Vogliamo vivere una vita autonoma, libera dall’odio e dalla violenza

Una nuova indagine mostra l'entità della discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e cosa possiamo fare per contrastarla – Di Amnesty International Svizzera 

La popolazione svizzera è generalmente aperta e ben disposta verso la comunità LGBTQIA+. Contemporaneamente però, in alcune parti della società persistono pregiudizi e intolleranza, in particolare verso le persone trans e intersessuali. Queste ultime riferiscono – con una frequenza ancora maggiore rispetto alla media europea – di un alto livello di esperienze di violenza e discriminazione. È quanto emerge da una nuova indagine rappresentativa della popolazione e da uno studio di prevalenza tra le persone interessate.

Lo studio è stato condotto da gfs.bern per conto di Amnesty International e altre organizzazioni, e fornisce informazioni su come le persone LBGTQIA+ sono percepite e accettate in Svizzera. Emerge che la maggior parte della popolazione è solidale nei confronti delle persone LGBTQIA+, che al contempo però osservano un aumento dei pregiudizi, dell’intolleranza e della violenza nei loro confronti a causa di un clima politico che prende in particolare di mira le persone trans e intersessuali.

La tolleranza è limitata

“La maggioranza della popolazione simpatizza e comprende le persone gay, lesbiche e bisessuali. C’è meno comprensione per le persone trans o intersessuali. Le reticenze e i pregiudizi sono chiaramente più pronunciati in questo caso”, ha dichiarato Cloé Jans di gfs.bern presentando i risultati dell’indagine durante la conferenza stampa tenutasi a Berna.

Secondo l’indagine condotta dall’istituto, gli atteggiamenti positivi nei confronti della comunità LGBTQIA+ sono particolarmente diffusi nell’ambito dei valori e delle libertà individuali. Tuttavia, non appena si parla di basi giuridiche concrete, di regolamenti istituzionali o di adeguamenti delle infrastrutture, l’apertura e la disponibilità al sostegno diminuiscono. La resistenza cresce anche quando si tratta della visibilità quotidiana dei diversi stili di vita.

“In particolare, gli uomini, le persone più anziane, chi si dichiara politicamente di destra o ha delle convinzioni religiose tende ad interessarsi meno delle preoccupazioni e delle problematiche con cui sono confrontate le persone LGBTQIA+ e a mostrare atteggiamenti negativi. In generale, è relativamente diffusa l’opinione secondo cui alle questioni LGBTQIA+ viene dato troppo spazio nel discorso pubblico, mediatico e politico”, afferma Cloé Jans.

“Mentre una maggioranza della popolazione riconosce l’espressione del proprio orientamento sessuale come un diritto umano, allo stesso tempo metà della popolazione è infastidita da due uomini che si baciano per strada. C’è una discrepanza e una contraddizione tra l’approvazione teorica di determinati valori e l’accettazione pratica nella vita di tutti i giorni”, afferma Marc Schmid di Queeramnesty.

Una persona su tre ha subito violenza

Una parte importante delle persone intervistate nella comunità LGBTQIA+ ha vissuto regolarmente esperienze di discriminazione. Insulti, minacce e sguardi fissi inopportuni sono esperienze quotidiane per molte persone.

“È scioccante constatare che circa una persona su tre ha subito un’aggressione fisica o sessuale negli ultimi cinque anni – ma la maggior parte di questi episodi non viene mai segnalato e il numero di casi non denunciati è elevato”, afferma Marc Schmid di Queeramnesty. “La crescente visibilità pubblica delle persone LGBTQIA+ e i progressi giuridici hanno sicuramente contribuito a ridurre i pregiudizi, l’intolleranza e la violenza. Tuttavia, l’agitazione politica contro le persone trans e intersessuali riduce in parte questi progressi”.

“Come tutte le persone, vogliamo decidere in autonomia come vivere. Una vita libera dall’odio e dalla la violenza. Ma siamo sempre più nel mirino della discriminazione e dei discorsi sminuenti”, afferma Urs Vanessa Sager di Interaction, l’associazione nazionale delle persone intersessuali. “Ci aspettiamo che le persone ci trattino con rispetto, come tutti gli esseri umani, e che le autorità riconoscano finalmente i nostri diritti”.

L’indagine rivolta alla comunità LGBTQIA+ si basa su un’indagine di riferimento nell’UE e consente per la prima di confrontare volta la Svizzera con altri Paesi europei. Colpisce il fatto che le persone LGBTQIA+ in Svizzera dichiarano di aver subito più atti di violenza e di discriminazione rispetto a chi ha partecipato all’indagine nell’UE; il settore della sanità è particolarmente toccato.

“Ci aspettiamo che le autorità e la società segnalino chiaramente che la violenza e la discriminazione non saranno più tollerate. Il Consiglio federale e il Parlamento dovrebbero esprimersi esplicitamente a favore di una migliore accettazione delle persone LGBTQIA+ e attuare misure concrete”, ha chiesto Anis Kaiser di Transgender Network Switzerland (TGNS). “Le aggressioni contro le persone LGBTQIA+ devono essere perseguite in modo coerente e gli autori devono essere assicurati alla giustizia. Inoltre, la protezione della legge deve essere estesa e rafforzata e le persone colpite devono essere meglio supportate e protette”.

Misure urgenti per proteggere le persone LGBTQIA+

Insieme, Amnesty International e le più importanti organizzazioni LGBTQIA+ in Svizzera presentano richieste concrete ai politici e alle autorità per prevenire la violenza e l’odio e per garantire una maggiore accettazione dei gruppi minoritari nella società. In particolare, le persone coinvolte hanno bisogno di quanto segue:

  • Impegno per la protezione delle persone LGBTQIA+: Le autorità svizzere devono riconoscere la propria responsabilità di proteggere le persone LGBTQIA+ e affrontare attivamente tutte le forme di violenza e discriminazione ostili alla comunità queer.
  • Estensione del reato di discriminazione: chiediamo la punibilità dei discorsi d’odio anti-queer contro le persone trans e le persone con caratteristiche di genere diverse. Questi gruppi sono particolarmente colpiti dall’odio e attualmente non sono protetti dal reato di discriminazione previsto dall’art. 261bis del Codice penale.
  • Piano d’azione nazionale: Un piano d’azione nazionale contro i crimini d’odio contro le persone LGBTQIA+ (postulato 20.3820) deve essere attuato tempestivamente e integralmente al fine di ridurre l’ostilità e la discriminazione verso la comunità queer. Ciò richiede la sensibilizzazione delle istituzioni pubbliche, in particolare del settore della sanità, del settore dell’asilo, delle scuole e della polizia.
  • Punti di contatto: Le linee di assistenza e i centri di consulenza per le persone colpite dalla violenza anti-queer devono essere istituzionalizzati e il loro finanziamento deve essere garantito.
  • Monitoraggio regolare: questa prima indagine con raccolta dati è stata finanziata dalla società civile. Per misurare l’efficacia delle misure e migliorare la situazione delle persone LGBTQIA+ a lungo termine, le raccolte dati devono essere finanziate con fondi pubblici e condotte su base regolare. Le indagini federali dovrebbero essere integrate con le dimensioni della discriminazione LGBTQIA+ e intersezionale e analizzate in modo specifico.

Ulteriori informazioni sulla ricerca sono disponibili nel sito gfs.bern


Veronica Noseda – Continua il teatrino francese: come sopravvivere senza una maggioranza parlamentare

Una nuova indagine mostra l'entità della discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e cosa possiamo fare per contrastarla – Di Amnesty International Svizzera 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi


Il cancro dell’informazione gratuita minaccia il giornalismo di qualità

Una nuova indagine mostra l'entità della discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e cosa possiamo fare per contrastarla – Di Amnesty International Svizzera 

Un esempio di come si dovrebbe svolgere e condurre un dibattito? Quello andato in scena il 18 novembre a Lugano, promosso dall’ATG (Associazione ticinese dei giornalisti) e condotto, con rigore e solida competenza, da Francesca Campagiorni.

In poco più di un’ora si sono confrontati la consigliera nazionale Greta Gysin, il consigliere agli Stati Fabio Regazzi e due addetti ai lavori, Rocco Salvioni (CEO de la Regione) e Alessandro Colombi (direttore generale del Gruppo Corriere del Ticino).

Già i nomi dei protagonisti fanno capire come in questa occasione si sia parlato di carta stampata, mentre analoghi confronti toccheranno evidentemente, in futuro, anche i media elettronici pensando all’iniziativa 200 franchi bastano!, su cui voteremo, salvo sorprese, nella seconda metà del 2026 o a inizio 2027.

In termini generali – e non avrebbe potuto essere diversamente – tutti e quattro i partecipanti hanno riconosciuto il ruolo essenziale dei media in una democrazia e la legittimità delle preoccupazioni del settore. Un cittadino non può definirsi pienamente tale se, soprattutto quando è chiamato ad esprimersi alle urne, non vi arriva compiutamente informato, non conosce, almeno a grandi linee, i termini generali della questione, non ha potuto confrontare posizioni e opinioni diverse in materia.

In un mondo ideale proprio a questo servono i media. E sempre in un mondo ideale giornali, portali e radiotelevisioni dovrebbero essere garanti, nei confronti del pubblico, di autonomia, indipendenza, pluralismo.

La realtà svizzera, tuttavia, è ben diversa: l’intero settore sta attraversando da decenni una crisi che ha portato ad una sempre maggior disaffezione di parte dell’opinione pubblica. Crisi determinata dalle difficoltà finanziarie crescenti di molte famiglie (l’abbonamento cartaceo a la Regione costa 430 CHF, quello al Corriere del Ticino 470 CHF; il canone SSR 335 CHF). Crisi, però, accentuata da altri fattori: il tentativo strumentale attuato da più parti – in un dibattito pubblico sempre più ideologico e confuso (che proprio per questo richiederebbe il contrappeso di un’informazione autorevole) – di screditare la categoria dei giornalisti, chiamandoli giornalai o velinari. Tentativo che porta i più pigri ad abboccare all’esca di facili slogan e rassicuranti promesse da marinaio.

Gli altri grandi imputati – per i quali gli editori devono oggi ringraziare sé stessi, poiché sono stati proprio loro a lanciarli – sono i giornali cosiddetti gratuiti, che evidentemente gratuiti non sono, che noi leggiamo senza tirar fuori neanche 1 franco dalla tasca, ma che – con tutto il rispetto per chi li confeziona – nulla hanno a che fare con un’informazione indipendente, verificata, autorevole. La convinzione che una buona informazione possa e debba essere gratuita, radicata ormai non più soltanto tra i più giovani, è un cancro che sta minando alla base tutto il mondo dei media.

La carta stampata tradizionale piange, anche nella Svizzera italiana (un mercato di sole 300 mila persone, oltretutto minoranza linguistica, dove gran parte delle iniziative digitali non si autofinanziano: la drastica diminuzione dei ricavi da abbonamenti e l’altrettanto drastico calo delle inserzioni pubblicitarie costringono spesso gli editori ticinesi a fare i salti mortali, se non ancora le nozze coi fichi secchi. Il CdT già nel 2019 ha vissuto una serie di licenziamenti e anche negli ultimi 24 mesi tutto il Gruppo ha dovuto ricorrere a nuovi pensionamenti e prepensionamenti non accompagnati da sostituzioni. Si è tentato di aumentare ulteriormente la “produttività” dei collaboratori, ma – ha detto testualmente Colombi, citando la rinuncia a testate come Illustrazione Ticinese e Hub, rivelatesi pubblicitariamente poco attrattive – “ci rendiamo conto che non possiamo spremere le persone oltre un certo limite, perché poi ne va della qualità dei contenuti”.

Secondo Rocco Salvioni, più che congiunturale, la crisi del cartaceo è strutturale. Una spirale negativa, un serpente che si morde la coda. La diminuzione degli abbonamenti e della pubblicità costringe a ridurre l’offerta e il numero delle pagine, ma ciò rende meno appetibile il prodotto, si ripercuote naturalmente anche sui centri stampa e rende inoltre meno redditizia la distribuzione da parte di La Posta Svizzera…

“Tutto un ecosistema è in crisi, ma indietro non si torna”, ha riassunto il CEO di la Regione mentre il suo omologo del CdT ha confermato che l’accesso ai contenuti a pagamento, possibile dal 2019, non compensa neppure in minima parte la perdita costante dei vecchi abbonati.

E allora, cosa concretamente si aspettano gli editori dalla politica? Salvioni: “Poiché è ormai chiaro a tutti che l’opinione pubblica non si informa più soltanto sui giornali, occorre che il sostegno pubblico vada anche a portali e organizzazioni di giornalisti presenti principalmente sui social network. E anche un sostegno alla formazione dei giornalisti”.

Colombi: “Regole d’ingaggio corrette, per esempio per La Posta, che oggi, consegnando il giornale in tarda mattinata, e quindi fuori tempo massimo, fa un disservizio; aggiungiamoci anche la concorrenza del settimanale Consumo che, distribuito in circa 1.6 milioni di bucalettere, raccoglie, a tariffe decisamente impraticabili per un quotidiano come i nostri, pubblicità che viene così sottratta al resto della carta stampata”.

E la politica cosa risponde? Secondo Fabio Regazzi bisogna partire da un dato di fatto: nella Costituzione svizzera non esiste un articolo che affidi allo Stato il compito di promuovere e sostenere la diversità mediale (Medienvielfalt). L’aiuto deve dunque essere indiretto, anche perché “un sostegno pubblico diretto è problematico. Un media co-finanziato dall’ente pubblico sarebbe in qualche modo condizionato nella sua stessa indipendenza”.

Una piccola bomba è esplosa quando, stupendo i due editori, la moderatrice ha citato un recente studio sulla qualità dei media in Svizzera, secondo il quale il 46% (+8% rispetto al 2022) degli interpellati si è detto per nulla interessato ad essere informato. Disinteresse, ha aggiunto, conseguenza di una crisi di fiducia verso i media che è sotto gli occhi di tutti, anche se sia Colombi che Salvioni non hanno registrato un calo così significativo nel consumo dei rispettivi prodotti.

Per Greta Gysin questa disaffezione è un problema generale di società, che non riguarda soltanto i più giovani. “Penso che il futuro sarà online e non più cartaceo, ma non penso che sarà affidato ai social media. I social media sono, anzi, parte del problema: da loro non ricevi un’informazione, ma ti trovi in una bolla in cui condividi solo ciò che già conosci e in cui lo spirito critico non viene educato e stimolato”. Per garantire un’informazione equilibrata e indipendente, ha aggiunto la deputata dei Verdi, occorre “una riflessione profonda sul riconoscimento del ruolo del giornalismo e su forme di aiuto statale che permettano a questo giornalismo di esistere”. Regazzi: “Sta al mondo dei media trovare nuove vie percorribili e dare risposte, una volta superata questa fase difficile. Con le debite proporzioni, il settore bancario ticinese lo ha fatto e si è rimesso in carreggiata. Un abbraccio tra la mano pubblica e il mondo dei media e un finanziamento diretto delle singole testate da parte dell’ente pubblico sarebbero pericolosi e vanno però evitati”.

Quanto al rapporto tra media e politici, in parte questi ultimi tendono vieppiù a sottrarsi al confronto con le e i giornalisti, preferendo rivolgersi direttamente, senza contraddittorio, al pubblico e all’elettore sui loro canali social, consapevoli che – se di un certo rilievo – la loro dichiarazione verrà comunque ripresa e moltiplicata dai media “tradizionali”.

“Io non sono un giornalista, ma spero che il social media non diventi il megafono del primo che si inventa una notizia per la strada”, ha precisato Colombi richiamando anche la decisione di Stati come l’Australia e il Canada di chiedere alle grandi piattaforme mondiali (Google, Facebook, ecc.) di pagare quando pubblicano e diffondono contenuti ripresi da terzi (Online News Act; Google Tax, di cui si discute anche in Svizzera, ma non sarà per domani).

Proprio le grandi piattaforme internazionali hanno fatto sì che negli ultimi 20 anni, il gettito pubblicitario totale in Svizzera (circa 4.4 miliardi di CHF all’anno) ha subito un calo del “solo” 5%, ma agli editori svizzeri – che prima incassavano l’intera somma – oggi ne rimane solo la metà: il resto confluisce, appunto, su Google & Co.

Salvioni, in conclusione: “È difficile per un editore che ha sempre prodotto il cartaceo muoversi in questa nuova realtà. Difficile, ma anche essenziale, perché, anche se il giornalismo ci sarà sempre, deve trovare nuove forme e nuovi canali. Non si può pretendere che un modello pensato nel secolo scorso possa resistere indenne ai mutamenti sociali e di consumo dei media. Bisogna adattare quel modello di inizio ‘900 ai giorni nostri e a quelli che verranno”.


Quali diritti per i bambini di via Barzaghi?

Una nuova indagine mostra l'entità della discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e cosa possiamo fare per contrastarla – Di Amnesty International Svizzera 

Errata corrige
È con grande amarezza che condividiamo questa correzione. Quando abbiamo scritto la riflessione intitolata “Quali diritti per i bambini di via Barzaghi?”, le informazioni in nostro possesso erano imprecise. Non abbiamo posto l’accento sul diritto alla continuità scolastica proprio perché rassicurati dall’idea che, malgrado l’interruzione improvvisa, gli allievi fossero stati inseriti nelle nuove classi subito dopo le vacanze autunnali.
Purtroppo, non è stato così per tutti. In effetti, ad oggi, 22 novembre, alcuni degli allievi trasferiti il 25 ottobre, sono ancora in attesa di poter tornare a scuola.
L’Articolo 28 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia sancisce il diritto del fanciullo all’istruzione e stabilisce che l’insegnamento primario debba essere obbligatorio e gratuito. Anche nelle difficoltà logistiche e nella situazione di emergenza, tale diritto non può essere messo in discussione.
Questa situazione rende ancora più urgente riflettere sull’importanza di garantire non solo spazi dignitosi e sicuri per i bambini richiedenti l’asilo, ma anche la continuità educativa, fondamentale per il benessere e lo sviluppo di ogni bambino.

“Dite: è faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. È piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”.

Per Janusz Korczak (1878-1942), medico e pedagogista polacco, i bambini non erano adulti in miniatura. Erano creature più vulnerabili i cui sogni ed emozioni meritavano il massimo rispetto. Il suo pensiero, fondato sulla dignità e la protezione dei più piccoli, è stato fondamentale per la definizione dei loro diritti, sanciti dalla Convenzione sui Diritti del fanciullo adottata dall’Onu il 20 novembre 1989. Gli Stati firmatari, tra cui la Svizzera (1997), s’impegnano a vigilare perché sia tutelato sempre l’interesse superiore del bambino, affinché sia ascoltato e considerato nelle decisioni che lo riguardano. A proteggerlo da ogni forma di abuso e violenza, sia fisica che psichica e ad assicurargli l’accesso a un’istruzione che promuova uno sviluppo sereno e armonico. A garantire a tutti i bambini questi diritti. Ricordare questi diritti, nel giorno del loro trentacinquesimo anniversario, proprio nel Paese in cui sono stati sanciti, potrebbe sembrare quasi superfluo.

Trentacinque anni fa apriva anche il Centro di accoglienza Croce Rossa di via Barzaghi a Paradiso. Qualcuno ricorda ancora quando lo storico edificio, prima casa chiusa, diventò rifugio per chi scappava dalle guerre jugoslave (e non solo). Da allora molti bambini hanno vissuto in quegli spazi portando vita nelle nostre aule, quelle in cui ancora insegniamo. Oggi molti dei nostri allievi sono figli di chi ha dovuto lasciare la propria terra perché non più sicura.

Martedì 22 ottobre è stata annunciata la chiusura definitiva del Centro. A mezzogiorno, i bambini che ci vivevano sono stati informati che il venerdì successivo sarebbero stati trasferiti con le loro famiglie in nuove strutture cantonali. Che l’edificio non era più agibile (la causa, si è saputo in seguito, era una crepa strutturale), che lo avrebbero, di lì a poco, demolito. Restavano due giorni per prepararsi. Ciò che avevano costruito, i legami e la loro quotidianità, veniva spazzato via. Mentre i bambini ricevevano questa comunicazione, l’edificio era in fase di smantellamento. È difficile descrivere il dolore e il senso di smarrimento che li hanno accompagnati in classe quel pomeriggio. La sera stessa è iniziato il trasferimento dei 90 minori non accompagnati che vivevano nell’edificio, anche loro informati quel giorno. Sarebbero rimasti provvisoriamente a Paradiso, presso l’Hotel Dishma.

Tutti conosciamo, specialmente dopo il servizio di Falò andato in onda il 10 ottobre, le condizioni critiche in cui, da molto tempo, versava lo stabile. Le immagini dei balconi sorretti da pali di legno lungo le pareti sgretolate sono ormai note. Gli spazi in cui alloggiavano i nostri allievi erano miseri: non c’era una sola stanza per giocare, non un angolo in cui tenere dei giochi da poter condividere. È probabile, quindi, che il primo pensiero di chi quel pomeriggio ha letto la notizia sia stato “era ora, finalmente lo hanno chiuso”. Chi però ha vissuto la situazione più da vicino, non ha potuto non interrogarsi: come mai non si è cercato un luogo idoneo, prima di arrivare a questo punto? Davvero non sarebbe stato possibile agire per tempo, consentendo una partenza più serena?

Gli 11 bambini che abitavano in via Barzaghi – nei principali media non si è parlato di loro – con le loro madri, così come i 90 ragazzi senza genitori che abitavano ai piani superiori, non erano lì da pochi giorni. Da un anno o due, se non di più in alcuni casi, quel luogo era, per loro, casa. Era fatiscente, ma sopra i letti avevano appeso i loro disegni. A Paradiso avevano intessuto legami, imparato l’italiano, tracciato una propria geografia, coltivato un orto. Non era previsto un trasferimento imminente. Non erano preparati. Una separazione, un trasloco, un cambio di scuola, si sa, sono passaggi delicati. Offrire un accompagnamento e il tempo necessario per affrontarli è fondamentale per la salute mentale dei bambini, ma anche un segno di rispetto. Nei due giorni in cui i bambini hanno potuto continuare a frequentare la scuola, i compagni e i docenti hanno fatto del loro meglio per attutire il colpo, cercando di far sentire loro quanto sono importanti, e che il tempo trascorso insieme lascia un segno indelebile.

Arriveranno le macerie e poi l’area sarà riqualificata, ma noi non dimenticheremo chi ha abitato quel luogo. Abbiamo avuto notizie dei nostri allievi: respirano, mangiano, parlano e ridono. Sappiamo che hanno iniziato una nuova scuola. Non sappiamo, però, quale sia il segno lasciato da questa partenza improvvisa in queste vite. Forse, siccome si sono svolte all’insegna di precarietà e sofferenza, il solco sarà meno profondo? Non è, invece, proprio per questo, che quanto accaduto risulta più grave?

Nell’immagine: lo stabile di via Barzaghi in via di demolizione


L’escalation nucleare da deterrenza a ricatto

Una nuova indagine mostra l'entità della discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e cosa possiamo fare per contrastarla – Di Amnesty International Svizzera 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

L’invasione russa dell’Ucraina, che dura da oltre mille giorni, attraversa un nuovo ciclo di escalation da parte della Russia. L’attacco di droni e missili sulle città di Odessa e Sumy, così come il dispiegamento di circa 11mila soldati, missili e artiglieria pesante nordcoreani nella regione russa di Kursk – è la prima volta in cui soldati dall’Asia-Pacifico combattono su suolo europeo dalla seconda guerra mondiale – ne sono manifestazioni lampanti. Così come lo è la revisione della dottrina nucleare della Russia, proposta a settembre e approvata ieri dal presidente Putin.

I cambiamenti determinano le nuove condizioni, infinitamente più lasche, che permetterebbero l’utilizzo di armi nucleari. Già da tempo Mosca ha sfumato la distinzione tra il convenzionale e il nucleare, essenzialmente vedendo entrambi gli strumenti militari come potenzialmente utilizzabili in guerra. Ora specifica che un attacco di uno Stato non-nucleare (tradotto, l’Ucraina), se appoggiato da Stati nucleari (tradotto Usa, Francia e Regno Unito), sarebbe considerato un attacco congiunto, che a sua volta legittimerebbe una risposta nucleare della Russia.

Nella guerra in Ucraina, la minaccia nucleare da parte del Cremlino non è una novità. Sin dai primi mesi del conflitto, quando l’illusione di Putin di una rapida vittoria si infranse contro la realtà della resistenza ucraina, Mosca ha utilizzato la minaccia politica dell’uso dell’atomica come uno strumento, purtroppo molto efficace, nella sua strategia di guerra.

Dico purtroppo per due motivi. Il primo è legato al fronte bellico. Se Washington, Berlino e le altre capitali europee non fossero state vittime della propria paura, la guerra probabilmente sarebbe già finita, con una sconfitta delle ambizioni imperiali della Russia non solo in Ucraina ma nel resto dell’Europa orientale. Il secondo motivo è perché la paura occidentale ha permesso a Mosca di storpiare, fino a distruggere, il concetto alla base della deterrenza nucleare.

La deterrenza nucleare, incardinata nel principio che una guerra nucleare non può essere vinta e quindi non deve essere combattuta, è stato trasformato in ricatto nucleare: una guerra non deve essere per forza vinta attraverso strumenti convenzionali; basta minacciare l’uso dell’arma atomica e il gioco è fatto. La fine della deterrenza nucleare non è significativa «solo» in Ucraina, ma sta incentivando la corsa al nucleare in altre regioni. Basti pensare al Medio Oriente dove l’Iran, avendo visto l’indebolimento di due dei suoi tre pilastri di deterrenza (la difesa missilistica e le milizie filo-iraniane) con ogni probabilità punterà sull’accelerazione del terzo pilastro: il proprio programma nucleare.

Non è un caso che Putin abbia dato luce verde alla revisione della dottrina nucleare russa in seguito al sì statunitense all’utilizzo di missili lungo raggio in Russia da parte di Kyiv, disco verde che l’Ucraina ha già utilizzato per colpire un deposito di armi nella regione russa di Bryansk, a 115 chilometri dal confine. Il Cremlino aveva già minacciato ripetutamente di interpretare l’eliminazione delle restrizioni occidentali sull’impiego oltrefrontiera dei missili a lungo raggio come evidenza dell’entrata dei Paesi Nato in guerra, sfoderando nuovamente la minaccia atomica.

Ora, la revisione della dottrina nucleare russa va ad alimentare il ricatto. Finora la minaccia nucleare non è stata che una minaccia, e ciò ne ha determinato l’efficacia. Non possiamo sapere se ora cambierà qualcosa. Sappiamo invece che aver ceduto fino ad ora al ricatto non ha portato alla fine della guerra in Ucraina, ma ha incentivato la proliferazione nucleare altrove.

C’è chi pensa o spera che questo ciclo di escalation sia la tempesta prima della calma, una calma che presumibilmente arriverebbe quando il presidente eletto Donald Trump, svendendo l’Ucraina, raggiungerà con l’amico Putin un accordo sopra le teste degli ucraini e di tutti gli europei.

Ma l’escalation in corso racconta un’altra storia. Non è affatto escluso che Putin veda in questo momento l’opportunità di affondare il colpo, proseguendo la guerra in Ucraina e forse andando oltre. Interpretare la luce verde ai missili a lungo raggio come sintomo dell’entrata in guerra dei Paesi Nato potrebbe essere funzionale a un possibile allargamento del conflitto da parte della Russia.

Né possiamo escludere che così facendo vedremo di nuovo Putin fare il passo più lungo della gamba. Se la cautela e la paura hanno caratterizzato le politiche dell’amministrazione Biden (e degli alleati europei) a spese dell’Ucraina, non è detto però che la stessa prudenza sarà il marchio di fabbrica della nuova amministrazione americana. Può essere che arriverà la calma dopo la tempesta, ma oggi, oltre alla tempesta, si intravedono solo nubi nere all’orizzonte.


Spagna, ai migranti permessi più agevoli

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Di Luca Tancredi Barone, il manifesto

In attesa dell’intervento di oggi in parlamento dell’ancora ministra Teresa Ribera sulla catastrofe meteorologica di Valencia, dopo il quale Pedro Sánchez spera di sbloccare l’impasse della nuova commissione europea, il governo spagnolo ieri ha mantenuto una delle sue promesse. Dopo molti mesi di gestazione, il consiglio dei ministri ha approvato il nuovo regolamento sugli stranieri che entrerà in vigore fra sei mesi. Con le attuali difficoltà dell’esecutivo, chissà se il governo che l’ha varato sarà ancora in carica in quel momento. L’approvazione di questo provvedimento promosso dal ministero dell’Inclusione, welfare e migrazioni era molto attesa perché migliorerà in maniera sostanziale la situazione di molti migranti irregolari. La discussione sulla sanatoria senza condizioni per circa mezzo milione di persona prive di documenti è invece ancora ferma in parlamento.

Il governo prevede che il nuovo regolamento porterà alla regolarizzazione di 900 mila persone in tre anni cosa che, secondo i calcoli dello stesso esecutivo, corrisponde alla quantità di stranieri necessari per sostentare l’economia. Le novità, che avevamo anticipato su queste pagine, sono molte. Innanzitutto, si riduce da tre a due anni il tempo in cui uno straniero senza documenti deve dimostrare di aver risieduto sul territorio per poter chiedere un permesso per «radicamento sociale». Oltre a questa strada, esisteranno altre 4 modi per una persona migrante per poter ottenere il permesso di residenza. Esisterà il «radicamento sociolavorativo», che si potrà ottenere presentando un contratto da almeno 20 ore settimanali (e non più 30), o anche (altra novità) una serie di contratti concatenati che raggiungano quel minimo di ore. Si contempla poi il caso del «radicamento socioformativo», che sarà dedicato a chi è in Spagna per studiare in qualche tipo di formazione: il regolamento permetterà come novità che si possa lavorare fino a 30 ore settimanali e renderà più semplice ottenere un permesso di lavoro nel caso la persona migrante, dopo essersi formata, riesca a ottenere un lavoro in quel settore.

Ci sarà poi una nuova figura di radicamento, chiamata «di seconda opportunità», destinato a tutte quelle persone che nei due anni precedenti non sono riuscite a far rinnovare il loro permesso perché hanno fatto passare la data di scadenza. In sostanza, mere irregolarità amministrative finora mai stata contemplate. Ci sarà poi una ulteriore possibilità – transitoria, dopo che il ministero degli Interni si è opposto a renderla permanente – per le persone che sono in Spagna da almeno sei mesi in situazione irregolare dopo che la loro richiesta di asilo è stata respinta (come succede nel 90% dei casi, l’anno scorso 160 mila in totale).

Per quanto riguarda i ricongiungimenti familiari, il nuovo regolamento si limita a creare un nuovo permesso di soggiorno per i parenti delle persone che hanno acquisito la cittadinanza spagnola. Tra le novità, l’età dei figli beneficiari viene estesa da 21 a 26 anni, si inseriscono realtà come le coppie non formalmente registrate e il ricongiungimento di figli e genitori di vittime di tratta, sessuale o di genere. Non sono state accettate alcune delle richieste dei ministeri in mano a Sumar (come Lavoro o Gioventù). Per esempio, che fossero 18 e non 24 i mesi di residenza per un permesso o che ai richiedenti asilo non fosse vietato avanzare la richiesta di un permesso per radicamento sociale.

Nello stesso consiglio dei ministri è stata accettata la proposta dell’altro ministero di Sumar, quello dei Diritti sociali: dare all’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i palestinesi, 860 mila euro per le persone che hanno acquisito un’invalidità come conseguenza degli attacchi israeliani, un’iniziativa che il ministro Bustinduy rivendicava in rete per «le vittime più vulnerabili del massacro indiscriminato dell’esercito israeliano contro la popolazione civile palestinese».

Nell’immagine: Il ministro Bustinduy


Paul Auster, noi bimbi americani cresciuti con le armi

Una nuova indagine mostra l'entità della discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e cosa possiamo fare per contrastarla – Di Amnesty International Svizzera 

Di Paul Auster, La Stampa

Non ho mai posseduto un’arma da fuoco. Almeno non una vera, ma per due o tre anni, una volta smessi i pannolini, ho girato con una rivoltella a sei colpi appesa al fianco.

Ero un texano, anche se vivevo nella periferia di Newark, New Jersey, perché nei primi anni Cinquanta il Selvaggio West era ovunque, e infinite schiere di bambini americani sfoggiavano un cappello da cowboy e una comune pistola giocattolo riposta dentro una fondina di finto cuoio.

A volte si inseriva un dischetto di capsule detonanti davanti al tamburo della pistola per imitare l’esplosione di un vero proiettile ogni volta che prendevamo la mira, sparavamo ed eliminavamo l’ennesimo cattivo dalla faccia della Terra. In genere però bastava soltanto premere il grilletto e urlare: Bang, bang, sei morto!

Fonte di queste fantasie era la televisione, un fenomeno nuovo che cominciò a raggiungere un gran numero di persone proprio all’epoca della mia nascita (1947), e siccome si dà il caso che mio padre fosse il proprietario di un negozio di elettrodomestici che trattava parecchie marche di televisori, ho il privilegio di essere uno dei primi al mondo ad aver vissuto con un apparecchio televisivo dal giorno in cui sono nato.

Hopalong Cassidy e Il cavaliere solitario sono i due telefilm che ricordo meglio, ma quando ancora non andavo a scuola il palinsesto pomeridiano prevedeva un bombardamento quotidiano di western di serie B degli anni Trenta e dei primi Quaranta, in particolare quelli interpretati dal prestante e atletico Buster Crabbe e dal suo vecchio aiutante, Al St. John.

Quei film e telefilm erano vere e proprie fesserie, ma a tre, quattro e cinque anni ero troppo piccolo per capirlo, e un mondo diviso tra uomini in cappello bianco e uomini in cappello nero si prestava benissimo alle limitate capacità del mio intelletto imberbe e primitivo.

I miei eroi erano dei bonari tontoloni, che si arrabbiavano di rado, parlavano lo stretto indispensabile ed erano timidi con le donne, ma sapevano distinguere il bene dal male, e sconfiggevano i malfattori a suon di pugni e pistolettate ogni volta che un ranch o una mandria di bestiame o la sicurezza del paesello erano in pericolo. In quelle storie tutti giravano armati, sia gli eroi sia i malvagi, ma solo l’arma dell’eroe era al servizio del bene e della giustizia, e siccome io non mi immaginavo nei panni del malvagio ma in quelli dell’eroe, la sei colpi giocattolo che portavo alla cintura era un segno della mia stessa bontà e virtú, prova tangibile della mia idealistica e fittizia virilità.

Senza la pistola non sarei stato un eroe ma un nessuno, un semplice bambino. In quegli anni volevo tanto un cavallo, ma non mi sfiorò mai il desiderio di possedere una vera arma e nemmeno di sparare. Quando alla fine me ne capitò l’occasione, avevo nove o dieci anni e l’infantile paese dei sogni con i cowboy della tivú mi stava già stretto da tempo.

Ormai ero un atleta, con una particolare adorazione per il baseball, ma anche un lettore di libri e sporadico autore di poesie a dir poco orrende, un ragazzino che arrancava sul tortuoso cammino della crescita. Nel frattempo i miei genitori mi mandarono in un centro estivo nel New Hampshire, dove oltre al baseball si praticavano nuoto, canoa, tennis, tiro con l’arco, equitazione e un paio di volte a settimana ci si esercitava al poligono di tiro, dove fui iniziato al piacere di imparare a maneggiare un fucile calibro 22 e a sparare raffiche di proiettili su un bersaglio di carta fissa to a una parete venticinque o cinquanta metri piú in là (non ricordo la distanza esatta, ma all’epoca mi sembrava perfetta: né troppo vicino né troppo lontano).

L’istruttore sapeva il fatto suo, e ho un ricordo vivissimo di come mi insegnava a posizionare le mani quando impugnavo il fucile, ad allineare il bersaglio con il mirino all’estremità della canna, a respirare nel modo giusto quando ci si prepara a sparare, a tirare indietro il grilletto con un gesto lento e fluido per sprigionare il proiettile dalla canna e farlo schizzare in aria.

A quei tempi avevo una vista ottima e imparai alla svelta, prima in posizione prona, da cui arrivai a totalizzare quarantasette punti sul massimo di cinquanta previsti per i cinque colpi di ogni giro, poi in posizione seduta, che prevedeva tutto un nuovo repertorio di tecniche ma, proprio quando stavo per passare alla posizione in ginocchio, l’estate finí e finí anche la mia carriera di tiratore scelto.

I miei genitori decisero che quel centro estivo era troppo lontano da casa e l’estate seguente mi mandarono in un altro molto piú vicino, dove il tiro al bersaglio non rientrava nelle attività offerte. Una piccola delusione, forse, ma per il resto il secondo centro estivo superava di gran lunga il primo e non me la presi piú di tanto.

Fatto sta che, a oltre sessant’anni di distanza, ricordo ancora la piacevole sensazione di centrare il bersaglio, accompagnata da un benessere simile a quello che provavo ogni volta che schizzavo via dalla mia posizione di interbase per andare a ricevere un passaggio dell’esterno sinistro e poi giravo su me stesso per passare la palla al ricevitore mentre il corridore lanciato a tutta birra già toccava la terza puntando a casa base.

Sentivo un legame tra me e qualcuno o qualcosa a grande distanza da me, e lanciare una palla o sparare un proiettile e colpire il bersaglio in nome di un obiettivo predeterminato – evitare che l’avversario attraversasse il piatto in corsa, totalizzare un punteggio alto al poligono di tiro – produceva un profondo e ardente senso di soddisfazione e di trionfo.

Ciò che contava era il legame, e che lo strumento di quel legame fosse una palla o un proiettile, la sensazione era la stessa.


Sergio Rossi – La nuova oligarchia USA: cerchio magico e feudalismo digitale

Una nuova indagine mostra l'entità della discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e cosa possiamo fare per contrastarla – Di Amnesty International Svizzera 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Incubi ricorrenti

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La chiavetta e la “vendetta” di un Governo ostruzionista

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Una piccola, ignobile, rivalsa. Una minuzia, se vogliamo, ma che la dice lunga sulla predisposizione alla trasparenza e alla libertà di stampa del Consiglio di Stato del Canton Ticino. Che prima fa di tutto per non dare accesso a dei documenti ufficiali. Poi, una volta obbligato a farlo, si vendica fatturando spese per quasi 500 franchi a chi ne ha legittimamente fatto richiesta.

L’oggetto della contesa sono i rapporti annuali del Controllo cantonale delle finanze (CCF), organo amministrativo superiore del Cantone in materia di controllo finanziario. Il CCF ha un ruolo tutt’altro che marginale per il buon funzionamento dello Stato: verifica i suoi conti e il suo bilancio ed esegue revisioni dei vari servizi dell’amministrazione cantonale o di enti esterni designati dal Governo; può inoltre eseguire dei mandati speciali, assegnati dal Governo stesso o dalla Commissione gestione e finanze del Gran Consiglio.

Nonostante questo mandato di primaria importanza – verificare il buon utilizzo dei soldi pubblici – dell’operato del CCF si sa poco o nulla. I suoi rapporti, circa un centinaio all’anno, non sono divulgati mentre il suo sito è scarno al punto che non viene nemmeno esplicitato chi dirige questo organo che impiega una quindicina di persone.

Di fronte a questa opacità, nel settembre 2022, area ha chiesto l’accesso ai rapporti d’attività di questo revisore interno dello Stato per il periodo 2018-2021. È l’inizio di un tira e molla che si protrarrà per oltre due anni.

Inizialmente, il CCF ha subito informato che i rapporti “purtroppo non sono resi pubblici”. Inoltriamo quindi una domanda formale in base alla Legge sull’informazione e la trasparenza dello Stato (LIT). Il Governo prende tempo: non rispettando la tempistica prevista dalla legge, recapita la decisione formale di diniego quasi cinque mesi dopo la richiesta. Diniego che è giustificato col fatto che la richiesta sarebbe “una ricerca indiscriminata con finalità esplorativa”, non “atta a giustificare un interesse pubblico alla trasparenza”.

Facciamo quindi ricorso alla Commissione cantonale per la protezione dei dati e della trasparenza, la quale annulla la decisione del Consiglio di Stato. La Commissione precisa che il Governo si è limitato “a invocare in maniera puramente astratta” che la richiesta fosse generalizzata e priva d’interesse pubblico. Al contrario, a prevalere deve essere proprio questo interesse, volto “a garantire la libera formazione dell’opinione pubblica e a favorire la partecipazione alla vita pubblica dell’amministrato”.

Qualche giorno fa riceviamo così una raccomandata tramite la quale il cancelliere, Arnoldo Coduri, e il presidente del Consiglio di Stato, Christian Vitta, ci recapitano una chiavetta USB con i documenti richiesti. Finalmente! Ma poi ecco la sorpresa: toccherà pagare 488,80 franchi, corrispondenti al carico amministrativo (480 franchi), alle spese di spedizione (5,80 franchi) e al supporto USB (3 franchi). In allegato, la fotografia della suddetta chiavetta e la fattura d’acquisto emessa da un negozio di Bellinzona, scontata di 40 centesimi.

Ci si potrebbe ridere sopra se non fosse che vi sono in gioco due concetti democratici fondamentali come la trasparenza e la libertà di stampa.

A livello svizzero, il dibattito sulla trasparenza degli organi di controllo finanziario delle autorità è più attuale che mai. Di recente, il tema è stato discusso durante la conferenza annuale dei Controlli delle finanze dei cantoni latini. Yves Steiner, responsabile degli audit della Corte dei conti del Canton Vaud – uno dei pochi a pubblicare i propri rapporti – ha spiegato alla platea che la trasparenza è ormai ineluttabile: «Fino a quando i rapporti dei controlli interni della collettività resteranno fuori dallo spazio pubblico?» ha chiesto, invitando i responsabili cantonali a riflettere su come diffondere i risultati dei loro lavori. Presente in sala, il Capo settore revisione interna del CCF Sacha Lembo avrà preso nota e riferito a Bellinzona?

Un buon esempio arriva dalla Città di Losanna che ha deciso di pubblicare i rapporti del proprio controllo delle finanze. «Un’importante decisione di principio a favore di una maggiore trasparenza nell’uso del denaro pubblico» ha affermato Eric-Serge Jeannet, vicedirettore del Controllo federale delle finanze, l’organo di controllo dei conti della Confederazione che da ormai dieci anni pubblica i suoi rapporti, inviandoli direttamente alla stampa.

In Ticino, si sa, l’ostruzionismo istituzionale è di casa. E quando un’apposita commissione dello Stato svergogna l’autorità esecutiva dello Stato medesimo, questo si vendica fatturando a un giornalista le 8,5 ore di lavoro (!!!) necessarie per preparare quattro documenti. Senza dimenticare la chiavetta, naturalmente.

Così, la prossima volta ci si pensa due volte a chiedere quanto – per legge – tutti avrebbero diritto a consultare. Tiè!

Pubblicato da Areaonline
Nell’immagine: la suddetta chiavetta