Cecilia Sala, la diplomazia di fronte agli ayatollah

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

Di Carlo Bonini, La Repubblica

L’arresto di Cecilia Sala a Teheran, le sue modalità, la nebbia che arbitrariamente avvolge le accuse di natura politica, per giunta non ancora formalizzate, che a quanto pare le sarebbero state rivolte, confermano, ammesso e non concesso ce ne fosse bisogno, in quale conto il regime degli ayatollah tenga quei diritti civili e quelle libertà che alle nostre latitudini sono considerati un bene non comprimibile.

Ma proprio per questo la sfida che con questo arresto la Repubblica islamica dell’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo e alla nostra diplomazia un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari.

Perché se è indubbio che questa ennesima sfida della teocrazia iraniana interpella tutte le democrazie dell’Occidente — come più d’uno ha osservato — è altrettanto vero, purtroppo, e più prosaicamente, che la questione batte innanzitutto e soprattutto sul nostro Paese.

l tempo inutilmente trascorso dall’arresto di Cecilia Sala (oggi saranno dieci giorni) senza che venisse trovata una rapida conclusione alla vicenda lontano dai riflettori dei media italiani e internazionali, il luogo scelto per la sua detenzione (l’infausta prigione di Evin, concepita per schiantare la volontà e la resistenza dei dissidenti politici) costringono infatti a pensare che nella decisione di privare della sua libertà una giornalista ospite dell’Iran con un regolare visto giornalistico possa esserci un legame con quanto accaduto meno di due settimane fa nel nostro Paese.

Il pomeriggio del 16 dicembre scorso — dunque appena tre giorni prima dell’arresto di Sala a Teheran, avvenuto il 19 — alla barriera doganale dell’aeroporto di Malpensa gli agenti della nostra polizia ammanettano infatti un cittadino iraniano proveniente da Istanbul su mandato di cattura internazionale della giustizia americana.

L’uomo si chiama Mohammad Abedini Najafabadi ed è accusato insieme a un suo connazionale (Mohammad Sadeghi, arrestato lo stesso giorno negli Usa) di aver esportato tecnologia destinata allo sviluppo di droni da guerra ai Guardiani della rivoluzione a Teheran. Quegli stessi droni che il 28 gennaio di quest’anno hanno ucciso tre soldati americani in Giordania.

Di più: la sera di sabato 21 dicembre — due giorni dopo l’arresto di Cecilia Sala — il ministero degli Esteri iraniano comunica alle agenzie di stampa internazionali di aver notificato “all’incaricato di affari italiano a Teheran e all’ambasciatore svizzero (che rappresenta gli interessi Usa in Iran) la protesta formale del governo per due arresti contrari a tutte le leggi e standard internazionali”.

Tra il 16 e il 21 dicembre scorsi, dunque, i fatti ci dicono che l’Italia, inconsapevolmente, precipita in uno scontro tra Teheran e Washington in cui gli ayatollah decidono verosimilmente di giocare una carta che i regimi normalmente spendono quando alle regole del diritto internazionale, ai trattati di mutua assistenza giuridica, preferiscono la presa di ostaggi.

Ebbene, le prossime ore e i prossimi giorni ci diranno se questo è vero. Se cioè la libertà di Cecilia Sala sia stata strumentalmente sequestrata per essere trasformata in arma di pressione a vantaggio della posizione del cittadino iraniano arrestato a Malpensa e in attesa di estradizione negli Usa.

Ma se questo è vero, è altrettanto vero che la trattativa con Teheran che il nostro governo e la nostra diplomazia si trovano di fronte per riportare a casa Cecilia Sala è evidentemente di straordinaria complessità.

Perché interessa un terzo Paese (gli Stati Uniti) cui ci lega non solo un vincolo di alleanza ma un regolare trattato bilaterale di estradizione (lo stesso in forza del quale Chico Forti è stato estradato in Italia per scontare la pena residua di un omicidio commesso negli Usa). E perché, per parafrasare la prima regola della diplomazia, quando ci si siede a un tavolo di trattativa è necessario avere ben chiaro cosa si vuole chiedere alla controparte e quale prezzo politico si è disposti a pagare.

È comprensibile dunque che il ministro degli Esteri Tajani abbia scelto in queste ore un basso profilo con l’invito alla «discrezione». Che auspichi «si possa fare con Cecilia Sala ciò che è stato fatto con Alessia Piperno» (la giovane travel blogger rimasta prigioniera del regime iraniano per 45 giorni senza alcuna base legale). Ed è altrettanto comprensibile la scelta del silenzio della premier Giorgia Meloni.

Ma basso profilo e discrezione non possono evidentemente significare che sul destino di Cecilia Sala si possa anche solo immaginare che da oggi cali il silenzio. A maggior ragione se i tempi della sua detenzione dovessero strumentalmente allungarsi perché inscritti in una partita più grande.

Dove per giunta una teocrazia come quella iraniana gode di uno straordinario vantaggio che, nel gergo della geopolitica, si definisce asimmetrico. Quello di non essere tenuta alle regole di trasparenza e responsabilità di una democrazia, né al rispetto delle libertà di una giovane donna.

Che si chiami Cecilia Sala o Alessia Piperno. O che porti il nome delle centinaia di donne iraniane, per noi senza nome, che con Cecilia Sala ora dividono la prigione di Evin.

Nell’immagine: Cecilia Sala


Con Elon Musk verso il darwinismo sociale

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

Tutti in fila, a baciare la pantofola dell’emiro tornato al potere. Non proprio dignitoso spettacolo con protagonisti i tycoon della Silicon Valley, massimi proprietari americani delle fortune tecnologiche mondiali (comunicazione, social media, intelligenza artificiale, conquista privata dello spazio) che devono rinnovare la loro fedeltà al rieletto Trump o conquistarne i favori e la benevolenza dopo aver sostenuto politicamente i rivali dell’uomo più potente dell’anno secondo la rivista “Time”. Pagina da moderno medioevo. Con tanto di intrighi di corte. Perché c’è un co-protagonista, anzi un iper-protagonista temuto, che li ha battuti tutti in genialità, sfrontatezza, primato economico, e ora anche potere politico: Elon Musk, il “best buddy” del prossimo capo della Casa Bianca, che ha addirittura deciso di farne un esponente della sua amministrazione, mettendolo alla testa di “Doge”, l’ufficio in cui  dovrà, novello “Milei statunitense”, munito di impietosa sega elettrica, licenziare centinaia di migliaia di funzionari statali ritenuti “in esubero”. Un programma impossibile nei futuri 4 anni, calcola l’economista Tito Boeri, per questo subito infangato da “X” (l’ex Twitter passato nelle mani del sudafricano), che ha asservito nel modo più sfacciato anche quello che veniva considerato uno spazio di libertà espressiva e comunicativa.

Conflitto di interesse madornale per un uomo che ormai deve le sue nuove fortune non tanto alla Tesla, ma alle miliardarie commesse della Nasa e del Pentagono, un banchetto a cui vorrebbero partecipare anche i suoi contriti penitenti in trepida attesa davanti al portone della pacchiana villa di Mar-a-lago. Trasformazione ed evoluzione prevedibili. Plastica rappresentazione di come dovrebbe essere il mondo del prossimo futuro. Delle cui avvisaglie avevamo avuto diversi segnali. Primo fra tutti, in un recente passato, il fatto che Musk era diventato il monarca della conquista privata dello spazio: controlla il 40 per cento dei satelliti, li ha messi a disposizione sia degli ucraini sia dei russi, può contribuire alla fortune o sfortune militari degli uni o degli altri, li potrebbe usare come strumenti di ricatto; intanto ha già ottenuto che il Pentagono finanzi le sue “invenzioni” nel campo della difesa, con la produzione di apparecchi da installare nel cervello di soldati eterodiretti da una centrale che indica loro come e dove colpire il nemico. Assalto allo Stato, non solo per derubricarne il ruolo, ma destrutturarlo, scarnificarlo, distruggerlo dall’interno.

Per assecondare una sorta di “darwinismo sociale”, lotta di sopravvivenza individuale, in cui l’assistenza pubblica sarà bandita, sarà una bestemmia, sarà esposta al pubblico ludibrio. Il massimo traguardo del thatcherismo, per cui “non esistono gli Stati, esistono gli individui” oppure del reaganiano “lo Stato non è la soluzione ma il problema”. Approdo inevitabile dopo che per un paio di decenni gli Stati, la politica, i partiti hanno abdicato dal loro ruolo di mediatori e regolatori della “libera mano del mercato”. Se l’operazione riuscirà, se non vi sarà una reazione dal basso, se sarà il “muskismo” a imprimere questa svolta, il disastro sociale è alle porte, mentre già i suoi effetti regolano anche le politiche locali, anche quella di casa nostra, con partiti e politici affascinati e sicuri dell‘ efficacia della nuova ricetta. Tranne poi correre a occupare, come da sempre, la poltrona pubblica rimasta vuota.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: evoluzione della specie


Carcerato prossimo mio

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

Come ogni anno, l’arrivo del Natale ci porta a confrontarci con i nostri quotidiani egoismi, nel tentativo di escogitare nuovi modi per ristabilire un senso di comunione umana che esuli dall’ossessivo individualismo della vita odierna. E ripensandoci adesso, non mi sembra casuale che, anche per me, un vero momento di svolta sia giunto proprio durante le feste – per la precisione, il giorno dopo il Capodanno del 2019 – , quando ho intrapreso per la prima volta l’attività di ‘corrispondente carceraria’, dedicando così parte del mio tempo libero a fornire costante supporto emotivo (tramite lettere, e-mail, telefonate e video visite) a persone rinchiuse in prigione negli Stati Uniti.

Ho così scoperto come, per noi europei, sia quantomeno difficile immaginare l’esperienza della prigionia in un Paese come gli USA, che detiene il triste primato del più alto tasso d’incarcerazione pro capite al mondo e in cui le sentenze sono a tutt’oggi particolarmente spietate. Laggiù, il carcerato cessa a tutti gli effetti di essere una persona, divenendo per il sistema soprattutto una fonte di manodopera a costo zero e d’ingenti guadagni, grazie alle tariffe imposte su qualsiasi comunicazione con l’esterno (perfino le e-mail, da sempre gratuite nel cosiddetto ‘mondo libero’, in prigione hanno un costo). Nell’arco degli anni ho accompagnato nella navigazione di queste acque burrascose diversi corrispondenti, assistendo in prima persona a piccoli e grandi drammi – tra cui la pandemia, che per oltre due anni ha impedito ai carcerati qualsiasi contatto con i loro cari, costringendoli a trascorrere 24 ore al giorno in cella in una versione assai più drammatica dei nostri lockdown. Eppure, l’energia vitale dei miei amici di penna non è mai venuta meno, tanto che da loro ho imparato parecchio sul modo di affrontare le cocenti delusioni (e disillusioni) a cui la vita – sia essa vissuta ‘dentro’ o ‘fuori’ – ha l’abitudine di sottoporci.

In molti mi hanno chiesto perché io dedichi tanto tempo  e risorse a una simile attività, e non è facile rispondere senza ribadire come oggi non potrei più fare a meno di ciò che è divenuto un elemento fondamentale della mia vita, e una sfida cruciale per il mio senso di umanità. Al pari di qualsiasi persona che soffra, ogni carcerato presenta percezioni, e di conseguenza necessità, diverse: il corrispondente deve quindi ‘diventare’ ciò di cui, di volta in volta, questi ha bisogno – in primis, un ascoltatore disponibile e mai giudicante; qualcuno di cui potersi fidare all’interno di un mondo in cui la minima debolezza viene percepita come imperdonabile. Occorre mettersi al servizio dell’altro e lasciare che sia lui a decidere i termini del rapporto, accettando non solo le sue idiosincrasie e peculiarità, ma anche e soprattutto il crimine commesso (del quale una tacita regola proibisce di fare menzione, a meno che non sia il carcerato stesso a volerne parlare).

Oggi, alcuni tra i miei primi corrispondenti sono stati rilasciati, permettendomi di sperimentare il senso più profondo della gratitudine; a coloro che devono affrontare sentenze particolarmente lunghe – come Mike, che, nonostante i problemi psichici, è stato condannato a due ergastoli quand’era appena quindicenne, o Charlie, il quale a 62 anni ha subìto, per una semplice truffa, una condanna che sulla carta lo vedrebbe morire in prigione – posso solo offrire la mia solidarietà e comprensione, così da rimanere, affinché lo desidereranno, una presenza costante nella loro vita.

Senza mai dimenticare come, per quanto mi trovi dall’altro lato delle sbarre, io sia più simile a loro di quanto non si creda; perché l’atto di specchiarmi in Mike o Charlie mi rende consapevole del fatto che, per molti versi, solo un destino benevolo mi ha risparmiato un’esperienza analoga. E perché, indipendentemente dalla nostra situazione o stile di vita, si è fatto davvero difficile, per tutti noi, sentirci davvero liberi all’interno delle piccole, spietate prigioni personali che ci siamo scelti.

Nell’immagine: murale nella prigione di Halden, in Norvegia


A Zurigo la gentrificazione ha portato a una crisi abitativa

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

Di Fareyah Kaukab, tvsvizzera.it

Persino una delle città più ricche al mondo si trova ad affrontare una crisi abitativa, problema comune a quasi tutte le metropoli. Il negozio di quartiere viene sostituito da un caffè alla moda e giovani professionisti arrivano a sostituire comunità eterogenee: così a Zurigo – città in cui la classe media occupa il gradino più basso della piramide sociale – è sempre più difficile trovare alloggi a prezzi accessibili.

Secondo l’ultimo rapporto immobiliareCollegamento esterno del gruppo bancario Raiffeisen, pubblicato a settembre, il prezzo degli affitti è aumentato del 6,4% nel secondo trimestre del 2024, il rincaro più alto degli ultimi 30 anni. Il mercato immobiliare continua a crescere a Zurich-West (Zurigo ovest), ormai imborghesita, dove le nuove costruzioni di lusso sono sempre più comuni.

I dati del settore immobiliare evidenziano spesso gli affitti vertiginosi degli Ersatzneubau: vecchi edifici che hanno lasciato il posto a nuove costruzioni. A Zurich-West, ad esempio, l’affitto per un appartamento da 3,5 localiCollegamento esterno può arrivare fino a 8’100 franchi svizzeri, riporta il quotidiano locale Tages-AnzeigerCollegamento esterno. Una cifra in netto contrasto con l’affitto medio della città, che nel 2022 era di 1.787 franchi per un appartamento di quattro locali e di 1.470 franchi per uno di tre, secondo i dati ufficialiCollegamento esterno della città di Zurigo.

Con la pandemia di Covid-19 il mercato immobiliare è cambiato: l’attrattività delle case suburbane è cresciuta, mentre gli spazi per gli uffici hanno perso rilevanza. Ma nello stesso periodo a Zurigo sono cresciuti di molto i settori tewcnologici e finanziari, segnati dall’arrivo di professionisti ad alto reddito e dalla presenza del quartier generale europeo di Google in città. Quest’ultimo continua a crescere dal 2004, e oggi impiega oltre 5’000 persone in una città di circa 400’000 abitanti.

Secondo Oak’s Lane Stone CapitalCollegamento esterno, una società di private equity e investimenti, le aziende di questi settori offrono stipendi ben superiori al salario minimo della città, che ammonta a 4’000 franchi al mese. Bloomberg riporta che gli sviluppatori software di Google, anche a inizio carriera, guadagnano fino a 200’000 franchi l’anno. Questo afflusso di professionisti ben retribuiti ha alimentato la domanda di immobili costosi, in modo simile a quanto accaduto a San Francisco, dove gli affitti sono aumentati del 24% nell’ultimo decennio.

Teoria e pratica della gentrificazione

In generale si parla di gentrificazione quando un quartiere diventa attraente per una classe sociale più benestante, costringendo i residenti con un reddito inferiore a spostarsi altrove. A Zurigo questo fenomeno riflette una crisi abitativa più ampia, dove la domanda di immobili di lusso sta ridisegnando la città.

La gentrificazione non è né un fenomeno recente né un concetto nuovo. Phillip L. Clay, professore di politiche abitative e pianificazione urbana presso l’università statunitense MIT di Boston, aveva già condotto ricerche approfondite al riguardo nel 1979, quando pubblicò un libro sulla trasformazione delle città degli Stati Uniti, Neighborhood renewal: middle-class resettlement and incumbent upgrading in American neighborhoods(Rinnovamento dei quartieri: reinsediamento della classe media e riqualificazione in corso nei quartieri americani).

Nel suo libro Clay descrive le cinque fasi della gentrificazione, a partire dalla “fase dei pionieri”: artisti, bohémiens e individui più inclini al rischio iniziano a trasferirsi in quartieri degradati, apportando graduali miglioramenti. Nella seconda fase la zona comincia ad attrarre individui della classe media, il che porta a un’accelerazione degli investimenti pubblici e privati, che diventano più consistenti nella terza fase. A questo punto spesso cominciano a interessarsi all’area anche i grandi sviluppatori immobiliari.

Nelle ultime due fasi il quartiere si trasforma in una zona esclusiva, e l’aumento degli affitti e del valore degli immobili spesso causa l’allontanamento dei “pionieri” originali e dei residenti a basso reddito.

Come Zurigo segue il modello di gentrificazione

Applicare il modello di Clay a Zurich-West offre spunti di riflessione interessanti.  Negli anni Settanta e Ottanta il quartiere fu teatro di disordini politici e movimenti militanti guidati da giovani istruiti che si trasferirono nella zona, all’epoca industriale e a basso reddito. Questa transizione rappresentò la prima fase della gentrificazione, ovvero quella dei pionieri.

All’epoca Zurigo stava attraversando un periodo di forte declino, e nel centro città, nei dintorni del parco Platzspitz, si trovava uno dei più grandi centri di spaccio e consumo di droga all’aperto del mondo. Quegli anni sono ancora drammaticamente impressi nella memoria collettiva della città. Il Needle Park di Zurigo ospitava fino a 1’000 tossicodipendenti al giorno. Per fare un confronto, basti pensare che nelle strade del quartiere di Kensington, a Filadelfia – una città con una popolazione quattro volte quella di Zurigo – ci sono circa 3’000 consumatori di droga ogni giorno.

Nel 1995 il governo diede il via a un’ampia operazione di riqualificazione dell’area, trasferendo i tossicodipendenti nei loro quartieri di origine. La città ricevette riconoscimenti internazionali per aver affrontato la crisi con politiche efficaci di “riduzione del danno”, e nel frattempo venne avviata anche la pianificazione di progetti di sviluppo urbano a lungo termine nell’intera zona di Zurigo ovest e nei suoi dintorni.

Nel caso anomalo di Zurigo, la seconda fase della gentrificazione non è direttamente collegata alla prima. A guidarla, infatti, sono state delle iniziative governative mirate a risolvere un problema, non si è trattato della naturale evoluzione del processo avviato dai pionieri.

Negli ultimi vent’anni la zona di Zurich-West è cambiata in modo radicale, avvicinandosi rapidamente alla terza fase del processo di gentrificazione: la formazione di una nuova comunità. In quelle che prima erano sedi industriali e zone con una cattiva reputazione oggi svettano grattacieli come la Prime Tower, l’edificio più alto di Zurigo, con intorno uffici, club, ristoranti e nuovi complessi residenziali. Questa trasformazione ha attirato nel quartiere artisti, designer e architetti.

Gli investimenti pubblici in infrastrutture urbane, come il prolungamento del ponte HardbrückeCollegamento esterno, hanno favorito sia il passaggio dalla seconda alla terza fase della gentrificazione, sia l’arrivo di grandi investimenti privati. Inoltre, la popolarità di grattacieli come Hardau e Lochergut è cresciuta vertiginosamente. Come il complesso del Barbican a Londra, questi edifici oggi si trovano al centro della città e non più in periferia, e risultano attraenti per i creativi della classe media sia per il loro aspetto che per la loro posizione. Si tratta però di eccezioni: gli alloggi a prezzi accessibili sono ancora insufficienti, e la classe operaia di Zurigo vive sempre più lontano dal centro.

Nel frattempo, Zurich-West sta chiaramente entrando nella quarta fase, la gentrificazione matura. Nel documentario PUSHCollegamento esterno del 2019, il proprietario di un bar di Brooklyn, a New York, osservava un certo schema: i creativi si trasferiscono in un nuovo quartiere e lo rendono più attraente, facendo così salire i prezzi degli affitti fino a trovarsi loro stessi costretti a lasciarlo perché troppo costoso. “Sai qual è il primo segnale che sarai costretto a lasciare il tuo quartiere? I negozi di abbigliamento vintage. Non c’è niente di peggio per un quartiere che i poveri con stile”.

Una quinta fase di stabilità? Purtroppo, no

Teorie come quella di Clay tendono a semplificare un fenomeno complesso come la gentrificazione. Nella realtà questi processi possono variare molto, con fasi che possono essere ulteriormente articolate o che vengono persino saltate in città che attraversano un boom economico. Finché la disuguaglianza sociale coesiste con la crescita economica e con gli investimenti pubblici, la gentrificazione è praticamente inevitabile.

Nelle sue fasi iniziali la gentrificazione può portare a crescita economica, più infrastrutture, migliori servizi e trasporti pubblici. Può anche favorire una maggiore eterogeneità tra i residenti di un quartiere, e le richieste della classe media per servizi migliori possono rivelarsi vantaggiose anche per le persone meno abbienti. Ma una volta superata questa fase di “stabilizzazione” la gentrificazione sembra inarrestabile, e l’area diventa progressivamente inaccessibile per molte persone.

Alla fine, ciò di cui si discute non è se città come Zurigo aderiscano al modello di una determinata teoria sulla gentrificazione o meno. L’importante è riconoscere il fenomeno come una forma di disuguaglianza sociale. La ciclicità della gentrificazione mette in discussione l’idea che si possa raggiungere una conclusione stabile, suggerendo invece un’evoluzione socio-economica permanente.

È quindi cruciale domandarsi in che direzione vogliamo andare. Senza una decisione consapevole da parte di governi e urbanisti, il rischio è diventare pedine nelle mani di giocatori più potenti. È già accaduto in molti centri urbani del mondo, dove l’attenzione si è spostata dal cercare di creare città migliori e più vivibili a lottare per far sì che l’offerta di alloggi economici sia riconosciuta come un diritto umano fondamentale.

Quartieri un tempo vivi e dinamici rischiano di svuotarsi, come è successo a Belgravia a Londra: qui il valore degli immobili è così alto che le case sono diventate solo beni di investimento – in pratica, una città senza persone.

Nell’immagine: “Sai qual è il primo segnale che ti fa capire che dovrai lasciare il tuo quartiere? È quando compaiono i negozi di abbigliamento vintage. Non c’è niente di peggio per un quartiere che dei poveri con stile”


Perché siamo alla fine della fine della storia

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Chissà se un giorno qualche storico del futuro ricorderà il 2024 come un anno cruciale per le sorti del pianeta. Di certo, per chi lo ha vissuto, è parso incarnare appieno i profondi cambiamenti in atto, almeno in Occidente. Basti pensare al numero di elezioni politiche che ha ospitato: tra i principali appuntamenti, si sono svolte consultazioni in Francia, Austria, Belgio, Stati Uniti, Giappone, oltre al rinnovo del Parlamento europeo. In gran parte delle tornate elettorali, si è registrato il successo, o comunque una significativa affermazione, dei partiti più radicali, situati agli estremi dello spettro politico, sia a destra che a sinistra. La crescita di AfD e del partito di Sahra Wagenknecht nei Länder tedeschi, i successi di Le Pen e Mélenchon in Francia, il trionfo di Donald Trump negli Stati Uniti sono solo alcuni degli esempi più eclatanti.

Risultati che, anziché indicare l’esistenza di una «internazionale sovranista», come qualcuno l’ha definita, sembrano piuttosto suggerire l’emergere di una «internazionale degli antagonisti», tenacemente contrapposti all’ordine politico-culturale finora esistente. A legare i suoi membri non è tanto un’ideologia economica o sociale — conservatrice o populista che sia — quanto il rifiuto di un modello che, nei fatti, appare oggi in crisi.

Uno spirito di rottura che cresce in maniera sempre più pervasiva, mostrando, come mai prima d’ora, una chiara volontà di cambiamento: per qualcuno positiva, per molti spaventosa. La paura non deriva solo dall’incertezza su come si comporteranno le nuove forze, ma da una crescente percezione che, da questi stravolgimenti, con tutta probabilità, non emergerà un assetto stabile e definito. O almeno non nel prossimo futuro. Una prospettiva più angosciosa della «semplice» fine di un’epoca: a traumatizzarci è ancor più la comprensione che stia venendo meno ciò che ci sembrava eterno e indistruttibile.

Un’idea che affonda le radici nel passato: nel suo saggio del 1992, La fine della Storia e l’ultimo uomo, Francis Fukuyama individuava nella caduta dell’Urss la conclusione di un lungo percorso storico, che per millenni aveva visto le diverse fazioni umane scontrarsi per il predominio del mondo, fino a ridursi a un solo vincitore: l’Occidente liberale. La tesi di Fukuyama suscitò subito obiezioni, ma rispecchiava l’ottimismo culturale appartenente a quell’epoca: eliminato il pericolo dell’autodistruzione nucleare, sembrava che stesse per aprirsi un’era di prosperità globale, garantita dai valori liberal-democratici. Certo, il processo non era completo: esistevano realtà in cui i benefici di questo nuovo corso non erano ancora arrivati, ma si credeva fermamente che, presto o tardi, tutti avrebbero raggiunto quella maturazione. L’errore non è stato sognare che ciò fosse possibile, ma addormentarsi nell’illusione che il modello si sarebbe auto-perpetuato come un eterno punto di riferimento per l’umanità. Nel nostro sonno, ci siamo dimenticati che i nostri ideali avevano prosperato grazie a un costante rinnovamento, spesso frutto della fatica e del confronto, talvolta cruento.

Le cose si sono presto complicate: le realtà che ritenevamo marginali si sono rivelate essere una parte cruciale del mondo. I popoli che immaginavamo avrebbero seguito il nostro esempio democratico avevano altri progetti. Così, quando questi attori hanno reclamato la nostra attenzione, ci siamo risvegliati bruscamente dal nostro sogno: «la fine della storia» era finita. Con il crollo di quell’utopia che credevamo eterna, ci troviamo oggi immersi in una condizione di disagio costante, acuita ogni giorno da una crescente incertezza. È sempre più evidente che non basteranno le «ricette tecniche» per superarla, né possiamo distogliere lo sguardo rifugiandoci nel negazionismo. Il percorso è ben più lungo e complesso, e richiederà tempo per essere compreso e affrontato in modo adeguato. Imparare anzitutto a convivere con questa condizione di scomoda precarietà è, dunque, oggi la sfida più urgente che richiede sensibilità e determinazione.

Dovrebbe essere proprio questa la prima e più importante funzione della politica: interpretare il momento storico e accompagnarci attraverso di esso. In un’epoca così ambigua, si tratta, tuttavia, di un compito estremamente difficile, e va riconosciuto. Aspettarsi dalle istituzioni risposte immediate e definitive sarebbe irragionevole e ingeneroso. Ciò che è giusto pretendere, invece, è la massima sincerità.

In una condizione così complessa, non è accettabile continuare a sostenere che tutto va bene, né tantomeno predicare ricette drastiche e risolutive, dimenticandosi del trauma e della fatica delle persone. Una leadership matura deve, prima di tutto, riconoscere questi sentimenti, nella consapevolezza che, anche se non è ancora il tempo della chiarezza, sarà già una conquista se si riuscirà a dare ascolto alla nostra angoscia.

Nell’immagine: Magdeburgo, dicembre 2024


Sergio Rossi – Miliardi e potere tecnologico e politico. Dove ci porta la filosofia di Elon Musk?

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Pessime prospettive

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 


Si può essere direttori di una scuola al 20%?

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

È una domanda a cui cercherò di rispondere sulla base della mia esperienza di direttore del Liceo cantonale di Lugano 2. Non conosco, se non per quanto diffuso dagli organi di stampa, il progetto preparato dal prof. Boas Erez per il nuovo Rettorato del Collegio Papio di Ascona, che prevede «una direzione collegiale con almeno 4 persone: una responsabile per le Medie, una per il Liceo, una per gli aspetti più legati alla religione e la quarta per l’amministrazione» («La Regione», 24 dicembre). Una proposta di direzione che ha trovato «il sostegno unanime del Consiglio di Fondazione (Cdf) del collegio asconese» presieduto da Filippo Lombardi, ma che è stata bocciata dall’Amministratore apostolico della diocesi di Lugano, Mons. Alain de Raemy, dopo aver «aver sentito il parere del Collegio dei Consultori e i risultati della consultazione avviata tra il corpo docenti del Papio». 

La notizia di per sé non dovrebbe lasciare insonne il Ticino, trattandosi di una vicenda che riguarda una scuola cattolica privata – frequentata da circa 300 allievi suddivisi tra scuola media e liceo -seppure di grande tradizione come il Collegio Papio di Ascona. Probabilmente essa ha avuto (e continua ad avere) una vasta eco per la prima delle due novità ivi contenute: quella legata alla scelta di proporre alla direzione del Papio il già rettore dell’Università della Svizzera italiana (USI), Boas Erez, un laico e primo subentrante in Consiglio di Stato alla socialista Marina Carobbio, direttrice del Decs. Certamente un candidato dal curriculum importante, che avrebbe portato «nuova linfa, contatti  e “Know-how” al Collegio, anche per quanto riguarda il passaggio degli allievi che terminano il liceo e si affacciano sul mondo accademico» («La Regione», 24 dicembre). 

A me non interessa sapere se il nuovo rettore del Papio sarà un laico (la prima novità); a me interessa spiegare (la seconda novità) perché non si può essere direttori di una scuola prestando solo il 20% del proprio tempo di lavoro, svolgendo contemporaneamente un’altra professione (nel caso specifico professore di matematica all’USI). La proposta del 20%  è suonata alle mie orecchie anche un poco offensiva e lesiva del lavoro che un preside è chiamato a svolgere. «La scuola non è un’azienda, ma è un luogo di formazione», ha detto la scrittrice Dacia Maraini; di conseguenza il direttore non deve garantire un profitto calcolabile in franchi, ma deve saper ascoltare insegnanti, studenti, genitori e personale con i quali collaborare al fine di edificare un luogo in cui tutti -quotidianamente – possano “imparare”.

La scuola, nel mio caso il liceo, oltre ad accompagnare gli allievi a conseguire la maturità, deve preparare i cittadini di domani; deve essere un luogo dove sia possibile liberare la curiosità intellettuale e lo spirito critico necessari per capire il mondo, e per  provare a modificarlo. Ma per poterlo fare occorre che il direttore sia presente in istituto, stia accanto agli insegnanti e agli allievi; egli è il primo responsabile del clima di lavoro che si crea nella scuola che dirige ed è il garante dello stesso. In un periodo difficile come il nostro, in cui le forme e i casi di disagio negli adolescenti continuano ad aumentare, per le famiglie il direttore è il referente importante del benessere dei loro figli studenti. 

Mi riusciva difficile essere direttore lavorando al 100%, mi è incomprensibile pensare di poterlo fare al 20%. Vero: nelle scuole pubbliche ticinesi accanto al direttore/direttrice operano uno o due vicedirettori/vicedirettrici e uno o due collaboratori/collaboratrici, che insieme formano la cosiddetta “direzione collegiale”, ma la responsabilità ultima rimane sempre del direttore/direttrice. Dirigere un istituto di formazione con un contratto di lavoro del 20% è per me, come detto, impossibile; lo sostiene anche il vescovo emerito Monsignor Pier Giacomo Grampa, che per tanti anni è stato direttore del Collegio Papio, un istituto che accoglie due ordini di scuola: media e liceo: «Permettetemi di non essere d’accordo. Penso di conoscere cosa voglia dire fare il rettore al Papio. Il candidato scelto, di grande valore e meritevole di ogni rispetto, potrà essere esperto e garante di un insegnamento di alto livello, ma per la formazione di ragazze/i di Scuola Media e Liceo occorre una presenza e una dedizione di tempo maggiore» (CdT, 24 ottobre).

Col 20% si può al massimo assolvere il compito di consulente, così come si è consulenti nei vari consigli di amministrazioni di aziende pubbliche e private. Forse dirigere un istituto privato? Certamente non una scuola pubblica, che non può essere assimilata in alcun modo ad una azienda in quanto non produce beni di consumo; e i direttori e le direttrici non possono né devono essere dei manager in visita all’istituto da loro diretto due mezze giornate settimanali.

Nell’immagine: il liceo di Lugano 2 (Savosa)


Media svizzeri: un cerotto che non risolve i problemi

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

Che lo scambio di informazioni renda possibile e arricchisca la formazione delle opinioni e che in questo senso i media, poiché diffondono osservazioni e analisi e creano spazi di discussione pubblica che permettono a tutti di partecipare alla vita sociale, culturale e politica siano fondamentali per mantenere in salute una democrazia (la nostra democrazia diretta in particolare), è un fatto che crediamo nessuno discuta; che i massa media in generale e la stampa scritta in particolare siano da tempo in crisi sia da un punto di vista finanziario che della loro credibilità pure.
E questo è un problema. Non tanto da un punto di vista quantitativo – crediamo che mai come oggi le persone siano state sommerse da così tanta informazione e che mai come oggi questa sia stata così facilmente accessibile – ma qualitativo. Di conseguenza è un problema di fiducia e autorevolezza, aspetti questi che caratterizzano e distinguono i prodotti mediatici da quelli di qualsiasi altro settore economico. In una democrazia insomma i media non solo alimentano la pluralità delle informazioni e delle opinioni, ma creano dei beni d’interesse pubblico che oggi paradossalmente hanno perso valore in modo inversamente proporzionale alla loro diffusione.

In più o meno tutti i paesi occidentali nel corso del tempo si è affermata una struttura simile – media privati sovvenzionati indirettamente e media pubblici o di servizio pubblico sovvenzionati direttamente o tramite la riscossione generalizzata di una tassa d’uso. In Svizzera, nazione in cui lo Stato è costituzionalmente tenuto a garantire la libertà di informazione (art. 16) e dei media (art. 17), abbiamo oggi la riduzione dei costi di distribuzione e dell’aliquota dell’IVA per giornali e periodici e la riscossione del canone radio-tv per le emittenti pubbliche e quelle private che rispondono a criteri di servizio pubblico; non ricevono per contro nulla i media digitali. Un quadro giuridico oggi manifestamente obsoleto e inadeguato.

Malgrado ciò le Camere federali, dopo la bocciatura popolare del nuovo articolo di legge sui media nel 2022, hanno deciso di mantenerlo inalterato, per lo meno per i prossimi sette anni. Un cerotto che non risolve alcun problema e che sa tanto di cura palliativa in attesa di cosa non si sa, ché è ben difficile immaginarsi o un’inversione di tendenza o che in un periodo così breve gli editori riescano laddove in tre decenni non sono riusciti, ossia trovare un nuovo modello di business che permetta loro sia di sostenersi economicamente in modo autonomo che di assicurare (non sia mai, aumentare) quegli aspetti qualitativi che come abbiamo visto sono non solo connotati ai suoi prodotti, ma ne costituiscono l’essenza stessa.

In questo senso mal si comprende l’inerzia di fronte all’evidente collasso che sta vivendo il sistema: non il tentativo di un cambiamento, ma il puro e semplice perpetuare del fallimentare statu quo. Così facendo la politica sta condannando la Svizzera nella migliore delle ipotesi a un incessante depauperamento del panorama mediatico, con una sempre maggiore concentrazione delle testate nei grandi gruppi e una sopravvivenza di piccolo cabotaggio delle poche indipendenti che riusciranno a sopravvivere, nella peggiore a una sua pressoché totale estinzione, che in un contesto di digitalizzazione crescente l’iperregionalizzato mercato elvetico conta meno di nulla.

Eppure non è che la politica non abbia le conoscenze per elaborare decisioni anche coraggiose e innovative. Oltre a sindacati e associazioni professionali, che sin dagli anni ’90 hanno osservato con attenzione questa evoluzione, messo in guardia dai pericoli poi puntualmente verificatisi e proposto soluzioni, da circa 20 anni esiste la Commissione federale dei media (COFEM), che ha sfornato con regolarità rapporti e analisi. Non sappiamo quanto letti e analizzati, visto quanto (non) successo e gli attuali risultati.

Eppure quanto s’ha da fare è noto da tempo: se nel 2011 in un suo rapporto il Consiglio federale si mostrava ancora attendista confidando nella capacità dei media di autoregolarsi ed evolversi (sic!), già tre anni dopo la COFEM non aveva dubbi, affermando che “un sostegno ai media che si fondi sulla conservazione delle strutture e delle offerte esistenti sarebbe sbagliato, così come è obsoleto privilegiare soltanto alcune tipologie di mezzo di comunicazione” e proponendo di conseguenza alcune linee di intervento e sviluppo. 

In sintesi: o si cambia, o si muore. Basta esserne consapevoli. Peccato che dopo dieci anni siamo ancora lì.

Nell’immagine: il panorama mediatico svizzero


Il ritorno delle disdette-vendita

La sfida che con questo arresto l’Iran ha deciso di porre al nostro Paese impone al governo un obbligo di competenza, equilibrio, serietà e intelligenza non ordinari 

L’argomento era già stato sollevato un mese fa da laRegione, ma leggendo le due pagine che La Domenica dell’8 dicembre dedica al mercato dell’alloggio e, in particolare, le considerazioni dell’esperto Edoardo Slerca, mi sono chiesto se non c’è un ritorno al passato. 

Come scrissi già nel 2021 in un articolo sul settimanale Azione [riportato sotto, ndr] “Negli anni ’80 il Ticino divenne terra di speculazione per molti investitori d’Oltralpe. Lacune fiscali permettevano la vendita di uno stesso fondo più volte in poco tempo, con lauti profitti. I prezzi dei beni immobiliari crescevano fortemente. Le cosiddette “disdette-vendita” portarono alla “ristrutturazione” di molti stabili, gonfiando ulteriormente la domanda nel settore delle costruzioni e mettendo inoltre in difficoltà non poche famiglie, attanagliate dal dilemma tra “comperare o lasciare l’abitazione”.

“La tensione sul mercato immobiliare fu tale da indurre il Consiglio federale a emanare, nel 1989, una serie di decreti urgenti* volti a frenare la domanda e combattere la speculazione. Il mercato crollò bruscamente e il valore delle compravendite si dimezzò nell’arco di un anno. Famiglie e imprenditori si trovarono nell’impossibilità di pagare dei tassi di interesse così elevati. Le banche si videro obbligate ad acquistare sottoprezzo gli immobili dei loro creditori, messi all’asta, evitando così il tracollo completo del mercato; persero svariati milioni e si ritrovarono a dover gestire un parco immobili consistente, senza averne le competenze. Gli imprenditori che riuscirono a sopravvivere, dovettero comunque portare a termine i lavori iniziati, riversando sul mercato numerose abitazioni e superfici industriali e commerciali, oramai non più richieste. Lo sfitto aumentò considerevolmente”.

La situazione attuale, descritta nel domenicale, sembrerebbe ricalcare la stessa dinamica vissuta negli anni ’80. I grandi investitori istituzionali stanno ringiovanendo il loro parco immobiliare in Ticino e alienando gli immobili più vetusti. Si tratta di immobili costruiti negli anni ’60-’80. I grossi investitori, che in genere hanno sede oltre Gottardo, dovrebbero affrontare spese consistenti per la ristrutturazione e preferiscono venderli anche a prezzi molto bassi. A rilevare questi fondi sono operatori nuovi, che devono sottostare a meno regole, dice Slerca, e spesso li rivendono immediatamente. Oppure investono nel rinnovamento e li trasformano in proprietà per piani, mettendo gli inquilini di fronte all’alternativa di comperare o trasferirsi altrove, innescando la dinamica delle disdette-vendita degli anni ’80, con tutte le eventuali conseguenze, non da ultimo un probabile aumento dello sfitto.

L’attuale situazione potrebbe costituire per i comuni un’ottima opportunità per investire in abitazioni a pigione moderata o in cooperative di pubblica utilità. Probabilmente le tensioni legate al pareggio di bilancio non permettono visioni a medio/lungo termine. Peccato.

* ) Si trattava di 3 decreti urgenti, della durata di 5 anni, che stabilivano rispettivamente il divieto temporaneo della vendita di fondi non agricoli prima di 5 anni dall’acquisizione, il limite d’aggravio ipotecario (80%) e delle prescrizioni in materia di investimento degli istituti di previdenza, stabilendo al 30% il limite del patrimonio complessivo da investire in fondi in Svizzera.


L’intervento di cui sopra cita lo studio sul mercato immobiliare che lo stesso autore aveva realizzato tre anni fa per il settimanale Azione. Ve lo riproponiamo, dato l’interesse del tema [ndr].

Il mercato immobiliare tra decrescita demografica e boom dell’edilizia abitativa

La popolazione del Cantone Ticino da qualche anno diminuisce mentre l’offerta di abitazioni sembra in continua espansione se si considerano i numerosi cantieri aperti (pandemia permettendo) e le innumerevoli modine disseminate su tutto il territorio. La situazione suscita preoccupazione, visto l’aumento dello sfitto in questi ultimi anni. Prima di trarre conclusioni affrettate, ci sembra opportuno analizzare sul lungo termine le caratteristiche del comparto abitativo, un comparto che ha dinamiche particolari, tenendo conto inoltre delle specificità del nostro cantone, terra di frontiera, ma anche territorio ambito da chi, vivendo Oltre Gottardo, subisce il fascino del sole del Ticino.

Non è la prima volta che viviamo una situazione di forte squilibrio tra domanda e offerta di abitazioni. Ad esempio, negli anni ’90 abbiamo vissuto una situazione analoga, ma con cause diverse. Abbiamo quindi ripercorso l’evoluzione del settore a partire dagli anni 50, riassunta sinteticamente nella figura 1, attingendo ai contributi realizzati a suo tempo per la rivista Tutto Casa1.

Dal boom al surriscaldamento

La forte immigrazione del dopoguerra e il successivo sviluppo demografico degli autoctoni (baby boom), provocarono un forte aumento della domanda di abitazioni primarie. La penuria di alloggi indusse lo Stato, fin dagli anni ’70, a intervenire in favore delle famiglie (alloggi sussidiati, crediti agevolati). Parallelamente, anche la richiesta di residenze secondarie si sviluppò fortemente, vuoi da parte di“confederati”, in particolare in seguito all’apertura del tunnel autostradale del Gottardo, vuoi da cittadini germanici che beneficiavano, all’epoca, di agevolazioni fiscali per investimenti all’estero dal loro paese. Il settore delle costruzioni, fortemente sollecitato anche dal fabbisogno di nuove scuole, di ospedali, di infrastrutture legate ai trasporti o alla depurazione, dalla costruzione di stabili industriali e amministrativi, di banche e capannoni, si sviluppò come non mai. Si ricorse massicciamente alla manodopera stagionale e frontaliera, le imprese di costruzione crescevano come funghi, a volte con strutture precarie. Le banche accordavano crediti ipotecari senza analisi approfondite sulla liquidità dei clienti, elargendo somme anche superiori al valore reale dell’immobile. I tassi ipotecari raggiunsero livelli mai visti, senza per questo frenare la domanda. Negli anni ’80 il Ticino divenne terra di speculazione per molti investitori d’Oltr’Alpe. Lacune fiscali permettevano la vendita di uno stesso fondo più volte in poco tempo, con lauti profitti. I prezzi dei beni immobiliari crescevano fortemente. Le cosiddette “disdette-vendita” portarono alla“ristrutturazione” di molti stabili, gonfiando ulteriormente la domanda nel settore delle costruzioni e mettendo inoltre in difficoltà non poche famiglie, attanagliate dal dilemma tra “comperare o lasciare l’abitazione”.

Il crollo del mercato

La tensione sul mercato immobiliare fu tale da indurre il Consiglio federale a emanare, nel 1989 , una serie di decreti urgenti2 volti a frenare la domanda e combattere la speculazione. Il mercato crollò bruscamente e il valore delle compravendite si dimezzò nell’arco di un anno. Famiglie e imprenditori si trovarono nell’impossibilità di pagare dei tassi di interesse così elevati. Le banche si videro obbligate ad acquistare sottoprezzo gli immobili dei loro creditori, messi all’asta, evitando così il tracollo completo del mercato; persero svariati milioni e si ritrovarono a dover gestire un parco immobili consistente, senza averne le competenze. Gli imprenditori che riuscirono a sopravvivere, dovettero comunque portare a termine i lavori iniziati, riversando sul mercato numerose abitazioni e superfici industriali e commerciali, oramai non più richieste. Lo sfitto aumentò considerevolmente. Nella sola Chiasso, per limitarsi all’esempio più eclatante, un’abitazione su dieci era vuota, nel 1997 e ben 18.000 mq di superficie industriale e commerciale erano sfitti.

La ripresa

Per quasi un decennio il mercato stagnò. Malgrado il basso livello dei tassi ipotecari la domanda rimase a livelli modesti. Gli imprenditori dovevano eliminare le eccedenze prima di ampliare l’offerta. È solo a partire dal 2000 che la fiducia nel mattone torna a manifestarsi. Lo sfitto è stato riassorbito. Le banche propongono ipoteche fisse a condizioni sempre più interessanti. La clientela è accuratamente selezionata, per evitare i rischi del passato. Dal 2000 in poi, sia l’attività nel comparto residenziale sia l’acquisto di fondi immobiliari ha ripreso vigore. È solamente in questi ultimi anni che, dapprima il numero, poi anche il valore delle transazioni immobiliari ha iniziato nuovamente a diminuire.

Le recenti caratteristiche del mercato immobiliare

Nell’ultimo decennio la struttura del mercato immobiliare è mutata profondamente (vedi figura 2). L’importanza dei fondi non edificati, sempre più rari, è diminuita sensibilmente. È invece emersa una nuova realtà, molto presente nelle provincie italiane confinanti, ma che faticava finora ad attecchire in Ticino: l’interesse per il condominio. Il numero di proprietà per piani (PPP), dopo avere toccato le 2’500 unità a metà degli anni 2000, si è stabilizzato attualmente attorno alle 2’000 unità. Il loro valore rappresenta oramai il 50% di tutto il mercato immobiliare. Questa tendenza si contrappone a quella registrata nei decenni precedenti, caratterizzati da uno sviluppo dell’interesse per la casa monofamiliare, come si può desumere dalla figura 3.

Per quanto riguarda in particolare il comparto abitativo, rispetto alla situazione degli anni ’90, le condizioni sono sostanzialmente diverse. Stiamo vivendo un decennio con tassi di interesse ipotecari molto bassi. Contemporaneamente il rendimento dei depositi bancari è pure basso. L’investimento nel mattone acquista sempre più interesse e ciò spiega il forte aumento del numero di nuove abitazioni registrato negli ultimi quindici anni, tanto più che la crescita demografica è proseguita, in modo sostenuto, fino al 2016 permettendo di assorbire l’offerta di abitazioni. L’improvviso rovesciamento di tendenza demografica ha preso alla sprovvista un po’ tutti, in particolare gli impresari attivi nel comparto abitativo.

Non è facile per un impresario anticipare i bisogni di nuove abitazioni, in particolare in un momento di cambiamento della struttura della domanda. Inoltre l’impatto di determinate realizzazioni, come l’AlpTransit compresa l’apertura del Ceneri, con ripercussioni sugli insediamenti nell’intero territorio, va previsto con largo anticipo. La realizzazione di nuovi quartieri implica tempi lunghi e, anche quando ci si rende conto che le aspettative non collimano con la realtà, i cantieri aperti non possono fermarsi. È quindi inevitabile che, in determinati momenti, domanda e offerta di abitazioni non coincidano e necessitino di un lasso di tempo di adattamento alla nuova situazione.

Le esperienze precedenti ci hanno però mostrato che, anche in situazioni più complesse e delicate, l’edilizia abitativa sa reagire. Ha però bisogno di tempo.

Una prima reazione si percepisce nel calo dell’offerta di abitazioni negli ultimi anni (figura 3). Anche guardando le autorizzazioni a costruire nuove abitazioni e le domande di costruzione di nuove abitazioni (figura 4), si vede che il mercato sta reagendo di fronte all’aumento dello sfitto. È però probabile che se le domande di costruzione di nuove abitazioni possono essere congelate, le autorizzazioni già concesse, probabilmente già in cantiere, aggraveranno ulteriormente lo sfitto.

Alloggi vuoti in continuo aumento già dal 2014

Malgrado la recente riduzione, sia pur modesta, dell’offerta di abitazioni, il numero degli alloggi vuoti e il relativo tasso (figura 5) ha continuato a salire negli ultimi anni. Negli anni ’70 la situazione era ben più grave. Il tasso di abitazioni vuote superava il 4,5%, mentre oggi è quasi di due punti percentuali inferiore (2,71%). Ciononostante, la situazione sembra destinata a peggiorare e già oggi la percentuale di sfitto è superiore a quella registrata durante la crisi degli anni ’90.

Come si vede bene nella figura 5, dopo qualche anno la tensione cala, il mercato reagisce e lo sfitto si riporta su valori normali, cioè quella percentuale di abitazioni vuote (attorno all’1%) necessaria al corretto funzionamento del mercato abitativo, evitando una pressione eccessiva sui prezzi.

L’attuale situazione non è però di facile gestione, poiché stiamo assistendo contemporaneamente a cambiamenti importanti su vari fronti. Il calo demografico proseguirà, come prevedono gli scenari federali? Se sì, quale impatto avrà sul territorio, tenuto conto degli importanti investimenti che stanno facendo le principali Città per rendere attrattivo il loro territorio?
Quale sarà l’impatto sul Cantone delle nuove trasversali alpine?

Non va inoltre dimenticato che il calo demografico non ha un impatto analogo sull’intero territorio cantonale. Oltretutto, all’interno del cantone ci sono flussi migratori che favoriscono certe regioni a scapito di altre. È il caso del Luganese, che perde abitanti a favore del Bellinzonese, unica regione a non avere registrato un calo recente della popolazione. Ciononostante il Bellinzonese, sia come il distretto, sia come la città di Bellinzona, ha un tasso di sfitto superiore (figura 6). È possibile che le aspettative di sviluppo per questo territorio, legate ad AlpTransit, siano state eccessive? Solo il tempo ce lo dirà. Nella figura 6 abbiamo riportato il tasso di abitazioni vuote per alcune regioni geografiche significative.

Come già riscontrato nella crisi degli anni ’90, è il Mendrisiotto la regione con il tasso di abitazioni vuote più alto. Numerosi comuni del distretto hanno dei tassi elevati, in primis Chiasso. Probabilmente il fatto di essere in prossimità della frontiera gioca un ruolo importante.

Segue il Bellinzonese, con un tasso di sfitto superiore agli altri distretti, come pure alle altre agglomerazioni. La Città di Bellinzona ha un tasso di sfitto del 3,6%, analogo a quello di Locarno, ma superiore a Lugano (3,2%).

La scelta dei comuni è stata fatta in relazione ai tassi elevati di sfitto nel distretto in questione. Il grafico ci mostra come lo sfitto caratterizzi un po’ tutti i comuni del Mendrisiotto. Nel distretto di Lugano, malgrado complessivamente lo sfitto sia relativamente contenuto, numerosi comuni registrano percentuali elevate, in zone ben distinte (Collina D’Oro). La situazione dei distretti di Locarno e Bellinzona è invece relativamente omogenea. Non troviamo comuni con uno sfitto elevato. Mentre nel distretto di Leventina, Bodio registra un tasso elevato (6,7%).

Per chi conosce le specifiche realtà menzionate, converrà che le cause non sono uniformi. Al calo demografico si sovrappongono situazioni specifiche, da approfondire singolarmente.

E il futuro?

L’analisi sul lungo periodo ci ha mostrato che, malgrado le situazioni difficili nelle quali si è trovato il mercato immobiliare del comparto abitativo, è sempre riuscito a risollevarsi e rispondere adeguatamente alle esigenze. L’attuale situazione è particolarmente complessa, poiché interagiscono contemporaneamente numerosi fattori. Il calo demografico ne è uno, ma anche le migrazioni interne al cantone vanno tenute in considerazione. Vi è poi l’impatto di AlpTransit, tutto ancora da valutare, al quale si aggiungono i grossi progetti delle Città tuttora allo studio e che mirano alla cosiddetta Città Ticino. A tutto questo, si aggiunge l’incertezza legata alla pandemia in corso, che potrebbe modificare profondamente i comportamenti individuali e le esigenze di spazio futuri, sia a carattere abitativo che lavorativo. Le sfide non mancano, ne siamo consapevoli. È già qualcosa.

1 Elio Venturelli, Il mercato immobiliare ticinese, Tutto Casa N.1, 2008
Elio Venturelli, Ancora basso lo sfitto: difficile trovare casa in Ticino, Tutto Casa N.3, 2008
2 Si trattava di 3 decreti urgenti, della durata di 5 anni, che stabilivano rispettivamente il divieto temporaneo della vendita di fondi non agricoli prima di 5 anni dall’acquisizione, il limite d’aggravio ipotecario (80%) e delle prescrizioni in materia di investimento degli istituti di previdenza, stabilendo al 30% il limite del patrimonio complessivo da investire in fondi in Svizzera.