La crisi democratica che blocca l’Europa

 

Di Gabriele Segre, La Stampa

È forse arrivato il momento di considerare che non sia per ignavia o inettitudine se l’Europa rimane arroccata su un immobilismo da cui non riesce a scuotersi. In fondo,se ascoltiamo i dibattiti tra i suoi cittadini, che siano essi membri del Parlamento o di una chat su Facebook, è evidente ciò che più manca: un po’ di chiarezza. In un mondo instabile ed enigmatico come mai prima d’ora, ci scopriamo sempre più sprovvisti di una qualche bussola orientativa che ci permetta di interpretare e navigare il mondo.

Gli eventi più recenti in questa estate resa incandescente non solo dalle temperature sono l’esempio più evidente di questo nostro smarrimento. Al primo posto si colloca l’escalation in Medio Oriente, indecifrabile nelle sue mille frastagliature, tra accuse, minacce, incursioni e rappresaglie. A pari merito, i dubbi crescenti per la guerra in Ucraina, a cui abbiamo fornito armi per difendersi che vediamo ora adoperate per attaccare il territorio della Russia. Quella stessa Russia che avrebbe dovuto essere piegata dalle sanzioni economiche e che, invece, si ostina a sopravvivere, vendendo e comprando dal resto del mondo. Nel frattempo, scopriamo che le auto elettriche prescritte dai governi europei rischiano di tutelare le finanze cinesi ancor più che l’ambiente. E come non rimanere spiazzati di fronte alle forze radicali di sinistra che attaccano i leader progressisti accusandoli di essere pro-Israele, mentre i medesimi vengono marchiati dalle destre come pro-Hamas?

Quando poi anche i regolamenti dei Giochi Olimpici ci paiono opinabili, che certezze ci rimangono? La realtà concitata e in costante evoluzione di questo tempo si trasforma allora in un labirinto, in cui è facile perdere l’orientamento. Tutto ciò che ci sembra possibile sono timidi tentativi di movimento, ora in una direzione ora nell’altra, nella speranza di evitare l’ennesimo vicolo cieco. Ma il nostro sconcerto ha origine ben più antica di questo marasma contemporaneo: ancora prima di perderci nel labirinto, abbiamo dimenticato il motivo per cui ci eravamo entrati.

L’analisi del fenomeno vanta una lunga tradizione. C’è stato un momento nella nostra storia, in cui abbiamo avuto la certezza che i valori della democrazia liberale, incarnati dall’Occidente «a trazione americana», potessero estendersi a tutto il mondo. Abbiamo visto nella caduta del Muro di Berlino il segno dell’arrivo di un «Messia universale», attorniato dai suoi apostoli: benessere, libertà, pace, prosperità. Chi poteva resistervi?Eppure, le crociate con cui abbiamo provato a esportare questa profezia si sono rivelate fallimentari. È sorta così la madre di tutte le contraddizioni: la scoperta dell’esistenza di società «altre», fiere e vigorose, che fanno volentieri a meno dei nostri valori. Altrettanto disastrosa è stata la convinzione che questi stessi valori, una volta acquisiti, fossero finalmente eterni e non necessitassero più di essere coltivati. Aver creduto di aver raggiunto «la fine» del tragitto ha così cancellato «il fine» stesso del viaggio, facendoci dimenticare lo scopo per cui lo compivamo. L’arrivo del nostro «Messia» ha segnato davvero la conclusione del nostro tempo sulla Terra.

Senza redenzione però: questo «peccato originale» ha lasciato un vuoto di direzione e di capacità di azione. E i vuoti si riempiono, sempre. A colmare gli spazi creati dal nostro insuccesso esterno ci pensano ora i «Messia» degli altri, figli di ideologie e teologie che noi rifiutiamo con ribrezzo. Ci indignano e spaventano perché, nonostante la nostra confusione, abbiamo ancora anticorpi capaci di rigettare ciò che sentiamo estraneo e nocivo al nostro organismo valoriale. E questi «barbari moderni» portano con sé nuovi dubbi: non sappiamo bene chi siano o in nome di cosa agiscano veramente. Posto sempre che siano davvero barbari: nella fluidità della nostra epoca, da un giorno all’altro potremmo ritrovarci a chiamarli «partner commerciali» o perfino alleati.

Una confusione che non risparmia nemmeno le nostre convinzioni personali, lasciandoci soli nel tentativo di rimpiazzare il «fine» perduto con altri piccoli «fini» privati: propositi «millenaristici» che si esauriscono nello spazio di un mattino. Ma è quando riusciamo a voltarci indietro, confrontando le speranze di ieri con le incertezze di oggi, che le incongruenze delle nostre iniziative ci appaiono palesi. Così finiamo per porci la domanda che più ci sgomenta, perché sappiamo essere la medesima che attanaglia i governanti e i generali, a cui affidiamo il nostro destino: e adesso, che si fa?


Sergio Rossi – Per evitare una perdita di fiducia del cittadino

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Cosa fanno i lobbisti a Palazzo federale?

 

Di Pascal Sigg, Infosperber

Il giornalista della SRF André Ruch ha potuto accompagnare per settimane la lobbista Fabienne Thomas alle sessioni parlamentari nella Sala dei passi perduti, alle riunioni della campagna per il voto referendario, a un costoso pranzo con i membri del Parlamento. L’ex corrispondente parlamentare ha così potuto dare uno sguardo dietro le quinte della politica svizzera, realizzando il documentario “Lobbying im Bundeshaus“.

André Ruch, di recente si è parlato molto di lobbying in Parlamento. Perché ha voluto realizzare proprio questo film?

Come corrispondente parlamentare ho avuto modo di conoscere alcuni lobbisti. Ho notato che nell’atrio di Palazzo federale avvengono molte conversazioni tra lobbisti e membri del Parlamento. Ma non avevo idea di come e di cosa si discutesse. Ho voluto avvicinarmi e ascoltare con un microfono.

Molti hanno rifiutato la richiesta, ma una lobbista per la legge sull’elettricità ha accettato. Cosa l’ha sorpresa della conoscenza che ha ottenuto grazie a Fabienne Thomas?

Sono rimasto molto sorpreso da quanto sia intervenuta e da quanto siano stretti i suoi rapporti con alcuni parlamentari. Si è affermata come esperta e gode di un alto livello di credibilità. Riesce persino a preformulare testi giuridici e a suggerire ai politici dichiarazioni per i video pubblicitari .

Il documentario mostra anche che i politici sono del tutto dipendenti dalle lobby. Sono semplicemente sopraffatti?

Direi di sì. Un parlamentare deve conoscere i dettagli di numerosi settori specialistici. Nella politica della difesa, nella politica sociale… deve sapere cos’è un tubo flessibile a goccia (usato nell’agricoltura) e chi sta governando un determinato Paese. Non è possibile per una sola persona leggere tutti i documenti e conoscere tutti i dettagli che vengono discussi. In particolare, in ogni partito ci sono specialisti che conoscono bene determinati argomenti e che consigliano i loro colleghi di partito. E poi ci sono i lobbisti che colmano le lacune delle loro conoscenze.

Il giornalismo potrebbe anche offrire un approccio aperto a problemi politici complessi. Il Palazzo federale è in grado di farlo?

Non riesce mai a farlo a sufficienza. Il giornalismo sarebbe un possibile correttivo per tenere d’occhio i lobbisti e rendere trasparente il loro lavoro. Ma di solito arriviamo troppo tardi. Quando i giornalisti riferiscono di un accordo, di solito è già stato concluso. Noi giornalisti spesso aspettiamo le consultazioni, ad esempio. Ma non appena il Consiglio federale dichiara di voler affrontare un argomento, le lobby iniziano a lavorare e passano mesi a cercare di influenzare la nuova legge. Prima nel processo di consultazione, poi nelle commissioni parlamentari. Quando una proposta di legge arriva in Parlamento, di solito è un affare fatto. I giornalisti non possono guardare ovunque. Il giornalismo non può essere l’unico elemento di riequilibrio.

Ha potuto anche partecipare a un pranzo per i membri del Parlamento. Vino, cibo molto buono e costoso, tutto era gratuito. Lei ha chiesto se questo non fosse già un inizio di corruzione. Come cittadino, fin dove pensa che giunga il traffico di influenze?

Come cittadino, trovo che il lobbismo sia quantomeno discutibile. Ma allo stato attuale delle cose, è legale. Sarebbe sbagliato parlare di corruzione: oggi il lobbismo fa parte del sistema di milizia. Oggi è normale che i gruppi di interesse si contendano l’attenzione dei parlamentari con pranzi costosi. E che questi ultimi ricevano mandati e gettoni di presenza dai gruppi di interesse.

Secondo lei, cosa deve essere cambiato?

L’alternativa a un parlamento di milizia sarebbe un parlamento di professionisti. Probabilmente funzionerebbe quasi allo stesso modo: Ogni consigliere avrebbe uno staff di consulenti che analizzerebbe e preparerebbe gli affari importanti. Se questo sia meglio della consulenza di vari lobbisti resta da vedere. Indipendentemente dal sistema utilizzato, ciò che potrebbe essere d’aiuto sarebbe la trasparenza. Sappiamo poco di chi entra ed esce dalla Sala dei passi perduti.

Il suo servizio mostra infatti che essere presenti nella Sala dei passi perduti è molto importante.

Sì, i parlamentari sono autorizzati a rilasciare due badge di accesso a chi desiderano, ed esiste un elenco pubblico dei beneficiari. Ma possono anche invitare ospiti e visitatori giornalieri: è così che molti lobbisti entrano nella Sala dei passi perduti. Di questi ospiti non viene tenuto un elenco, anche se sarebbe molto semplice. Anche questo elenco dovrebbe essere trasparente. Penso che se il Parlamento fa affidamento sui lobbisti, si dovrebbe consentire l’accesso al maggior numero possibile di lobby diverse, in modo che sia rappresentato il maggior numero possibile di gruppi di interesse. C’è ancora spazio per migliorare la trasparenza.

Il 45enne André Ruch lavora nel giornalismo da oltre 25 anni. Dal 2018 al 2023 è stato redattore del Parlamento federale presso la SRF. Dal gennaio 2024 presenta il programma per i consumatori “Kassensturz”. Contribuisce anche alla rubrica di documentari “SRF Reporter” e vuole continuare a concentrarsi sulle questioni federali

Nell’immagine: la lobbista Fabienne Thomas in azione (dal documentario SRF)


Ucraina, la ferita al cuore della Russia

 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Per cogliere l’effetto dell’incursione ucraina in Russia c’è un solo indicatore vero: la faccia di Putin durante le riunioni del gabinetto di guerra. Autoritratto di un leader che stenta a trattenere — almeno in pubblico — l’ira per l’incompetenza dei suoi apparati, sorpresi con la guardia bassa dalla mossa del cavallo escogitata da Zelensky e dai suoi consiglieri/controllori americani e britannici. Non proprio faccia da poker, a smentire gli stereotipi che in quanto spia lo vogliono “pesce freddo”.

Poco ma sicuro: a tempo debito — Putin detesta reagire a caldo perché teme di finire a rimorchio degli eventi — molte delle teste sedute intorno al suo tavolo salteranno. L’alternativa, oggi assai improbabile, è che salti la sua. Come salterebbe forse quella di Zelensky se l’avanzata volgesse in rotta, con il sacrificio delle migliori fra le truppe ancora a disposizione per non crollare nel Donbass.

Se anche gli ucraini fossero respinti oltrefrontiera nel giro di qualche settimana la violazione del territorio patrio è una ferita che resterà profonda nel cuore dei russi. Uno sguardo a Telegram e agli altri canali con cui in Russia si diffondono le proprie opinioni misura lo sconcerto della popolazione.

I brani delle riunioni d’emergenza al Cremlino trasmessi dalla tv, per quanto editati, provano che il regime sente la pressione al punto di mettere in piazza il suo nervosismo, come quando Putin interrompe il governatore di Kursk perché snocciola il numero delle località occupate (il 13 agosto 28) e altri dettagli militari. Qualcuno vorrebbe spingere il presidente a scatenare la guerra fuori tutto. Gestire una nuova mobilitazione, pur parziale, sarebbe però un’operazione ad alto rischio.

L’apertura del fronte di Kursk conferma una tendenza tipica di molti conflitti: quando i contendenti sentono avvicinarsi la resa dei conti, la sparano grossa. In ogni senso. La propaganda tocca il culmine. Tutto è bianco o nero. Gli eserciti cercano di spingersi il più avanti possibile. Obiettivo: incrementare il capitale spendibile al tavolo negoziale.

Quasi tutti danno per scontato che dopo le elezioni americane si tratterà sul serio, forse sopravvalutando l’impegno e le capacità di Trump o di Harris. Resta il fatto che questo è l’orizzonte immediato su cui ragionano Putin e Zelensky. Ed è su questo che conviene orientarsi. Vale specialmente per noi italiani e per gli altri europei finora (auto)esclusi da qualsiasi ruolo politico, ridotti a fornitori di armi su cui non abbiamo controllo.

È il momento di stabilire quel che possiamo volere e farlo valere non tanto per accelerare la sospensione della guerra — qui possiamo men che poco — quanto per prepararci al dopo. Quando i disastri strutturali — umani, geopolitici ed economici — finora nascosti dalle opposte propagande verranno al pettine. Per esempio, come gestire il dopoguerra nell’Ucraina libera dai russi, per evitare che diventi un buco nero percorso da bande criminali. Un’enorme appendice dei Balcani, ad aggravare instabilità e contendibilità dello spazio che divide l’Italia dalla Federazione Russa.

Nel dopoguerra l’Ucraina dovrà recuperare il minimo di soggettività necessario a difendere i propri interessi. Oggi dipende totalmente da quelli altrui. Dalla disponibilità americana ed europea a rifornirla di armi e soldi. Da Stato in via di fallimento, se non fallito, deve risalire verso quel grado di sovranità senza di cui resterà sempre esposto alle intenzioni di chi vuole usarlo per i propri fini.

L’Ucraina è stata integra e relativamente indipendente dal 1991 al 2014. Non lo è più. L’obiettivo dei prossimi dieci anni è tornarlo davvero, anche a costo di perdere di fatto parte del territorio canonico cui mai rinuncerà in punto di diritto. Ciò di cui i dirigenti ucraini sono da tempo coscienti e di cui trattano con gli interlocutori amici e/o rilevanti, ma evitano di esporre in pubblico.

Il compromesso territoriale è fattibile. Al netto delle aree russe oggi penetrate dall’incursione ucraina, l’attuale linea del fronte lascia infatti alla Russia spazi abitati quasi interamente da russi, filorussi o opportunisti. All’Ucraina una geografia umana meno disomogenea di prima.

Il punto critico è lo status dell’Ucraina ridotta forse di un quinto del territorio e di metà degli abitanti che aveva nel 1991 (da 51 milioni a 25). Kiev pretende una garanzia di sicurezza da Washington e alleati. L’esperienza di questi anni, con americani, britannici e altri nordici che a parole spingevano gli ingenui leader ucraini verso la Nato mentre nei fatti precostituivano l’impossibilità di ammettervela scoprendo all’uopo l’informalità delle istituzioni e la precarietà della locale democrazia, non promette bene.

Rimane a Kiev l’avvio delle procedure di adesione all’Unione Europea, ottenuto in deroga alle regole d’ingaggio opposte da Bruxelles agli aspiranti consoci balcanici, serbi in testa. Prospettiva necessaria per convogliare risorse senza cui non è possibile concepire la riabilitazione di un Paese semidistrutto non solo materialmente — specie nelle infrastrutture energetiche — ma soprattutto nella componente umana. Con 25 o anche 30 milioni di ucraini non si ricostruisce la patria battezzata dai 51.

Caveat finale, da soci fondatori della famiglia comunitaria: meglio non fidarsi troppo delle promesse europee. Difficile non intravvedervi un fondo di cinismo. I costi dell’ammissione di Kiev sono insostenibili per l’Ue nella configurazione geopolitico-finanziaria vigente. Il tasso di solidarietà con le vittime dell’Orso è e sarà in calo fisiologico. Il tempo contro l’Ucraina, l’Ucraina contro il tempo.

Nell’immagine: soldati ucraini nella regione di Kursk


Khamenei temporeggia per logorare Israele

 

Di Domenico Quirico, La Stampa

La frase era chiara: «L’attesa fa già parte della punizione di Israele». Raramente un piano di guerra è stato enunciato pubblicamente in modo più breve aderente incisivo. Hassan Nasrallah è una delle menti più lucide, e quindi più pericolose, del vicino Oriente. Eppure le sue parole sono state commentate con geopolitici sghignazzi, anche d’autore: ecco, vedete, il capo di Hezbollah e il suo padrone Khamenei hanno paura, prendono tempo, minacciano a chiacchiere perché sanno che sono impotenti a vendicare lo schiaffo della uccisione a Teheran del capo di Hamas… E poi con il passare dei giorni un fiorire di annunci, rivelazioni, voci autorevoli per esaminare scrutare pesare alla ricerca dei motivi occulti e dei reconditi scopi che muoverebbero l’Iran e i suoi clienti dell’anello di fuoco attorno a Israele a colpire un giorno piuttosto che un altro. Giorno che finora si allontana differisce sfuma.

Proviamo a credere a ciò che ha detto Nasrallah, ovvero che la strategia sciita consista proprio nella imposizione della attesa, nell’apparizione voluta, imposta dagli iraniani di un tempo depotenziato, fisso in un eterno tormentoso presente, immobile usura. È il superamento del tempo della guerra nella sua duplice profondità del prima e del poi. Israele e i protagonisti delle guerre classiche capitalizzano vittorie e anche disfatte come il sette ottobre. Da questa capitalizzazione, non importa se gloriosa o dolorosa, traggono buon parte della energia necessaria per continuare a battersi. Il tempo tradizionale della guerra presuppone una datazione, una sequenza esplicita: attacco di Hamas, rappresaglia di Israele, raid clamoroso a Teheran, vendetta e poi vendetta della vendetta.

Ma qui niente di simile. Niente ora X. Niente apocalisse di droni. O attentato. Niente contrattacco punitivo sulle centrali atomiche iraniane. Non ci sono battaglie da datare, peripezie, raid, atrocità da denunciare all’Onu. Tra qualche mese sarà perfino difficile dire: È successo il giorno… perché è difficile sgattaiolare da questo tempo morto, da questo tempo temporeggiatore e ubiquo, da questa temporalità astratta che è evidentemente la guerra che gli iraniani vogliono. L’unica che converrebbe loro, l’unica che potrebbero vincere.

L’ Iran può semplicemente continuare a mantenere la pressione su Israele come fa dal sette di ottobre dopo l’attacco di Hamas. Non deve firmare nessun attacco esplicito perché sa che lo condannerebbe a una gigantesca rappresaglia forse non solo israeliana, lo trascinerebbe in una guerra in cui ha solo da perdere (almeno fino a quando non disporrà dell’atomica). Il fronte sud in Palestina ha già fruttato molto, «Tzahal» da dieci mesi è insabbiato in una guerra totale, sanguinosa e sterile, che lo ha isolato dalle opinioni pubbliche senza aver estirpato il problema. L’enormità del non vincere esiziale per quello che si definiva un esercito perfetto. Una parte degli israeliani, destinata ad allargarsi con il trascorrere del tempo, è di fronte a un dubbio che li lascia senza fiato: e se per la prima volta l’ebreo non fosse lui? Se il perseguitato il martire fosse l’altro? Se il vero ebreo della nuova Storia fosse il suo nemico, il palestinese?

Poi c’è il nord, il Libano di Hezbollah. Una parte del territorio israeliano è stata abbandonata sotto lo stillicidio dei bombardamenti quotidiani da oltre frontiera, che peraltro non scavalcano mai la soglia «dell’ordinaria amministrazione», sono goccia non bufera proprio per non scatenare una rappresaglia «anormale». Ma bastano per disorganizzare. Passano i mesi, le crepe sotterranee nella politica e nella società di Israele si allargano forse più in fretta di quelle che noi desideriamo nell’ordine degli ayatollah, l’economia di un paese sviluppato e moderno è più fragile se sottoposta all’usura di una popolazione mobilitata e sempre più insofferente. La società reagisce con calma e determinazione finora.

Nel breve periodo certo, ma le guerre grosse di Israele sono durate poche settimane, una addirittura solo sei giorni. Gli israeliani sono troppo occidentali, questo è il loro punto debole. Questa è un terra di millenni. È un mondo in cui nessuno, soprattutto i fanatici, ha fretta. Ciò di cui dovrebbero aver paura è sentire il passare di giorni in cui non succede nulla di enorme ma anche di liberatorio, in cui il tempo sembra incastrato dal sette ottobre, e che essi possano essere un episodio. il loro punto debole è di essere la Storia, con le sue approssimazioni geniali, di essere la ragione dell’Occidente. Rischiano di essere sconfitti di fronte al fiume millenario della attesa orientale, dello scorrere vuoto del tempo. L’egiziano Nasser una volta disse: impiegheremo mille anni ma cacceremo gli ebrei, e non era un jihadista o un fanatico sciita. Non sono i missili o i droni o la diplomazia araba che asserve l’Occidente comprandolo che devono spaventarli: semmai il sentirsi provvisori, di avere l’aleatorietà della Storia contrapposta al mito, al perenne.

Pensate, se volete un esempio della tattica temporeggiatrice dell’Iran, alla corrida, che è un lento affievolire il toro prima di arrivare al «descabellar», all’ucciderlo quando è moribondo. Prima è un lungo lavoro di «picar»e di «banderillas». E di «quite», uno dei grandi momenti della corrida, l’atto di portar via, di distrarre il toro. A questo sono impiegati Hezbollah, gli Huthi, Hamas.

Ad aver bisogno disperatamente di un attacco iraniano è Netanyahu. È lui che lo cerca, lo invoca, ha appeso il suo futuro a questo duello finale non più con i complici ma con il vero nemico, Teheran, trascinando nella mischia anche l’incerto, balbettante alleato americano. Per i guardiani della rivoluzione, invece è vitale resistere alla tentazione, pazientare, inchiodare Israele alla lenta, invisibile agonia del giorno dopo giorno. Imitare quei rivoluzionari francesi che spararono agli orologi per esser sicuri di sospendere e rovesciare il corso di un tempo che sapevano sarebbe stato sempre il tempo del più forte, cioè di Israele.


La politica degli affari del re di Bioggio

 

 

Quando, lo scorso 14 di aprile, è brillantemente rieletto sindaco di Bioggio, Eolo Alberti è coerente con il nome che porta: ha il vento in poppa. La sua lista Lega/UDC-Libertà e Trasparenza ha ottenuto quasi il 50% dei voti e possiede la maggioranza assoluta (4 seggi su 7) dell’esecutivo comunale. Nel comune del Malcantone l’opposizione, anche in Consiglio comunale, è sempre più marginale e Alberti, più che un sindaco, assume le sembianze di un signorotto locale capace di governare il suo feudo come meglio gli pare. Un dominio assoluto che, però, proprio in quei giorni di aprile, nei meandri nascosti dove politica e affari si incontrano discretamente, comincia ad affievolirsi.

La recente carcerazione del sindaco, resa nota dalla RSI, confermata poi dal giudice dei provvedimenti coercitivi, non è che l’ultimo tassello di una vicenda dagli aspetti ancora tutti da chiarire. Una cosa è però certa: il caso mette in luce un’imbarazzante sovrapposizione tra attività politica e interessi privati. Il tutto in un settore altamente redditizio come quello della sanità. Al di là dei fatti penalmente rilevanti – per i quali, per Alberti e per le altre persone coinvolte, vale naturalmente la presunzione d’innocenza – il caso mette in evidenza una versione tutta nostrana dell’intendere la politica: più che “cosa pubblica”, una “cosa nostra” con cui spartirsi poltrone e affari.

Subappalto di anestesisti

I fatti che hanno portato all’arresto di Eolo Alberti ruotano attorno alla Hospita Suisse Anesthesia Care SA, società con sede a Bioggio che di fatto ha subappaltato per anni le prestazioni sanitarie, in particolare nell’ambito dell’anestesia, ai pazienti degenti nelle cliniche private ARS Medica di Gravesano e Sant’Anna di Sorengo. Entrambe le strutture fanno parte di Swiss Medical Network, potente gruppo ospedaliero privato svizzero nelle mani del barone della sanità privata Antoine Hubert e del suo socio francese Michel Reybier.

A fondare la società ticinese, nel 2014, è il dottor Claudio Camponovo, responsabile del servizio di anestesia della clinica Ars Medica. Al suo fianco, come direttore amministrativo, viene chiamato nel 2016 Eolo Alberti, giurista di formazione e già proprietario (poi sostituito dalla moglie) di una piccola società attiva nella realizzazione e la progettazione di sale operatorie e nella gestione in service di ospedali: la MHS Medical Service Suisse SAGL di Cimo, oggi in liquidazione.

Negli ultimi tempi, però, i legami tra Camponovo e Alberti si sarebbero increspati. Da un lato poiché, come reso noto dalla RSI, Swiss Medical Network ha da qualche tempo deciso di reintegrare al suo interno il personale della stessa Hospita, privando così la società del suo principale cliente. Poi vi è il conflitto tra azionisti reso noto dal Corriere del Ticino che conferma pure il fatto che lo stesso Camponovo si è costituito accusatore privato nell’inchiesta penale che riguarda il sindaco di Bioggio.

La nomina nell’EOC

Nell’autunno del 2023, il Consiglio di Stato decide di nominare Eolo Alberti nel CDA dell’Ente ospedaliero cantonale (EOC). Per accettare la nomina Alberti deve però dimettersi dal Gran Consiglio, sui banchi del quale siede dal 2019. Le due cariche, infatti, non sono compatibili per legge. Così come non è compatibile la funzione professionale di Alberti, di fatto operativo per una società, la Hospita Suisse Anesthesia Care, che dipende da una struttura ospedaliera concorrente dell’ente ospedaliero pubblico. Per questo, con effetto al 31 ottobre 2023, Alberti si dimette da Hospita affermando che non sarà più occupato in altro ruolo all’interno di questa società né nella relativa società madre, la Hospita Suisse Medical System SA, anch’essa di Bioggio. Società madre della quale lo stesso Alberti deteneva delle quote azionarie che sono però state cedute, come si afferma nel messaggio del Consiglio di Stato relativo al rinnovo del CDA dell’EOC dello scorso 18 ottobre. Allo stesso tempo, la moglie di Alberti – consigliera comunale per la Lega a Bioggio – ha lasciato la funzione di membro ricoperta nella società madre nonché quella in un’altra azienda attiva nell’ambito sanitario, la MHS Medical Hospital System di Cimo.

A questo punto, sorge un primo interrogativo. Un posto di membro nel CDA dell’EOC porta ad un guadagno tutto sommato modesto, 14.400 franchi più le indennità di seduta. Per questa posizione, Alberti non solo rinuncia al mandato di granconsigliere, ma sia lui che la moglie devono lasciare l’impiego e le cariche delle società della galassia Hospita. Da un punto di vista finanziario, la scelta non sembra pagante. Insomma, chi gliel’ha fatto fare? O, detta altrimenti: che cosa aveva da guadagnarci?

Un affare immobiliare

In primavera, in concomitanza con la sua rielezione a sindaco, alcune voci sul ruolo di Alberti in seno alla Hospita hanno iniziato a girare a Bioggio e dintorni. C’è chi afferma che, in qualche modo, Alberti avrebbe ancora un ruolo di peso nella società. La cosa è difficile da provare anche se la presenza della moglie del sindaco nei locali della Hospita non è passata inosservata. Ciò non basterebbe però a giustificare i sospetti di reato di amministrazione infedele e appropriazione indebita indicati dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli. I dettagli non sono noti, anche se sulla stampa si è parlato in questi giorni di travasi di denaro tra alcune società. Una tesi che sembra essere compatibile con una vicenda correlata di cui nelle scorse settimane si è discusso nel Basso Malcantone.

A Bioggio, in zona rotonda delle Cinque Vie, laddove c’era una carrozzeria si sta costruendo un capannone dove si insedierà una nuova Migros, il sindacato OCST e altre attività commerciali. La società che ha portato avanti il progetto, e che possiede il fondo, è l’Immobiliare 5 Vie SAGL, di Cimo. I suoi rappresentanti e proprietari erano un residente nella stessa frazione di Bioggio, vicino di casa di Alberti nonché unico membro della società in cui era operativa la moglie del sindaco (la MHS Medical Hospital System) e… il dottor Claudio Camponovo. A Bioggio e dintorni c’è chi dice però che a tirare le fila possa essere stato lo stesso sindaco, in sostanza socio o ex socio di entrambi. Un’interpellanza su questo progetto immobiliare è stata depositata a fine aprile dall’ex sindaco e consigliere comunale del Centro, Mauro Bernasconi.

Il progetto immobiliare, però, avrebbe generato dei costi suplementari, dovuti alla bonifica dei terreni inquinati. Ed è qui che ci potrebbe essere stato un flusso di denaro illecito dalla Hospita verso l’immobiliare con conseguenti debiti per la società medica. Come detto, si tratta di un’ipotesi. Certo è invece che a fine maggio, Claudio Camponovo ha lasciato questa immobiliare e che la totalità delle azioni della società è stata acquisita da un’altra azienda facente capo alla famiglia Quadroni. Quest’ultima controlla già buona parte degli stabili industriali della piana di Bioggio e adiacenti al progetto Cinque Vie. Nel frattempo il cantiere continua, sotto la supervisione di un architetto che altri non è che un nuovo municipale UDC* di Bioggio, responsabile dell’edilizia privata.

L’inciucio dei procuratorie una nuova misteriosa società

Nelle ultime settimane, le voci su possibili attività illecite di Alberti, oltre che alla magistratura, sono giunte anche alla Lega. Il profilo affaristico del sindaco di Bioggio non piaceva a tutti, tanto che lo stesso presidente del CDA dell’EOC, il leghista Paolo Sanvido, ha affermato in questi giorni di non avere appoggiato la sua nomina per ragioni d’incompatibilità e di conflitto d’interesse. Resta da capire perché il Consiglio di Stato ha invece proposto e avallato una scelta che appariva di per sé già controversa. Ma questo è un altro discorso che il Governo dovrà affrontare in risposta all’interpellanza presentata dall’MPS, partito che in occasione della nomina del cda dell’EOC aveva chiesto il rinvio della trattanda per la candidatura giudicata “improponibile” di Alberti.

Un ruolo nella strada che ha portato all’apertura dell’inchiesta penale potrebbe averlo avuto anche la granconsigliera Sabrina Aldi, ossia colei che per qualche mese ha preso il posto di Alberti in seno alla Hospita dopo la partenza del sindaco di Bioggio per l’EOC. In primavera, la Aldi era finita al centro dei riflettori proprio per una vicenda riguardante la Hospita, anche se slegata dal contesto medico. Al centro della vicenda vi era l’elezione a procuratore pubblico di Alvaro Camponovo, avvocato con poca esperienza ma proposto come candidato di punta da parte della Lega. Alvaro Camponovo non è altri che il figlio del dottor Claudio Camponovo, ossia del superiore diretto della Aldi, deputata leghista in Gran Consiglio e vicepresidente nella Commissione giustizia e diritti. Quella cioè che è chiamata ad avallare le proposte di nomina dei pp e indirizzarle al parlamento.

Il conflitto d’interesse, rilevato da laRegione, suscitò un polverone. Per Sabrina Aldi, i giorni che hanno portato alla nomina di Alvaro Camponovo sono stati carichi di tensione. Sul Mattino della Domenica, in un corsivo dal titolo “Basta inciuci!” si è scritto: “Spiace dover costatare che negli ultimi tempi anche alcuni – per fortuna pochi – esponenti leghisti si sono prestati alle pratiche inciuciose”. Sabrina Aldi si è poi dimessa da capogruppo. Possibile che non abbia accettato però di passare per la sola inciuciona di un partito, la Lega, sempre più incline agli affari anziché a risolveri i problemi della cittadinanza. Poco dopo, il 17 di aprile, Claudio Camponovo lascia la Hospita Suisse Anesthesia Care SA e, un mese più tardi, la società del progetto immobiliare alle 5 Vie.

Da sottolineare, infine, che il 30 aprile scorso, negli uffici della fiduciaria e deputata PLR Cristina Maderni viene costituita una nuova società, la Swiss Anesthesia Solutions SA. Quest’ultima propone servizi di anestesia, simili insomma a quelli proposti dalla Hospita. Chi si cela dietro a questa nuova azienda pronta a conquistare fette di mercato? Sabrina Aldi e Claudio Camponovo….**

È così che in quei giorni a cavallo tra aprile e maggio i dubbi sul ruolo di Eolo Alberti, appena rieletto sindaco, cominciano a circolare. Da re del vento a nano da giardino sacrificabile sugli altari delle poltrone e degli affari, il passo è breve.

 

*Inizialmente abbiamo scritto che si trattava di un rappresentante della Lega. Ci scusiamo per l’errore.

** Il testo è stato modificato dopo avere ricevuto conferma documentata che dietro la Swiss Anesthesia Solutions SA c’è davvero Sabina Aldi e Claudio Camponovo

 

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Kursk, uno smacco (provvisorio?) per Putin

 

Dal nostro corrispondente da Mosca

È passata ormai più di una settimana dall’inizio dell’offensiva ucraina nella provincia di Kursk e il pessimismo che da tempo aleggiava sulle possibilità di Kiev di riprendere l’iniziativa militare sembra dissolto. Non si tratta, come ormai è evidente, di un’operazione di alleggerimento o diversione, ma di un’azione militare che ha anche chiaramente degli obiettivi politici: Zelensky vuole far riprendere fiducia agli scettici alleati occidentali e giungere alla stagione del fango e alle elezioni americane in una situazione meno compromessa e più aperta.

Dieci mesi fa la situazione sembrava per gli ucraini vicina al collasso. Le forze di terra di Kiev avevano esaurito la loro controffensiva a Sud. Allo stesso tempo una controversa proposta di legge per estendere la mobilitazione si era arenata nel parlamento ucraino, mentre la carenza di manodopera del Paese si faceva sentire. 

Tuttavia, secondo Mick Ryan, generale americano in pensione che ha seguito da vicino e sin dall’inizio l’evoluzione del conflitto, “negli ultimi sei mesi la Russia non è riuscita a capitalizzare questa convergenza di aperture. Ha lanciato attacchi aerei e missilistici contro la rete elettrica ucraina e ha terrorizzato i civili. Tuttavia le forze di terra russe sono riuscite a conquistare solo piccole porzioni di territorio. Complessivamente la quantità di territorio conquistato dalla Russia dal gennaio 2024 ammonta a circa 932 km quadrati, un’area grande circa due terzi della città di New York”. Un’area significativa ma che non ha certo entusiasmato il Cremlino.

Questo non significa che a Kiev possano dormire sonni tranquilli, come dimostrano i massicci bombardamenti di questi giorni sulla capitale. Le forze di Mosca non hanno concluso la loro offensiva. Continuano ad attaccare su più fronti sul terreno e a bombardare le infrastrutture ucraine dall’aria. Malgrado ciò, come nel caso dell’Ucraina nell’estate del 2023, l’offensiva russa potrebbe aver superato realmente lo Zenith ed essere in fase calante. 

Ciò vuole dire che con “l’operazione Kursk” stiamo assistendo a una ripresa di forza e di credibilità di Zelensky rispetto al suo popolo? È presto per dirlo anche perché non tutto dipende solo da lui: il pallino per ora resta a Mosca, anche se non più saldamente come sembrava.

Come sostiene ancora Ryan, “nonostante le enormi perdite di soldati e di equipaggiamento, l’esercito russo rimane straordinariamente pericoloso. Sta producendo missili e razzi a lungo raggio che possono piovere sulle infrastrutture ucraine. Ora è in grado di compensare le proprie carenze rifornendosi di armi dai suoi partner iraniani e nordcoreani. Mosca può acquistare dalla Cina tecnologie a doppio uso – beni che hanno scopi sia civili che militari, come i microchip”. 

In questo quadro il governo ucraino può tuttavia rimandare almeno per un po’ l’idea di una trattativa frettolosa e pasticciata con la Russia, che porterebbe inevitabilmente a disastrose concessioni territoriali, eventualmente anche a una spaccatura verticale nella società, un po’ come avvenne quando l’Irlanda fu costretta nel primo dopoguerra, dopo una lunga lotta per l’indipendenza, a concedere agli inglesi il controllo dell’Irlanda del Nord. 

Da parte russa, in questo momento il bicchiere appare già più mezzo vuoto che mezzo pieno. L’attacco su Kursk ha avuto un effetto demoralizzante. I mass-media di Mosca sono rimasti spiazzati dall’inaspettata offensiva ucraina e hanno dovuto rapidamente cambiare narrazione, insistendo sulla partecipazione britannica alla pianificazione dell’azione da parte ucraina. Putin ha riunito i suoi, ma ha atteso alcuni giorni per dichiarazioni significative; come quella di ieri, quando ha affermato che Kiev si illude se spera di rafforzare la propria posizione negoziale per una trattativa che Mosca, ha sottolineato, nemmeno prende in considerazione. 

Eppure per i russi la provincia di Kursk ha un significato simbolico particolare. A Kursk si combatté una delle battaglie decisive dall’Armata Rossa contro uno degli ultimi tentativi di offensiva tedesca nel 1943. Non ha l’importanza di Stalingrado, ma poco ci manca. 

“Gli ufficiali di Putin – ci racconta un conoscente appena giunto dalle zone dei più aspri combattimenti degli ultimi giorni – stanno cercando di infondere lo stesso tipo di carica che provocò lo scontro della Seconda Guerra Mondiale incitando le truppe alla “guerra contro l’invasore” ma con risultati per ora modesti. Nessun soldato russo crede veramente che gli ucraini vogliano occupare o addirittura annettere quella porzione di territorio”. 

La gran parte dei russi in questo periodo sta gustando gli ultimi scampoli della breve estate nelle dacie o, per chi ne ha le possibilità, nei resort della Turchia e della Thailandia, e tutto hanno in testa meno che rispondere alla mobilitazione.

“Da quando a Kursk è stato dichiarato lo stato di emergenza – rivela inoltre il nostro interlocutore – il controllo del territorio ancora in mano russa è passato dall’amministrazione civile all’FSB, i servizi segreti, che stanno cercando in tutti i modi di reclutare per i combattimenti tutti gli uomini della zona, ma anche qui senza risultati apprezzabili. Anzi molti, con le famiglie, stano cercando rifugio in altre città del centro e del nord della Russia, in particolare da parenti e amici”. Un piccolo esodo dove si caricano in macchina spesso poche cose essenziali sperando di poter tornare a breve alla propria vita nei luoghi dove si è sempre vissuti. “Più che voglia di combattere, tra queste persone c’è rassegnazione per una guerra che si era promesso sarebbe durata poco e si sarebbe conclusa con una brillante vittoria e di cui ora si stenta a vedere una logica”, conclude il nostro conoscente, che per ora ha trovato un alloggio di fortuna a Mosca: città dove il lavoro si trova velocemente ma dove l’inflazione sta continuando a erodere i salari.

Se il pieno controllo delle operazioni da parte dei servizi di intelligence russi dovesse diventare completo ed effettivo nei prossimi giorni, ci potremmo trovare di fronte a una nuova sterzata nella tattica militare del Cremlino. Alexander Bortnikov, il direttore del FSB, è considerato un silovnik (un duro) che ha sempre considerato essenziale la presa ferrea dei servizi sull’esercito ai tempi di Stalin e che la ritiene giustificata anche in condizioni storiche diverse. Tuttavia, allo stesso tempo, l’intervento massiccio e in profondità sul territorio dei servizi russi potrebbe indicare che la leadership ha smesso di fidarsi del capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov. Il generale aveva garantito che lo sconfinamento delle forze armate ucraine su territorio russo sarebbe stato schiacciato nel giro di un paio di giorni, ma ora è evidente che ci sarà bisogno di più tempo e con la concentrazione di maggiori forze, probabilmente di reparti corazzati di eccellenza. 

È improbabile che ora vengano intraprese azioni repressive contro tutto il corpo dello stato maggiore, dopo le decapitazioni al vertice del Ministero della Difesa seguite alle accuse di corruzione contro alcuni dei suoi principali dirigenti: tuttavia, risulta evidente che a questo punto Putin non possa tenere le bocce forme e debba impegnare la sua squadra in una situazione più complicata del previsto. Così in questo momento è difficile pensare che per la “seconda battaglia di Kursk” lo zar non pagherà dei prezzi in chiave politica e di immagine, anche se la Russia dovrebbe avere ancora la forza, nel giro di qualche settimana, per respingere gli ucraini dietro i loro confini. 

Nell’immagine: soldati ceceni catturati nella zona di Kursk dall’esercito ucraino, secondo il quale “non hanno nemmeno provato a combattere”


Un “Diesel” dietro alla cinepresa

 

Gianluigi Quarti è stato una delle figure che, con il loro lavoro, hanno nobilitato l’allora RTSI sin dagli anni Settanta in un settore, quello della documentaristica, per cui essa era apprezzata e stimata ben oltre la Svizzera italiana. Era la RTSI dei Genni, dei Manfrini, dei Fausto Sassi e di altri professionisti che spesso assumevano ruoli e funzioni intercambiabili: operatore di ripresa, giornalista, montatore (Quarti da montatore aveva iniziato alla RAI di Milano), regista, autore, o riunendo nella loro persona tutti questi ruoli insieme.

Bellunese di nascita, era da alcuni soprannominato “Diesel” per il suo carattere riflessivo, apparentemente un po’ chiuso, poco propenso agli atteggiamenti sin troppo esuberanti e recitati di altri colleghi. Una carburazione lenta ma progressiva, la sua. Quando affrontava un nuovo progetto, tratteneva, nei confronti del mondo esterno, l’entusiasmo e la passione che lo animavano, per poi svelarli cammin facendo, riuscendo  a contagiare l’intera squadra e a coinvolgerla in tutte le fasi produttive. E quando durante una produzione appariva (come capitava sempre) qualche piccolo o grande problema c’era lui a tenere saldo il timone, con la sua calma granitica. 

Quarti ha saputo costruirsi, in 30 anni d’attività, una rete di contatti solidissima e preziosa (da Beppe Grillo, con cui ha realizzato due documentari nel 1995 e nel 1998) a Fosco Maraini a Mauro Corona (L’uomo di legno, del 1996) al nostro Romolo Nottaris, con cui ha anche pubblicato un libro), soprattutto, ma non esclusivamente, nel settore della montagna, dell’avventura, dell’esplorazione, dei viaggi. Tenente degli Alpini, alpinista egli stesso, membro onorario del Club Alpino Italiano (ma anche appassionato di mare: era un provetto skipper), sono una quarantina i documentari da lui firmati, molto spesso premiati in festival del settore. come quello di Trento.

In RSI Quarti ha avuto ruoli importanti, spesso determinanti, in alcune rubriche diventate “storiche”, in particolare le molte stagioni del programma estivo Sottosopra (insieme a Fulvio Mariani), che nel 2024 taglia il traguardo della tredicesima edizione, e in alcuni documentari presentati nell’ambito del settimanale Storie. Proprio Sottosopra gli ha dedicato, lo scorso 28 maggio, un toccante documentario [inizio a 27’37”] che raccoglie una serie di testimonianze di persone che lo hanno conosciuto e frequentato, tanto sul lavoro che in privato. 

Dal canto nostro pubblichiamo il ricordo affettuoso di uno dei suoi colleghi e compagni di lavoro (e collaboratore del manifesto e di Naufraghi/e), Gianni Beretta. 


Che a Giangi, grande regista e artefice di avventurose spedizioni, il sottoscritto debba sterminatamente è quasi banale affermarlo.

Prima di conoscerci avevo avuto qualche analogo vissuto minore. Il primo è la passione sin dall’adolescenza per l’arrampicare. Certo non al suo livello. E poi l’aver fatto entrambi il corso allievi ufficiali di complemento alla Scuola Militare Alpina di Aosta (SMALP); per finire entrambi  al VI° Reggimento Alpini in Val Pusteria per il cosiddetto periodo di comando (da sottotenenti). Naturalmente io qualche anno dopo, visto che tra lui e me ci correva un decennio. Da ultimo, se Giangi nel 1987 accompagnò il mitico Riccardo Cassin a rifare 50anni dopo la parete nord/est del Pizzo Badile, il sottoscritto vent’anni prima in uno stracolmo cinema Pax di Cinisello Balsamo (mi pare in II media) vinse un concorso per il miglior tema sulla montagna. E destino volle che a premiarmi fosse proprio Cassin, che mi regalò un libro con dedica su “La Sud del McKinley” che aveva appena asceso (e di cui presentò un filmato). Al riguardo confessai a Giangi (ricevendone una grassa risata) che in quello scritto avevo copiato la didascalia della foto di un rocciatore riportata sull’antica Enciclopedia Mondadori in cui si diceva più o meno: “l’alpinista scruta ogni appiglio prima di aggrapparvisi”.

È Bruno Bergomi che ci presenta, nei locali della in RTSI, a fine anni ’90 quando mi ero appena affacciato al giornalismo televisivo. Giangi era intrigato dal mio vissuto oltre Atlantico. Anche se in realtà il primo lavoro che facemmo insieme (nel 2001) fu su Saverio Tutino e l’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano (Arezzo) da lui fondato. Lo intitolammo “In Prima Persona” e racconta tre storie scritte a cavallo dell’Italia e della Svizzera. Fu in assoluto il mio primo documentario. Per di più riuscito, certo non per merito mio, senza voce narrante. Con alle spalle appena qualche tg, corti su svizzeri in Centroamerica e un paio di reportage per il magazine Falò, mi ero limitato ai contenuti (preparazione, interviste e gestione durante la filmazione). Al montaggio, dove si creano i film, fece tutto lui (con editor Samuela Rinaldi). Mentre l’indegno coautore si limitava in silenzio a imparare.

Successivamente partimmo per il Guatemala dove realizzammo “Meglio morti che vivi”: la storia di Mauro Calanchina, fotografo ticinese che aveva collaborato con la guerriglia della Urng negli anni ’80. In quell’occasione ci inventammo pure sul posto un altro doc: “Dissimo-Acul, senza ritorno”, coi figli di un emigrato italiano di inizio del secolo scorso che dalla Val Vigezzo si installò sull’altopiano maya finendo col produrre formaggio svizzero.

Poi girammo “Di ritorno dall’inferno” nella località in piena pampa argentina di Tandil, dove si erano ritirati l’ex direttore della Nestlé in Guatemala Andreas Hanggi (svizzero tedesco) e il figlio Nicolas dopo la liberazione dal carcere guatemalteco per la clamorosa quanto falsa accusa di narcotraffico.

In Guatemala tornammo ancora una volta per produrre “Il Galileo dei Maya”: uno svizzero tedesco di madre guatemalteca che a Città del Guatemala fondò l’Università Galileo Galilei.

Nostro referente ogni volta il produttore della trasmissione Storie (che all’inizio si chiamava Eldorado) Federico Jolli, decano del Festival di Locarno, che ci incaricava di un film all’anno. Ricordo che una volta, non avendo in quel momento grandi idee, raccontai a Giangi di un particolare oste di Lucignano (Arezzo) che sottoponeva obbligatoriamente nel menù ai suoi clienti piatti alle erbe di campo che lui stesso raccoglieva. Giangi mi disse: “dai, proponilo a Federico, ha un debole per queste cose; non ti dirà di no”. Vennero fuori 26 minuti su “La dittatura delle erbe”.

Diversi nostri film li abbiamo montati con la moglie di Giangi, la formidabile Marianne. Con la quale avrei poi realizzato fra Zurigo e Sansepolcro (per la trasmissione Svizzera e dintorni) “Guglielmo Tell nello spazio” sul Palio della Balestra di Sansepolcro (sempre in provincia di Arezzo).

Ma non devo a Giangi moltissimo solo sul piano professionale. Ben presto mi offrì generosamente una stanza a casa sua per risparmiarmi ogni volta di fare il pendolare con casa di mia madre in periferia di Milano. Come del resto, alcuni anni dopo, il Bergomi mi propose di andare a stare sopra l’appartamento di sua madre Giacomina a Mendrisio, dove mi sono ospitato fino alla fine della mia collaborazione con la Rsi. Così che da sempre Bruno e Federico mi hanno affibbiato l’appellativo di debat.

Nel 2007 Giangi si fratturò un piede sui Denti della Vecchia. Così che il documentario “Rosso Porpora” sul principe della chiesa cardinal Oscar Rodriguez Maradiaga (arcivescovo di Tegucigalpa-Honduras) lo realizzai con un altro grande regista: Dani Soudani.

Nel 2011 ho avuto invece l’opportunità di fare con uno storico amico, alpinista e realizzatore di Giangi, Fulvio Mariani, “Confessioni di un mercante”, girato in Guatemala su un businessman svizzero italiano, Tito Bassi, che ai tempi del conflitto con la guerriglia in Guatemala vendeva armi svizzere (e velivoli Pilatus) all’esercito locale. Una sorta di alter ego nella stessa epoca del precedentemente menzionato Mauro Calanchina. Infatti si conoscevano e fu lo stesso Mauro a suggerirmi che potevo fare anche la sua di storia.

Più volte Giangi è venuto nella “mia” Anghiari a presentare i suoi e i nostri film nella Sala Audiovisivi. E in vista dell’attribuzione della cittadinanza onoraria anghiarese a Saverio Tutino per i suoi 80 anni, passammo una notte intera nell’archivio a Comano per montare 27 minuti sulle sue presenze alla Televisione Svizzera Italiana (poi presentati nella sala del comune). Usavamo stare in moviola fino a tardi, per finire a mangiare una pizza in mensa dal “pugliese”.

Oggi ho gli stessi 70 anni di quando Giangi se ne andò. Sobrio, tenace, di poche parole; piuttosto conservatore. Lui di origine nobile; io di famiglia operaia. Non abbiamo mai litigato.

Ricordo con emozione che stavo facendo scalo all’aeroporto di Madrid di ritorno dal Nicaragua; quando ricevetti la chiamata di Marianne in cui mi diceva che ci aveva lasciati. Sono passati “solo” dieci anni. Ma, chissà perché, mi sembra un’eternità…

Alcuni altri documentari di Gianluigi Quarti disponibili online:

Nell’immagine: Gianluigi Quarti


Quel patto pericoloso Musk-Trump, assalto al potere

 

Di Maria Laura Rodotà, La Stampa

Tentativo preventivo di minimizzare: per quanto abbiano colonizzato vite e cervelli di buona parte dell’umanità, i broligarch della Silicon Valley in certe elezioni fanno pena. In quelle di Midterm due anni fa, per dire, sono riusciti a eleggere quasi solo J.D. Vance. Gli altri loro candidati erano troppo ultradestri e assurdi (uno aveva come pensatore di riferimento Unabomber). E Vance, raccomandato dai bros a Donald Trump, pare il candidato vicepresidente più controproducente di sempre, forse verrà ricordato per le fake news su di lui che fa sesso coi divani.

Obiezione realistica: il broligarch, oligarca tech bro, più noto e pubblicamente strano, Elon Musk, possiede X, il social network più usato per dibattiti e notizie. E lo ha riempito di bufale, estremismi e complotti, a volte da lui proposti e condivisi. E appoggia Trump, e lo ha intervistato stanotte. E vuole influenzare le elezioni americane.

E se a volte le elezioni lo deludono, sulle rivolte Musk va fortissimo. Non solo per l’innocentismo/negazionismo sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Per aver fatto di X ex Twitter una “casa online” degli estremisti di destra. E per aver contribuito a scatenare i disordini degli ultimi giorni in Gran Bretagna; partiti con le fake news sull’accoltellatore di tre ragazzine, indicato come musulmano ma non lo era. Il premier laburista Keir Starmer ha accusato Musk di essere un fomentatore, con le sue condivisioni e i suoi commenti. Soprattutto quel suo «Civil war is inevitable», la guerra civile è inevitabile, che fa paura detto dall’uomo almeno sulla carta più ricco del mondo (questo mese 241 miliardi di dollari, stima di Forbes), tra i più seguiti (su X ha 193 milioni di follower) e tra i più svalvolati. Ma niente. Quando molti partecipanti alla civil war sono stati presi, Musk ha condiviso un’altra notizia falsa, che gli arrestati per scontri saccheggi e discorsi d’odio sarebbero stati internati alle Isole Falkland.

Lontano dalle Falkland, negli Stati Uniti, si dedica a Trump. Gli aveva promesso 45 milioni al mese per la campagna, poi ha cambiato idea. Fa da se’, col suo America Pac pieno di broligarchi, che lavora a fianco della campagna di Trump, senza limiti di spesa. Tra loro ci sono Peter Thiel di PayPal, Joe Lonsdale cofondatore della società di analisi e sorveglianza Palantir (nome dal Signore degli anelli) e i gemelli Winklevoss nemici di Mark Zuckerberg, ora nelle criptovalute. Tra loro, dicono, “l’eccitazione è in calo, i soldi no”. Non si sa molto delle prossime mosse del Pac. Che è già indagato per un sito che aiuterebbe gli elettori incerti a registrarsi per votare. Per gli elettori degli Swing States c’è un link che non registra, incamera i dati personali, come se il padrone di X non ne avesse abbastanza.

Ma il problema è quello, Musk, i suoi bros e altri miliardari trumpiani non hanno mai abbastanza e non vogliono limiti. Musk è contrarissimo e non se ne pone, neanche nell’uso rivendicato e dicono tutti costante di droghe: Lsd, cocaina, ecstasy, funghi allucinogeni, e ketamina per cui ha una prescrizione. O meglio: vuole, come tutta la destra perché è facile e d’effetto, dei limiti per le persone trans. Ha attaccato pubblicamente la figlia ventenne Vivian e si è lamentato perché l’hanno convinto ad autorizzare la sua transizione quando era minorenne (dalla risposta di lei pare una delle più intelligenti tra i suoi dodici figli).

Intanto cinque segretari di Stato, di Stati in bilico, hanno scritto a Musk perché Grok, il chatbot artificialmente intelligente di X, produce informazioni false sulle scadenze per registrarsi come elettori. Intanto Musk annuncia piani per “robot umanoidi” e ritarda il lancio dei robot taxi. Ha qualche problema con la Tesla e con l’overclass globale che dovrebbe comprare le sue macchine: giorni fa il Financial Times ha pubblicato un pezzo con il titolo “Perché non desidero più una Tesla”, e come sommario “Le buffonate di Elon Musk stanno allontanando i naturali clienti delle sue auto”. E gira per diffondere il suo pensiero. Venerdì prossimo parlerà all’accademia di West Point.

Sarà una “Chiacchiera accanto al caminetto”, parte di una serie di conferenze su “L’umano e la macchina: leadership nei campi di battaglia emergenti”. Come direbbe il vice di Kamala Harris, Tim Walz, good luck with that, auguri ma vi voglio vedere (l’arrivo di questo arciamericano non post-umano non e’ piaciuta a Musk e amici; come risposta al divano di Vance, su X sono partiti i meme di Walz con un cavallo; non funziona tanto, sempre perché sono estremi e assurdi, ma non si sa ancora che altro faranno quindi chissà).


Dall’Ucraina al Medio Oriente, il crocevia del terrore

 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Che nesso c’è tra l’offensiva ucraina in territorio russo, che va avanti ormai da una settimana, e l’attesa rappresaglia iraniana per l’uccisione a Beirut del numero due militare di Hezbollah e del numero uno politico di Hamas a Teheran?

Il primo collegamento è la nebbia informativa che avvolge i due scenari, che rende molto labile il confine tra mancanza di notizie e disinformazione. L’attacco ucraino nell’oblast (che etimologicamente vuol dire prefettura) di Kursk, cominciato il 6 agosto, è stato tenuto segreto fino all’ultimo perfino alle truppe che dovevano eseguirlo.

Il segretario americano alla Difesa Austin non si è finto sorpreso: lo era davvero quando il suo omologo russo Belousov, riattivando un canale che un tempo si chiamava “telefono rosso”, gli ha chiesto informazioni su che cosa stessero facendo gli ucraini. Zelensky non aveva informato gli alleati, americani ed europei, che hanno dato la loro benedizione a cose fatte.

A una settimana dall’inizio la nebbia non si è diradata. Anzi si è infittita. Perché apparentemente il fronte della controffensiva ucraina in territorio russo si sta allargando. Il governatore dell’oblast di Belgorod (che già in passato era stato obiettivo di incursioni ucraine) ha detto che il villaggio di Krasnoyaruzhsky è stato evacuato a causa di «attività dell’esercito ucraino» e che «tra il 50 e il 70 per cento» della popolazione di Shebekino (40 mila abitanti) è andata via per la stessa ragione. Aleksandr Kots, un reporter della Komsomolskaja Pravda, giornale molto ossequiente al Cremlino, ha parlato di altri scontri al confine russo-ucraino nell’area di Belgorod.

Lo stesso Putin ha detto di temere attacchi anche nell’oblast di Bryansk, al confine con la Bielorussia. Mentre il governatore di Kursk, Aleksej Smirnov, ha fatto un quadro drammatico della situazione della popolazione nella sua regione: 121 mila civili evacuati, 28 città cadute in mano ucraina. E ha accusato l’esercito di Kiev di «aver usato armi chimiche».

Questo fervore propagandistico autolesionista da parte delle autorità e della stampa russa di regime — a fronte di un profilo bassissimo da parte ucraina — è un tentativo di ribaltare sull’Ucraina le accuse per le atrocità e le sofferenze inferte alla popolazione civile da quella che Mosca continua a chiamare “operazione militare speciale”, entrata ormai nel suo terzo anno.

È un pretesto per continuare l’aggressione (i russi stanno martellando il Donbass) addossando a Kiev la colpa di non volere trattative, come ha fatto Putin, affermando che l’attacco nella regione di Kursk «mostra perché il regime di Kiev ha rifiutato le offerte di pace di Mosca e dei mediatori».

Infine, è anche un modo per dare nuova linfa alla narrativa putiniana che l’invasione dell’Ucraina in realtà è «uno scontro armato tra la Russia e l’alleanza occidentale», come ha detto il ministro della Difesa russo Belousov, il quale ha aggiunto che «l’Occidente collettivo» vuole «impedire la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare ed egualitario».

Belousov ha tenuto il discorso inaugurale di Armiya 2024, una fiera di tecnologie militari, alle porte di Mosca, dove anche Putin ha parlato attraverso un videomessaggio. Tra i Paesi espositori c’è anche l’Iran, che tra i Paesi del cosiddetto Asse del male di reaganiana memoria è il principale fornitore di armi alla Russia insieme con la Corea del Nord.

E qui viene in evidenza il secondo nesso tra la guerra in Ucraina e il Medio Oriente, che, come ha scritto il New York Times, è entrato in “una settimana di rischi e opportunità, sospeso tra la prospettiva di un conflitto allargato e gli sforzi diplomatici per prevenirlo”. Per Ferragosto, a Doha o al Cairo, dovrebbero riunirsi i mediatori di Stati Uniti, Egitto e Qatar con le delegazioni di Hamas e Israele per negoziare la tregua e la liberazione degli ostaggi.

Che ruolo può avere Putin per indirizzare il Medio Oriente verso l’una o l’altra strada? Il presidente russo è riuscito a realizzare — come racconta Sergey Radchenko nel suo bellissimo libro sul Cremlino e la Guerra Fredda — il sogno di Stalin nella grande spartizione di sfere di influenza dopo la Seconda guerra mondiale: tirare l’Iran dalla sua parte. Il rapporto di cooperazione politica e militare tra Mosca e Teheran non è mai stato così stretto.

Putin, secondo fonti iraniane, avrebbe raccomandato alla Guida suprema Ali Khamenei moderazione nella risposta alla doppia uccisione dei suoi alleati. Insomma, una ripetizione dello scenario di aprile, dopo il raid israeliano contro il consolato iraniano a Damasco, quando la rappresaglia iraniana fu più dimostrativa che altro.

Proprio ieri fonti governative americane hanno confermato la notizia, anticipata quattro giorni fa dall’agenzia Reuters, che l’Iran sta per inviare centinaia di missili balistici alla Russia, dopo che decine di militari russi sono stato addestrati a Teheran al loro impiego. Le stesse fonti hanno detto che gli Stati Uniti sono “pronti a intervenire”. Il rischio per Putin è, dunque, che una escalation in Medio Oriente faccia saltare, o ritardare, la fornitura di missili iraniani, necessari all’esercito russo soprattutto ora che deve affrontare la controffensiva ucraina sul suo territorio.

È difficile indovinare quale sia l’interesse di Putin: soffiare sul braciere del Medio Oriente per mettere in difficoltà «l’Occidente collettivo»? O spegnerlo per non far deragliare i suoi interessi militari, oltre che geopolitici? La nebbia che avvolge i due scenari non aiuta a rispondere. Ma non impedisce di vedere che le due crisi, che tengono in ansia il mondo, e soprattutto l’Europa, non sono così distanti l’una dall’altra. Anzi, sono molto vicine.

Nell’immagine: Teheran (Iran), 12 agosto