La rabbiosa vendetta dello Zar non cambia le sorti del Kursk

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Di Anna Zafezova, La Stampa

Kalibr, Kinzhal, Iskander, X-22, X-101 e X-59: per punire l’Ucraina Vladimir Putin ha fatto ricorso a tutto il suo arsenale, o quasi, missili balistici e da crociera, lanciati da bombardieri, navi e caccia, senza contare uno stormo di droni iraniani. Uno sfoggio di arsenale, costato al contribuente russo, secondo le stime degli esperti militari occidentali almeno 1,3 miliardi di dollari, e uno sfogo di rabbia, che ha fatto ripiombare l’Ucraina nel buio dei blackout dopo le esplosioni nelle centrali elettriche. La rappresaglia del Cremlino per lo sfondamento delle truppe di Kyiv in territorio russo era attesa, e invocata a gran voce dai politici e dai propagandisti russi, non soltanto per dare una soddisfazione all’opinione pubblica interna, ma anche per misurare l’entità, politica e militare, della reazione russa.

Il risultato non sembra però aver entusiasmato, a giudicare almeno dal prudente silenzio dei capi della comunicazione del Cremlino. E non solo perché dei 127 missili e 109 droni lanciati la maggioranza – 102 e 99 rispettivamente – sono stati abbattuti dalla contraerea ucraina. L’attacco notturno di domenica notte – il comando di Mosca ha fatto la scelta, probabilmente non casuale, di aspettare la fine del weekend dei festeggiamenti del giorno dell’Indipendenza ucraina – è stato uno dei più massicci di tutti i due anni e mezzo dell’invasione russa. Segna indubbiamente la fine di un eventuale negoziato sull’impegno reciproco a non colpire infrastrutture, la cui esistenza è stata peraltro smentita ieri da Dmitry Peskov. Ma non si è trattato di un raid qualitativamente diverso dai tanti altri che hanno colpito le infrastrutture civili e le città ucraine, e in un Paese dove dopo le scuole nei rifugi antiaerei stanno aprendo sportelli bancari sotterranei una ennesima pioggia di bombe può soltanto aumentare la rabbia contro i russi.

All’interno del regime putiniano, invece, questa rappresaglia non appare, paradossalmente, come un gesto di determinazione. Sono due settimane che un pezzo di territorio russo si trova sotto occupazione delle truppe ucraine, con un centinaio di cittadine e villaggi passati sotto il controllo di Kyiv, 120 mila civili sfollati e centinaia di soldati russi caduti prigionieri. Indiscrezioni dal Cremlino sostengono che Putin avesse dato ai suoi generali l’ordine di scacciare gli invasori entro ottobre, ma a giudicare dall’evoluzione sul campo, non sarà cosi facile. Intanto, sulle fabbriche e gli aeroporti militari nel profondo della Russia continuano ad abbattersi droni, le raffinerie prendono fuoco e i sindaci della “zona frontaliera”- il nuovo eufemismo con il quale si definisce nei comunicati ufficiali la zona russa sotto attacco – invitano i cittadini a fuggire.

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le “linee rosse” per il superamento delle quali il Cremlino aveva minacciato escalation senza precedenti. L’invasione da Ovest, la violazione del confine, la terra russa calpestata dal nemico sono fobie nazionali che Putin ha paranoicamente coltivato, giustificando qualunque cosa con la necessità di proteggere i suoi sudditi sul suolo patrio. Le immagini dei contadini russi che chiacchierano con i soldati di Zelensky non mostrano soltanto la debolezza militare del sistema russo: sdrammatizzano l’incubo, ricalibrano la paura, e sembra che molte mamme russe temano più un invio in battaglia (secondo alcuni segnali imminente) dei soldati di leva, che il tanto minacciato arrivo delle “armi Nato in terra russa”. L’assenza della escalation come ritorsione per le “linee rosse”, tante volte minacciata da Mosca, allevia anche le tensioni degli occidentali, e la cancellazione dei divieti anche formali per l’uso delle armi fornite a Kyiv in territorio viene considerata da diversi commentatori russi ormai una questione di tempo.

Putin aveva scommesso sulla tenacia della violenza, convinto che la determinazione degli ucraini e degli occidentali avesse una scadenza, quella dell’insediamento di Trump. Ora, la vittoria del candidato repubblicano alle elezioni di novembre appare meno inesorabile, e gli ucraini, invece di subire un martirio, hanno ribaltato le regole del gioco. Sorpresa alla quale il Cremlino era impreparato, e lo scrittore Ivan Filippov, che su Telegram gestisce un canale di analisi della propaganda militare russa, nota come i “Z-blogger” denunciano il disastro della «situazione a Kursk», come la chiama Putin, senza però mai criticare il comandante supremo. Prudenza dettata ovviamente dalla paura – le celebrazioni dell’anniversario della morte di Evgeny Prigozhin hanno ricordato che fine fanno i critici del dittatore – ma anche, secondo Filippov, da una «fede di stampo religioso» in Putin. Dal quale si aspettavano tuoni e fulmini, e non silenzi ed esitazioni, e soprattutto una lungimiranza quasi onnisciente, invece di silenzi, indecisioni e sfoghi missilistici che difficilmente cambieranno la situazione, nel Donbas come a Kursk.


Il caso Durov e la sfida dell’Europa: proteggere i diritti contro i promotori del web senza regole

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Di Tonia Mastrobuoni e Filippo Santelli, La Repubblica

Comunque vada a finire, l’arresto di Pavel Durov potrebbe dividere un prima e un dopo. Non era mai accaduto, in Europa o nel mondo, che il capo di una grande piattaforma social venisse fermato. Né che lo si accusasse di complicità, una responsabilità penale personale, per i contenuti illeciti veicolati dal suo servizio. Questione di diritto, ma inevitabilmente diventata politica: un banco di prova decisivo per il tentativo dell’Unione europea di essere il campione della regolazione digitale, di limitare lo strapotere dei giganti tecnologici in tema di privacy, concentrazione di mercato e controllo dei contenuti. Con conseguenti accuse da parte degli ultralibertari (o della destra sovranista) di voler mettere una museruola alla libertà di espressione.

Il significato politico della vicenda lo ha fatto intendere ieri il Commissario europeo Paolo Gentiloni: lo sviluppo dei social media e la diffusione della disinformazione «hanno prodotto l’incapacità di mettersi d’accordo persino sui fatti base, una polarizzazione che rischia di minare le nostre democrazie», ha detto in un videomessaggio alla conferenza del Soft Power Club. Una deriva che l’Europa, ha aggiunto, può contrastare con i suoi valori e le sue politiche. La più recente si chiama Digital Services Act (Dsa), normativa appena entrata in vigore che impone alle piattaforme (a partire dai colossi come Google, Meta, X e TikTok) obblighi di moderazione dei contenuti e di risposta celere a sollecitazioni e richieste di informazioni delle autorità giudiziarie. Per chi non adempie le multe si sono alzate al 6% del fatturato globale, in teoria un bel deterrente. Ma se è presto per valutarne gli effetti, la norma ha già provocato infuocati botta e risposta tra Elon Musk, paladino del “free speech” senza paletti con il suo nuovo giocattolo X, nonché grande sponsor di Trump, e le autorità europee.

L’arresto in Francia di Durov, l’uomo che ha incarnato la sua filosofia anarchica nel social chiamato Telegram, promettendo agli utenti assoluta protezione dalle autorità tutte, alza ulteriormente la posta di questa sfida di mondi, culture e poteri. Bene specificare, come del resto ha fatto ieri la Commissione, che non è il Dsa la base per cui il 39enne è stato fermato, perché la normativa prevede (e multa) solo responsabilità amministrative delle aziende. «Ma il punto di connessione è forte – spiega Giuseppe Vaciago, partner di 42 Law Firm ed esperto di diritto tecnologico – visto che il Dsa obbliga le società a dare immediato seguito agli ordini delle autorità giudiziarie». Il salto alla responsabilità penale del capo azienda però, continua l’avvocato, non è banale dal punto di vista giuridico e di fatto non ha precedenti a livello globale «perché bisogna dimostrare che Durov avesse consapevolezza diretta della richiesta dell’autorità e omettendo di intervenire abbia voluto agevolare la prosecuzione di quei reati».

Molto dipenderà dalla solidità delle prove in mano alle autorità francesi. Ieri il presidente Macron, rispondendo alle nuove accuse di Musk (“Liberté?”) e a quelle di Edward Snowden ha assicurato che l’arresto di Durov “non ha nulla di politico, saranno i giudici a decidere”, aggiungendo che la Francia difende la libertà di espressione “in una cornice legale che rispetti i diritti fondamentali dei cittadini”. E che in gioco qui non sia la libertà di parola, ma il rispetto della legge, lo ritiene anche Francesca Bria, economista dell’innovazione, consulente di Nazioni Unite e Commissione per cui ha contribuito alla definizione delle normative digitali: «La mancanza di informazioni sta generando speculazioni incontrollate, che rischiano di distorcere l’opinione pubblica. Questa incertezza gioca a favore dell’estrema destra che sta strumentalizzando la vicenda per rafforzare la propria agenda, confondendo la responsabilità tecnologica con la repressione dei diritti. È una strategia ben nota tra gli iperlibertari e fondamentalisti del “free speech” della Silicon Valley, di cui Durov e Musk sono figure emblematiche, che pensano di essere oltre la legge e oltre la democrazia».

Nell’immagine: Pavel Durov


Sergio Rossi – Se Elon Musk entra nella Sala Ovale

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Fatti uno per l’altro

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 


L’uomo comune di Kamala contro Trump

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Nei momenti cruciali della battaglia politica, un leader non ha certo il potere miracolistico di trasformare una tempesta in bonaccia perché il vento e il mare gli obbediscono, come accade nel Vangelo: tuttavia può cambiare l’atmosfera del Paese, deviando non solo il flusso d’opinione dei cittadini, ma suscitando il loro sentimento di identificazione, di partecipazione e di mobilitazione, quella spinta a riconoscersi in una proposta politica e soprattutto a sentirsi riconosciuti e rappresentati, quindi a fare la loro parte il giorno del voto invece di disertare le urne. È precisamente questo che è accaduto nell’ultimo mese, e per due volte. Due ondate emotive si sono susseguite e contrapposte negli Stati Uniti rimodellando la corsa per la Casa Bianca, ormai all’ultimo miglio: ma ancora una volta ciò che avviene in America parla a tutti con l’evidenza didascalica di un caso di scuola, in cui sembra di scorgere nitidamente destra e sinistra mentre agiscono, mostrando la loro forza in natura, come raramente accade.

Il primo momento è naturalmente il comizio di Donald Trump alla fiera agricola di Butler, dov’è andato in scena l’incubo perenne della storia americana, l’attentato contro il leader. Prima il colpo di fucile che sfiora per un centimetro il delitto politico, inquadrato nel mirino di un progetto di morte. Quindi il sangue in diretta tivù, rinnovando la tragedia politica primordiale che insegue l’America come una maledizione eterna. E intanto, a sovrastare tutto, quell’immagine di Trump ferito che ha la forza di alzare il pugno davanti alla bandiera mentre trasforma immediatamente l’attentato in un dramma sacro, convocando Dio “che ha impedito l’impensabile” e i suoi supporter che hanno assistito al miracolo a seguirlo insieme nella missione presidenziale: “Non mi arrendo e non mi arrenderò mai”. Qui è avvenuta una vera e propria trasfigurazione, con il leader politico che versa il suo sangue mentre è in lotta per la guida del Paese, esce da una prova mortale benedetto dal cielo nel corpo e nello spirito pronti alla battaglia, consapevole di essere ormai entrato nell’unica dimensione che ancora mancava al populismo: quella dell’eroismo, in cui il campione è vittima invincibile, bersaglio fisso del Male perché strumento designato del Bene.

Era evidente che Joe Biden non poteva raggiungere l’avversario in questa dimensione pagana. Proprio gli elementi di forza del presidente in carica, l’esperienza, la competenza, la conoscenza, il senso del limite e la reponsabilità impallidivano da garanzie democratiche a virtù burocratiche, davanti al diapason incandescente della prova suprema, dove tutto è titanico, ogni esperienza è inedita, qualunque partita è dilatata a battaglia, qualsiasi suggestione diventa possibile. Il populismo della destra radicale radunava attorno a Trump tutti i suoi elementi caratteristici: i nemici, l’odio, la divisione verticale del Paese, la minaccia del Male, la tensione perenne, la vittoria come missione salvifica, oltre la politica e — come si è già visto — oltre la Costituzione, per entrare in una metafisica reazionaria d’occasione che sostituisce il concetto politico di cambiamento con l’incitamento contro-politico alla ribellione, al servizio del sovranismo.

Per contrastare questa energia, occorreva uno choc emotivo, con tutti i rischi che questo comporta. Tuttavia il rischio di un ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump era più grande non solo per il partito democratico ma per l’intero sistema, potremmo dire per la tenuta delle istituzioni e della democrazia americana. E infatti è il sistema che si è mosso, e con lui l’establishment, insieme con una domanda sociale di protezione e di garanzia di fronte ai pericoli neo-autoritari: come se una parte dei cittadini chiedesse alla politica di mettere in campo uno strumento in grado di battere il trumpismo e impedire che si ripeta l’incredibile, con l’assalto eversivo al Campidoglio ispirato dalla Casa Bianca. A questo punto il clima è cambiato radicalmente, per l’azione congiunta di tre elementi: il dramma di Biden, spinto dal suo stesso mondo a farsi da parte e cedere il passo, tentato di resistere e convinto infine a cedere alla logica delle cose, prim’attore controvoglia in una replica democratica della decapitazione del sovrano; l’irruzione sulla scena di Kamala Harris, come deus ex machina che unisce l’effetto sorpresa e l’esperienza di vicepresidente, compattando tutto il partito e consacrandosi leader naturale e riconosciuta, saltando il meccanismo delle primarie; la percezione dell’eccezionalità di una svolta dettata dal pericolo dell’estremismo trumpiano, che impone al sistema di fare un salto di qualità per difendere istituzioni, regole, diritti e libertà.

Per una congiuntura della storia, Kamala si propone oggi come il soggetto che lancia l’allarme e sa come affrontarlo, la spia del problema americano e la sua soluzione. Per questo ha cambiato l’atmosfera del Paese, sintonizzando tutto il suo mondo su questa nuova tonalità, a partire dalla sua stessa presenza politica e addirittura dalla sua identità. Se vincerà, com’è noto, sarà la prima donna presidente degli Stati Uniti, un risultato storico: e tuttavia non è su questa soglia di genere (per quanto rilevante) che Harris intende giocare la sua partita, ma sulla soglia della democrazia da difendere, più ampia, decisiva, onnicomprensiva e addirittura drammatica. In questo senso più che all’invito di Hillary Clinton a completare la sua avventura per sfondare il soffitto di cristallo che ha tenuto finora le donne fuori dallo studio ovale, Kamala sembra rispondere all’incitamento di Michelle Obama a battersi senza risparmio contro Trump e tutte le armi che metterà in campo, bugie comprese.

Ma la benedizione dei padri nobili del partito, da Bill Clinton a Barack Obama, sembra un rito del passato, prossimo alla scadenza. Harris è stata scelta perché è una combattente, e intende fondare la sua stagione nella battaglia, qui e ora, non nel lascito ereditario. Autonomia, dunque, consapevolezza della portata della sfida, e il tentativo di ricrearsi una classe sociale di riferimento, puntando sulla perenne spina dorsale degli Stati Uniti, la middle class. Con queste scelte Kamala evoca un nuovo protagonista politico da contrapporre al forgotten man, il tagliato fuori di Trump, col suo risentimento ribelle: è l’ “everyman”, l’americano medio, che nonostante le delusioni continua testardamente a sentirsi cittadino, consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri e dello spazio di libertà di ognuno. È con lui che Kamala gioca la sua sfida. Nella convinzione, dopo una stagione di subalternità ai populismi di ogni pretesa e di vario colore, che gli animi non si accendono soltanto con il fuoco velenoso dell’antipolitica, perché forse è arrivato il tempo in cui si può tornare a credere e a sperare nella passione per la democrazia e per la libertà.


Da Salvini a Putin così l’asse sovranista si schiera con Durov signore di Telegram

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Di Jacopo Iacoboni, La Stampa

Chi è davvero Pavel Durov? Se ci pensate, ruota tutto attorno a questa domanda.

Una sapiente costruzione mediatica lo ha presentato, per anni, come una figura capace in qualche modo di resistere a Putin, e di dirgli anche di no: per esempio nel 2018, quando fu sbandierato (anche dai canali russi di Stato) che il fondatore di Telegram si era rifiutato di consegnare al governo russo le chiavi di crittografia per accedere alle conversazioni degli utenti.

Già nel 2011 Durov aveva rifiutato di chiudere le pagine VKontakte degli attivisti dell’opposizione russa, era diventato un bersaglio della polizia, o almeno così ci era stato raccontato, e alla fine aveva scelto di vendere la sua prima creatura, il social network VKontakte, appunto, a investitori pro-Cremlino.

Significa davvero che fosse contro Putin? O che Putin gli consentiva di vendere, quando ad altri miliardari i beni sono stati sempre, semplicemente, requisiti?

Per una sorta di strano miracolo, Durov sarebbe l’unico miliardario capace di dire di no a Putin, vendere il suo business, incassando soldi, crearne un altro (Telegram), incrementarlo e vivere felice all’estero, a Dubai.

Qualcun altro, come Bill Browder (un conclamato nemico di Putin, che Mosca ha cercato davvero di distruggere), ieri pareva nutrire qualche dubbio: «L’ambasciata russa in Francia ha chiesto l’accesso consolare al miliardario franco-russo di 39 anni Pavel Durov, proprietario di Telegram. Pensavo si presentasse come un dissidente. Strano che quando la situazione precipita, il Cremlino intervenga… ».

Forse, semplicemente, Durov non è una figura monodimensionale. E questa è una storia di doppi fondi.

Di sicuro, oltre al fatto di aver trovato un modus vivendi con Mosca, e a essere caro amico di Roman Abramovich, Durov ha anche sempre avuto diversi buoni rapporti esteri. Con gli Emirati, che gli hanno dato la cittadinanza. Come con la Francia, del resto: ha anche la cittadinanza francese, disposta direttamente dal ministero degli Esteri di Parigi (cosa che di solito avviene solo per straordinari meriti socioculturali). Neanche fosse l’ufficiale di collegamento russo con Parigi. La ostentava, facendosi chiamare “Paul”.

Diverse intelligence occidentali hanno spesso dovuto frugare in Telegram, e l’hanno fatto. Ma Durov ha anche un passato italiano, parla italiano, mangia cibo italiano (è vegetariano), e ha vissuto 14 anni a Torino dove suo padre Valery, insigne filologo nella stagione finale dell’Unione sovietica, insegnava all’Università: uno di quei dirigenti a cui l’Urss consentiva di vivere e lavorare all’estero. E quand’è che la famiglia Durov decide di rientrare in Russia? Nel 2001 (Pavel aveva 17 anni), proprio all’avvento dell’èra Putin, quando a papà Valery viene affidata la guida del dipartimento di Filologia dell’Università Statale di San Pietroburgo.

Se con VKontakte Durov aveva alla fine venduto (costretto o meno che fosse), con Telegram non solo non ha venduto, ma Telegram è diventato lo strumento principale di comunicazioni crittografate anche nell’Alto comando russo durante l’invasione in Ucraina: al punto che ieri – ha riferito Baza, un canale molto vicino alle agenzie di sicurezza di Mosca – a funzionari dell’amministrazione presidenziale e degli apparati russi, agli alti funzionari del Ministero della Difesa russo e ai dipendenti di alcune forze dell’ordine è stato ordinato di cancellare la corrispondenza di lavoro da Telegram.

Alcuni canali militari russi hanno notato che anche i generali russi sul campo in Donbass e Crimea comunicano usando Telegram – mentre i comandanti delle forze armate ucraine usano prevalentemente Signal. Su Telegram diversi servizi occidentali sanno che si è svolto, totalmente indisturbato, il reclutamento di freelance per gli attacchi terroristici del GRU (i servizi militari russi) in tutta Europa. Se l’indagine di Parigi fosse su questo?

IStories, collettivo di giornalisti indipendenti russi, sottolineava un altro paio di dettagli importanti: uno, Durov era volato a Parigi-Le Bourget dall’Azerbaigian, ossia era a Baku contemporaneamente a Putin (ma non si sa se Durov abbia incontrato lui o qualcuno della sua delegazione). Due, Durov è andato a Parigi sapendo che lì era ricercato: si è insomma consegnato. Meglio lì che a Mosca, dove qualcosa si era rotto? Il che ci riporta alla domanda iniziale di questa “strana storia”, come l’ha definita Ilya Yashin: chi è davvero Pavel Durov, l’uomo che ha avuto troppi amici?


Pavel Durov, chi è lo “Zuckerberg” di Telegram arrestato e cresciuto a Torino

Di Elena Del Santo, La Stampa

Amministratore delegato dell’app di messaggistica Telegram e fondatore del social network russo Vk, Pavel Durov è stato arrestato a a Parigi, appena sceso dal suo jet privato all’aeroporto di Le Bourget, in esecuzione di un mandato della giustizia francese.

39 anni, padre russo, madre francese, fratello Nikolai genio dell’informatica (e fidato socio d’affari): il miliardario imprenditore – il cui patrimonio, secondo le stime di Forbes del 2024, vale 15,5 miliardi di dollari – si è trasferito in giovane età a Torino, città dove il padre Valery ha insegnato in un istituto. Sotto la Mole, Pavel Durov trascorre l’infanzia: ha infatti frequentato le scuole dell’obbligo in Italia prima di rientrare, all’età di 17 anni, nel 2001, in Russia ed iscriversi al ginnasio accademico. Nel 2006 si è laureato in filologia all’Università di San Pietroburgo, ma la sua passione pare sia sempre stata la programmazione.

A soli 22 anni fonda VKontakte, il Facebook russo, che è diventato in pochi anni il social network più diffuso in Russia, Ucraina e nelle repubbliche dell’ex Unione Sovietica (Bielorussia, Armenia, Kazakistan) per un totale di 100 milioni di utenti. Durov ha lasciato la Russia nel 2014 dopo essersi rifiutato di soddisfare le richieste del governo di chiudere le comunità di opposizione sulla sua piattaforma di social media VK, che ha venduto.

Durov che è diventato cittadino francese nell’agosto 2021, si è trasferito con Telegram a Dubai nel 2017 e – secondo i media francesi – ha anche ricevuto la cittadinanza degli Emirati Arabi Uniti. Secondo quanto riportato dai media, è anche cittadino di St. Kitts e Nevis, una nazione con due isole nei Caraibi, donando 250.000 dollari alla Fondazione per la diversificazione dell’industria dello zucchero del Paese e assicurandosi 300 milioni di dollari in contanti all’interno delle banche svizzere.

Successivamente ha provato a lanciare la criptovaluta «Gram» e la piattaforma The Open Network (TON), raccogliendo una startup da $ 1,7 miliardi con investitori tra cui la vedova di Steve Jobs, Laurene Powell Jobs. Tuttavia, queste iniziative sono state bloccate dalla SEC e dai tribunali federali degli Stati Uniti.

In una intervista al giornalista americano Tucker Carlson, Durov ha dichiarato che, al di là del denaro o dei Bitcoin, non aveva proprietà importanti come immobili, jet o yacht, perché voleva essere libero.

Cos’è Telegram

L’app di messaggistica Telegram, è una piattaforma gratuita che compete con altre piattaforme di social media come WhatsApp di Facebook o Instagram, TikTok e Wechat. La piattaforma mira a superare il miliardo di utenti mensili attivi entro un anno (ora ne conta 900 milioni). È diventata una fonte fondamentale di informazioni sulla guerra della Russia in Ucraina, utilizzata pesantemente sia dai funzionari di Mosca che di Kiev. Alcuni analisti chiamano l’app «campo di battaglia virtuale» per la guerra. La Russia ha iniziato a bloccare Telegram nel 2018 dopo che quest’ultimo si è rifiutato di rispettare un’ordinanza del tribunale che concedeva ai servizi di sicurezza statali l’accesso ai messaggi crittografati dei suoi utenti. L’azione ha avuto scarso effetto sulla disponibilità di Telegram lì, ma ha scatenato proteste di massa a Mosca e critiche da parte delle Ong. La crescente popolarità di Telegram, tuttavia, ha spinto diversi paesi europei, tra cui la Francia, a esaminare attentamente i problemi di sicurezza e violazione dei dati. «Preferirei essere libero piuttosto che prendere ordini da chiunque», ha detto Durov al giornalista americano Tucker Carlson in aprile riguardo alla sua uscita dalla Russia e alla ricerca di una sede per la sua azienda che includeva periodi a Berlino, Londra, Singapore e San Francisco.

VKontakte: il Facebook russo

Fondata nel 2006 da Durov, VKontakte (abbreviato VK) è la maggiore rete sociale in Russia. Nel gennaio del 2014 ha raggiunto i 210 milioni di utenti registrati. Ad oggi, è tra i 50 siti più popolari al mondo. Le funzionalità di VKontakte sono simili a quelle di Facebook, ma rispetto alla piattaforma di Mark Zuckerberg, quella russa permette anche di trovare e condividere film (anche di attori e registi famosi) e file musicali di ogni tipo e di riprodurli direttamente all’interno del social grazie ad uno specifico player.

Nell’immagine: Pavel Durov


Sensazionalismo, ignoranza, criminalità

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Ad inizio agosto 2024 e nei successivi giorni, alcuni organi di stampa (radio, televisione e media online) hanno riportato la notizia di due fratelli di origine irachena, che erano stati condannati a due anni di carcere e all’espulsione dal territorio svizzero, ma che una volta usciti dal carcere sono stati visti in giro per Bellinzona, addirittura “a ballare”.

Sul modo  in cui è stata riportata la notizia e sulle informazioni poco corrette in essa contenute, tengo a prendere posizione.

La libertà di espressione è un diritto fondamentale sancito dall’art. 10 della Convenzione dei diritti umani e dall’art. 16 della nostra Costituzione. Questa libertà include la libertà di ricevere informazioni o idee senza ingerenze e senza limiti di frontiera. Affinché ci si possa liberamente esprimere, chi fa informazione ha il dovere di fornire informazioni corrette e senze ingerenze di alcun tipo.

L’ingerenza può arrivare da parte delle autorità statali / pubbliche, ma anche da parte di privati, che di fatto sovvenzionano e rendono possibile l’esistenza di media, dalla carta stampata all’informazione on line. E così, soprattutto negli ultimi tempi, l’informazione è diventata, per la maggior parte, una ricerca di consenso, più che una comunicazione corretta dei fatti, a discapito della libertà di pensiero e di opinione, di cui il giornalista stesso dovrebbe farsi garante E per attirare più consenso, si rende sensazionalistica una notizia, magari con titoli a caratteri cubitali, che possono creare il nemico pubblico numero uno del giorno, ben consapevoli che nella maggior parte dei casi saranno solo i titoli ad essere letti e/o ascoltati, alimentando così, l’ignoranza delle persone.

Ma quando a sfruttare questo modo di fare “giornalismo” è un consigliere agli Stati, nonché municipale di Lugano, tale Marco Chiesa, la questione diventa doppiamente grave: al sensazionalismo dei media si unisce la volontà politica di avere più “adepti” possibili che sostengano un’ideologia (la sua), alimentando, però, l’ignoranza e la paura delle persone.

Tale è il caso dell’articolo apparso su Tio il 14 agosto 2024, relativo, appunto alla questione dei due fratelli di origine irachena, titolato “Se devono essere espulsi, non possono essere in giro a fare festa” e che continua con frasi riportate da quanto affermato dal consigliere: ”Voglio sapere quanti altri criminali sono nel limbo. Se due persone devono lasciare la Svizzera non possono essere in giro a ballare”. A prescindere dal fatto che la prima reazione è stata quella di ridere perché non comprendevo il nesso causale tra l’espulsione e l’impossibilità di andare in giro a ballare. Successivamente, però, mi sono resa conto di quante informazioni sensazionalistiche e non corrette fossero contenute nell’articolo e nelle dichiarazioni del consigliere agli Stati.

Non mi soffermo su cosa di non corretto (oserei dire tutto) ci sia nell’articolo e nelle dichiarazioni (ciò che potrà essere fatto nelle opportune sedi giudiziarie), ma voglio soffermarmi sul fatto che una notizia data in questo modo non è degna di uno stato di diritto, che il consigliere agli Stati Marco Chiesa, tanto difende come valore e dovrebbe rappresentare.

In quanto rappresentante dello Stato, il consigliere dovrebbe sapere che per ogni crimine è prevista una pena, espiata la quale una persona esce dal carcere senza alcun marchio che riporti a vita la dicitura “criminale” e che, se ci fossero seri rischi di recidiva, le autorità giudiziarie prenderebbero gli opportuni provvedimenti. Nel caso specifico, tra l’altro, tengo a precisare che almeno una delle due persone non ha la certezza dell’espulsione, perché è pendente un ricorso, che si basa sulle leggi dello stato di cui il consigliere Marco Chiesa è uno dei rappresentanti.

Pertanto la domanda posta dal consigliere all’interno dell’articolo citato, “per quale motivo persone colpite da un’espulsione dal nostro paese, restino ancora a piede libero” non è consona ad un rappresentante dello Stato. Sembra quasi che per il consigliere Marco Chiesa, uno straniero che ha scontato già la sua pena, ma sia soggetto ad espulsione, non abbia diritto di vivere, in attesa di questa misura. Una tale affermazione risuona più in linea con la legge del taglione dell’occhio per occhio dente per dente, che in teoria l’occidente, culla di civiltà e diritti, avrebbe superato e non applicherebbe più.

A questo punto alcune domande me le pongo io.

In qualità di consigliere agli Stati lei è al corrente delle nostre leggi? Se sì, perché usa i media per diffondere informazioni false e distorte, che possono anche portare ad un pericolo per chi in quell’articolo viene indicato come un nemico pericoloso? Si è reso conto che additare queste persone come coloro che si farebbero beffa di noi svizzeri andando a ballare, invece di essere rinchiusi, potrebbe portare a “linciaggi”? E non mi riferisco a quello mediatico, che è già stato messo in atto. Si è cioè reso conto che è lei ad aver creato una messa in pericolo dell’ordine pubblico? Si è reso conto che definire potenzialmente pericolose queste persone può ravvisare gli estremi di una diffamazione? Quali sono i veri crimini e criminali in questa vicenda? E questa domanda la pongo, non solo al consigliere agli Stati Marco Chiesa, ma anche a tutti i media che di questa vicenda hanno parlato senza mai interpellare i diretti interessati. Ah già, ma loro non dovrebbero essere nemmeno qui, quindi facciamo finta che non esistano, magari rinchiudendoli in qualche bunker per anni, visto che non sempre è possibile un’espulsione e un rimpatrio nei loro paesi di origine.

Magari, invece che aizzare paure e potenziali violenze, si portino avanti politiche di vera accoglienza e di prevenzione dei crimini, eliminando diseguaglianze sociali ed economiche, per esempio. Questo dovrebbe fare uno Stato di diritto, che si fondi davvero sui diritti umani e non sui privilegi di pochi.

L’avv. Immacolata Iglio Rezzonico è specialista della migrazione


E il camminar m’è dolce tra queste lapidi

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

È Claudio Visentin, che insegna storia del turismo all’USI, noto ai lettori del settimanale Azione e del supplemento domenicale del Sole 24 ore, l’arguto ideatore della parola cimiturismo. Non è ancora entrata – salvo smentite – nei dizionari, forse perché l’attività di visitare cimiteri anche quando non vi sono sepolti parenti e amici, pur avendo numerosi cultori (dei quali faccio parte), non è ancora tra le più praticate.

Nel marzo scorso, Visentin ha scritto e pubblicato Passeggiate nei piccoli cimiteri (Ediciclo Editore). Incuriosito e spinto dalla precedente lettura di In viaggio con l’asino, (Guanda, 2009), che scrisse insieme a Andrea Bocconi, queste passeggiate sono un ottimo punto di partenza per quanti volessero aggiungersi al novero dei cultori di questa forma di turismo non comune, che si consuma forzatamente solo a piedi e che, lungo il cammino, confonde e sovrappone piani diversi: tu, vivo, cammini tra i morti, tra – a seconda delle dimensioni del camposanto – poche decine o decine, centinaia di migliaia di trapassati. Tu guardi le loro tombe (o quel che ne rimane), leggi su lapidi a tratti consunte la descrizione sommaria di vite quasi sempre virtuose e impeccabili nutrite dall’attaccamento alla famiglia, al lavoro, alla patria, ai princìpi e ai valori più nobili (altruismo, generosità, sopportazione e rassegnazione) quando la fine si avvicina. Percorrendo viali e vialetti, accompagnato generalmente dal silenzio o dal solo rumore dei passi altrui e di qualche volatile in transito, qualcosa ti colpisce sempre attirando la tua attenzione: il paesaggio circostante, l’architettura e la scultura cimiteriale, un nome o un cognome di cui non riesci a capire l’origine, una data di morte che ricorre più spesso di altre perché c’è stata una guerra, un’epidemia, una carestia, un disastro. In letteratura un titolo su tutti, un classico, Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, capolavoro del 1915, più volte tradotto anche in italiano sin dal 1946 (Fernanda Pivano) e in parte ripreso da Fabrizio De André nell’album Non al denaro né all’amore né al cielo (1971). Una delle edizioni più ricche (il Saggiatore, 2016, euro 24) è curata dal poeta Antonio Porta. Sono 246 poesie in cui “Le voci degli abitanti di Spoon River si rincorrono tra le lapidi del cimitero in collina che ne accoglie le sepolture e raccontano le loro storie – a volte segrete e oscure, spesso disperate –, confessano i loro rimorsi, ricordano i momenti di gioia, si incolpano a vicenda delle disgrazie per cui sono trapassati”. 

Segnalo, per sense of humour, il racconto autobiografico Il cancello chiuso, tratto da Albergo Italia del solitamente poco allegro Guido Ceronetti (Einaudi, 1985), in cui lo scrittore e giornalista narra di quando rimase chiuso per ore in un cimitero piemontese: “Passavo per Cuneo: era un’ora morta, l’una e mezza pomeridiana, l’ora ideale per una visita alle lapidi e ai monumenti funebri, in cerca di un po’ di vita e di storia”.

Camminando tra le tombe, fatalmente pensi anche a te stesso: ho un amico ipocondriaco che il cimiturismo lo pratica a fini terapeutici, una forma di esorcismo illuminato da una precisa consapevolezza: fintantoché in quei luoghi cammini, sei vivo. Nel frattempo, cominci pian piano, slowly (anzi, pole pole) a prenderne le misure. Più d’uno avrà notato come non sia mai tramontata l’abitudine – geograficamente trasversale – di molte persone in là con gli anni, ma ancora in buone condizioni, di ritrovarsi proprio sulle panchine alle porte di un cimitero.  

La letteratura cimiteriale è ricchissima e quelli da visitare in chiave cimituristica anche in casa nostra sono molti. Mi spingo oltre(tomba): non c’è cimitero (minuscolo o monumentale, di montagna o di guerra, riservato ai bambini o ai senza nome) a cui non valga la pena accedere già in vita. Quello di Lugano (nel 2016 gli è stata dedicata una guida dalla Società di storia dell’arte in Svizzera) ospita monumenti su commissione firmati da scultori che anche con i loro Memento mori e i loro Compianti si guadagnavano il pane: Vincenzo Vela, Antonio e Giuseppe Chiattone, Remo Rossi. C’è anche una tomba firmata da Mario Botta sulla quale sospendo rispettosamente il giudizio.

Ai grandi cimiteri urbani si aggiungono i piccoli cimiteri di paese, di valle e di montagna: quello del mio Comune, Torricella-Taverne, era tragicomicamente “assurto agli onori della cronaca” nel 2016. E poi ci sono cimiteri semiabbandonati come quello di Neggio, nel Malcantone: le lapidi sono scheggiate o consunte, nomi, estremi cronologici ed epitaffi spesso difficilmente leggibili o del tutto cancellati.

Andar per cimiteri non è un esercizio dolente e funebre, ma anzi la possibilità di incontrare virtualmente (ma non il virtuale che va di moda oggi) individui e vite altrui che diversamente non avresti mai conosciuto. Nessuna curiosità un po’ morbosa (che invece entra a tratti in gioco quando scorriamo gli annunci funebri nei quotidiani), anche perché gran parte dei defunti in cui ci si imbatte sono ormai tali da decenni, qualcuno da oltre un secolo. 

Ho consumato buona parte dello spazio a disposizione senza addentrarmi nel gradevolissimo volume scritto da Claudio Visentin. Nel prologo egli tratteggia un efficace ritratto dei cimituristi: “passeggiano per i vialetti dei cimiteri come se fossero in un giardino, riconoscono piante, fiori e uccelli. Sostano davanti a una tomba, compiono piccoli gesti di pietà, strappano erbacce, raddrizzano un vaso di fiori rovesciato; ipotizzano genealogie e cercano di ricostruire vite sino a quel momento completamente estranee. Leggono gli epitaffi, apprezzano e meditano i più riusciti, colgono ingenuità e involontarie ironie. Contemplano i monumenti e la loro battaglia, perduta in partenza, contro la corruzione. A loro modo riflettono sul tempo, sul passato, sulla morte, sulla vita”. 

L’autore ci prende per mano, ci dà delle dritte, ci suggerisce una serie di cimiteri insoliti, sorprendenti, immancabili: le Catacombe dei Cappucini appena fuori dal centro di Palermo); il Cimitero degli Inglesi a Firenze, che oggi sembra una grande area spartitraffico ovaloide lungo uno dei viali che circondano il nucleo storico e che ispirò lo svizzero Arnold Böcklin per i suoi cinque  dipinti intitolati Die Toteninsel (L’isola dei morti): la prima e miglior versione è al Kunstmuseum di Basilea; la terza era appartenuta a Hitler, “una delle sue tante lugubri ossessioni”, annota Visentin); quello monumentale di Staglieno a Genova (Fabrizio De André); quello sull’Isola di San Michele a Venezia (che accoglie Ezra Pound, Iosif Brodskij, Igor’ Stravinskij, Emilio Vedova, Luigi Nono, ma anche il Mago Helenio Herrera). 

Insomma, fidatevi: Passeggiate nei piccoli cimiteri è un libro di piacevolissima lettura, una guida preziosa, originale, curiosa, in cui (sulla carta, in attesa di andarli ad annusare/ respirare sul posto) scopriamo luoghi, ma anche storie individuali che diventano etnografia e sociologia; sfioriamo gente “comune” e personalità della letteratura, delle arti e della politica. Leggiamo citazioni di ogni cultura ed epoca (dalla preistoria a Franco Arminio) legate al tema della morte; possiamo conoscere e confrontare atteggiamenti, abitudini, riti e usanze diverse che ogni etnìa e ogni confessione adotta nel ricordo dei defunti. 

Il mondo, conclude Visentin, “è un immenso cimitero. Su questa nostra terra hanno vissuto oltre 100 miliardi di uomini e donne; per ogni persona viva oggi, ci sono stati 15 morti in altre epoche” e prosegue: “Proprio perché i morti vivono in noi (…) è tanto più incomprensibile la recente rimozione della morte dal nostro orizzonte culturale. La morte è l’ultimo tabù, da quando il sesso è stato addomesticato, privato della sua oscura forza, banalizzato nella conversazione quotidiana. Della propria morte invece nessuno parla. D’altronde sono sempre gli altri che muoiono, è l’ironico epitaffio dell’artista Marcel Duchamp. 

Non riusciamo neppure più a nominare la morte, quasi avessimo smarrito le parole, sostituite da elaborati eufemismi (…). Fare spazio alla morte nella nostra vita vuol dire superare la chiusura dell’individuo, accettare la responsabilità della storia, venire a patti con la cultura e la civiltà. Per questo, pur nella sua programmatica leggerezza, la frequentazione dei cimiteri è un passo nella giusta direzione”.

La guida di Visentin mi ha accompagnato, qualche settimana fa, in vacanza a Minorca, dove una delle escursioni più interessanti da fare è quella al Lazzaretto, costruito tra il 1793 e il 1807 per volere del re Carlo III. Sorge su un isolotto prospicente la baia della capitale Maó ideato per ospitare, in rigida quarantena, chiunque volesse entrare in Spagna, difendendola così dalle epidemie. Imponente, quasi inaccessibile, protetto da due cerchie di mura, poteva accogliere migliaia di “ospiti”, il 99% dei quali ne uscì vivo e vegeto dopo la vacanza forzata. Naturalmente vi era stato allestito anche un grande cimitero, che fortunatamente si rivelò quasi del tutto inutile e che oggi, quasi surreale, accoglie non più di una decina di tombe. 

  • Il libro verrà presentato giovedì 29 agosto alle 18.30 alla Biblioteca cantonale di Bellinzona, viale Stefano Franscini 30a

Nell’immagine: antiche lapidi nel cimitero di Neggio


Così la Cisgiordania è ostaggio del terrore

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

JIT, CISGIORDANIA. La sera del 15 agosto gli altoparlanti della moschea di Jit non hanno chiamato i fedeli alla preghiera, ma i cittadini a difendere la città. Al tramonto un gruppo di cento coloni armati di pistole, M16 e bottiglie incendiarie ha fatto irruzione dall’avamposto di Havat Gilad e dagli insediamenti che circondano Jit, incendiando case, automobili e aprendo il fuoco verso gli uomini accorsi a difendere la città con le pietre.

Uno di loro, Rashid Sidda, 23 anni, è stato colpito al petto ed è morto. Jit è una città palestinese nel Nord della Cisgiordania occupata, dieci chilometri circa a ovest di Nablus. Una comunità di duemila persone circondata da avamposti e insediamenti illegali. Quella sera Rashid era a casa con tutta la famiglia e dopo la chiamata dell’imam è uscito con il fratello a difendere il villaggio. I coloni erano entrati in più direzioni dalle colline, tutti con le stesse uniformi nere e il volto coperto.

Nelle immagini delle telecamere di sorveglianza di alcune abitazioni alla periferia di Jit, si vedono gruppi di coloni assaltare le case e dare loro fuoco, altri che spaccano i vetri delle macchine per incendiarle. Altri ancora, dentro le abitazioni, che cospargono i mobili di benzina prima di darli alle fiamme. Rashid è stato uno dei primi ad accorrere, suo fratello Waseen racconta che fossec«vicinissimo, a meno di dieci metri dai coloni». Per difendersi non avevano armi. Così, mentre i più anziani cercavano di spegnere le fiamme con i secchi d’acqua e cercavano di proteggere i bambini, i più giovani lanciavano pietre. Poi gli spari.

Quando Rashid è stato colpito, suo fratello era accanto a lui, e ha cominciato a gridare che serviva un’ambulanza, ma per un’ora e mezzo non c’è stato modo di portarlo via. I soldati israeliani, che sono responsabili della sicurezza nell’area C, sono arrivati solo dopo un’ora e mezza. Quando all’ambulanza è stato concesso di arrivare a Jit era già tardi. Le uscite della città sono rimaste poi bloccate per ore e quando Waseem ha saputo della morte del fratello era già troppo tardi. «Mi hanno chiamato dall’ospedale, mi hanno detto: Rashid è morto. E io ho detto solo: non è possibile. Poi mi sono steso a terra, e ho pianto».

Le parole di Waseen sono confermate da tutti i presenti all’attacco, uno di loro Muawiya Sidda vive in una casa all’estremità di Jit. I coloni hanno rotto le finestre di casa sua e hanno gettato dentro una molotov. Quando è iniziato l’attacco sua moglie stava allattando la figlia di due anni. «L’esercito è arrivato tardi, e poi è rimasto all’ingresso della città. Noi non potevamo uscire e l’ambulanza non poteva entrare. Solo dopo due ore hanno sparato in aria per disperdere i coloni. Vogliono che ce ne andiamo via tutti».

L’aumento delle violenze dei coloni

L’attacco di Jit è solo l’ennesimo nella lista delle violenze senza precedenti di questi mesi. Dall’inizio dell’offensiva militare israeliana a Gaza, i numeri degli attacchi nei territori occupati sono aumentati drammaticamente. L’Onu ha documentato oltre 1. 000 attacchi dei coloni in Cisgiordania dall’inizio della guerra, con una media di quattro al giorno. È il doppio della media dello stesso periodo dell’anno scorso. I funzionari sanitari palestinesi affermano che 633 palestinesi, tra cui 147 tra bambini e adolescenti, sono stati uccisi dal fuoco israeliano e oltre 5. 400 sono rimasti feriti. Molte delle vittime sono state uccisi durante i raid militari israeliani nelle città ma i coloni hanno ucciso 12 palestinesi, tra cui due bambini, e ferito 234 persone, secondo Aida, un ombrello di organizzazioni no-profit che lavora nei territori occupati. Sempre secondo le Nazioni Unite nello stesso periodo di tempo sono stati uccisi diciotto israeliani. Le violenze dei coloni nei territori occupati non sono esplose in questi mesi, ma sono certamente aumentate notevolmente dall’insediamento del governo di estrema destra alla fine del 2022. Quello che è cambiato è l’aperto sostegno degli esponenti politici che ora sono membri del governo e che per anni hanno alimentato la violenza dei coloni e della “gioventù delle colline”.

Stavolta, a differenza delle precedenti, sia Netanyahu che alcuni dei suoi ministri si sono affrettati a condannare l’attacco. Più che un cambio di passo sembrano però animati dalla paura delle sanzioni. Lo scorso febbraio, infatti, con una decisione senza precedenti, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro quattro coloni responsabili di violenze contro i palestinesi. Pochi giorni dopo, il Regno Unito ha fatto lo stesso. Nonostante le condanne pubbliche, tuttavia, le autorità non sembrano avere fretta di trovare i colpevoli. Dei cento coloni che hanno partecipato all’attacco, solo quattro sono stati fermati, uno di loro è stato già rilasciato. Approccio che conferma i numeri di questi anni, l’impunità che si è fatta norma. Secondo i dati del gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din, il 97 percento dei fascicoli della polizia aperti nei casi di violenza dei coloni dal 2005 sono stati chiusi senza condanne.

La lettera del capo dello Shin Bet

Due giorni fa è stata diffuso il contenuto della lettera che Ronen Bar, capo dello Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna israeliana, indirizzata al primo ministro Benjamin Netanyahu, al procuratore generale e ai membri del governo, di cui fanno parte alcuni sostenitori dei coloni più estremisti. Bar, in carica dal 2021, ha detto di aver deciso di inviare la lettera «con dolore e grande paura, come ebreo, come israeliano e come funzionario della sicurezza», sul crescente fenomeno del terrorismo ebraico da parte dei “giovani delle colline”, perché pensa che la situazione sia ormai così critica e delicata per la sicurezza nazionale, che sia necessaria una svolta. La campagna terroristica, ha detto con parole di inedita forza, è «una grande macchia per l’ebraismo e per tutti noi».

Le parole di Ronen Bar rendono ancor più evidente la crepa tra l’apparato della sicurezza di Israele e l’ala più estremista del governo Netanyahu che non ha perso occasione negli ultimi anni, e in particolare dopo il 7 ottobre, per alimentare e infuocare la spirale di violenza dei coloni in Cisgiordania. «Questi non sono crimini – scrive – è un uso della violenza per creare intimidazione, per diffondere paura. Questo è terrore». E ha sottolineato come la violenza si sia «significativamente ampliata» perché non c’è stata – e continua a non esserci – una risposta della polizia e per la connivenza di alcuni leader nazionali. Il riferimento è chiaro. Uno è il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir che aveva già in passato chiesto il suo licenziamento del capo dello Shin Bet, che è responsabile delle forze di polizia e che a ottobre è stato immortalato mentre distribuiva fucili d’assalto ai coloni e l’altro è Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze con delega agli insediamenti. A maggio Smotrich, che vive nell’insediamento di Kedumim a soli 10 minuti di distanza da Jit, ha annunciato l’approvazione di altre 10. 000 unità abitative in Cisgiordania, e a giugno ha affermato che «sviluppare insediamenti ebraici è il solo modo per impedire uno Stato palestinese».

Smotrich è anche colui che, quando lo scorso anno i coloni attaccarono la comunità di Hawara in modo analogo a come hanno fatto a Jit, scrisse: «Penso che il villaggio debba essere cancellato. Penso che lo stato di Israele debba farlo, non la gente comune». Ronen Bar, da tempo critico sui toni dei ministri di governo che infiammano la violenza, guarda ai “giovani delle colline”, i figli degli insediamenti, che descrive come un focolaio di violenza contro i palestinesi, incoraggiati da «un segreto senso di sostegno da parte della polizia». Parole, quelle del capo dello Shin Bet, che confermano tutte le testimonianze dei palestinesi secondo cui la polizia israeliana chiude sistematicamente gli occhi sull’estremismo e la violenza dei coloni. Eppure, scrive Bar, «questi sono i nostri figli, siamo responsabili della loro istruzione, della loro legittimazione o della sua mancanza, di stabilire il percorso e i confini».

Una vita senza speranza

Al calare della sera Waseem cammina verso il cimitero dove è sepolto Rashid. Prima del 7 ottobre Waseem studiava informatica all’università Khadoury di Tulkarem, poi le forze armate israeliane hanno bloccato le strade d’accesso alla città e suo padre ha perso il lavoro. Il permesso che prima gli consentiva di entrare in Israele era ormai carta straccia. Così Waseem ha smesso di studiare. Prima del 7 ottobre aveva dei sogni, come tutti i ventenni: finire l’università, trovare un buon lavoro, avere una famiglia. «Niente di eccezionale, dice, quando hai poche alternative è così». Cioè ti abitui ad avere desideri e speranze proporzionate a quello che hai intorno. Per mesi Rashid, che era il primogenito, è stato l’unico a lavorare per tutti. Per sua madre, suo padre e i quattro fratelli «qualsiasi cosa, dal cibo alle bollette, passava da lui». Oggi sopra la tomba di Rashid ci sono una bandiera palestinese e la sua kefiah. Waseem prega, poi si siede su un blocco di cemento, e parla con lui, continua il loro dialogo interrotto. «Dopo la morte di Rashid ho perso la speranza. I primi giorni provavo tre sentimenti, rabbia, rancore e tristezza. Pensavo che sarei riuscito a sopravvivere a questa perdita, ma ora non lo so più». Quando era in vita Waseem pensava che suo fratello gli sarebbe sempre stato accanto. Oggi quando pensa a Rashid pensa al vuoto che lo accompagnerà per sempre. Il vuoto di un fratello, ucciso dai coloni, a cui non ha potuto dire addio.


Super ricchi, la concorrenza fiscale italiana sulle imposte di successione elvetiche

Il blitz ucraino ha stracciato tutte le «linee rosse» e smascherato le minacce vuote. E quella che doveva essere una prova di forza rivela solo le debolezze russe 

Di Leonardo Spagnoli, tvsvizzera.it

C’è una certa apprensione negli ambienti finanziari e tra i responsabili delle casse pubbliche della Confederazione in relazione alla proposta, avanzata dalla Gioventù socialista (GISO), di una maxi imposta di successioneCollegamento esterno a carico dei super ricchi per finanziare interventi in favore dell’ambiente.

L’iniziativa popolare, lanciata nel 2019, prevede che le e gli eredi dei vari “paperoni” residenti in Svizzera debbano versare la metà dei beni, oltre la cifra di 50 milioni di franchi, ottenuti in successione. Allarme tra i super ricchi

Una prospettiva che ha allarmato i vari Gianluigi Aponte (MSC), Ernesto Bertarelli (Alinghi e, in passato, Serono) e Peter Spühler (Stadler Rail) che attendono l’esito della futura votazione federale, ma intanto guardano con interesse a quanto sta avvenendo a sud della Confederazione.

Inasprimento tributario anche in Italia

Proprio negli scorsi giorni il Governo Meloni, a dire il vero, ha raddoppiato, da 100 a 200 milioni di euro, la tassa forfettaria annua su tutti i redditi prodotti dalle attività svolte all’estero dai super ricchi che decidono di trasferire la loro residenza in Italia.

Ma nonostante l’inasprimento tributario contenuto nel decreto omnibus varato una settimana prima di Ferragosto, l’agevolazione fiscale introdotta nel marzo 2017 continua ad avere una forza di attrazione nei confronti della categoria di contribuenti stranieri facoltosi.

Anche perché le condizioni quadro, negli ultimi anni, sono leggermente peggiorate in ambito fiscale in Svizzera. Dopo la soppressione del segreto bancario (per gli stranieri), Berna è stata costretta infatti a digerire, sempre su pressione dell’OCSE, anche la minimum tax con aliquota del 15% sugli utili delle imprese multinazionali che hanno un fatturato superiore a 750 milioni. Un balzello che di fatto ha ridotto il margine di manovra dei Cantoni, che hanno sempre fondato le loro politiche finanziarie sulla concorrenza fiscale.

Fibrillazioni tra i super ricchi

Interessante osservare a questo proposito che tra le personalità preoccupate dall’evoluzione in atto, confermata peraltro dal successo della campagna di raccolta delle firme (140’000) a sostegno dell’iniziativa popolare dei giovani socialisti (GISO) – indipendentemente da quello che potrà essere poi l’esito delle urne – c’è l’imprenditrice e parlamentare dell’Unione democratica di centro (destra) Magdalena Martullo Blocher.

La figlia del leader sovranista antieuropeo (ora in pensione) Christoph Blocher, ha recentemente ventilato sulla stampa la possibilità di lasciare, insieme ai suoi tre fratelli, la Svizzera qualora il progetto fiscale del movimento giovanile andasse in porto.

Sulla concorrenzialità del modello italiano, che in questo scenario contribuisce a esercitare pressioni su questa cerchia privilegiata di cittadini/e, concorda Samuele Vorpe, secondo il quale esso, diversamente dal regime svizzero, ha il pregio di permettere ai contribuenti stranieri che hanno aderito all’imposta sostitutiva forfettaria “di svolgere un’attività lucrativa”.

Un altro aspetto da non trascurare, insiste l’esperto fiscale ticinese, è dato dal fatto che il forfait fiscale italiano “prevede pure un’esenzione dell’imposta di successione e di donazione sui beni esteri”, che nella Confederazione varia da cantone a cantone.

La flat tax sui redditi all’estero

Dal 2017 le e gli stranieri che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia possono versare l’imposta sostitutiva forfettaria di 100’000 (e 25’000 per ogni familiare) su tutte attività lucrative svolte all’estero, indipendentemente dall’ammontare effettivo di queste. Gli eventuali redditi maturati in Italia vengono invece tassati secondo le norme ordinarie sull’imposizione delle persone fisiche. Il decreto omnibus approvato lo scorso 7 agosto dal Consiglio dei ministri ha innalzato la soglia del forfait a 200’000 euro.

Ma anche altri autorevoli commentatori sono dell’opinione che la mossa del ministro delle finanze Giancarlo Giorgetti alla fine non dovrebbe avere un effetto dissuasivo sui “paperoni” internazionali. L’imposta sostitutiva, indica il Wealth Report 2024 dell’agenzia Knight Frank citato recentemente dal Corriere della Sera, ha fatto affluire in pochi anni centinaia di super ricchi a Milano dove hanno acquistato attici da utilizzare come prima casa.

Circostanza che ha avuto un forte impatto sul mercato immobiliare meneghino dove si è assistito a un significativo incremento dei prezzi, soprattutto nel segmento degli appartamenti di lusso. Ma la stessa operazione Ronaldo, che nel 2018 è approdato per quattro anni alla Juventus, è stata dettata dal mutato quadro fiscale italiano.

Il problema è la certezza del diritto

Semmai, osserva in proposito il Financial Time, la decisione di raddoppiare la flat tax dopo pochi anni (per i nuovi residenti), più per l’entità effettiva dell’aggravio fiscale (che continua ad essere marginale per molti ultrabenestanti), può avere una certa rilevanza sull’immagine del Paese, spesso percepito come inaffidabile e mutevole sul piano normativo.

Del resto lo stesso istituto EU Tax Observatory, nel suo rapporto annuale sull’evasione fiscale, non ha esitato a definire questo regime preferenziale il più dannoso tra quelli in vigore nell’Unione Europea, fornendo così un assist a Giancarlo Giorgetti per intervenire sulla flat tax promossa a suo tempo dal Governo Renzi, che continua però, a suo dire, ad essere “interessante”.

Nei giorni scorsi il ministro leghista ha avuto però modo di precisare che Roma non intende partecipare a una gara “a chi crea condizioni fiscali più favorevoli”. Se inizia questa gara, ha aggiunto, “l’Italia, che ha spazi fiscali assai limitati, è destinata a perdere”.

Il fisco svizzero resta concorrenziale

In questo quadro la Svizzera continua ad essere un Paese estremamente interessante per attirare queste persone, osserva in proposito Samuele Vorpe, sia in merito al suo regime ordinario, sia a quello agevolato (imposizione secondo dispendio) per ricchi stranieri/e.

Il primo prevede infatti una tassazione massima del reddito che in media si fissa al 33%. In Italia invece l’aliquota più elevata è del 43%, una fazione che con le addizionali regionali può però sfiorare il 50%.

L’ imposizione secondo dispendio

L’imposizione forfettaria, detta anche imposizione secondo il dispendio, è un metodo di calcolo che si basa sullo stile di vita e sulle spese del contribuente in Svizzera e non sul suo reddito e sulla sua sostanza. Le persone tassate in base al dispendio non possono esercitare alcuna attività lucrativa nella Confederazione.

Nel 2021, con l’entrata in vigore delle nuove regole, il dispendio minimo preso in considerazione dall’erario cantonale e federale dovrà corrispondere almeno al settuplo (oggi il quintuplo) dei costi abitativi. Inoltre, solo le persone con un reddito minimo di 400 ‘000 franchi potranno beneficiare di questo privilegio fiscale per quanto riguarda l’imposta federale diretta.

Concretamente, uno straniero che in Svizzera acquista un appartamento del valore locativo mensile di 5000 franchi sarà tassato con la stessa aliquota degli altri contribuenti e sulla base di un reddito di 420’000 franchi (5000 x 12 x 7). Anche altre spese come macchine o aerei privati saranno sottoposte a una trattenuta fiscale.

Inoltre, nonostante i recenti inasprimenti normativi, l’imposizione secondo il dispendio, precisa sempre l’economista ticinese, “continua a costituire un istituto fiscale estremamente interessante per gli stranieri che in Svizzera non esercitano attività lucrativa, poiché possono continuare a non dover dichiarare i redditi di fonte estera senza commettere alcuna sottrazione d’imposta”.

Paperoni in uscita dalla City di Londra

E queste peculiarità elvetiche sono destinate a rafforzarsi nei prossimi anni, soprattutto dopo che il Governo del Regno Unito ha deciso di abrogare lo storico regime dei “resident but non domicilied” (res non dom) a partire dalla primavera del 2025.

È quindi verosimile, rileva in proposito l’economista ticinese, “che dei 68’800 contribuenti tassati nel Regno Unito con il regime res non dom, molti decidano di trasferirsi nella Confederazione per continuare a beneficiare di una fiscalità interessante”.

Una partita cui intende comunque partecipare anche Roma, pur con la sua flat tax raddoppiata. Anche se poi, numeri alla mano, la portata reale di questo regime fiscale privilegiato, resta marginale.

Proprio gli ultimi dati forniti dalla Corte dei Conti indicano che dal 2017 “solo” 1’186 benestanti stranieri/e hanno deciso di trasferirsi nel Belpaese aderendo alla proposta che ha generato un gettito di 89,8 milioni di euro (altri 75 milioni sono stati incassati dall’erario per i redditi generati da attività svolte in Italia). Sono invece circa 4’000 le e i “globalisti” residenti in Svizzera che vengono tassati in funzione del dispendio.