Il presepe, il bue e l’asinello

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Il bue e l’asinello: si può immaginare un presepe senza loro, accanto a Gesù appena nato, alla madre Maria e al padre Giuseppe? Come non potevano essere lì?

Fu Francesco d’Assisi a trovare il posto che spettava loro, 1.123 anni dopo, ripresentando dal vivo quell’avvenimento povero e misterioso, immaginando solo il coro glorioso degli angeli scesi dal cielo, creando il presepe.

E come non avere una predilezione per quell’asinello, collocato lì, povero, umile, mansueto, rispettoso, tutto muso occhi e orecchi tesi sul Bambin Gesù? Sembrava che lui, forse più degli altri, meritava particolare attenzione da quel misterioso pargolo. Anche perché sarebbe spettato a lui, poco dopo – quando Giuseppe venne avvertito in sogno da un angelo che Erode voleva uccidere il bambino e doveva fuggire subito verso l’Egitto – portare in salvo, sul dorso e per lungo faticoso cammino, la fragile puerpera Maria e il prodigioso neonato. Se poi abbiamo avuto Cristo e il Cristianesimo lo dobbiamo quindi anche un poco a quell’umile asinello.

Due marcatori storici

Del bue e dell’asinello non c’è però menzione da nessuna parte nei testi canonici della Bibbia. Lo sappiamo solo dalla tradizione. C’è allora chi spiega o interpreta che l’uno e l’altro sono stati inseriti perché rappresentano “due marcatori storici: il bue che rappresenta l’Impero romano, che con la sua forza sottometteva; l’asinello, che invece rappresenta il popolo, vessato dai Romani e dalle loro tasse”. E dev’essere tanto vero, considerato che l’uno e l’altro appaiono di molto anteriori al primo presepio, quello di San Francesco a Greccio: sono infatti già presenti in alcuni sarcofagi dei primissimi secoli dopo Cristo (v. il saggista e divulgatore Emmanuele Macaluso nel libro ”Viaggio nel presepe – 1223-2023: 800 anni dal presepe di Greccio a oggi”, pubblicato da D’Idee)

Quanto a dire che il potere, l’ingiustizia, la sopraffazione, l’oppressione e la voce della coscienza da un lato e il dovere morale, la responsabilità, la pazienza ed anche la rassegnazione d‘altro lato, erano già convocati attorno a quell’evento che avrebbe separato non solo i secoli in un prima e in un dopo l’avvento del “dulce natum”, del dolce nato (come continueranno e continuano a celebrare e cantare i cristiani).

Il valore e la strage degli asini

Si calcola che la popolazione mondiale di asini ammonterebbe a circa 53 milioni di individui.

In Brasile dal 2018 circa 38.600 asini sono ammazzati in media ogni anno, con una riduzione della popolazione di asini del 60 per cento tra il 2018 e il 2024. tanto da ritenere che la specie è ormai in via di estinzione. Eppure un tempo in Brasile gli asini erano ritenuti come dei “fratelli”, stando almeno alla tradizionale canzone “Apologia Ao Jumento” (Scuse all’asino). Il Brasile dal 2016 ha autorizzato la macellazione sistematica degli asini per esportarne la pelle in Cina.

Il Brasile non è però l’unico caso. Secondo un’inchiesta della rivista economica “The Economist” e dell’associazione “Donkey Sanctuary”, ogni anno sono abbattuti 5,9 milioni di asini per esportarne la pelle in Cina. Severe restrizioni o proibizioni per questo genere di esportazioni sono state adottate recentemente dalla Colombia, dalla Spagna, dall’Africa del Sud, dal Kenya, dal Botswana.

L’effetto diretto di quel commercio era stato l’aumento del prezzo di compravendita degli animali, diventato elevatissimo, sino del 300 per cento del valore originario. Insostenibile per le economie locali.

Un traffico di asini è stato smantellato persino tra Israele, Gaza ed Egitto, con la carne consumata in Egitto e la pelle inviata in Cina. Ne sono stati salvati 200, che hanno trovato rifugio in Francia, a Tanière presso Chartres (un salvataggio che è costato 300 mila euro. secondo le informazioni di “Franceinfo”).

Il miracolo della gelatina

Che ne fa la Cina della pelle d’asino? Ne fa una gelatina, chiamata Ejiao, una sorta di medicina richiestissima per le sue proprietà “miracolose”. Essa permetterebbe di rimanere giovani e in buona salute, curerebbe l’anemia e l’insonnia, migliora notevolmente le prestazioni sessuali, è rimedio contro l’infertilità. È anche utilizzata come integratore alimentare, come crema di bellezza, come ingrediente in torte e caramelle.

Per far fronte alla domanda crescente di questa gelatina,  la Cina utilizza ogni anno 5 milioni di pelli d’asino. Una decimazione della popolazione mondiale di asini. Il prezzo sul mercato interno cinese della gelatina di pelle d’asino è di 780 dollari il chilogrammo. Il mercato dell’Ejaio, accessibile a tutti e furoreggiante grazie a Internet, è esponenziale: è passato da 3.2 miliardi di dollari a 7.8 miliardi in neppure cinque anni. Il profitto netto di chi lo produce è aumentato quest’anno del 77.1 per cento.

Post Christum Natum

Divaghiamo un poco, ma non troppo, attorno al presepe. Di che cosa sono “marcatori storici” attualmente il bue e l’asinello?

Il bue si è trasformato nella gigantesca statua di bronzo di un toro che carica: simbolo di potenza, aggressività e perseveranza dell’economia e della finanza in quel presepe quotidiano del capitalismo che è Wall Street, dove riescono a quotarsi anche l’immaginazione e la strapotenza cinesi.

L’asinello (assunto da tempo come loro simbolo dai democratici americani) è diventato, con il commercio e il profitto che si fa sulla sua pelle e la ricerca nella sua pelle di chi sa quale forza e salvezza, un marchio o simbolo superlativi della avidità e della scempiaggine e della perdizione umana. E per di più: MMXXV PCN (2025 Post Christum natum).

Nell’immagine: Fuga in Egitto. Bassorilievo romanico in marmo policromo. Interno del Battistero del duomo di Parma. Benedetto Antelami e allievi di bottega. 


La capanna in Palestina

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 


Giubileo, il Papa ha aperto la porta santa: “Alziamo la voce, la speranza non è quieto vivere”

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Di Iacopo Scaramuzzi, La Repubblica

ROMA – “Haec porta Domini…”, è questa la porta del Signore: seguendo l’antico rito cadenzato dalle formule in latino papa Francesco ha aperto la porta santa di San Pietro, questa sera, dando così avvio al giubileo della speranza, che si concluderà il sei gennaio del 2026. Ai cristiani, ha detto, è chiesto di essere “pellegrini di luce nelle tenebre del mondo”.

“Chiesa testimone di pace”

Preceduto dalle letture dell’antico e del nuovo Testamento, Jorge Mario Bergoglio è giunto in carrozzina nell’atrio della basilica vaticana. “Fratelli e sorelle”, ha scandito, “nel Natale del Signore, luce da luce, speranza inestinguibile, ci prepariamo a varcare con fede la porta santa. I passi del nostro cammino sono i passi di tutta la Chiesa, pellegrina nel mondo e testimone di pace”.

“I bambini mitragliati”

Bisogna “ritrovare la speranza perduta, rinnovarla dentro di noi, seminarla nelle desolazioni del nostro tempo e del nostro mondo, e ce ne sono tante: pensiamo alle guerre, ai bambini mitragliati, alle bombe sulle scuole e gli ospedali”. Così papa Francesco nella omelia della vigilia di Natale. Nei giorni scorsi Francesco ha usato queste parole per ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza.

La speranza non è quieto vivere

La speranza, tema del Giubileo 2025, “non tollera l’indolenza del sedentario e la pigrizia di chi si è sistemato nelle proprie comodità”, dice il Papa nell’omelia. “Non ammette la falsa prudenza di chi non si sbilancia per paura di compromettersi e il calcolo di chi pensa solo a sé stesso; è incompatibile col quieto vivere di chi non alza la voce contro il male e contro le ingiustizie consumate sulla pelle dei più poveri”. Poi aggiunge che la speranza cristiana “esige da noi l’audacia di anticipare oggi questa promessa, attraverso la nostra responsabilità e la nostra compassione”.

La porta aperta

Papa Francesco ha aperto la porta santa di San Pietro, dando così avvio al giubileo che terminerà il sei gennaio del 2026. Dopo le preghiere iniziali, il Papa si è assentato brevemente per poi tornare nell’atrio della basilica e ha raggiunto in carrozzina, tramite una pedana, la porta santa, sulle note intonate in latino dal coro: “Haec porta Domini…”, è questa la porta del Signore, entro nella tua casa signore, mi prostro verso il tuo tempio santo, apritemi le porte della giustizia, vi entrerò per ringraziare il Signore.

Dopo alcuni secondi in silenzio, sempre in carrozzina, dinanzi alla porta santa, il Papa si è protesto verso la porta, sfiorandola, e la porta santa, grazie a due addetti dentro la basilica, si è è aperta dinanzi a lui. Subito dopo le campane della basilica vaticana hanno iniziato a suonare in segno di festa. Dietro il Pontefice hanno fatto l’ingresso in basilica i ministri, alcuni fedeli provenienti dai cinque continenti, dall’Iran alla Nigeria fino alla Cina, e alcuni concelebranti, e la processione si è incamminata verso l’altare della Confessione. Alla messa partecipano la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Carceri, guerre, povertà

“Fratelli e sorelle”, ha detto Francesco nell’omelia, “con l’apertura della Porta Santa abbiamo dato inizio a un nuovo Giubileo: ciascuno di noi può entrare nel mistero di questo annuncio di grazia. Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo; questa è la notte in cui Dio dice a ciascuno: c’è speranza anche per te”, ha detto il Papa rivolto a un immaginario fedele.

“A noi discepoli del Signore”; ha detto Bergoglio – è chiesto di ritrovare in lui la nostra speranza più grande, per poi portarla senza ritardi, come – ha sottolineato il Papa – pellegrini di luce nelle tenebre del mondo. Fratelli e sorelle, questo è il Giubileo, questo è il tempo della speranza! Esso ci invita a riscoprire la gioia dell’incontro con il Signore, ci chiama al rinnovamento spirituale e ci impegna nella trasformazione del mondo, perché questo diventi davvero un tempo giubilare: lo diventi – ha detto il Papa – per la nostra madre Terra, deturpata dalla logica del profitto; lo diventi per i Paesi più poveri, gravati da debiti ingiusti; lo diventi per tutti coloro che sono prigionieri di vecchie e nuove schiavitù”.

“A noi, tutti, il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta: dove la vita è ferita, nelle attese tradite, nei sogni infranti, nei fallimenti che frantumano il cuore; nella stanchezza di chi non ce la fa più, nella solitudine amara di chi si sente sconfitto, nella sofferenza che scava l’anima; nei giorni lunghi e vuoti dei carcerati, nelle stanze strette e fredde dei poveri, nei luoghi profanati dalla guerra e dalla violenza. Il Giubileo si apre – ha detto il Pontefice argentino – perché a tutti sia donata la speranza del Vangelo, la speranza dell’amore, la speranza del perdono”.

Le altre porte

Oltre a quella di San Pietro, la prima ad essere aperta, nei prossimi giorni Francesco in persona aprirà una porta santa nel carcere romano di Rebibbia (26 dicembre), e saranno poi aperte le porte santa delle altre tre basiliche papali maggiori, San Giovanni in Laterano (29 dicembre), Santa Maria Maggiore (primo gennaio) e San Paolo fuori le Mura (cinque gennaio). Per “lucrare l’indulgenza” in occasione del Giubileo i fedeli potranno solcare anche le porte sante delle tre delle tre basiliche della Terra Santa – il Santo Sepolcro in Gerusalemme, la Natività in Betlemme, l’Annunciazione in Nazareth – e il Papa ha concesso ai vescovi di tutto il mondo di aprire una porta santa nella propria cattedrale o in altre chiese e santuari che ritenga adatti alle esigenze dei fedeli.

Il prete apprezzato da Fidel

Nella sua omelia il Papa ha insistito sulla urgenza di testimoniare al mondo la speranza cristiana, che, ha puntualizzato, “non è un lieto fine da attendere passivamente: è la promessa del Signore da accogliere qui e ora, in questa terra che soffre e che geme. Essa ci chiede perciò di non indugiare, di non trascinarci nelle abitudini, di non sostare nelle mediocrità e nella pigrizia; ci chiede – direbbe Sant’Agostino – di sdegnarci per le cose che non vanno e avere il coraggio di cambiarle; ci chiede di farci pellegrini alla ricerca della verità, sognatori mai stanchi, donne e uomini che si lasciano inquietare dal sogno di Dio, il sogno di un mondo nuovo, dove regnano la pace e la giustizia”.

Bergoglio ha citato don Alessandro Pronzato, sacerdote defunto che ha sempre apprezzato (regalò i suoi libri a Fidel Castro quando gli fece visita a Cuba nel 2015), “un bravo prete scrittore” che così pregava per il Santo Natale: “Signore, Ti chiedo qualche tormento, qualche inquietudine, qualche rimorso”.

Mattoni, calcinacci e battenti

L’apertura della Porta Santa è il segno del passaggio salvifico aperto da Cristo con la sua incarnazione, morte e risurrezione, chiamando tutti a riconciliarsi con Dio e con il prossimo. L’adozione di una porta santa è attribuita al papa Martino V che, per il giubileo straordinario del 1423, l’aprì per accedere alla basilica di San Giovanni in Laterano. Risale invece al giubileo del 1450 l’apertura della porta santa a San Pietro. Dopo che, aprendo la porta santa per il giubileo del 1975 papa Paolo VI rischiò di essere colpito dai calcinacci, si rinunciò al muro di mattoni sino ad allora invalso verso l’esterno (un muro viene eretto all’interno della basilica alla fine del giubileo e tirato giù con una recognitio alcuni giorni prima dell’anno santo) e dal 1983 il rito fu sostituito con l’apertura dei due battenti della porta di bronzo.

Il Papa conclude la messa

Papa Francesco ha concluso attorno alle 21 la messa della vigilia di Natale a San Pietro, iniziata alle 19 con l’apertura della porta santa che ha marcato l’avvio del giubileo. Domani, Natale, a mezzogiorno Francesco impartisce la benedizione “urbi et orbi” dal loggione centrale di San Pietro, tradizionale occasione per un giro d’orizzonte geopolitico sulla situazione del mondo attuale.

Nell’immagine: il Papa apre la porta santa


Il vero Soros è Elon Musk

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Di Michele Serra, La Repubblica

Dopo lunghi anni nei quali ci hanno spiegato che il miliardario Soros tramava nell’ombra e spendeva un sacco di soldi per la “sostituzione etnica” (non si capiva bene come e perché; ma così dicevano), ecco finalmente un miliardario che non trama un bel nulla: finanzia alla luce del sole, e in grande allegria, i movimenti fascisti di mezzo mondo.

È Elon Musk. Ha anche comperato migliaia di voti di povera gente alle recenti elezioni americane, attraverso una lotteria farlocca, un po’ come Achille Lauro (non il rapper, l’armatore) quando regalava alla plebe napoletana una sola scarpa, garantendo la seconda scarpa solo a elezione avvenuta. A me sembra il classico nemico pubblico, uno che rovescia il tavolo dello scontro politico versandoci sopra una montagna di miliardi: un corruttore della Polis. E avendo, da singola persona, il bilancio di uno Stato, presto vorrà trattare direttamente con gli Stati (magari batterà moneta in proprio e avrà bandiera, inno e un Parlamento personale formato da una schiera di suoi dipendenti, che approveranno per acclamazione la conquista di Marte e la fondazione dell’Impero Galattico).

Musk è precisamente il contrario della democrazia. È la demagogia dal punto di vista comunicativo; l’autocrazia dal punto di vista pragmatico. La quintessenza della nuova destra populista: una distribuzione di potere, e di ricchezza, da ancien régime, e una facciata da convention tutta baci e abbracci, in maglietta e sneakers. Logico che la destra lo adori. Non è solo il loro finanziatore, è anche il loro leader più rappresentativo e coerente.


Boas Erez – La mancata nomina alla guida del Papio

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 


Scuola e censura: diciamo le cose fino in fondo

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Ho letto, come molti altri, alcuni recenti articoli pubblicati su Naufraghi che raccontano di un atto censorio avvenuto nella scuola ticinese.

In particolare, il contributo di Stefano Barelli descrive come una sua proposta di testo, destinata agli studenti di età compresa tra i 18 e i 20 anni per un esame scritto di maturità specializzata della Scuola cantonale d’arte (SCA, ex Liceo artistico), sia stata respinta da un’autorità di vigilanza non meglio specificata. Degne di nota sono anche le brevi osservazioni introduttive di  Aurelio Sargenti, che ha avuto il merito di proporre ai lettori e alle lettrici di Naufraghi l’articolo di Barelli. Altrettanto preziose sono le riflessioni di Fabio Camponovo, il quale, muovendo da considerazioni più generali, ha sollevato importanti interrogativi sulla politica educativa perseguita dal DECS negli ultimi quindici anni e sui presupposti che hanno portato a questo intervento censorio.

Le considerazioni espresse in questi tre contributi sono non solo condivisibili ma meriterebbero ulteriori approfondimenti. Tuttavia, su questa vicenda grava un “non detto” che sembra connaturato alla politica del nostro Cantone. Si tratta di quell’ipocrisia tipica del mondo politico cantonale, che si manifesta nello scarto tra le dichiarazioni pubbliche e quanto accade, diciamo così, dietro le quinte, nella pratica politica quotidiana. In particolare, c’è una forte reticenza a contestare i comportamenti o le affermazioni delle persone, liquidando tali critiche come “attacchi personali”, quando invece è il contenuto di quanto esse dicono, fanno o rappresentano a dover essere messo in discussione.

Non si tratta, naturalmente, di indulgere in pettegolezzi o di esporre comportamenti privati. Si tratta piuttosto di evidenziare come, spesso, le dichiarazioni di principio – quasi sempre attente a risultare “politicamente corrette” – si scontrino con azioni che le contraddicono apertamente. Oppure, più subdolamente, dietro denunce di comportamenti politicamente e culturalmente discutibili, si celano persone che, pubblicamente, vengono celebrate per le loro presunte qualità e capacità.

Veniamo al dunque. Più fonti confermano che a guidare questa operazione censoria siano stati Désirée Mallè e Mattia Pini, nominati lo scorso giugno – in regime di job sharing – alla guida della SIMS (Sezione dell’insegnamento medio superiore) in sostituzione del professor Daniele Sartori, prossimo al pensionamento. Il comunicato del governo con il quale si annunciava la loro nomina ci ricordava che i due nella loro carriera “hanno assunto i ruoli di autori e periti d’esame di maturità e dal 2022 quello di esperti d’italiano per la maturità professionale e specializzata”; ruolo, quest’ultimo, confermato anche dai documenti ufficiali.

La nomina della coppia ha suscitato non poche perplessità nel mondo della scuola, soprattutto perché nessuno dei due ha esperienza di insegnamento nelle Scuole medie superiori (SMS), come si evince dai brevi curricula diffusi dal DECS al momento della nomina. E proprio partendo da queste riserve circolanti nel mondo della scuola, lo scorso 7 luglio ho presentato un’interpellanza parlamentare per chiedere chiarimenti su criteri e metodi di questa scelta, ma ad oggi non ho ricevuto risposta.

Alla luce di questa vicenda, emerge ora un dato preoccupante: i due sembrano condividere una visione della cultura – e dei criteri con cui essa deve essere proposta ai giovani delle SMS – che appare fortemente limitante. La loro concezione del ruolo della letteratura, ad esempio, si rifà a un moralismo conservatore che mortifica ogni seria prospettiva culturale. Al posto di una scuola come crogiolo di idee, di conflitti e di crescita intellettuale, si propone una scuola ancella di un moralismo benpensante, distante dalla complessità e dalla brutalità della società contemporanea.

Come giustamente osserva Fabio Camponovo, “A che pro studiare gli autori della letteratura italiana e internazionale, se non anche per approfondire l’umanità travagliata espressa nei loro testi? Se si dovessero affrontare in classe solo testi che trasmettono un messaggio ‘positivo e speranzoso’, allora dovremmo proibire la lettura di gran parte dei capolavori letterari!”.

Che senso ha, aggiungo, che la direttrice del DECS Marina Carobbio dichiari continuamente e solennemente di voler promuovere la lotta contro la violenza di genere, se poi affida una delle sezioni più importanti del suo dipartimento a persone che, come evidenzia Barelli, considerano “il tema della violenza domestica inopportuno, perché potrebbe urtare la sensibilità degli studenti…”? Secondo questa “autorità”, sarebbe meglio fondare l’esame su un testo che veicoli un messaggio “positivo e speranzoso”.

Siamo di fronte a un classico esempio di quel che dicevo all’inizio: posture “progressiste” di facciata e pratiche che le smentiscono nel concreto. Queste contraddizioni, se non portate alla luce, rimangono ignote ai più e non intaccano l’immagine pubblica dei responsabili politici.

Il piano degli studi liceali, approvato dal Consiglio di Stato il 5 giugno 2024, descrive gli “Orientamenti degli studi liceali” come segue: “Scopo del liceo è offrire agli allievi e alle allieve la possibilità di acquisire solide conoscenze di base e di favorire la formazione di uno spirito d’apertura e di un giudizio indipendente. In una prospettiva di formazione permanente, il liceo, oltre a sviluppare intelligenza, volontà e sensibilità etica ed estetica, privilegia una formazione ampia, equilibrata e coerente, che dia all’allievo/a la maturità necessaria per intraprendere studi superiori e svolgere un ruolo attivo e responsabile nella società”.

È difficile conciliare queste nobili premesse con la scelta di affidare la guida del SIMS a due figure che, come dimostrato dal loro atto censorio, incarnano una visione chiusa e moralista della cultura. Una visione che tradisce apertamente l’obiettivo dichiarato di promuovere “uno spirito d’apertura”.

Pino Sergi è granconsigliere mps
Nell’immagine: le foglie di fico sono due (job sharing)


“L’Italia l’è malada” ma non esiste un dottore che possa curarla

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

«L’Italia l’è malada,
Sartori l’è il dutùr,
per far guarir l’Italia
tajém la testa ai sciùr».

Gli ultimi giorni del 2024 evocano le parole di questo canto di ribellione ottocentesco, riproposto una dozzina d’anni fa dalla cantautrice Giovanna Marini, scomparsa l’8 maggio scorso, nell’album dal bel titolo “Canti gloriosi – Per una patria che muore”. Lo potete ascoltare su Youtube.

Il canto è noto agli appassionati di musica popolare con il titolo “La boje”, e qui è necessaria la traduzione: nei dialetti veneti sta a significare “bolle”, terza persona singolare del verbo bollire, nel senso che il Paese era in ebollizione per i soprusi imposti alle masse contadine dai grandi proprietari terrieri.

Siamo negli anni 1882-1885, un ventennio dopo l’Unità d’Italia, quando in alcune località comprese tra la Lombardia e il Veneto esplose la rivolta di migliaia di contadini e braccianti agricoli ridotti alla fame. Molti di loro, qualche anno dopo, evidentemente rinunciando a «tagliare la testa ai ricchi», come simbolicamente suggeriva quello straziante canto popolare, furono costretti a emigrare verso il Sudamerica, inizialmente soprattutto in Brasile, che necessitava di manodopera nelle piantagioni di caffè dopo l’abolizione della schiavitù nel 1888. Il dottore che avrebbe dovuto curare l’Italia ammalata, citato nel canto, era Eugenio Sartori, un ingegnere di fede socialista, fondatore della Società di mutuo soccorso dei contadini della provincia di Mantova.

Dopo 140 anni di storia, di conquiste democratiche e sociali, non ci sono più braccianti agricoli ridotti alla fame o, meglio, ci sono ancora nelle campagne del Meridione, dove il caporalato recluta lavoratori africani sottopagati e sfruttati all’inverosimile. L’Italia ha fatto passi da gigante sull’onda di un progresso mai conosciuto prima, ma oggi è di nuovo ammalata. Il Paese è profondamente diviso, incattivito, con buona pace dei profeti buonisti di qualche anno fa, quando prevedevano che dopo l’epidemia del Covid saremmo diventati tutti migliori. Aumentano le disuguaglianze sociali (cinque milioni e 700mila cittadini sono in condizioni di povertà assoluta, dati ISTAT), mentre centinaia di migliaia di giovani vivono di precariato, senza un futuro dignitoso, e i più intraprendenti fuggono all’estero. 

L’eco della malattia dell’Italia, nel XXI secolo, non si diffonde più con i canti popolari di ribellione bensì attraverso i social network, in qualche manifestazione di protesta degli studenti prontamente repressa dalle forze dell’ordine, nei concerti trasgressivi di qualche rapper. Soprattutto, si manifesta attraverso la rinuncia in massa a esercitare il primo dei diritti-doveri dei cittadini di una democrazia, quello del voto: l’astensionismo, nelle varie tornate elettorali, ha superato quest’anno la soglia del 50 per cento, per cui i governi espressi dalle elezioni sono per forza di cose “di minoranza”. I professionisti della politica, anziché interrogarsi su questo grave fenomeno e cercare di risolverlo, se ne fregano, asserragliati nel loro piccolo mondo fatto di privilegi di casta.

La febbre è alta, i mali sono ben noti ma al capezzale di una “patria che muore” si avvicendano medici improvvisati, incapaci di applicare le cure necessarie per guarire questa Italia che, tuttavia, continua ad essere annoverata tra i cosiddetti Sette Grandi della Terra, assieme a Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone. 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, impegnata più che altro a conquistarsi una visibilità e una credibilità a livello internazionale – in questo, bisogna riconoscerlo, è abilissima – quotidianamente esalta i mirabolanti risultati raggiunti dal suo Governo. Nei suoi monologhi autocelebrativi (le conferenze stampa sono sempre più rare) snocciola dati elaborati ad arte per dimostrare tesi che non stanno in piedi. Rappresenta situazioni assai lontane dalla realtà, con la complicità di giornalisti asserviti. Vede complotti ovunque ad opera della magistratura e delle opposizioni. Difende a spada tratta situazioni indifendibili che coinvolgono i suoi ministri, e tace su altre a dir poco scandalose, come quella di una ministra accusata di bancarotta e di aver truffato l’Inps con le sue aziende e che tuttavia non ha nessuna intenzione di dimettersi. Soprattutto, mentre appoggia la politica guerrafondaia della Nato e dell’Unione europea, non riesce a dare risposta concreta ai reali bisogni dei cittadini, come dimostra la legge di bilancio 2025 appena approvata, che contiene veri e propri paradossi come l’aumento delle pensioni minime di un euro e 80 centesimi mensili.

Diciamolo, sembra d’essere di fronte alle bibliche sette, o dieci, piaghe d’Egitto. Mentre per ora ci viene risparmiata l’invasione delle cavallette, flagello per eccellenza della terra dei Faraoni, non c’è settore della vita istituzionale-amministrativa che non ceda di fronte a ben altro assalto, quello di una classe dirigente cialtrona, rapace, incompetente, spesso corrotta, come dimostrano le centinaia di inchieste della magistratura che dai tempi di Tangentopoli, senza interruzione, continuano a mettere in luce episodi di malaffare, da Nord a Sud, con frequenti intrecci tra malavita organizzata e politica.

Tutto questo accade mentre la gran parte degli italiani, quelli che non appartengono alle élites, è animata dai mai tramontati valori che sono fondamento di una società civile, quali l’onestà individuale, il rispetto reciproco, la solidarietà. Sono gli italiani che lavorano e pagano le tasse, contribuendo così alla tenuta del sistema-Italia nelle negative congiunture internazionali. Al tempo stesso, questi italiani perbene sostengono i servizi pubblici anche per conto dei tanti, troppi evasori fiscali, “protetti” nel corso di due anni di governo della destra da una ventina di condoni.

Il lungo elenco dei mali d’Italia comprende, com’è noto, anche il sistema sanitario pubblico, pesantemente penalizzato a favore della sanità privata, che lucra alle spalle dei pazienti grazie a Regioni compiacenti. La conseguenza: molti, scoraggiati dalle interminabili liste d’attesa e impossibilitati a pagare di tasca propria visite ed esami di laboratorio privati, rinunciano alle cure. 

C’è poi la questione della famigerata autonomia differenziata, cioè la legge che spacca l’Italia in due tra le ricche regioni del Nord e quelle povere del Sud, “smontata” dalla Corte costituzionale e oggetto di un referendum abrogativo. E la Giustizia? Mentre a gennaio si faranno sentire le devastanti conseguenze dei provvedimenti del precedente Governo, l’attuale ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha proposto e ottenuto in agosto l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, «un regalo alle mafie», lo ha definito Roberto Scarpinato, ex magistrato e ora senatore del Movimento 5 Stelle. 

Intanto gongolano Matteo Renzi e Matteo Salvini, usciti indenni, il primo dall’inchiesta sulla Fondazione Open, il secondo dal processo di Palermo che lo ha visto assolto dall’accusa di sequestro di persona per la scandalosa vicenda della nave della Open Arms, sulla quale, nel 2019, sono rimasti bloccati per molti giorni, in condizioni disumane, numerosi migranti per ordine dell’allora ministro dell’Interno. Ma invece di ammettere che la magistratura, pur tra mille difficoltà, fa bene il proprio lavoro in piena autonomia e indipendenza, e che le “toghe rosse” sono una loro ossessione, entrambi strillano reclamando altre riforme con l’obiettivo d’indebolire sempre più il potere giudiziario. Del resto, sono idealmente sostenuti in questa campagna anti-magistrati, oltre che dalla presidente del Consiglio, dallo stesso ministro della Giustizia, il quale, proprio dopo l’assoluzione di Salvini, ha affermato che «questo processo, fondato sul nulla, non si sarebbe nemmeno dovuto iniziare» e che «bisognerà pur pensare a risarcire le persone che finiscono sulla graticola giudiziaria per anni, perché qualche pubblico ministero non ha riflettuto sulle conseguenze della sua iniziativa avventata».

Ci sono tanti altri punti critici, altre “piaghe” che affliggono il Paese, il dissesto idrogeologico per esempio, eterno dimenticato, per il quale nella legge di bilancio 2025 è previsto un taglio dei contributi ai Comuni per 400 milioni di euro, oppure, ancora, i beni culturali, considerati da questo Governo e anche dai precedenti come una Disneyland, e non come elemento primario della nostra identità culturale. 

Ma è il tema dei migranti in questi ultimi giorni dell’anno a tenere banco su tutti. Non si è ancora risolta la vicenda dei costosissimi centri costruiti dall’Italia in Albania per l’identificazione e l’eventuale espulsione dei migranti soccorsi dalle autorità italiane nel Mediterraneo, una baracconata che costa allo Stato quasi un miliardo di euro. L’operazione, che ha esposto l’Italia al ridicolo, è stata in un primo tempo bocciata dai giudici in applicazione di una norma europea, quindi sovranazionale, i quali a loro volta sono stati messi sotto accusa dal Governo con un inaudito e veemente attacco. Ora la parola è passata alla Corte di cassazione, mentre i centri albanesi continuano ad essere vuoti. Ma la premier, che ha convocato un apposito vertice a Palazzo Chigi il 23 dicembre, non ammette il fallimento e orgogliosamente giura: «I centri in Albania funzioneranno. Dovessi passarci tutte le notti da ora alla fine della legislatura, funzioneranno!». 

Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, di fronte a un generale marasma nel quale si mischiano ingiustizie e malapolitica, ha detto che ci vuole una rivolta sociale. Apriti cielo! Dai banchi della maggioranza si è levata un’ondata di attacchi, travisando i concetti da lui espressi con il solito giochetto dell’estrapolare una frase da un concetto complesso. Lo hanno accusato di fare il capopopolo e di fomentare violenze nelle piazze, neanche avesse sostenuto – come nel disperato canto ottocentesco – che bisogna «tagliare la testa ai ricchi».

C’è del marcio in Italia, diremmo parafrasando Shakespeare, e a poco valgono i pur nobili ma felpati richiami del Capo dello Stato Sergio Mattarella alla classe politica. Per questo c’è davvero bisogno – come sostiene Landini – di una rivolta sociale capace di chiamare a raccolta intellettuali, studenti, lavoratori, tutte le persone di buona volontà che, deluse dalla politica, si sono rifugiate nel non-voto, per riportare l’etica al centro del vivere civile e della società. L’Italia non ha bisogno dell’uomo o della donna forte per risolvere i problemi che l’affliggono, alcuni comuni a tutte le democrazie occidentali, molti altri propri di un paese che non è mai stato coeso e che non è mai riuscito a realizzare pienamente una democrazia matura. Un movimento di partecipazione attiva, bene organizzato dal basso, forse, riuscirebbe a smuovere le coscienze assopite, a far emergere una classe dirigente all’altezza della situazione e a salvare il Belpaese dal baratro.

Nel’immagine: Luciano Fabro, “L’Italia all’asta” (1994)


Clima, dignità e giustizia sociale: l’esame di coscienza del Giubileo

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Di padre Enzo Fortunato, La Stampa

Le origini del Giubileo risalgono all’Antico Testamento, al Libro del Levitico. La legge di Mosè stabiliva per il popolo ebraico un anno speciale: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo». Questo anno particolare veniva annunciato con un corno d’ariete, chiamato «Yobel»in ebraico, da cui deriva la parola «Giubileo». Durante questo anno si restituivano le terre agli antichi proprietari, si rimettevano i debiti, si liberavano gli schiavi e si lasciava riposare la terra.

Il testo biblico ci sorprende per l’attualità e ci guida nella comprensione del gesto che papa Francesco compirà stanotte: le sue mani poggiate sulla porta daranno il via all’Anno Santo e insieme alla luce del Natale. Un anno in cui oltre 30 milioni di pellegrini raggiungeranno Roma. In un mondo in guerra, in un’Italia in testa alla classifica per la corruzione, dobbiamo tornare al testo del Levitico, che ci dona tre grandi messaggi cui ispirarci.

Il primo: l’amore per la terra, mai così maltrattata e sfruttata. Le catastrofi climatiche stanno diventando un problema all’ordine del giorno. Il Levitico ci ricorda di far riposare la terra.

Il secondo: la dignità delle persone. Nessun uomo deve considerare l’altro come uno strumento.

Ed infine: l’equa distribuzione dei beni, la giustizia sociale.

Il Giubileo diventa così un grande esame di coscienza per la Chiesa, chiamata a testimoniare limpidamente pur nella povertà dei limiti umani. Ma sia un’esame di coscienza anche per chi ci governa ed è chiamato a legiferare. Vorrei usare una parola forte: chi ci governa dovrebbe farlo «profeticamente», pensando non all’interesse immediato ma alla capacità di guardare oltre. E infine sia una riflessione interiore per ogni uomo di buona volontà, credente e non credente.

Ha ragione Margherita Hack quando afferma che Gesù ha trasmesso valori che sono essenziali anche per chi non crede.

Risuonano ancora le parole di Benedetto XVI che valgono anche per questo Giubileo: il Natale non è una favola per bambini. Il Giubileo – aggiungiamo noi – non è una passeggiata per turisti, ma quel passo decisivo, esistenziale, chiamato a trasformare in meglio la vita di ciascuno di noi, la vita delle nostre società. Quando varcheremo quella porta – spero in tanti – saremo solo noi al cospetto di Dio. E ad accoglierci ci sarà alla nostra destra la Pietà di Michelangelo. Proprio questo capolavoro ci indica gli orizzonti che nella nostra vita sono chiamati a congiungersi. L’altezza della croce della Cupola, che ci invita ad elevarci verso Dio, e il capo di Maria sul corpo di Dio che ci chiede di chinarci verso l’umanità sofferente. E a tutti vorrei donare una semplice preghiera che diventa programma di vita e dà senso al passaggio giubilare. «Vorrei essere come una porta che allontana freddo e gelo, che protegge e fa incontrare».


Le mire imperiali di Trump

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Con l’annuncio della volontà di acquistare la Groenlandia e di tornare in possesso del Canale di Panama il presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, svela la volontà di aggredire da subito gli interessi globali di Russia e Cina.

Ricorrere ai social network o alle conferenze stampa serve per dare il massimo rilievo ad un nuovo approccio ai rapporti con Pechino e Mosca lì dove i maggiori rivali globali degli Stati Uniti si sono più rafforzati negli ultimi 25 anni: gli equilibri strategici e, in particolare, quelli economici e commerciali.

La Groenlandia è la più grande isola del Pianeta ed una volta i suoi 56 mila abitanti vivevano immersi nei ghiacci ma i cambiamenti climatici l’hanno trasformata in un tesoro di ricchezza: non solo per i giacimenti di terre rare, cruciali per le nuove tecnologie, ma anche per lo scongelamento della rotta artica sulla quale Russia e Cina puntano per accorciare in maniera decisiva il percorso delle proprie grandi navi commerciali. Controllare la Groenlandia consentirebbe a Washington di ostacolare i piani di Mosca e Pechino nell’Artico così come di rafforzare la base militare di Thule destinata a diventare un perno della difesa antimissile dell’intera Nato, sul modello dell’“Iron Dome” di Israele.

Già nel 2019, durante il primo mandato, Trump aveva detto di voler acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, come l’America fece con l’Alaska dalla Russia nel 1867, ma il secco rifiuto opposto allora da Copenhagen — e ribadito con forza oggi — fermò la Casa Bianca. Rilanciare pubblicamente tale ipotesi descrive la volontà di Trump di far sapere a alleati e avversari che è comunque determinato a andare avanti, magari tentando di sedurre economicamente la popolazione della Groenlandia, perché l’intento è di modificare in maniera inequivocabile la geopolitica delle acque dove il Mar Artico incrocia l’Atlantico del Nord.

Simile l’approccio al Canale di Panama, che gli Stati Uniti costruirono dal 1904, inaugurarono nel 1914 e controllarono fino al 1999 prima di trasferirne la responsabilità al governo locale in forza degli accordi Carter-Torrijos del 1977. Trump se ne vuole riappropriare, a dispetto della totale opposizione del presidente panamense Josè Raul Molino, perché si tratta di una pedina di grande importanza nel duello globale con la Cina di Xi Jinping.

Attraverso il Canale di Panama, infatti, passa il 4 per cento del commercio globale ed il 66 per cento dei cargo che lo attraversano sono in transito da o per gli Stati Uniti ma Pechino è diventata il secondo cliente in assoluto, sta realizzando investimenti infrastrutturali di primaria importanza, per miliardi di dollari, ed è riuscita in questo modo già a convincere due Stati dell’Istmo — Honduras e proprio Panama — a voltare le spalle a Taiwan. Insomma, l’influenza di Pechino a Panama è uno dei motivi della leadership cinese negli investimenti stranieri in America Latina e Trump è determinato ad invertire questa tendenza, cominciando ad aggredire anche qui il “made in China”, al fine di riequilibrare a proprio favore gli scambi globali. E la veloce reazione di Mao Ning, ministro degli Esteri cinese, a difesa di Panama conferma quale è la vera partita che sta iniziando.

Se ai passi di Trump su Groenlandia e Panama aggiungiamo il brusco monito al Canada sui dazi commerciali — accompagnato dal suggerimento al premier Justin Trudeau di diventare governatore del 51° Stato dell’Unione — e l’intenzione del blocco navale contro il Messico per stroncare i cartelli dei Narcos, non è difficile arrivare alla conclusione che il presidente eletto ha in mente una nuova mappa del globo per ridefinire l’architettura degli equilibri commerciali e di sicurezza rilanciando il ruolo degli Stati Uniti a scapito dei rivali Russia e Cina.

Questo significa che i Paesi partner ed alleati di Washington sono destinati a trovarsi davanti ad una pressione crescente. Forse senza precedenti dalla fine della Guerra Fredda. Da qui le indiscrezioni del Financial Times sulla volontà Usa di portare il contributo alla difesa dei Paesi Nato al 5 per cento perché, a prescindere dall’entità dell’aumento su cui si tratterà, ciò che più conta è la volontà della nuova amministrazione di far sapere agli alleati che nulla sarà più come prima. Così come avverrà con l’Unione Europea sul terreno dello squilibrio commerciale — dovuto in gran parte all’export di automobili tedesche e cibo italiano verso gli Usa — che Trump vuole azzerare proponendo ai partner di aumentare gli acquisti di energia “made in Usa”, a cominciare dal gas liquido “Lng”, a scapito di ciò che resta delle forniture russe e da Paesi ad alto rischio di instabilità in Africa e Medio Oriente. Ed anche qui c’è una connessione con il Canale di Panama perché si tratta di una delle principali arterie attraverso cui passano le esportazioni Usa di gas liquido.

Ecco perché l’Europa deve prendere molto sul serio le mosse di Trump su Groenlandia e Canale di Panama, Canada e Messico: a meno di un mese dall’insediamento descrivono ciò che ha in mente il nuovo inquilino della Casa Bianca. Sottolineando l’urgenza per i partner Ue e gli alleati Nato di definire in fretta un approccio energico ma sempre in una cornice di partnership euroatlantica: facendo magari pesare su Washington il loro ruolo indispensabile proprio nella sfida globale con Mosca e Pechino.

Nell’immagine: Trump imperatore su un carro del Carnevale di Viareggio


Natale a Gaza tra il gelo e la sete

Fu San Francesco a trovare il posto che meritava loro, oltre mille anni dopo 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

Sono almeno 28 le vittime degli attacchi israeliani di queste ore, secondo i dati diffusi dai funzionari di Gaza, tra gli edifici colpiti anche una scuola che ospitava famiglie sfollate. Il portavoce dell’agenzia di difesa civile di Gaza, Mahmoud Bassal, ha detto all’agenzia Afp che la scuola era stata riconvertita in un rifugio per i palestinesi sfollati, uno di loro, Mahmoud, parlando con la Bbc Arabic, ha descritto l’impatto: «Stavamo dormendo in una tenda nel cortile della scuola, quando siamo stati svegliati dal rumore di un’esplosione molto potente». L’esercito israeliano, come fa dopo ogni attacco che colpisce strutture sanitarie o aree precedentemente designate come sicure, ha affermato che anche la scuola Musa bin Nusair fosse un centro di comando di Hamas.
Come spesso accade dall’8 ottobre, le dichiarazioni delle forze armate israeliane non sono, però, sostenute da evidenze. Sulla condotta dei soldati nella Striscia di Gaza, e sugli ordini che ricevono dai vertici dell’esercito, cominciano a trapelare testimonianze, come quelle raccolte da Hareetz, nella recente inchiesta sulla “linea dei cadaveri”.

La linea dei cadaveri

«Nessun civile, sotto tutti terroristi». Così inizia il lungo rapporto pubblicato la settimana scorsa da Hareetz. Secondo le testimonianze dei soldati delle forze armate israeliane che hanno prestato servizio a Gaza e hanno accettato di parlare in forma anonima col quotidiano progressista israeliano, chiunque attraversi la linea immaginaria nel corridoio Netzarim, viene ucciso a colpi di arma da fuoco e ogni palestinese viene considerato un terrorista. Anche se si tratta di bambini. Il corridoio Netzarim – una striscia di terra larga sette chilometri che si estende dal Kibbutz Be’eri alla costa del Mediterraneo e divide la Striscia di Gaza a metà – è sotto il controllo dell’esercito israeliano che ha svuotato questa zona dei residenti palestinesi, demolito le loro case per costruire strade militari e postazioni militari, mettendo in atto ormai almeno dall’inizio di ottobre un assedio di fatto, che risponde al noto “piano dei generali”.

Nella parte nord della Striscia di Gaza si sta attuando un accerchiamento e l’uso della fame come arma di guerra sulla base del piano delineato dal generale in pensione Giora Eiland. Strategia secondo la quale Israele dovrebbe imporre condizioni invivibili agli abitanti della Striscia settentrionale, facendoli morire di fame e costringendoli ad andarsene.Chiunque resti a nord del corridoio Netzarim o lo attraversi da sud, viene considerato un terrorista.

I funzionari delle Nazioni Unite avvertono da mesi, con urgenza, che «l’intera popolazione del nord della Striscia rischia di morire». A conferma che il piano dei generali sia in atto e che spieghi anche le condotte che i soldati hanno confessato a Haaretz, all’inizio di ottobre, Israele a ordinato ai circa 400 mila residenti nel nord di trasferirsi nelle cosiddette “aree umanitarie” molti si sono rifiutati di lasciare le loro case, troppo disperati dai continui sfollamenti o memori che anche le zone precedentemente designate come “zone sicure” erano state bombardate.

Un comandante della Divisione 252 ha detto ad Haaretz che le forze sul campo chiamano il corridoio Netzarim «la linea dei cadaveri», e che i corpi non vengono nemmeno più raccolti, attirando branchi di cani che arrivano a mangiarli. «Il comandante della divisione ha designato questa zona come “zona di uccisione” – scrive il quotidiano israeliano – . Chiunque entri viene colpito». E chiunque viene colpito è considerato un combattente dunque un terrorista, come confermato da un altro degli ufficiali interpellati della medesima divisione che rivela i dettagli del mandato che ricevono dai superiori: «Per la nostra divisione la zona per uccidere si estende fin dove arriva la vista di un cecchino. Stiamo uccidendo civili che poi vengono considerati terroristi».

Un soldato di un’altra divisione, la 99, ha dichiarato che chiunque entri nella zona di «uccisione» era da considerarsi, ex post, un terrorista che stava conducendo una ricognizione, non importa se donna o bambino, erano in ogni caso considerate delle spie.
E che il mandato dell’unità prevedeva che una volta uccisi i corpi andassero fotografati e indagate le identità delle vittime. L’ufficiale intervistato da Hareetz rivela che in un caso recente di 200 vittime provocate dalle forze armate israeliane «solo dieci sono state confermate come appartenenti ad Hamas».

La guerra della sete e la catastrofe umanitaria

«L’acqua è essenziale per la vita umana, eppure per oltre un anno il governo israeliano ha deliberatamente negato ai palestinesi di Gaza il minimo indispensabile di cui hanno bisogno per sopravvivere», queste le parole della direttrice esecutiva di Human Rights Watch, Tirana Hassan, in occasione della pubblicazione, la scorsa settimana, di un report di 179 pagine basato su interviste con decine di palestinesi di Gaza, tra cui funzionari dell’autorità idrica, esperti di servizi igienico-sanitari e operatori sanitari, nonché su immagini satellitari e dati che vanno da ottobre 2023 a settembre 2024.

Nel rapporto si legge che «dall’ottobre 2023, le autorità israeliane hanno deliberatamente ostacolato l’accesso dei palestinesi alla quantità adeguata di acqua necessaria per la sopravvivenza nella Striscia di Gaza». Non solo più il cibo e l’accesso agli aiuti umanitari, dunque, anche l’acqua e la sete sono diventati strumento del massacro in corso a Gaza.

Human Rights Watch accusa Israele di aver privato deliberatamente i civili di un adeguato accesso all’acqua, danneggiando intenzionalmente le infrastrutture idriche (tra cui i pannelli solari che alimentano gli impianti di trattamento, un bacino idrico e un magazzino di pezzi di ricambio, bloccando anche il carburante per i generatori) e igienico-sanitarie e tagliando le forniture di elettricità e bloccando l’ingresso di risorse idriche essenziali.

«Questa non è solo negligenza; è una privazione calcolata, che ha portato alla morte di migliaia di persone per disidratazione e malattie che non è altro che il crimine contro l’umanità, lo sterminio, e un atto di genocidio» ha detto ancora Tirana Hassan. Le autorità israeliane hanno continuato a limitare l’accesso di acqua, carburante e cibo anche dopo che la Corte Internazionale di Giustizia (Icj) ha ordinato di proteggere i palestinesi, fornendo aiuti e dopo che l’Icj ha specificato a marzo che dovessero entrare sufficienti quantità di acqua, cibo, elettricità e carburante.

Ma gli aiuti via terra continuano a essere praticamente fermi. Così come tutti gli aiuti legati all’utilizzo dell’acqua, compresi i sistemi di filtraggio, le cisterne, e i materiali necessari a riparare le infrastrutture idriche danneggiate. Tra ottobre 2023 e agosto 2024 – si legge ancora nel rapporto di Hrw – la Gaza Coastal Municipalities Water Utility, l’Onu e altre fonti hanno riferito che i civili a Gaza non avessero accesso alla quantità minima di acqua necessaria per sopravvivere in situazioni di emergenza a lungo termine. Nella parte nord, soprattutto, secondo le Nazioni Unite, le persone non hanno avuto accesso all’acqua potabile per oltre cinque mesi, tra novembre 2023 e aprile 2024.

L’accesso al cibo

Non va meglio per l’accesso al cibo. Secondo i dati diffusi ieri da Oxfam in due mesi e mezzo a Gaza Nord sono riusciti ad entrare solo dodici camion di aiuti. Il contenuto di tre di questi è stato consegnato a sfollati che avevano trovato rifugio in una scuola, poi sgomberata e bombardata nel giro di poche ore. Come altre agenzie umanitarie internazionali, nemmeno Oxfam ha potuto portare aiuti salvavita ai civili di Gaza Nord dallo scorso 6 ottobre, da quando cioè Israele ha intensificato l’assedio militare di Jabalia, Beit Lahia e Beit Hanoun.

Il mese scorso, dice Oxfam, un convoglio di 11 camion è stato inizialmente bloccato nel punto di raccolta dell’esercito israeliano a Jabalia, dove civili letteralmente affamati sono riusciti a prendere quel che potevano. «Dopo aver ricevuto il via libera a procedere verso la destinazione stabilita, i camion sono stati di nuovo trattenuti in un posto di blocco dove l’esercito ha costretto gli autisti a scaricare gli aiuti in una zona militarizzata, inaccessibile alla popolazione civile».

Inaccessibili a decine di migliaia le persone tagliate fuori da ogni forma di assistenza umanitaria, persone affamate, bambini affamati. Alcuni hanno raccontato a Oxfam di essere stati costretti e mangiare foglie per sopravvivere.

«Siamo al punto che dobbiamo dire ai nostri figli di non giocare troppo per non stancarsi – ha raccontato agli operatori di Oxfam un uomo sfollato con la sua famiglia dal campo profughi di Al-Maghazi –. Abbiamo solo un pacchetto di biscotti per sfamare 15 bambini. Siamo senza corrente elettrica, senza riparo. Non possiamo permetterci di comprare nemmeno un telone di plastica costa perché costa 180 dollari e ce ne vorrebbero almeno cinque per costruire una tenda».

Intanto a Gaza Nord continuano i bombardamenti, la Palestinian Civil Defence stima che più di 2.700 persone siano state uccise e più di 10 mila ferite dall’inizio dell’assedio, a ottobre. Metà dei corpi non sono stati recuperati e i bambini, rovistano tra i rifiuti in cerca di cibo, mentre sul loro destino incombono l’inverno, il freddo e la carestia.