Diòniso e le sue Baccanti, transgender e “balabiott(e)”: vade retro Satana!

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

È mai possibile che i vescovi francesi confondano un panciuto Diòniso banchettante (attorniato da drag-queen e travestiti vari) con Gesù e i suoi apostoli radunati per l’Ultima Cena? Sulla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024 e sul suo ideatore Thomas Jolly (ora sotto protezione per minacce di morte) è calata l’accusa di blasfemia, di mancanza di rispetto per il cristianesimo: se è paranoia si può anche ipotizzare una cattiva coscienza dei vescovi eredi di S. Ambrogio e Co. che hanno cancellato il massimo evento dell’Antichità dopo 1169 anni (776 a.C.- 393 d.C.). Dopo una lunga riflessione è intervenuto anche il Vaticano che non confonde Diòniso con Gesù, ma stigmatizza la presenza di baccanti dionisiache e simili ispirate ai numerosi Gay Pride estivi.

“In Francia la gente si ama come vuole” ha risposto Jolly. Ed eccoci al nodo cruciale che non è privo di una sua sorprendente attualità; non si sa, appunto, se dovuta a paranoia e a lucida scelta: la società è sempre più “secolare”, molti abbandonano le Chiese, occorre marcare presenza, montrer la couleur, per dirla alla francese, distinguere fra noi e loro.

La posta in palio è quella del ‘400, quella di 16 secoli fa, quando la disputa per la supremazia religiosa e culturale (un vero Kulturkampf) fra cristiani ed ellenici, pagani devoti agli Dei dell’Olimpo, era nella sua fase culminante, come il braccio di ferro fra il vescovo Cirillo, beatificato da Leone XIII nel 1882 e santificato da Benedetto XVI (Ratzinger), e la neo-platonica Ipazia; una delle menti più nobili del tempo, fu denudata, linciata e trascinata a pezzi per le strade di Alessandria d’Egitto nel 415 da una setta di ultras cristiani. Il conflitto era chiaro: fra lo spirito dei cristiani e il corpo dei greco-pagani, fra il Gesù dei Vangeli ufficiali (non troppo vicino a Maddalena…) e gli onnipresenti Dei greco-pagani Eros e Afrodite; dimenticando Platone e la sua anima “per sua natura simbolo di purezza e spiritualità, costituita dalla sostanza degli Dei”: a immagine e somiglianza di Dio, diremmo noi.

Lo stesso (strano) cattolico De Coubertin attraverso i Giochi Olimpici vuole “ricomporre corpo e anima, non separabili”, arrivando a dire nelle sue “Memorie Olimpiche” che l’esercizio fisico “migliora la sfera affettiva della coppia” (!). Ma il corpo per i Padri della Chiesa, in primis S. Girolamo, va mortificato. I greci invece lo celebrano di fronte a Zeus, ma anche di fronte a plebei e filosofi (“i velocisti muovono le mani come gli uccelli le ali “– Filostrato).

Nel nostro tempo il corpo viene celebrato e si avvicina sempre più alla nudità degli atleti greci che vediamo nei bellissimi dipinti sui vasi con il pisello al vento: “Mein Vater Schumacher e l’to’ sciavatin, da Ciass a Zürich con fö l’uselin”. Proprio così, il pisellino, perché gli scultori antichi, ma anche gli italiani del Rinascimento, rimpiccioliscono il “pisello” per separare l’aristocrazia dalla plebe, i nobili dai “beoti” e dai contadini che avevano piselloni degni degli asini.

Per i greci il “recinto sacro” di Olimpia fra l’Alfeo e il Cladeo era tabù per le donne.
Callipatera entrata travestita da allenatore per ammirare il figlio Pisirrodo. Scoperta, si è salvata solo perché discendente dalla stirpe dell’Olimpionico Diagora.

Ora le donne rappresentano il 50% dei partecipanti ed espongono i loro magnifici corpi urbi et orbi con un eccesso di civetteria, forse. Il beach-volley è ormai lo sport preferito dai seminaristi (quelli che non sono di tendenza omosessuale). Le donne sono passate dalle mutande al tanga. La Federazione ha cercato di imporre capi  meno succinti, meno sexy, ma gli sponsor si sono opposti: sarebbe calato l’indice di ascolto.

E i maschi? Loro hanno costumi sempre più simili alla pelle per non offrire resistenza all’aria. Attillati al punto (vedasi gli sprinter e gli ostacolisti in partenza) da lasciare intravvedere il disegno del membro virile (aridaje!) e pure degli attributi sferico-oblunghi. 

Ma la natura ci propone anche casi ambigui: l’algerina Imane Khelif è una donna con un tasso di testosterone al limite: la Federazione internazionale di boxe (diretta da un amico di Putin) l’ha squalificata, il Cio ha ritenuto il suo caso, contrariamente a quella dell’atleta sudafricana Semenya, accettabile, Ma la destra è insorta. Per loro esistono solo maschi e femmine. Nulla di più falso. La vincitrice dei 100 metri del 1932 a Los Angeles Stella Walsh (in origine Walasiewicz) nel 1980 fu uccisa durante una rapina a 69 anni: l’autopsia rivelò che era ermafrodita; come Ometeotl, il dio dei Cicimechi ‘cantato’ dall’imperatore-poeta Nezahaualcoyotl: dual, maschio e femmina. 

Nel 1976 a Montreal ho celebrato lo statunitense Bruce Jenner,l’atleta perfetto, il Decatleta erede degli eroi greci, oltretutto bello, maestoso. Ha avuto 6 figli da 3 donne diverse. Ora si chiama Caytlin; a 69 anni ha capito che la sua vera natura è femminile. Si è liberato, in tutti i sensi, dei suoi attibuti.

PS. La vera oscenità dei Giochi è stata l’esibizione senza vergogna, e contro la carta olimpica che proibisce ogni pubblicità, del marchio Vuitton nella Cerimonia di apertura: ma forse i vescovi francesi, i monsignori del Vaticano e l’arcivescovo di S. Francisco, Salvatore J. Cordileone, si sono dimenticati che Gesù ha scacciato i mercanti dal Tempio. “Ma era un Tempio pagano”, diranno.

Nell’immagine: Pentatleti su un’anfora del Pittore di Eufileto (VI secolo a.C.)


Se non ci fosse la scuola non ci sarebbe l’insuccesso scolastico

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

En un sens, il ne saurait y avoir d’échec scolaire que par référence à une école qui met en échec. È una frase di Pierre Bourdieu et Jean-Claude Passeron, sociologi francesi che, nei primi anni ’70, pubblicarono un saggio che scosse il mondo dell’educazione e della scuola, La riproduzione. Sistemi di insegnamento e ordine culturale. Secondo i due studiosi, il sistema educativo contribuisce alla riproduzione delle disuguaglianze sociali attraverso la trasmissione del capitale culturale che è patrimonio delle classi dominanti, consolidando così le disuguaglianze esistenti. Analogamente la stessa scuola legittima le disuguaglianze sociali presentandole come naturali e meritocratiche.

Scrivono, con un semplice esempio, che nei primi anni della scolarità, in cui comprendere e maneggiare la lingua costituiscono il punto d’applicazione principale del giudizio dei maestri, l’influenza del capitale linguistico non cessa mai di esercitarsi: lo stile viene sempre preso in considerazione, implicitamente o esplicitamente, a tutti i livelli del curriculum, fino all’università.

Pensando alle valutazioni della scuola, è piuttosto evidente che il possesso di un capitale linguistico, appreso perlopiù in famiglia, in quello specifico contesto socio-culturale è un chiaro vantaggio rispetto agli allievi che, sin dall’entrata nella scuola, quel capitale non ce l’hanno: potranno imparare a scrivere e a parlare in maniera del tutto corretta, e in questo caso non finiranno nelle paludi dell’insuccesso scolastico, che li inseguirebbe anno dopo anno. Ma di rado saranno in grado di costruire una lingua alta, per lessico e sintassi, benché grammaticalmente corretta.

Fino agli anni ’70, le discipline umanistiche contavano ben più di oggi. «Tutti coloro che hanno studiato filosofia – è un passaggio dell’ultimo romanzo del greco Petros Markaris (La violenza dei vinti, 2024) – conoscono la massima di Cartesio: Penso, dunque sono. In Grecia abbiamo modificato la massima e diciamo: Ho una poltrona, dunque sono. Stèfanos Rokkos apparteneva alla categoria di chi ha una poltrona. E aveva deciso di modificare il piano di studi dei licei in modo che potessero aprire agli studenti la strada verso le poltrone delle aziende e degli enti. Il pensiero non ha importanza. Quello che conta è la poltrona. Ma noi non permetteremo che le scuole diventino spacci di poltrone. Lotteremo, quale che sia il prezzo per noi. Da noi, mi pare, non lotta nessuno.

Simona Sala ha proposto recentemente qui alcune riflessioni sulla «scuola post-obbligatoria, ossia, quel bacino immenso in cui si trovano spesso a galleggiare centinaia di giovani che, non ancora del tutto certi del percorso formativo intrapreso, tentano di individuare una strada che li possa portare a una realizzazione personale e professionale»: in sostanza, parliamo dei licei e della scuola cantonale di commercio. Titolo dell’articolo: Una scuola superiore davvero inclusiva? L’occhiello aggiunge: Un insegnamento post-obbligatorio spesso disumanizzato.

La risposta al quesito, chiaramente retorico, è già scritta in una pubblicazione del DECS – Scuola ticinese in cifre 2023 –  che nella Prefazione, firmata dalla Consigliera di Stato Marina Carobbio Guscetti, afferma: Nell’anno scolastico 2021/22 solo 74% degli allievi di prima liceo sono stati promossi. Alla Scuola cantonale di commercio la selezione è stata ancora più massiccia: solo 62% degli allievi di prima sono stati promossi. Ma c’è un altro dato, raccolto in quel medesimo prezioso documento che, anno dopo anno, presenta le cifre della scuola ticinese. Cosa intendono fare tutti quegli studenti che, consci o meno delle loro attitudini, si iscrivono al liceo? Il 31% (i dati si riferiscono al 21/22) sceglie l’opzione Lingue moderne, seguono Biologia e chimica (28.3%), poi Economia e diritto (20.4%). Molto più staccate arrivano le Lingue antiche (8.6%), Fisica e applicazioni della matematica (7.1%), per finire con la Musica e le Arti visive, scelte peraltro possibili solo in alcune sedi. Cosa ci sia dietro questi indirizzi non è di facile comprensione. Basti pensare, ad esempio, a chi vuole intraprendere la carriera di maestra/o di scuola dell’infanzia o elementare.

È difficile capire come mai la politica non si sia ancora allarmata di fronte a questa più che decennale strage scolastica, che non coinvolge solo le scuole medie superiori, ma anche la scuola media, che è scuola dell’obbligo. Per restare ai numeri, i medesimi dati dell’anno 21/22 dicono che il 60% degli allievi del II ciclo della scuola media ha seguito due corsi attitudinali – mutatis mutandis, per capirci, quelli che all’inizio erano i livelli A. Si può ipotizzare che un bel numero di loro, con l’iscrizione al liceo, rincorrerà un destino funesto e già scritto.

Il fallimento pare duplice: della scuola media, che è incapace di orientare in un gran numero di suoi allievi; e della scuola media superiore che, con queste fucilazioni scolastiche, sembra voler incriminare la sua scuola-filtro. Dietro tutto ciò non si può far finta di non vedere che il diploma di maturità è il pezzo di carta che dà l’accesso a un numero impressionante e variegato di formazioni universitarie e para-universitarie, una specie di coperchio per tante pentole.

Resta, sullo sfondo, il dubbio di sempre, che riguarda le valutazioni scolastiche, dietro le quali ci possono essere le responsabilità di ogni studente o studentessa. Ma c’è anche, con altrettanta potenza di fuoco, l’incapacità di qualche insegnante: di educare, motivare, valutare e insegnare. Non necessariamente in quest’ordine.

Nell’immagine: illustrazione dalla pubblicazione “Scuola ticinese in cifre 2023”


L’ultimo azzardo di Zelensky: l’offensiva in Russia un flop o una mossa geniale

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Un’incursione ucraina a Nikolayervo Daryino e Oleshnya nella regione russa di Kursk: i dettagli sono ancora fumosi, e il governo ucraino non ha commentato l’attacco, ma fonti russe parlano di circa mille soldati e decine di carri armati e veicoli da combattimento che avrebbero oltrepassato il confine tra Ucraina e Russia. Laddove questi dati fossero confermati, non sarà la prima ma sicuramente la più grande incursione ucraina in territorio russo. Inoltre, mentre le incursioni in passato non erano guidate dall’esercito di Kyiv, bensì da cittadini russi dissidenti, appoggiati dall’intelligence militare ucraina, ora l’operazione sembrerebbe condotta direttamente dall’esercito ucraino. Considerando da un lato la situazione complicata degli ucraini sul fronte Est di Donetsk, e dall’altro il dibattito sull’utilizzo di armi occidentali in Russia, che, sebbene superato tra i tutti i principali alleati della Nato (fatta eccezione dell’Italia, che continua a essere contraria all’utilizzo delle armi occidentali in territorio russo), potrebbe essere riattivato a discapito di Kyiv, l’azione ucraina, se confermata, potrebbe apparire avventata, se non folle.

Ma cerchiamo di capirne le possibili motivazioni. Primo, quella politica. Da oltre un anno, un elemento della strategia difensiva dell’Ucraina mira a rendere la guerra un costo politico per Mosca. Una guerra dalla quale Putin trae solo vantaggio non è una guerra che finirà. Infatti, una buona fetta della spiegazione per cui l’invasione russa dell’Ucraina va avanti è precisamente perché Putin ne ha tratto e ne continua a trarre vantaggio. Portare la guerra in Russia, esponendo le faglie nella sicurezza del Paese, specie nelle zone di confine, contribuisce ad aumentare i costi politici della guerra, nonché a scalfire l’immagine di sicurezza che Putin vuole trasmettere al suo popolo.Ricordiamo che Kursk è a Nord-Est di Sumy in Ucraina, sotto bombardamento costante della Russia da oltre due anni, con migliaia di sfollati ucraini. Per un’opinione pubblica ucraina, demoralizzata dal fatto che da mesi non vede risultati sul campo, un’operazione del genere potrebbe avere come scopo politico anche quello di risollevare il morale interno.

Secondo, la ratio militare. Proprio perché l’esercito ucraino è in difficoltà nell’Est, alla luce dell’insufficienza e della lentezza della fornitura di armi dall’Occidente, un attacco in territorio russo potrebbe aiutare a distrarre e deviare risorse militari russe dal fronte orientale dell’Ucraina alla protezione del territorio russo. È una tattica che naturalmente comporta un costo anche per l’Ucraina: così come le risorse militari russe sono state costrette a deviare verso Kursk, così le risorse militari ucraine sono state reindirizzate verso la Russia: la coperta è corta per tutti, e semmai è più corta per l’Ucraina di quanto non lo sia per la Russia. Detto questo, l’azione militare ucraina in Russia potrebbe essere stata condotta da risorse ucraine nella regione di Sumy, e mirate ad anticipare e quindi a prevenire una possibile offensiva russa a Sumy di cui si discute da mesi.

Terzo e ultimo, la possibile ratio diplomatica. Recentemente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, leggendo il sentiment della comunità internazionale e un possibile spostamento della propria opinione pubblica, ha lasciato trapelare una certa apertura all’idea di un negoziato. L’opinione pubblica ucraina infatti appare meno restia all’idea che in passato, nonostante rimanga fermamente contraria all’idea di cedere i propri territori. Nella regione di Kursk ci sono due risorse chiave: la centrale nucleare di Kursk e lo snodo del gasdotto che porta il gas russo in Europa. Non sappiamo se gli ucraini abbiano raggiunto (né se vogliano o possano raggiungere) questi obiettivi, tanto meno se sarebbero in grado di trattenerli qualora dovessero riuscirci. Ma laddove riuscissero a occupare asset strategici russi, questi (così come i circa quaranta soldati russi che l’esercito ucraina pare abbia catturato), sicuramente rappresenterebbero merce di scambio preziosa in un eventuale negoziato in futuro.

Ad oggi sappiamo ancora troppo poco sulla dinamica precisa dell’operazione. Ancora meno sappiamo della sua efficacia e sostenibilità. Potrebbe rivelarsi un flop gigantesco oppure una mossa geniale per riequilibrare la dinamica politica, militare e chissà forse anche diplomatica in futuro. Sicuramente è una mossa ad alto rischio, seppur un rischio mirato – e questo è bene ricordarlo sempre – alla difesa dell’Ucraina da un’invasione militare ormai in corso da oltre due anni.


Australia. La Barriera Corallina rischia di scomparire. Studio su “Nature”: “Mai peggio di così in 400 anni”

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

La Repubblica

Barriera Corallina Australiana a rischio estinzione. La causa, naturalmente, è da ricercarsi nel cambiamento climatico, nel riscaldamento delle temperature marine che aumenta la frequenza degli eventi di sbiancamento di massa dei coralli, minacciando di distruggere la straordinaria ecologia, la biodiversità e la bellezza della più grande barriera corallina del mondo.

La conferma del rischio catastrofico – uguale e complementare a quello che corrono nella terraferma i ghiacciai in ogni angolo del pianeta – arriva da una ricerca guidata da Benjamin Henley, docente dell’Università di Melbourne, pubblicata su Nature. I risultati forniscono nuove prove dell’impatto che l’aumento delle temperature superficiali del mare hanno avuto e continueranno ad avere sul gioiello ecologico dell’Australia.

Il pronunciamento Unesco

La ricerca ripercorre 400 anni di temperature estive della superficie del mare nelCoral Sea del Pacifico meridionale. I risultati evidenziano come l’estremo calore oceanico recente abbia portato allo sbiancamento di massa dei coralli sulla Barriera. La scorsa settimana, il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco ha emesso la sua decisione finale sullo stato del reef australiano, rifiutando di inserire la barriera nell’elenco dei siti in pericolo. Una querelle che va avanti da un decennio, e che vede il gruppo di scienziati aussie sul fronte opposto.

Henley e la sua squadra hanno combinato le ricostruzioni della temperatura superficiale del mare con dati geochimici provenienti da carote di corallo precedentemente raccolte nella regione. Poi, hanno analizzato le simulazioni dei modelli climatici delle temperature della superficie del mare con e senza cambiamenti climatici, scoprendo che i cambiamenti climatici causati dall’uomo sono responsabili dell’aumento delle temperature nella regione. I recenti eventi di sbiancamento di massa coincidono con cinque dei sei anni più caldi dell’arco dei 4 secoli.

Temperature oceano stabili fino a inizio ‘900. Poi…

I ricercatori hanno osservato temperature oceaniche relativamente stabili prima del 1900. Nel periodo 1960-2024, al contrario, è stato rilevato un riscaldamento medio annuo di 0,12 gradi centigradi nel periodo gennaio-marzo (che nel calendario australe corrisponde a luglio-settembre boreali). Negli anni 2024, 2017 e 2020, il Coral Sea ha raggiunto i massimi da 400 anni a questa parte, con il 2024 che è stato il più caldo del record con un ampio margine. I recenti eventi di calore del 2016, 2004 e 2022 sono stati i tre anni più caldi mai registrati. L’impatto sull’impareggiabile ecologia e biodiversità della Grande Barriera Corallina in sequenze ripetute di sbiancamento di massa dei coralli è devastante.

“Spaventoso il confronto con appena sette anni fa”

“Quando ho tracciato il dato del 2024, ho dovuto controllare tre volte i miei calcoli: era fuori scala, di gran lunga superiore al precedente record del 2017: non riuscivo quasi a crederci – ha detto Henley – tragicamente, anche quest’anno si è verificato uno sbiancamento di massa dei coralli. In assenza di un’azione globale rapida, coordinata e ambiziosa per combattere i cambiamenti climatici, probabilmente assisteremo alla scomparsa di una delle meraviglie naturali più spettacolari della Terra. Quando si mettono insieme tutte le prove che abbiamo, è l’inevitabilità degli impatti sulla barriera corallina, che avverrà nei prossimi anni, che mi colpisce davvero”.

“Ritengo sia necessario intervenire con urgenza per evitare la devastazione di uno degli ecosistemi più importanti del mondo – ha aggiunto Helen McGregor, dell’University of Wollongong, seconda autrice dello studio – le temperature oceaniche durante questi eventi di sbiancamento non hanno precedenti negli ultimi quattro secoli. La Grande Barriera rischia la catastrofe se non si interviene immediatamente sui cambiamenti climatici di origine antropica. Gli stessi coralli che hanno vissuto per centinaia di anni e che ci hanno fornito i dati per il nostro studio sono a loro volta seriamente minacciati”.

“La nostra analisi dei modelli climatici conferma che l’influenza umana sul sistema climatico è responsabile del rapido riscaldamento degli ultimi decenni – ha evidenziato Henley – senza un intervento urgente, la nostra iconica Grande Barriera Corallina è a rischio di sbiancamento quasi annuale a causa delle alte temperature oceaniche. Sono in gioco l’integrità ecologica fondamentale e l’eccezionale valore universale della barriera corallina. Abbiamo molte delle soluzioni chiave per fermare il cambiamento climatico; ciò di cui abbiamo bisogno è un cambio di passo nel livello di azione coordinata a livello nazionale e internazionale per passare a un livello netto zero. Non possiamo mai perdere la speranza: ogni frazione di grado di riscaldamento che eviteremo porterà a un futuro migliore per i sistemi umani e naturali del nostro pianeta. Speriamo che il nostro studio fornisca ai responsabili politici ulteriori prove per perseguire tagli più profondi alle emissioni di gas serra a livello internazionale”.


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (6)

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

Non so bene come iniziare, sebbene mi sia mentalmente figurata questa lettera decine di volte. Le sto infatti per rivelare un segreto che non ho mai confessato a nessuno. Ma cosa sono i veri segreti, se non piccole stanze in ognuno di noi, chiuse a tutti, parenti e amici compresi? Quelle stanze possono contenere i nostri tabù, i desideri più segreti, ma anche passioni di cui ci vergogniamo o di cui andiamo talmente fieri da avere paura di svelarle… come nel mio caso.

Si è mai chiesto, Professor Galvani, di cosa riempiamo la nostra vita, noi emigrati, malati di nostalgia e di distanza da casa? Crede che gli incontri al circolo portoghese bastino per integrarsi, per riempire le serate? Pensa che una chiamata settimanale al proprio figlio risarcisca il vuoto che si prova in occasione dei compleanni, delle feste, dei Natali?

È vero, quando cominciammo a disporre di più soldi, i regali aumentarono. João fece sicuramente festa alla bicicletta da cross nuova che aspettava da anni o alla maglietta del suo giocatore di calcio preferito, ma noi? Quei sorrisi, quei ringraziamenti telefonici o epistolari non potevano di certo sopperire al vuoto, all’assenza.

Mio marito, che è sempre stato un uomo pratico ed espansivo, cominciò presto ad allenare la squadra di calcio dei pulcini tre sere alla settimana, proiettando su quei piccoli calciatori le speranze e le aspettative di cui in realtà avrebbe voluto investire João. Filipe sa farsi amare molto più di me, ride, scherza e corre di qua e di là per rendersi utile: pota gli alberi degli amici, si occupa della griglia durante le feste, organizza tornei di calcio e, grazie a questo suo attivismo, per lui che è integrato, è stato facile trovare il dialogo con João. Dal giorno in cui è arrivato se l’è trascinato appresso, catapultandolo in un mondo pieno di lavoratori pronti a battergli sulla spalla e a dirgli quanto fosse in gamba suo padre. Sono sicura che mio marito a modo suo, e io a modo mio (e ovviamente con il suo aiuto, Professore) abbiamo trovato una via per nostro figlio, e per una madre non vi è nulla di più importante. Sono fiera di João.

Ma ritorniamo a noi. Io ho trascorso molto tempo della mia vita da sola. Non sono mai stata una grande amante della televisione, nutrendo una spiccata predilezione per la lettura. Questo era uno dei motivi per cui andavo molto d’accordo con mio suocero, la cui morte fu un duro colpo anche per me. Durante i primi mesi in Svizzera, quando ancora non lavoravo, leggevo tantissimo. Andavo in biblioteca quasi tutti i giorni: dopo avere spulciato gli annunci sul giornale, passavo ai libri. A volte ne leggevo uno al giorno. E, cosa per me fondamentale, anche se scriverlo mi fa arrossire, senza sborsare un centesimo! Poi una sera (mio marito era uscito a cena con gli amici del calcio), senza preavviso alcuno, mi venne un’idea… un’idea di storia. È strano da spiegare, ma ebbi come la visione di uno scorcio di trama, e decisi di metterla nero su bianco trascrivendola dalla mia mente a un quaderno.

Il giorno successivo, al lavoro mi ritrovai più volte a pensare a quel mozzicone di storia, e cominciai ad arricchirlo secondo possibilità diverse. Entro sera la mia storia era già lunga il triplo, e le sue diramazioni possibili sembravano letteralmente scoppiarmi in testa. Lei è un uomo di lettere, Professor Galvani, insegna da anni e ha vinto molti concorsi letterari: sicuramente conosce la sensazione di euforia, di emozione e eccitazione che si prova quando si sente una storia che cresce in testa…

Galvani non aveva mai avuto quella sensazione, perché paradossalmente era un uomo senza fantasia. Tutto quello che aveva scritto, indistintamente, era il risultato di rimaneggiamenti di grandi romanzi mescolati a squallide storie da rotocalco. Copiava a destra e a manca, cambiando i nomi ai personaggi, il loro sesso, l’età, modificando il paesaggio, così da non renderli riconoscibili. Mai nella sua vita aveva avuto un’illuminazione come quella cui faceva riferimento la donna, mai aveva sentito il bisogno impellente di buttare giù all’istante una frase o un’idea allo stato embrionale, per poi aiutarla a crescere, nutrendola con la propria fantasia. Durante gli anni in cui era stato insegnante si era sforzato, ci aveva provato, aveva immaginato di essere uno scrittore nella speranza di facilitare l’ispirazione, ma non era successo nulla. Eppure aveva continuato a non fare segreto delle proprie velleità e delle proprie ambizioni letterarie, tanto astruse da strappare sorrisi di sufficienza ai colleghi. Con il passare degli anni il «circolo degli intellettuali» della scuola in cui insegnava cominciò ad escluderlo sempre più teatralmente: i colleghi smettevano di parlare quando compariva in aula docenti e nessuno lo invitava quando uno di loro presentava la propria nuova raccolta di poesie in libreria.

Galvani soffriva terribilmente per quel trattamento, e a poco valevano gli inviti degli insegnanti delle materie scientifiche (più spigliati e meno cervellotici): lui con loro non voleva avere a che fare perché si reputava comunque un intellettuale.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Sergio Rossi – Pazza borsa: dal crollo alla normalità in 48 ore

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Confermato: le spese per l’AVS sono meno elevate di quanto paventato per contestare l’introduzione della 13esima

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I servizi contabili dell’Amministrazione federale tremano, il Consiglio federale è imbarazzato e anche per i cittadini comuni c’è ragione di avanzare qualche preoccupante interrogativo. Dopo gli errori annunciati in primavera per i conti del fabbisogno dell’esercito, è arrivata la novella che per le spese dell’AVS è stato fatto un grossolano errore di previsione. Anche in questo caso si tratta di scarti miliardari.

L’Ufficio federale delle assicurazioni sociali ha dichiarato oggi di aver scoperto che le spese previsionali dell’AVS sono sbagliate: entro il 2033 era stato prospettato un deficit contributivo di oltre 7 miliardi, ma in realtà sarebbe poco più della metà, circa 4 miliardi. Insomma: lo sviluppo finanziario dell’AVS è stato presentato in una luce decisamente troppo negativa.

La causa dell’errore sarebbe dovuta all’applicazione di un modello di calcolo errato. Per fare luce su questo pasticcio, la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider ha deciso di avviare un’inchiesta amministrativa, che sarà affidata allo studio legale Bratschi di Zurigo. Le conclusioni sono attese entro la fine del 2024.

E pensare che tutta la campagna dei contrari all’iniziativa per la 13esima AVS (UDC, PLR, Centro e Verdi liberali, oltre alle associazioni economiche padronali) era stata impostata principalmente sulla sostenibilità finanziaria, citando anche i conti prospettati dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali.  

Ora: è vero che le spese dell’AVS resteranno elevate (circa 50 miliardi di franchi l’anno, se i calcoli non sono sbagliati…) ma questo annunciato errore cambia alcune prospettive in modo rilevante. Sul bilancio generale, sul contributo che imprese e lavoratori dovranno progressivamente versare e anche sul contributo della Confederazione per l’AVS, che sarà inferiore nell’ordine di circa 3 miliardi rispetto ai calcoli precedenti.

Il Consiglio federale, che pure si era schierato contro la 13esima AVS, ha proposto in marzo due varianti per sostenere la riforma che verrà introdotta nel 2026: o l’aumento tout court degli oneri sociali oppure la combinazione con un innalzamento dell’IVA. Cambieranno questi scenari alla luce di quanto “scoperto”?

L’Amministrazione federale si sarebbe accorta di questo errore già alcuni mesi fa. Perché l’annuncio pubblico è stato fatto solo ora? Quanto avvenuto è sicuramente dannoso per la fiducia che la popolazione dovrebbe riporre nelle indicazioni espresse dalla Confederazione. Inoltre l’esito della votazione sull’aumento dell’età di pensionamento delle donne, accettato di misura nel settembre del 2022, avrebbe potuto essere diverso se fossero stati noti i dati reali.

Attendibilità e affidabilità dei dati sono un presupposto fondamentale per prevedere l’evoluzione dei bilanci e per orientare al meglio le politiche pubbliche. 

Tanto più che la polarizzazione dei partiti e il loro orientamento alla ricerca del consenso immediato avanza e non favorisce la definizione di un programma condiviso e di lunga scadenza, di cui avremmo bisogno in quest’epoca di incertezze.  


Harris guarda a sinistra: il suo vice è Tim Walz

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Di Giovanna Branca, il manifesto

«Weird», strano, strambo. È la parola che ha proiettato il governatore del Minnesota Tim Walz nelle prime linee della campagna elettorale democratica, fino alla scelta di Kamala Harris, ieri, di nominarlo suo vice nella corsa alla Casa bianca. «Non ci piace quel che è successo – aveva detto durante il programma Msnbc Morning Joe criticando le politiche repubblicane – per cui non possiamo neanche andare alla cena del Ringraziamento con nostro zio senza finire in qualche strano litigio». «È la verità, questi tizi sono proprio strani!»

DEFINIZIONE nata per ridimensionare l’aura di malvagia imbattibilità di Donald Trump e i suoi, «weird» è diventata virale sui social, è stata abbracciata dalla campagna elettorale dem, ripresa da Harris e perfino dal rivale più temibile di Walz nella rosa dei candidati alla vicepresidenza, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro.
La scelta di Walz non è però certo dovuta alla viralità di una felice trovata linguistica che fa infuriare il Gop («Non siamo weird» si è ridotto a dire di sé e del suo vice Trump), quanto a una scelta di campo desiderata e acclamata in particolare dalla sinistra del partito: si rallegrano Alexandria Ocasio Cortez – «un’ottima scelta» – e Bernie Sanders: «È un ex insegnante, coach di football e grande sostenitore dei sindacati», il presidente della Uaw (United Auto Workers) Shawn Fain lo ha citato come uno dei due favoriti del suo sindacato. Walz ha legiferato in favore di «pasti scolastici gratuiti, congedi familiari e per malattia, legalizzazione della marijuana e la protezione dei diritti riproduttivi», scrive Ilhan Omar su X. Congratulazioni anche da Barack Obama, Joe Biden, Nancy Pelosi e lo stesso centro del partito, fino alla destra: un messaggio di endorsement arriva dall’ex senatore dem, diventato indipendente, Joe Manchin.

NATO E CRESCIUTO in Nebraska, trasferitosi in Minnesota nel 1996, Tim Walz è l’”uomo bianco”, ammantato dall’aura di american dad e di pragmatismo rurale che spunta molte delle caselle di cui la campagna di Harris era evidentemente in cerca – anche se non viene da uno swing state o uno stato rosso: il Minnesota non vota per un presidente repubblicano dal 1972, e sotto il secondo mandato di Walz i democratici hanno conquistato sia il posto di governatore che Camera e Senato statali.

A lungo membro della Guardia nazionale e professore di liceo, Walz si avvicina alla politica già quarantenne: la sua candidatura al Congresso come deputato per un distretto rurale del Minnesota – che ha poi ricoperto per 5 cariche consecutive dopo aver strappato il seggio a un repubblicano – arriva nel 2006. Ex pupillo della National Rifle Association, che lo aveva insignito di una A, ha voltato le spalle alla tutela a oltranza del secondo emendamento dopo il mass shooting di Parkland, nel 2018, e da governatore ha sostenuto i controlli sul passato di chi cerca di acquistare un’arma. Ora la Nra «mi da delle F, e il mio sonno non ne è minimamente danneggiato», ha detto in un’intervista Walz.

«IL PIÙ GRANDE onore della mia vita», ha definito ieri la scelta di Harris. Che fino all’ultimo si pensava destinata ad appuntarsi su Shapiro (da cui è arrivato immediato l’endorsement per Walz): non è un dato di secondo piano che l’aspirante vice più vicino a Israele sia infine stato scartato, e non può che indicare un tentativo di avvicinamento alla comunità arabo americana che stava voltando le spalle al partito per il sostegno del governo alla guerra a Gaza. In merito, Walz non ha mai detto molto, ma si è schierato per il cessate il fuoco e ha invitato l’amministrazione Biden a prestare ascolto alla preoccupazione dell’ampia cittadinanza arabo americana di Minneapolis: durante le primarie democratiche, il Minnesota aveva espresso il 19% dei voti uncommitted – il voto di protesta contro il massacro nella Striscia – una percentuale perfino superiore al Michigan.

DURANTE il primo mandato di Walz da governatore, il suo Minnesota è stato teatro della miccia che ha catapultato Black Lives Matter sulla scena nazionale e globale: l’omicidio a Minneapolis di George Floyd. La destra critica Walz per non aver subito mobilitato la Guardia nazionale contro i manifestanti, la sinistra è giustamente più scettica del fatto che la Guardia nazionale sia stata infine chiamata a sedare con la forza la rabbia della cittadinanza per l’omicidio di un uomo inerme le cui ultime parole – I can’t breathe – sono rimaste scolpite nella storia del razzismo americano. Come nota The Intercept, anche l’approccio di Walz al movimento per la riforma della polizia e la giustizia innescato da Blm è stato ambivalente: a gennaio dell’anno scorso ha sostenuto il sindacato di polizia nella difesa dell’agente che aveva ucciso un altro uomo nero, Ricky Cobb II, dopo un fermo per una violazione stradale.
Dopo aver agevolmente rivinto la carica di governatore nel ’22, Walz si è però fatto campione di importanti misure progressiste, dalla protezione del diritto all’aborto alla tutela dell’accesso al voto; ha varato misure contro il cambiamento climatico e in favore dei migranti (una sua legge consente alle persone senza documenti di avere la patente).

IN CASO DI VITTORIA democratica a novembre, a rimpiazzare Walz alla guida del Minnesota sarà la sua vice Peggy Flanagan, della tribù degli Ojibway, che diventerebbe la prima nativa americana a ricoprire la carica di governatrice.
Le reazioni repubblicane che dipingono Tim Walz come un pericoloso «estremista di sinistra in stile San Francisco» (JD Vance) non si sono fatte attendere. Il suo diretto rivale Vance ha anche detto di avergli lasciato un messaggio di congratulazioni in segreteria. Intanto la campagna Trump dichiara ai quattro venti che una presidenza Harris/Walz «scatenerebbe l’inferno sulla terra». Weird.

Nell’immagine: Tim Walz


Hamas sceglie Sinwar come leader, l’architetto dell’attacco del 7 ottobre

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Una nomina che è una dichiarazione di guerra permanente. Il più indicibile dei nomi è stato eletto capo politico di Hamas al posto di Ismail Haniyeh, ucciso nell’attentato del 31 luglio a Teheran. Yahia Sinwar. Lui, proprio lui. Il palestinese più legato a Teheran. L’architetto del massacro del 7 Ottobre, che dieci mesi fa a Gaza ha ordinato alle Brigate al Qassam di esondare oltre il recinto per uccidere, abusare, distruggere, violentare, rapire. Yahia Sinwar, 62 anni, l’uomo accusato dallo Stato ebraico di essere il mandante di 1.200 morti e della strage di ebrei più grave dai tempi dell’Olocausto.

Non ci credeva nessuno. Seppur nelle ultime ore il più indicibile dei nomi era diventato anche quello più sussurrato nel Consiglio della Shura, l’organo consultivo che con il politburo ha deciso la successione, sembrava impossibile che la scelta cadesse sul ricercato numero uno dall’esercito israeliano, nascosto da mesi in chissà quale buco sotto la Striscia di Gaza. Nemmeno gli analisti palestinesi più attenti se lo aspettavano,pur nella consapevolezza che Sinwar in questo momento è il più potente nella scala gerarchica di Hamas e che tutto passa dalle sue mani, sia le operazioni militari sia il negoziato per il cessate il fuoco e la riconsegna degli ostaggi.

In bilico

«È la figura più rispettata, temuta e ascoltata», diceva a questo giornale pochi giorni fa Hani al-Masri, direttore di Masarat, think tank palestinese. «Ma vista l’ impossibilità di uscire allo scoperto, presumo che la scelta di un successore ricadrà piuttosto su Khaled Meshaal, già presidente dell’ufficio politico di Hamas dal 1996 al 2017, oppure su Khalil al-Hayya, vicepresidente dell’ufficio politico».

Erano questi i due nomi sul tavolo, confusi nella girandola di voci e smentite che accompagnano tradizionalmente le nomine interne di un partito frammentato e diviso in clan. Da una parte il vecchio e pragmatico Meshaal, 68 anni, soprannominato “martire vivente” da quando nel 1997 scampò a un avvelenamento del Mossad, incline al compromesso, con la caratteristica di non avere buoni rapporti con l’Iran e con i libanesi di Hezbollah ma di averne di ottimi con i Fratelli Musulmani e con i governi di Turchia e Qatar: non a caso, infatti, la prima investitura informale gli era arrivata dal ministro degli Esteri turco, che aveva porto a lui le condoglianze a nome del suo governo dopo l’uccisione di Haniyeh.

Guerra permanente

La mossa è un’indicazione della postura che intende avere Hamas nei confronti di Israele. Racconta tre cose. La prima: Sinwar non solo è vivo ma evidentemente è in grado di comunicare con gli alti dirigenti del gruppo, a meno di non voler considerare la nomina solo simbolica. Il capo politico tradizionalmente vive all’estero per incontrare con rapidità gli alleati, deve poter godere di una libertà di spostamento che difficilmente avrebbe stando nella Striscia o in Cisgiordania. La seconda, come detto, è la guerra a oltranza. Sinwar non ha mai riconosciuto il diritto di Israele a esistere e aveva criticato la mezza apertura che nel 2017 l’allora leader Meshal aveva fatto approvando il nuovo Statuto di Hamas in cui accettava l’idea di uno Stato della Palestina «secondo le linee del 1967». Per la mente del 7 Ottobre l’unico Stato palestinese è quello dal fiume al mare, senza gli ebrei. La terza conseguenza è la più inquietante, segna definitivamente il campo nel quale Hamas si gioca la sopravvivenza.

Con Sinwar il movimento di ispirazione sunnita si lega a doppio filo con gli ayatollah, con Hezbollah e con le altre milizie sciite del Medio Oriente. Sfuma quindi il piano del presidente turco Erdogan di mettere un’ipoteca su Hamas, cosa a cui avrebbe potuto aspirare se Meshal avesse ripreso il potere. «Hamas ha deciso di votare per la resistenza, sfidando l’occupazione israeliana e continuando la battaglia», dice Al-Masri, raggiunto al telefono dopo l’uscita del comunicato sui canali Telegram del movimento islamista. «Del resto Sinwar è l’unico che può decidere sulle questioni più rilevanti».

Con l’Iran che sta per attaccare Israele e un tale nuovo capo di Hamas, diventa complicato anche solo formulare un’ipotesi sul destino nella trattativa per il rilascio degli ostaggi. «È una scelta sorprendente», commenta Michael Milshtein, professore del Moshe Dayan Center di Tel Aviv. «Ci dev’essere stata una forte pressione di Teheran sul politburo, o è un tentativo di evitare di finire come Haniyeh. Oppure è un gesto simbolico. Non penso che Sinwar possa controllare davvero tutto il movimento di Hamas mentre è in un tunnel».

Nell’immagine: Yahya Sinwar e a sinistra l’ex leader Ismail Haniyeh, ucciso il 31 luglio

 


Perché non possiamo rassegnarci alle guerre

Vescovi francesi, Vaticano e destre contestano i Giochi: neopagani? 

Di Marco Tarquinio, La Stampa

La pace è sul serio un intervallo appena tra massacro e massacro? E la Storia è un libro scritto solo col sangue, da leggere dalla parte dei migliori, la nostra ovviamente, e comunque infine quella dei vincitori? Ma che cosa accade ora che le guerre non le vince più nessuno e le perdono tutti, di più – in ogni popolo – i più poveri? Continuiamo a scatenarle o a esserne armieri complici – che è quasi lo stesso – “perché così si fa da sempre”? Serve davvero l’elenco? Ucraina, Iraq, Siria, Afghanistan, Georgia, Israele-Palestina, Libia, Yemen, Congo…

Ma soprattutto, il conflitto è realmente destinato a degenerare con regola inesorabile in gioco di potenza in cui gli Imperi tramontano, risorgono e s’impongono in ordinatrice e spietata competizione tra loro? E se tutto ciò è il nostro presente, a che cosa serve, a che cosa serve per davvero, la politica? È questo il suo ruolo? Organizzare l’intendenza degli eserciti schierati? Munire arsenali sempre più letali e sempre più affidati a intelligenze non-umane? Prendere atto dell’ineluttabile e concorrere alla guerra, impresa dai troppi capi e dalle infinite code, alla quale e nella quale non si può evitare di prender parte? E infine: quale cittadinanza attiva nelle nostre società democratiche e nel nostro mondo diseguale sono immaginabili per i partigiani della speranza? Per i portatori sani, cioè, di quel sentimento della politica – e dei concreti valori solidali di fraternità, di sororità e di giustizia che lo ispirano – che accomuna tante e tanti di noi e resta senso essenziale dell’agire nella storia, ovvero direzione verso cui muovere?

Troppe domande, probabilmente. Ma sono quelle di oggi. E sono grato a questo giornale, e al suo direttore, per aver scelto di alimentare un dibattito sulla pace fatta a pezzi e sulla nuova Grande Guerra fatta di pezzi che si stanno saldando tra loro. Un dibattito aperto, lo scorso 29 luglio, da un’incalzante e potente riflessione di Massimo Cacciari (“Il dottor Stranamore è ancora tra noi”) e sviluppato, il primo agosto successivo, con il serrato ragionamento e l’impegno anche politico di Gianni Cuperlo (“Noi e l’utopia storica della pace” [ripreso anche da Naufraghi/e, ndr]). Un dibattito che è parte del discorso anche per me più urgente, che viene sostenuto ad altro e altrettanto alto livello, su queste stesse pagine, dagli incessanti contributi di Domenico Quirico, inviato e analista di straordinaria esperienza e di limpida umanità.

Conosco lo sguardo di questi interlocutori e amici, e lo condivido con libertà. Stile non scontato in tempi ribellicizzati nei quali è diventato stranamente difficile ribellarsi al bellicismo che ha sempre ragioni, ma mai – alla prova dei fatti – ragione. In Italia, magari, ti liquidano come strano e un po’ troppo “complessista”, perché la guerra è invece semplice: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. In Russia, se critichi la guerra e il ritorno alla “politica di guerra”, ti tolgono soldi, lavoro, aria e, se insisti, ti sbattono in galera con condanne schiaccianti. Salvo poi rilasciarti spettacolarmente dopo un discreto negoziato tra Mosca, Washington e Berlino – ma allora si può, e si sa ancora, negoziare! – come è accaduto pochi giorni fa a Oleg Orlov, premio Nobel per la Pace 2022 (con “Memorial”), ai politici Ilya Yashin e Vladimir Kara-Murza e a un’altra dozzina di persone (anche americane), giornalisti e intellettuali tra i quali spicca Alexandra “Sacha” Skochilenko, giovane grande donna troppo poco citata (con sua madre Nadezhda, che in russo vuol dire proprio “speranza”, e con la sua amata Sonia), ma capace di parlare – da scrittrice, cantautrice e attivista pacifista – come quasi nessuno ai coetanei cresciuti sotto il regime di Vladimir Putin.

Penso che la politica che ci serve debba avere questo sguardo e ritrovare parole mobilitanti e azioni conseguenti. L’ho scritto per anni. E di più negli ultimi, nei quali mi è sembrato che si fossero perse, prima ancora delle certezze sui doveri dei poteri costituiti e dei cittadini-elettori-lettori, prima ancora della capacità di resistenza ai confini dell’orrore, quelle formidabili obiezioni alla logica della guerra che un lessico comune, anche tra noi cronisti, conteneva ormai quasi strutturalmente. Verrebbe da chiamarle “anticorpi” quelle obiezioni, cercando di star dietro a Cacciari e alla sua mobilitante descrizione dei «virus locali» che congiurano alla Pandemia bellica. E ci sono ancora, quelle obiezioni, specialmente, ma non esclusivamente, nell’area culturale e politica progressista (che è laica e credente), radicate a partire dalle consapevolezze accumulate generazione dopo generazione e specialmente, in modo che abbiano osato pensare definitivo, nel corso del Novecento. Ma vengono etichettate, più che sempre, come “connivenza col nemico”.

Anch’io, lo ammetto, mi sono sentito quasi in un mondo rovesciato. Dove a coloro che, spes contra spem, rivendicano il primato del dialogo e obiettano all’arruolamento e allo spiegamento d’armi come replica alla pre-potenza di chiunque, anche a quella del nuovo zar nero Putin, non viene risparmiata la supponenza riservata ai «cafoni» della Fontamara di Ignazio Silone: «Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu se siamo in pace o in guerra? ». Gente alla quale si può elargire la neolingua (e l’antilogica) preconizzata da George Orwell: «La pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza» (due socialisti, l’uomo di pace Silone e l’umanista visionario e antipacifista Orwell). Ci ho pensato e ripensato, davanti a slogan e a titoli a tutta pagina, come uno, indimenticato, che gridava: «I missili portano la pace». Ditelo ai morti, e ai politici che ne portano responsabilità. Meccanismi schiacciatutto assai noti e documentati, con spirito polemico prezioso come la sua straordinaria scienza storica, già da Marc Bloch che nel 1921, mise in fila i fatti e i misfatti informativi e propagandistici che tra il 1914 e il 1915, contribuirono a generare e radicare nella carne e nelle coscienze la prima guerra mondiale.

Torno alle domande dell’incipit, suscitate dalla lettura di Cacciari e Cuperlo. Sono ingombranti, eppure non pochi hanno ritenuto di poterle scartare. Sarebbero superflue o ingenue. E, di conseguenza, da scartare sarebbe anche la ricerca delle risposte, non compito principale della politica bensì roba da “pacifinti”. Come se la Guerra, che non è la semplice somma delle decine e decine di conflitti armati in corso, potesse finire bene o comunque finire. Anche senza risalire più indietro, è certamente dal 1991 – anno della dissoluzione dell’Urss, dell’inizio delle lotte e delle stragi inter-islamiche d’Algeria e, a partire dall’invasione del Kuwait, della prima guerra irachena – che i conflitti bellici non conoscono conclusione e vittoria, generano mostri e ulteriori tragedie, che stentiamo a vedere e a riconoscere. Un esito nefasto che niente e nessuno scongiura, neanche l’incombente o denunciata presenza della Bomba e di troppi altri strumenti dell’apocalisse affinati dalla Tecnoscienza. Anzi le armi di distruzione di massa non sono più «deterrente», è fondato il dubbio di Cacciari, ma motivo di guerra, alibi reale oppure smaccatamente falso, come il generale e poi segretario di Stato americano, Colin Powell, seppe testimoniare facendo pubblica ammenda e rinunciando a una politica fucina di pretesti bellici. Ma se mai si arrivasse allo scontro finale con le armi nucleari, provo a star dietro alle argomentazioni di chi mi ha preceduto, avremmo la fulminea e irrecuperabile dimostrazione che con il sangue non si scrive la Storia, ma si materializza l’Antistoria, ovvero la distruzione dell’umanità.

Ecco perché non ci si può rassegnare al declassamento disperante e disperato – e, dunque, insensato – dell’azione politica a “politica di guerra” e all’orchestrazione di una “economia di guerra” (cioè al deragliamento delle risorse lontano da ciò che serve la vita della gente). Il dubbio atroce è che la guerra venga gabellata come strumento per ridare peso almeno apparentemente decisivo alla politica rispetto agli «interessi multinazionali non universali» – così papa Francesco, nel 2014, nel suo Discorso al Parlamento Europeo – che esercitano concreto potere e dominano la scena di un mondo trasformato in globalissimo mercato liberal-liberista (s)governato, annota Cuperlo, da «una teoria economica tradotta in dottrina morale». Una morale senza valori non commerciabili.

L’ho fatta lunga, e mi fermo qui. Ma se oggi sono deputato europeo e ho un diverso luogo e un diverso modo per la “fatica del quotidiano” che è stato anche il mio mestiere per più di quarant’anni, è perché penso che c’è da lavorare a una risposta politica e non bellica al disordine del mondo e al conflitto, che non è eliminabile nella vita degli uomini e delle donne e nell’ambiente naturale e sociale di cui siamo parte. L’Europa comunitaria, nata dalla rinuncia alla guerra (noi italiani dovremmo saper dire “ripudio”), può e deve e avere un ruolo esemplare nel conciliare la Politica, come suggerisce Cuperlo, col ricominciamento del Pensiero e la riumanizzazione della Tecnica. Per alcuni versi lo sta già avendo, ma non basta. E la tentazione della euro-intendenza dei carri da guerra altrui è purtroppo forte.

Eppure il ruolo dell’Europa in nessun modo è quello della “fortezza”. Che in questo caso non è una virtù, ma il recinto dei disperati. Dove ci si predispone, come cantava Bertold Brecht nell’Antigone, alla «battaglia» che «però genera voglia di battaglia e odora di sangue, il proprio e l’altrui, e ubriaca». Il suo ruolo, invece, è la concreta speranza. Secondo la lezione di un altro Bloch, grande europeo e cittadino del mondo, quell’Ernest Bloch che ha reso sufficientemente chiaro anche a me, cristiano, che Utopia non è l’isola che non c’è, è l’isola che non c’è ancora, la patria delle donne e degli uomini che sanno vedere le potenzialità e mobilitare le energie del presente. Cioè abitare la Storia. Questa è politica, e questo – insisto e insisterò – è lo spazio dell’Europa che nel vecchio-nuovo tempo degli Imperi è sulla scena del mondo è l’unica potenza plurale e non imperiale. Uno spazio reale la politica capace di pace, e non un interstizio, un intervallo appena tra massacro e massacro.

Marco Tarquinio, Europarlamentare dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici