Lettera agli ebrei della diaspora

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

il manifesto

Carissimi Ebrei della Diaspora,

vi scriviamo per parteciparvi una duplice angoscia che cresce in noi a partire da quel 7 ottobre del 2023, quando un’efferata azione dei palestinesi di Hamas fece scempio di un gran numero di ebrei di Israele e di molti non israeliani sui bordi della “striscia” di Gaza.

Insieme al dolore per le vittime e alla esecrazione per la brutalità dell’aggressione, la prima di tali angosce ha tratto origine dalla percezione che le conseguenze di quella azione, con tutto il male che portava con sé, sarebbero ricadute sulla intera popolazione di Gaza e sul popolo palestinese in quanto tale, ovunque situato, nei territori colonizzati della Cisgiordania come nei Paesi vicini.

L’altra angoscia è sorta, ed è cresciuta nel tempo, dalla considerazione che le conseguenze della spietata ritorsione intrapresa dagli Israeliani delle Israel Defence Forces, con tutto il male che porta con sé, ricadranno sull’intero popolo ebraico, sia privando di ogni sicurezza, ad onta di ogni possibile difesa, i cittadini dello Stato di Israele, sia mettendo a repentaglio, con risultati imprevedibili, il popolo ebraico della Diaspora in quanto tale.

A questa duplice angoscia si aggiunge quella per ciò che può accadere a causa dell’allargamento del conflitto al Libano e all’Iran, e per le conseguenze che ne possono derivare per tutto il Medio Oriente e la residua pace del mondo. Ciò che ci accomuna di fronte a questi eventi, è la nostra condizione di terzietà che ci fa trovare con voi dalla stessa parte sia al cospetto delle attuali condotte dello Stato di Israele, che sono in odore di genocidio, sia delle reazioni violente e illegittime dei suoi antagonisti, sia della responsabilità che tutti abbiamo in ordine alla “questione palestinese”.

Il nostro coinvolgimento in questa tragedia è determinato anche dal fatto che essa non investe direttamente solo i due popoli in lotta, né è solo un evento di portata locale, ma investe tutti i popoli e gli Stati ed ha una portata di carattere mondiale. Se, non risolvendosi questo conflitto, esso lasciasse dietro di sé due popoli irrimediabilmente nemici, la cui spinta vitale fosse la distruzione l’uno dell’altro, così ogni altro popolo potrebbe cadere nella stessa sindrome di annientamento reciproco, in modo tale che l’unità della famiglia umana sarebbe rotta e il mondo non potrebbe sussistere.

Perciò, e non solo per molte altre ragioni di cui si potrebbe parlare, noi sentiamo il vostro problema come nostro, e vi scriviamo non per darvi moniti e consigli che non abbiamo l’autorità di darvi e che voi potreste non trovare alcuna ragione di accogliere, ma perché siamo convinti che insieme dobbiamo farci carico di questa sfida e insieme immaginare e cercarne la soluzione sul piano effettuale e politico. Se siamo, come si dice, a un “cambiamento d’epoca”, tutti noi contemporanei ne siamo responsabili e autori.

Un’altra ragione per farlo, senza che questo voglia dire un’interferenza in una questione che è solo vostra, è il fatto che come noi comprendiamo ed è di dominio comune, alla radice di questa terribile vicenda c’è una realtà di fatto che non è solo dello Stato di Israele, che in oltre 70 anni non è riuscito a dare soluzione al problema del rapporto sulla stessa terra con un gran numero di residenti che hanno altra origine, storia, lingua, religione e cultura, ma è anche e sempre più potrà diventare un problema anche nostro; e ciò in ragione delle correnti migratorie, regolari e irregolari, che affluiscono nei nostri Stati e che le nostre politiche sembrano non in grado di fronteggiare. La differenza sta nel fatto che mentre gli Ebrei sono gli “altri” sopraggiunti a sovrastare una popolazione già esistente, i nostri Stati sono la popolazione esistente a cui si aggiungono gli “altri” che arrivano sempre più numerosi, provocando in essa inevitabili cambiamenti. Se i nostri Stati affrontassero il problema del rapporto con i migranti nella prevalente preoccupazione di una “identità” e invarianza da preservare, il rischio sarebbe di vivere “la questione migratoria” con la stessa ambascia con cui lo Stato di Israele fin dall’inizio ha avvertito “la questione palestinese”. E sarebbe una catastrofe se noi volessimo difendere la “nazione” e i valori nazionali, ben oltre la chiusura delle frontiere e dei porti, in modo corrispondente alla perentorietà con cui lo Stato di Israele rivendica e tutela la propria identità nella sua Legge fondamentale. Tale Legge, adottata per iniziativa del premier Netanyahu ma con l’opposizione del Presidente di Israele Reuven Rivlin il 19 luglio 2018, com’è noto definisce Israele come “Stato Nazione del Popolo Ebraico”, la Terra di Israele (più volte identificata in Israele con la terra che si stende dal mare al Giordano) come “la patria storica del popolo ebraico in cui lo Stato di Israele si è insediato” e “Gerusalemme integra e indivisa” come la capitale di Israele.

Si può obiettare che l’identità che rende così tipico e coeso il popolo ebraico è ben più forte e storicamente sperimentata di quella che unisce i cittadini dei nostri Stati, che sono ormai inclusi in società per larga parte multietniche e pluraliste, legittimate da ordinamenti democratici, a differenza dello Stato di Israele in cui la citata Legge fondamentale riserva il “diritto di autodeterminazione” come “diritto esclusivo del popolo ebraico” e, come ha spiegato il presidente della Knesset Amir Ohana presentando la legge, se i diritti umani sono per tutti, i “diritti nazionali” cioè i pieni diritti di cittadinanza, appartengono solo al popolo ebreo. Ma se si rifiuta di cogliere la “differenza ebraica” nella specificità razziale, che è stata usata a fondamento della perversione dell’antisemitismo (“razziali” si chiamavano le leggi che l’hanno promosso) si deve cercare altrove il cemento di questa unità e specificità del popolo cui appartenete; e noi lo troviamo nella storia di Israele, nella sua fede, nel suo riferimento alla tradizione biblica e talmudica, (“la Legge e i Profeti”!), e nella solidarietà nel dolore determinata dall’esperienza e dalla memoria delle persecuzioni subite.

Ma allora di nuovo si scopre quanto abbiamo in comune e come sia anche nostro il problema delle politiche e della figura attuali dello Stato di Israele.

Prima di tutto ci sembra che il riferimento alla fede e alla tradizione religiosa di Israele apra uno spazio fecondo di dialogo tra voi, popolo ebraico della Diaspora, e i vostri fratelli ebrei che vivono nello Stato di Israele. Diverso, infatti, nei due casi ci appare questo rapporto. I cittadini anche non credenti che si riconoscono nella definizione dello Stato di Israele come “Stato nazione del popolo ebraico” fanno riferimento alla religione ebraica e le professano fedeltà come fondamento e garanzia dello Stato, che fin dall’origine ha scelto di stabilire in essa la propria legittimazione; infatti essa è implicitamente riconosciuta dalla comunità internazionale che correntemente si riferisce ad Israele come allo “Stato ebraico”. Questo però comporta una lettura del patrimonio spirituale dell’ebraismo in termini temporali e politici, non sempre prudenti, che distorcono agli occhi degli osservatori esterni il significato della fede ebraica e che nei momenti di crisi sono accentuati dai governanti di Israele per difendere le loro scelte e ottenere una sorta di insindacabilità delle loro politiche, mettendo in carico all’antisemitismo le riserve e le critiche che vengono loro rivolte. Il danno di questo uso strumentale dei tesori dell’ebraismo ci è apparso ingigantito nel corso di questa crisi, per il frequente ricorso che vi ha fatto il premier Netanyahu, rivendicando una filiazione diretta delle sue scelte dai comandi di Mosè e dalle gesta di Giosuè,  stabilendo una continuità di fatto tra le azioni distruttive di oggi e gli stermini di ieri dei popoli vinti da Israele nell’epica conquista della Terra promessa, interpretando settariamente l’effetto della presenza di Israele sulla “mappa” del mondo in termini di benedizione e maledizione, presentando lo Stato di Israele nella forma di un messianismo realizzato e rompendo con la comunità delle Nazioni in una rinnovata contrapposizione tra Ebrei e “Gentili”. Una linea di governo che si è manifestata bollando l’Organizzazione che le riunisce, l’ONU, come una “palude di antisemitismo”, non risparmiando la vita dei suoi operatori umanitari, attaccandone i militari in missione di pace, dichiarando persona non grata il suo massimo rappresentante e sdegnando le pronunzie i moniti e le accuse dei suoi organi istituzionali e giudiziari. Siamo particolarmente raccapricciati e appare blasfema la pratica di uccidere i nemici uno per uno e promettere di ucciderli tutti invocando il nome di Dio, avendo in premio la luce e l’entusiastico consenso di Biden.

Vogliamo rendervi atto che molto diversa è la testimonianza dei valori dell’ebraismo che si sprigiona sia da vasti settori della stessa società israeliana, sia dal vasto mondo degli Ebrei della Diaspora. Anche tra voi ci sono credenti e non credenti, e senza dubbio è ragione di arricchimento per tutti la presenza e l’integrazione degli Ebrei della Diaspora nelle nostre società laiche e nella costruzione di autentiche democrazie. E se teniamo conto della ricca varietà di posizioni espresse in seno all’ebraismo, dovunque insediato, vediamo come una gran parte dei sapienti d’Israele e dell’ebraismo rabbinico ha respinto nel passato, e in notevole misura lo fa anche oggi,  una interpretazione del messianismo in senso politico e mondano, professando come riservata a Dio l’attuazione delle promesse messianiche, ha giurato di “non forzare la fine”, si è dissociata da una versione del sionismo in un suo intreccio perverso con lo Stato, rivendica il valore della vita ebraica “nel differimento” della redenzione e nell’esilio, legge in modo non fondamentalista il libro sacro e ha parole di vita riguardo a molte altre cose. Per tutto ciò il popolo ebraico è, e noi vorremmo che venga riconosciuto che sia, un “patrimonio dell’umanità”. Grande perciò dal nostro punto di vista, sarebbe l’importanza di una crescita del dialogo e del confronto tra il mondo della Diaspora e gli Ebrei che vivono nello Stato di Israele, in vista di un cambiamento e di una rettifica degli errori commessi (denunciati perfino dagli Stati Uniti) e anche ai fini di un contenimento e di un antidoto al risorgente mostro dell’antisemitismo o, come è stato chiamato anche da autorevoli Ebrei, al “suicidio di Israele”.

La seconda realtà chiamata in causa dal riferimento alla fede e alla tradizione biblica di Israele è quella dell’Occidente, il quale non a caso è collocato, da un luogo comune di cui molti ignorano la vera portata, nella filiazione dalla tradizione “ebraico-cristiana”.

Se questo è vero, si pone un problema molto grave per noi, al di là delle opzioni di fede di ognuno.  A questa nostra tradizione appartiene una parola di Gesù detta alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe, tramandata dal Vangelo di Giovanni, che afferma: “La salvezza viene dai Giudei”. La nostra esperienza attuale e la tragedia di Gaza insinuano che ne venga invece la perdizione e la fine. Il problema consiste nel fatto che o lasciamo cadere come infondata e inattendibile la predizione di Gesù, ma allora è tutto il Vangelo che cade, oppure la situazione presente viene rovesciata e questa profezia si traduce in lieto preannunzio di un altro futuro e in un compito da assolvere. Nella storia della cristianità per molto tempo questa seconda ipotesi è stata scartata (“i perfidi Giudei”!) ma nel nostro tempo il rovesciamento è avvenuto, come dimostrano la riforma della liturgia, la fede espressa nel documento “Nostra aetate” del Concilio Vaticano II, il dialogo ecumenico e quello ebraico-cristiano, il riconoscimento degli Ebrei come “nostri fratelli maggiori” secondo la pronunzia di Paolo VI, il documento di Abu Dhabi e la “Fratres omnes” di papa Francesco, così come nel mondo laico il ravvedimento è attestato dal pentimento e dalla condanna universale della Shoà insieme all’onore e al sentimento favorevole riservati agli Ebrei contro ogni antisemitismo. A ciò si aggiunge, da parte della storiografia scientifica e della ermeneutica cristiana una lettura non pedissequa della Bibbia (quella letterale sarebbe secondo i teologi cattolici “un suicidio del pensiero”) che non considera “storici” i libri “storici” dell’Antico Testamento, scritti molti secoli dopo i fatti narrati, e perciò non attestanti fatti effettivamente avvenuti. Ciò significa liberare il popolo ebraico dalla pretesa origine da un delitto fondatore, e addirittura da un passato di decreti di sterminio ed eccidi di interi popoli (molti dei quali all’epoca nemmeno esistenti) su commissione di un improbabile Dio violento, a sua volta successivamente ucciso nel Figlio, e cancellare l’intero armamentario ideologico su cui è stata storicamente fondata la persecuzione antisemita. Per contro un passato di delitti fondatori e di messianismi letali lo hanno molte realizzazioni genocide e colonizzazioni insediative dell’Occidente “civilizzatore”, come nella “scoperta” e conquista dell’America, nell’America cosiddetta “latina”, nell’Africa non solo del Sud, in Oceania e altrove.

Così ristabilito l’orizzonte in cui operare, si apre la possibilità di un’alleanza di tutti i soggetti fautori di pace con gli Ebrei della Diaspora e dello stesso Israele per un dialogo con lo Stato di Israele così come oggi è realizzato, la ricerca di una soluzione e la costruzione di un’alternativa riguardante non solo Israele e i palestinesi ma la pace e l’unità stessa del mondo.

Sarebbe una presunzione e ancora il riflesso di una mentalità egemonica stabilire i termini di tale soluzione, che possono scaturire solo da una ricerca comune e dalla inventiva della storia. Si può però affermare con un sufficiente grado di certezza che una soluzione può risiedere solo in una riconciliazione tra Israeliani e Palestinesi e non solo venire da artifici politici e diplomatici. Per la costruzione di un’alternativa si deve ormai abbandonare la fuorviante soluzione a due Stati, per la quale ci vorrebbe ben più che una riconciliazione, tra due Stati limitrofi e indiziati a combattersi, anche ove mai tale soluzione fosse stata possibile e auspicabile in passato, nonché la finzione di negoziati in realtà ordinati a confermare e preservare la situazione qual è, come è stato sostenuto anche in un dialogo tra due culture diverse, quale il dialogo tra Ilan Pappé con Noam Chomski. Resta la soluzione a uno Stato, ma allora va costruita attraverso una riforma della figura di Stato vigente, riforma che pertanto riguarda non solo lo Stato di Israele, nel quale l’identità etnico-religiosa spinta all’estremo ha dato luogo a un regime di dominio e di guerra, ma la stessa forma di Stato moderno, quale si è andata a fissare negli Stati esistenti, che nel loro insieme ormai globalizzato si presentano come un coacervo di sovranità in competizione se non in lotta tra loro, che hanno eletto come ultimo (e spesso anche primo) giudice tra loro, la guerra.  Lo Stato rispondente alla nuova realtà di una comunità mondiale pluralistica e multiculturale dovrà piuttosto costruirsi in una pluralità di ordinamenti giuridici interagenti tra loro, che insedino come sovrana la pace, assicurino l’eguaglianza, riconoscano non solo come affare individuale e “privato”, ma sociale e significante per tutti, le culture le religioni e le tradizioni diverse, e aprano le frontiere e i porti alla libera circolazione non solo delle economie e delle merci, ma delle persone e dei popoli. Si potrebbe perfino pensare che nel nuovo “villaggio globale” agli organismi che corrispondono ai tre poteri competenti nelle relazioni interne agli Stati, legislativo, esecutivo e giudiziario, possa aggiungersi un altro organo, quello della diplomazia, con poteri di consiglio e di controllo sui rapporti esterni e le scelte internazionali dello Stato, a partire dalla scelta costituzionalmente obbligante della pace, della salvaguardia del creato e della dignità delle creature.  Così come si potrebbe pensare a uno sviluppo del diritto che giunga ad abrogare e sanzionare la figura del “Nemico”; e ciò non solo in Europa, quando perfino nell’Impero ottomano Ebrei e Islamici hanno vissuto insieme pacificamente per secoli, senza ombra di antisemitismo.

Questo volevamo dire agli Ebrei con noi conviventi, nostri vicini, concittadini, sorelle e fratelli in quest’epoca nuova.

Nell’immagine: Proteste all’interno del Cannon House Office Building a Capitol Hill a Washington


La guerra è arrivata in Occidente e noi siamo già potenziali reclute

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Per i compilatori in pantofole delle arti della guerra, categoria in allarmante dilatazione numerica in Occidente da due anni e mezzo a questa parte, è il momento cautamente annunciato, previsto, diciamolo pure atteso: si marcia, scendiamo in campo, dunque arruolatevi. Ci vuole qualcosa in più per mettere i russi gambe all’aria e far loro ripassare i vecchi violati confini. La sbandierata strategia logoratrice che ci doveva dare la vittoria senza combattere funziona: ma purtroppo al contrario. La mette a frutto il subdolo Putin. Le sanzioni includono infatti elaborate disposizioni per privare la Russia di tutto ciò di cui poteva a fare a meno…

Siamo dunque alla guerra vera anche per noi potenziali reclute d’Occidente, quella ai cui bordi non si mettono le poltrone per guardare con comodo. Basta con le mossette della guerra per procura: dell’aiutiamo gli ucraini a casa loro, l’avanspettacolo del forniamo finanziamo paghiamo aggiungiamo carri armati proiettili aerei missili e tutta questa costosa ferraglia affinché possano essere eroici e si facciano ammazzare per la buona causa. I conduttori della Grande Alleanza, i politici ottusi e gli accorti speculatori della economia bellica, si sono dibattuti finora sotto gli impiastri di questa farmacopea. Sarebbe bello se le imprese restassero fino alla fine dilettevoli come all’inizio, se il fondo di bottiglia fosse gustoso come il primo sorso. Ma la annunciata vittoria non è arrivata e gli ucraini nonostante rifornimenti e armi nuove sono in gravi difficoltà. Si legge tra le righe, sempre più esplicitamente, che bisogna preparare e prepararsi a sacrifici più diretti se non si vuole la confessione di impotenza, la rinuncia, l’accettazione del fatto compiuto. La Nato è ancora un totem ma che perde ogni potere nei confronti dei tabù. E poi, suvvia, la guerra è un delitto solo quando la si perde. Troppo terrore genera apatia ma una dose appropriata crea obbedienza. Dunque procediamo…

Resta poco tempo: un paio di mesi, non di più, per avviare la pratica, prima che l’imprevedibile Trump, chissà, forse, sconvolga le carte sul tavolo e metta i bastoni tra le ruote del sillogismo bellicoso più consolidato, ovvero che trattare con il criminale Putin è già riconoscere di aver perso. Scorriamo la cronaca degli ultimi giorni, un devastante uragano: via libera agli ucraini di colpire la Russia in profondità (con missili che necessitano della partecipazione diretta degli occidentali al loro uso), forniture belliche e finanziarie a pioggia prima che a Washington la nuova amministrazione chiuda con avarizia mercantile i rubinetti dei forzieri, una semplificazione da parte russa delle regole per innescare l’Apocalisse, l’ingiunzione occidentale a Kiev di arruolare anche i diciottenni, la leva in massa insomma, e soprattutto la possibilità di “foreign fighters” occidentali nei reparti ucraini. Manca alla guerra solo una solenne dichiarazione ufficiale.

Lo scarto con cui questa accelerazione è stato sottovalutato (la ravvicinata soglia atomica è diventata disinvoltamente un patetico bluff putiniano!) rivela la nostra incapacità come opinioni pubbliche occidentali di legare in un ragionamento unico quello che è purtroppo chiaro in ogni conflitto, ovvero il suo irreversibile automatismo. La strategia è sempre il modo di pensare degli insoddisfatti. In fondo l’unico ad aver capito quale sarebbe stato il capitolo finale, la guerra mondiale, è stato Zelensky, perché ha ben poco da perdervi nella sua condizione di aggredito via via più fragile, e la accoglierebbe come una liberazione.

Eppure sondaggi coincidenti e indipendenti svelano che la maggior parte degli europei non vuole che la guerra continui e soprattutto li coinvolga. Già: qualcuno ha mai chiesto loro, ufficialmente, politicamente e non per un ufficio di sondaggi demoscopici, se è disposto a combattere? Se le giovani generazioni che non sanno cosa è il servizio militare e la cartolina precetto sono disposti a tornare indietro, al tempo del Centro Addestramento Reclute, del tiro a segno e, peggio ancora, al campo di battaglia? I guerrafondai sanno bene che in quel caso i menamani e i violenti sparirebbero e gli unici a beneficiare di milioni di reclute infervorate sarebbero i pacifisti, finora ridotti a patetici profeti di impossibili sventure da una ben articolata propaganda dell’indifferenza. I renitenti diventerebbero nelle piazze minacciosa marea da far impallidire il “Satyagraha” del mahatma Gandhi.

Allora, per evitare il rischio, ordine di servizio a quelli che un tempo si definivano “gli operatori dell’intelligenza”: avanti a piccole ma inesorabili dosi, giorno dopo giorno ma aumentando la velocità degli annunci, delle necessità, in modo che non ci sia tempo per ragionare, riunire i tasselli, esigere spiegazioni: ma come dopo tanti proclami nobili e generosi, tante sicurezze… Dove siamo arrivati? A un bagno di sangue generale, questa è la scelta che ci si offre? Guerra o disordine, nessun altra prospettiva, la gloria nel fragore dei cannoni… Ma quale eroismi! In guerra si muore come cani!

A fare da apripista alla guerra davvero mondiale è il presidente francese Macron, in collaborazione con la Gran Bretagna, combinazione non casuale, sono i vecchi soci micro-imperialisti della sconclusionata operazione democrazia in Libia. La politica non spiega tutto, il resto purtroppo lo spiegano i caratteri: Putin Biden Trump… e Macron. Macron ! Come nell’epigrafe di Pier della Vigna , «Venuto dal nulla tornato nel nulla». In politica interna deve subire lazzi e molestie di personaggi balzachiani come Melenchon; in attesa che le sue opere siano consegnate alla tomba delle raccolte giornaliste, gli resta la politica estera, riserva di caccia della eredità monarchico-gollista. Perché non una nuova spedizione in Crimea contro i russi? Sebastopoli… Il bastione Malakoff… Qui sono e qui resto! Verso la pensione, sì, ma come un Mac Mahon in mezzo allo strepito e al tumulto!

Nell’immagine: la Francia non esclude di inviare truppe in Ucraina nel caso in cui ci sia un disimpegno americano 


Educazione australiana: ragazzi senza social

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Di Daniela Hamaui, La Repubblica

L’Australia ha deciso di vietare i social ai minori di 16 anni. Il testo, che ha ricevuto il via libera della Camera e del Senato, ma che deve tornare per l’approvazione finale alla Camera bassa, obbliga le piattaforme — si parla di Facebook, X, Instagram, TikTok ma non di WhatsApp e YouTube — a adottare “misure ragionevoli” per impedire a bambini e adolescenti di avere account sui social network.

Le multe per le big tech inadempienti arriveranno a quasi 31 milioni di euro, mentre le eventuali violazioni da parte di minori e genitori non saranno punite perché la legge, anche per tutelare la privacy, non prevede che gli under 16 forniscano documenti per verificarne l’età.

Il primo ministro laburista Anthony Albanese non ha dubbi: i social network sono «una fonte di pressione sociale e di ansia, uno strumento per truffatori e predatori» e ha spronato i ragazzi australiani a «mettere via i loro smartphone e a dedicare più tempo a calcio, cricket, tennis, pallavolo e nuoto», come se bastasse una legge per trasformare i giovani australiani in aspiranti Sinner.

La normativa, che è una tra le più severe al mondo, troverà sicuramente emulatori. In Italia due ddl bipartisan propongono il divieto per gli under 15, ma anche Spagna, Norvegia e diversi Stati americani stanno pensando ad analoghe restrizioni. Prima di affrettarsi a legiferare sarebbe però bene porsi alcune domande.

La prima è: chi sono i sedicenni oggi? Bambini a cui basta vietare i social per cancellare i loro disagi, le loro depressioni, i loro malesseri oppure giovani adulti che in molti Paesi già votano — in Italia nel 2019, lo aveva proposto Enrico Letta — guidano l’automobile, hanno un conto corrente e sono indipendenti?

I sedicenni sono soprattutto nativi digitali: usano computer, smartphone e iPad che i loro genitori gli hanno messo in mano da quando erano bambini e troveranno — già lo fanno — mille trucchi per aggirare i divieti. Le Virtual private network (Vpn) sono software che ben conoscono e che permettono di mascherare la propria posizione geografica aggirando i blocchi nazionali. In Francia, dove la legge richiede il consenso dei genitori per gli under 15, quasi la metà degli utenti riesce a eludere la regola.

La seconda domanda è: perché dopo anni che si chiede ai vari Meta, X e TikTok di ripulirsi dalle fake news, dagli account che istigano all’odio, al suicidio, all’anoressia e a tanto altro, le piattaforme ne sono ancora piene? La risposta è semplice: perché è sugli estremi che guadagnano, è sulle risse, sugli scontri che creano interazioni che loro prolificano.

E anche se Meta, subito dopo l’annuncio australiano, ha risposto che il settore ha già messo in atto varie iniziative per garantire esperienze adeguate alle diverse età, e Elon Musk ha sostenuto che è una forma di controllo su tutta la popolazione, il problema dei contenuti senza moderazione rimane.

L’ultima domanda riguarda i genitori, la scuola, la società: siamo sicuri che invece che vietare non sarebbe meglio educare? I giovani andrebbero prepararli, dotati di strumenti per capire a cosa sono esposti. Dovremmo spiegare loro come riconoscere una notizia vera da una falsa, come interagire senza sopraffazione, come essere connessi senza diventare vulnerabili, fragili, isolati e manipolabili. Dovremmo insegnare loro ad allontanarsi dal web quando capiscono che è pericoloso.

Vietare i social può sembrare una soluzione forte e semplice ma rischia di spazzare via anche quello che c’è di positivo in queste piattaforme: i giovani si sentono parte di un enorme network, cittadini del web, c’è chi ha trovato lì riconoscimento e accettazione. Siamo sicuri che vale la pena proibire tutto ciò?

Nell’immagine: Melbourne (Australia): alcuni studenti con gli smartphone 


Sergio Rossi – La tensione fra Trump e l’UE non aiuta la Confederazione nel negoziato con Bruxelles

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Politica autentica o “cosa nostra”?

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

“Non è possibile costringere al dialogo chi non vuole dialogare. Non è possibile costringere al dialogo chi ha dimostrato in tutti i modi di non essere disposto ad aderire neppure alle più basilari regole di civiltà e convivenza. Nessun dialogo, nessuna porta aperta con i molinari dello CSOA. Per la lega i molinari non devono semplicemente andare fuori da Lugano ma devono andare fuori dal canton Ticino”.
Sabrina Aldi, Gran Consiglio, 19 novembre

Assistere a certi dibattiti, e ascoltare i “nostri” rappresentanti eletti è, a volte, un esercizio deprimente. Farlo distrattamente comporta una certa indifferenza, la quale ci pone su un piano distaccato dalla vita pubblica e sociale. Non è un bene, ma l’assenteismo e il disinteresse possono essere dettati, anche in parte, da questo atteggiamento oramai quotidiano. La situazione è assai surreale. Sempre più, gli eletti sono rappresentanti di minoranze, mentre la maggioranza s’inscrive in un mondo di cittadini che delegano. Ciò nonostante, i politici tendono a far credere di parlare e agire a nome di tutti.

È su questa strada alquanto autoreferenziale che osserviamo come il succo di molti discorsi e ragionamenti verta su un approccio inscrivibile a dinamiche da “cosa nostra”. Non vorrei che questa affermazione fosse intesa come associazione tra politico e pratiche mafiose, e venga interpretata e recepita come recentemente è accaduto per il deputato e consigliere comunale Matteo Pronzini, denunciato dal municipio di Bellinzona per ingiurie per una frase espressa in un contesto di dibattito politico. Di questi tempi, bisogna fare molta attenzione ad esprimersi, in quanto la visione dei diritti e il rispetto della giustizia e delle leggi è una questione, per così dire, fluida e “à la carte”. Dipende da chi e come vuole interpretarla.

Ad esempio, notiamo che nel dibattito sull’autogestione il rispetto delle regole e delle leggi è unidirezionale se stiamo alle esternazioni della deputata leghista Sabrina Aldi. Infatti, solo gli autogestiti del SOA devono rientrare nei ranghi della legge, mentre chi abbatte edifici in piena notte rimane impunito perché il fatto non sussiste (sigh). Una visione da “cosa nostra” dove chi amministra può fare quello che vuole, mentre gli altri – soprattutto se portatori di dissenso e critiche – non sottomettendosi al sistema subiscono costantemente ingiurie e vengono additati soltanto alla stregua di delinquenti.

La tendenza dei politici e degli amministratori di destra è di assumere sembianze iconografiche candide e immacolate, evidenziando scorrettamente “l’altro”, il “diverso, ” come portatore del male e dei mali. Emigranti, frontalieri, giovani, molinari, eccetera, sono il nemico da abbattere con tutte le incongruenze e ipocrisie che ne conseguono. La signora chiude ottusamente qualsiasi porta o spiraglio per dialoghi: “Con i delinquenti non parliamo”, mentre se a delinquere è un colletto bianco, stendono tappeti rossi. Ma il punto, probabilmente, non è questa dicotomia tra buoni e cattivi; accreditare un movimento come un gruppo eterogeneo di delinquenti per alcuni episodi discutibili e negare quanto di buono prodotto in venticinque anni è alquanto iniquo e infantile.

Piuttosto, la questione sostanziale è che chi fa politica, chi amministra, chi ha cura della cosa pubblica, deve assumere altri atteggiamenti. La politica, si tratti di partiti o semplicemente della signora citata, deve scendere dal piedistallo e interloquire, discutere, ragionare con chicchessia, soprattutto con i giovani. Dall’alto della sua (presunta) integrità morale, ascoltare e recepire le istanze di gruppi minoritari è un dovere e non una questione muscolare. La democrazia viene nominata, evocata spesso a sproposito; il suo senso vero e autentico risiede invece nella capacità della maggioranza di rispettare le minoranze, e non di assumere atteggiamenti dispotici camuffati solo per accontentare ipocritamente una platea da compiacere.

Negare il dialogo nascondendosi dietro discorsi di legalità è per certi versi un modo per non recepire e relegare chi è in uno stato di “inferiorità“ all’angolo. O peggio ancora, scoparlo sotto il tappeto.

Nell’immagine: Sabrina Aldi (Lega) durante il dibattito (da Il Quotidiano, RSI)


Anche Putin ha i suoi problemi. Possono indurlo alla pace?

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La vittoria in guerra è in taluni casi la risultante (a volte prevista, altre no) del cedimento o del crollo dell’avversario. Un classico caso da manuale di questa variante fu il crollo del fronte orientale seguito alla rivoluzione, che aprì la strada all’accordo di pace di Brest-Litovsk nella Prima Guerra Mondiale. 

A più di un secolo di distanza, la fine del conflitto russo-ucraino per esaurimento delle energie umane, militari ed economiche – di uno o di entrambi i contendenti – appare un’ipotesi tutt’altro che improbabile.

Della possibilità di un crollo verticale dell’esercito ucraino si sta già discettando da tempo e più si avvicina la data dell’inaugurazione del nuovo mandato di Donald Trump, più quest’incubo si potrebbe trasformare in realtà per Kiev.

Esiste però l’altra faccia della medaglia, ovvero il possibile rapido esaurirsi delle energie economiche russe. 

Sul piano strettamente militare la situazione della Russia non desta segni di preoccupazione, anzi. Nel novembre 2024, le Forze Armate russe hanno occupato più territorio nel Donbass (circa 660 kmq) di quanto l’esercito ucraino abbia tenuto nella regione di Kursk dall’agosto 2024 (circa 500 kmq). Secondo le stesse fonti ucraine, l’avanzata dell’esercito russo la scorsa settimana ha totalizzato un record di 235 chilometri quadrati. 

Tuttavia, nonostante questi segnali incoraggianti dal fronte, dalla scorsa settimana il rublo è tornato sulle montagne… russe e mercoledì sera ha sfiorato al cambio nei Forex 1 a 120 contro euro, e 115 contro dollaro. La stessa divisa cinese si è messa a correre, è cambiata a più di 14 yuan per un rublo. Per tutta risposta la Banca Centrale russa ha deciso di interrompere gli acquisti di valuta per il mercato interno fino al prossimo 31 dicembre. 

Per comprendere pienamente quanto sta avvenendo varrà la pena di fare un passo indietro, e riassumere quanto successo sul mercato valutario russo dal 24 febbraio 2022, il giorno dell’attacco all’Ucraina. 

Dopo l’inizio dell’invasione, il dollaro raggiunse il suo record il 7 marzo di quell’anno, quando venne cambiato a 126,50 contro un rublo. La Banca centrale russa reagì portando in un solo colpo i tassi d’interesse dal 9,5% al 20%. In seguito, nell’estate del 2023, Elvira Nabiullina, dirigente apprezzata della Banca centrale, riuscì a far tornare il tasso all’ 8,5%, anche se il rublo continuava a oscillare ciclicamente. Dopo questa parentesi però, circa un anno fa, le performances della divisa russa hanno iniziato sempre più a peggiorare, e l’unica risposta della Banca Centrale è stata l’aumento costante dei tassi d’interesse (oggi al 21%) che si sono dimostrati poco più di un palliativo a un’ondata inflazionistica determinata dagli alti salari e dal deficit cronico di valuta occidentale. 

Secondo gli specialisti di Forbes Russia l’attuale debolezza del rublo ha ragioni congiunturali: “Tra le principali ragioni dell’indebolimento del rublo – scrive la rivista economica – c’è l’introduzione delle nuove sanzioni statunitensi il 21 novembre. GazpromBank, attraverso la quale vengono effettuati i principali pagamenti per le risorse energetiche russe, è stata tra le organizzazioni colpite dalle restrizioni”. Queste restrizioni colpiscono più duramente gli esportatori che gli importatori, il che porta all’indebolimento del rublo, ha confermato l’investitore Evgeny Kogan. Secondo Kogan infatti, le restrizioni imposte alla banca possono complicare i calcoli degli esportatori, riducendo l’afflusso di valuta estera.

Anche l’avvertimento degli Stati Uniti sul rischio di sanzioni secondarie per le banche straniere che lavorano con il sistema di messaggistica finanziaria russo è allarmante, ritiene l’analista finanziario Vladislav Antonov, “perché ciò potrebbe limitare significativamente le possibilità di transazioni internazionali per le imprese russe”.

Ma questi sono solo i motivi contingenti di una situazione strutturale dell’economia russa, sempre più sbilanciata, e in cui una crisi di fiducia di investitori e consumatori potrebbe fare capolino improvvisamente con effetti poco prevedibili. 

Oggi la percentuale di residenti della regione di Mosca che considera l’acquisto di un appartamento come il modo migliore per risparmiare e tesaurizzare, è scesa al 36%. Il più classico dei beni rifugio, il mattone, non è più in cima alle scelte di portafoglio dei russi e il 40% preferisce i depositi in rubli in banca che, con un’inflazione stimata reale si aggira intorno al 15%, sono a forte rischio di erosione. Secondo i risultati di un sondaggio, condotto dagli analisti dell’agenzia “ORO”,  il livello di preoccupazione dei moscoviti per la situazione economica del Paese è aumentato di 3 punti percentuali negli ultimi sei mesi, cioè ai livelli del 2023. 

La riduzione dei prezzi del petrolio e l’ormai cronica mancanza di manodopera, sia qualificata che non qualificata, stanno aprendo un vero baratro nell’economia russa. “La carenza di personale nell’industria delle costruzioni ha raggiunto le 300.000 unità a causa del deflusso di manodopera verso il complesso militare-industriale e dell’inasprimento della politica migratoria in Russia”, ha dichiarato Artem Kiryanov, vicepresidente del Comitato parlamentare della Duma di Stato per la politica economica. Che ha poi aggiunto: “Un’altra ragione della mancanza di manodopera è proprio l’indebolimento del rublo, che ha perso quasi il 20% negli ultimi tre mesi e minaccia di andare a picco. Il dollaro costa già più di 100 rubli, e questo provoca il deflusso dei lavoratori stranieri, che preferiscono cercare posti di lavoro più favorevoli in altri Paesi”.

Le soluzioni sono solo formalmente a portata di mano (per esempio l’aumento della produttività del lavoro) ma in un Paese dove in alcuni settori industriali i salari sono aumentati in certi casi, e in soli due anni, del 300%, ogni razionalizzazione del costo del lavoro appare una chimera. 

Maxim Fedorchenko, vicepresidente dell’Unione Russa dei Costruttori, ha osservato che la carenza di immigrati ha disperso la crescita dei salari nel settore, e questo ha portato a un aumento del costo delle abitazioni in costruzione. A suo giudizio, alcuni specialisti hanno iniziato a ricevere un salario tre volte superiore rispetto al 2023. 

Farida Mirzabalaeva, professore associato del dipartimento di base della Camera di commercio e industria “Gestione delle risorse umane” presso l’Università Plekhanov, ritiene che la carenza di personale in tutti i settori possa essere ridotta approssimativamente in cinque anni, ma non sarà possibile risolvere il problema delle risorse lavorative in condizioni di invecchiamento della popolazione senza attirare migranti stranieri.

Ma cinque anni in tempi di guerra sono un’eternità, e quali possano essere i mercati del lavoro a cui la Russia potrebbe attingere a questo scopo, rimane un mistero. 

La lotta tra Ucraina e Russia è ormai sempre di più una guerra in cui il tempo è diventato un fattore decisivo: fattore decisivo che si misura però in settimane o in mesi, e non in anni.  

Nell’immagine: anche il mercato immobiliare russo è paralizzato dai tassi ipotecari alle stelle


Von der Leyen «imperatrice» di una Commissione debole e a destra

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

Sono solo 370 i voti che promuovono la Commissione von der Leyen II. In termini numerici, la maggioranza basta e avanza, ma non si tratta di un trionfo. Quando il 18 luglio, lo stesso Parlamento europeo riunito a Strasburgo aveva formalmente «eletto» Ursula, scelta secondo i Trattati Ue dal Consiglio europeo a fine giugno, i consensi erano 401. Perché allora, prima dell’indicazione dei singoli commissari da parte degli stati, la piattaforma pro-Ue aveva avuto il consenso di Ppe, S&D, Renew con l’aggiunta dei Verdi. A conti fatti, il bis passa con 31 voti di meno, ovvero solo una manciata di numeri in più della soglia psicologica dei 361, pari alla maggioranza assoluta più uno dell’assemblea parlamentare.

Molti meno consensi che nel voto finale sul collegio dei commissari del von der Leyen I: nel 2019 l’Eurocamera espresse, anche allora il 27 novembre, 461 sì. Ben più dei 383 che Ursula aveva guadagnato al momento dell’elezione come presidente, nel luglio 2019.

Anche il confronto con i presidenti di Commissione prima di lei, da Juncker a Barroso, è impietoso. Nel 1999, l’esecutivo Prodi ottenne il record di 510 voti a favore sul totale degli allora 626 eurodeputati.

QUESTA COMMISSIONE nasce dunque sotto il segno della frammentazione politica. Nessun gruppo, tranne Left e ultradestra (PfE orbaniani e Sovranisti) votano compatti. Dentro il Patrioti, il caso è opposto: la Lega, pur nel governo Meloni e a favore di Fitto, si oppone, ma è una frattura annunciata. Rispettate le previsioni del voto contrario di una grossa parte di Verdi e Socialisti, francesi e tedeschi in testa, qualche liberale e la componente spagnola del Ppe, irremovibile sulla commissaria socialista Teresa Ribera.

PREVALGONO DUNQUE le logiche nazionali. Lo stesso gruppo dei Conservatori (Ecr) è spaccato, con FdI e belgi a favore, polacchi del Pis, francesi di Reconquete e altri contrari. Ma in fondo per i nazionalisti, il voto divergente è perfino un vanto. Eppure, se la maggioranza zoppica e la Commissione parte debole, a emergere più forte è proprio von der Leyen. «Da regina a imperatrice», titola la testata Politico.eu, ricordando la centralità della leader tedesca su un collegio da lei plasmato, dalle competenze opportunamente frazionate.

UN ALTRO DATO politico che si impone leggendo in controluce le dichiarazioni di Nicola Procaccini e Carlo Fidanza, rispettivamente co-presidente Ecr e capodelegazione FdI, quando hanno ribadito che con Fitto la destra è arrivata al governo dell’Ue per restare: «Tutto comincia adesso», hanno detto riferendosi al secondo mandato per il governo von der Leyen, formalmente in servizio dal 1 dicembre fino all’autunno 2029. «Su ogni dossier legislativo che passerà per quest’aula, noi ci saremo». Propaganda di destra, certo, ma anche concreta minaccia.

LA STRATEGIA dei meloniani si basa su un ragionamento. Ogni norma Ue nasce per iniziativa della Commissione e passa poi in una sorta di bicameralismo composto dall’Eurocamera e dal Consiglio Ue, legislatore dove siedono i ministri dei governi dei Ventisette. Tra questi ultimi, i leader di sinistra si contano ormai sulle dita di una mano. Per questo, al di là dell’apparente tenuta della maggioranza pro-Europa e della impraticabilità di un’alternativa rivolta esplicitamente a destra, lo spostamento dell’asse politico apparirà sempre più chiaro, se le forze di sinistra non lo contrasteranno punto per punto.

È VERO, L’UE non si governa con una coalizione che tiene in piedi un governo, come invece accade negli stati nazionali. Piuttosto, il consenso si crea sui temi. Ma sul posizionamento riguardo ai valori – democrazia, stato di diritto, alleanze internazionali – le istanze della destra sono quanto mai fallaci. Già oggi l’Ursula bis in versione arricchita da Verdi (ma non la delegazione italiana) a sinistra e una parte di Ecr, segnatamente FdI, a destra, è atteso alla prova dei fatti.

Si voterà a Strasburgo sulla mozione per armare l’Ucraina «contro la guerra di aggressione russa e la crescente cooperazione militare tra Russia e Nord Corea», promossa da diversi gruppi tra cui Verdi, S&D, Ppe, Renew ma anche Ecr. Contemporaneamente, ma in sede di Consiglio a Bruxelles, i ministri del Commercio Ue (Urso per l’Italia), torneranno a discutere la vexata quaestio della proroga alla fine dei motori termini, provvedimento chiave per la transizione ecologica e per il futuro dell’industria europea dell’automotive.

Fatta la Commissione, la battaglia politica è appena cominciata.

Nell’immagine: Strasburgo, Ursula von der Leyen in posa tra i commissari appena eletti


La tattica di Musk per tagliare i costi del governo? Aizzare i seguaci contro i funzionari scomodi fino alle minacce di morte

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

Di Ugo Leo, La Stampa

Quando il presidente eletto Donald Trump ha detto che Elon Musk e Vivek Ramaswamy avrebbero “raccomandato” tagli significativi al governo federale, molti dipendenti pubblici hanno capito che i loro posti di lavoro potevano essere a rischio.
Ora hanno una nuova paura: diventare bersagli dell’uomo più ricco del mondo e delle sue legioni di seguaci.

La scorsa settimana Musk ha rilanciato due post su X che rivelavano i nomi e i titoli di persone che ricoprono quattro posizioni governative relativamente sconosciute legate al clima. Ogni post è stato visualizzato decine di milioni di volte, e le persone nominate sono state sottoposte a una raffica di commenti negativi. Almeno una delle quattro donne nominate ha cancellato i suoi account sui social media.

Sebbene le informazioni pubblicate su queste posizioni governative siano disponibili attraverso database pubblici online, questi post prendono di mira dipendenti “sconosciuti” in ruoli che non hanno a che fare direttamente con il pubblico.

Diversi dipendenti federali hanno detto alla CNN che temono che le loro vite cambieranno per sempre e di aver paura di essere minacciati fisicamente mentre Musk li trasforma in bersagli personali. Altri hanno raccontato che finire nel mirino di Musk potrebbe persino spingerli a lasciare i loro lavori, realizzando così l’obiettivio di Musk: un governo più snello senza nemmeno una revisione adeguata.

«Queste tattiche mirano a seminare terrore e paura nei dipendenti federali», ha detto Everett Kelley, presidente della American Federation of Government Employees, che rappresenta più di 800mila dipendenti federali su 2,3 milioni.

Questo comportamento non è nuovo per Musk. Spesso ha preso di mira individui che hanno ostacolato i suoi obiettivi. Una ex dipendente federale, precedentemente presa di mira da Musk, ha detto di aver vissuto qualcosa di molto simile. «È il suo modo di intimidire le persone affinché si dimettano o per inviare un segnale a tutte le altre agenzie: “siete i prossimi”» ha detto Mary Cummings, professoressa di ingegneria e informatica presso la George Mason University, che ha attirato le ire di Musk per le sue critiche a Tesla mentre lavorava presso la National Highway Traffic Safety Administration.

Uno dei post condivisi da Musk proveniva da un account chiamato “Datahazard”, che criticava il ruolo di una funzionaria presso la US International Development Finance Corporation (DFC) con il titolo di “Director of Climate Diversification”. Musk ha commentato il post scrivendo: “Tanti lavori falsi”, attirando più di 33 milioni di visualizzazioni e numerosi commenti negativi.

Musk ha anche preso di mira il responsabile climatico del Dipartimento dell’Energia che si occupa dei programmi di prestito. L’ufficio finanzia tecnologie energetiche che necessitano di investimenti iniziali e nel 2010 aveva assegnato 465 milioni di dollari a Tesla Motors, aiutando a rendere l’azienda di veicoli elettrici di Musk leader del settore.

Anche una consigliere senior per il clima, presso il Dipartimento dell’Edilizia Abitativa e dello Sviluppo Urbano, è stata presa di mira. Il post originale su X diceva che la donna “non dovrebbe essere pagata 181mila dollari dai contribuenti statunitensi per essere la ‘Consulente climatica’ presso l’HUD.” Musk ha ripostato il tweet con il commento: “Ma forse i suoi consigli sono incredibili,” seguito da due faccine che ridono.

Musk anche in passato ha esposto a pericoli reali le persone messe alla gogna sui social. Mary Cummings aveva fatto infuriare Musk quando era stata nominata consulente senior presso la NHTSA. Nelle sue ricerche si era espressa criticamente sui programmi di assistenza alla guida di Tesla e ne aveva chiesto la regolamentazione.

All’epoca Musk aveva preso di mira Cummings su Twitter scatenando contro la docente le sue legioni di fan. In un’intervista, Cummings ha detto di aver ricevuto una valanga di attacchi, incluse minacce di morte, e di essere stata costretta a trasferirsi.

Mary Cummings ha spiegato di essere già a conoscenza di dipendenti federali che “hanno dedicato la loro vita al servizio civile”, che hanno già lasciato i loro lavori in previsione di ciò che sta per accadere.

«Il suo intento è che persone proprio come queste venissero intimidite e lasciassero il lavoro, così non avrebbe dovuto licenziarle. Quindi il suo piano, in una certa misura, sta funzionando», ha detto.

Cummings, che è stata anche una delle prime donne pilota di caccia nella Marina degli Stati Uniti, ha detto di sentirsi obbligata a parlare. «Qualcuno deve farlo», ha detto. «Non gli permetterò di vincere».


L’untore

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 


La visione del mondo che manca alla sinistra

Pubblichiamo la missiva che centinaia di intellettuali, ebrei e non, a partire dal Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel hanno deciso di inviare alla diaspora ebraica nel mondo e alle comunità ebraiche italiane perché «il ripudio dell’antisemitismo» si accompagni «a una profonda riconciliazione tra il popolo ebraico nella sua integrità fisica e spirituale con tutti gli altri popoli, ivi compresi i palestinesi» 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

Quali lezioni dovremmo trarre dalla vittoria di Donald Trump? Secondo alcuni, i Democratici sono stati sconfitti perché hanno progressivamente perso il carattere di partito della working class. Per diventare la forza di riferimento dei ceti professionali, delle persone più istruite, e tendenzialmente benestanti.

Altri hanno posto l’accento, invece, sulla frattura tra certe aree del paese – prevalentemente urbane e tendenzialmente più sviluppate – e quelle che invece non riescono e riprendersi dallo shock delle delocalizzazioni. Le prime vedono i Democratici meno in difficoltà, le seconde spesso favoriscono Trump. Tutte le spiegazioni devono tener conto dell’appartenenza, ma con sfumature diverse, che possono essere legate al «ruolo nel processo di produzione» (per riprendere un’espressione marxista ancora utile) oppure a elementi di carattere identitario (nazione, gruppo etnico, religione). Qui la faccenda si complica ulteriormente, perché il carattere di terra di emigrazione degli Stati uniti rende il tema dell’identità ineludibile ma sfuggente.

Non c’è dubbio che la prima ipotesi cui abbiamo accennato appare confermata dai dati elettorali, e in qualche misura si armonizza con una tendenza che si sta manifestando in tutti i paesi nei quali il partito principale della sinistra (sia esso di tradizione socialista o meno) si è collocato, dopo la «rivoluzione recuperante» del 1989, al centro. A partire dagli anni Novanta, la restaurazione della democrazia nei paesi dell’ex blocco sovietico si rivela come il momento decisivo per l’instaurazione di un diverso modo di concepire i rapporti tra economia e politica, che esalta gli effetti benefici del mercato e svilisce quelli dell’intervento pubblico.

Le sinistre occidentali, che stanno perdendo il proprio radicamento operaio già dagli anni Settanta (come aveva lucidamente riconosciuto Eric Hobsbawm) si tuffano sulle nuove opportunità economiche che si stanno aprendo, assecondando il processo in corso, e facendosene in certi casi garante. Sono gli anni di Clinton, di Blair, e dei loro epigoni continentali. Sono loro a portare alle estreme conseguenze l’idea che i vecchi partiti socialisti o liberal progressisti dovessero diventare i partiti dello sviluppo economico, puntando sulla scommessa che una volta ampliata la torta sarebbero aumentate le porzioni per ciascuno. In realtà le cose vanno in modo diverso dal previsto. Mano a mano che accettano le premesse e gli obiettivi della nuova visione «neoliberale» della politica, questi partiti vengono di fatto «catturati» da una nuova classe dirigente, fatta non più di militanti con un solido radicamento nel movimento operaio e nelle battaglie antifasciste della prima metà del Novecento, ma di consulenti e «tecnici» di varia estrazione, che non hanno alcun interesse a distribuire in modo più equo la torta. Chi è più «meritevole», ha diritto a tagliare la fetta che gli spetta prima degli altri, e pazienza se poi non rimane molto da spartire.

Nel nuovo secolo i nodi vengono al pettine. La promozione di politiche di austerità dopo la crisi del 2008 colloca i partiti della nuova sinistra neoliberale in una pozione insostenibile, non solo rispetto a quel che rimaneva – dopo le delocalizzazioni – della classe operaia intesa in senso stretto, ma anche rispetto all’area, dai confini meno netti, dei diversi tipi di lavoratori subordinati. Le politiche di flessibilità del lavoro, difese da queste forza politiche, a partire dagli anni Novanta, come un’opportunità per i lavoratori, si sono rivelate in molti casi una trappola fatta di precarietà, redditi bassi, e subordinazione al debito.

Quindi, in un certo senso, è vero che la sinistra dovrebbe darsi da fare per recuperare il voto della working class intesa in senso ampio, non solo gli operai, ma anche la vasta platea di chi lavora in posizione subordinata (di diritto o di fatto). Si tratta, tuttavia, di una verità parziale. Uno degli effetti più profondi, e più difficili da invertire, della rivoluzione neoliberale, è infatti un mutamento sul piano della visione dell’essere umano, e del suo ruolo nella società.

Ciò che gli attivisti della sinistra più critica nei confronti del neoliberalismo chiamano working class è un’astrazione priva di concretezza, perché le classificazioni sociali che guardano al ruolo nel processo di produzione, o al livello di reddito, non sono allineate con quelle identitarie. In una società dove la solidarietà di classe si è affievolita fino a scomparire, ciascuno solidarizza, nella misura in cui ne sente il bisogno, soltanto con i suoi, con quelli del proprio gruppo. Tutti gli altri sono concorrenti, potenzialmente nemici in una società che sta diventando a «somma zero».

Recuperare il voto della working class in queste condizioni potrebbe rivelarsi impossibile, se non si mette in campo uno straordinario impegno sul piano della «visione del mondo», per erodere le basi su cui ancora si sostiene l’egemonia neoliberale. La sinistra dovrebbe, in questo, seguire la lezione di Stuart Hall. L’intellettuale caraibico che negli anni Settanta indicò alla sinistra britannica sconfitta da Margaret Thatcher la strada di una rilettura del Gramsci studioso dell’egemonia come premessa per comprendere i fattori ideologici del nuovo liberalismo emergente.