Altro che cioccolato e orologi, la Svizzera è la patria dei casinò

 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

Contrariamente all’Italia, la storia delle case da gioco in Svizzera è recentissima. Se i quattro casinò italiani – Campione d’Italia (fondato 1917 e chiuso nel 1919, poi riaperto nel 1933), Sanremo (legale dal 1928), Venezia (casinò moderno dal 1936), e Saint Vincent (1947) – vantano ormai una lunga tradizione nella storia del gioco d’azzardo legalizzato, la Svizzera non può dire la stessa cosa.

Nel 1874 nella nuova Costituzione federale (la prima risale al 1848Collegamento esterno) vengono infatti vietate le case da gioco. Quelle esistenti, nate con l’avvento del turismo nel XIX secolo nelle stazioni terminali o nelle località di villeggiatura, hanno dovuto chiudere entro la fine del 1877. Saxon, nel Canton Vallese, che gestiva un casinò simile a quello di Monte Carlo, perse così il suo ruolo di località mondana.

Restano però permessi i giochi cosiddetti di svago ma unicamente nei Kursaal con una posta limitata prima a due franchi e dal 1898 a cinque franchi. Giocatori desiderosi di fare puntate superiori hanno dovuto ripiegare per tutto il XX secolo sulle case da gioco estere in prossimità della frontiera (Evian e Divonne in Francia, Campione d’Italia e Costanza in Germania).

È solo negli anni ’90 del secolo scorso che la Confederazione rivede le sue posizioni. Per rimpolpare la casse federali, infatti, il popolo elvetico nel marzo 1993 viene invitato dal Governo federale ad abrogare il divieto delle case da gioco. Un appello seguito dal 72,5% dell’elettorato. Sulla base della nuova disposizione costituzionale e della legge federale sul gioco d’azzardo e le case da gioco, entrata in vigore il primo aprile 2000, il Consiglio federale ha rilasciato concessioni a 21 case da gioco che hanno iniziato la loro attività tra luglio 2002 e novembre 2003.
Le prime concessioni scadono a fine 2024. Il 29 novembre 2023 il Governo federale ha rilasciato 22 concessioni per i prossimi vent’anni (2025-2044): 20 a case da gioco esistenti e due a nuovi concessionari, i futuri casinò di Winterthur e Losanna. Entrambi hanno ottenuto la concessione “A”.

Il casinò di Sciaffusa, che non ha ottenuto il rinnovo, chiuderà i battenti a fine 2026 e non a fine 2024, grazie a una proroga del Consiglio federale, in attesa che apra il nuovo casinò di Winterthur.

Concessioni “A” e “B”

I casinò in Svizzera, che offrono in totale 235 tavoli da gioco, 4’455 slot machine e registrano 3,6 milioni di ingressi (dati 2023), sono divisi in due categorie: quelli che hanno ottenuto la concessione “A”, i nuovi Grand Casinò, e quelli che hanno ottenuto la concessione “B”, i successori dei vecchi Kursaal.

I casinò con la concessione “A” offrono una gamma completa di giochi da tavolo. Per la concessione “B” l’offerta si limita al gioco della boule e/o della roulette nonché agli apparecchi automatici per i giochi d’azzardo con un potenziale minore di perdita e di vincita.

Nelle case da gioco di tipo B, la posta massima per i giochi in denaro automatizzati è di 25 franchi.

Oggigiorno si può constatare come la distinzione fra concessioni A e B sia irrilevante per le dimensioni e la cifra d’affari di una casa da gioco: il casinò Admiral di Mendrisio, con concessione “B”, da anni è il più redditizio in Svizzera.

Perché la Confederazione ha concesso ben 22 licenze su un territorio relativamente piccolo? Una concentrazione elevata che porta la Svizzera a essere considerata la patria del casinò mentre i luoghi comuni la associano ancora semplicemente a cioccolato e orologi.

Il Consiglio federale ha suddiviso territorialmente la Svizzera in 23 zone non a caso (attualmente le concessioni sono 22 perché le condizioni per concedere la licenza nella zona di Sciaffusa non erano date).

Per ottenere una concessione di tipo “A”, il luogo scelto per il casinò deve essere all’interno di un’area che permetta alla casa da gioco di realizzare un prodotto lordo annuo superiore a 30 milioni di franchi. Secondo il Consiglio federale, ciò è possibile se nel raggio di 30 minuti di viaggio abitano circa 300’000 persone.

Per una concessione “B” il casinò deve avere un prodotto lordo annuo superiore a 10 milioni di franchi. Questo è possibile se a una distanza di viaggio di 30 minuti abitano circa 100’000 persone.

Considerato che inizialmente le case da gioco erano in località turistiche, in alternativa, questa condizione sulla redditività può essere adempita anche in altro modo, ovvero grazie a un’elevata percentuale di turisti tra la clientela. È il caso dei casinò di St. Moritz, Davos e Interlaken, tutte note mete del turismo estivo e invernale che non superano un prodotto lordo annuale di 10 milioni di franchi come richiesti dalla concessione.

TicinoTicino, concentrazione di casinò

Una riflessione a parte la merita il Canton Ticino. Su un territorio esiguo abitato da poco più di 350’000 persone, il Ticino vanta ben tre casinò, due con concessioni “B” (Mendrisio e Locarno) e uno, quello di Lugano, con la concessione “A”. A questi tre va aggiunto quello di Campione d’Italia che dista in linea d’aria a pochissimi chilometri da Lugano. Quattro casinò in un fazzoletto di terra per intercettare soprattutto la clientela italiana.

Da anni il casinò Admiral di Mendrisio, situato a soli 5 minuti dall’Italia (dogana di Chiasso-Brogeda), sebbene abbia una licenza “B” è la casa da gioco che registra il miglior prodotto lordo in tutta la Svizzera (la differenza tra puntate giocate e vincite pagate, o per dirla più semplicemente, le perdite dei giocatori). Seguendo i criteri fissati dalla Confederazione, a distanza di 30 minuti di viaggio, Mendrisio può contare sulla vicina Lombardia densamente abitata. Come Lugano anche Mendrisio ha approfittato della chiusura nel 2018 del Casinò Municipale di Campione d’Italia. Oggi il casinò Admiral offre ai suoi clienti 27 tavoli e 340 slot machine.

Anche le cifre registrate dal casinò di Lugano sono importanti nonostante la concorrenza di Mendrisio e soprattutto di Campione d’Italia. Nel 2018 Lugano ha conosciuto un’impennata improvvisa proprio grazie alla chiusura del suo diretto concorrente italiano: da 31 milioni di franchi il prodotto lordo dei giochi è passato a 44 milioni, pari a un aumento di oltre il 40%. Con la riapertura di Campione nel gennaio 2022, le entrate del casinò di Lugano si sono stabilizzate. Come Mendrisio, anche il Kursaal di Lugano può contare sulla vasta clientela italiana, soprattutto lombarda. A Lugano i giocatori oggi possono contare su 28 tavoli e 487 apparecchi automatici.

Il Casinò di Locarno rappresenta una struttura di svago per tutta la regione, che si estende dal nord del Ticino alle province italiane di Verbania, Vercelli e Novara, comprendendo Stresa e la sponda varesina del Lago Maggiore. Tra i casinò ticinesi è quello più piccolo: oggi offre 5 tavoli e 160 apparecchi automatici. Contrariamente alle altre due case da gioco ticinesi, Locarno non ha approfittato della chiusura di Campione d’Italia: il bacino d’utenza è diverso e la distanza geografica si fa già sentire.

Il casinò municipale di Campione d’Italia, infine, da quando ha ripreso l’attività ha registrato entrate per 42.6 milioni di euro (circa 40 milioni di franchi) nel 2022 e 51 milioni di euro nel 2023 (circa 48 milioni di franchi). Prima della chiusura, la casa da gioco dell’enclave vantava un giro d’affari annuo superiore ai 90 milioni di franchi. Nonostante ciò, al momento del fallimento il casinò aveva un debito di 132 milioni di euro (circa 124 milioni di franchi).

In totale, nel 2023, i quattro casinò sul territorio geografico ticinese hanno raccolto 183 milioni di franchi. Una cifra paragonabile a quella del 2017 quando però Campione da solo registrava un fatturato attorno ai 90 milioni di franchi.

Il gioco online

La tecnologia ha modificato le abitudini delle persone e anche quelle dei giocatori. Nel 2019 la Svizzera ha perciò legalizzato per i giocatori elvetici l’offerta di servizi di gioco d’azzardo online. Questa normativa stabilisce che i casinò online devono essere gestiti da provider svizzeri autorizzati, mentre quelli stranieri sono fuorilegge. .

Se con alcune eccezioni il fatturato lordo dei casinò fisici è diminuito nel 2023, i casinò online stanno registrando una crescita costante. Come scrive la Commissione federale delle case da gioco nel suo rapporto annuale 2023Collegamento esterno, “si sta verificando uno spostamento dal settore terrestre a quello online, come in altri settori”.  La cifra d’affari è così passata da 23 milioni di franchi nel 2019 a 285 milioni nel 2023.

Attualmente ci sono dieci casinò onlineCollegamento esterno in Svizzera. Tutti siti gestiti direttamente dalle società che detengono anche la concessione per le case da gioco fisiche.

Va chiarito che il primo casinò online ha aperto nel luglio del 2019. Sempre nel 2019 hanno aperto altri tre casinò online. Dei dieci siti online attivi, ben quattro hanno aperto solo alla fine del 2021. Questi dati spiegano in parte la progressione delle entrate.

In questi quattro anni è pure emerso che il mercato elvetico in rete è oggetto di attenzione da parte di soggetti che operano in modo illegale e che non possiedono una licenza valida in Svizzera. Questo ha dato luogo a diverse preoccupazioni, sia per le autorità regolatrici (soggetti a questioni come il potenziale decremento nella protezione dei giocatori e la riduzione delle entrate fiscali), sia per gli operatori autorizzati (che devono affrontare, per esempio, una concorrenza sleale). “Anche se la natura di questa sfida sia chiaramente compresa sia dalle autorità regolatrici che dagli operatori di casinò online – scrive sempre la Commissione nel suo rapporto – l’ampiezza effettiva del problema rimane poco chiara a causa della difficoltà di quantificare il mercato non autorizzato”.

Imposte sul gioco

L’articolo 2 della Legge federale sui giochi in denaroCollegamento esterno prevede che una buona parte del prodotto lordo dei giochi (PLG) delle case da gioco sia destinato all’assicurazione per la vecchiaia e i superstiti e all’assicurazione per l’invalidità (AVS), ovvero nelle casse della pensione svizzera.

In generale, la tassa sulle case da gioco dei casinò con concessione “A” confluisce al 100% nelle casse dell’AVS. Nel caso dei casinò con concessione “B” il 60% della tassa confluisce nelle casse dell’AVS e il 40% nel Cantone dove ha sede il casinò.

A loro volta i Cantoni non possono disporre a piacimento di questi introiti. Essi devono utilizzarli a scopi d’utilità pubblica, soprattutto in ambito culturale, sociale e sportivo. Solo per fare un esempio, parte delle imposte prelevate dal Canton Ticino sono state utilizzate per la realizzazione del Museo dei Fossili di Meride sul Monte San Giorgio, patrimonio mondiale dell’umanità, inaugurato nel 2012.

Ma quanto sono tassate le entrate dei casinò? L’aliquota di base sul prodotto lordo dei giochi realizzato nelle case da gioco fisiche ammonta al 40% fino a 10 milioni di franchi. Per ogni ulteriore milione di franchi, l’aliquota della tassa aumenta dello 0,5% fino a raggiungere un massimo  dell’80%.

Per quanto riguarda il gioco online, l’aliquota di base ammonta al 20%. È applicata fino a 3 milioni di franchi di prodotto lordo dei giochi e, se questo importo viene superato, progredisce fino a raggiungere l’aliquota massima dell’80%.

Dall’apertura dei casinò, le case da gioco elvetiche hanno versato 8,1 miliardi di franchi svizzeri nelle casse dell’AVS e dei Cantoni.

Protezione dal gioco eccessivo

Considerata l’alta concentrazione di case da gioco, la Confederazione impone ai casinò ad adottare misure per proteggere i giocatori dal gioco eccessivo. Si devono innanzi tutto proteggere i minorenni, che non possono avere accesso alle case da gioco.

I casinò devono anche prevedere un piano di misure sociali a protezione dei giocatori. Questo significa maggiori informazione ai giocatori sulle inside del gioco, l’individuazione precoce dei giocatori a rischio, la limitazione del gioco e la moderazione del gioco nonché la formazione e la formazione continua del personale a cui è affidata l’esecuzione del piano di misure sociali.

La legge permette di escludere alcune persone dal gioco. Questa esclusione vale per tutti i casinò di tutta la Svizzera. Il giocatore può anche autoescludersi.

Infine, anche i Cantoni devono adottare misure contro il gioco eccessivo e offrire possibilità di consulenza e trattamento alle persone dipendenti dal gioco o potenzialmente tali.

Per l’attuazione di queste misure devono essere messi a disposizione lo 0,5% degli introiti lordi realizzati dalle singole case da gioco.

Nell’immagine: l’interno del casinò di Mendrisio


Europa o Usa, la destra di Meloni a un bivio

 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Come la deriva dei continenti, anche le aree politiche entrano in movimento, influenzandosi a vicenda secondo le fasi. Siamo davanti a questo fenomeno, che si può osservare quasi a occhio nudo, tanta è la sua evidenza. Una settimana appena dopo le elezioni americane, anche l’Europa registra la tentazione di uno slittamento a destra, perché il mitologico centro si sente sempre più attratto dal peso della destra vittoriosa, e abituato a far da cerniera non è capace di fungere da barriera, nemmeno davanti agli estremisti impegnati a riproporre parole d’ordine, nostalgie ed eredità degli anni peggiori della nostra vita, che credevamo rigettati per sempre.

Invece l’equilibrio politico su cui si articola il Parlamento di Strasburgo e si regge la Commissione che governa l’Unione si sta sgretolando, appare di colpo vecchio e inadeguato, perché i valori morali che lo determinavano sembrano aver perso importanza e significato. L’uomo simbolo della nuova fase è Viktor Orbán, che pare essersi assunto il compito di frantumare il vecchio ordine scoperchiando il nuovo, e adesso è in piedi da patriota al crocevia dei due mondi, tra Bruxelles e Mosca, tra Meloni e von der Leyen, tra Putin e Macron: naturalmente aspettando Trump.

Sono scosse di assestamento, perché l’epicentro del terremoto in corso è negli Stati Uniti, dove è chiaro a tutti che la vittoria elettorale di Donald Trump non rappresenta un normale passaggio di consegne nello studio ovale della Casa Bianca, ma un ribaltamento dell’intero sistema, con l’energia dello sfondamento, la carica emotiva della rivincita, la spinta passionale della vendetta, la convinzione morale della “missione” da svolgere per rifare grande e potente l’America, l’auto-benedizione di chi si considera inviato e strumento di un Dio complice e alleato, pronto a dare in diretta tivù la prova universale della sua benevolenza il giorno dell’attentato, sacralizzando il sangue dell’Eletto, ancor prima del voto.

È il primo elemento che segna la profonda novità di questa fase: la politica retrocede a pura tecnica, la “missione” è il mezzo per arrivare alla conquista del Sacro Graal cui l’America è destinata ma che non è mai riuscita a raggiungere, limitata e condizionata dalle regole e dai vincoli di quella credenza spontanea chiamata democrazia, che attraversava i Paesi e le epoche.

Oggi con la vittoria di Trump cadono tutti i paramenti sacri che hanno adornato la democrazia nel secolo, lasciandola nuda dopo averla rispettata come l’espressione suprema dell’etica pubblica, garanzia di pace, convivenza, benessere e soprattutto libertà. Ormai queste conquiste si possono raggiungere e garantire non più attraverso la regola e l’equilibrio, ma con la pura forza e il consenso che la legittima, dispiegando finalmente fino in fondo le facoltà segrete del potere e le potenzialità integrali del comando, mai davvero sperimentate negli ultimi ottant’anni in questa parte del mondo.

Approvate subito dopo la guerra con l’incubo ancora vivo delle dittature, si dice che le Costituzioni siano scritte da sobri per proteggerci da noi stessi quando siamo ubriachi: si preoccupano cioè di disinnescare ogni tentazione dispotica o autoritaria con il controllo, il bilanciamento, il concerto delle diverse istituzioni, così come frenano ogni possibile abuso delle legittime potestà attraverso i meccanismi dello Stato di diritto. La libertà di tutti è dunque tale anche grazie al senso del limite condiviso e accettato nell’esercizio del governo. È come se le Costituzioni occidentali ci invitassero a tener d’occhio il potere scelto dal popolo, perché non deragli.

Ma il ribaltamento in corso è talmente radicale che il sistema regolatorio garantito dal meccanismo democratico da elemento di tutela dagli abusi è diventato freno e limite all’esercizio legittimo della sovranità. Ed è come se le crisi a catena che ci hanno assediato negli ultimi anni ci spingessero a liberare il potere vittorioso da tutti i lacci e i lacciuoli, affinché i nostri sistemi esausti vengano finalmente investiti dall’energia rifondatrice del comando, fondamento libero e autonomo della nuova era.

È la post-democrazia, esito inevitabile della semplificazione populista, che nella demagogia del popolo finisce per attribuire alle sue scelte un potere che trascende le norme generali. In fondo, la semplificazione è un’eccezione permanente che conosce solo due soggetti, l’eletto e l’elettore, nell’illusione di poter fare a meno del sistema, con tutta la sua complessità. Così ogni volta si azzera tutto e si ricomincia, non c’è storia e non c’è nemmeno Stato, soltanto nazione come comunità di discendenza con un legame di sangue, terra e tradizione nella catena etnico-genealogica.

Ci rendiamo conto, adesso che viene innalzato questo scenario, di come gli istituti del Novecento siano arrivati fino a noi oggi infragiliti e affaticati, appesantiti dal loro carico di cautele, garanzie e tutele, improvvisamente denunciate come inutili, o addirittura dannose. È come se la nuova destra ci dicesse che con la democrazia abbiamo adorato il vitello d’oro, sacrificando tempo, denaro, efficacia, libertà a un falso idolo, che impediva al potere di rifulgere rivelando tutta la sua potenza.

Entriamo nell’età in cui tutto si gerarchizza sotto il trono del potere, del comando e del governo, cercando efficienza e garantendo efficacia, mentre prende corpo poco per volta quella “verticale del potere” già sperimentata negli Stati dispotici. Non ci sarà nessun assalto frontale alla democrazia: semplicemente formule democratiche, istituti di garanzia, ruoli di controllo appassiranno, finiranno fuori uso in nome dell’immediatezza del comando, e infine cadranno come foglie secche, staccandosi semplicemente dall’albero del sistema.

Sta già accadendo: non è un caso, infatti, se un miliardario come Elon Musk, imprenditore-innovatore in settori strategici e con un patrimonio netto maggiore del Pil del Portogallo, si affaccia direttamente alla politica con un incarico nel governo trumpiano proprio oggi, quando la formula di salvaguardia del “conflitto di interessi” è ingiallita e marcita sul marciapiede della democrazia, finendo praticamente espulsa dal lessico politico come spazzatura, proprio mentre nasce la figura “dell’oligarca occidentale”.

Qualcuno si aspetta che sia Giorgia Meloni a “bemollizzare” il trumpismo, facendo da ponte nel rapporto tra la nuova America e la vecchia Europa, ma applicando anche una specie di dazio etico-valoriale alle punte più estreme della predicazione politica della Casa Bianca.

Non c’è dubbio che la premier si è conquistata nelle relazioni internazionali un prestigio e un credito che il suo governo con la povertà della classe dirigente non riesce a far valere in Italia. Ma bisogna tener conto di due ostacoli a questa presunta ambizione meloniana di giocare a tutto campo.

Il primo è la concorrenza di Salvini, che avrebbe troppo terreno sgombro davanti a sé, per la conquista della bandiera della destra. Il secondo ostacolo è identitario, ed è il più difficile da superare. L’obiezione a Trump può nascere infatti solo da una coscienza europea sperimentata, capace di ricordare al presidente Usa che l’Europa è debole politicamente ma ha in sé un deposito di storia e di cultura politica che la trasforma nella terra della democrazia dei diritti e della democrazia delle istituzioni, i due fondamenti dell’Occidente.

Ora, Meloni è sinceramente atlantica, come dimostrano le scelte per l’Ucraina, ma altrettanto sinceramente non è occidentale, nella declinazione dei suoi valori di riferimento. Così corriamo il rischio che tra le foglie appassite dal vortice trumpista ci sia anche la nostra identità occidentale, in quest’autunno della democrazia.


Sergio Rossi – Euforia criptovalute e febbre da evitare

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Trump e l’ombra dell’autocrazia

 

Il narcisista malefico è tornato. Gli analisti ne spiegano le ragioni e ognuno dice la sua: colpa di Harris mediocre, colpa di Biden rimbambito, colpa dei prezzi troppo alti, colpa dei poveri, colpa del ceto medio sempre più giù, colpa dei migranti. Si pronunciano anche i nostri esperti, habitué dei salotti televisivi: a posteriori ci informano che loro sapevano in anticipo come sarebbe andata a finire. E allora, perché non l’hanno detto prima? Magari si poteva rimediare. Pure Enzo Jannacci raccomandava la tempestività: “Se me lo dicevi prima ti dicevo che noi abbiamo bisogno della gente giusta”.

Non conosco la società americana, eppure, da sprovveduto un po’ saccente – contro il parere della moglie che mi invitava a guardare un po’ più in terra e un po’ meno agli ideali – azzardai con convinzione che a prevalere sarebbe stata la difesa dei valori della democrazia liberale: quindi la democratica Harris e non quel Trump che i poteri li vuole tutti lui e non sopporta quel tale Montesquieu con la fissa della separazione dei poteri. Purtroppo non avevo tenuto conto che i grandi principi, quando si confrontano con la realtà che va all’incontrario, suonano come un insulto per tanta gente: equità e pari opportunità, ma le diseguaglianze crescono a dismisura; inclusione, ma i migranti restano una categoria a parte, quella di cani e porci secondo alcuni (copyright Salvini); prosperità per tutti, ma il carrello della spesa resta vuoto.

L’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle: la democrazia funziona bene quando l’economia funziona bene e i padri vedono per i figli un futuro migliore; se il futuro diventa gramo e pieno di ombre, la gente guarda altrove e prima o poi il consenso va all’uomo forte che le soluzioni le ha in tasca. Putin nel 2019 o giù di lì ci avvertì: l’ideale liberale è entrato in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini. Sembra che l’elezione di Trump gli dia ragione. Trump odia la divisione dei poteri che limita i poteri dell’esecutivo, non concepisce il ruolo delle opposizioni, aborre le differenze e il criterio dell’alternanza non fa parte del suo curriculum mentale. Lui esige che ministri, generali e alti funzionari giurino fedeltà a lui e non alla Costituzione; contano i fedelissimi e chi non risponde al requisito è eliminato.

La scrittrice Jamaica Kincaid parla di Trump e ritiene che troppa gente sia attratta dai fascisti. Concordo perché Trump è fascista nell’animo, nei comportamenti, nel linguaggio. Ai renitenti che ricorrono ai cavilli per non pronunciarsi consiglio di leggere un libricino di Umberto Eco: ci dice che il fascismo è eterno, e ha ragione.

Qualche politico ruspante – in preda, temo, a scostamenti lisergici – ritiene quella di Trump presidente una imperdibile opportunità per il nostro Paese. È l’argomento di chi ha la vista corta. I politici veri, quelli con una solida cultura liberale, si rendono conto che in ballo non c’è il gretto interesse di parte, bensì la sopravvivenza del nostro sistema di governo fondato – per dirla con Gustavo Zagrebelsky – sulla virtù democratica: “Competenza nelle cose da trattare, tolleranza, disponibilità al dialogo e all’accettazione dei propri errori, subordinazione dell’interesse particolare all’interesse generale”. Con Trump tutto questo non c’è: c’è invece l’autocrate dichiarato che si impegna a demolire dall’interno lo Stato di diritto. La distopia trumpiana è la trasformazione delle istituzioni del suo Paese e la concentrazione del potere politico, economico e mediatico nelle sue mani e in quelle dei plutarchi che lo accompagnano. Se volete saperne di più date un’occhiata al manifesto della destra illiberale Project 2025: vi suggerisce dove si vuole andare dopo aver spazzato via il “nocivo governo liberale”.

Il processo degenerativo dello Stato liberale ha assidui fautori anche in Europa: alcuni agiscono a viso scoperto, altri sottotraccia. Si può resistere, forse, ma per contrastare le spinte oscurantiste delle destre liberticide occorre darsi da fare e riorganizzare le opposizioni: chiedere alla sinistra fumosa ed elitaria di ammettere che l’avanzata delle destre è anche colpa sua e di provvedere con una vigorosa autocritica, e più in generale chiedere a tutti i liberali, da destra a sinistra, di fare i veri liberali. Purtroppo mi pare che le voci siano piuttosto flebili e confuse e bisogna convenire con quanto dice lo scrittore Richard Ford a proposito dei “liberali tremanti che si torcono le mani e nascondono la testa nella sabbia e non riescono a guardare in faccia al pericolo”. Magari ne riparliamo.

Scritto per laRegione


Scholz chiama lo Zar, così aiuta solo Mosca

 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Angela Merkel aveva smesso di parlare con Vladimir Putin già dieci anni fa. Per essere più precisi, ha smesso di credere nell’utilità di parlargli, dopo averlo ascoltato fino quasi all’alba a un vertice a Milano, dopo avergli parlato per quattro ore in Australia, dopo avergli telefonato più di quaranta volte in un anno e aver fatto fare al suo allora ministro degli Esteri e oggi presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier decine di round negoziali con i diplomatici russi.

Era l’inizio di quella che si sarebbe poi rivelata la lunga guerra di Mosca contro l’Ucraina, e l’Europa, e la cancelliera tedesca si assunse il ruolo informale di portavoce dell’Ue nel negoziato con quello che fino al giorno prima sembrava un partner politico e commerciale prioritario. Già nell’autunno del 2014, Merkel comunicò a Barack Obama che Putin «abitava in un altro mondo».

Nei dieci anni successivi (per non parlare dei quindici precedenti) ci sono stati altri politici che avevano confidato nel proprio talento diplomatico e nella convinzione che bisognava saper ascoltare anche gli avversari. Tutti loro, chi prima chi dopo, avevano scoperto che il padrone del Cremlino utilizzava i colloqui per ribadire fondamentalmente il suo punto di vista, che era molto poco incline al compromesso, che faceva promesse subito violate, negava l’evidenza e tendeva a presentare una versione della conversazione completamente diversa da quella della sua controparte.

Teoricamente, gli errori servono per imparare. Ma basta leggere i comunicati rilasciati dai governi di Mosca e di Berlino per capire che la telefonata di Olaf Scholz al dittatore russo si inserirà probabilmente nello stesso modello: due versioni opposte, con ciascuno dei protagonisti che si vanta di aver finalmente detto all’avversario una spiacevole verità su di lui.

Secondo Volodymyr Zelensky, Putin non aspettava altro che riaprire il «vaso di Pandora» della parvenza di diplomazia con un autocrate che confonde il compromesso con una debolezza.

Resta da vedere se la telefonata di Scholz sia da leggere più in un contesto elettorale tedesco, visto che il democristiano Friedrich Merz, ha appena promesso che, se diventasse cancelliere, telefonerebbe a Putin con un ultimatum per ritirare le truppe dall’Ucraina in 24 ore. Considerato che tutto il mondo è in attesa di sapere quale proposta irrifiutabile farà (o forse ha già fatto) a Putin Donald Trump, il telefono al Cremlino potrebbe squillare spesso, nelle prossime settimane. Potrebbe essere un bene, se coloro che compongono il numero hanno idee chiare, proposte precise e argomenti di persuasione non soggetti a letture ambigue (come fecero sia Pechino che Washington quando, due anni fa, spiegarono a Putin che non doveva farsi tentare dall’uso dell’atomica).

Il silenzio non è l’unica pressione possibile da esercitare sul Cremlino. Se però Putin coglierà nel coro dei suoi interlocutori – almeno quelli occidentali – dissonanze e rivalità interne, potrebbe approfittarne e affogare di nuovo in «tante tante parole», come dice Zelensky, ogni tentativo di accordo.


“Clima, la Cop va ripensata: non è più adatta”, la lettera di scienziati e politici all’Onu

 

Di Giacomo Talignani, La Repubblica

BAKU. Se gli scienziati ci dicono che la causa principale delle emissioni antropiche che alterano l’atmosfera e provocano la crisi del clima sono i combustibili fossili, può funzionare una Conferenza mondiale dove l’ingerenza dei combustibili fossili è innegabile? È la domanda che in molti, attraverso più report, appelli e dichiarazioni, si chiedono oggi al quarto giorno di Cop29 a Baku.

Perché, se nelle stanze dei negoziati si continua a lavorare sul tema centrale della finanza – per trovare 1,3 trilioni di dollari l’anno tra pubblico e privato e aiutare i Paesi più poveri ad adattarsi e resistere, – a livello politico un insieme di fattori oggi sembra voler rispondere direttamente a quella frase su gas e petrolio che sono “un dono di Dio”, pronunciata a inizio Conferenza dal presidente azero Ilham Aliyev. Il punto, scrivono in una lettera un gruppo di influenti esperti di politica climatica e di scienza – tra cui ad esempio Johan Rockström , direttore del Potsdam Institute for Climate Action Research, oppure Ban Ki-moon, ex Segretario generale delle Nazioni Unite o Christiana Figueres, ex segretario esecutivo della Convenzione quadro Onu sul clima – è che forse siamo andati troppo oltre, le Cop andrebbero “riformate”.

Perché rischia di mancare l’”azione”, per esempio per la decarbonizzazione, se una Cop si tiene in Paesi che “non supportano la transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili”, come la Dubai del petrolio – dove si è svolta la scorsa Conferenza – o la Baku del gas e della Socar, la grande compagnia petrolifera statale. Ci si interroga dunque se vertici di questo tipo, dove tra l’altro è enorme la presenza di lobbisti di quelle fonti fossili che al contrario dovrebbero passare per un “transition away”, l’uscita graduale concordata lo scorso anno a Dubai, siano “ancora adatte” alla grande sfida che abbiamo davanti.

A dar manforte a questa visione c’è poi il dato, ancora una volta spaventoso, sulla presenza di lobbisti delle fonti fossili alla Cop di Baku: sono 1773 dice il collettivo Kick Big Polluters Out, in pratica per numeri la “quarta delegazione” e sono più dei rappresentati dei dieci Paesi più vulnerabili al mondo per impatti del cambiamento climatico.

Non solo: ci sono anche 132 dirigenti oil&gas, ospiti del governo azero. Per cui ci si chiede, come è possibile mantenere l’idea di decarbonizzare, l’elemento chiave per restare sotto il limite di +1,5 gradi che ormai sta per essere superato, se a governare parte delle Cop siano politici, come il presidente azero o il capo della Cop29 l’ex petroliere Mukhtar Babayev? Sembra impossibile, perché come ha affermato ieri l’ex vicepresidente Usa Al Gore, c’è da preoccuparsi se “l’industria dei combustibili fossili e i petrol-Stati prendono il controllo del processo della Cop” e se non si parla “del transition away, questione che è stata appena menzionata”.

Insomma, come sostiene Graham Gordon, head of Global Advocacy di Christian Aid, “avere dei lobbisti dei combustibili fossili a un summit sul clima è come invitare uno spacciatore in un centro di riabilitazione” e uscire dalla dipendenza è un compito proibitivo. In questa partita che – almeno a livello politico – sembra avviarsi verso una sconfitta sulla questione fossile, anche l’Italia gioca un ruolo importante. Quando Giorgia Meloni, capo del G7, ha deciso di parlare in plenaria ed essere una dei pochi capi di stato del G7 ad essere presente a Baku, ci si attendeva un discorso che rafforzasse sia la finanza climatica sia l’idea di triplicare le rinnovabili e dire un lento addio al fossile.

Almeno questa era la speranza per esempio dei Paesi meno sviluppati. Invece, citando sempre la “neutralità tecnologica”, ha parlato dell’assenza di “un’unica soluzione ai combustibili fossili” e ha preferito dire al mondo che bisogna puntare sul “gas” – che è un combustibile fossile – oppure sulla “fusione nucleare”, una tecnologia che ancora non esiste. In Italia però sappiamo bene che questa è la strategia di governo: con il Piano Mattei l’attuale esecutivo vuole trasformare lo Stivale in “un hub del gas del Mediterraneo” ha detto Meloni, che proprio dall’Azerbaijan importa gas. E infatti, avverte l’ennesimo rapporto uscito proprio oggi dalla Cop, l’Italia insieme a Gran Bretagna e Germania è fra le economie che intendono aumentare di più la produzione di questo combustibile fossile, nonostante – ripetiamolo – la scienza sia chiara sulla necessità di invertire questa tendenza.

Il report di Beyond Fossil Fuels e Greenpeace sostiene che l’Europa, guidata dall’Italia, intende pianificare 80 gigawatt di capacità di energia alimentata a gas fossile. Metà di questa energia è questione appunto di soli tre Paesi, Italia in testa. Un dato “pericolosamente in contrasto” con gli obiettivi climatici scrivono le associazioni. La grande ingerenza fossile, unita allo scetticismo legato alle rielezioni di Trump e a una Argentina di quel Javier Milei che minaccia di seguire The Donald provando a “uscire dall’accordo di Parigi” sono macigni che stanno rendendo la Cop29 estremamente complessa. Ci si potrebbe dunque concentrare sui negoziati per la finanza climatica, che sono veramente quel che conta, ovvero trovare i soldi – ma anche qui, ricorda Yalchin Rafiyev, ci si sta tremendamente arenando: “Sono lenti – ha detto davanti ai giornalisti – dobbiamo accelerare”.


Germania, metà dei tedeschi non crede più nella democrazia

 

Di Uski Audino, La Stampa

Non è mai stato così basso il consenso per il funzionamento della democrazia in Germania. Nè è mai stato così alto il livello di intolleranza per gli stranieri negli ultimi decenni. Lo rivela l’ultimo studio dell’università di Lipsia 2024, “Uniti nel risentimento”, che da oltre vent’anni tasta il polso politico dei tedeschi. Secondo la ricerca il 46% dei cittadini dell’Ovest e appena il 30% di quelli dell’Est si dicono soddisfatti dell’andamento democratico del Paese. Ma non è sempre stato così. Negli ultimi due anni si è verificato un tracollo: nel 2022 il gradimento in Germania era ancora in media del 57%. «L’indice di gradimento della democrazia costituzionale così come viene vissuta è il più basso da anni», scrivono gli autori nell’introduzione dello studio pubblicato ieri, aggiungendo che «particolarmente degno di nota è il diverso indice a Ovest e a Est del nostro Paese», con addirittura 16 punti di differenza.

«Solo il 42% dei cittadini vede consonanza tra le proprie idee di democrazia e la pratica attuale – scrivono – ed è il dato più basso da quando abbiamo iniziato a misurare questa voce nel 2006». E’ importante osservare che il distacco dei tedeschi dalla democrazia costituzionale non ha a che fare con il gradimento della democrazia in astratto. Questa idea continua a raccogliere consensi. Anzi, in maniera contro-intuitiva ne raccoglie più a Est (95%) che a Ovest (89%). E’ proprio l’implementazione della macchina istituzionale a perdere sostenitori. E in Germania la consapevolezza del rischio di una crisi di legittimità istituzionale, dopo Weimar, è ben presente.

Ma lo studio condotto con il sostegno della Heinrich-Böll-Stiftung (la fondazione dei Verdi) e la Otto Brenner Stiftung (quella del sindacato di IG Metall) dice anche un’altra cosa. Mette in luce una delegittimazione della democrazia vissuta che cresce di pari passo con l’aumento della xenofobia, passata quest’ultima dal 12,6% al 19,3%. Il 34% degli intervistati concordano con l’affermazione che: «La repubblica federale è eccessivamente e pericolosamente influenzata dagli stranieri» e il 33% che «Gli stranieri vengono qui solo per sfruttare il nostro Stato sociale». Il 60% degli elettori dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) sostengono una visione del mondo xenofoba, idea condivisa dal 26% dei sostenitori dei rosso-bruni di Sarah Wagneknecht (intorno al 7% nei sondaggi), dal 20% dell’elettorato conservatore Cdu-Csu, della Spd e Fdp, dal 12% di chi vota Linke e dal 3% dell’elettorato verde.

«Interessante è osservare – nota il coordinatore dello studio Oliver Decker – che il dato sulla xenofobia – al 31,5% a Est e al 19,3% a Ovest – è cresciuto più nella parte occidentale che in quella orientale». Certo, prosegue Decker, «Diversi fattori hanno contribuito a questa crescita, per esempio sono aumentate le legittimazioni politiche di slogan xenofobi». Senza arrivare all’esempio estremo di Afd, che in campagna elettorale nei Länder orientali regalava palloncini colorati a forma di aereo, come incitamento alla “Remigrazione” di massa di stranieri non assimilati, anche il leader dell’Unione e probabile futuro cancelliere Friedrich Merz un anno fa dichiarava che i rifugiati ottenevano posti dal dentista senza aspettare, mentre i cittadini tedeschi erano costretti a liste d’attesa di anni. Sulla migrazione del resto, finita l’era Merkel, si è virato verso una dialettica da far west. E il fair play e la paludata compostezza che caratterizzava il dibattito pubblico tedesco sono ormai ricordi del passato.

Mercoledì al Bundestag il capo dell’opposizione Merz ha irriso con toni di scherno il tentativo di apertura di Scholz, che proponeva all’Unione di collaborare per l’approvazione di alcune leggi prima delle elezioni di febbraio. «Lei è fuori dal mondo», ha detto Merz: «non si aspetterà che giochiamo in riserva». Mentre il bavarese Söder della Csu diceva che Scholz «è l’uomo più uncool della Germania». La campagna elettorale è aperta e non sarà un pranzo di gala. C’è da giurare che scopriremo una Germania più simile agli Usa di Trump che al Paese di Merkel.

Nell’immagine: Friedrich Merz, leader Cdu


Ken Loach e Luciana Castellina, il dialogo e le battaglie

 

Di Silvana Silvestri, il manifesto

Due personalità generose e appassionate, Luciana Castellina dialoga con Ken Loach sui temi contemporanei della politica, voci autorevoli, protagonisti di movimenti che non si sono arresi. L’occasione è il Festival del Cinema Europeo di Lecce (9-16 novembre) 25a edizione che assegnerà l’Ulivo d’oro al regista inglese collegato da remoto, autorevole protagonista del cinema europeo.

Il loro primo incontro, gli ricorda Castellina, avvenne negli anni Sessanta a Napoli «Grazie a te abbiamo vinto una battaglia importante. Nella periferia c’era un cinema, chiamato Pierrot, che i proprietari volevano chiudere per farne un supermarket. Facemmo manifestazioni e picchetti e ti chiedemmo di venire ad aiutarci e tu arrivasti da Londra a Ponticelli per fare questa manifestazione in difesa del cinema e abbiamo vinto, il cinema esiste ancora!

Questo è il festival del cinema europeo e senza il tuo apporto l’Europa sarebbe stata descritta solo per metà perché aver descritto la classe operaia è essenziale nella storia europea. Penso al tuo film Lo spirito del 45 che racconta una storia simile a quella italiana, di grande entusiasmo per il welfare dell’immediato dopoguerra mentre oggi si fanno manifestazioni a Roma come a Londra per la salute pubblica distrutta pezzo per pezzo.

KEN LOACH: «È molto importante quello che hai detto, mi vengono in mente le parole di Milan Kundera nella lotta dell’umanità il vero obiettivo è la lotta della memoria contro l’oblio. Questo tipo di approccio è anche quello del cinema, il cinema deve essere testimonianza del presente ma deve anche richiamare il passato.

C’è una cosa importante che voglio dire sul film Lo spirito del 45. Nel periodo post bellico c’è stata una fase di progresso molto importante per la classe operaia, per la prima volta moltissimi servizi erano in mano al popolo, servizi sanitari, ma anche l’istruzione, le miniere, i trasporti, l’industria dell’acciaio. Questi servizi erano controllati e gestiti dalla classe operaia e per la prima volta sembrava un progresso. C’era però un problema, l’economia era ancora di tipo capitalista e con il passare degli anni i capitalisti hanno rivoluto tutto indietro perché non si trattava più di utilizzare quei servizi attraverso il pagamento delle imposte per poter aiutare le persone che ne avevano bisogno, si trattava di utilizzare quei servizi per trarne profitto. E alla base c’è proprio questo, il profitto, che ha poi portato alla perdita di tutto. Quando Margareth Tatcher ha vinto le elezioni sconfiggendo il partito social democratico e laburista nel ’79 è tornato tutto indietro, si è tornati alla privatizzazione dei servizi, se non si affronta la questione alla base si tornerà sempre indietro. Quindi se c’è una lezione che possiamo imparare dal 1945 alla fase successiva è proprio questa, non basta cambiare i rapporti dall’alto, bisogna entrare nel nucleo dell’economia se vogliamo che questo cambiamento sia permanente».

CASTELLINA: Sono molto contenta di queste parole perché indicano che non è vero che il capitalismo ha vinto, è perché ha perso, ha dimostrato che di fronte a tutti i problemi che intervengono oggi, la questione ecologica, il fatto che non si può andare avanti a produrre tante merci superflue, mentre i servizi non funzionano più, sono la dimostrazione che quel sistema ha funzionato bene per i primi decenni dopo la guerra ma non funziona più e quindi bisogna arrivare a un cambiamento, difficile ma indispensabile. Sappiamo bene che bisogna cambiare il mondo altrimenti a sorte dell’umanità stessa è in pericolo.
È molto importante la tua influenza sul nostro cinema perché se c’è una cosa che va bene è la nuova generazione di registi italiani che si dedica al «cinema della realtà» e questo glielo hai insegnato tu, una ragione per esserti molto grati.

KEN LOACH: Sono d’accordo quando hai parlato del fallimento del capitalismo, identificato come una barbarie. Mi viene in mente Rosa Luxemburg che andava in questa direzione. Noi ci troviamo all’interno di una serie di catastrofi, prima di tutto quella climatica. E il problema è sempre quello, il capitalismo cerca il profitto dell’anno successivo, questo è il problema alla base.

Tu citavi il cinema della realtà, credo che la realtà sia l’espressione più bella, più commovente, più coinvolgente della condivisione della realtà, perché noi festeggiamo insieme amiamo insieme, ci arrabbiamo insieme, quindi il cinema deve essere la conferma di questa nostra umanità e la fantascienza o tutte le altre cose che il cinema fa a livello commerciale non toccano questi temi. I film che più mi hanno influenzato sono stati i film neorealisti italiani del dopoguerra, su tutti De Sica,poi altri come Gillo Pontecorvo, film che trattavano i problemi della classe operaia, dimostravano che andava bene parlare della classe operaia e delle loro lotte. L’altra grande influenza è stato il cinema dell’est Europa in particolare il cinema ceco. Ci sono prodotti del cinema ceco degli anni Sessanta straordinari perché era un cinema dell’osservazione, trasformava la macchina da presa in un osservatore empatico, che guarda nell’angolo di una stanza ed è coinvolto e prova un sentimento di vicinanza e di coinvolgimento. Se il film funziona, il film ci tocca nel profondo perché la realtà ci tocca nel profondo. Il cinema dell’osservazione è il modo con cui provo a fare i miei film».

Una rassegna dei film di Ken Loach è stata curata da Massimo Causo all’interno del festival, le sue domande al regista si fanno più dirette rispetto alla situazione internazionale.

MASSIMO CAUSO: Vorrei chieder al maestro una riflessione sul momento storico che stiamo vivendo con due guerre che sembrano averci portato indietro nel tempo

KEN LOACH: Anch’io come voi leggo i giornali guardo i telegiornali e partecipo alle proteste in sostegno del popolo palestinese. Non ho delle riflessioni particolari da condividere se non una mia sensazione. Mi sembra che la guerra in Ucraina sia complicata dalla tendenza espansiva occidentale come pure dalla risolutezza di Putin di mantenere quelle posizioni che ha mantenuto per decenni. La critica nei confronti di Putin c’è sempre stata, l’opinione pubblica americana, non necessariamente di sinistra ha detto cose importanti. Se vai a stuzzicare il can che dorme a un certo punto reagisce. Con questo non voglio manifestare una posizione a sostegno di Putin, tutt’altro, ma questa era una tragedia prevedibile. Non posso dire troppo dell’ascesa di Trump credo però sia ora di avviare delle riflessioni soprattutto da parte delle nuove generazioni.

C’è un altro aspetto che vorrei sottolineare riguardo al conflitto in Ucraina e ci tengo a ricordare. Gli Usa lo hanno fatto e lo fanno ancora in tanti paesi, nel senso che la guerra in Ucraina non è un esempio inedito, penso all’America centrale e all’America latina, a quello che l’esercito americano ha fatto per cancellare quello che era l’Unione Sovietica all’epoca, i tentativi di assassinare Fidel Castro a Cuba e cercare di implementare un certo tipo di economia, penso al Nicaragua, penso a quello che le forze miliari americane hanno fatto per rovesciare il governo sandinista, inviando altri terroristi e distruggendo scuole, villaggi, edifici con tutta una serie di conseguenze che ci fanno capire una cosa: la storia si ripete, la guerra in Ucraina non è un caso isolato o inedito.

Per quanto riguarda il conflitto fra Israele e Palestina io sono come voi, assisto quotidianamente a quelli che sono veri e propri crimini di guerra, veri e propri crimini contro l’umanità. Quello che succede a Gaza è inimmaginabile, ci sono tantissime persone imprigionate, tantissime persone che non hanno la possibilità di difendersi, massacrate, vittime delle bombe e con loro le scuole che cadono a pezzi, i campi di accoglienza dei rifugiati, i luoghi di culto. Le persone muoiono all’interno delle proprie case e le vittime sono stimate attualmente 44- 45 mila ma noi sappiamo dalle associazioni mediche sul campoche sono centinaia di più e quando parliamo di vittime non parliamo solo di chi perde la vita, ma di quanti ne porteranno per sempre le conseguenze. Per me è difficilissimo da immaginare che l’occidente fornisca le armi per perpetrare questi crimini. Ma il mondo lo sa quello che sta accadendo in Palestina e un giorno giustizia sarà fatta, è necessario che questi criminali rispondano delle proprie azioni e vengano consegnati alla giustizia. Da qualunque parte ci deve essere giustizia, I Palestinesi devono avere uno stato, devono poter decidere per se stessi. Non ci fermeremo finché il popolo palestinese non avrà giustizia.

Nell’immagine: Scene da «Lo spirito del ’45» di Ken Loach (2013)


Avrebbero potuto le cose girare diversamente?

 

C’è un libro pubblicato poco più di un anno fa (marzo 2023) che cominciava con questo interrogativo: “Could things have turned out differently?” Avrebbero potuto le cose girare diversamente? E si rispondeva subito, in sostanza (e quasi profeticamente): no, guardando indietro alla rivoluzione del libero mercato nell’ultimo mezzo secolo, è difficile sottrarsi a un senso di fatalismo storico (“it is hard to avoid a sense of historical fatalism”). Cioè: le cose dovevano andare così.

Quel libro, che suscitò attenzione sul momento, era scritto da una giovane sociologa australiana, Melinda Cooper, che va ora sicuramente annoverata tra le migliori e più affinate analiste del capitalismo contemporaneo e delle sue trasformazioni. Già il titolo era singolare e coinvolgente: Counterrevolution. Extravagance and Austerity in Public Finance (Zone Books, 2023). Quindi: la “controrivoluzione” che si opera, con stravaganza (con prodigalità eccessiva) e austerità, nella finanza pubblica.

Quando nel Ticino… si imitava e si anticipava

Il contesto è proprio quello intellettuale e politico nordamericano. È però estensibile o reperibile nella sostanza anche al nostro e per questo ci interessa direttamente. Il libro esplora, infatti, la maniera in cui nuove teorie economiche hanno impregnato tutto il dibattito politico o la fabbrica delle politiche pubbliche. Al punto tale da dominare senza scampo tutta l’”agenda politica” fiscale, finanziaria e politica a partire dagli anni 1970.

E quali nuove teorie politiche? Quelle cosiddette dell’economia dell’offerta (supply-side economics) e la “scuola o teoria della scelta pubblica” (public choice).

Qui mi si dirà che sono finito in una astruseria che interessa a nessuno o serve a poco o serve solo a complicare le cose. Non è così. Chi ha seguito in Ticino i dibattiti granconsiliari negli anni ’80 (fosse solo per impegno giornalistico) o riesce a darsi la briga di esplorare i Verbali del Gran Consiglio (fosse solo per curiosità o conferma) troverà facilmente quelle teorie e quelle stesse espressioni (in inglese) sulla bocca di un consigliere di stato, Claudio Generali (1943-2017), economista, direttore del Dipartimento finanze e lavori pubblici. Il quale ebbe a dire in una intervista televisiva, dopo essere tornato al mondo bancario (1990): “Mi ero messo a disposizione della politica perché avevo maturato una certa indignazione di cittadino per come erano state gestite in quegli anni le finanze” [anni ’70-’80, ndr].

Un mezzo secolo… con un ossimoro e un paradosso

Dove sta quindi l’interesse nostro, diretto, di allora e in questo momento storico, per quel libro di Melinda Cooper? Sta in quella sorte di ossimoro (accostamento di due termini di senso contrario) nel suo stesso titolo e cioè: stravaganza (intesa come prodigalità) e austerità (intesa come rigorosità). Ossimoro che rileva, sottolinea, uno dei paradossi maggiori della nostra economia politica di quest’ultimo mezzo secolo.

La stravaganza è quella dei redditi (profitti, diciamo pure) del capitale, sui mercati finanziari (Borsa, ad esempio) e nell’immobiliare (immobili, terreno) che hanno spiccato voli stratosferici e hanno fatto emergere, come vulcano, una classe mondiale di straricchi, di miliardari.

L’austerità è quanto si è imposto agli altri, in un’epoca di aumento senza sosta dell’indebitamento pubblico e quindi di attacchi, in vari modi, quasi come rimedio, alle spese dello Stato sociale e dunque un continuo ripetitivo richiamo a promuovere una gestione più rigorosa delle finanze pubbliche.

Stravaganza e austerità sono le due facce della stessa medaglia. Dagli anni ’70 l’inflazione dei salari e dei prezzi (o la spirale salari-prezzi, vera causa dell’inflazione, si è sempre detto) è stata compressa al massimo agendo e immobilizzando i salari (e da qui la perdita del potere d’acquisto della cosiddetta classe media),mentre gli attivi finanziari e immobiliari sono volati alle stelle (e da qui è uscita, ad esempio, la grande fortuna dell’immobiliarista miliardario Trump, ritornato presidente con il determinante appoggio di altri compari miliardari).

L’economia dell’offerta ha puntato tutto sugli incentivi (pubblici) e la riduzione delle imposte per facilitare la formazione e l’accumulo del capitale (continui sgravi ricchi ai ricchi) con la giustificazione, mai storicamente dimostrata, che la ricchezza accresciuta sgocciola a vantaggio di tutti. La teoria o scuola della scelta pubblica reclamava e imponeva (come continua a capitare) l’incatenamento dello Stato (Cantone, Confederazione) con nuovi dispositivi costituzionali (freno alla spesa pubblica, obbligo di parità di bilancio, rigorosamente intesi senza aumento dell’imposizione fiscale sulla ricchezza o sui patrimoni).

Il trionfo della “controrivoluzione”

I risultati di questa “politica” sono ormai da tempo sotto gli occhi di tutti: ringalluzzisce sempre più il capitale (e il capitalismo), crescono e s’impossessano della politica e di tutti noi i miliardari; i conti pubblici devono alimentarsi con l’indebitamento anche perché le spese “collettive” aumentano e sono inevitabili (pensiamo solo alle conseguenze dei cambiamenti climatici o delle pandemie, ma anche e sempre più alle spese militari determinate dalle geopolitica, dal gioco perverso degli imperialismi e delle colonizzazioni, dall’ansia ormai paranoica per l’insicurezza o della stessa spesa militare ritenuta anche fatto di crescita economica).

L’enorme vantaggio dei Repubblicani americani (e non solo), vittoriosi, è di aver puntato dagli anni ‘80 su un progetto chiaro, coerente, favorevole al capitale e ai più fortunati, ad immagine e somiglianza di Donald Trump, riuscendo a diffondere la certezza che è il solo modo per riportare l’America ai suoi splendori, contro gli altri (persino gli “amici” europei, egoisti) e solo a vantaggio di tutti gli americani (esclusi gli immigrati solo approfittatori dell’ultima ora).

Melinda Copper fatica ad aggiungere alla fine una nota di ottimismo: per uscire dalla “contro-rivoluzione” (che ha descritto nei dettagli) bisognerebbe soprattutto liberarsi dal carapace ideologico ch’essa è riuscita a costruirsi attorno e a imporre sistematicamente nel corso degli ultimi quarant’anni. L’elezione di Trump, quasi conseguenza logica di tutte le premesse descritte del passato e implicitamente negazione del futuro, rimette tutto al punto di partenza.

Salvare la democrazia e rovesciare la contro rivoluzione… rimane ancora tutto un programma da definire.

Nell’immagine: Joseph Keppler, “I boss del Senato” (1889)


Il linguaggio della civiltà

 

Di Luigi Manconi, La Repubblica

E se, alla resa dei conti, la guerra contro il politicamente corretto rivelasse il desiderio non so quanto inconscio di poter chiamare ancora negri i negri e froci i froci? Ovvero, una profonda e irriducibile voglia di esprimere disprezzo? Non si può spiegare altrimenti l’ossessività con cui il “politically correct” viene evocato non tanto dai suoi supposti adepti (peraltro oggi ridotti a una esigua minoranza), bensì dai suoi più fieri nemici. Basti osservare come la “cultura woke” e quella della “cancel culture”, il neo-conformismo linguistico e il parossismo eufemistico delle minoranze siano stati evocati dalla destra italiana tra le cause fondamentali della sconfitta di Kamala Harris alle recenti elezioni presidenziali negli Usa.

Sembra inaudito che tale interpretazione possa reggere più di qualche secondo, ma una spiegazione per una simile allucinazione c’è. Per la destra, il politicamente corretto è diventato una nevrosi che altera la percezione della realtà e deforma in maniera abnorme quello che è un ordinario conflitto culturale tra le élite conservatrici e le élite progressiste, proiettandolo sugli orientamenti elettorali delle grandi masse popolari. In altri termini, se un operaio bianco del Texas vota per Donald Trump lo fa a causa della crescita dell’inflazione o del rischio di perdere il posto di lavoro o della paura per gli effetti del vaccino anticovid, non certo perché il virtuoso codice ideologico imporrebbe il ricorso a «n-word», ovvero un modo educato di riferirsi alla parola offensiva «negro», o la realizzazione di bagni pubblici per chi non si identifichi in un genere o nell’altro.

Si tratta di questioni alle quali personalmente annetto importanza e che hanno significative conseguenze sociali, ma che sul piano politico-elettorale assumono scarsissimo rilievo. Sul piano dei comportamenti quotidiani, le persone dabbene — qualunque sia la loro scelta di voto — si adoperano per utilizzare un vocabolario il più rispettoso possibile nei confronti degli altri, minoranze comprese. A parte coloro che come si è detto godono nel chiamare negri i negri e froci i froci.

In Italia la questione si pone in termini simili. Nei giorni scorsi, tra le tematiche politicamente corrette che minerebbero la fiducia degli strati popolari nel Pd e in Elly Schlein, i giornali di destra hanno indicato il presunto sostegno alla gestazione per altri (Gpa). Ecco, questo esempio aiuta a comprendere molte cose. Innanzitutto che utilizzare la formula “gestazione per altri”, e non “utero in affitto”, non è un’ubbia intellettualistica, bensì una forma di rispetto — comunque la si pensi — verso la gestante. E spiega, ancora, quella deformazione della realtà di cui sono vittime i politicamente scorretti: nel nostro paese infatti i sostenitori della Gpa sono una esile componente e si può tranquillamente verificare come la stragrande maggioranza del Pd sia ostile a essa. Ma la campagna ideologica condotta dalle destre in tutti questi anni serve esattamente a questo. Non a caso, le si può accostare la lotta contro il “buonismo”, termine che le persone beneducate non dovrebbero mai utilizzare, ma tant’è. Quella formula sciagurata altro non è che la dozzinale legittimazione di un cattivismo straccione sul piano delle relazioni interpersonali e dei rapporti sociali e di una concezione sostanzialista del diritto, che sprezza regole, valori e principi.

Prendiamo il caso della missione Albania. Le critiche verso essa nascono, oltre che da solidissime ragioni economiche (costi esorbitanti e sprechi immotivati), da considerazioni di natura giuridica e costituzionale: come la primazia del diritto europeo su quello interno degli Stati, l’habeas corpus e l’intangibilità della persona umana, lo ius migrandi e il divieto di «restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria» (art. 13 della Costituzione).

È questa la posta in gioco dell’asperrimo conflitto in corso che solo gli sciocchi possono considerare come l’effetto di concezioni moralistiche contrapposte a una lettura realistica delle dinamiche sociali e del governo di esse. Analogo ragionamento può farsi a proposito del linguaggio politicamente corretto. Al dì là delle forzature ridicole o puerili resta una questione di fondo: è indubbio che tra i primi diritti rivendicati dagli esseri umani si trova quello di dotarsi di un proprio nome. Il diritto, cioè, di nominarsi, di decidere come si voglia essere chiamati e, dunque, come definire la propria identità nelle relazioni con gli altri. È la storia del mondo civilizzato: da quando lo schiavo lottava per ottenere di essere chiamato con un nome proprio, che non fosse quello servile attribuitogli dal padrone. Può piacere o non piacere e possono essere apprezzate o meno le diverse soluzioni adottate, ma il ritorno a un linguaggio che, pretendendo di essere autentico e popolare, definisce «cani e porci» (Matteo Salvini) i migranti è una disgrazia sociale e morale, che finisce per inquinare anche la stessa destra. Evidentemente si è dimenticato che, fino a pochi decenni fa, su molti quotidiani gli omosessuali venivano definiti «invertiti» e «pederasti» (vi ricorda qualcosa?), e le persone affette da sindrome di down venivano indicate come «mongoloidi». In questo quadro, l’eroica lotta, portata fino al sacrificio, di Giorgia Meloni per farsi appellare il premier suona come teneramente romantica.