L’impero di Putin, 25 anni di dittatura

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Se la storia si potesse riavvolgere come un film, sarebbe avvincente tornare nel 31 dicembre 1999 – il giorno in cui i preparativi dei russi al cenone di Capodanno sono stati sconvolti dalla notizia che Boris Eltsin si era dimesso per cedere la poltrona a Vladimir Putin – e proiettare un filmato qualsiasi, a scelta, delle esternazioni del presidente russo degli ultimi mesi. Probabilmente sarebbe stato uno choc: innanzitutto vedere che l’uomo che il mondo aveva appena iniziato a conoscere come astro nascente del Cremlino sarebbe rimasto, un quarto di secolo dopo, ancora sulla sua poltrona, intenzionato a non lasciarla mai più. E poi, ascoltare quello che dice, quello che promette, quello di cui si vanta: il missile Oreshnik, per esempio, il suo nuovo gioco preferito, di cui decanta le potenzialità a ogni occasione, proponendo di lanciarlo su Kyiv per dimostrare che le difese antiaeree occidentali non riusciranno a intercettarlo.

C’è un abisso tra la Russia che nella notte di Capodanno ascoltava, in un misto di sollievo e stupore, il suo neopresidente, e quella di oggi. La promessa di garantire la «libertà di parola, di coscienza e dei media» oggi suonerebbe quasi come una presa in giro, l’auspicio di «democrazia e riforme» appartiene a un vocabolario politico mandato al macero. Il Putin esordiente sembrava a molti un leader prudente e razionale, applaudito per le sue riforme economiche e istituzionali, e trattato come un partner da molti colleghi internazionali. E per quanto era apparso evidente che il nuovo, all’epoca appena 47enne, presidente della Russia fosse sensibile alla retorica nazionalista e alla nostalgia sovietica, sembrava impossibile immaginarselo dopo 25 anni come un dittatore ossessionato dai missili, che sta efficacemente isolando il suo Paese dal resto del mondo in una paranoia militarista.

In mezzo tra questi due estremi, ci sono stati tanti passi, piccoli e grandi. Il primo fu la guerra in Cecenia, con le bombe su Grozny come presagio di quello che sarebbero poi diventate Aleppo e Mariupol. Fu in quei primi giorni che nacque il teorema politico più volte dimostrato in seguito: Putin beneficia sempre dalle guerre, e la guerra rimane il suo modo preferito di risolvere i problemi e affrontare gli avversari. Ci fu l’arresto degli oligarchi ribelli, con il processo a Mikhail Khodorkovsky che nel 2003 aveva segnato una rivoluzione che molti scambiarono per l’inizio di una lotta alla corruzione. In quell’occasione vennero brevettati due tratti tipici di quello che nessuno ancora chiamava “putinismo”: una giustizia che non voleva nemmeno fingersi uguale per tutti, e l’affidamento dei pezzi più gustosi dell’economia nazionale agli amici del presidente. Fu così che nacque il termine di “Kremlin Corporation”, e non è un caso che i dissidenti che avevano indagato la corruzione al Cremlino, come Boris Nemtsov e Alexey Navalny, sono stati uccisi.

È stata una discesa lenta verso l’abisso, sotto gli occhi di un Occidente che a volte quasi stentava a credere in quello che vedeva, come durante la guerra-lampo dell’agosto del 2008 contro la Georgia, che aveva segnato il ritorno ufficiale delle ambizioni imperiali russe nello spazio postsovietico. A molti era sembrato un incidente di percorso, in una Russia che almeno nelle sue grandi città sembrava avviarsi a una modernizzazione che da economica, tecnologica e logistica doveva diventare inevitabilmente anche politica. Quando nell’inverno 2011, in piazza Bolotnaya, scoppiarono le proteste contro i brogli elettorali, Putin aveva reso definitivamente regola un altro tratto del suo metodo: non abbassarsi mai al negoziato con chi sfida lo zar, non concedere nulla a chi contesta, perché il potere non si divide con nessuno, e il dialogo equivale a debolezza.

L’invasione dell’Ucraina, iniziata con l’annessione della Crimea nel 2014, e proseguita con la guerra totale nel 2022, a quel punto erano forse quasi inevitabilmente iscritte nella logica di un leader che si comportava come un monarca. La storia ovviamente non ha il condizionale, ed è vano interrogarsi su quanto il timido Putin degli esordi stesse già covando l’odio per gli ucraini e la convinzione che i problemi si risolvano meglio con le bombe. Quello che sappiamo con certezza è che mai, in questo percorso di un quarto di secolo, il dittatore russo è rimasto solo: è stata la sua promessa di «ammazzare i terroristi ceceni nel cesso» a farlo assurgere da funzionario semisconosciuto a idolo delle folle, ed è stata l’annessione della Crimea in nome della restaurazione dell’impero a portarlo al massimo dei consensi nei sondaggi. Una delle chiavi del successo di Putin è sempre stata quella di essere parte del suo popolo, con la stessa confusione ideologica che mischia la nostalgia per Stalin e per gli zar, con lo stesso orgoglio nazionalista alimentato da un profondo risentimento verso l’Europa, sognata quanto incomprensibile, con la spregiudicatezza verso le regole caratteristica degli orfani delle dittature. Sentimenti che Putin ha alimentato, e di cui si è alimentato. Avrebbe potuto entrare nella storia come modernizzatore della Russia postcomunista, e invece lascerà, un giorno, un Paese molto più lontano dall’Europa di quello che aveva raccolto, 25 anni fa.


Sergio Rossi – Come (non) salvare Credit Suisse

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Sci alpino: a quando il morto?

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

35 gli incidenti capitati nella stagione 2023/24, una decina in questa (2024/25): il ragionamento dei padroni del Circo bianco è semplice: via un attore (un trapezista) se ne trova un altro. Lo spettacolo continua, la cassa tintinna. Lo spettabile pubblico vuole emozioni forti, come nell’automobilismo: molti sono in attesa del crash, del disastro anche se poi fanno finta di piangere; oltretutto le stesse televisioni (RSI compresa) nei ‘lanci’ delle gare fanno sempre vedere qualche macchina che si fracassa: toi, hypocrite lecteur, mon semblable, mon frère! (Baudelaire). È una facile scommessa: l’indice di ascolto aumenta, il prossimo anno tutti faranno a gara per avere il nome della propria mercanzia abbinato all’attesissima discesa o alla gara di Formula 1, disposti a pagare molto.

Siamo giunti al limite del sopportabile, siamo al ‘Rollerball’, al giro di pista dove uno dopo l’altro cadono come birilli: ma nello sport gli attori non possono scomparire uno dopo l’altro, specialmente se sono i primi, come Kilde e la sua fidanzata Schiffrin, come Schwarz e Sarrazin (entrambi caduti a Bormio) e come, in allenamento, Vlhová e Holdener: questo è il dato inquietante per il padrone del Circo: perché nello sport non è vero che il trapezista A vale il B e il C. L’etica principale dell’imprenditore è il massimo profitto, come s’è visto in questi giorni in Brasile con la filiale di un costruttore di automobili cinese che teneva 160 operai in condizioni di schiavitù: ma ora l’imprenditore del Circo bianco sarà obbligato a  ridurre lo ‘spettacolo’, se non vuole distruggere il giocattolo che lo arricchisce.

Come? Lo ha fatto capire lo stesso direttore FIS Markus Waldner, molto criticato a Bormio, che in un primo tempo ha risposto che “uno sport che si svolge all’aria aperta non è un ‘Wunschkonzert’, un concerto sognato”. Ma poi, fra le righe, ha sputato il rospo: “sappiamo che il materiale è perfezionato, spinto (‘gepusht’, come i ‘pusher’ che ti offrono la droga) al massimo: forse siamo andati oltre: le cadute sono una logica conseguenza. Chi è dentro questo sport (‘die Insider’) sanno cosa penso. Non voglio però entrare nei dettagli”.

Nei dettagli entriamo noi: i produttori di sci hanno investito moltissimo nella ricerca e hanno sviluppato sci sempre più veloci e capaci di condurre curve a velocità altissima. Le marche sono in grande concorrenza. Lo sciatore della domenica non avrà gli stessi sci (si ammazzerebbe) compra però quello della casa del campione.

Ma perché il direttore responsabile delle piste Waldner non entra nei dettagli? Perché il mondo dello sci ha avuto la brillante idea di eleggere a Presidente il miliardario Johan Eliash, padrone dei vincenti ‘Head’ e molto presente anche nell’offerta di racchette da tennis, secondo un principio molto in voga: il ricchissimo signore lascerà cadere qualche moneta anche a noi. In realtà è come nominare a turno una volpe e una martora a guardia di un pollaio. Che il materiale, non solo gli sci, ma anche gli attacchi che non si staccano mai, e gli scarponi, sia sempre più sofisticato e pericoloso si evince anche dai molti incidenti in allenamento di gigantisti e slalomisti. Nel solaio ho un paio di ‘Rosskopf’ (‘testa di cavallo da tiro’) di metallo, lunghi 2m e 15, risalenti a 60 anni fa. Apparentemente sono molto pericolosi, difficili da girare in curva. Appunto: il paradosso è questo. Allora lo sciatore della domenica era capace di autogestirsi, ma anche Russi (Klammer e Collombin un po’ meno).

Ora, dopo lo spaventoso incidente capitato a Wengen a Gernot Reinstadler, rimasto impigliato nelle reti e morto dissanguato, le reti ti respingono. Hai l’impressione che sei in sicurezza e spingi al massimo e anche un po’ oltre. Alla minima differenza del fondo, dal ghiaccio alla neve più morbida, gli spigoli ti tradiscono, mordono la neve, si intagliano e tu schizzi via e cadi a rovescio, di schiena e poi sbattendo la testa, come il nostro grande talento Boisset a Beaver Creek, come Chabloz che ieri ha annunciato il ritiro a 25 anni.

Ma c’è dell’altro: in questa logica di mercato, della vendita del prodotto a tutti i costi, rientra anche la stazione che ospita le gare e che deve farsi pubblicità; si creano ostacoli artificiali per rendere certi passaggi estremi, pericolosi. Il sistema è facile: prima di un salto si ammucchia un po’ di neve, si inserisce un dosso che fa decollare, oppure, come a Cortina lo scorso anno in campo femminile, si provoca un salto prima di una curva che pertanto non può essere impostata con il giusto anticipo. I maestri in queste operazioni sono stati gli organizzatori di Kitzbühel con il salto finale, sul traguardo, per il sollazzo degli spettatori sul posto e in TV, costato la fine della carriera, tra molti altri, al nostro Daniel Albrecht, potenziale vincitore della Coppa del Mondo, e probabilmente anche a Urs Kryenbühl, pronto ad andare sul podio in ogni gara. La stessa operazione è stata tentata da Garmisch-Partenkirchen e da Bormio con il salto in zona S. Pietro, nei migliori ridotto da 50 a 40 metri in media. Sopra tutti c’è però un responsabile della Federazione Internazionale che deve avere il coraggio (non sempre accade…) di imporre correzioni: il direttore FIS, Waldner, altoatesino, ha fatto ‘limare’ il dente che provoca il decollo riducendo la lunghezza del salto.

Il braccio di ferro fra gli imprenditori che per vendere la loro mercanzia puntano al massimo spettacolo (e al massimo rischio) e chi deve tutelare l’incolumità (la vita) degli artisti circensi (lo sport in definitiva) è in una fase cruciale: o si va da una parte o dall’altra, o si frena o si va al prossimo ‘crash’.

Ps: Odermatt, sorpreso da una compressione (depressione del terreno) si è salvato solo perché è della natura dei gatti che cadono sempre in piedi: un altro avrebbe avuto gravissime conseguenze. Lo statunitense Cochran-Siegle nello stesso punto è caduto ma se l’è cavato a buon mercato, come il nostro Rösti, tradito dal materiale che si è ‘intagliato’ nella neve esattamente come nel caso di Sarrazin.

Ma in casa svizzera si festeggia: il 24enne Alexis Monney ha battuto Von Allmen che credeva, giustamente, di aver già vinto. Monney, ottavo a Kitzbühel, ha fatto una gara perfetta, ha sciato meglio di un Odermatt visibilmente nervoso. Monney ha fatto esattamente quello che ha fatto Russi ai mondiali di Val Gardena di 54 anni fa. Su una pista del genere non può essere un caso. Von Allmen è più potente, Monney più tecnico. Nessuno si aspettava una tale perfezione in ogni raggio di curva,  in ogni salto, su ogni dosso come mostrato dal romando che ha fatto un salto di qualità inimmaginabile, passando dalla Coppa Europa alla Coppa del Mondo come si passa da un Hamburger a un 3 stelle Michelin.

Nell’immagine: la brutta caduta di Cyprien Sarrazin sulla pista di Bormio


La tecnodestra che avanza

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Non capita a tutte le generazioni di veder nascere una nuova specie politica capace di condizionare l’intero sistema, influire direttamente sulla sua natura e sulla sua fisionomia e condizionare radicalmente le sue scelte: succede nei momenti di crisi acuta o di frattura profonda, o ancora in occasione di un rivolgimento sociale.

Ma può verificarsi anche quando una fase è in esaurimento, per estenuazione, e nuovi soggetti sociali invadono il campo saltando il cursus honorum della tradizione, l’apprendistato, il voto e dunque il consenso popolare, forti di un potere personale sviluppato in un mondo parallelo, estraneo alla gestione della cosa pubblica e delle istituzioni, e pronti a tradurlo automaticamente in autorità politica al tavolo di comando dello Stato e del Paese.

È quel che sta avvenendo oggi con l’innesto del capitalismo tecnologico billionario sul tronco reazionario del trumpismo, generando un nuovo fenomeno culturale e politico che segnerà questa stagione: la tecnodestra, la tech right come l’ha chiamata Elon Musk su X, benedicendo un post che l’annunciava e la battezzava: “Questo riassume più o meno il tutto, e mi ha aperto gli occhi”.

Dunque la tecnodestra ha già varcato il Rubicone, si è costituita in soggetto pubblico, è entrata nel territorio della politica tradizionale, promettendo di rivoluzionarla. Figlia di due estremismi del capitalismo e del trumpismo, può essere soltanto radicale, nei programmi che diventano progetti, nelle riforme che si trasformano in innovazione, nel governo visto come missione.

Ci eravamo accorti, naturalmente, delle immense fortune accumulate dagli imprenditori plurimiliardari della Silicon Valley, grazie a un talento tecnologico che ha trasformato la nostra vita: ma non avevamo capito che il connubio favoloso tra iper-tecnologia e iper-profitti (che nel caso di Musk superano il Pil di Paesi come il Portogallo) produceva una sorta di plusvalore carismatico e insieme la tentazione di spenderlo al banco di comando della nostra vita associata, quello del potere politico, giocando tutto sulla ruota della democrazia, supremo regolatore dell’intero sistema.

In fondo la potenza innovativa delle nuove proposte tecnologiche, la loro suggestione, la pervasività hanno cambiato il costume, il lavoro, l’informazione, l’economia, la cultura, la comunicazione e le relazioni personali.

Un passo in più, solo un passo, e la rivoluzione contagia e invade il recinto protetto della politica: perché fermarsi davanti al vecchio interdetto che pretende esperienza storica e competenza specifica per l’esercizio del potere pubblico?

In un’epoca in cui la popolarità sostituisce la fama, il tycoon è il nuovissimo alieno che viene dal mondo del fare, e può ben colonizzare il mondo del dire, con il suo patrimonio personale di modernizzazione e rivoluzione che ha conquistato i mercati, le abitudini e i consumi, e adesso vuole cambiare per sempre i riti della politica. Manca solo l’occasione.

Che arriva con la battaglia per la Casa Bianca. È esattamente “l’irregolarità” di Trump, con la sua rottura degli schemi, del linguaggio e dei gesti tradizionali, che apre la strada ai campioni della tecnodestra, perché è uno sfondamento. Saltano gli argini della vecchia politica, il partito repubblicano di Ronald Reagan si trasforma in uno strumento del populismo sovranista e nazionalista che sotto l’abito blu ufficiale di Trump nasconde le corna di bufalo dell’assalto al Campidoglio: in una continua minaccia di eversione, perché la destra estrema o vince o fa saltare il tavolo.

Come se Trump avesse dischiuso il vaso mitologico del superpotere senza più limiti e confini, i capitani dei nuovi giganti tech corrono al suo fianco, uno dopo l’altro. Il capitalismo e l’impresa hanno sempre parlato all’orecchio del governo, in tutti i Paesi, ma quella relazione riconosceva implicitamente il primato della politica, con i poteri esterni che influivano, si avvantaggiavano, appoggiavano, ma in qualche modo si gerarchizzavano rispetto all’autorità dello Stato.

Oggi siamo alla svolta: i tycoon non si limitano a finanziare le campagne elettorali (a buon rendere dopo la vittoria) ma si fanno loro stessi politica, legittimati dalla loro storia, dalla loro fortuna, dalla loro biografia da distribuire al popolo come una pagana ideologia.

Sbaglieremmo però a considerare Trump un semplice veicolo che introduce gli uomini nuovi nella frattura che lui ha aperto nel mondo politico. Il presidente è molto di più. Sconfitta la sinistra, la sua partita si gioca direttamente con il sistema, anzi con la sua natura.

Per la destra estrema, infatti, è arrivato il momento di correggere la democrazia, di tagliarle le unghie eliminando il suo carattere liberal-democratico, quindi il suo culto per lo Stato di diritto, la sua ossessione per i controlli, il bilanciamento dei poteri, la coscienza del limite: per liberare finalmente la piena potestà del leader che ha vinto le elezioni, conferirgli i mezzi per esercitare non soltanto il governo ma il comando, e instaurare il “potere verticale” delle “democrazie autoritarie”.

Questo è il punto dell’innesto e dello scambio tra il leader della destra sovranista e i condottieri della nuova tecnodestra. Che con l’alfabeto futurista della Silicon Valley trasformeranno la reazione in innovazione, presentando il ridimensionamento degli istituti democratici come una modernizzazione del sistema e i nuovi elementi di autoritarismo come una semplificazione del meccanismo di governo.

Abituati alla disintermediazione, all’ubiquità, alla velocità di un mondo globale, saranno loro a denunciare il carattere antiquario, burocratico, lento e costoso della procedura democratica che appesantisce e frena ogni decisione costringendola a un percorso faticoso, come se la democrazia avesse paura di se stessa.

Ci spiegheranno che è un riflesso naturale dell’età delle dittature, una salvaguardia per garantire che la tragedia non si ripeta: ma nel mondo di oggi che ha accorciato la storia e ristretto la geografia, perché ormai il centro è ovunque e ogni cosa è contemporanea, non ha senso seguire un codice di condotta del secolo scorso, completamente sfasato rispetto alle nuove esigenze, alle domande e alle attese del cittadino, e al ritmo stesso della sua vita.

La tech right darà dunque una sorta di timbro scientifico alla mutazione in senso autoritario della democrazia, presentandola come un’evoluzione nel moderno e uno svecchiamento funzionale del sistema.

«Questo può essere il nostro momento Sputnik — ha detto Vivek Ramaswamy, il partner di Musk scelto da Trump per rivoluzionare l’efficienza governativa — . Possiamo risvegliarci dal sonno, e l’elezione di Trump può segnare l’inizio di una nuova era d’oro in America, ma solo se la nostra cultura darà la priorità al successo rispetto alla normalità, e all’eccellenza rispetto alla mediocrità».

Se l’operazione andrà in porto assisteremo così a uno spettacolo inedito: la divaricazione tra capitalismo e liberal-democrazia, la cui alleanza, insieme con il lavoro e il welfare, è stata il nucleo vitale della civiltà occidentale in cui abbiamo vissuto, nella libertà.

Ecco perché chi continuava a chiedere a Giorgia Meloni di adeguare la cultura della sua destra alla democrazia dell’Occidente non ha mai avuto risposta: restando ferma, la premier si affida in realtà allo spirito reazionario del tempo, che spinge la democrazia ad adeguarsi al vento della destra. Resta una domanda: ma noi, che cosa stavamo facendo?

Nell’immagine: i due compari


Genocidio o no, Israele è un paese criminale

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

Ho cambiato idea, credo di essermi “radicalizzato”. Circa un anno fa ho scritto su queste pagine dei miei dubbi sull’opportunità di definire come «genocidio» la guerra condotta da Israele a Gaza. Dubbi, soprattutto, sul rischio che usare estensivamente un concetto così drammaticamente estremo, applicandolo a comportamenti che certo configurano crimini di guerra ma che sul piano giuridico sfuggono almeno in parte alla categoria canonica del genocidio, finisca per annacquare il senso, la percezione, la «sacralità» di una parola coniata per dare un nome al male più «indicibile»: alla Shoah.

Capisco le ragioni di chi rimane affezionato a questa disputa terminologica – crimini di guerra sì, genocidio no – ma oggi la trovo «distraente». I nomi, le parole sono importanti, però i fatti, le cose contano di più. I fatti sono che da più di un anno Israele – chi la governa, il suo esercito, le sue forze di sicurezza, senza una significativa opposizione politica e sociale nel mondo ebraico-israeliano – procede nella distruzione sistematica e indiscriminata dei palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza, tollera e spesso spalleggia le persecuzioni continue contro civili palestinesi in Cisgiordania a opera di bande di coloni ebrei israeliani, rifiuta sistematicamente ogni richiamo di organismi sovranazionali alla palese illegittimità dei suoi metodi guerra.

ECCO, io penso che oggi dividersi tra quanti giudicano inaccettabili questi fatti, su come vadano nominati – genocidio? crimini di guerra? crimini contro l’umanità? – ne metta in ombra la gravità con pochi eguali nella storia recente e oscuri un fatto ulteriore che da essi consegue: Israele è ormai a tutti gli effetti un Paese «illegale», «criminale», altrettanto sprezzante del diritto internazionale e di quello umanitario dei Paesi e gruppi suoi nemici.

Lo è non più soltanto come governo, ma come entità giuridica che rivendica, con le sue istituzioni, il diritto di massacrare decine di migliaia di civili palestinesi per neutralizzare Hamas, di occupare per un tempo indefinito territori non suoi dominandone gli abitanti come sudditi di un potere assoluto, di trattare da cittadini di serie b milioni di arabi israeliani (è apartheid? Anche in questo caso preferisco concentrarmi sulla cosa più che sul nome).

Distraente da questa evidenza, particolarmente dolorosa per chi come me sente un legame profondo con le radici ebraiche dello Stato d’Israele, considero anche il dibattito su sionismo e antisionismo. Il movimento sionista nacque alla fine dell’Ottocento per dare speranza a milioni di ebrei d’Europa perseguitati e discriminati.

Indicando l’obiettivo concreto di costruire uno Stato ebraico in Palestina, fondava la sua visione su un valore – il diritto dei popoli ad autodeterminarsi – che ha conosciuto nella storia due declinazioni tra loro opposte: patriottismo democratico e nazionalismo esclusivista. Declinazioni, per guardare all’Italia, che si combatteranno ferocemente nella guerra civile tra Resistenza e fascismo.

IL SIONISMO è sempre stato abitato da entrambe queste «anime», e in più ha recato fino dai suoi inizi i segni di un «peccato» originale: disinteresse per i diritti nazionali di quanti, non europei, vivevano da secoli nella «terra promessa». Il movimento sionista vedeva il mondo con occhi «colonialisti»: ma almeno fino a tutta la prima metà del Novecento così lo vedevano anche pensieri e movimenti squisitamente progressisti.

Basti pensare a tanti socialisti rivoluzionari italiani che nel 1911 si entusiasmarono per la guerra coloniale in Libia, o alla sinistra socialista e comunista francese che alla fine degli anni ’50 sostenne con forza la repressione contro l’indipendentismo algerino.

Sarebbe bene, allora, lasciare il sionismo alle analisi e ai giudizi degli storici. Oggi Israele non è «sionista», è molto peggio: è uno Stato le cui élite politiche – fortunatamente non quelle intellettuali – condividono con rare eccezioni l’idea di un nazionalismo aggressivo ed esclusivista che, come dimostra plasticamente la figura di Netanyahu, ha bisogno di guerra per sopravvivere. È qui la prima e più micidiale minaccia esistenziale per Israele: è in quello che Anna Foa in un libro recente molto bello e molto sofferto ha chiamato il suo «suicidio».

Nell’immagine: Ragazze palestinesi cercano di ottenere un po’ di cibo a un centro di distribuzione di Khan Younis


Perché il cacciatore di virus è il ricercatore dell’anno

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Di Eugenia Tognotti, LaStampa

Dio solo sa se c’è bisogno di coltivare la fiducia nella scienza e di sognare un futuro pieno di possibilità. A venirci in aiuto è la sintesi della rivista Nature – una sorta di «Cassazione» sul meglio che la scienza ci ha regalato nell’anno che ci stiamo lasciando alle spalle.

È infatti molto di più e di diverso da una classifica o da un elenco delle scoperte più eclatanti del 2024, la lista compilata dai redattori che comprende i dieci personaggi che con le loro scoperte stanno influenzando e plasmando il nostro mondo, dalle nuove scoperte sull’universo alla rivisitazione delle previsioni del tempo alla cura delle malattie ereditarie. Per rendersene conto basta scorrerla quella lista, e leggere le storie di ricercatori e scienziati, uomini e donne, sintetizzate in brevi, fulminanti titoli: dal «guardiano del tempo» al «collezionista delle rocce lunari», dalla «smascheratrice delle frodi scientifiche» al «medico audace», dalla «guardiana del cosmo» all’«investigatore metereologo AI», dal «costruttore di nazioni» al «cacciatore di virus». Dietro ci sono menti brillanti che lavorano senza sosta in enti di ricerca, laboratori, università. Ma anche nelle «zone calde» del pianeta, nelle comunità più remote, come il «cacciatore di virus» Placide Mbala, l’epidemiololo congolese dell’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa, la capitale della Repubblica democratica del Congo (Rdc).

Suggestivamente indicato come «cacciatore», una definizione in auge tra Ottocento e Novecento per designare lo stuolo di ricercatori – i «microbe hunter», instancabilmente impegnati nella ricerca microbiologica sulla scia di capiscuola come Pasteur e Koch – Mbala non è semplicemente impegnato in prima linea nella battaglia biologica contro il Mpox (vaiolo delle scimmie) in Africa, dove questa temibile malattia continua a tormentare le comunità più vulnerabili. Ciò che rende davvero speciale il suo lavoro e quello del suo team di ricerca, che si propone come lezione da imparare e subito – in un mondo ancora segnato dalla tragica lezione dell’emergenza pandemica Covid-19 – è l’attenzione rivolta alla prevenzione.

Sorpresi dall’amnesia scientifica che all’inizio di quest’anno aveva prodotto un devastante aumento dei casi di Mpox, a così breve distanza di tempo dall’epidemia ancora latente del 2022, Mbala e i suoi collaboratori hanno lanciato l’allarme, dopo aver individuato l’ultimo focolaio sospetto di casi tra giovani adulti e prostitute in una regione orientale della Rdc. Analizzando il genoma del virus, hanno rilevato che si trattava di un nuovo ceppo, distinto dal virus che ha causato nel 2022 un’epidemia mortale di Mpox che è diventata globale.

Prevedendo che la malattia si sarebbe diffusa rapidamente, hanno sollecitato i funzionari sanitari locali e quelli dei Paesi limitrofi a elaborare al più presto e mettere in campo piani per contenere la diffusione del virus, sostenendo il rafforzamento dei sistemi sanitari locali, insegnando alle comunità come identificare i primi sintomi e a reagire immediatamente. Conosciamo fin troppo bene il pericolo di una nuova epidemia che potrebbe, senza un’adeguata sorveglianza e un intervento tempestivo, diffondersi in tutto il mondo, praticamente da un giorno all’altro. Non è certo un caso, dunque, che i redattori di Nature abbiano scelto il nome dell’epidemiologo congolese e la sua storia di ricercatore, sconosciuta ai più: il suo impegno assume il valore di un simbolo del fatto che non c’è bisogno solo di tecnologia avanzata, ma anche di soluzioni pratiche e mirate. «Ha lanciato l’allarme sulle epidemie mortali di Mpox. Ma quando il mondo lo ascolterà davvero?».

Nell’immagine:  il «cacciatore di virus» Placide Mbala che ha condotto ricerche sull’mpox dal 2008, afferma che negli ultimi tempi sono stati compiuti progressi significativi.


L’allarme di Hinton, padre dell’IA: “Potrebbe distruggere l’umanità entro 30 anni”

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Londra – “C’è una probabilità del 10-20 per cento che entro i prossimi trent’anni l’Intelligenza Artificiale provochi l’estinzione dell’umanità”. È il nuovo monito di Geoffrey Hinton, lo scienziato anglo-canadese considerato uno dei padri dell’Ai, che per i suoi studi in materia ha vinto nel 2024 il Premio Nobel per la fisica. In precedenza, il professor Hinton aveva parlato di una percentuale di possibilità intorno al 10 per cento che l’Ai distrugga l’umanità. Ora, intervistato dalla Bbc sulle chances di una potenziale apocalisse causata dalle scoperte in questo campo, lo studioso ha aumentato tale probabilità “al 10-20 per cento”, affermando che il ritmo di evoluzione dell’Intelligenza Artificiale sta procedendo “molto più velocemente” di quanto si aspettasse. “Il fatto è che non abbiamo mai dovuto fare i conti con cose più intelligenti della nostra specie”, afferma. “E quanti esempi ci sono di una cosa più intelligente che viene controllata da una cosa meno intelligente? Proviamo a immaginare noi stessi come un bambino di tre anni e l’Ai come un adulto”.

Nato a Londra, docente emerito all’università di Toronto, lo scorso anno Hinton ha dato le dimissioni da Google, dove lavorava allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, per poter parlare più liberamente dei rischi connessi a una crescita “senza controllo” di una tecnologia simile. Il pericolo, a giudizio suo e di altri specialisti, è che sistemi più intelligenti degli esseri umani possano a un certo punto porre una minaccia esistenziale alla nostra specie aggirando ogni controllo da parte dell’uomo.“Quando ho cominciato a lavorare all’Ai, non pensavo che saremmo giunti così velocemente al livello in cui siamo ora”, ha detto lo studioso alla Bbc. “Pensavo che ci saremmo arrivati, ma in un più lontano futuro. Allo stadio attuale, l’opinione dominante degli esperti è che probabilmente nel giro di vent’anni svilupperemo un’Intelligenza Artificiale più intelligente di quella umana. E questa è una prospettiva decisamente spaventosa. La mia preoccupazione è che lasciare l’Ai nelle mani di grandi aziende motivate soltanto dai profitti non sia sufficiente a garantire che la svilupperanno in modo sicuro. L’unica cosa che può costringere quelle aziende a fare più ricerca sulla sicurezza dell’Ai è una regolamentazione del settore da parte dei governi”.

Il professor Hinton è uno dei cosiddetti “tre padri dell’Intelligenza Artificiale” che hanno vinto il Premio Turing, considerato l’equivalente del Nobel per le scienze informatiche. Ha un parere opposto, tuttavia, un altro del terzetto, Yann LeCun, capo del dipartimento di Ai di Meta, la società di Mark Zuckerberg proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp, che insieme a Google, Apple, Amazon e Microsoft è una delle “Cinque Grandi” delle nuove tecnologie: lo scienziato franco-americano minimizza il pericolo di una minaccia esistenziale posta dall’Intelligenza Artificiale,dichiarando al contrario che potrebbe essere proprio l’Ai “a salvare l’umanità dall’estinzione”.


Morto Ormezzano, “L’ultimo Natale con GPO, vero sacerdote della fede granata”

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Di Andrea Joli, La Stampa

I suoi racconti non stancavano mai. A tavola come in pagina». Angelo Marello, storico titolare dell’officina in corso Tortona diventata crocevia di sportivi, giornalisti, personalità dello spettacolo e della politica, era amico fraterno di Gian Paolo Ormezzano, morto ieri all’età di 89 anni. Tra loro c’era almeno una telefonata al giorno e una visita a settimana. Oltre che il pranzo di Natale insieme, al ristorante Ponte Barra di corso Casale. A neanche un chilometro dal monumento dedicato a Fausto Coppi: «Quella dell’inaugurazione del monumento, nel 2002, è una delle foto che gli piacevano di più – ricorda Marello – GPO amava il ciclismo tanto quanto il Toro». E il Toro «lo amava più di ogni altra cosa, eccezion fatta per figli e nipoti. È stato l’ultimo sacerdote della fede granata».

Quella telefonata di Minà

La vita di Gian Paolo Ormezzano, venticinque Olimpiadi (estive e invernali) da inviato e centinaia di tappe raccontate in prima fila tra Tour de France e Giro d’Italia, è stata «un fiume di aneddoti ed esperienze». Angelo Marello, dal suo ufficio vista officina, li elenca tutti sfogliando gli album di foto. Il ricordo preferito? «Lo ha ripetuto anche al pranzo Natale: quella telefonata in cui Gianni Minà lo chiamò e gli disse: vieni a Roma che domani sera siamo a cena con Cassius Clay, Robert De Niro e Sergio Leone. Lui rispose: “Mi spiace sono a cena con il Papa”. L’invito di Minà era vero e adesso lui ci rideva su. L’autoironia era un suo talento».

L’amico Boniperti

Le sue battute, tra amici, erano una certezza: «A tavola coinvolgeva tutti. Ricordava tutte le conversazioni, anche nei dettagli. È così che spesso si trasformavano in interviste da prima pagina. Che io sappia, non ha mai preso appunti in vita sua». Tra gli intervistati c’è un campione che preferiva a tutti: «Giampiero Boniperti. Quando erano insieme erano una cosa sola, nonostante la fede calcistica inconciliabile. Gli mancava molto. Ripeteva: ho passato più tempo con lui che con la mia famiglia…».

Le sfide con Bud Spencer

Ricordi e ancora ricordi, dalla luna e ritorno, sfogliati a voce come pagine di giornale: «Come la partita a calcio al Cenisia tra giornalisti e ciclisti: a centrocampo era insuperabile, come il suo idolo Valentino Mazzola». E ancora: «Raccontava di come, da nuotatore, sfidasse Bud Spencer. E lo batteva spesso, diceva». Ad Angelo Marello scappa un sorriso: «Con quella cassa toracica che si trovava, poteva nuotare e parlare all’infinito».

L’ultimo Natale

E poi ci sono gli anni recenti. «GPO ha sconfitto tre volte il Covid. Quando lo ricoverarono, nel tragitto tra casa sua vicino alla Pellerina e Villa Pia, mi chiamò per dirmi che stava passando vicino all’officina. Lui non drammatizzava mai. Era fatto così: cercava sempre di tranquillizzarci su ogni cosa».

Alle ultime chiamate di ieri mattina, prima della sua partenza per il mare «dove avrebbe dovuto trascorrere Capodanno», Gian Paolo Ormezzano non ha risposto. «Pensavo fosse già partito. Stava benissimo, mai avrei potuto immaginarmi tutto questo» ammette Marello. Che aggiunge: «Era unico, la sua perdita mi lascia addosso una tristezza infinita. Restano dentro di me quei momenti pieni di ironia dell’ultimo Natale».

Ai tanti altri ricordi di ieri, sui social e in tv, a rispondere è stato il figlio Timothy: «Era un vulcano, un gigantesco super papà. Siamo travolti dal dolore ma anche dell’affetto di tutti quelli che lo hanno amato». Con la famiglia Gian Paolo Ormezzano aveva passato il cenone della Vigilia. Con lui una trentina di parenti: «È stato un ultimo saluto bellissimo» conclude il figlio. «Era spesso in giro per lavoro – aggiunge il nipote Ezio, figlio del fratello Franco – ma in famiglia era sempre presente».

Nell’immagine: al centro, Gian Paolo Ormezzano con un gruppo di amici e sportivi


Elegia siriana in un mondo sospeso

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

Di tutti i presagi realizzabili, l’anno internazionale ci lascia forse il meno prevedibile. La “nuova” Siria, se nuova sarà. In grado, se lo fosse, di ridisegnare l’irrealizzabile finora stabilità regionale. Di spegnere il grande incendio a Sud del Mediterraneo. Si scruta. Lente d’ingrandimento alla mano. Per capire la sorte del “paese delle minoranze”. Protette dalla dittatura durata tre generazioni, quella degli Assad. Con le carceri brulicanti di disperati, le torture, le fosse comuni. Eccolo, in tutto il suo orrore, l’“amico” dell’Occidente, a cui venne silenziosamente affidata la lotta anti-islamista: Stati Uniti ed Europa rassegnate alla violazione delle ‘linee rosse’ (anche l’uso delle armi chimiche), e la Russia a completare la blindatura del regime con i suoi bombardamenti sugli obiettivi civili, ospedali e scuole comprese, per realizzare la vecchia tattica dell’armata russa: terra bruciata.

Inatteso perciò lo schianto del regime. Pochi giorni, poche ore. Sufficienti a sfarinare un governo che era in realtà un “nido di tarme”. Pronto a farsi abbattere, mentre lo si pensava fra i più determinati a resistere. È bastata una spallata. Portata da miliziani sunniti mai visti. Un coacervo di 13 diverse formazioni. Che si vogliono ‘moderati’, inclusivi, rispettosi delle libertà religiose. Vai a capirli. Vai a fidartene.

Pagine misteriose. Elegia semi-segreta. Bisognerebbe innanzitutto comprendere quale miscela è stata lavorata per alcuni anni nel gran calderone di Idlib, il ridotto in cui questo esercito di ribelli si era rifugiato per alcuni anni, dopo aver perso la prima parte della partita, situato nel nord-ovest siriano, lungo le frontiere di una Turchia in attesa del colpaccio. Già sognatori di al Qaeda e dello Stato islamico, quelli di Idlib. Combattenti, mica agnellini: già operativi di al Qaeda e sognatori dello Stato islamico, tagliagola, sequestratori di migliaia di ragazze yazide, convinti che l’Umma (la comunità) avrebbe dovuto cancellare i rigidi confini dell’ultimo colonialismo, quello dei confini Sykes-Picot, imposizione  finale di Inglesi e Francesi.

Grumo, quello dei 13 gruppi, in apparenza non diluibile in un programma comune. Invece, gli specialisti di geo-politica si ritrovano con le mani alle tempie. A cercare di capre come sia stato possibile che una multi-banda Brancaleone votata ad Allah diventi Stato “accettabile”, dialogante, in una nazione di tradizione antica ma storicamente di recenti ulteriori frammentazioni.

Nessun modello paragonabile a cui affidarsi. Tutt’al più, avevamo azzardato poche ore prima dell’ineludibile, cioè della caduta della Damasco che fu degli Omayyadi, centro dell’antica propulsione islamica, si poteva ipotizzare a breve scadenza uno “schema turco”, forme di moderazione sotto tutela di Ankara, ispiratrice sostenitrice e arsenale di questo nuovo potere siriano a guida HTS, Organizzazione per la liberazione del Levante, guidato da Abu Mohammad al-Jolani, il jihadista che non predica  la ‘guerra santa’ bensì la distensione.

Mondo enigmatico. Mondo sospeso. Partorito nel tragico polverone del 7 ottobre (mattanza anti-ebraica di Hamas) e dalla “vendetta” (parola di Netanyahu) israeliana, senza limiti e ragione. Comunque la si pensi, vittoria militare dello Stato ebraico, anche contro il tramortito Iran, e dei suoi alleati Hezbollah e Hamas. Se sarà anche vittoria politica, è ancora da vedere. Israele non rinuncia comunque alla sua guerra, convinto di avere con sé il rieletto Trump. Così approfitta dell’attuale debolezza siriana, porta le sue truppe sempre più a nord, occupa in armi un’altra parte di Golan. L’appetito vien combattendo, dalle parti di Tel Aviv.

Sarebbe nata da un accordo Russia-Turchia, questa nuova Siria apparentemente pacificata. Elezioni promesse, scuole aperte, ragazze senza hijab, pellegrinaggi diplomatici di ONU e Ue. Con l’Europa che di nuovo non sa come gestire la sempiterna emergenza dei migranti siriani irregolari. Rispedirli in fretta e furia da dove fuggirono per mettersi sotto l’ala protettrice di Erdoğan (al modico prezzo, finora, di 11 miliardi di euro); o andarci con calma ma a prezzo politico altissimo, visto che le destre anti-migratorie non fanno sconti (intanto tremano i responsabili della sanità tedesca, i primi a segnalare cosa significherebbe privarsi del personale siriano che venne integrato negli ospedali dopo l’accoglienza in massa di Angela Merkel nel 2015).

Il mondo interconnesso quasi tutto connette. Così anche per il “mondo sospeso” siriano. Con i suoi militanti jihadisti arma al piede, che dirigono tranquillamente il traffico, sorvegliano gli edifici pubblici, tranquille sentinelle dei palazzi dl potere. Ancora tutto troppo nuovo, troppo strano, per scommetterci. Meglio aspettare, meglio vedere quali sono i veri intendimenti di Ankara e della sua ossessione di ‘smilitarizzare’ i Curdi siriani, meglio capire che diavolo combinerà la Russia apparentemente rassegnate a lasciare le sue basi siriane. Prudenza, ammonisce il “New York Times”.

Mentre i combattenti islamici vincitori stanno un po’ “come d’autunno sull’albero le foglie”. In attesa di capire da che parte cadranno. E di cosa sarà capitale la Damasco che fu di Saladino.

Nell’immagine: una strada commerciale nel centro di Idlib, governata per 7 anni dal gruppo islamico HTS, il 15 dicembre scorso


Ricordo di un matematico umanista

Arrivò al potere da sconosciuto nel 31 dicembre in cui Eltsin “abdicò” a sorpresa cedendogli il timone. Gli esordi lasciarono sperare, nessuno allora avrebbe immaginato la sua involuzione autocratica e bellicista 

La matematica fa quello che può
ma tocca a noi interpretare i risultati che ci fornisce
senza lasciarci influenzare da intuizioni fallaci.
Giorgio Mainini

Ho saputo con ritardo che l’autore di questa frase che, con quel “tocca a noi”, pone imperiosamente al centro l’uomo e non la scienza, ci ha lasciati il 19 dicembre scorso. Ho inoltre scoperto soltanto per caso che il mio ex prof di mate al Ginnasio di Viganello tra il 1972 e il 1974 – dove insegnava anche Aurelio Buletti, che proprio qui abbiamo recentemente ricordato – ha collaborato negli scorsi anni a Naufraghi/e. Quasi un ritrovarsi, mezzo secolo più tardi, se non di persona, almeno sulla Zattera. Mainini vi era intervenuto, tra il 22 aprile 2021 e il 19 gennaio 2022, con 6 opinioni su temi essenzialmente luganesi. A Lugano, del resto, era legato e qui aveva anche fatto politica, militando in Consiglio comunale per il Partito Socialista.

Silvano Toppi lo citò poi in un suo articolo del 20 marzo 2022: “Un nostro amico, eccellente matematico, Giorgio Mainini, ha scritto un saggio, che meriterebbe pubblicazione a parte, inviato anche alle autorità sanitarie, che dà la veridicità e la potenza dimostrativa della matematica a quanto si sta dicendo”. Il tema era quello del ruolo avuto in Ticino dal personale sanitario frontaliero durante il Covid: “Senza l’apporto consistente dall’Italia dei frontalieri infermieri medici e personale di assistenza (pensiamo alle case per anziani) il nostro Cantone sarebbe sicuramente collassato. Da una certa parte (sempre quella, tendenzialmente xenofoba) dovendo ammettere questa realtà si è subito detto, con la logica del sovranismo colto in fallo, che il Cantone dovrà porvi subito rimedio promovendo la formazione nel settore della salute. Quasi a dire, con la stessa logica, che se sinora nessuno vi aveva pensato (e grazie pandemia!) è per colpa di quei frontalieri”. Logica e ironia sferzante: due caratteristiche di Giorgio.

Mainini era un matematico, era un docente, era un direttore di Ginnasio e poi di Scuola Media. Ma i suoi interessi andavano oltre. Non è azzardato definirlo una compiuta sintesi tra l’uomo di scienza (il… nume dei numeri, delle cifre, della parte di verità che esse contengono) e l’umanista: il ruolo di docente, affidato alle persone giuste, deve andar ben oltre la padronanza un po’ tecnocratica della materia. Un ragazzo di 12-13 anni quale io ero, a cui piaceva scrivere, leggere, conoscere la storia e la geografia, ma a cui della famigerata “insiemistica” (che andava per la maggiore) non gliene importava un fico secco, in mano a un altro prof sarebbe stato liquidato con un 3 o un 2 in matematica. Cosa peraltro successa solo pochi anni più tardi, in seconda liceo: 2 in mate e 2 in fisica, con conseguente “perdita” di un anno. Passato in mani di docenti meno fiscali, sul certificato di maturità del giovane grecista e latinista si leggono ancora oggi due bei 4. 

Ecco, il mio ricordo ginnasiale di Giorgio è legato a quella duttilità, a quel saper vedere oltre, che lo aveva spinto a non infierire oltre misura (anche se qualsiasi nota dall’1 di incoraggiamento al 3 sarebbero state tecnicamente giuste), a capire che comunque la mia strada non sarebbe stata quella del Politecnico o del MIT di Cambridge.

In anni precedenti, mi si racconta, Mainini fu anche punito dalle autorità scolastiche per aver invitato in classe alcuni rappresentanti degli studenti della Magistrale che avevano occupato la famosa Aula 20, affinché spiegassero agli allievi del Ginnasio le loro ragioni. Era il 1968, e Mainini non poteva restare indifferente a ciò che stava succedendo.

Ho rivisto il mio prof, molti anni dopo, quando, per un certo periodo, era stato nel Consiglio del Pubblico CORSI. Di tanto in tanto telefonava o scriveva alla RTSI chiedendo spiegazioni e manifestando a tratti le sue perplessità. Come nel proprio impegno politico, sosteneva convintamente il ruolo del Servizio pubblico radiotelevisivo, ma non rinunciava ad esprimere con vigore le proprie critiche.

Un ruolo importante lo aveva assunto all’interno della SMASI (Società Matematica della Svizzera italiana), fondata nel 2002, che ha tra i propri obiettivi statutari quello di “prendere posizione ogniqualvolta lo ritenga opportuno in tutte le questioni riguardanti la matematica e l’insegnamento della matematica nella Svizzera italiana” e di “promuovere l’immagine della matematica presso il pubblico”. Anche in questo ambito la forma mentis di Giorgio appare evidentissima: apertura, curiosità, attenzione, dialogo, confronto. 

Per ricordarlo ai suoi vecchi allievi e amici, ecco una serie di giochi matematici che egli aveva pubblicato proprio per la SMASI: dagli scacchi alla geometria, dalla logica ai già citati insiemi, al quiz numero 5, che ironicamente rampogna la categoria dei giornalisti ambientando l’antefatto nella località di Pensate sul Serio. Sì, Giorgio Mainini sapeva ridere di gran gusto!

Quando poi tornava, appunto, serio e riflessivo, era uno che le cose le vedeva arrivare in anticipo. Un esempio solo, rimanendo nel campo giornalistico: il 15 febbraio 2017, sul portale Ticinolive del suo collega Francesco De Maria, scriveva: “Si pensi al “giornalista specializzato” sostituito dal giornalista robot. Se gli algoritmi incorporati saranno, se non uguali simili, e lo saranno, avremo una stampa del tutto appiattita sulla volontà di chi quegli algoritmi ha scelto e implementato nel “giornalista specializzato”. Ma che bella d’informazion pluralità, trallaliro trallallà; ma che bella di stampa libertà, lallallero lallallà! Io, per fortuna mia, sono nato prima della seconda guerra mondiale [era del 1939, ndr]  e quindi tutte le belle cose previste da Carraro (un imprenditore digitale, ospite-conferenziere a Möbius Lugano 9 giorni prima) e consimili non le vedrò, ma mi viene più di uno sgrisolo [brivido, ndr] su per la schiena se provo a immaginare come potrà essere la vita della mia nipote oggi diciannovenne”.

Timori, anzi sgrisoli attualissimi!

Nell’immagine: Giorgio Mainini durante un’attività per gli studenti della Società Matematica della Svizzera Italiana