorno dal lavoro dovette prendere una pasticca di paracetamolo perché si sentiva a pezzi. Si addormentò presto, avvolto in una grossa sciarpa di lana. Verso le dieci fu svegliato dallo squillo del telefono: era la moglie che doveva comunicargli delle questioni urgenti riguardanti dei documenti necessari per accelerare le pratiche del divorzio. Galvani conosceva la caparbietà della donna, per cui aveva acceso la luce, si era tirato su a fatica contro la testiera e aveva preso una penna.

Vagando con lo sguardo alla ricerca di una superficie su cui scrivere, l’occhio gli era caduto sul primo dei due fascicoli del Martirio di Filomena. Galvani prese appunti meccanicamente e in fretta a margine della prima pagina del manoscritto, non vedendo l’ora di rituffarsi sotto le coperte. Quando ebbe finito di dettargli la lista delle cose da fare, la moglie assunse come sempre un tono meno formale, e cominciò a lamentarsi di presunte angherie subite al lavoro. Galvani l’ascoltò distratto, scosso ogni tanto dalla testa ai piedi da un brivido che non lasciava presagire nulla di buono. Giocherellava con il fascicolo, aprendolo di tanto in tanto a caso. Quasi senza rendersene conto cominciò a scorrere le pagine, leggendo un frammento qua e là. Si stupì, tornò indietro, rilesse, saltò avanti (la moglie era ormai solo un brusìo lontano) mentre il cuore batteva sempre più velocemente, questa volta non per la febbre. Dopo avere appeso frettolosamente decise di ripartire dall’inizio, e cominciò così a leggere l’incipit meraviglioso del libro che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Cinquantuno ore più tardi Galvani terminò il manoscritto e scoppiò in un pianto dirotto. Da quanto tempo non leggeva un’opera tanto sincera, pulita, ricca fino alla nausea e talmente ben scritta da creare una dipendenza immediata? E le risate, l’affezione cresciuta per certi protagonisti, il sentirli quasi parenti, se non addirittura amici? Galvani aveva riso, pianto, temuto, sperato e vissuto con loro, capendo già dopo poche righe di essere di fronte a un capolavoro che avrebbe sconquassato e messo sottosopra il mondo letterario come uno tsunami. E quella doveva essere un’opera prima? Quella della protagonista Filomena non era una vita, ma un travolgente fiume in piena, che oltre a un’acqua cristallina e pulita, limpida e dissetante, portava con sé anche detriti, mulinelli, gorghi… Galvani sentiva di amare Filomena, il suo cuore batteva per quella donna straordinaria e dolcissima, tenace e sfortunata, come se l’avesse conosciuta, come se fosse stata la madre dei figli che non aveva mai avuto. Avrebbe dato un braccio, una gamba o un rene per potere scrivere così: pur essendo un mediocre nella scrittura, sapeva riconoscere quella di valore, non era uno stupido.

Il tomo rimase per terra per settimane. Galvani sapeva che doveva una risposta alla donna, ma rimandava di giorno in giorno, roso dal tarlo di un’invidia sempre più difficile da gestire. Di notte dormiva male, rileggeva alcuni passaggi della lettera e poi riprendeva pagine intere del Martirio, godendone ogni volta come se fosse la prima e scoprendo aspetti sempre nuovi. Come era possibile scrivere così bene? Il manoscritto diventò il suo chiodo fisso, non se ne voleva più separare. O meglio, non lo voleva rendere a chi l’aveva scritto. Arrivò perfino a fare delle supposizioni, valutando ad esempio se fosse il caso di proporsi come agente della donna. Se già non aveva potuto possederla fisicamente, poteva almeno approfittarne economicamente…

Ma come a volte accade, il destino, per vie perverse, gli corse in soccorso. Un mattino prima di andare a lavorare si fermò in un bar per bersi un caffè e sfogliare il giornale, quando incappò in un trafiletto di cronaca che gli fece venire i brividi. In Portogallo un pauroso scontro tra un’auto e un camion aveva provocato la morte di donna residente in Svizzera. Galvani corse alla pagina degli annunci funebri e per poco non si strozzò quando si ritrovò a fissare il volto dell’autrice del Martirio in tutto il suo splendore. Il figlio João e il marito ne annunciavano il decesso, i funerali avrebbero avuto luogo in Portogallo. Galvani provò una sensazione di esultanza.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Governare attraverso la paura

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

È notizia di pochi giorni fa che è stato riscontrato un errore di calcolo nelle proiezioni finanziarie a lungo termine dell’AVS. Nel 2033, le uscite dell’assicurazione dovrebbero essere inferiori di circa 4 miliardi di franchi, ovvero del 6%, rispetto a quanto stimato in precedenza. L’errore riguarda anche gli anni precedenti, con una sovrastima complessiva di 14,1 miliardi di franchi. Queste proiezioni errate, che avevano influenzato i dibattiti sul futuro dell’AVS, sono state presentate in un momento cruciale, proprio in vista di una imminente nuova consultazione elettorale, questa volta sulla modifica della legge sulla previdenza professionale.

Questo recente sviluppo si aggiunge a un lungo elenco di scenari sull’evoluzione delle finanze delle assicurazioni sociali, in particolare dell’AVS. Già nel 1996, il Gruppo di lavoro interdipartimentale “Perspectives de financement des assurances sociales (IDA FiSo)” prevedeva una differenza tra contributi e spese di 6 miliardi di franchi per l’AVS nel 2015. Le previsioni si estendevano fino al 2025, anno in cui la differenza avrebbe dovuto raggiungere 11 miliardi di franchi (Groupe de travail interdépartemental « Perspectives de financement des assurances sociales (IDA FiSo) » (1997), “Rapport sur les perspectives de financement des assurances sociales”, Office fédéral des assurances sociales, p. 159).

Queste previsioni, tuttavia, condividono una caratteristica comune: nessuna è stata precisa. Mentre i meteorologi fanno previsioni su un arco di una settimana al massimo, le previsioni in materia di assicurazioni sociali e di sistemi pensionistici si estendono per decenni nel futuro. Tra il 1996 e il 2035 ci sono circa quarant’anni, quasi quanti ne separano il 1996 dal 1945, dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Un’altra epoca, un altro mondo. Chi poteva prevedere allora cosa sarebbe avvenuto nel 1996 e come sarebbe stato quel periodo?

Per comprendere meglio queste difficoltà previsionali, è utile esaminare come funziona l’AVS. L’AVS opera con un sistema di finanziamento a ripartizione, il che significa che è vulnerabile alle fluttuazioni economiche e al rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. Nonostante queste sfide, l’AVS non ha mai affrontato problemi finanziari duraturi grazie a riforme che hanno ampliato la base contributiva, riflettendo un consenso popolare reiterato nel tempo. I problemi principali degli ultimi anni sono stati causati dai mercati finanziari. L’AVS ha un capitale di riserva, gestito da un fondo, che deve coprire almeno un anno di uscite e che viene investito per generare interessi, esponendosi però ai rischi del mercato.

Le prospettive finanziarie dell’AVS stanno cambiando non tanto per ragioni demografiche, quanto per fattori economici come le crisi finanziarie frequenti, la precarietà lavorativa, i bassi salari e la scarsa qualità del lavoro. Questo dovrebbe portare a considerare l’incertezza delle proiezioni.

Gli errori sono possibili e quasi inevitabili quando si trattano fenomeni sociali. Vale il principio espresso qualche anno fa dal compianto Luciano Gallino: “Vi sono fenomeni della natura di cui è possibile costruire una spiegazione molto complicata solo assumendo che esistano delle variabili nascoste alla percezione dell’osservatore. Esistono invece fenomeni sociali che vengono spiegati con grande semplicità dallo stesso osservatore, nascondendo al pubblico la maggior parte delle variabili. Rientrano in questa categoria le proposte di riforma delle pensioni ipotizzate dal governo.” (Luciano Gallino, “Le variabili nascoste“, La Repubblica, 8/7/2003).

Nel contesto svizzero, questo principio si applica perfettamente alle proiezioni finanziarie dell’AVS. Le variabili nascoste, come le fluttuazioni dei mercati finanziari e le dinamiche economiche globali, rendono le previsioni estremamente complesse e spesso inaffidabili. Tuttavia, queste previsioni vengono spesso strumentalizzate politicamente per giustificare riforme impopolari o tagli alle prestazioni sociali. Si tratta di una forma di governance attraverso la paura, per utilizzare una definizione citata da Alain Supiot, professore emerito al Collège de France, dove i numeri vengono utilizzati per spaventare l’opinione pubblica e indirizzare il dibattito politico verso soluzioni che penalizzano i più vulnerabili. Le proiezioni, pur utili per orientare le politiche pubbliche, devono essere maneggiate con cautela e sempre accompagnate da una chiara comprensione delle loro limitazioni.

“È difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro,” diceva il fisico Niels Bohr in un noto aforisma che taluni attribuiscono a Mark Twain. Si potrebbe chiosare dicendo che predire il futuro è facile, azzeccarlo è difficile, come ci insegna la storia delle previsioni economiche e sociali.

Scritto per laRegione


Gli incursori ucraini avanzano nel Kursk. Zelensky: “Ora hanno la guerra in casa”

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

Di Gianluca Di Feo, La Stampa

Da settantadue ore l’esercito ucraino continua ad avanzare nella regione russa di Kursk. «La Russia ha portato la guerra nella nostra terra e deve sentire ciò che ha fatto», ha dichiarato il presidente Volodymyr Zelensky, parlando per la prima volta dell’offensiva scattata lunedì. Le avanguardie ieri pomeriggio sono arrivate a Kromskie Byki e a Shagarovo, che dista meno di 40 chilometri dalla centrale nucleare del capoluogo, considerata uno degli obiettivi dell’operazione.

L’area controllata dai soldati di Kiev si estende per oltre trenta chilometri, ma l’assalto è ancora in pieno svolgimento e impegna i reparti di almeno quattro brigate scelte – 22ma e 93ma meccanizzata assieme alla 80ma e 82ma paracadutisti – con centinaia di mezzi corazzati. Non è escluso che alla prima ondata ucraina – contraddistinta da un vistoso triangolo bianco dipinto sui veicoli – ne possa seguire una seconda, destinata a marciare ancora più in profondità.

Il Cremlino sta trasferendo diverse unità per allestire una linea difensiva e lanciare un contrattacco, finora però non ha ottenuto risultati significativi. Il quartiere generale di Kiev infatti ha pianificato l’operazione con grande cura e ha colto di sorpresa i generali di Mosca. Ci sono numerosi gruppi di incursori che si sono infiltrati nelle retrovie russe.

Le colonne

Ostacolano i movimenti nemici, facendo fuoco con mortai e missili controcarro sulle strade e sui villaggi: in alcuni casi hanno sparato pure contro le auto dei civili in fuga dai centri abitati. Le colonne di cingolati Bradley e Marder assieme alle autoblindo pesanti Stryker si lasciano alle spalle i nuclei di resistenza – formati soprattutto da reclute ventenni di leva che fanno servizio soltanto in patria o da milizie volontarie improvvisate – e puntano a conquistare gli snodi strategici, come l’intersezione tra le due autostrade R200 ed E38, o l’impianto nucleare. L’Aiea, l’organismo dell’Onu per la sicurezza atomica, ha annunciato che «la situazione della centrale viene monitorata».

Il fronte

La task force ucraina è dotata di tutti i supporti. Uno scudo contraereo che sta frenando i raid dei cacciabombardieri di Mosca; specialisti di guerra elettronica che disturbano le comunicazioni radio e web; nugoli di droni che spiano e bombardano; squadre del genio che eliminano gli ostacoli. Alle 18 dell’8 agosto, il fronte principale aveva una forma triangolare tra le località di Korenovo, Malaya Loknja e Sudza,allargandosi verso Nord e verso Ovest. Stando ai blogger militari russi, la cittadina di Sudza era stata quasi completamente occupata mentre a Korenovo si combatteva casa per casa e c’erano già tank che l’avevano aggirata, dirigendo verso Rylsk. Secondo le stesse fonti, gli ucraini hanno iniziato a scavare trincee e costruire fortificazioni a sud di Sudza, per essere pronti a contrastare ogni minaccia. L’impressione è che vogliano rimanere in terra russa il più a lungo possibile e far pesare questa azione a livello politico sugli scenari di trattativa: «Ci sforziamo di raggiungere i nostri obiettivi – ha detto Zelensky – in una guerra che non è stata una nostra scelta. Noi puntiamo a ottenere al più presto questi obiettivi in pace, sotto condizioni giuste di pace. E questo succederà il prima possibile».

Ricordando Kharkiv

Il comandante in capo ucraino, il generale Oleksandr Syrky, sembra volere ripetere la manovra con cui nell’estate 2022 ha liberato il distretto di Kharkiv: l’elemento chiave è la rapidità con l’inserimento di colonne mobili per disgregare le difese prima che i russi organizzino un contrattacco. La reazione di Mosca appare lenta, nonostante per il secondo giorno di fila Vladimir Putin abbia tenuto un vertice per esaminare la situazione, chiedendo «coraggio e calma» ai governatori della regione. L’ipotesi è che il generale Valery Gerasimov voglia rispondere all’attacco con l’attacco: non ha spostato truppe dal Donbass, in modo da portare avanti il rullo compressore che logora le linee ucraine.

L’impegno a Kursk impedisce infatti a Kiev di mandare rinforzi e può permettere ai russi uno sfondamento in tre diverse zone. Una linea al momento condivisa dal Cremlino, che reputa strategica l’occupazione del Donetsk e del Lugansk entro l’estate. In questa prospettiva, a Kursk verrebbero mandate brigate provenienti dalla capitale o da San Pietroburgo, con tempi più lunghi per lo schieramento. Persino i veterani della Wagner del 13mo Distaccamento, gli unici che dopo la morte di Prigozhin non sono entrati nell’esercito di Mosca, sono partiti dalla Bielorussia per combattere sul nuovo fronte: si uniranno agli ex mercenari del battaglione Arbat e ai ceceni dell’Akhmat per dare la caccia nei boschi ai commandos ucraini.

Due azzardi

Entrambi i condottieri stanno giocando una partita ad alto rischio. Sysky ha messo in campo tutte le riserve ucraine, esponendole in un’iniziativa offensiva che implica sempre perdite elevate. In questi tre giorni almeno una ventina di blindati sono stati distrutti, colpiti dai droni Lancet e dall’artiglieria. Se la task force penetrata in Russia venisse spazzata via, non ci sarebbero più uomini per tamponare le falle nel Donbass. Gerasimov invece non ha saputo cogliere i preparativi nemici e ora deve respingere “l’invasione” prima che i danni materiali e d’immagine diventino insostenibili per la credibilità di Putin: se non trasformerà lo smacco in una vittoria, questa sarà la sua ultima battaglia.


Caro Repole, sbagli: la nostra Salvezza non si trova solo in Gesù Cristo

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Una frase dell’arcivescovo di Torino Roberto Repole (in un articolo per l’ultimo numero della rivista Vita e pensiero pubblicato in parte ieri da La Stampa in Cronaca di Torino) ha destato in me dapprima curiosità e poi preoccupazione. Ecco le sue parole conclusive: «Io sono cristiano perché credo fermissimamente ciò che dice Pietro nel libro degli Atti: che non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo. Chiedo perdono, ma per meno di questo io non riuscirei a essere cristiano». In sé nulla di nuovo, solo la ripetizione dell’annuncio cristiano come prosegue da duemila anni.

Ma perché allora quello strano inciso «chiedo perdono»? A chi? E di che cosa? In realtà, dietro la ripetizione della prospettiva tradizionale c’è la consapevolezza di un problema diventato rovente ai nostri giorni e che si può esprimere così: davvero non esiste altro nome se non quello di Gesù per la salvezza degli esseri umani? Davvero si salvano (qualunque cosa voglia dire “salvarsi”) solo i cristiani? Davvero tutti coloro che non si appellano al nome di Gesù, e che sono la maggioranza dell’umanità nel passato nel presente e nel futuro, sono esclusi dalla salvezza? Davvero Dio rifiuta di salvare chi lo prega rivolgendosi a lui nel nome di altri? O chi non lo prega ma pratica la vita spirituale, come per esempio i buddhisti e i jainisti? O addirittura chi lo nega ma serve il bene con un’irreprensibile condotta morale lottando contro le ingiustizie e le disuguaglianze?

L’articolo di Repole è intitolato Riflessioni sulla Chiesa del futuro e prende spunto dalla situazione molto preoccupante del cristianesimo odierno. A questo riguardo l’arcivescovo scrive: «La Chiesa di oggi non è solo minoritaria ma in forte invecchiamento»; ancora: «La scarsa adesione dei giovani all’esperienza cristiana mi fa pensare che la Chiesa oggi non è più percepita come risorsa spirituale»; infine: «Viviamo un cristianesimo che non offre veri cammini di spiritualità».

È innegabile, è la situazione sotto gli occhi di tutti; per lo meno, di tutti coloro che vogliono onestamente guardare. Ma c’è un’affermazione di Repole ancora più incisiva che merita di essere particolarmente sottolineata: «Sappiamo di trovarci a un guado, in un passaggio: ciò che abbiamo ereditato, il modo di essere Chiesa dei secoli passati, non esiste più. Si tratta di passare a un altro modo, che però non abbiamo ancora in mente e soprattutto non abbiamo nella carne». Sì, il punto è questo: la tradizione cristiana non esiste più e si tratta di attraversare il guado. Essa resiste nei libri e nelle formule dogmatiche, ma non esiste più nei cuori degli esseri umani, e non solo giovani. Per questo i responsabili ecclesiastici propongono le formule tradizionali ma la loro proposta «non è più percepita come risorsa spirituale».

Vede bene l’arcivescovo. Il quale giunge poi a proporre i dati di un sondaggio effettuato in Gran Bretagna secondo cui «meno del 50% delle persone si dichiara cristiano, però sta emergendo una forte ricerca di spiritualità». Meno cristianesimo, più spiritualità. Questo che vale per la Gran Bretagna vale per tutto l’Occidente: la separazione tra religione cristiana e spiritualità è la novità davvero clamorosa. Il che per la Chiesa è semplicemente sconvolgente, perché significa che essa non sa più intercettare il motivo principale che spinge da sempre gli esseri umani a credere in Dio e ad avere una religione.

Oggi in Occidente sono sempre meno coloro che, volendo seriamente coltivare nella propria esistenza la dimensione spirituale, si rivolgono alla Chiesa cattolica, e in genere alle Chiese cristiane. Questa frattura tra proposta religiosa cristiana e ricerca spirituale contemporanea è il dato, il punto, direi il sigillo, che contrassegna la situazione inedita di questi giorni, tanto difficili quanto irrequieti e sorprendenti. C’è una crescente domanda di senso e di spiritualità, ma l’offerta cristiana in Occidente (non così in altre parti del mondo) è sempre più irrilevante e sempre meno capace di parlare all’inquietudine dei cuori.

Ora occorre però tornare alla frase di Repole da cui sono partito, perché ciò che ai miei occhi risulta molto problematico è che, dopo la lucidità dell’analisi, la terapia suggerita consiste sempre ancora nella solita impostazione del cristianesimo tradizionale (che è la vera ragione della crisi cristiana): l’idea cioè che «in nessun altro c’è salvezza». A un mondo che cerca unità, dialogo, pluralismo, viene di nuovo offerto quell’esclusivismo teologico che lungo i secoli ha prodotto divisioni, persecuzioni, e non di rado violenze e guerre di religione. In nessun altro c’è salvezza? Davvero? Quindi Gandhi, Martin Buber, il Dalai Lama sono esclusi dalla salvezza? Sant’Agostino e i concili ecumenici pensavano così, ma la coscienza sente che si tratta di un’ingiustizia, peraltro già avvertita da Origene nel III secolo e da molti altri mistici e teologi dopo di lui. Finora gli uomini di Chiesa hanno sempre scelto il dogma e non la coscienza, e la situazione a cui la loro scelta ha condotto è quella descritta da Repole. Vogliono continuare così? Facciano: il problema, sia chiaro, non è del mondo, che va per la sua strada, ma del cristianesimo, le cui chiese rimangono vuote.

La frase del libro degli Atti degli apostoli che Repole riprende è pronunciata dall’apostolo Pietro rivolto alle autorità ebraiche, alle quali egli dice di parlare «nel nome di Gesù Cristo il Nazareno che voi avete crocifisso». Queste parole rappresentano un palese falso storico, perché è noto che non furono le autorità ebraiche a crocifiggere Gesù ma i romani, come dimostra anzitutto la stessa croce che era il loro patibolo più infame. Al falso storico si aggiunge il falso teologico sull’esclusività della salvezza, la quale sarebbe riservata solo a coloro che si rivolgono a Dio nel nome di Gesù. Si tratta di un falso «teologico» perché tale versetto del Nuovo Testamento è in aperto contrasto con il pensiero di Gesù, il quale legò sempre la salvezza alla pratica del bene e della giustizia, non a riti o a invocazioni particolari. Tra i molti passi evangelici riprendo la celebre scena del giudizio universale: «Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25, 34-35). Qui la partecipazione alla salvezza non è per coloro che si sono appellati al nome di Gesù, ma per coloro che hanno praticato il bene: essa cioè discende dall’etica, non dalla religione, ed è quindi universale.

Vi sono parole analoghe in un libro dell’antico Egitto scritto mille e cinquecento anni prima di Gesù, parole che l’anima pronuncia prima di essere pesata sulla bilancia di Osiride per passare alla vita eterna o al nulla definitivo: «Ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva» (Libro dei morti, capitolo 125). Si potrebbero citare testi greci, romani, hindu, buddhisti, musulmani, taoisti e di altre religioni ancora, così come testi filosofici e letterari della ricerca spirituale laica, indirizzata alla coltivazione del bene e della giustizia per il solo amore del bene e della giustizia, il quale non è altro che un modo diverso di onorare quell’emozione ineffabile che talora gli esseri umani provano di fronte al mistero della vita e dei suoi grandi valori.

È questa la spiritualità nuova e al contempo antichissima, archetipale e primitiva, universale e in quanto tale unitaria, che sta emergendo nel mondo, rispetto a cui il cristianesimo, come tutte le altre religioni, si dovrebbe porre umilmente al servizio abbandonando ogni pretesa di primato e di esclusività. Credo che l’arcivescovo di Torino tutto questo lo avverta bene dentro di sé. E forse era proprio questo il motivo per cui, chiudendo il suo articolo con la riproposta del tradizionale esclusivismo cristiano, ha sentito il bisogno di dire: «chiedo perdono».

 


Attorno alla dottrina della «guerra giusta»

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

Articolo ripreso dalla rivista “Dialoghi”

Ho accettato temerariamente di esprimermi su un tema oggi sovente evocato e talvolta frettolosamente attualizzato, nell’intento non tanto di risolvere tutti i nodi che si incontrano nell’approfondirlo, quanto solo di chiarificarne la portata normativa per gli individui e per le società in cui essi si trovano a vivere e operare1.

L’evocazione della «guerra giusta» è recentemente stata oggetto di particolare attenzione anche da parte di attori politici che hanno introdotto questa locuzione nei loro discorsi tesi a legittimare le misure belliche da loro decise in questi ultimi tempi. Non è mia intenzione analizzarle da un punto di vista filosofico morale e teologico morale, quanto piuttosto prendere lo spunto da tali evocazioni per verificare la tenuta normativa della dottrina messa in campo e al contempo chiedermi se il passaggio di molte intuizioni morali presenti nelle varie versioni della dottrina della «guerra giusta» nelle disposizioni del diritto internazionale contemporaneo sia da salutare come fenomeno moralmente positivo o meno.

La struttura di questo testo tiene conto di queste intenzioni iniziali. In una prima parte, ripresa in questo numero di «Dialoghi», esaminerò i principali cambiamenti paradigmatici che la dottrina della guerra giusta ha vissuto lungo i secoli della storia dell’Europa occidentale, mentre in un secondo momento analizzerò il passaggio di questa dottrina dall’alveo della filosofia e teologia morale a quello del diritto delle genti e internazionale, per concludere infine con un abbozzo di riflessione sulle potenzialità e sui limiti legati a tale passaggio disciplinare.

Una dottrina che evolve attraverso diversi cambiamenti paradigmatici

L’espressione «guerra giusta» è testimoniata già nella letteratura dell’antichità greca e romana, anche se in questi secoli non si possa affermare di essere in presenza di una vera e propria «dottrina»2. La storiografia più recente3 ha potuto analizzare le fonti greche e latine prescindendo da presupposti legati alle fasi più tardive dello sviluppo di questa dottrina e mettendo così in luce aspetti specifici della riflessione filosofica dell’antichità classica precristiana. Mi limiterò qui solo a schizzarne alcune caratteristiche, mettendo così in evidenza la grande distanza che ci separa dai contesti entro cui è venuta alla luce la prima riflessione morale e politica attorno al fenomeno della guerra nel mondo occidentale.

La dottrina della guerra giusta allo stato embrionale: la filosofia dell’antichità classica

Negli scritti di Platone e di Aristotele che ci sono pervenuti si parla della guerra in due sensi diversi. Con il termine di stasis entrambi intendono i conflitti armati tra cittadini della medesima polis, mentre con polemos essi indicano quelli tra membri di città o comunità diverse. La distinzione comunque non sembra avere una portata esplicitamente normativa, anche se l’attenzione dei due pensatori classici è maggiormente dedicata alla guerra civile nella polis che ai conflitti tra diverse città-stato4. Nelle opere dedicate alle problematiche politiche, soprattutto nei Nomoi5, troviamo affermazioni in cui si lodano come necessarie le qualità militari dei cittadini e in cui si intravvede persino un’identificazione tra i cittadini e i soldati. La già citata distinzione tra conflitti di stasis o rispettivamente di polemos viene vista da Platone in un orizzonte specificamente greco. Gli abitanti della Grecia sono, secondo Platone, naturalmente connotati da legami di parentela e amicizia e quindi i loro conflitti devono poter essere gestiti con particolare armonia e moderazione, mentre i conflitti tra membri delle città greche e i barbaroi, cioè abitanti esterni alla Grecia, sono naturalmente molto più violenti e brutali.

Presso Aristotele troviamo un orientamento analogo a quello verificato presso Platone: critica della guerra civile e comprensione per quella verso i «barbari». Aristotele disapprova comunque con decisione l’attitudine «imperialista» di quelle città che, prese solo da brama di potere, combattono altre città per allargare la propria sfera di influenza. Sparta viene spesso evocata come esempio principe di una tale attitudine. Nonostante il carattere piuttosto descrittivo di vari passaggi aristotelici, bisogna ammettere che soprattutto nella sua Politica sono ravvisabili, almeno in maniera embrionale, alcuni elementi normativi nel giudizio morale posto sulla guerra. Tali elementi diventano visibili quando la tematica della guerra viene a intrecciarsi con quella della riduzione in schiavitù dei nemici, ridotti in questo stato post bellum. Aristotele giustifica tale misura punitiva, non in senso assoluto, ma quando tale pratica sia legittimata a seguito di un’operazione bellica a sua volta risalente a un’operazione di difesa della propria polis. Una schiavizzazione di nemici a seguito di un intervento puramente dispotico non trova giustificazione negli scritti del Nostro.

Queste considerazioni riscontrabili soprattutto nella Politica di Aristotele vengono qui evocate non tanto perché esse siano elementi di una vera e propria sistematizzazione teorica dell’accettabilità di principio di un’operazione bellica, quanto per il fatto che esse, riprese fuori dal loro contesto, dopo molti secoli e più precisamente all’inizio del tempo moderni, furono riprese da alcuni partecipanti alla disputa giuridico-teologica legata alla legittimazione della conquista dell’America da parte della corona spagnola6.

Un vero e proprio inizio di un discorso articolato e normativo sulla guerra e su una sua legittimazione morale e giuridica è ravvisabile nell’opera di Cicerone, testimoniata soprattutto nel suo De officiis7. Rispetto al contesto ellenico in cui operavano Platone e Aristotele, siamo qui in presenza del contesto culturale romano, connotato perlomeno da due nuovi fattori specifici: quello dato dall’influsso della filosofia stoica e quello di una presenza marcata della riflessione giuridica, tipica della cultura romana. Questi elementi di novità hanno facilitato lo sbocciare di una prima versione, ancora relativamente frammentaria, ma già minimamente sistematica e a carattere normativo, di quella dottrina qui presa in esame.

Gli elementi maggiormente rappresentativi e che saranno pure ripresi nel seguito della storia sono ravvisabili sia nella precisazione del concetto di giustizia sia nella sua applicazione al fenomeno bellico.

I. 34 «Vi sono poi certi doveri che bisogna osservare anche nei confronti di coloro che ci hanno offeso. C’è una misura anche nella vendetta e nel castigo; anzi, io non so se non basti che il provocatore si penta della sua offesa, perché egli non ricada mai più in simile colpa, e gli altri siano meno pronti all’offesa. Ma soprattutto nei rapporti fra Stato e Stato si debbono osservare le leggi di guerra. In verità, ci sono due maniere di contendere: con la ragione e con la forza; e poiché la ragione è propria dell’uomo e la forza è propria delle bestie, bisogna ricorrere alla seconda solo quando non ci si può avvalere della prima.

35. Si devono perciò intraprendere le guerre al solo scopo di vivere in sicura e tranquilla pace; ma, conseguita la vittoria, si devono risparmiare coloro che, durante la guerra, non furono né crudeli né spietati»8.

La prosa di Cicerone si rapporta da una parte a regole giuridiche a suo tempo note perlomeno a tutta l’élite politica romana e dall’altra a una pretesa protezione degli dei qualora la dichiarazione di guerra fosse espressa secondo le regole del diritto cosiddetto feziale. Questo intreccio tra regole giuridiche e ritualizzazioni religiose della dichiarazione di guerra ha contribuito a una interpretazione relativamente severa delle regole stesse, anche se ci è difficile poter sapere oggi come fosse concretamente l’implementazione delle regole stesse in occasione di conflitti regionali tra romani e popoli vicini che manifestavano la loro opposizione all’espansionismo romano.

Il cristianesimo e la guerra prima e dopo la svolta costantiniana

Se vogliamo lo sguardo allo sbocciare di ulteriori versioni di una dottrina della guerra giusta nei secoli che seguono l’epoca in cui si diffuse il pensiero ciceroniano nella cultura romana, siamo necessariamente confrontati con il pensiero cristiano e in particolare con la sua diffusione durante i primi tre secoli della nostra era. Si manifesta qui una rottura radicale e una ripresa del filone inaugurato dapprima da Platone e Aristotele e in seguito da Cicerone, ripresa avvenuta solo a partire da Agostino nel quarto secolo.

Chi si interessa alle attitudini che le prime generazioni cristiane hanno avuto nei confronti del fenomeno della guerra e della partecipazione di cristiani alle attività dell’esercito romano si trova confrontato con un nodo interpretativo presente nella storiografia patristica già fin dall’Ottocento. Si tratta infatti di dare una risposta storicamente documentata e al quesito teso a rispondere all’interrogativo riguardante l’assenza di una riflessione teologica su una «guerra giusta» durante i primi tre secoli dell’era cristiana, seguiti dall’apparire abbastanza improvviso della versione agostiniana della dottrina della guerra giusta, versione ispirata da una parte dal pensiero filosofico dell’antichità classica e da un richiamo diretto alle fonti bibliche9. Come spiegare dunque questa interruzione nello sviluppo omogeneo di un corpus dottrinale, dato e non concesso che si debba considerare come necessaria o perlomeno come evidente tale continuità in una visione armonica nella storia delle idee?

Per rispondere a tale interrogativo può essere utile evocare una tipologia delle attitudini assunte dalle prima generazioni cristiane nei confronti dell’esercizio della violenza bellica da parte dei credenti. Il noto storico del cristianesimo R.H. Bainton ha cercato di mettere un po’ di ordine in seno al dibattito sul cristianesimo dei primi secoli attorno a questa problematica, proponendo una classificazione delle posizioni etiche sostenute dalle comunità ecclesiali dei primi secoli e distinguendo tra «pacifismo, guerra giusta e guerra santa».

Non intendo, almeno in questa sede, discutere se la tipologia proposta da Bainton sia o meno adeguata a classificare al meglio la letteratura cristiana dei primi secoli, ma vorrei solo mettere in evidenza che, sempre a partire da questa tipologia, che questa letteratura (e quindi anche i testi neotestamentari) non conosce scritti che riprendono i primi abbozzi di una teoria della guerra giusta. In realtà il comandamento del «non uccidere» (sia nella formulazione di Es. 20, 13 che in quella deuteronomica in Deut 5, 17.) fu interpretato come valevole in maniera assoluta, senza alcuna eccezione. Questa interpretazione fu vista all’opera anche nel giudicare la partecipazione di cristiani alle attività dell’esercito romano o ad altre operazioni di polizia che prevedessero eventuali spargimenti di sangue10. Questo pacifismo di principio, vastamente documentato negli scritti cristiani dei primi tre secoli, non è motivato evidentemente solo da ragioni legate al comandamento del «non uccidere», ma trova connessioni strette con altri temi e conflitti normativi, come ad esempio la critica ad ogni forma di idolatria, elemento necessario nelle pratiche interne all’esercito romano. Si può dunque, a partire da queste sommarie indicazioni sui primi tre secoli di cristianesimo, sostenere di essere in presenza di un vero e proprio pacifismo protocristiano, sparito poi nei tempi successivi, per riapparire solo durante gli ultimi decenni che precedono la nostra contemporaneità? L’interrogativo, posto in termini così generali e generici, non può trovare una risposta univoca. Non si può a mio avviso parlare, per questi tre primi secoli di testimonianze scritte cristiane, di pacifismo nel senso contemporaneo del termine, poiché non siamo in presenza di un esercito di massa e obbligatorio per tutti i cittadini, come è il caso per molti stati contemporanei. Inoltre, l’esercizio delle armi poteva avere altri sensi di quelli oggi possibili in un esercito regolare. Una ripresa meccanica dei giudizi morali presenti negli scritti protocristiani per i nostri giorni provocherebbe perciò abbagliamenti ermeneutici abbastanza vistosi e distorti.

Lo scenario muta radicalmente al momento della cosiddetta svolta costantiniana, muta radicalmente l’atteggiamento morale nei confronti dell’impero in genere e verso le attività belliche dello stesso. Al punto che, ad esempio, il concilio di Arles prevede pene canoniche per coloro che intendono abbandonare, in tempo di pace, l’esercito romano. I cristiani diventano così indirettamente anche amministratori dell’impero e ciò spiega la necessità di formulare una dottrina organica sull’accettabilità della guerra. Sarà S. Agostino a formularla e proporla, in maniera non ancora completa, ma comunque già molto organica.

Il vescovo di Ippona non ci ha infatti lasciato un trattato sistematico sull’argomento, quanto piuttosto una serie di affermazioni sparse, che rispondono comunque a una visione abbastanza costante del fenomeno della guerra nelle sue valenze morali. L’interpretazione di questi testi riserva comunque notevoli difficoltà legate al carattere occasionale degli scritti stessi11. Agostino si esprime sul tema quasi sempre a partire o da contesti polemici o perché richiesto di un parere concreto per situazioni precise in cui si trovano alcuni suoi fedeli. La sua presa di distanza nei confronti di un generico pacifismo è dovuta soprattutto alla sua lotta contro il movimento manicheo, cui lui pure aveva in passato parzialmente aderito. Per quanto riguarda il contesto politico più largo entro cui lui si esprime, non bisogna dimenticare che egli scrive quasi sempre sotto l’influsso del rimprovero fatto ai cristiani di aver contribuito con le loro posizioni pacifiste alla rovina e decadenza dell’impero romano. Il vescovo di Ippona intende rispondere a simile rimprovero con un impeto apologetico e al contempo mettendo in luce il fatto che i cristiani sono ora disposti ad assumere piene responsabilità pubbliche e sociali, incluse quelle legate al mantenimento di un ordine pubblico.

Agostino distingue innanzitutto nelle sue varie prese di posizione tra guerre che possono risalire a una volontà espressa da Dio e quelle che invece non possono farvi riferimento. Questa percezione volontarista della legittimità di alcune guerre gli è facilitata da una lettura dei testi veterotestamentari in cui le affermazioni dei libri storici vengono interpretate abbastanza letteralmente, anche se esse prendono in Agostino talvolta un valore archetipico. La volontà di Dio si manifesta nell’autorità politica che agisce in maniera retta. Si inserisce qui il secondo elemento importante dell’etica della pace agostiniana. La rettitudine dell’autorità politica è legata a una visione della vita sociale percepita come ordo, in cui la pace è appunto il frutto dell’ordine: pax tranquillitas ordinis. La conseguenza normativa di tale visione consiste nel saper rispettare questo ordine a partire dalla funzione sociale che ogni individuo esercita nel convivere sociale. È il cosiddetto ordo serviendi, criterio di giudizio morale che guida le azioni dei singoli attori sociali: il principe, i soldati e i sudditi. Come egli afferma nel Contra Faustum «chiunque serva Dio sa che nulla di illecito gli può essere ordinato da parte sua»12.

Tutte queste considerazioni legittimano comunque solo parzialmente le guerre cui l’essere umano è confrontato. Sono lecite, infatti, solo quelle che sono intraprese in vista di una pace futura. Anche l’intenzione soggettiva deve corrispondere a tale funzione: «bellando pacificus». Per questo motivo, sempre secondo Agostino, non sono da considerare lecite le guerre preventive, ma solo quelle intraprese per riparare un torto o un’ingiustizia già commessi precedentemente. Esse devono inoltre essere intraprese solo da quelle istanze cui bellare fas est, cioè da quelle deputate a tale scopo e cioè dall’autorità riconosciuta pubblicamente. Essa può delegare questo compito ad altri, come appunto i soldati, ma rispettando sempre il cosiddetto ordo serviendi. Infatti, secondo il vescovo di Ippona, «turpis omnis pars universo suo non congruens»13.

Come si può ben vedere, gli elementi fondamentali della cosiddetta dottrina della guerra giusta sono presenti già in nuce nel pensiero agostiniano, anche se in forma non ancora sistematizzata e rigorosa. Un giudizio su queste posizioni deve saper distinguere tra l’opera stessa di Agostino e la sua ulteriore ricezione. Per quanto riguarda la prima bisogna notare, tra gli aspetti positivi, la radicazione dell’etica della pace in una visione globale del convivere sociale e una valorizzazione, anche se parziale, della funzione politica in quanto tale. Positivo è sicuramente anche il legame intrinseco che Agostino vede tra la giustizia e la pace.

Tra gli aspetti problematici va annoverata a mio avviso soprattutto la tendenza teologico-volontarista nell’interpretazione dei fatti storico e/o politici. Questa tendenza può portare a una teologizzazione troppo diretta di singoli episodi che si rivelano poi, a parte post, frutto della libido dominandi umana più che della Provvidenza divina. Fa qui capolino una pericolosa vicinanza tra la dottrina della guerra giusta e la dottrina della guerra santa, riscontrabile talvolta anche nell’opera agostiniana14.

La guerra nel pensiero medievale e la sintesi di Tommaso d’Aquino

Questa vicinanza si fa ancora maggiormente ambigua nella complessa opera di ricezione del suo pensiero e delle sue opere nella teologia medievale. Essa tende a staccare innanzitutto le singole affermazioni di Agostino dal loro contesto concreto entro cui erano state formulate e le fissa in una dottrina giuridico-canonica. Inoltre esse vengono quasi esclusivamente applicate al contesto particolare della guerra contro i vari movimenti ereticali del medioevo o nel quadro delle varie crociate contro il mondo musulmano nel vicino Oriente.

Ci si limiterà qui a esporre le linee maggiori della nostra dottrina, così come essa è stata formulata nella sintesi di Tommaso d’Aquino, senza soffermarci sul pensiero di altri pensatori dell’età di mezzo che pure hanno significativamente contribuito all’elaborazione dettagliata della dottrina che qui ci occupa15. Con la riflessione di Tommaso d’Aquino la dottrina riceve una forma altamente sistematizzata e viene inserita nella sintesi dell’etica teologica ritrovabile nella Summa theologiæ16. Il contesto teologico entro cui l’Aquinate propone la sua riflessione etica non gli fa rifuggire dal prestare un’attenzione intensa sia alla massa di materiali filosofici risultanti dalla sua costante frequentazione degli scritti a lui accessibili di Aristotele e di altri filosofi dell’antichità classica come pure alla fonti giuridiche mediate soprattutto dal Decretum Gratiani. Tommaso eticizza fortemente la prospettiva entro cui esamina i vari aspetti del fenomeno bellico sottoponendolo e concentrandolo attorno all’interrogativo che presiede a tutta la Quæstio 40 della Ia-Iiæ, tesa a sapere se ogni atto bellico contraddica necessariamente alle esigenze della virtù di carità. Così facendo il problema della guerra è per così dire tolto dal contesto in cui i canonisti del suo tempo lo avevano esaminato e cioè come la variante principale della lotta legittima della Chiesa all’eresia.

I criteri principali di una guerra giusta possono, sempre nell’opera dell’Angelico, essere così sintetizzati, riprendendo le parole chiave che evocano i principali criteri di giudizio:

  • Auctoritas legitima: la condizione già sottolineata con forza da Agostino viene letta qui in senso medievale da Tommaso, soprattutto contraria a tutte le scaramucce cruente del medioevo e legate agli interessi privati di signori e famiglie potenti locali. La guerra non va confusa, sempre secondo l’Aquinate, con le faide e le vendette private. Una volta proposta questa distinzione, rimane comunque aperto il problema della competenza del papa e rispettivamente dell’imperatore nel convocare e legittimare singole guerre. Nella quæstio 40 Tommaso non intende dirimere il problema, ma si può notare comunque che egli non ritiene legittime, a differenza ad esempio dell’Hostiensis, solo le guerre sanzionate dall’autorità pontificia.
  • La iusta causa viene pure interpretata in senso stretto, intesa in questo contesto come «propter aliquam culpam». Questa caratterizzazione ha il vantaggio di essere chiaramente a valenza morale, anche se l’eventuale colpa che si ritiene giusta causa di risposta bellica possa essere anche meramente giuridica. Non ogni danno o torto implica necessariamente sempre anche una colpa morale. Non rimane chiaro comunque quale sia il tipo di culpa che qui viene ritenuto rilevante per giustificare una risposta potenzialmente cruenta. Il fatto ad esempio che Innocenzo III ritenesse ogni peccato come passibile di pena coercitiva e violenta può portare a una esegesi dei passi tommasiani come legittimanti la guerra sistematica nei confronti degli eretici.
  • Il criterio della recta intentio viene concretizzato come pacis studio, cioè come costante volontà di ricercare e ottenere la pace, e collocandosi così nella più genuina tradizione agostiniana. Ma, visto che pace e giustizia anche presso l’Aquinate sono sempre strettamente legate, non si può negare che nei testi della quarantesima questione si ritrovino elementi di una concezione penale e vendicativa della guerra.
  • I cosiddetti debitis mediis, cioè che in seno a una guerra debbano essere sempre usati mezzi adeguati e proporzionali al fine che si intende raggiungere, escludono soprattutto l’applicazione sistematica dell’inganno strategico, della menzogna nei confronti del nemico e dell’uccisione diretta degli innocenti non combattenti. Qui si manifesta in Tommaso una concezione ancora prestrategica della funzione della guerra. Essa non è ancora vista, nei suoi scritti, come mezzo per piegare la volontà del nemico e avversario politico.

Tutti questi elementi di giudizio su singoli aspetti presenti nei discorsi che intendono giustificare un intervento bellico ci mostrano come la loro sistematizzazione sia da una parte sicuramente spuria da quegli elementi medievali che davano adito sia a forme di prepotenza teocratica che alla legittimazione di ogni sopruso legato al sistema feudale, mentre dall’altra, attraverso l’estrema formalizzazione dei singoli criteri di giudizio sulla guerra, pecchi di grande astrattezza e inoperabilità.

Questa perfezione formale del suo approccio alla guerra ha comunque permesso una sua riedizione e riattualizzazione agli inizi dei tempi moderni, ad opera soprattutto della teologia spagnola della scuola di Salamanca (ne parleremo più tardi) e del giusnaturalismo filosofico-giuridico del XVII e XVIII secolo.

La ricezione nell’ambito della Riforma protestante

La Riforma ha costituito anche per l’ulteriore sviluppo del nostro topos dottrinale, cioè per la riflessione morale attorno alla guerra, una tappa particolarmente significativa. Le posizioni difese dai tre riformatori principali, Lutero, Zwingli e Calvino, sono state formulate a partire da situazioni personali alquanto diverse tra loro e cronologicamente contemporanee per i primi due, mentre Calvino è espressione di una situazione già più avanzata nel tempo. La storiografia recente ha messo in luce queste specificità e ha prodotto pure anche sintesi di grande respiro, che hanno contributo a fare maggiore chiarezza sul significato della Riforma anche in questo ambito specifico.

Lutero si muove qui, come per altri problemi concreti di etica politica, nello schema di pensiero legato al riferimento della vita di ogni cristiano a due istanze tra loro non completamente separate, ma da tenere comunque ben distinte: l’istanza del rapporto di ogni credente nei confronti di Dio e quella del cittadino di fronte a coloro che detengono la responsabilità e l’autorità nell’ambito della vita sociale e politica. Il Riformatore di Wittenberg non ha voluto proporre una sua versione specifica della dottrina della guerra giusta, ma, muovendosi all’interno del pensiero tardo medievale che aveva frequentato fin dagli studi nell’ordine degli agostiniani, ha cercato di difendere alcune posizioni che egli cercava di far derivare dalla sua visione del rapporto tra la legge e il Vangelo. Il fenomeno della guerra va inserito nel contesto della prima funzione che la legge (in questo caso egli intende parlare della legge emanata dall’autorità politica) esplica nei confronti di tutti i cittadini. Essa intende garantire la convivenza tranquilla tra tutti i componenti della società civile. In altre parole lo scopo della partecipazione di un cristiano a un’azione bellica può, sempre per Lutero, essere solo quello di impedire mali maggiori che si realizzerebbero nel caso di una sua non partecipazione sotto la direzione della legittima autorità.

Guerre offensive o anche solo preventive, non ricevono da Lutero alcuna legittimazione morale, anche se, nella foga della polemica anti-turca o antisemita, egli stesso non sarà sempre fedele ai propri principi e alle proprie convinzioni17.

I cristiani partecipano a operazioni belliche non in quanto cristiani, bensì in quanto cittadini aventi una propria funzione nel foro della vita politica, ad esempio come prìncipi o come soldati. Una guerra giusta può dunque avvenire solo come forma di punizione collettiva da parte di istanze superiori nei confronti di istanze inferiori e non viceversa. Essa deve inoltre limitarsi a rendere possibile di nuovo un minimo di iustitia civilis senza voler aggiungere alcun ulteriore risultato, fosse anche meritevole per la salvezza delle anime. Dunque neppure la salus ecclesiæ può legittimare una guerra. Come nel caso della condanna a morte di eretici, così nell’ambito di un’etica della guerra, Lutero si oppone fortemente e coerentemente ad ogni forma di «guerra santa» o di «guerra di religione». Nel saggio «Se le genti di guerra possano giungere alla beatitudine»18 il Nostro sintetizza con molta chiarezza il suo pensiero: «Senza dubbio i cristiani che combattono, non hanno sotto di sé autorità secolare: il loro è reggimento spirituale e, per quanto riguarda lo spirito, non sono soggetti se non a Cristo. Tuttavia col corpo e coi beni sono soggetti all’autorità secolare e tenuti a obbedirle. Ora, se dall’autorità secolare sono chiamati alla guerra, debbono e sono tenuti a combattere per obbedienza, non come cristiani, ma come membri e sudditi secondo il corpo e i beni temporali. Quindi, se combattono, non lo fanno per sé, né a favore di se stessi, ma per servire e obbedire all’autorità sotto la quale stanno».

Questo tipo di giudizio sulla guerra è evidentemente datato sia in prospettiva etico-normativa sia in quella di teoria politica. Nella misura in cui Lutero disapprova esplicitamente ogni forma di legittimazione teologica dell’intervento bellico, il suo giudizio mantiene comunque pertinenza e attualità, anche se il Riformatore di Wittenberg non ha intrapreso una rilettura sostanziale delle versioni medievali della cosiddetta «guerra giusta».

Uno sguardo sommario sui due altri Riformatori del sedicesimo secolo che hanno dato inizio all’ala riformata del protestantesimo, prendendo le distanze su alcuni aspetti del pensiero teologico luterano, mette in evidenza come il loro contributo alla storia della dottrina della «guerra giusta» sia intimamente legata alla loro biografia e alle loro esperienze politiche sul campo.

Zwingli, contemporaneo maggiormente di Lutero che di Calvino, morì prematuramente in battaglia nel 1531 a Kappel, vicino a Zurigo, ucciso dalle truppe cattoliche dei cantoni della Svizzera centrale. La guerra lo accompagnò dunque sia in vita che in morte: le prime esperienze le fece come cappellano delle truppe svizzere in Lombardia, sostenendo i soldati del papa e di varie regioni italiane contro l’armata della corona francese. Questa prima esperienza bellica lo convinse dell’intrinseca malizia dell’istituzione del mercenariato, fortemente diffusa nei territori svizzeri. L’argomento principale che egli diffuse nelle sue predicazioni nelle varie comunità in cui operò nella fase precedente la Riforma a Zurigo riguardava il fatto che il mercenariato portasse molto spesso all’uccisione reciproca di persone a servizio di eserciti diversi, ma provenienti dalle medesime comunità povere dei territori montani svizzeri. Questo argomento convinse solo in parte l’opinione pubblica elvetica, sia tra coloro che poi accettarono il progetto riformatore di Zwingli che tra coloro che vollero rimanere fedeli alla tradizione della cattolicità medievale. In ogni caso il movimento della Riforma protestante iniziato da Zwingli e appoggiato anche da altri teologi operanti a Basilea, Berna e in altre città svizzero tedesche ebbe come tema dominante non tanto un tema interno alla riflessione teologica, come nel caso di Lutero, bensì una sfida tipicamente etico-sociale. Durante gli anni del suo ministero a Zurigo, Zwingli simpatizzò soprattutto per le posizioni pacifiste di Erasmo, con cui intrattenne un rapporto di chiara stima e simpatia. La sua partecipazione alla guerra del Canton Zurigo contro quelli della Svizzera centrale non fu dettata primariamente da motivi dottrinali, quasi si trattasse di una «guerra santa», quanto piuttosto dalla convinzione che si dovesse preservare e mantenere l’esperienza riformatrice iniziata nella città di Zurigo. La prematura morte in battaglia impedì a Zwingli di proporre una riflessione etica sistematica sull’argomento della guerra. Chi cerca oggi di ricostruirne le linee essenziali, si limita a raccogliere le sue affermazioni sparse nelle varie opere pubblicate ancora in vita, mettendole in relazione con quelle del Riformatore di Wittenberg19.

Calvino non ebbe esperienze dirette legate alla guerra durante la sua vita e il suo operare, a Strasburgo dapprima e poi a Ginevra. Anche se la ricezione del suo pensiero etico e teologico fu fortemente controversa e i pregiudizi nei suoi confronti numerosi e costanti nel tempo, bisogna riconoscere di essere di fronte, anche per quanto riguarda il problema che qui ci occupa, a un teologo fortemente capace di pensiero sistematico e nel caso specifico anche particolarmente sensibile alla riflessione giuridica, che affonda le sue radici anche nella sua prima formazione.

Sia in alcuni suoi scritti di occasione, e ancora più nella sua opera più compiuta, la Institutio christinæ religionis20, è messa in evidenza la sua dipendenza dalla dottrina dei due regni che connota tutta l’etica politica di Lutero. Il cristiano deve lealtà ai magistrati anche se l’autorità di quest’ultimi è irrilevante in ordine alla salvezza. La loro competenza si limita alla gestione dell’ordine e della pace pubblica. Qualora le loro disposizioni dovessero contraddire alla legge di Dio, a tutti nota attraverso il decalogo e le altre esigenze morali della Scrittura, il cristiano dovrà rifiutare l’obbedienza ad esse. Non si tratta, almeno in Calvino, di un vero e proprio diritto di resistenza, bensì solo di un primato nei confronti dell’adesione alla volontà di Dio. Calvino conosce e riprende i criteri medievali della dottrina della guerra giusta, ma cerca di interpretarli in maniera alquanto stretta, affinché l’autorità non ricorra troppo facilmente alle armi per vendicare eventuali torti subiti alla comunità politica. Come si può vedere abbastanza chiaramente, nell’opera di Calvino si uniscono qui due diversi filoni dell’eredità teologica medievale: in primo luogo, è abbastanza evidente l’influsso dell’opera di Agostino nella sua percezione volontarista del fenomeno morale. Sono cioè legittime solo le guerre volute da Dio, come quelle testimoniate dai testi veterotestamentari, e che perlomeno corrispondono alla volontà di Dio e ai suoi comandamenti. In secondo luogo, i vari criteri di un intervento bellico qualificato come «giusto» sono quelli classici già formulati da Tommaso d’Aquino e che Calvino non modifica. I due elementi che connotano il suo pensiero non contribuiscono evidentemente a rendere la sua riflessione sulla guerra particolarmente originale, almeno da un punto di vista di una filosofia politica che guardi agli sviluppi interni alla dottrina classica della guerra giusta.

Ciò vale, a mio avviso, non solo per Calvino, bensì per tutti i Riformatori di prima generazione. A loro favore va comunque sottolineato il fatto che tutta la loro riflessione teologica in questo ambito si focalizza innanzitutto sui doveri che ogni cristiano deve adempiere nei confronti di chi detiene l’autorità politica e non cercare sotterfugi per potersene astenere. Questa attitudine del credente non deve soprattutto mescolare intenti legati alla propria salvezza di fronte a Dio con considerazioni attorno alla propria attitudine nei confronti del potere politico. Saranno le generazioni che seguiranno ad affrontare di petto i dibattiti sul diritto di resistenza ai sovrani e sulla legittimità dei conflitti armati per motivi confessionali. Un giudizio sul ruolo del protestantesimo nei confronti della tradizione della guerra giusta dovrà tenere in buon conto di questo décalage temporale nell’affrontare esplicitamente la problematica che stiamo trattando.


Note

  1. Riprendo qui in forma abbreviata e con note ridotte all’essenziale uno studio pubblicato sulla rivista Filosofia morale 1 (2022) 13-38. La versione completa di questo testo è consultabile e scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo: https://mimesisjournals.com/ojs/index.php/MF/issue/view/131.
  2. Cfr. per una introduzione storica generale alla dottrina della guerra giusta si deve ricorrere purtroppo, in prima battuta, a monografie risalenti ai primi decenni del secolo scorso. Queste sintesi storiche sono tuttavia ancora fortemente marcate da una doppia attitudine apologetica. Da una parte esse cercano di giustificare la positiva portata data dalla riflessione interna alla tradizione teologica cattolica e dall’altra i benefici politici risultanti da questo influsso. Infine, questa letteratura è pure influenzata dalle tendenze politiche presenti in quei decenni nei vari paesi europei. Cfr. comunque, per la ricchezza documentaria dei materiali raccolti le monografie seguenti: Battifol, P.: L’Eglise et le droit de guerre. Paris 1920; L’Eglise et le droit de guerre. A cura di P. Battifol. Paris 1920.
  3. Questa letteratura è estremamente abbondante e non facilmente documentabile in questa sede. Rimando solo alle pubblicazioni che ho tenuto presente per la stesura di questo articolo. Tra le sintesi più compiute va evocata l’ampia ricerca di Haggenmacher, P.: Grotius et la doctrine de la guerre juste. Paris: PUF éd. 1983, dedicata non solo al pensiero del giurista-teologo olandese, bensì anche alle tappe precedenti alla sua opera. Tra le sintesi della nostra dottrina che mi sono state maggiormente utili rimando a Scattola, M.: La doctrine de la guerre juste dans la pensée antique et médiévale, in: Guerre juste et droit des gens moderne. A cura di Th. Berns e J. Lafosse. Bruxelles: Editions de l’Université de Bruxelles 2017, 19-53; cfr. Inoltre tra le pubblicazioni specifiche apparse durante questi ultimi anni Der «gerechte Krieg». Zur Geschichte einer aktuellen Denkfigur. A cura di G. Kreis. Basilea: Schwabe Verlag 2006.
  4. Per una presentazione precisa del pensiero dei due filosofi greci, con un’analisi dei pochi passi dedicati esplicitamente al nostro problema, mi sono orientato a: Langmeier, B.: Feinde von Natur aus? Theorien des gerechten Krieges bei Plato und Aristoteles, in: Gerecher Krieg? Op. cit, qui a p. 45-71.
  5. Cfr. l’edizione in: Platone: Tutte le opere. Milano: Newton Compton 2009.
  6. Rimando, per una prima presentazione di questa problematica, a Bondolfi, A.: I teologi della scuola di Salamanca di fronte alla riproposizione della dottrina della potestas directa, in: Divus Thomas 115 (2012) 98-118.
  7. Cfr. Cicerone: De officiis. Quello che è giusto fare. Torino: Einaudi ed. 2019. Il passaggio maggiormente rappresentativo per la nostra tematica è ravvisabile in I, 34 e seguenti.
  8. Ed. cit.
  9. Cfr. al riguardo soprattutto la celebre monografia di Rudolf Harnack: Militia Christi. Die Christliche Religion und der Soldatenstand in den ersten drei Jahrhunderten.Tübingen: J.C.B. Mohr (Paul Siebeck) Verlag 1905. Trad.it.: Militia Christi. La religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli. Il Pozzo di Giacobbe ed., 2016.
  10. La letteratura su questo argomento è evidentemente immensa e difficilmente classificabile. Mi limito qui solo a citare alcune pubblicazioni più facilmente reperibili. Cfr. Schöpf, B.: Das Tötungsrecht bei den frühchristlichen Schriftstellern bis zur Zeir Konstantins. Regensburg: Pustet Verlag 1958; Hornus, J.M.: Evangile et Labarum. Genève: Labor et Fides éd. 1960; Morisi, A.: La guerra nel pensiero cristiano. Dalle origini alle crociate. Firenze: Sanson ed. 1963.
  11. Tra le pubblicazioni che presentano al lettore che non ha facile accesso alle fonti i testi principali al riguardo cfr. I cristiani e il servizio militare. Testimonianze dei primi tre secoli. A cura di E. Pucciarelli. Bologna: EDB ed. 1998.
  12. Cfr. il passaggio in PL 42, 448.
  13. Cfr. Confessiones, III, 8, 15.
  14. Cfr. al riguardo Cova, L.: Alle radici della guerra santa. Un itinerario agostiniano, in: La guerra. Una riflessione interdisciplinare. Trieste: Ed. Università di Trieste 2003, qui a p. 135-179.
  15. Rimando per un’ampia e ottima sintesi delle posizioni difese lungo il medioevo sulla guerra giusta al contributo già citato di M. Scattola.
  16. Per chi volesse approfondire la conoscenza della posizione tommasiana rimando alla ricca letteratura, sia di inizio secolo e ancora abbastanza apologetica, sia recente e maggiormente critica. Cfr. Beestermöller, G.: Thomas von Aquin und der gerechte Krieg. Köln: Bachem Verlag 1990.
  17. Cfr. per una prima presentazione dell’etica della guerra e della pace in Lutero nel quadro globale della storia della teologia: Duchrow: Christenheit und Weltverantwortung. Stuttgart: Klett-Cotta Verla 1970.
  18. Cfr. la traduzione italiana nella vasta scelta di testi in: Lutero, M.: Scritti politici. Torino: UTET 1978, 535- (ed. originale in WA 19, 616-662) qui a p. 538.
  19. Cfr. come contributo molto dettagliato Lienhard, M.: Guerre et paix dans les écrits de Zwingli et de Luther: une comparaison, In: Politics and Reformations. Histories and Reformations. Essays in Honor of Thomas A. Brady Jr. A cura di A. Gow et alii. Leiden-Biston: Brill 2007, 217-240.
  20. L’edizione italiana: Calvino, G.: Istituzione della religione cristiana. A cura di G. Tourn. Milano: Mondadori 2009. Per una presentazione sintetica ma del tutto fedele alle testimonianze delle fonti del pensiero di Calvino sulla guerra cfr. Hofheinz, M.: Die Reflexion der Lehre vom gerechten Krieg in der reformierten Tradition: Johannes Calvin, in: Handbuch Friedensethik. A cura di Wiesbaden: Springer Verlag 2017, qui a p. 277-289.

Nell’immagine: San Bernardo di Clairvaux guida i Crociati verso la Terra santa


Revisionismo atomico e illusione della deterrenza

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

Di Francesco Vignarca, il manifesto

Quando in questi giorni pensiamo commossi alla devastazione di Hiroshima e Nagasaki a causa dei bombardamenti atomici il punto di partenza deve essere sicuramente il ricordo delle vittime. Ma senza retorica vuota: per dare senso a quel sacrifici servono azioni collettive e politiche che mettano concretamente al bando le armi più devastanti della storia.

Di questo pericolo, che i movimenti per il disarmo non hanno mai smesso di sottolineare a differenza di politici e analisti allineati alla violenza del potere, siamo ora tutti maggiormente consapevoli, ma ancora una volta sono solo i fautori del “disarmo umanitario” che intendono affrontarlo sul serio partendo da elementi di verità. Al contrario della finzione retorica utilizzata da chi costruisce architetture di guerra artificiali e strumentali.

La realtà sottaciuta è che le armi nucleari sono l’architrave del militarismo e il simbolo di un mondo fondato su prevaricazione e “legge del più forte”, non certo su diritto e regole di uguaglianza. Ad inizio 2022 molti esperti sono arrivati a stimare al 50% la probabilità di utilizzo di testate nucleari in Ucraina da parte della Russia. Di recente abbiamo visto le più o meno velate minacce israeliane nel contesto della distruzione di Gaza. Oggi forse il rischio si è abbassato, ma siamo comunque ad una situazione di tensione mai vista dall’apice della Guerra Fredda.

La riduzione del rischio di guerra nucleare dovrebbe essere un obiettivo globale fondamentale: l’unico modo per essere veramente al sicuro dalle armi nucleari è eliminarle del tutto, come richiesto dal Trattato sulla proibizione delle armi nucleari ottenuto proprio grazie al lavoro della società civile e degli Stati che ne hanno compreso l’enorme impatto umanitario. Il mondo in cui viviamo privilegia però scelte politiche reali lontane dalle dichiarazioni retoriche di disarmo: gli arsenali aumentano in numero e vengono modernizzati, e la spesa militare ad essi collegata aumenta. Non si può dunque credere a un percorso di “disarmo un buona fede” (lo chiederebbe il Trattato di Non Proliferazione TNP) ripetuto in maniera vuota da tutti i Paesi (Italia compresa) che continuano a non voler sentire parlare di una proibizione completa delle armi nucleari. Siamo dunque ben lontani dalla Dichiarazione di inizio 2022 diffusa dai cinque Paesi ufficialmente con tali ordigni: “Una guerra nucleare non dovrei mai essere combattuta perché non potrebbe mai essere vinta”.

Quel proposito è stato dimenticato nei fatti, se nella dichiarazione dell’ultimo Summit NATO di Washington di metà luglio si ribadisce che: “La deterrenza nucleare è la pietra angolare della sicurezza dell’Alleanza”. Tanto è vero che i suoi membri hanno confermato il loro impegno “ad adottare tutte le misure necessarie per garantire la credibilità, l’efficacia, la sicurezza della missione di deterrenza nucleare dell’Alleanza, anche modernizzando le sue capacità nucleari, rafforzando la sua capacità di pianificazione nucleare”. Come tutto questo si possa conciliare con gli obblighi di disarmo del TNP o con la richiesta ad altre potenze di riduzione delle minacce resta un mistero. Ancora una volta sono i fatti, non le parole, su cui occorre misurare le situazioni e le prospettive: quasi con una coazione a ripetere si cerca di difendere sicurezza e “democrazia” con un approccio di pura forza coercitiva non lontano da quello messo in campo dal crimine organizzato (d’altronde fu il generale Smedley Butler a sottolineare che la guerra e la sua preparazione sono “come la mafia”).

Lo vediamo in particolare sul tema del “nuclear sharing” (cioè il trasferimento di testate nucleari sul territorio di Stati alleati, come avviene in Italia con quelle statunitensi): quello fatto dagli altri è pericolosissimo e minaccioso, quello fatto in prima persona è difensivo e responsabile…

E lo abbiamo visto anche nella recente PrepCom del Trattato di Non Proliferazione: i membri NATO hanno continuato a ripetere incessantemente che la condivisione del nucleare è sempre stata accettata e che solo di recente qualcuno si è opposto ad essa. Un falso storico evidente, tanto è vero in passato che addirittura non tutti i membri NATO hanno accettato non solo la condivisione nucleare, ma anche qualsiasi tipo di dottrina nucleare. Le tensioni globali degli ultimi anni hanno obliterato tutto questo dibattito, portandoci in una situazione surreale per cui il continuo ripetere fino alla nausea che “la NATO è un’alleanza nucleare e che le armi nucleari sono importanti per la sicurezza” sembra aver spazzato via qualsiasi idea di decisione indipendente, per arrivare ad un mantra collettivo capace solo di recitare roboticamente frasi fatte. Una situazione che si può assimilare alla definizione di gaslighting: si continuano a presentare false informazioni con l’intento di negare responsabilità e disorientare le vittime di quelle scelte, cioè tutti noi che rischiamo la catastrofe nucleare. Approccio non limitato al solo Occidente: nella storia revisionista dell’invasione e dell’occupazione dell’Ucraina dispiegata dalla Russia in vari interventi anche nella recente PrepCom si sostiene essenzialmente che la stessa Ucraina ad essere responsabile di tutti i crimini di guerra che i russi stanno commettendo contro la popolazione civile. Il punto, ancora una volta, è che i governi fortemente militarizzati ricorrono con frequenza ad una falsificazione della realtà che incolpa le vittime, uno strumento di controllo essenzialmente patriarcale per giustificare un dominio violento su altri Stati.

Tornando sul campo occidentale (che ci interessa da vicino in quanto riguarda la democrazia anche nella nostra Italia) è importante ricordare che le armi nucleari non sono menzionate nel Trattato del Nord Atlantico e che la definizione della NATO come “alleanza nucleare” è un fenomeno relativamente recente, risalente solo al 2010. Ma è ormai profondamente radicata nel pensiero strategico dell’Alleanza tanto da trasformarsi (con il meccanismo che abbiamo appena visto) nella frase ripetuta come un vuoto luogo comune: “finché esisteranno le armi nucleari, la NATO rimarrà un’alleanza nucleare”. Senza che nessun esponente politico ragioni su cosa significhi una presa di posizione del genere, che di fatto chiude la porta a qualsiasi riflessione creativa sui modi per raggiungere quello che sarebbe invece il vero obiettivo dichiarato dell’Alleanza: creare “un ambiente di sicurezza per un mondo senza armi nucleari”. Un obiettivo essenziale, non solo per la NATO, ma per l’intera Umanità! Dunque sarebbe importante ascoltare la voce di decine di ex-leader di Paesi dell’Alleanza che alcune settimane fa, in vista del Vertice di Washington, hanno sottolineato: “Se la NATO vuole rafforzare la propria sicurezza in un mondo sempre più incerto e oscurato dalla minaccia di un conflitto nucleare, deve smettere di aggrapparsi alla dottrina nucleare e cambiare approccio. Un primo passo sarebbe quello di porre fine al dispiegamento di armi nucleari americane in altri Paesi della NATO. Questo non indebolirebbe di una virgola l’alleanza, ma invierebbe il segnale che l’alleanza è seriamente intenzionata a ridurre i rischi nucleari e a smorzare le tensioni nucleari con la Russia”.

Al cuore di tutta questa pericolosa nuova stagione di riarmo nucleare c’è la falsa percezione di sicurezza data dalla teoria (o meglio dal feticcio) della “deterrenza”: banalizzazione mistificatoria così estrema da non far cogliere che non garantisce per nulla sicurezza, ma al contrario porta maggiore rischio. Come ho provato a spiegare ed articolare nel mio saggio “Disarmo nucleare”, la deterrenza è una teoria non dimostrata, che secondo i suoi sostenitori ha impedito il conflitto nucleare ma che, in realtà, ci ha portato molto vicini ad esso in più di un’occasione. Più un rischio che una salvezza, insomma.

Anche perché questa teoria pericolosa e non confermata (il suo primo “fallimento” porterebbe ad una guerra nucleare…) viene consegnata con un atto di pura fede a politici dei quali è davvero difficile potersi fidare. Chi non ha provato un brivido pensando a Trump che entra di nuovo in possesso della valigetta con i codici di lancio? Perché a differenza di molte altre decisioni di governo, nella dottrina nucleare degli Stati Uniti non esiste un meccanismo di sicurezza per frenare le azioni potenzialmente impulsive di un presidente in questo campo.

Il processo di gestione di tale arsenale è progettato su criteri di velocità, al fine di garantire che il Presidente pro-tempore abbia la capacità di rispondere rapidamente in pochi minuti a un attacco strategico in arrivo sugli Stati Uniti o su uno dei suoi alleati. Non c’è alcun obbligo di consultare il Segretario della Difesa, i Capi di Stato Maggiore o i consiglieri per la Sicurezza nazionale, nessuno dei quali avrebbe comunque un potere di veto formale sulle decisioni del Presidente. Questo lascia il destino di milioni di persone appeso ai capricci di un singolo individuo, ed è lecito pensare che avvenga più o meno così (anzi, con meno controlli) in ciascuno degli altri 8 Stati dotati di armi nucleari.

Non possiamo più permetterlo, per il bene e la sopravvivenza dell’Umanità.

***
Coordinatore Campagne della Rete Pace Disarmo, autore del saggio “Disarmo nucleare” edito da Altreconomia

Nell’immagine: Un missile russo Iskander in una località sconosciuta


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (7)

Non solo la magistratura, ma anche il carcere necessita di grandi investimenti. La politica pare interessarsi al problema, ma nessuno parla di quali risorse per quali obiettivi 

In fondo questo segreto è il mio secondo bambino, Professore. Per tutti questi anni mi sono crogiolata nel mio segreto innocente, peccaminoso perché lo portavo avanti all’insaputa di tutti, come una gravidanza, nascondendo così una parte importante della mia personalità.

Non appena mio marito usciva di casa, io mi precipitavo al tavolo della cucina a buttare giù le idee su un grosso quaderno. Non avevo fretta, non mi ero data un obiettivo, ma mi accorgevo che le ore volavano, che perdevo il senso del tempo. Il quaderno fu presto pieno e allora lo trascrissi, apportandovi molte modifiche e correzioni. Poi non lo toccai per un mese, lo nascosi in una valigia. Quando lo ripresi in mano finsi di non averlo mai letto. So di non peccare di modestia affermandolo, ma a rileggere quello che avevo scritto provai un’emozione profonda e autentica: mi piaceva! Ma soprattutto, avevo capito, con la lucidità del distacco, come sarei dovuta andare avanti.

Non avevamo un computer e io non volevo destare sospetti… avevo paura della reazione di mio marito, anche se era figlio di un lettore appassionato. Certamente mi capisce: avevo paura di farmi leggere da qualcuno, temevo di sentirmi denudata, e di rivelare qualcosa di sgradevole o disdicevole su di me. È difficile da spiegare a qualcuno lontano dalla letteratura, ma con lei mi sento rassicurata, compresa.

Il libro è cresciuto, poco a poco. Molto lentamente, a dire il vero, perché le mie giornate erano sempre piene di cose da fare, il lavoro, mio marito, la casa, poi João. Quando si desidera profondamente qualcosa però, il tempo lo si trova sempre. E per iniettare nella nostra vita una dose potentissima di vitalità basta veramente poco. I quaderni sono diventati dieci, quindici, e a quel punto mi sono decisa: abbiamo acquistato un computer e io ho cominciato a trascrivere.

Una notte mi rigiravo nel letto in preda a una sorta di euforia perché ero riuscita a ritagliarmi quasi tre giorni consecutivi per scrivere, quando ebbi una folgorazione. Davanti a me, (mi vergogno a doverlo ammettere, ma per me fu un’esperienza quasi mistica) vidi a caratteri a cubitali il titolo. Intuivo che il titolo avrebbe in qualche modo influenzato anche i capitoli futuri del libro – a quel punto circa a metà – ma ero sicura che mi avrebbe anche aiutato nella loro stesura. Il martirio di Filomena mi sembrava breve, completo e convincente. E invece magari ora lei sta sorridendo per la mia supponenza, che ai suoi occhi di ingenuo deve avere ben poco.

Comunque sia, da quella notte il titolo cominciò ad aleggiare sopra la mia testa mentre scrivevo, dando ora una direzione al racconto, ora un’altra. Se fino ad allora il processo di scrittura era stato spesso macchinoso e un poco contorto, a quel punto cominciò a diventare fluido. Così mi piace definirlo. Ha già sperimentato quella fluidità dell’arto scrivente, che è il prosieguo naturale di quella del cervello?

La prima volta che Galvani aveva letto la lettera gli era scappata una risata amara: nessuno aveva mai definito «fluida» la sua scrittura… D’altronde faceva bene attenzione a non misurarsi con altri che non fossero i giurati di qualche concorso letterario di provincia. Ne aveva vinti diversi, e anche se non gli era sembrato il caso di fare troppa pubblicità a scuola, qualcuno l’aveva saputo, e una volta all’albo dell’aula docenti era comparso un ritaglio di giornale in cui si parlava di lui. Nessuno però era venuto a complimentarsi.

Credo di avere parlato abbastanza. Il mio preambolo a questo punto avrà sicuramente superato la soglia della sua pazienza (comunque immensa, se mi ha letto fin qui), costringendomi ancora una volta a chinare il capo e chiedere scusa. Per me le occasioni di scambio con una persona attenta e intelligente, con i miei stessi interessi, sono molto rade, per cui forse ho esagerato, lasciandomi andare a tutta una serie di tediose considerazioni. Ma eccomi di nuovo intenta a giustificarmi…

Forse è meglio se giungo al sodo, caro Professore.

Dopo tutti questi anni, Il martirio di Filomena è finalmente giunto a termine, come avrà certamente capito al cospetto del manoscritto che allego a questa lettera. È lungo oltre settecento pagine che mi sono costate più fatica del parto di João… Io non sono più in grado di leggerlo, di capire se vale qualcosa, di giudicarlo. Ho dunque cominciato a pensare a chi mi avrebbe potuto aiutare. Ci ho pensato per mesi, senza osare chiedere consiglio a nessuno, anche perché ad oggi nessuno sa di questa mia passione.

Poi un giorno, mentre ero ferma a un semaforo, lei si è affiancato. Sulle prime non l’ho riconosciuta, anche perché porta i capelli più corti rispetto a cinque anni fa. Più tardi però ho capito chi era, e di colpo mi sono ritornati in mente anche i nostri incontri settimanali con João. Ho provato a ponderare questo mio gesto, la mia eventuale richiesta, cercando di analizzare la questione da tutti i punti di vista; se da una parte avevo già potuto contare una volta sul suo aiuto, e quindi la sapevo generosa, dall’altra non volevo assolutamente abusare della sua gentilezza e innata predisposizione al genere umano.

La mia fiducia nella sua persona e il rispetto che sempre porterò per lei hanno infine fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte del coraggio.

Avrebbe voglia, Professor Galvani, di leggere il mio manoscritto per poi dirmi cosa ne pensa? Ho messo da parte una piccola somma, di cui però troverei poco elegante parlare prima ancora di avere trovato un accordo. Se lei dovesse accettare, avremo modo di discuterne di persona. Si prenda ovviamente tutto il tempo di cui ha bisogno, e se proprio dovessero esserci nella sua vita impedimenti tali da non permetterle di dedicare del tempo a questa lettura, capirò. In quel caso le chiederei gentilmente di indirizzarmi, con tutta la delicatezza del caso, a un collega che goda della sua fiducia.

Grazie, Professor Galvani,
per avere letto almeno questa lettera.
Oso sperare di incontrare la sua approvazione,
nella quale ripongo grande valore.
Con stima Sua Maria João.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani