Sergio Rossi – Il rischio povertà galoppa in Ticino

Uno studio Eurostat esamina oltre duecento situazioni regionali in Europa, e segnala la forte accelerazione che il rischio indigenza registra nel nostro cantone. Inoltre non è che la Svizzera primeggi come nazione nel confronto con altre dell'UE: mistero del paese statisticamente più ricco del mondo 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Venghino, venghino lor signori

Uno studio Eurostat esamina oltre duecento situazioni regionali in Europa, e segnala la forte accelerazione che il rischio indigenza registra nel nostro cantone. Inoltre non è che la Svizzera primeggi come nazione nel confronto con altre dell'UE: mistero del paese statisticamente più ricco del mondo 

In attesa dell’apertura (con chiusura serale alle 18:30!) delle casette natalizie, che in questi giorni i dipendenti comunali stanno diligentemente posando nelle vie centrali di Lugano pur sapendo che il Municipio negherà loro il tradizionale aperitivo (e fors’anche il panettone), lasciamoci sorprendere con la lettura dei giornali. In particolare con il Corriere del Ticino. Sabato scorso (16 novembre), il già vicedirettore Costantini (quello che, da pensionato, continua a trasportare il “barbera fatto col mulo” e a dialogare con la sua cagnolina) ha scritto che da anni il Biondin Codino − non quello che divinamente giocava a calcio, ma quello che orrendamente scrive e dirige tuttora un domenicale − gioca su due tavoli (quelli del governo e dell’opposizione) rompendo in tal modo la collegialità del Municipio.

Ieri, 22 novembre, il vicedirettore in servizio del CdT scrive che il municipale Raoul Ghisletta ha «alzato il tiro, si è sdraiato sui binari del Municipio impugnando il Consuntivo 2023 perché non figurano gli oltre 2 milioni della Cassa dei pompieri. Sembra una barzelletta invece è pura acredine». Contrariamente al già suo collega, che timidamente ha fatto notare la voluta e disinvolta ambiguità di colui che, senza vergogna, ambiva alla carica di vicesindaco, questo vicedirettore sottolinea con piacere l’acredine del municipale socialista dimenticando che da anni, ogni santa domenica che il nostro Signore manda in terra, dalle pagine de «Il Mattino» il capo, nonché consigliere nazionale e municipale, insulta i “governicchi” federali, cantonali e comunali. Al bar Mario gli habitué direbbero che il Biondin Codino sputa nei piatti dove mangia, o ha mangiato, andando… controcorrente. Per cui non si lamenti il sindaco Michele Foletti del cattivo Ghisletta, che fa il socialista, ma guardi in casa sua.

L’editoriale di ieri ci riserva un’altra sorpresa, almeno a me così pare. Leggo che una delegazione cittadina, «sotto la guida del responsabile delle finanze Marco Chiesa», si è portata (come dicono i carabinieri) addirittura a Londra «a caccia di globalisti interessati a trasferirsi a Lugano dopo che il Governo inglese (oggi a guida laburista) ha cambiato le regole generando scontenti tra diversi Paperon de’ Paperoni londinesi. Mossa intelligente». Forse «intelligente», anzi speriamolo, perché  queste «proattive» trasferte oltremanica immagino siano pagate da noi luganesi, anche da quelli non ricchi, ma sicuri contribuenti.

In attesa di sapere quali saranno « le proprietà e i gioielli di famiglia» che Lugano vuole vendere «per realizzare anche qualche altro incasso straordinario una tantum»,  un amico suggerisce che la città potrebbe brigare per ospitare in modo permanente il Circo Knie: me ne sto convincendo.


Putin e la strategia della paura: una testata nucleare potrebbe essere già pronta a colpire l’Ucraina

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Di Anna Zafesova, La Stampa

Vladimir Putin aveva imparato ad amare la bomba atomica già anni e anni fa. Il compiacimento con il quale parlava di missili, testate, tonnellate e velocità ipersoniche è degno di un cattivo dei film di Hollywood, e l’atomica è un argomento sul quale torna spesso e molto volentieri (così come i suoi cortigiani, che sanno bene come compiacere il loro Capo, come lo chiama la responsabile della propaganda russa Margarita Simonyan).

Ci aveva costruito perfino sopra un’intera campagna elettorale, quella del 2018, quando il suo discorso programmatico davanti al parlamento russo era stato quasi interamente dedicato alle nuove armi russe, con un megaschermo che mostrava simulazioni di missili che colpivano a pioggia la Florida (più o meno nella zona di Mar-a-Lago, avevano notato molti commentatori). Il messaggio di Putin era stato dichiarato a chiare lettere: dare alla Russia un vantaggio tale da permetterle di iniziare e concludere vittoriosamente una guerra nucleare.

Il Putin di oggi, che appare da uno studio che probabilmente si trova in uno dei suoi bunker, è molto più provato e arrabbiato per non essere stato compreso, ma lancia sempre lo stesso messaggio. Minaccia. Tuona. Non è mai speculare, rilancia sempre: all’autorizzazione degli americani e degli inglesi di usare missili tattici a corto raggio replica con un missile balistico a testate multiple capace potenzialmente di distruggere un’intera metropoli. Perfino un generale russo commenta al quotidiano Moskovsky Komsomolets che «non si inizia la terza guerra mondiale per due depositi munizioni». Ma Putin non pratica l’occhio per occhio, raddoppia e triplica da sempre, anche quando rispondeva – già nel 2014 – alle sanzioni contro i suoi oligarchi proibendo l’importazione di quasi tutti i prodotti alimentari occidentali in Russia. Quello che chiede non è il ritorno alle regole di parità del terrore della Guerra Fredda. Che era trascorsa, dal 1945 in poi, e soprattutto negli ultimi 25 anni – dalla crisi di Cuba al collasso del Muro – in una affannosa ricerca di simmetria, di una rete di regole, impegni, accordi che dovevano mantenere le due principali potenze nucleari in un equilibrio di tensione che non diventasse mortale. Ovviamente non escludeva tiri mancini ed escalation, ma la dottrina Brezhnev proclamava la necessità di una «coesistenza pacifica tra due sistemi diversi». La dottrina Putin parla di «guerra eterna dell’Occidente contro la Russia», e il privilegio che esige – anche riscrivendo la nuova dottrina nucleare a suo piacimento – è quello di prendere ciò che ritiene già suo, dando nel processo martellate all’ordine mondiale.

«Se non abbiamo intenzione di stringere il nodo e condannare il mondo alla catastrofe della guerra termonucleare, dobbiamo non solo allentare la presa sui due capi della corda, ma sciogliere il nodo del tutto. Noi siamo pronti a farlo». Queste parole sono state scritte da Nikita Khrusciov a Jonh F. Kennedy il 26 ottobre 1962, quando il mondo si stava chiedendo quante ore mancavano all’Apocalisse. Impossibile immaginarle oggi, e Simonyan loda il suo “Capo” perché «non sarà mai lui a ingranare per primo la retromarcia». Anche Steve Rosenberg, il “Russia editor” della Bbc, conviene che la «Putinmobile non ha freni né retromarcia, ma solo un pedale del gas schiacciato a tavoletta». In effetti, in un quarto di secolo il dittatore russo non ha dato prova di grandi abilità diplomatiche, né dentro, né fuori dal suo Paese. Non ha molto chiara l’idea di un negoziato, e usa molto il bastone senza ricorrere quasi mai alla carota. Lo si è visto anche in questo momento per lui straordinariamente favorevole, con un nuovo presidente americano che gli ha già fatto aperture notevoli, una serie di governi europei in relativa difficoltà e perfino un’opinione pubblica ucraina che comincia a non opporsi a un negoziato con Mosca. Un gesto di buona volontà – una tregua, una restituzione di qualche centinaio di bambini ucraini deportati, un’apertura diplomatica – avrebbe potuto far vincere punti a Trump e togliere argomenti ai sostenitori della linea dura. Invece Putin ha deciso di rilanciare, chiamando in aiuto i soldati di Kim, bombardando le centrali della luce e del riscaldamento alla vigilia della prima neve, e minacciando l’utilizzo dell’atomica e attacchi agli alleati occidentali di Kyiv. Nella sua visione, il desiderio di trattare è una debolezza, e un avversario debole va martellato.

Paradossalmente, questa escalation può rendere molto più difficile se non impossibile a Trump giustificare, dopo il 20 gennaio, un compromesso con uno che si comporta come il dottor Stranamore. Putin tende a ripetere gli stessi errori, e la sua escalation verbale e missilistica ricorda quella del febbraio 2022, quando aveva deciso di invadere l’Ucraina, sopravvalutando le proprie forze e sottovalutando la determinazione degli ucraini, degli europei e degli americani. Un errore fatale, dal quale si poteva uscire soltanto a marcia indietro. Mille giorni dopo, l’inquilino del bunker del Cremlino continua a vedere un Paese pronto a crollare, e crede che i suoi alleati hanno bisogno soltanto di un buon spavento per abbandonarlo. Purtroppo, questo potrebbe significare che la testata nucleare per colpire una città ucraina sia già stata montata su uno di quei missili tanto amati da Putin. E che probabilmente anche gli ucraini, e gli occidentali, lo sanno.


Paura da Londra a Varsavia: niente difese per abbattere i nuovi missili di Putin

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Di Gianluca Du Feo, La Repubblica

L’onda d’urto del missile “quasi nucleare” di Putin sta investendo tutti i comandi militari occidentali. Da giovedì sera c’è una frenesia di vertici e riunioni, sia a livello nazionale che della Nato, per decifrare il significato della mossa russa e studiare le contromisure. Si discetta sulle prestazioni del misterioso Oreshnik, sul numero di esemplari costruiti dai russi, su come imbastire una risposta che faccia da deterrente agli spettri dell’escalation atomica. Un elemento è già chiaro: quello del Cremlino è un messaggio rivolto soprattutto all’Europa.

Non solo per le caratteristiche dell’arma: un ordigno che non può valicare l’Oceano ma è in grado, con o senza testate nucleari, di devastare in una manciata di minuti qualunque capitale del Continente, Londra inclusa. «Questo è un messaggio all’Europa – ha scritto Mick Riyan, generale australiano e docente nelle scuole militari statunitensi, uno dei più attenti analisti dell’evoluzione dei conflitti contemporanei – non soltanto per il suo sostegno all’Ucraina ma anche per la volontà russa di condizionarne le strategie nel campo della difesa molto oltre l’Ucraina. Putin cerca di intimidire i politici europei e influenzare il loro pensiero sul modo di confrontarsi con una Russia che torna forte».

Non bisogna dimenticare un punto chiave: il Cremlino mira a un obiettivo più importante che non l’occupazione del Donbass o la rimozione di Zelensky. Vuole ridisegnare gli equilibri in Europa e ottenere il riconoscimento dello status di grande potenza che si è sgretolato dopo il crollo dell’Urss. Anche per questo insiste sulle armi atomiche e l’altro ieri ha scagliato contro la città di Dniproun ordigno in grado di trasportarle. «Ancora una volta Putin – sottolinea il generale Ryan – manifesta l’intenzione di usare le testate nucleari in caso di necessità e dimostra che la sua determinazione a ottenere un cambiamento dell’architettura della sicurezza nel Continente favorevole a Mosca è più forte della volontà europea a opporsi a lui».

Sono considerazioni che vanno esaminate nello scenario globale creato dalla vittoria di Trump, con la minaccia di abbandonare la Nato se i partner europei non aumenteranno le spese belliche e più in generale con la prospettiva di un disimpegno statunitense per dedicare le energie alla sfida con la Cina. Ma senza lo scudo americano, nessuno in Europa può fermare un ordigno come quello lanciato giovedì, anche se dotato soltanto di ogive convenzionali: non esiste neppure una singola batteria capace di intercettare i missili balistici con testate multiple. E neppure su questo punto, in apparenza tecnico ma invece fondamentale per la credibilità dell’Unione e per la protezione dei suoi cittadini, si è riusciti a trovare una linea comune.

La Germania si è fatta promotrice di un’iniziativa per adottare i sistemi israeliani Arrow con un programma a cui hanno aderito altre 22 nazioni, comprese Svizzera e Gran Bretagna: Berlino ha firmato un anno fa una commessa iniziale da 4 miliardi di euro ma i tempi di consegna, già di per sé molto lunghi, rischiano di slittare per le priorità belliche di Israele. Italia e Francia invece seguono un piano alternativo, basato sulla nuova generazione di intercettori del Samp-T, lo stesso fornito a Kiev, prodotti paradossalmente dal consorzio interamente europeo Mbda. Uno spreco di risorse, mentre nel frattempo tutti i Paesi della Ue sono inermi davanti all’arroganza balistica di Putin.

Nell’autunno 2021 lo choc del ritiro da Kabul sembrava avere dato una scossa all’Unione, spingendo la prima Commissione von der Layen a varare in fretta un embrione operativo di difesa: una task force nata per misurarsi con interventi limitati come quello afghano, praticamente inutile nel contesto ucraino. Sono passati tre anni ed anche quell’esercito piccolo piccolo è rimasto sulla carta. E, cosa ancora più grave, l’Europa prigioniera delle sue divisioni non è stata capace di imporsi come artefice di una mediazione nelle fratture internazionali che dal Donbass a Gaza continuano a generare carneficine. Adesso il tempo è finito: l’Ue rischia tra pochi mesi di ritrovarsi schiacciata tra Trump e Putin, con sulle spalle il peso di un armistizio sul fronte ucraino che potrebbe umiliare Kiev e ingigantire le ambizioni russe. È l’ultima occasione per riformare l’Unione e renderla un protagonista politico, diplomatico e militare. Un punto di partenza esiste già: è il documento presentato da Mario Draghi due mesi fa. Una nuova speranza, subito dimenticata.

Nell’immagine: Incendio nella città di Dnipro dopo l’attacco missilistico della Russia la mattina del 21 novembre 2024


Imperterrito

Uno studio Eurostat esamina oltre duecento situazioni regionali in Europa, e segnala la forte accelerazione che il rischio indigenza registra nel nostro cantone. Inoltre non è che la Svizzera primeggi come nazione nel confronto con altre dell'UE: mistero del paese statisticamente più ricco del mondo 


Esiste ancora una giustizia internazionale

Uno studio Eurostat esamina oltre duecento situazioni regionali in Europa, e segnala la forte accelerazione che il rischio indigenza registra nel nostro cantone. Inoltre non è che la Svizzera primeggi come nazione nel confronto con altre dell'UE: mistero del paese statisticamente più ricco del mondo 

Di Luigi Ferrajoli, il manifesto

Il mandato di arresto per crimini contro l’umanità e per crimini di guerra, emesso dalla Corte penale internazionale contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della difesa Yoaf Gallant e il capo militare di Hamas Mohammed Deif, ci dice una cosa elementare ma inaccettabile per gli odierni poteri selvaggi. Ci dice che esiste ancora un diritto internazionale; che c’è un giudice all’Aja; che all’esercizio sregolato della forza ci sono ancora limiti giuridici. Le motivazioni del mandato informano i governanti di Israele e l’intera comunità internazionale che i palestinesi sono esseri umani.

Che perciò non è lecito usare la fame come un’arma di guerra, privando «intenzionalmente la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicine e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità»; che è un crimine contro l’umanità ostacolare gli aiuti provenienti dall’estero e costringere i medici a operare i feriti e a eseguire amputazioni senza anestesie; che è un crimine di guerra attaccare intenzionalmente le popolazioni civili e bombardare ospedali e scuole provocando decine di morti – sette donne e bambini su ogni dieci civili uccisi – solo per colpire un capo nemico. In questi tempi tristi e crudeli, nei quali l’Onu viene insultata, le sue risoluzioni sono ignorate e le sue forze di interposizione Unifil sono bombardate, gli organi giurisdizionali di garanzia, grazie alla loro indipendenza, hanno dato un segno di vitalità, affermando il diritto contro l’uso illimitato della forza.

Naturalmente i potenti hanno reagito con durezza. Pronuncia “antisemita”, “oltraggiosa”, “assurda e falsa”, hanno dichiarato i governanti israeliani. Una decisione viziata dall’assenza di giurisdizione della Corte, hanno affermato gli Stati Uniti, rilevando che Israele non ha ratificato lo statuto della Corte: circostanza questa, hanno precisato i giudici dell’Aja, che non toglie la loro competenza, dato che tale statuto è stato ratificato nel 2015 dalla Palestina e il suo art. 12 la prevede per i crimini commessi nel territorio di uno Stato-parte. Il nuovo leader dei repubblicani al Senato John Thune, è giunto a minacciare misure contro i giudici dell’Aja “in segno di ritorsione”. “E’ una vergogna”, ha detto a sua volta il premier ungherese Victor Orbán. Analoga reazione ha avuto il presidente argentino Javier Milei. “Sentenza assurda e filo islamica” ha infine dichiarato, in Italia, la Lega di Matteo Salvini. Evidentemente, per tutti questi potenti, grandi e piccoli, è impensabile che ci sia un giudice che ricordi che il loro potere non è assoluto e che alcune cose non si possono fare.

Le reazioni stupefatte e indignate provocate da questo mandato d’arresto ci dicono perciò un’altra cosa, anch’essa semplice ed elementare: che se è vero che ancora il diritto esiste, i potenti non lo sopportano, né sono disposti a sopportarlo. Esse ci fanno capire il senso dell’intolleranza che rivestono, in tutto il mondo, gli attacchi ai controlli giurisdizionali di qualunque tipo: la riforma giudiziaria voluta dalla destra israeliana nel gennaio 2023 e consistente nella neutralizzazione della Corte suprema e nella sostanziale subordinazione della giurisdizione al potere politico; la recente riforma giudiziaria in Messico, che integra tutti i giudici nel potere politico rendendoli elettivi; la pretesa avanzata dal multi-miliardario Elon Musk che i giudici italiani che non hanno convalidato le deportazioni dei migranti in Albania «se ne devono andare»; lo stupore espresso dalla nostra presidentessa Giorgia Meloni per la non collaborazione di tali giudici con il governo; in breve, l’irritazione stupefatta dei potenti per non poter fare, indisturbati, tutto ciò che vogliono.

È questa la nuova e purtroppo antica ideologia di tutti gli autocrati del mondo. Diritti fondamentali e separazione dei poteri – i due elementi senza i quali, dice l’articolo 16 della Dichiarazione del 1789, non c’è Costituzione – per costoro non contano. Non ne comprendono neppure il senso. Democrazia e libertà sono le parole, da essi sottratte al lessico progressista, con le quali chiamano e legittimano i loro arbitrii e le loro illegalità. L’aspetto allarmante di questo disprezzo del diritto e di questa aggressione ai diritti è il loro carattere globale. Globale è la logica del nemico che legittima guerre e massacri di massa indiscriminati. Globale è il disprezzo suprematista per i popoli e le persone che non appartengono al nostro nobile Occidente. Globale è l’attacco alla sfera pubblica, la devastazione della natura e la guerra contro i poveri e contro i deboli.

Per questo l’opposizione a questi attacchi non può che essere a sua volta globale. Per questo l’alternativa ai sempre più potenti poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali non può che essere l’allargamento alla loro altezza delle garanzie costituzionali: non solo la difesa e il rafforzamento dell’ancora imperfetta giustizia internazionale, ma anche il disarmo globale e totale a garanzia della pace e della sicurezza, un demanio planetario che sottragga i beni comuni della natura all’attuale mercificazione e devastazione, servizi sanitari e scolastici globali a garanzia dei diritti alla salute e all’istruzione. Solo grazie a queste garanzie globali, pace e uguaglianza cesseranno di essere promesse non mantenute. Sembra un sogno. E invece è la sola alternativa razionale e realistica a un futuro di catastrofi planetarie.

Nell’immagine: La corte penale internazionale dell’Aia


“Arrestate Netanyahu”, un monito inevitabile

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“La notte di Israele”. È il titolo, senza equivoci, del più recente numero di Limes, la nota e generalmente apprezzata rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Il cui editoriale di apertura ha questo incipit di sicuro effetto: “Israele sta combattendo con successo la sua guerra di autodistruzione”, affermazione legata alle parole del generale Udi Dekel a un anno dalla terroristica mattanza del “7 ottobre” ad opera di Hamas: “È evidente che la leadership israeliana vede all’orizzonte solo la guerra perpetua. Il conflitto in corso beneficia solo i nemici di Israele”.

Il seguito ci dirà se si tratti davvero di profezie realizzabili. E se realmente Israele non sarà più Israele. Intanto si registra oggi, solo in parte a sorpresa, un evento che mette ancor più lo Stato ebraico in una posizione quantomeno imbarazzante: il mandato di arresto per il premier Benjamin Netanyahu e per il suo ex ministro della difesa Yoaf Gallant (associati ad Al Masri, alias “Deif”, uno dei leader di Hamas, in realtà dato per morto, come il vero capo Sinwar). L’accusa ai due israeliani: aver impedito consapevolmente l’aiuto umanitario agli oltre due milioni di civili palestinesi nella striscia di Gaza, investita dalla pesantissima rappresaglia (finora oltre 45 mila morti secondo i bollettini di Hamas); e di aver usato i civili come scudi umani (accusa rivolta al leader di Hamas).

Per Israele, una ingiustificata e vergognosa iniziativa della Corte, “impregnata di antisemitismo”, che così nega il diritto alla difesa dello Stato ebraico. Sta di fatto che alle 124 nazioni che riconoscono l’autorità della CPI (Svizzera compresa) viene chiesto di ammanettare ed estradare all’Aia i tre leader politici qualora soggiornassero sul loro territorio. Difficile che avvenga, come dimostrano i mandati di arresto emessi per il siriano Assad (che raramente lascia Damasco) e più recentemente per Putin (che invece si concede viaggi in capitali lontane, anche aderenti al CPI, ma compiacenti, in nome di presunti vantaggi per favorire la pace in Ucraina. In realtà, mai registrati).

Sarà così anche per Netanyahu e Gallant? Non è detto: sia perché le tragiche conseguenze della “punizione collettiva” di Israele su Gaza (e ora anche su una parte del Libano) stanno suscitando accese proteste un po’ ovunque nel mondo; sia perché Israele conosce un isolamento internazionale senza precedenti; infine perché la leadership putiniana ha un peso politico che non ha certo la leadership israeliana. Lo conferma il fatto che l’Olanda, recente teatro di quella che molti hanno definito “una caccia all’ebreo” contro i tifosi del Maccabi, condannata dal governo di Amsterdam come atti di antisemitismo, ha subito aderito alla raccomandazione della Corte Penale. La “vendetta” (con questa parola la volle definire lo stesso Netanyahu) non poteva continuare “senza limiti”, con le sue orrende conseguenze e impunità.

La Corte dell’Aia mette di nuovo in gioco la sua credibilità, perché il diritto umanitario non può scendere a compromessi. Giustificato e pesante monito. Comunque eticamente dovuto.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: l’ex ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant e il premier Benyamin Netanyahu


Il premier, il generale e il terrorista. Tre ricercati con niente in comune

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Di Fabiana Magrì, La Stampa

Omicidio, sterminio, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale. Sono le accuse di «presunti crimini contro l’umanità» imputati ai leader di Hamas. E poi quelli di guerra, cioè omicidio, tortura, presa di ostaggi, oltraggio alla dignità personale e varie forme di violenza sessuale. È il campionario delle sofferenze inferte alle vittime – i 1.200 israeliani e i civili di varie nazionalità e i 250 ostaggi – massacrati e rapiti il 7 ottobre del 2023 in varie località di Israele, da Kfar Aza a Nir Oz, da Beeri al Nova festival nella foresta di Reim. Ma Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, rispettivamente il fu capo politico all’estero della fazione jihadista e il suo capo dei capi, sono certamente morti. Non rischiano di essere arrestati, perseguiti, condannati. La Camera preliminare ha quindi ritirato le domande di mandato di arresto. Mohammed Deif, il comandante delle Brigate Al-Qassam, risulta invece ricercato, nonostante fonti sia israeliane sia palestinesi abbiano fornito elementi per ritenere che sia stato ucciso.

Restano il primo ministro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, altrettanto accusati di presunti crimini, di guerra e contro l’umanità. I due leader israeliani, figli della destra soft del Likud, dal Sabato Nero in poi hanno accelerato i rispettivi percorsi in direzioni già divergenti. Gallant e Bibi (il diminutivo con cui è noto il premier) hanno vissuto forti scontri pubblici a partire dalla controversa riforma del sistema giudiziario iniziata dal governo Netanyahu, e poi durante la guerra di Israele contro Hamas e sul “day after” a Gaza.

Sempre sul filo dell’affinità d’intenti di facciata – abbigliamento di colore nero e posizioni allineate sulla necessità della pressione militare su Hamas, Hezbollah, Iran e gli altri nemici regionali – nell’atto secondo della crisi nel loro rapporto, i due likudnikim si scontrano sul tema della “vittoria totale” a Gaza (il mantra di Netanyahu e «una sciocchezza» secondo Gallant). E poi, sul piano per il dopoguerra nella Striscia, che il generale israeliano gradito all’alleato americano ha portato all’attenzione degli Stati Uniti mentre il governo a casa suo lo seppelliva ogni volta sotto plichi di altre urgenze e piani militari. E, ancora, sulla causa degli ostaggi e la necessità di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza. L’ultimo scontro, a giugno, si consuma sull’esenzione dal servizio militare obbligatorio degli ebrei Haredim. Gallant, responsabile e riconoscente verso i riservisti che da oltre un anno portano il peso della guerra e sono mobilitati sui vari fronti di Israele, approva la coscrizione per migliaia di giovani studenti di yeshivot, le scuole dei devoti alla Torah. Per Netanyahu, che ormai vede Gallant come la spina nel fianco che minaccia la sua premiership, dichiara che la fiducia si è spezzata. E questa volta lo licenzia davvero.

Ad accomunarli, ormai, restano soltanto i capi d’imputazione della Corte penale internazionale. I giudici li accusano di aver affamato la popolazione civile palestinese nella Striscia come metodo di guerra. E poi, di omicidio, persecuzione e «altri atti disumani» come crimini contro l’umanità. La Camera preliminare ha inoltre riscontrato «fondati motivi» per ritenerli entrambi responsabili di aver preso intenzionalmente di mira i civili a Gaza, negli attacchi che hanno autorizzato. Tutte accuse che l’esercito israeliano smentisce categoricamente.

Nell’immagine: Il comandante delle Brigate al-Qassam Mohammed Deif è ritenuto responsabile di aver ordinato o indotto l’attacco contro Israele del 7 ottobre e altri atti di violenza 


La matrice coloniale dei genocidi

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Di Iain Chambers, il manifesto

Ora che l’accusa di antisemitismo è divenuta una forma diffusa di violenza politica che censura il nostro linguaggio, potrebbe essere utile suggerire come il sionismo stesso sia in realtà antisemita. In quanto dispositivo coloniale occidentale, il sionismo espone il suo antisemitismo in modo più evidente nell’insistere sulla separazione dalle molteplici culture del suo passato ebraico, comprese le loro varie sistemazioni nell’Islam e nel mondo arabo. Si presenta solo in termini bianchi e occidentali, il che significa storicamente e politicamente per il resto del mondo, coloniale.

Essere ebreo oggi è sempre più limitato dalle richieste aggressive del sionismo e dell’attuale Stato ebraico (che comprende l’appropriazione, seguita dalla cancellazione, della cultura palestinese). Anche l’indagine superficiale del termine rivela che il sionismo non è nato come progetto religioso (anche se oggi può adottare tatticamente questo linguaggio). È un’ideologia occidentale, un progetto politico moderno, profondamente radicato nelle teorie ottocentesche del colonialismo, della razza e della superiorità occidentale, che i suoi fondatori hanno riconosciuto senza esitazione.

AL DI LÀ DI QUALSIASI INTRECCIO teologico, il sionismo e il cristianesimo hanno sempre formato un’alleanza fondamentalmente anti-araba che oggi è più evidente che mai. A prescindere dalle argomentazioni teologiche ed etniche, Israele si unisce all’Occidente e al suo dichiarato “laicismo” nella continua crociata contro l’Islam. Naturalmente, l’onestà storica suggerisce che questa laicità è un altro nome per una formazione cristiana che esercita l’egemonia globale mentre sostiene ansiosamente le distinzioni coloniali di razza e orientalismo come disposizioni di potere, imponendo agli altri di portare la questione religiosa.

Quando fu inventato come categoria linguistica e razziale europea, il termine semita indicava un’identità quasi intercambiabile tra ebreo e arabo. Erano trattati come orientali indistinguibili. Con il successivo assorbimento del sionismo nella politica occidentale, nella sua teleologia della storia, del progresso, sostenuta dal razzismo coloniale, l’ambiguo concetto di semita (inizialmente definito contro l’“ariano”) è stato ristretto all’identificazione ebraica. In questo modo l’arabo è diventato l’altro razzializzato ed esteriorizzato, tanto che il palestinese in esilio Edward Said ha provocatoriamente affermato di essere l’ultimo intellettuale ebreo. Se l’arabo è il nemico esterno, il nemico interno, un tempo ebraico, è ora alleato, attraverso un’ipotetica cultura giudaico-cristiana, alla relazione antagonista dell’Occidente con l’Islam.

QUESTO HA PORTATO a un sostegno quasi incondizionato dell’Occidente al progetto coloniale del sionismo (a sua volta spesso incoraggiato da un antisemitismo che desiderava che gli ebrei fossero spediti colonialmente altrove: Lord Balfour). Come ha recentemente suggerito Didier Fassin, questo diritto di continuare a colonizzare rappresenta soprattutto un’espiazione per procura dell’Olocausto. Questa è essenzialmente la storia del rapporto dell’Occidente con Israele dalla sua fondazione nel 1948. In particolare, trasferisce sistematicamente l’antisemitismo esistente in Europa, spostando le sue energie razziste su arabi, islam e palestinesi e su tutte le critiche al loro trattamento da parte di Israele.

La portata banale di questa storia si estende per secoli indietro fino alle Crociate. Il critico Gil Anidjar ha notato sardonicamente lo stupore dell’Europa per l’ascesa dell’Islam, che non sarebbe mai dovuta avvenire. Come ha potuto il cristianesimo essere succeduto da una religione ancora più popolare? Il cristianesimo avrebbe dovuto concludere la narrazione religiosa in modo trionfale, non trovarsi tra il suo antecedente e il suo successore: Giudaismo e Islam.
Solo con le violente imposizioni del colonialismo moderno il cristianesimo riconquista all’Islam la corona di religione ufficialmente più diffusa al mondo.

OGGI, IL CONSENSO PUBBLICO e istituzionale che è stato costruito contro i palestinesi è davvero sorprendente. Esso sottende l’avallo occidentale del genocidio a Gaza. L’appoggio incondizionato a Israele, orientato attraverso l’economia morale e metafisica dell’Olocausto, ha trasformato quest’ultimo in una fede incontestabile, che divide la civiltà dalla barbarie.
È come se solo in quel momento l’Occidente avesse fallito con sé stesso e non dovesse mai più farlo. In questo modo, viene cancellata la lunga storia dell’Europa che ha perseguito la conquista coloniale e la pulizia etnica di ebrei e arabi e, in particolare, la matrice coloniale del genocidio che ha portato alla Shoah.

SI LASCIA ALL’EUROPA il compito di occuparsi solo della riparazione morale e non delle intricate complessità e delle più profonde responsabilità politiche ed etiche che si celano dietro il paravento di questa espiazione pubblica: le violente eredità coloniali di razzismo e sterminio perseguite in ogni angolo del pianeta.
È ormai chiaro che Gaza, nelle sue dimensioni genocidarie, storiche, politiche ed ecologiche che si intersecano, è centrale allo scenario del crollo e disastro planetario. Eppure, l’Occidente sceglie di chiudere le orecchie e di guardare altrove, proprio per evitare di fissare l’abisso che ha creato e nel quale sta cadendo.

Nell’immagine: Un tratto della barriera di separazione israeliana tra l’insediamento illegale di Pisgat Zeev, a sinistra e il campo profughi di Shuafat a destra, nei pressi di Gerusalemme


Il maiale Napoleon e gli impresentabili

Uno studio Eurostat esamina oltre duecento situazioni regionali in Europa, e segnala la forte accelerazione che il rischio indigenza registra nel nostro cantone. Inoltre non è che la Svizzera primeggi come nazione nel confronto con altre dell'UE: mistero del paese statisticamente più ricco del mondo 

L’amico del caffè mattutino mi dice che Trump è tanto fumo e poco arrosto e agli eccessi gli americani sapranno provvedere. Sono scettico: resto convinto che il nostro sistema di governo – quello dove libertà e democrazia sono sorelle inseparabili – stia correndo un grave pericolo e la spallata potrebbe venire d’oltreoceano.   

Mi pare fosse Dante a parlare della verità nascosta sotto la bella menzogna. Ecco, Trump è questo:  promette nuova prosperità per tutti e anche i più deboli avranno la loro parte,  ma dietro c’è il delirio compulsivo di un illiberale che vuole tutto per sé e lo dice: l’”Etat c’est moi”, “I am the State”: il Senato è suo, la Camera è sua,  la Corte Suprema è sua. 

Con Trump la separazione dei poteri è un residuo di altri tempi.  La voglia di autocrazia politica di Trump si salda con l’autocrazia tecnologica, mediatica, finanziaria di Musk.  Entrambi guardano a sé stessi, e non mi paiono particolarmente interessati alle “magnifiche sorti progressive dell’umanità”. Sono portatori, i due personaggi, di distopie che non contemplano una società più giusta per tutti.

La cornice della politica trumpiana è offerta dal prontuario di 922 pagine messo a disposizione del presidente, un corposo bignamino pronto all’uso su quello che bisogna fare. Per esempio: via l’aborto; via le normative contro le discriminazioni; meno welfare; meno sanità pubblica; la deportazione di massa degli immigrati irregolari è auspicata; via le politiche ambientali e vigorosa promozione dell’energia fossile; l’arsenale nucleare è da potenziare.  Non è prevista la sopravvivenza della democrazia liberale. Trump ha dichiarato di tener fede al primo obiettivo del prontuario: schiacciare i nemici perché chi comanda ha il diritto di perseguire gli oppositori e consumare la vendetta.  I suoi avvocati sono già al lavoro.

Intanto sceglie i ministri,  un’accozzaglia di personaggi impresentabili, una sorta di dream team di casi patologici: c’è la ministra della sicurezza che spara ai cani indisciplinati e vanno bene anche le caprette, alla sanità un no-vax  che prevede il divieto del latte pastorizzato, ci sono i sessuomani come il ministro della difesa e il ministro della giustizia, alla testa  dell’Intelligence c’è una signora con vistose simpatie per Putin e Assad,  la deportazione dei migranti è affidata a un gentiluomo che separa i bambini dai genitori per scoraggiare i flussi, all’ambiente provvede un ministro negazionista che ritiene una balla colossale il cambiamento climatico. E qui mi fermo.

Mi dimenticavo: il requisito di questo branco di impresentabili non è la competenza ma la fedeltà al capo.

George Orwell aveva previsto lo scenario in un volumetto, “La fattoria degli animali”. L’epoca era diversa ma le ambizioni dei protagonisti simili.  C’è il maiale Napoleon, con aggressive doti oratorie: salito al potere decreta l’abolizione di ogni discussione perché è lui il capo e dal governo si pretende obbedienza e devozione. Gli oppositori non sono ammessi. A farli a pezzi provvedono   cani famelici e feroci. Il comandamento di Napoleon  conforta gli illusi: tutti gli animali sono eguali, ma poi si precisa che alcuni sono  più eguali degli altri, fra gli eletti i maiali, fedeli e devoti. 

A voi di cogliere la giusta dimensione della parodia orwelliana.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: poster per “La Fattoria degli Animali” di George Orwell