La fine dell’asse Iran-Siria

 

Di Jim Muir, Valigia blu

Nessuno sa davvero cosa uscirà dall’attuale situazione in Siria. Potrebbe arrivare un periodo di lotta tra gruppi rivali islamici e secolari. Oppure una transizione verso una democrazia di tipo occidentale, con un cambio di regime senza intoppi, o all’opposto pieno di ostacoli. Oppure una sorta di governo moderato dei Fratelli Musulmani, in stile turco.

Le potenze esterne cercheranno di spingere il paese in una direzione o nell’altra. Potrebbe esserci il caos o la stabilità.

Tutto ciò avrà grande importanza per i siriani. Ma dal punto di vista strategico non cambia molto: il terremoto c’è già stato, e la Siria non sarà più la stessa.

Quando sono arrivato a Beirut, quasi 50 anni fa, la Siria era come un’enorme fortezza inespugnabile, governato con pugno di ferro da Hafez al-Assad. Si affidava a una serie di agenzie di intelligence del Mukhabarat in competizione tra loro, una più spietata dell’altra, e si appoggiava a un esercito potente.

Nel 1980 fece l’impensabile. Tese la mano all’Iran rivoluzionario e non arabo e strinse un’alleanza con Teheran nella sua guerra di otto anni contro l’Iraq arabo, perché entrambi odiavano il vicino in comune Saddam Hussein.

Per decenni l’asse Teheran-Damasco è stato l’unico elemento fisso nelle mutevoli sabbie politiche della regione. È stato fondamentale per la creazione di Hezbollah, per rispondere a Israele e agli Stati Uniti dopo l’invasione del Libano e l’assedio di Beirut nel 1982.
Quando, dopo il 2011, il castello siriano ha cominciato a incrinarsi e il figlio di Hafez, Bashar, era in pericolo imminente, sono stati l’Iran e Hezbollah – e i russi – a correre in suo soccorso.

Ha funzionato per un po’, fino a un certo punto. Ma alla fine l’asse ha fallito. Dopo Gaza, Hezbollah è stato fatto a pezzi dagli israeliani in Libano, l’Iran vilipeso e isolato, mentre la Russia veniva dissanguata in Ucraina. È bastato un calcio dei ribelli per far crollare la fragile castello di carte di Assad.

Ora gli israeliani stanno sistematicamente distruggendo ogni possibilità che la Siria torni a essere una potenza militare. La sua marina, la sua aeronautica e tutti i mezzi militari seri sono stati eliminati dai più intensi attacchi aerei che Israele abbia mai effettuato. La Siria è completamente disinnescata.

E così la Siria, la dawlat al-mumana’a – lo Stato della resistenza, o della sfida a Israele – è scomparsa per sempre. Anche se questa resistenza era in gran parte fittizia. Si è spezzato anche l’Asse della Resistenza che collegava Teheran, Baghdad, Damasco e Hezbollah in Libano, oltre che nel lontano Yemen, una “Mezzaluna sciita” resa possibile dall’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, che ha rimosso il principale ostacolo alla sua formazione: Saddam Hussein.

L’Iran non potrà più fornire armi e denaro attraverso la Siria a Hezbollah, che ora sopravvive in Libano come un’ombra di sé stesso.

“Questo crollo è il risultato diretto della nostra azione di forza contro Hezbollah e l’Iran, i principali sostenitori di Assad”, ha dichiarato il premier israeliano Netanyahu. Con il pieno sostegno degli Stati Uniti a questa ristrutturazione dell’architettura della regione (e probabilmente con un’ulteriore spinta quando Trump tornerà alla Casa Bianca), gli israeliani vagano incontrastati per i cieli. Restano solo l’Iran e lo Yemen. E per quanto tempo?

Mentre la maggior parte dei siriani festeggia la scomparsa dell’odiato e sanguinario dittatore, i palestinesi sono lasciati ancora più soli, alla mercé dei padroni della regione e del loro sostenitore americano, come mai prima d’ora.

Articolo originale pubblicato sul sito Coda Story e tradotto con il permesso dell’autore.


“El loco” con la motosega. Grandi ambizioni ma subito più povertà

 

Dopo aver partecipato al G7 in Puglia del giugno scorso, Javier Milei torna a sorpresa a Roma per partecipare da ospite d’onore alla chiusura della festa di Atreju di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni restituisce così l’invito del presidente argentino a Buenos Aires di venti giorni fa (subito dopo il G20 di Rio de Janeiro) dove si sono fugacemente affacciati sulla Plaza de Mayo. Con lui che l’ha ossequiata con una statuetta nella quale imbraccia la fatidica motosega. Due incontri in meno di un mese. Senza contare che, appena arrivato a Roma, Meloni ha esteso la cittadinanza italiana a Milei per aver avuto i nonni calabresi. E dire che esattamente un anno fa la primo ministro italiana aveva snobbato il suo insediamento senza inviare alla Casa Rosada nemmeno Antonio Tajani, ministro degli esteri, bensì la sola responsabile dell’università Anna Maria Bernini.

L’elezione di Donald Trump sta evidentemente cambiando il panorama internazionale. Ma nel caso dell’Argentina c’è il fatto che il loco (“pazzo”) Milei sia ancora, nonostante tutto, sulla cresta dell’onda. Cosi ce lo descrive Martín Granovsky, editorialista ed ex direttore di Pagina 12, quotidiano che ebbe come collaboratori anche i “nostri” illustri Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano (che ne fu pure il cofondatore): “Milei ha esordito con la svalutazione record del 118% del peso argentino in un solo giorno. Uno shock coerente con la sua campagna elettorale, all’insegna della motosega. Cui sono seguiti immediatamente le deregolamentazioni e i tagli draconiani al bilancio dello Stato per un 30% complessivo. Con la riduzione del 93% della spesa in infrastrutture e strade (in costruzione ma anche della loro manutenzione). Il licenziamento di 30. 000 impiegati pubblici. Il tracollo del welfare che, pur non ai livelli europei, era comunque il più consistente in America Latina: spesa sanitaria e istruzione, liquidazioni e pensioni; sussidi (luce, trasporti, politiche di genere, disabilità…); nonché delle sovvenzioni alle piccole e medie imprese, che assicurano l’80% dell’occupazione. Si sono salvati solo i settori minerario e dell’energia; e in parte la produzione cerealicola d’esportazione. ”.

Il che ha provocato una tremenda recessione economica che Granovsky definisce “non una conseguenza ma un sacrificio espressamente pianificato per tornare ad essere, come ostenta pomposamente Milei, la ‘più grande potenza’ del settore”. Cosa che peraltro l’Argentina non è mai stata. Di qui il precipitare della produzione della manifattura, del mercato interno, del potere d’acquisto e conseguentemente dei consumi, inclusi gli alimentari. “Siamo finiti col mangiare meno carne bovina; il che è il colmo per il nostro paese”. Del resto basta bere un caffè o una bottiglietta d’acqua al bar per accorgersi di quanto costino ben più che in Europa. Il lavoro nero è inesorabilmente dilagato e, secondo le statistiche, gli indici di povertà sono cresciuti fino a superare la metà della popolazione; con quella assoluta al 13%.

Dove invece Milei segue scrupolosamente le regole è nel pagamento del debito pubblico. Tanto che si profila un possibile accordo col Fondo Monetario Internazionale per nuovi prestiti.

Chiediamo a questo punto a Martín Granovsky se il consenso verso Milei tenga: “La sua formazione Libertad Avanza era giunta solo terza alle elezioni col 30%, per poi imporsi al ballottaggio col 56% delle preferenze. Ebbene quel sostegno, che per il caos delle misure iniziali era diminuito, ora con la stabilizzazione del cambio del dollaro e della Banca Centrale, oltre che in parte del funzionamento dell’economia, è risalito negli ultimi due mesi intorno al 40-45%”.

E alla domanda su chi ‘el loco’ stia favorendo col suo turbo/presidenzialismo, rappresentato peraltro da appena il 15% dei deputati in parlamento, risponde: “Nonostante Milei abbia messo al centro strumentalmente sin dal primo giorno un’avversione verso la ‘casta’, ovvero contro i politici corrotti, che gli è poi servita per guadagnarsi il voto dei giovani (soprattutto maschi) e comunque di coloro che non credevano più nella politica, ha praticato un pragmatismo negoziale. Proprio lui che non si considera un politico. Innanzitutto col partito della destra di Propuesta Republicana dell’ex presidente Mauricio Macrì (e in parte con la Unión Civica Radical) piazzando diversi suoi dirigenti e un tempo ministri nel suo governo. Come Patricia Bullrich agli interni (arrivata terza alle urne), Luis Caputo all’economia e Federico Sturzenegger alla deregolamentazione. Ha pure stabilito scambi di favore con alcuni governatori (compreso qualche peronista) per indurre i loro deputati a votare per lui. Il tutto facilitato da una finanziarizzazione speculativa dell’economia con il varo di un provvedimento di emersione pressoché gratuita dei capitali occulti fino a centomila dollari”.

Viene da chiedersi a questo punto che fine abbia fatto l’opposizione politica e di piazza. “Il peronismo, con la sua Unión por la Patria (in testa al primo turno, ma attuto col 44% ottenuto da Sergio Massa al secondo) ha subito una delle peggiori sconfitte della sua storia. Lo ha subìto per di più non ad opera di un partito ma di un outsider. L’ex ‘’presidenta” Cristina Kirchner, a sua volta inquisita dalla magistratura, si era del resto indebolita nel precedente governo di Alberto Fernandez. da lei scelto, che la crisi inflattiva ereditata da Macri non aveva saputo contenere. Ed ora non ha un’agenda chiara” Eppure in piazza vediamo poche proteste. “Che poi le piazze non si riempiano come un tempo è dovuto al clima disanimato e d’intimidazione per la dura repressione delle manifestazioni, le detenzioni e il rischio di licenziamento per chi sciopera. Viene sventolato anche qui, cosa insolita per l’Argentina, il fantasma del marxismo, come ai tempi del vostro primo ministro Berlusconi; ma almeno da voi un partito comunista c’era stato”.

Chiediamo poi al nostro interlocutore quali sono rapporti di un Milei così vulcanico e sguaiato con la stampa. “Sono pessimi. Non dà interviste ed ha sospeso ogni pubblicità statale sui media. Ci tratta a suon di insulti. Ci definisce ‘delinquenti col registratore incorporato’ ”.

Il bilancio finale di questo primo anno di Milei ha portato a una decrescita economica del 3, 5% e un’inflazione che dopo lo shock iniziale è rallentata rispetto ai suoi primi mesi, fino al 2, 5-3% mensile; così come gli stessi indici di povertà si stanno relativamente ammorbidendo. “Con la sua mania di grandezza Milei è entrato nella pancia degli argentini; che se pure non sono più così speranzosi in lui, credono ancora che possa dare un futuro “meno peggiore” del passato. È in questo contesto che ci si sta preparando per le elezioni legislative del prossimo anno”.

In quanto poi a politica estera: “il megalomane Milei ostenta di sentirsi perlomeno alla pari di Trump, che ha voluto incontrare per primo subito dopo la sua rielezione. Poi si è recato in Spagna ma solo per riunirsi col presidente di “Vox”, Santiago Abascal, leader dell’estrema destra iberica. E infine Giorgia Meloni, che vedrà di nuovo ora a Roma e con la quale condivide l’avversione a Putin per la guerra in Ucraina e ha un cordiale rapporto con Zelenski”.

Granovsky sottolinea il particolare legame di Milei con Israele, dove si è recato a febbraio annunciando l’apertura dell’ambasciata argentina a Gerusalemme; oltre a non esprimersi sulla questione dei “due popoli due Stati”, seguita dai suoi predecessori. Mentre ha reintavolato rapporti col Regno Unito, osservando un silenzio tombale sulla altamente simbolica questione delle isole Malvinas.

“Milei – precisa Martìn – si attribuisce un ruolo sulla scena internazionale che l’Argentina non ha mai avuto, essendo al massimo storicamente protagonista nel subcontinente latinoamericano. Certo ora è il coordinatore del Mercosur che ha appena sottoscritto un accordo con l’Unione Europea. Ma fino a ieri lo considerava una prigione, tanto da crearsi tensioni col Brasile di Lula, principale partner commerciale insieme alla Cina, e con il Cile di Boric”. Per quanto riguarda invece il confinante Uruguay, dove due settimane fa la sinistra del Frente Amplio si è imposta nel ballottaggio presidenziale: “La sconfitta della destra a Montevideo non è per niente irrilevante per noi, essendo l’Uruguay da sempre il nostro principale paradiso fiscale”.

Clamorosa invece la destituzione il mese scorso da parte di Milei della sua ministra degli esteri Diana Mondino, rea di aver confermato (come da sempre) il voto contrario dell’Argentina all’Assemblea dell’Onu sull’embargo degli Stati Uniti a Cuba. D’ora in avanti Milei si schiererà con gli Usa e Israele, unici a opporsi alla condanna.

Da ultimo ci rivolgiamo a Martín Granovsky con una provocazione. Verrà mai papa Francesco nella sua Argentina? “Se non ci è venuto fino adesso men che meno lo farà ora. Certo, ha ricevuto come da protocollo Milei in Vaticano nel febbraio scorso. Ma voglio segnalare che l’attuale episcopato è il meno conservatore della storia dell’Argentina. Di più: si è convertito nel principale oppositore di questo governo. Con diversi dei suoi vescovi che commemorano quei loro predecessori che si schierarono decisamente contro la dittatura dei generali. Che al contrario Milei vuole in qualche modo riabilitare. Non solo; il “motoseghista” è strettamente legato all’Opus Dei, all’ultradestra evangelica e, come se non bastasse, agli ebrei ultraortodossi”.

In collaborazione con il manifesto
Nell’immagine: Martín Granovsky


Sergio Rossi – Milei, un anno di motosega

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


L’errore dell’Europa che snobba Putin

 

Dal nostro corrispondente da Mosca

L’intervento di Vladimir Putin al “Forum degli investitori” di inizio mese a Mosca ha messo tanta carne al fuoco, ma era rivolto soprattutto ai futuri rapporti Russia-Europa. Da Bruxelles, si sono registrate opache reazioni e scarso interesse. Un errore.

Putin ha messo in rilievo come la politica delle sanzioni promossa dai Paesi occidentali sia finita in un sostanziale impasse: “Spesso si sente dire, in ambito politico, militare ed economico, che questi Paesi avevano l’obbiettivo di infliggere alla Russia una sconfitta strategica, anche in ambito economico e tecnologico, di indebolire radicalmente l’industria, le finanze e i servizi del nostro Paese, di creare un’insormontabile carenza di beni sul nostro mercato, di destabilizzare il mercato del lavoro e di abbassare il tenore di vita dei nostri cittadini. Ovviamente, questi piani sono falliti… Come è noto, l’anno scorso il prodotto interno lordo russo è cresciuto del 3,6%, mentre nel periodo gennaio-ottobre di quest’anno è aumentato del 4,1%. E la crescita è concentrata soprattutto nelle industrie manifatturiere, nei settori ad alto valore aggiunto. Così, per 10 mesi la nostra industria manifatturiera ha aggiunto più dell’otto per cento, per essere più precisi, l’8,1 per cento. Tra l’altro, l’industria automobilistica e quella di macchine utensili stanno registrando tassi superiori a quelli più recenti”.

Naturalmente, il quadro che Putin propone è depurato da tutta una serie di sbilanciamenti dell’economia russa che vanno dall’alta inflazione (dovuta anche alla mancanza di beni di consumo occidentali, compresi elettrodomestici e gadget elettronici) fino alla mancanza cronica di forza-lavoro (qualificata e non). L’11 dicembre “Poste Russia” è stata definitivamente venduta a “VTB Bank” perché sommersa dai debiti, che sono aumentati quest’anno del 400% pur restando sottorganico di ben 9.000 dipendenti tra impiegati e postini.

Putin ha anche affermato che secondo uno studio (russo) il suo Paese sarebbe uno dei leader per il clima generale, che favorisce la attrattività degli investimenti (pace sociale, servizi pubblici, trasparenza). Peccato che però così non sia, e non potrebbe essere diversamente essendo la Russia un Paese in guerra e con cronici problemi di corruzione). I dati della Banca Mondiale da questo punto vista sono impietosi: gli investimenti diretti in Russia sono stati di 528 milioni di dollari nel secondo trimestre del 2024 (contro gli oltre sei miliardi del 2016, ovvero prima della seria svalutazione del rublo). Per uno studio più approfondito sul tema si veda lo studio di Foreign Capital in Russia “Taking Stock after Two Years of War“, di Vasily Astrov.

Tuttavia è evidente che l’economia russa si è ripresa e non c’è stato alcun crollo. Inoltre dal punto di vista politico non vi sono segni che una opposizione interna significativa possa emergere a breve e sul piano militare le difficoltà che pure ci sono nella mobilitazione di forze fresche per il fronte sono inferiori a quelle che ha l’Ucraina di Zelensky.

In questi tre anni di guerra l’Unione Europea, nel suo tentativo di contrastare le mire imperialistiche di Putin, ha mostrato divisioni, debolezze e incertezze che sono sotto gli occhi di tutti. Dopo quasi tre anni di conflitto nei Paesi chiave della UE la situazione politica è, per usare un eufemismo, turbolenta, la crescita del PIL è blanda (0,8% per il 2024 come ha annunciato recentemente Paolo Gentiloni), i futuri rapporti con l’alleato americano incerti.

Il livello di scissione e debolezza è tale che il Presidente ungherese Orban si sente libero di poter condurre delle proprie trattative sulla guerra in Ucraina in contatto con Putin e Trump, mentre il premier slovacco Robert Fico può insistere su “una normalizzazione dei rapporti con la Russia”, e questo senza che vi sia alcuna reazione da parte della Commissione di Bruxelles.

Lo scenario muterà ancora se, presumibilmente, la guerra in Ucraina si concluderà o andrà mestamente scemando nei prossimi mesi. E in questo quadro, inevitabilmente, la politica europea nei confronti dei Paesi dell’ex URSS nel suo complesso dovrà necessariamente cambiare.

In primo luogo dal punto di vista prettamente strategico e militare, visto che l’Europa è la maggiore candidata a creare, in caso di accordo tra Russia e Ucraina, una sostanziosa forza di interposizione. Su “Foreign Affairs” online Elie Tenenbaum e Leo Litra hanno sostenuto che “la coalizione europea deve insistere sul fatto che l’inclusione di garanzie di sicurezza credibili ed efficaci per l’Ucraina è una precondizione non negoziabile per qualsiasi negoziato serio. E l’Europa deve essere pronta a fornire essa stessa queste garanzie, dispiegando truppe in territorio ucraino per fungere da deterrente a una futura offensiva russa su larga scala. Senza una garanzia ferrea che l’Ucraina rimarrà protetta, la cura di un cessate il fuoco potrebbe rivelarsi molto peggiore della malattia della guerra – e un accordo inadeguato potrebbe condannare non solo l’Ucraina, ma l’intero continente”.

Si tratterebbe comunque, ammesso che l’Europa abbia forza e compattezza per assumersi tali responsabilità, solo di una parte dei compiti che l’UE dovrebbe assumersi visto che la ricostruzione economica e morale dell’Ucraina non sarà né facile né indolore, soprattutto se la guerra si concluderà con una sua sconfitta, reale o percepita che sia. Inoltre non solo l’adesione alla Nato ma se anche l’adesione all’Unione Europea fosse rimandata sine die, nelle regioni orientali dell’Ucraina potrebbero ricomparire gli umori filo-russi. Fino al 2014 il Partito delle Regioni di Viktor Janukovich raccoglieva la stragrande maggioranza del voto di questi Oblast. Da anni i partiti filo-russi sono fuorilegge in Ucraina e il loro rientro nell’agone politico una volta conclusosi il conflitto – con altri nomi e programmi – sarà difficile ma non impossibile. Come ci mostrano la Georgia e la Moldavia le strade che portano al riavvicinamento con Mosca sono tortuose e tuttavia percorribili.

Di più. Se l’Europa abdicherà o sarà costretta da abdicare al suo ruolo di continente includente e democratico, la gestione interna di Putin della fase post-bellica sarà facilitata e chi all’interno del Paese non ne apprezza un maggior isolamento.

In questo orizzonte, riaprire un dialogo con la Russia sarebbe un elemento di realismo politico. Non si tratta di sdoganare ovviamente la sua leadership, che ha dimostrato di essere pronta a qualsiasi avventura e qualsiasi crimine pur di stare aggrappata al potere, ma di aprire un confronto e un interscambio con la sua società civile che malgrado tutto esiste. L’interscambio culturale, per esempio, è possibile e non può favorire in alcun modo il regime.

Malgrado il ferreo controllo esercitato da Putin attraverso i servizi segreti, in Russia i malumori e le perplessità sottotraccia si fanno strada, soprattutto nei settori dell’oligarchia orientati all’importazione. La crisi del rublo. in queste ultime settimane tornato ai livelli di scambio con il dollaro di inizio 2022, in fondo ci parla di questo.

La Russia ha del resto fame di tecnologie che solo l’Occidente gli può dare. Putin obliquamente lo ha ammesso nel discorso citato.

“Spero che prima o poi – ha sostenuto il Presidente russo – ci sia una normalizzazione delle relazioni con i nostri partner occidentali, prima di tutto perché loro stessi sono interessati a questo, e anche perché ne abbiamo un interesse, ovviamente”.

Dopo quanto è successo e mentre ancora tuonano i cannoni non è pensabile immaginare alcuna normalizzazione. Ma il gas russo, in qualche misura, l’Europa lo ha continuato a comprare (2,3 miliardi di metri cubi lo scorso agosto) mentre un quarto di aziende del vecchio continente sono uscite dal mercato russo. Sul piatto della bilancia nella trattativa sull’Ucraina c’è anche una parte delle sanzioni, ipotesi che il tedesco Scholz ha fatto baluginare nel suo recente confronto a Kiev con Zelensky.

Bruxelles non può quindi permettersi di continuare a mancare di lucidità strategica e di realismo a Est, oltretutto proprio quando avanza minacciosamente lo spettro di una Weimar su scala continentale.

Nell’immagine: Putin al Forum degli investitori il 4 dicembre scorso


Alta vigilanza, però col turbo: urgono chiarimenti a tutto campo

 

Di Andrea Manna, La Regione

È un terremoto istituzionale quello provocato dalla discutibile decisione del Consiglio della magistratura di addirittura destituire con effetto immediato i giudici del Tribunale penale cantonale Siro Quadri e Francesca Verda Chiocchetti in relazione al ‘caos Tpc’. Tra i possibili effetti – al di là dell’impatto di un simile provvedimento sul piano personale –, quello di un forte rallentamento dell’attività del tribunale, composto di cinque magistrati, e di riflesso della giustizia penale ticinese: i due giudici straordinari che il Consiglio di Stato dovrà nominare avranno bisogno di studiare i fascicoli prima di sentenziare, cosa che richiederà del tempo. Ce n’è quindi abbastanza perché il parlamento, a cominciare dalla sua commissione ‘Giustizia e diritti’, eserciti, in maniera efficace, l’alta vigilanza.

Non solo. La vicenda ‘caos Tpc’ continua comunque a sollevare interrogativi per le modalità con cui è stata sin qui gestita dal Cdm, il Consiglio della magistratura, e dalla Commissione amministrativa del Tribunale d’appello (Tda), di cui il Tpc è una sezione. Urgono chiarimenti e i primi a sollecitarli sono i cittadini. La speranza è che giungano al più presto, nell’ambito delle rispettive competenze, sia dalla Commissione di ricorso sulla magistratura, davanti alla quale Quadri e Verda Chiocchetti hanno già annunciato di impugnare il verdetto del Cdm, sia appunto dal Gran Consiglio. Gli interrogativi?
Per esempio ci domandiamo come mai il Cdm non abbia atteso, prima di prendere e comunicare pubblicamente la decisione di esonerare Quadri e Verda Chiocchetti, la conclusione anche del procedimento disciplinare a carico del presidente del Tpc Mauro Ermani: ricordate la foto tratta da Internet dei due falli giganti di plastica, con una donna seduta in mezzo e la scritta ‘ufficio penale’, da lui inviata alla segretaria del tribunale presunta mobbizzata?
È mai possibile che due giudici penali con esperienza pluriennale, cioè Quadri e Verda Chiocchetti, siano così sprovveduti da denunciare, in merito alla citata foto, il presidente Ermani per pornografia, un reato, è il rimprovero del Cdm, “che sapevano non sussistere”, cosa “inaccettabile e inconciliabile con la funzione di magistrato”?
I magistrati non devono allora più denunciare, neppure loro colleghi, nonostante l’articolo 27a della Legge sull’organizzazione giudiziaria? Peraltro non ci risulta che vi sia un procedimento penale per denuncia mendace. È “inaccettabile e inconciliabile con la funzione di magistrato”, e dunque tale da comportare la destituzione, anche l’invio di immagini come quella dei due falli?
Ermani, già protagonista dei famosi Sms in occasione del rinnovo nel 2020 delle cariche in Procura, continua però a dirigere processi e il Tpc. In più: come mai la Commissione amministrativa del Tda, sebbene abbia concluso che non sussiste mobbing al Tpc, mantiene blindato il rapporto Galliani?
E poi le recenti dichiarazioni del capo del Dipartimento istituzioni Gobbi: siamo passati dal “Comunque vada, andrà a finire male” a “Il parlamento dovrà un momento o l’altro nominare da due a tre giudici nuovi”.
Fiuto di un ministro rodato o conoscenza di sviluppi di procedimenti disciplinari soggetti a segreto d’ufficio?
“Allorché eventi di grande portata istituzionale nel Cantone richiedano uno speciale chiarimento (…)”, così la Legge sul Gran Consiglio per la designazione di commissioni parlamentari d’inchiesta. Che la Cpi sia lo strumento corretto è da valutare. Ma che serva un chiarimento è fuor di dubbio. Anche perché non si vorrebbe che Quadri e Verda Chiocchetti siano finiti in una cosa più grande di loro.

Nell’immagine: terremoto istituzionale, con inevitabili scosse di assestamento


Aurelio Buletti si congeda

 

Smilza raccolta di poesie sparse si intitola il libricino appena pubblicato dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona, che raccoglie 18 composizioni del poeta luganese (d’adozione, ma giubiaschese di origine), deceduto settantasettenne il 16 novembre 2023.

Poche righe, quelle che seguono, che non vogliono essere – per mancanza di competenza specifica e conoscenza diretta della sua opera – una vera e propria recensione, ma solo un invito alla lettura di questa prima raccolta postuma di un uomo che ha insegnato per decenni all’allora Ginnasio (poi Scuola Media) di Viganello che, alla professione (vocazione?) di docente, ha affiancato l’impegno politico nelle file della Sinistra a Viganello e poi a Lugano.

In una sorta di Pleiade della poesia svizzero-italiana del dopoguerra, Buletti figura – al pari di altri compagni d’avventura – solidamente, ma anche umbratilmente presente alle spalle di Giorgio e Giovanni Orelli e, in anni più recenti, di Fabio Pusterla e Alberto Nessi. Proprio a Pusterla è affidata, in quarta di copertina, una (in linea con il libricino, che sembra quasi fatto in casa nella sua francescana povertà) “smilza” presentazione. “Leggerezza, modestia, arguzie, ironia, senso della misura e uso non ingenuo di qualche metro tradizionale (…): questi sono alcuni tra i maggiori ingredienti della poesia di Aurelio Buletti che si ritrovano tutti convocati e messi di nuovo al lavoro”.

Dei 18 componimenti, 13 sono del tutto inediti: altri erano già usciti in rivista (Cenobio e Bloc notes) e nel volume omaggio all’ex direttore del Liceo di Lugano 1 Giampaolo Cereghetti Roca Comia. Versi per Giampaolo, Edizioni alla chiara fonte, 2016. 

Poiché verrà presentato ufficialmente sabato alla Birreria al Forte (il Pedro per gli habitués che lo frequentano da oltre mezzo secolo), trascrivo qui la già pubblicata Bar Monti:

Non si trascuri
lo sguardo di speranza di chi entra
avventore nel bar:
scovato un posto, i guai sono sospesi;
se va bene, si avvia
il bello delle chiacchiere.
Dei più fedeli
le ilari ragazze
sanno il nome o il cognome:
Ciao Mancuso! Buongiorno Costantino!
Mancuso è un uomo vecchio, parla forte,
ci tiene all’allegria,
l’altro è più mite, ascolta o parla piano,
ebbe prove più dure dalla vita.
Una delle ragazze è piemontese.

Con parole, toni e andamento apparentemente piani, ecco la descrizione di un esercizio pubblico così come tutti noi conosciamo e ritroviamo indifferentemente nelle nostre città e nei paesini periferici. Il bar si fa microcosmo, sineddoche del mondo intero, in cui si incrociano, si incontrano, si sfiorano, si ritrovano individui e solitudini che solo lì diventano comunità. La comunità, la convivialità, la condivisione di un bicchiere o di un giornale – forse provvisoria, momentanea, occasionale, suggerita dal luogo. Il vuoto di solitudini che al bar tornano, per qualche minuto, a riempirsi delle solitudini altrui facendosi forza. Il bar, le cameriere, il vicino di tavolo che diventano stampelle su cui poggiare per proseguire, una volta usciti, il cammino.

Non c’è, in questi versi, una ricerca formale, un’attenzione ai canoni della poesia: se, leggendole, adegui le pause e il ritmo, si trasformano in prosa. Poi però, si badi al calcolato balletto delle vocali, alla loro alternanza, al predominare, di volta in volta, della “i” (verso 1), della “o” (verso 4) o alla compresenza equilibrata (calcolata?) di tutte e cinque.

Esortando il lettore ad osservare quanto lo circonda (“Non si trascuri (…)”, osservatore attentissimo egli stesso delle piccole cose, del microcosmo geograficamente collocabile tra Cassarate e Viganello, dei suoi abitanti, delle sue figure (tutte facilmente riconoscibili: Dema, Annagreta, Franco, ex portiere della Nazionale svizzera di calcio, Miki e Milan, titolari di un’osteria), Buletti ci invita ad aprire gli occhi, a soffermarci, ad interrogarci, a prenderci il tempo necessario, poiché ricchezza, profondità, valori si celano ovunque. 

Donna di nome Dema
ha tanto da narrare,
ma chi incontra per strada
per poco può sostare
.

Con accenti pavesiani (autore che certamente lui ha letto e riletto), Buletti evoca – o meglio accenna o, meglio ancora, fa balenare – anche per queste figure in fondo marginali, un vissuto (oggi si dice così) per nulla banale e insignificante. Dema – ci dice testualmente il poeta – ha tanto da narrare; Annagreta ne ha viste; Milan e la consorte, descritti da Buletti, potrebbero essere, come Il cuoco di Salò, La donna cannone, La valigia dell’attore, I muscoli del capitano, i protagonisti di una grande canzone di Francesco De Gregori. 

Forzando un po’ la cronologia, Buletti scrive:

Franco era portiere fra i più bravi:
più tardi lo si vide camminare
come se ancora il punto del pallone
prima della rimessa andasse a controllare
. 

De Gregori, una trentina d’anni prima, nel 1982, aveva creato la memorabile figura del baby-calciatore:

Nino cammina che sembra un uomo
Con le scarpette di gomma dura
Dodici anni e il cuore pieno di paura
. 

E, a conferma della possibile contiguità di Buletti, oltre che con Pavese, con il Principe dei cantautori, anche in La leva calcistica della classe ‘68 l’ex calciatore passa, a fine carriera, dal campetto periferico al bar, dove  può solo  ricordare e sognare:

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai
Di giocatori tristi che non hanno vinto mai
Ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
E adesso ridono dentro al bar
e sono innamorati da dieci anni
con una donna che non hanno amato mai
Chissà quanti ne hai veduti
Chissà quanti ne vedrai
.

Avessi scritto solo boiate, il mite Aurelio saprà sorridere, perdonare, guardare oltre

Nell’immagine: Aurelio Buletti


L’Europa guarirà con più investimenti

 

Di Mario Deaglio, La Stampa

Nell’attuale situazione delle economie europee, il ribasso dello 0,25 per cento del tasso base di interesse, decisa dalla BCE, non è una medicina miracolosa. E’ l’inizio di una cura, non la cura stessa. Lenisce ma non guarisce, fa soffrire di meno l’economia malata dell’Europa ma non la fa uscire dall’ospedale.

Si tratta del quarto taglio in sei mesi, dopo un 2023 con quattro aumenti che, nel settembre di quell’anno, avevano portato il tasso ufficiale di riferimento della BCE al livello del 4,5 per cento: un calo, quindi, di quasi un terzo che ha contribuito a far scendere l’inflazione dell’area euro dal 7,2 per cento nel settembre 2023 al 2,4 per cento degli ultimi mesi e quella italiana dall’8,3 addirittura allo 0,9 per cento (entrambe misurate sui prezzi al dettaglio).

Perché non ci sono motivi per essere molto contenti? Perché, oltre all’inflazione, è scesa anche la “vitalità” dell’economia europea, con un vistoso rallentamento negli ultimi due trimestri in quasi tutti i paesi e con prospettive di crescita sensibilmente ridotte per il 2025.

Da questa trappola non si esce semplicemente riducendo i tassi e neppure tagliando la spesa pubblica, la cui “qualità” va senz’altro migliorata. Occorre invece investire di più, come è ben noto. Quest’obiettivo è però difficile da realizzare per economie, a cominciare da quella italiana, che da più di vent’anni dedicano poche, o addirittura pochissime risorse agli investimenti. Si può cercare di realizzarlo passando per Francoforte (dove ha sede la BCE) ma soprattutto da Bruxelles e Strasburgo, dove hanno sede Commissione e Parlamento europei.

Bruxelles e Strasburgo devono impostare programmi europei pari a quelli che permisero il coordinamento delle strategie dei singoli paesi membri nella lotta al COVID e consentirono alla BCE di finanziare piani di investimento, complessivamente noti come Next Generation EU, tra i quali figura vistosamente l’italiano PNRR.

Questi piani devono creare infrastrutture per le nuove industrie del futuro: nel giro di una ventina d’anni, infatti, l’Europa ha perso molte posizioni di primato tecnologico precisamente per non aver dato sufficiente importanza ai settori nuovi dell’elettronica, di Internet e via discorrendo. E’ difficile, ma assolutamente necessario, recuperare. Il che significa stabilire grandi linee europee di investimento (e finanziamento) nei settori nuovi e coinvolgere strettamente i singoli paesi all’insegna di obiettivi europei. Per valutare quanto sia grave il ritardo, occorre tenere presente che nel mondo dei telefonini, per i quali passa una parte crescente della nostra vita e del nostro lavoro, è molto difficile trovare prodotti europei: sono quasi sempre americani oppure sudcoreani.

Infine, con tutto quello che sta succedendo in paesi vicini all’Europa, si avverte l’esigenza di una direzione comune nei programmi relativi alla difesa, della quale, proprio negli ultimi mesi, si intravedono, i primi incerti passi, anche legati alle dichiarazioni di Donald Trump su una possibile uscita degli Stati Uniti dalla NATO.

Da tutto ciò è possibile concludere che la decisione di ieri della BCE, sicuramente appropriata, sulla riduzione del tasso di interesse deve inquadrarsi in un insieme molto più complesso di strategie. Solo con l’impostazione di questo complesso di riforme – che chiamano in causa la società e la politica, e non solo la finanza e l’economia – può essere appropriato affermare che la riduzione di ieri dei tassi di interesse rappresenti una misura importante nella ripresa dell’Europa e dell’Italia. In caso contrario sarà un’altra occasione mancata.

Nel’immagine: Christine Lagarde, presidente della Bce


Luigi Mangione, l’avatar anti-capitalista a processo

 

Di Luca Celada, il manifesto

Le uniche dichiarazioni di Luigi Mangione, il ragazzo di 26 anni accusato dell’omicidio di Brian Thompson, amministratore della United Health Care a Manhattan, per ora sono state quelle raccolte dalle telecamere mentre i poliziotti lo strattonavano verso un’udienza istruttoria in Pennsylvania. “…Completamente fuori dal mondo e un insulto all’intelligenza degli Americani..” sono le sole parole udibili in quella registrazione. Impossibile capire a cosa si riferisse quel frammento di frase, subito prevedibilmente risucchiata tuttavia nel frullatore delle supposizioni sui possibili moventi del giovane.

Thomas Dickey, l’avvocato difensore, ha dichiarato che si opporrrà alla richiesta di estradizione del procuratore di New York, almeno fin quando non verranno formalmente presentate prove che lo giustifichino. Un’obiezione procedurale destinata probabilmente solo a rimandare il processo per un omicidio a cui sembrerebbero inchiodarlo gli indizi finora raccolti dalla polizia, fra cui una pistola compatibile con i bossoli iscritti con parole di denuncia delle assicurazioni sanitarie, le immagini della sorveglianza, un testo di accusa contro i soprusi dell’azienda diretta da Thompson che Mangione aveva con se al momento dell’arresto, in un McDonalds di Altuna. In quello scritto denuncia gli abusi che gli assicuratori “continuano a perpetrare a scopo di immenso lucro contro il paese”. “Francamente questi parassiti se lo meritavano,” conclude il cosiddetto “manifesto”.

Le eventuali motivazioni che lo hanno spinto al gesto estremo dello scorso 4 dicembre saranno presumibilmente principale materia per le indagini e per il processo ma un dato storico ed incontrovertibile è già stato messo agli atti con la massiccia ed immediata identificazione di vasti settori di pubblico col giovane presunto assassino.

La solidarietà nei suoi confronti, unita allo scherno e se non al disprezzo per la vittima e l’azienda che rappresenta, continuano ad agitare l’America e tracciano l’ultimo spartiacque di un paese diviso.

Il plauso delle moltitudini che sui social hanno celebrato l’omicidio ha rivelato una verità scomoda, che in cuor loro, cioè, milioni di Americani hanno sognato una simile vendetta. Di tutte le anonime e inappellabili forze che governano la vita quotidiana dei cittadini, la sanità commerciale è infatti quella che infligge più costantemente tormenti e le più crudeli ingiustizie ai cittadini inermi.

In particolare, lo sono le assicurazioni mediche, un settore industriale da 1600 miliardi l’anno il cui business model consiste nel riscuotere esosi premi da clienti-ostaggio di un mercato monopolistico, e successivamente minimizzare i servizi erogati, traendo dalla differenza utili da capogiro (solo per la United Health, 371 miliardi di dollari nel solo 2023).

Le interazioni con le assicurazioni sono un trauma universale e bipartisan. Non vi è un Americano che non conosca fin troppo bene la vessazione di dover negoziare la propria terapia, farmaco o operazione salvavita con anonimi funzionari e contabili all’altro capo di un telefono o di una mail, l’impotenza di fronte alle autorizzazioni o i rimborsi negati senza appello e, non di rado, la disperazione di vedere i propri cari pagare con la vita i regolamenti incomprensibili e sempre favorevoli alle aziende.

Non esiste nell’ordinamento americano il concetto di diritto alla salute, regna il mercato e al suo interno il comparto degli assicuratori, intermediari che non forniscono alcuna cura ma estraggono i propri profitti da medici e pazienti secondo una logica inflessibile ed acquisita.

La sanità americana vista ad altezza d’uomo è una litania di aneddoti horror.

Partorienti dimesse il giorno della nascita per non essere sufficientemente assicurate. Decine di migliaia di dollari fatturati per visite al pronto soccorso. Cure negate perché procedure essenziali vengono dichiarate “elettive” dagli assicuratori o “eccessive” (compreso, nel caso di anziani, perché “è stata già raggiunta la logica aspettativa di vita”).

Ogni anno 650.000 americani dichiarano bancarotta per spese mediche. Solo questa settimana ha fatto notizia l’annuncio del colosso assicurativo Anthem: avrebbe continuato a rimborsare le anestesie chirurgiche ma “per un numero limitato di minuti”. Nel paese la spesa sanitaria pro capite è di oltre 13.000 dollari, il doppio della media negli altri paesi, mentre l’aspettativa di vita è la più corta nel mondo sviluppato.

Questo è lo sfondo su cui si è consumata la tragedia di Manhattan. La catarsi provocata dall’omicidio del manager che si apprestava a brindare con gli azionisti un altro trimestre di stratosferici fatturati è stata proporzionale alla violenza inflitta così capillarmente e così intimamente da quell’industria sulla popolazione.

Ma il caso ha anche subito provocato malafede e strumentalizzazioni.

Molti conservatori, in particolare, si sono prodigati in scalpore performativo per il plauso sui social, dimenticando il virtuale monopolio sulla violenza retorica contro i più deboli (e sugli attentati, virtuale esclusiva di estremisti di destra). La strategia è contenuta nel titolo del Wall Street Journal sul “Rampollo Ivy League con tendenze anticapitaliste”. Subito ripresa anche da giornali italiani come il Corriere, la tesi del giovane “radicalizzato” dalle università dominate da élites che le hanno convertite in fucine di “radicalismo” (ma U Penn, dove si è laureato Mangione è alma mater anche di Elon Musk e Donald Trump).

E nella traccia social di Mangione compaiono copiosi riferimenti di ammirazione sia per Musk che per Peter Thiel, eminenza grigia dei neo reazionari di Silicon Valley.

Il primo parziale identikit non rivela quindi il rivoluzionario anti-corporate inizialmente immaginato da molti, quanto un giovane post ideologico e appassionato di tecnologia. Un altro giovane maschio forse “auto radicalizzato” nel vuoto post-tutto della rete e afflitto da problemi di salute.

Una creatura, certo, anche delle aberrazioni di violenza e della potenza di fuoco dell’America inondata di rabbie e pistole. Caratteristiche queste che lo avvicinano anche ai due attentatori alla vita di Donald Trump.

Il fatto di aver concentrato la propria rabbia sul complesso sanitario-industriale, invece, lo ha reso istintivamente un avatar ideale di milioni di Americani. Tutto questo mentre un cartello di ultra capitalisti si appresta ad insediarsi ai vertici dello stato per smantellarlo ed avviare la più massiccia privatizzazione della storia.


Tokyo studia la settimana di quattro giorni lavorativi per favorire la natalità

 

La Repubblica

Riformare lo stile di vita dei lavoratori dando loro maggiore tempo a disposizione. Sarebbe questo lo scopo del progetto di revisione della settimana lavorativa che il governo della municipalità di Tokyo sta studiando per consentire ai dipendenti di andare al lavoro soltanto quattro giorni a settimana.

Tokyo segue così la scia delle sperimentazioni di altri governi, dall’Italia al Belgio, dalla Spagna fino ad alcuni Stati degli Usa, che stanno studiando o introducendo misure simili per migliorare le condizioni di lavoro. “Continueremo a rivedere gli stili di lavoro in modo flessibile per garantire che le donne non debbano sacrificare la loro carriera per la maternità o l’educazione dei figli”, ha dichiarato la governatrice Yuriko Koikeall’Assemblea metropolitana di Tokyo, una delle 47 prefetture del Paese.

Attualmente i dipendenti del governo metropolitano utilizzano un sistema di orario flessibile che consente di aggiungere un giorno libero in più ogni quattro settimane. Questo sistema sarà rivisto per consentire un giorno di ferie in più a settimana, permettendo loro di lavorare quattro giorni a settimana e di prendere i restanti tre giorni di ferie.

La misura, pensata anche per aiutare i dipendenti a conciliare la cura dei figli con il lavoro, potrebbe essere affiancata da un nuovo sistema di “congedo parziale per la cura dei figli”, che consente ai lavoratori di ridurre l’orario fino a due ore al giorno.

Il tema della crisi della natalità è molto sentito in Giappone dove il crollo delle nascite ha raggiunto livelli mai toccati. Le nascite nel Paese del Sol Levante sono state poco meno di 800mila (799.728) nel 2022, mentre il numero dei morti ha toccato quota 1,58 milioni: praticamente il doppio. Il numero dei nuovi nati è al minimo dal 1899, da quando cioè sono iniziati i censimenti nel Paese: un record negativo mai registrato nella storia giapponese. La popolazione è scesa a 124,6 milioni da un picco di poco più di 128 milioni raggiunto nel 2008, e il ritmo del declino sta aumentando. La percentuale di persone con 65 anni o più è ormai salita a oltre il 29%.

Altre prefetture giapponesi si sono mosse verso una revisione della settimana lavorativa, ad introdurre i quattro giorni per alcune categorie è stata già la prefettura di Ibaraki mentre quella di Chiba ha ampliato la sua politica di quattro giorni a giugno e la città di Kuji ha iniziato una sperimentazione a maggio, anche per risolvere il problema del calo di richieste di lavoro.


L’assassino e lo storico

 

Naufraghi/e ha dedicato ampio spazio, riprendendo articoli del quotidiano italiano “La Stampa”, al “killer di NewYork”, l’uomo (Luigi Mangione) che ha freddato con un colpo di pistola alla testa Brian Thomson, l’amministratore delegato della società di assicurazioni mediche United Healthcare. È singolare (o casuale) il fatto che, contemporaneamente, Naufraghi/e riprenda un articolo (questa volta di Repubblica) in cui si rileva che “Politico”(quotidiano statunitense, della Virginia, che si occupa essenzialmente di politica) si chieda “Chi chiami se vuoi parlare con l’Europa? ” e indichi quindi Giorgia Meloni, primo ministro italiano, definita “la persona più potente d’Europa” secondo la sua classifica per il 2025. Una delle due è certamente messa male.

Di “Politico” era forse meglio rilevare il commento sul “killer di Nuova York”.

E per un motivo particolare, di quelli che di solito mancano: un commento riesce a inquadrarlo nella storia ricorrendo ad un grande storico inglese, Eric Hobsbawm (1917-2012), definito “uno dei principali intellettuali dello scorso secolo” (e infatti chi, tra i più avveduti, non ha letto il suo famosissimo ed essenziale “Il secolo breve 1914-1991”?).

Non l’orrore ma quasi la gioia

Politico riesce a dirci che la reazione popolare a quell’omicidio, almeno sui cosiddetti “social”, sui “media”, non è stata di orrore, ma “qualcosa di più simile alla gioia” (more akin to joy), tanto che qualcuno ha scritto: ”questa deve essere la nuova norma”, tradotto poi nell’ormai famoso e anche cantato “eat the rich”, mangia i ricchi. E come mai? “Come possiamo dare un senso a un sentimento pubblico così tristemente brutto (such a grim ugly public sentiment)”? La storia potrebbe darci una risposta. Eric Hobsbawm introdusse già nel 1959 il concetto di “banditismo sociale” (social banditry) nella sua concezione storico-sociologica. I “banditi sociali” erano alle volte figure immaginarie, a volte invece reali. Operavano fuori dalla legge. ma erano venerati per i loro intenti e sforzi per raggiungere la giustizia in un mondo ingiusto.

Il “banditismo sociale”

È vero, la teoria di Hobsbawm (che gli storici continuano a discutere) si fondava su una specifica analisi marxista del potere e dei rapporti economici nelle società agrarie, con i “banditi” (o l’idea dei banditi), rappresentanti una forma di resistenza di fronte alla crescente, dilagante (rampant) diseguaglianza.

Tali personaggi hanno trasceso aree geografiche e tempi: vanno dall’immaginario Robin Hood dell’Inghilterra del XIV secolo, ai violenti fuorilegge nella vita reale come Jesse James e Billy the Kid negli Stati Uniti dell’epoca post-guerra civile o anche in Pancho Villa nel Messico dell’inizio del XX secolo (e ripresi… anche nei nostri fumetti d’infanzia, come eroi) o forse nel più moderno Che Guevara.

Quello che è successo a Nuova York non è un racconto popolare, è un omicidio freddo come la pietra (it was stone-cold murder), commenta Politico, “il tiratore non è un eroe, è un assassino. Ma gran parte del talento performante (talent performance) dell’assassino ricorda i “banditi sociali”. Ha lasciato i suoi motivi o scopi scritti sulle cartucce o abbandonando provocatoriamente uno zaino pieno di soldi del Monopoli. E forse là ci sono tutte le ragioni… della teoria Hobsbawm.

Che, ci permettiamo di aggiungere, non è teoria, è lo specchio fedele di una realtà.

Nell’immagine: nel giro di poche ore erano già in vendita articoli di ogni tipo inneggianti a Luigi Mangione