Un processo a Lugano e le criticità della lotta alla mala-edilizia in Ticino

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Ci sono voluti quattro anni per convocare a processo un imprenditore accusato di aver sfruttato dodici operai. Ai giudici è bastata però una mattinata scarsa per dichiarare nullo il capo d’imputazione principale, quello di usura aggravata. E questo nonostante, nei giorni precedenti, il procuratore pubblico Daniele Galliano e l’imprenditore – assente in aula – avessero trovato un accordo: in cambio di una pena sospesa di 18 mesi, l’uomo avrebbe ammesso le proprie colpe per i reati di usura aggravata, amministrazione infedele e falsità in documenti. La Corte delle Assise criminali, chiamata di fatto a confermare questa intesa, ha però assolto l’imprenditore dal reato di usura. Il motivo: il suo diritto a essere sentito è stato violato in sede istruttoria, in quanto le testimonianze delle vittime sono state rilasciate senza la presenza dell’imputato e dei suoi legali. Un vizio di forma, insomma. L’uomo è così stato condannato a soli 12 mesi sospesi per amministrazione infedele e falsità in documenti.

L’imprenditore di origine valtellinese era accusato di avere taglieggiato per oltre tre anni alcuni ferraioli italiani attivi su importanti cantieri in Ticino, tra cui quello dell’AlpTransit di Sigirino. L’inchiesta era partita nel marzo 2017 su segnalazione di Unia. Alcuni operai avevano testimoniato di essere stati vittima di sfruttamento: alle agenzie interinali che li avevano assunti per lavorare per conto della società ticinese dell’imprenditore veniva comunicato un monte ore nettamente inferiore a quello effettivamente svolto; in alcuni casi, inoltre, i lavoratori erano persino costretti a restituire parte dello stipendio che era stato loro versato.

Il caso è emblematico di alcuni problemi che affliggono la giustizia ticinese in relazione alla lotta alla malaedilizia. Il primo punto critico riguarda senza dubbio le tempistiche. La denuncia di Unia risale al marzo del 2017, mentre la firma dell’atto d’accusa è stata apposta dal procuratore pubblico Daniele Galliano nel dicembre 2020.In questo caso, le accuse di lungaggini la procura le può quindi condividere con il tribunale penale, forse in altre faccende troppo affaccendato. Quattro anni per convocare un processo sono troppi e danneggiano non soltanto la credibilità della giustizia, ma creano problemi anche a chi, come i sindacati, è attivo sul terreno per intercettare i reati che si verificano sui luoghi di lavoro. Come si può convincere le lavoratrici e i lavoratori a denunciare i soprusi subiti, se poi la giustizia non risponde in modo celere e adeguato?

Oltre ai tempi lunghi, vi è però un altro aspetto su cui riflettere: quello delle responsabilità. La pubblica accusa ha preso di mira l’ultimo anello di quella che sembra essere una più ampia catena di sfruttamento. Dopo la condanna di tre capisquadra – avvenuta per decreto d’accusa nel 2020 – si arriva oggi al processo nei confronti dell’imprenditore taglieggiatore. Ma poi, indipendentemente dalla sua condanna o meno, la vicenda finirà lì. 

Eppure la ditta dell’imputato era attiva su vari e importanti cantieri ticinesi, come quello dell’AlpTransit di Sigirino. I committenti finali hanno subappaltato la fornitura e la posa dell’acciaio ad altre società che, a loro volta, hanno subappaltato il lavoro alla ditta dell’uomo oggi a processo. Si trattava di una ditta nata dal nulla nel 2014, con sede presso una fiduciaria di Corso Elvezia a Lugano, che ha potuto penetrare il mercato ticinese grazie a offerte estremamente convenienti. Prezzi talmente bassi da rendere evidente che non erano sostenibili senza ricorrere al taglieggiamento degli operai. 

Ora, seppur lentamente – ma molto lentamente – si è andati a perseguire l’ultimo anello di questa catena. Ciò che è giusto, ci mancherebbe. Ma è come arrestare l’ultimo degli spacciatori senza focalizzarsi su chi tira le fila del narcotraffico. Nelle vicende di malaedilizia, il ruolo svolto dalle imprese subappaltanti, spesso importanti aziende del tessuto artigianale ticinese, è tutt’altro che marginale. Erano società note quelle che facevano lavorare la ditta dell’imprenditore accusato di usura. Senza il loro apporto, il controverso imprenditore non avrebbe potuto espandersi in Ticino né operare su una scala così ampia. 

Date le testimonianze e le documentazioni raccolte dal sindacato, gli inquirenti avrebbero potuto essere un po’ più audaci e risalire la filiera dello sfruttamento. Quale il ruolo della società subappaltante? E quale quello dei clienti finali, i committenti, che hanno ricercato e accettato prezzi palesemente troppo bassi, evidentemente insostenibili senza la violazione dei seppur minimi requisiti contrattuali svizzeri? Ma chiedere allo stato attuale della giustizia di affrontare anche la dimensione sistemica dello sfruttamento sembra forse chiedere troppo. 


Boas Erez e il dibattito mancato sul Covid

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Di Ivo Silvestro

Giovedì sera all’Università della Svizzera italiana si è tenuto un dibattito sulla gestione della pandemia di coronavirus che è stato semplicemente imbarazzante. L’obiettivo dell’incontro pubblico era pienamente condivisibile: l’organizzatore e moderatore Boas Erez – professore, ex rettore, ex candidato progressista della società civile al Consiglio di Stato e tante altre cose – da una parte voleva riprendere la tradizione della lectio e disputatio che, in termini moderni, potremmo riassumere come “dibattito aperto e costruttivo”; dall’altra discutere di quella che è stata efficacemente definita “era Covid”, per riflettere su come è stata gestita questa situazione di emergenza, tentando anche una riconciliazione (termine esplicitamente utilizzato da Erez) tra le diverse posizioni che si sono create all’interno della società.

Siamo certi per ingenuità e non per malafede, ma ciò a cui si è assistito, più che una lectio e disputatio della tradizione universitaria medievale, ricordava una delle altercatio che si tenevano, alla fine delle lezioni, nelle taverne, ovviamente senza duelli conclusivi per decidere chi avesse ragione ma con la stessa inconcludente contrapposizione di opinioni poco argomentate. Insomma, più che “Lezioni della gestione del Covid” – come recita il titolo dell’incontro di giovedì – sono state “chiacchiere della gestione del Covid”.

Un primo errore, ripetiamo commesso certamente per ingenuità, è stata l’impostazione della serata, di fatto la presentazione di un libro che si distingue non solo per l’approccio fortemente critico verso la gestione della pandemia e il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ma anche per diverse interpretazioni non proprio coerenti con i fatti: se ne è avuto un piccolo assaggio durante l’incontro, con una citazione isolata da una ricerca sulla sicurezza dei vaccini in gravidanza che afferma l’esatto contrario di quanto riportato. Il libro, tradotto in italiano da HelvEthica, è ‘WHO cares? La politica svizzera durante la pandemia e l’influsso dell’OMS: una posizione scientifico-divulgativa’, autopubblicato – forse per sfiducia verso l’editoria ufficiale – da Konstantin Beck, professore di economia delle assicurazioni all’Università di Lucerna.

La tradizione della disputatio, ma anche quella dei moderni seminari universitari, prevederebbe di affiancare a Beck dei “controrelatori” su posizioni diverse: non così giovedì sera quando, oltre al moderatore chiaramente (e legittimamente) di parte, era presente anche Serena Tinari, giornalista d’inchiesta sostanzialmente concorde con Beck, con unica voce fuori dal coro quella di Emiliano Albanese, professore di salute pubblica all’Usi che di fatto non è neanche riuscito a concludere il suo intervento, vista la diffidenza del pubblico che ha contestato anche nozioni base di epidemiologia come il fatto che più una malattia è infettiva più persone si contagiano. Non un dibattito alla pari e basato sui fatti, ma una parte che grazie anche alla simpatia del pubblico ha sommerso l’altra con una montagna di tesi parziali, spesso sostenute solo da commenti sarcastici, a cui risultava impossibile, per questioni di tempo, fornire una risposta nel merito.

Tesi che – arriviamo così a un altro errore, o ingenuità, dell’incontro – spaziavano su argomenti molto diversi: certo, la gestione della pandemia è stata complessa e a temi prettamente scientifici, come la contagiosità di un nuovo virus e l’efficacia delle misure non farmaceutiche, si affiancano altre questioni come il finanziamento delle aziende farmaceutiche, la comunicazione scientifica e sanitaria, il ruolo del giornalismo, la gestione della disinformazione da parte di media digitali, i processi democratici e altro ancora. Ma pretendere di affrontarli tutti insieme, senza peraltro avere persone competenti in sala, rende l’evento una discussione da bar, non un dibattito universitario.

Un’occasione sprecata, perché se c’è una cosa su cui si può concordare con Boas Erez, è proprio l’importanza di una riflessione pubblica sulla gestione della pandemia di coronavirus, anche in vista di future emergenze sanitarie che – era uno dei punti che Emiliano Albanese aveva cercato di affrontare – in un mondo sempre più popolato e globalizzato è inevitabile si ripresentino. Per questo speriamo che si faccia tesoro dei limiti dell’incontro per organizzare altri appuntamenti, dedicati a specifici argomenti, coinvolgendo anche le numerose competenze, ad esempio sui media o sul diritto, presenti all’interno dell’Università della Svizzera italiana.

Articolo apparso su “ La Regione”

Nell’immagine: Boas Erez nel 2021, quando era ancora rettore dell’Università della Svizzera italiana


È il regime del Capitale e questa sinistra non basta

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Di Roberto Livi, il manifesto

È l’ora di gettare la sinistra di merda nella spazzatura». È lo slogan con cui Javier Milei, a un anno dal suo insediamento, si è proposto durante la Conferencia de Acción Política Conservadora come leader della destra radicale latinoamericana e forse anche mondiale, come ha confermato nella festa di Atreju di Fratelli d’Italia.

Il presidente argentino cavalca infatti un’onda che investe non solo il continente americano. Milei e i suoi alleati, Trump negli Stati Uniti, Vox in Spagna, Le Pen in Francia e Meloni in Italia – per limitarsi ai più noti- sono convinti che le buone maniere del centrodestra d’antan non sono più sufficienti e che bisogna imporre le regole del mercato – libero mercato, duro e puro – con mano ferma. Per questo guadagnano adepti con slogan basati sul principio di autorità per garantire la sicurezza e la riduzione dello Stato. Anche se poi usano la forza repressiva dello Stato per imporre i «buoni costumi» della libera impresa e della «vita civilizzata», con le donne in cucina, gli uomini che comandano, i padroni che decidono e gli operai al lavoro in silenzio.

Come ha scritto l’analista della Nación, Jorge Liotti, «i libertari (dirigenti del partito di Milei, “Libertà avanza”, ndr) non sono riformisti, mirano a una rifondazione: il loro obiettivo non si limita a introdurre cambiamenti, il loro orizzonte è la costruzione di un nuovo ordine».

È vero che si tratta di personaggi eletti, ma mediante quella che Schumpeter chiamava la democrazia come mera elezione competitiva di coloro che avranno potere decisionale sulla società: un monopolio decisionale mediante mezzi autoritari che disprezza e non tollera altre forme di democrazia che vengono dal basso -sindacati, assemblee di quartiere, comunità di base – e azioni comunitarie. In questo senso sono leader antidemocratici: accettano solamente che li si elegga per comandare, senza controlli, specie dal basso.

Una nuova forma di fascismo? Più che la definizioni importa analizzare a che tipo di domanda collettiva rispondono queste estreme destre americane, o da che tipo di fallimenti politici sono emerse e quali soluzioni propongono. Se ritorniamo all’esempio di Milei si vede che è stato eletto perché ha fatto leva sulle ansie e le paure di una società impoverita e di una gioventù senza diritti. Dunque il tema da esaminare è la povertà, o quello di generazioni che non hanno avuto l’accesso ai diritti di cui hanno goduto i loro padri.

In definitiva è necessario indagare sugli insuccessi del progressismo, in questo caso argentino, del peronismo a guida Fernández, che non saputo o non ha voluto vedere le masse del precariato, impoverite. Una condizione – la povertà, l’emarginazione – che si è sovrapposta a quella dell’identità, perché questa ha una dimensione di potere economico e politico, quella che le lega alla subalternità sociale.

In tempi di crisi, l’economia comanda. Poco da dire. In America latina il mondo della marginalità – raggruppato nel concetto di «economia popolare» – coinvolge il 60% della popolazione, o più. Una marginalità che non è transitoria ma che continuerà a esistere. E che per molte sinistre o progressismo si è dimostrato una sorta di buco nero, insondabile, sconosciuto.

«È in questo ambito che è nato il paleoliberismo dalle gambe corte di Bolsonaro in Brasile o l’anarcocapitalismo di Milei in Argentina, come tentivo di organizzare una transizione a un nuovo regime di accumulazione e legittimazione che sostituisca il globalismo neoliberista» (Garcia Linera).

Dunque in questi tempi di transizione da un vecchio ordine che non garantisce la governabilità a uno nuovo che ancora non si delinea «le destre radicali si sconfiggono con più democrazia, con una maggiore distribuzione della ricchezza, non con moderazione o accordi». La sinistra deve risolvere in modo strutturale la povertà sociale, la diseguaglianza, la precarietà dei servizi, l’educazione, la salute. Insomma, per poter materialmente realizzare questo programma, deve essere radicale nelle sue riforme (proprietà, imposte, giustizia sociale, precarità, educazione, salute, abitazioni), come lo è la destra. Come sostiene Garcia Linera «la funzione della sinistra latinoamericana non può essere un neoliberismo dal “volto umano”, “verde” o “progressista”».

Nell’immagine: Il presidente argentino Javier Milei


Perché la motosega di Milei non funziona con le destre europee

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Di Giovanni Orsina, La Stampa

La nuova destra – quella, per capirci, che è emersa negli ultimi anni e che siamo soliti chiamare populista – ha un problema con l’economia. Che da ultimo è stato evidenziato dal grande favore col quale il Presidente argentino Javier Milei è stato accolto alla festa di Fratelli d’Italia, Atreju, malgrado il partito di Giorgia Meloni non sia certo vicino alle sue posizioni anarco-capitaliste. A volerlo semplificare molto, quel problema potrebbe essere enunciato così: una nuova destra che desideri difendere le tradizioni e i confini delle comunità, in che modo può convivere con un mercato che tende a triturare le tradizioni e a prescindere dai confini? Come può esser conciliato il desiderio di conservare con la forza distruttrice del capitalismo?

Se lo si affronta da un punto di vista storico, il problema ha a che vedere col rapporto che la destra dei nostri giorni ha con quella che l’ha preceduta: la destra degli anni Ottanta del secolo scorso, rifondata da Margaret Thatcher e Ronald Reagan. A partire dagli anni Sessanta, le forze politiche moderate e conservatrici dell’Occidente si son trovate a doversi confrontare con profonde trasformazioni storiche: l’appassire delle strutture sociali tradizionali, la liberazione dei desideri individuali, la moltiplicazione dei diritti, la globalizzazione economica e culturale. Nel tentativo di adeguare il proprio quadro di valori alle nuove sfide, hanno puntato con grande convinzione sul mercato. Che ai loro occhi presentava l’immenso vantaggio di poter far convivere libertà e disciplina: era un luogo nel quale gli individui avrebbero potuto soddisfare i propri desideri, ma si sarebbero pure dovuti sottoporre a regole e gerarchie. Il mercato consentiva insomma di dare all’ondata individualistica sessantottina una risposta di destra che la accogliesse e al contempo incanalasse.

Il mercato però, e tanto più quanto più si globalizza e finanziarizza, mal si concilia con la salvaguardia delle tradizioni. È possibile sostenere che nell’ultimo mezzo secolo la sua importanza e autonomia abbiano anzi agevolato l’affermarsi di un’etica liberale, individualistica e universalistica. In una parola: antitradizionalista. Sposando il mercato i conservatori avrebbero così involontariamente promosso proprio quella moralità astratta che, convinti come sono del valore irrinunciabile delle coordinate storiche e geografiche entro cui vivono gli esseri umani, hanno sempre aborrito. Sono state scritte biblioteche su come negli anni Novanta la sinistra – quella, per capirci, di Bill Clinton e Tony Blair – abbia accettato il mercato. Si è notato molto meno quanto, in quello stesso torno di tempo, la destra abbia riconosciuto i diritti universali e, in fondo, trangugiato perfino il politicamente corretto.

I movimenti politici di protesta degli ultimi due o tre lustri sono emersi proprio in opposizione a questa convergenza centrista fra destra e sinistra e ai suoi (presunti) fallimenti, collocandosi spesso a sinistra della vecchia sinistra o a destra della vecchia destra. Se quella convergenza al centro pretendeva di tenere insieme il mercato, la tutela universale dei diritti individuali e la moralità liberale, la protesta ha cercato di staccare questi elementi gli uni dagli altri, accettandone alcuni e rifiutandone altri. Semplificando un po’, possiamo dire che la protesta di sinistra – Podemos, la France Insoumise, per certi versi il Movimento 5 stelle – ha accettato i diritti e la moralità e rigettato il mercato. Mentre quella di destra – ad esempio il Rassemblement National, Vox, la Lega, Fratelli d’Italia – ha di certo respinto diritti e moralità, ma senza assumere una posizione univoca di fronte alla questione economica.

Molto dipende dalle differenze fra Paese e Paese, certo. Ma molto dipende anche da un’ambiguità ideologica di fondo: la nuova destra tende a voler favorire la produzione e il lavoro; a voler deregolamentare, deburocratizzare, abbattere la pressione fiscale; a voler rendere più innovativa, competitiva e attrattiva l’economia nazionale. Insomma: vorrebbe più concorrenza e più mercato. E al contempo, non da ultimo perché si contrappone all’eredità degli anni Ottanta, vorrebbe pure limitare il potere distruttivo (ma anche, a suo modo, liberatorio) del mercato e della concorrenza.

È possibile raggiungere un compromesso fra queste due esigenze così contraddittorie? Il Novecento è stato ricco di terze vie, qualcuna più, qualcuna meno funzionante, e non si vede perché nel ventunesimo secolo non se ne debba aggiungerne un’altra alla lista. Si tratta di capire dove si vuol aprire e dove si vuol chiudere, ossia di regolare i processi di globalizzazione economica e finanziaria – per altro, è soprattutto questo quel che gli elettori chiedono alle nuove destre. Dopodiché, capire e regolare non sono affatto esercizi banali. Soprattutto, sono attività la cui misura dovrà esser trovata da ciascun Paese, e che non convergeranno affatto da un Paese all’altro, per la grande diversità delle peculiarità locali e il confliggere degli interessi nazionali. Per questo Javier Milei è destinato a restare, con ogni probabilità, l’eccentrico del gruppo, di gran lunga troppo argentino perché lo si possa esportare.

Nell’immagine: il presidente “motosega”


Il piano di Silicon Valley per impadronirsi dello stato

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Di Luca Celada, il manifesto

Questa settimana Jeff Bezos di Amazon, Sam Altman di Open AI e Mark Zuckerberg hanno annunciato donazioni di un milione dollari a testa come contributo alla cerimonia di insediamento di Donald Trump il 20 gennaio. I magnati del digitale sono stati spesso attaccati da Trump, che ancora qualche settimana affermava che Zuckerberg in particolare, sarebbe dovuto “andare in prigione” per aver censurato opinioni di destra sulle sue piattaforme. Dopo la sua vittoria c’è praticamente stata una processione da Silicon Valley per fare atto di sottomissione. La scorsa settimana il padrone di Meta era volato a Mar a Lago per un incontro con Trump, Bezos ha un appuntamento per i prossimi giorni.

Molti altri plutocrati sono una presenza fissa alla corte girevole che, dalle elezioni di novembre, ruota attorno al rientrante presidente. Molti dei numerosi magnati che hanno lautamente contribuito alla sua rielezione sono stati puntualmente ricompensati con nomine a dicasteri governativi. Fra questi il consuocero Charles Kushner, prima graziato poi omaggiato con la posizione di ambasciatore in Francia.

(Un’altra nomina “dinastica” è quella della (forse ex) fidanzata del primogenito, Donald Jr., Kimberley Guilfoyle, a nuova ambasciatrice in Grecia, mentre la nuora, Lara Trump, dovrebbe passare dal comitato centrale GOP al Senato).

Fra i ministri con lauto portafoglio (ognuno con un patrimonio stimato sopra il miliardo di dollari), vi sono Linda McMahon all’istruzione pubblica, Scott Bessent, al tesoro, Doug Burgum agli interni, Howard Lutnick al commercio, Jared Isaacman, direttore della NASA e Steve Witkoff, inviato speciale in Medio Oriente – oltre che socio di affari di Trump in una nuova società di criptovaluta, la World Liberty Financial.

Oltre a creare un altro lampante conflitto di interessi per il neo presidente, l’entrata della famiglia nella produzione di “Trump coin” è l’ultimo indizio di un sodalizio crescente fra Trump e il nuovo capitalismo incubato a Silicon Valley. I tycoon del silicio sono fantasticamente ricchi, e per Trump la ricchezza è sempre stato un ostentato simbolo di successo. Stando ad un recente articolo del New York Times, nella sua reggia kitsch, ama sfoggiare i nuovi soci politici come trofei. “Ho portato due degli uomini più ricchi del mondo,” avrebbe detto di recente, secondo il Times, presentandosi ad un incontro con lo staff in compagnia di Elon Musk e di Larry Ellison, AD della Oracle. “Voi chi avete portato?”.

Ad incarnare l’influenza degli accelerazionisti di Silicon Valley nella restaurazione di Trump è proprio Musk che, come è noto, è stato insignito, assieme ad un altro miliardario, Vivek Ramaswami, di un incarico centrale come amministratore del “dipartimento di efficienza governativa” (DOGE). Musk avrebbe però libertà di azione più ampia, compresa sulla composizione degli stessi quadri di governo, alla quale, in Florida, starebbero lavorando numerosi collaboratori “prestati” dalle sue aziende.

Fra i personaggi chiave vi sarebbe Jared Birchall, amministratore della Neuralink, la società preposta agli impianti neurologici, ma anche amministratore delle finanze personali e generalmente braccio destro del magnate, incaricato degli affari di famiglia, della fondazione, oltre che dei beni immobili, viaggi e sicurezza di Musk. A queste mansioni si sono aggiunti ora i colloqui con potenziali funzionari del dipartimento di stato. Il fatto che Birchall non abbia esperienza in affari internazionali non è evidentemente ritenuto un problema in una selezione che, come per gli altri dicasteri, sembrerebbe vertere soprattutto su affinità ideologica e sulla lealtà dei candidati al presidente.

Altro consulente, stavolta per selezionare l’organico dell’intelligence, è Shaun Maguire, un fisico di Caltech diventato miliardario come partner della Sequoia, uno dei principali fondi di investimento di Silicon Valley e (ça va sans dire) amico di Elon Musk, con cui condivide il culto, così in voga nella Valley, del genio sregolato e disadattato, forse persino un po’ misantropo, ma pur sempre brillante.

In altre parole, molte delle decisioni destinate a plasmare il governo Trump bis, sono in mano ad una fazione ideologica di “meritocrati” oltranzisti, per non dire teorici “darwinisti” del trionfo dei migliori sui mediocri. Un altro “consulente” fisso a Palm Beach, ad esempio, è Marc Andreesen, il miliardario fondatore di Netscape e ideologo di spicco dell’oligarchia neoreazionaria, fautore convinto di un liberismo radicale e della minima interferenza dello stato negli affari delle corporation.

Grazie all’alleanza strategica stretta con Trump, un sodalizio davvero maturato solo nelle ultime fasi della campagna elettorale, questo ristretto gruppo di imprenditori radicalizzati dal successo degli oligopoli di Silicon Valley, ha ora l’opportunità di traghettare le filosofie di management (e di eugenetica) all’apparato dello stato. Musk ha, ad esempio, ripetutamente espresso l’idea che l’immigrazione debba essere gestita come una campagna acquisti di “una società sportiva”, tenuta a selezionare i giocatori migliori e scartare i perdenti, i “loser” tanto invisi, come è noto anche a Trump.

Ma l’ossessione principale di Musk è il taglio della spesa pubblica, contro la quale inveisce incessantemente nei post su X come fonte di inflazione ed insostenibili deficit di bilancio. Sono i temi classici della filosofia economica conservatrice che la destra silicon ha imbevuto però di uno zelo quasi religioso. E impressiona come una fazione che sarebbe stata fino a poco fa considerata fanaticamente estremista, è assurta ad una posizione di tale potere in modo quasi estemporaneo. La stessa creazione del super ministero di Musk è avvenuta “in diretta” durante il live registrato dai due uomini su X, dopo l’attentato fallito di luglio.

“Per abbattere l’inflazione occorre tagliare a fondo la spesa pubblica,” ha sentenziato in quella conversazione il titolare di Space X (che incassa miliardi in contratti spaziali pubblici). “Cosa ne dici, Donald, di una commissione speciale sull’efficienza governativa? Io sarei disposto a presiederla”. “Ottimo avrei proprio bisogno di una persona come te che non le mandi a dire, come quella volta che in quella tua azienda hanno scioperato e tu li hai licenziati tutti in tronco!” (Risate).

E sia Musk che Ramaswamy non perdono occasione per specificare che le principali fonti di spese superflue sono programmi come l’assistenza alimentare alle famiglie indigenti, pensioni e sanità. “Inizialmente potrà provocare qualche disagio,” ha perfino ammesso Musk della paventata cura (il taglio di 2000 miliardi di dollari dalla spesa pubblica, pari a più di un terzo del bilancio dello stato), “ma alla lunga sarà meglio per tutti”.

“Vedremo quel che accadrà,” ha affermato a riguardo Trump. “Saranno mesi interessanti. Ma il paese è intasato di regolamenti e di persone non necessarie, che potrebbero essere più produttive nel settore privato”. Ora, con un’influenza senza precedenti, i “broligarchi” di Silicon Valley stanno per mettere le mani sull’apparato del welfare come si farebbe con una consociata recentemente acquisita, con l’intenzione di implementare una colossale riforma “aziendalista”.

Le fortune accumulate dall’attuale plutocrazia invitano paragoni con la Gilded agedell’inizio del ventesimo, quando la stratosferica ricchezza dei Rockefeller, Vanderbilt e le grandi famiglie industriali e bancarie, sottolineava l’abissale disuguaglianza con i ceti economici subordinati. Ma l’influenza politica, pur notevole, di quei “robber barons” impallidisce di fronte alla situazione odierna.

Quell’epoca fu il preludio ad una stagione di enorme conflitto sociale nel paese, ed alla creazione, con Franklin Roosevelt, della rete sociale (sanità e pensioni) tuttora in vigore. Oggi però, le tensioni prodotte da globalizzazione e dilagante disuguaglianza sociale, hanno all’apparenza prodotto un governo direttamente controllato dai più mastodontici monopolisti generati dal capitalismo neoliberista, i quali, in alleanza con un demagogo populista, e le parti più retrive della destra ideologica, quel patto sociale si apprestano a smantellarlo.

Tutto questo in barba a lampanti conflitti di interesse delle corporation che di fatto si trovano incaricate di smantellare le agenzie federali preposte a regolarle. Le prime teste che l’industria tech vorrebbe vedere rotolare sono quelle di Lina Kahn, architetta alla Federal trade commission (FTC), della campagna antitrust che ha di recente portato in tribunale Google e Amazon, e di Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che da presidente dell’authority per la protezione dei consumatori, è fra le voci più invariabilmente di sinistra contro lo strapotere delle imprese (Andreesen ha specificamente auspicato che venga “cancellata”).

Non si tratta però solo di assicurarsi i servigi di un’amministrazione amica (anche se con un affarista come Trump, questi saranno virtualmente assicurati). La decimazione dello “stato profondo” promessa da Trump come congegno di aggregazione populista antisistema, è per la plutocrazia militante di Silicon Valley un obiettivo ideologico che Musk persegue con particolare foga.

Nel loro recente libro, “Character Limit”, Kate Conger e Ryan Mac ripercorrono ciò che è avvenuto nei giorni successivi all’acquisto di Twitter da parte di Musk. Un susseguirsi di licenziamenti in tronco, esoneri comunicati via email, responsabili di reparto convocati a sorpresa ed invitati a giustificare l’utilità del loro impiego in 60 secondi, liquidazioni trattenute. Una “ristrutturazione” economica resa teatro di crudeltà, a base di umiliazioni rituali e punitive. Un terreno di forte affinità fra Musk e Trump, già titolare di un reality il cui slogan era “You’re Fired!” (Sei licenziato!).

La liquidazione di 80% degli impiegati “senza conseguenze” per l’azienda (a meno di non voler contare la distruzione di una piattaforma ridotta a megafono di disinformazione e propaganda), ha fatto di Musk una sorta di eroe anarco capitalista per una nutrita schiera di follower. Ed è questa stessa ricetta che molti si attendono da lui per decimare una volta per tutte lo “stato profondo”. In queste settimane Musk è stato visto spesso in compagnia di un altro consociato, Steve Davis, uno dei manager nella Boring Company (la società di scavi del gruppo Musk). Secondo il Times, anche Davis, specializzato in taglio di costi, sarebbe stato impegnato in colloqui con altri esperti per “ottimizzare il bilancio federale”. Anche lui probabilmente avrà un ruolo di spicco nel nuovo ministero DOGE.

Non sarà forse possibile replicare i tagli dell’80% di Twitter, ma anche la paradossale riduzione di quasi il 50% della spesa pubblica che Musk va ventilando, rappresenterebbe una catastrofica apoteosi della guerra dei ricchi contro i poveri. Per preparare il terreno, su “X” è già partita la campagna, amplificata da Musk, per vilificare gli “scrocconi” dei sussidi pubblici, e per la “liberazione” delle aziende dalle “soffocanti burocrazie”.

L’altro impeto è quello delle privatizzazioni con delega ad un altro manager del Team Musk: Shervin Pishevar, direttore e cofondatore della Hyperloop (l’azienda di capsule supersoniche con diversi progetti in fase sperimentale). Pishevar ha scritto della “opportunità di re-immaginare le funzioni di governo alla luce degli sviluppi economici e tecnologici senza precedenti”. Una frase che sintetizza gli interessi economici e il messianesimo tecnologico prevalenti a Silicon Valley. Secondo Pishevar, servizi come le poste, la NASA ed il sistema penitenziario potranno “giovare immensamente dell’ingegno del settore privato”. Tutto nell’interesse di creare un “futuro allineato con la proprietà e la prosperità”. Una caratteristica degli ultra capitalisti è come facciano disinvoltamente vanto pubblico di ciò che fino a poco fa, e ancora durante il primo mandato Trump, i partiti padronali avrebbero taciuto e pubblicamente negato.

La graduale privatizzazione dei servizi è parte integrante dei programmi di molti governi liberisti occidentali. Ma i giga capitalisti intravedono ora l’opportunità di completare l’opera in tempi molto brevi, adottando lo slogan “move fast and break things”. Il motto di Mark Zuckerberg, prediletto dai taumaturghi del tech, verrebbe dunque applicato all’apparato dello stato da “reinventare”. Dopotutto anche il famigerato Project 2025 è predicato su di una “blitzkrieg” per sopraffare la resistenza delle istituzioni (o degli argini costituzionali) e blindare l’apparato senza lasciare tempo alla resistenza per organizzarsi.

Il progetto di “sfondamento” promette di investire ogni campo, a partire dalla ricerca, la sanità e l’istruzione pubblica, ed in alcuni casi, per la verità, è già buon punto. La rete di CPR, ad esempio (oltre 200 nel paese, e che la deportazione di massa promette di incrementare sostanzialmente), è già appaltata dal governo ad aziende del complesso “penale-industriale,” società come Corrections Corporation of American e Geo Group, pagate per detenuto, e i cui titoli in borsa sono schizzati alle stelle il giorno dell’elezione di Trump.

Ma la riverita “disruption” dovrà, nel progetto dei “broligarchi”, estendersi all’intera società. Quella che Pishevar eufemisticamente definisce la “ristrutturazione rivoluzionaria delle istituzioni pubbliche”, seguirà il noto copione del loro sabotaggio e definanziamento in vista della sostituzione con imprese di “management” e, quindi, un mastodontico trasferimento di fondi pubblici in casse private. Molto verrà presumibilmente attuato per decreto, ma all’occasione Trump ed i suoi sponsor, dispongono di entrambe le camere del parlamento e di una super maggioranza reazionaria sulla Corte suprema – una convergenza di proposito e potere che non ha precedenti.

Sempre nel quadro dell’“innovazione,” è stata significativa una nomina che è passata in parte sotto al radar, quella di David Sachs alla carica inventata di “zar per le criptovalute e l’intelligenza artificiale”. Venture capitalist, e vecchia conoscenza di Musk dai tempi della PayPal, Sachs è fra i Sudafricani con un ruolo fuori misura nell’ala silicon-reazionaria. Roelof Botha (nipote dell’ultimo ministro degli esteri del regime di apartheid, Pik Botha) è un investitore con la Sequoia (la stessa di Shaun Maguire), Patrick Soon-Shiong è il proprietario del Los Angeles Times che ha vietato l’editoriale pro Kamala Harris della propria redazione e ha da poco annunciato un algoritmo AI per “correggere” i pregiudizi progressisti dei suoi redattori.

Fra tutti i digital tycoon con legami all’emisfero australe, è pero sicuramente Peter Thiel ad avere il profilo maggiore. Legato al think-tank anarco-capitalista, Property & Freedom Conference ed al gruppo Bilderberg, il magnate cresciuto in Namibia da famiglia tedesca, non è solo sostenitore di Trump, ma è stato finanziatore e mentore della carriera di JD Vance, della cui nomina a vice presidente è stato sponsor e garante diretto.

Anche lui membro originario della PayPal mafia, Thiel ha studiato a Stanford dove fondò il giornale dei giovani conservatori. Famigerato per aver teorizzato che “la democrazia non è più compatibile con la libertà,” è oggi eminenza grigia del culto neoreazionario di Silicon Valley.

Il mese scorso, in un’intervista con Bari Weiss, ha paragonato gli ultra capitalisti tecnologici che hanno portato Trump alla vittoria, ai partigiani della resistenza che in Guerre stellari abbattono l’Impero (un’analogia in cui presumibilmente Biden ricoprirebbe la parte di Darth Vader).

Oltre che guidare la santa alleanza contro “l’establishment,” Thiel è titolare della Palantir, azienda di data analytics ed intelligenza artificiale dalle molteplici applicazioni militari (la società prende il nome dalle pietre divinatorie del mago Sauron nei libri di JRR Tolkien.) Il controllo dell’intelligenza artificiale, come è noto, sarà cruciale per la prossima fase capitalista e geopolitica ed il connubio Trump-giga oligarchi si è dunque consumato anche nell’ottica di una nuova corsa agli armamenti AI, soprattutto con l’arcirivale cinese.

Fondata nel 2003 la Palantir ha inizialmente fornito reti neurali e algoritmi per l’analisi di dati ad agenzie di intelligence e poi reparti speciali dell’esercito. Oggi è leader delle applicazioni militari della AI che fornisce anche a molti clienti globali. Sempre, si intende, quelli dalla parte “giusta”. L’AD della società, Alex Karp, è un agguerrito sostenitore di Israele e fautore del nuovo manicheismo globale a guida americana. “Dobbiamo spiegare agli Americani che il mondo è diviso in due parti e che una di queste è dominata da terroristi che hanno mire per il dominio dell’Occidente,” ha affermato in una recente conferenza del Reagan institute.

Nel Karp pensiero la supremazia tecnologica si accompagna senza soluzione di continuità alla superiorità morale dell’occidente americano. Ed il suprematismo è inscindibile dalla logica della guerra permanente (che corrisponde dopotutto al business model aziendale). Karp afferma che “gli Americani sono il popolo più timorato, equanime, meno razzista e ben disposto al mondo. Allo stesso tempo vogliono far sapere che se tu ti svegli la mattina pensando di farci del male, catturarci come ostaggi o spedirci il Fentanyl per ucciderci a casa nostra, qualcosa di molto brutto succederà a te o a tuo cugino, alla tua amante o la tua famiglia”.

Le farneticazioni da dr. Stranamore degli algoritmi per Karp sono una consuetudine. “Abbiamo la tecnologia migliore e così deve rimanere,” dice in un altro video. “Non possiamo permetterci l’equivalenza con nessuno perché i nostri avversari non hanno i nostri scrupoli morali. I nostri nemici devono svegliarsi impauriti e andare a dormire terrorizzati”, Sionista convinto e sostenitore di Netanyahu, Karp ha messo la “superiorità morale” della sua azienda a servizio del IDF nella campagna contro Gaza, ed ha sperimentato la propria intelligenza artificiale nel teatro ucraino. Nella nuova “pax americana digitale” di Karp il dr. Stranamore incontra Terminator in uno scenario in cui i cieli “nemici” sono perennemente solcati da satelliti Starlink (la consociata Musk ne ha in orbita già 6500) e molti altri armati di missili.

Due settimane fa 166 membri dell’ONU hanno votato una risoluzione auspicando un trattato sulle armi “intelligenti”, i cosiddetti robot assassini, dotati di “autonomia decisionale”. Il trattato è solo “auspicato” perché gli Stati uniti sono contrari a qualunque limitazione obbligatoria. In realtà la proliferazione di armi intelligenti è già a buon punto  e rimarrà una principale priorità della prossima Casa bianca.

Nei quartieri generali del nuovo complesso militare industriale digitale a Silicon Valley, è già a buon punto il lavoro per assicurare la supremazia USA anche nello spazio e negli oceani, dove incrociano già “sciami” di robot-sommergibili autonomi, prodotti da un’altra azienda leader del settore, la Anduril (anche questo nome preso dal Signore degli anelli, stavolta la spada di Aragorn). Scenari sempre più frequenti in cui il transumanesimo dei giga-capitalisti sconfina nel post-umano.

Il modello potrà ora venire definitivamente consolidato da una Casa bianca in cui ideologia reazionaria ed interessi industriali saranno infine sovrapposti senza distinzione, un governo composto in parti uguali di ideologhi apocalittici e costruttori di armi che nello studio ovale avranno un socio di affari a pieno titolo.

Da gennaio si profilano stati di emergenza, rastrellamenti e modifiche costituzionali per decreto (la fine dello ius soli, per cominciare, poi radicali restrizioni al dissenso.) Dietro al progetto c’è una fazione che oltre alla certezza delle proprie ragioni, avrà ora il potere di applicarle col pieno sostegno di una presidenza imperiale.


Sergio Rossi – Caccia aperta per Lugano: super-ricchi, a noi!

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Censura australiana? No educazione ai media

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Bisogna pur dirlo. In Europa e in tutto il mondo occidentale è guerra aperta contro telefonini e dintorni in mano a ragazzini e adolescenti, con l’età del primo rapporto tecnologico che, pare, s’abbassa sempre più. A volte ci si mettono pure governi e parlamenti. L’Australia – riporta Naufraghi/e citando La Repubblica – ha deciso di vietare i social ai minori di 16 anni. Il testo, che ha ricevuto il via libera della Camera e del Senato, ma che deve tornare per l’approvazione finale alla Camera bassa, obbliga le piattaforme — si parla di Facebook, X, Instagram, TikTok ma non di WhatsApp e YouTube — a adottare “misure ragionevoli” per impedire a bambini e adolescenti di avere account sui social network. È una prassi vecchia e bacchettona, che nasconde una certa indolenza, suggerita spesso da quei medesimi social dei quali i politici di mezzo mondo si servono per portare innanzi i cavoli loro: dalla propaganda alle fake news, su un letto di narcisismo mica da poco.

Sembra proprio il vecchio bigottismo dei cristiani d’Occidente, di cui è luminoso esempio il Librorum prohibitorum index, ex mandato Regiae catholicae eccetera, la lista dei libri proibiti, insomma, perché davano fastidio alla morale cattolica. Però anche in questa società che vorrebbe essere campione della democrazia, della partecipazione e della trasparenza c’è sempre qualcuno che vuole proteggere qualcun altro a suon di divieti e di una buona dose di paternalismo, ciò che ha poco a che fare con la democrazia e col diritto.

Succede così che dopo le Direttive sui comportamenti inadeguati in ambito scolastico (v. L’etica in classe), ecco la versione per le scuole comunali di pochi giorni fa. Siamo ormai al divietismo, variante raffazzonata del proibizionismo, che almeno ci riservò opere indimenticabili, dalla letteratura al jazz, da Francis Scott Fitzgerald a Duke Ellington. Qui siamo di fronte a una variante più timida, che fin qua ci ha dato solo irritazione, stemperata da una sorta di pigrizia intellettuale – ma stiamo parlando del Dipartimento che si occupa di Educazione e di Cultura, in uno slancio di contraddizione e di ossimori, perché l’Educazione coi divieti ci riporta dritti ai tempi della scuola del Cuore di deamicisiana memoria, senza le sue pagine di commozione, tormenti e atti eroici.

Non è naturalmente una questione inaspettata. Già nel 2007 Giorgio Pellanda, prof della scuola media, nonché deputato al Gran Consiglio, chiese al Consiglio di Stato se fosse «finalmente intenzionato a proibire totalmente l’uso del telefonino in tutte le scuole obbligatorie del Cantone». Ne avevo scritto in un articolo – Telefonini a scuola: problema d’educazione o di repressione? –, che avevo chiuso con una postilla: non è chiaro se il divieto di introdurre il telefonino nel perimetro dell’istituto scolastico toccherebbe solo gli allievi o anche gli insegnanti, ai quali, come del resto agli allievi, è garantita la possibilità di telefonare tramite la segreteria.

Per fortuna non tutto il mondo si difende coi divieti, i giudizi di valore, le arrampicate sui vetri. C’è anche chi vuole affrontare il tema di petto, per il futuro dei suoi cittadini e del suo stesso presente. È interessante, ad esempio, il caso della Finlandia (ma guarda!?), che promuove l’educazione ai media come costitutiva dell’educazione civica, così come l’Estonia, che sin dalla scuola elementare prevede, nel contempo, lo sviluppo di competenze digitali, mirando alla comprensione critica della tecnologia e dei social media, senza scordare di chinarsi su privacy, cyberbullismo e dipendenze tecnologiche; ciò che, coerentemente, passa anche dalla regolazione dell’uso degli smartphone durante le ore di scuola, a partire dal divieto dell’utilizzo durante le lezioni, per favorire l’attenzione e le interazioni sociali dirette.

Si consideri che, Con poche eccezioni, i giovani hanno tutti uno smartphone personale (v. il rapporto Giovani | attività | media – rilevamento Svizzera). Se analizziamo la vita mediale quotidiana dei giovani – si legge nel rapporto – emerge che la maggior parte di loro non si è semplicemente “persa nel mondo virtuale”, ma adotta generalmente un approccio riflessivo nei confronti dei media e ama ancora incontrarsi con gli amici, fare attività insieme e coltivare una varietà di interessi da condividere. (…) I genitori e i responsabili dell’educazione, le scuole, i giovani stessi, le autorità di regolamentazione e i media devono assumersi la responsabilità di sostenere un uso dei media sicuro e adeguato allo sviluppo. Ma l’idea che non usare gli smartphone e i social network sia la migliore forma di educazione ai media non è adeguata ai tempi attuali.

Riprendiamo dunque il discorso partendo dall’Estonia o dalla Finlandia e dai loro sistemi formativi, spesso citati, più raramente imitati. Al posto dei divieti converrebbe tornare a battere i sentieri dell’educazione, difficili eppur potenti. Si tenga conto che tra i quattro e i quindici anni, un allievo che non ripete neanche una classe trascorre a scuola ben più di diecimila ore. Come ha scritto il sociologo Philippe Perrenoud, se la medicina, per obbligo statale, potesse occuparsi della popolazione anche solo per una porzione infinitesimale di questo tempo, non le si perdonerebbe neanche un raffreddore.


Noè Ponti, la banalità del ‘mostro’

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

I tedeschi dicono che è un ‘Teufelskerl’, un demonio, in senso positivo, nel senso del ‘daimon’ greco che il cristianesimo definisce ‘fuoco sacro’, e noi, dalle nostre parti, definiamo ‘la cosa’, che è poi la stessa cosa: quella forza misteriosa che ti impone di perseguire un traguardo tutto tuo, che nessuno vede, un filo misterioso che non ti sfugge, che ti impone ogni giorno una quantità di lavoro, di attenzione, che agli altri sembra mostruosa, ma per te è assolutamente normale, dovuta, appunto, al ‘daimon’ che ti spinge: non ne puoi fare a meno, se non fai il tuo ‘dovere’ quotidiano ti senti male, ti sembra di aver rotto il filo che ti conduce al traguardo, non c’è scampo.

A vederlo nel quotidiano, a sentirlo nelle interviste, Noè sembra proprio il bravo ragazzo della porta accanto, né troppo indolente e sciatto, né troppo assiduo, studioso, ‘secchione’ direbbe lui con il suo linguaggio della porta accanto (e anche un po’ sotto, dalle parti del cortile), con il suo italiano dedotto in parte dall’allenatore che in materia di nuoto è meglio degli illuminati, dotti universitari americani, ma che in materia di lingua italiana non è fiorentino; ricordando comunque che il Sommo Poeta, quando un Diavolo per beffa lascia partire un suono laddove non si fa musica, dice che ‘avea del cul fatto trombetta’.

Un realismo che appaiato alla laboriosa traduzione dalla nostra lingua madre, il dialetto, fa dire a Noè che ha vinto con un tempo ‘della Madonna’, traduzione da ‘n temp da la madona, e lasciamo la emme minuscola perché si scherza con i fanti ma non coi Santi, figuriamo con la Madre di Gesù. E bisogna anche considerare che gli avversari non sono pippe. Ugualmente se uno parte per la prima volta con il ruolo di grande favorito, non è facile. Lo sappiamo anche noi ‘normali’ quando siamo di fronte a qualsiasi esame: saremo all’altezza? Deluderemo i professori e i genitori all’esame di maturità? All’esame di una ragazza che ne sa una più del Diavolo, o anche solo mezza in più del debuttante sbarbatello?

In casi del genere è umanamente comprensibile un disagio che può anche provocare fastidiosi moti intestinali. Ma bisogna vincere il timore, altrimenti si rischia di incorrere in un grosso guaio: al sa la fa adoss, se la fa addosso, che nell’italiano der Testaccio diventa ca…rsi sotto. Di uno che non ti degna d’uno sguardo si dice anche che non ti caga. È un italiano che alla vecchia generazione fa schifo, ma è molto in uso in questa. Come in uso è anche il termine figo. Questo linguaggio ha indotto il traduttore (o la traduttrice) della RSI incaricato/a dei sottotitoli (uno più sciagurato dell’altro) a inserire in una battuta di Noè (appunto) un figo che a noi è sfuggito. Ma forse l’ha dedotto dal labiale, chissà.

Ma Noè, molto più elegante quando parla inglese (e forse anche tedesco e francese), dice sul serio quando parla? Forse si sforza a essere uno di noi. Certo è che quando nuota sembra dare ragione a Darwin: magari discendiamo dagli orang-utang, ma questi discendono da una forma di vita nascosta nel mare che ha prodotto un pesce che si è trovato in una pozzanghera di fango ed ha trasformato le pinne in zampe per poter sopravvivere. Teilhard de Chardin dice che l’evoluzione è vera ma l’ha indotta Dio. Amen.

Noè è in simbiosi con l’acqua al punto da raggiungere la perfezione: la sua potenza, la sua tecnica è abbinata all’eleganza, alla naturalezza dl gesto. Uno di noi? Dall’imperialista Mare Nostrum (che non abbiamo) al nostro ‘Mostro’? Monstrum Nostrum? Se così fosse dobbiamo tendere anche noi al meglio, a crescere giorno per giorno in qualsiasi campo, umano, sociale, professionale. Si può, e proprio a casa nostra, come ha dimostrato Noè scappando dalla Mecca del nuoto, l’America. Meglio il suo allenatore Meloni, i suoi assistenti, la sua famiglia. Ma come: non si cresce andando via dal nostro piccolo mondo? A sentire certi studenti universitari che sul fine settimana tornano a casa, no. Quelli che intervistati dal Tages-Anzeiger si dicono felici della lasagna e dello spaghetto a giusta cottura dalla mamma, altro che la sbobba di Zurigo. E a sentire Noè Ponti? Del suo ritorno a casa dagli USA non sappiamo molto.

Ad ogni modo, in alto i calici. Se Noè è uno di noi, non siamo messi male: un piccolo sforzo e anche Parlamento e Governo riusciranno a essere meno confusi, meno ‘casinisti’ nel linguaggio di Meloni (che si è assunto la responsabilità) e Ponti. Fermo restando che a Bellinzona pure non tutti sono ‘pippe’, e non tutti di fronte a certi ostacoli, si defilano, o peggio, ‘se la fanno addosso’.


Il dicembre terribile dei dittatori e i punti di forza dell’Occidente liberale

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Di Bill Emmott, La Stampa

Troppo spesso in Occidente soffriamo di invidia per i dittatori, siamo gelosi e un po’ intimoriti per il potere e la risolutezza di autocrazie moderne come Russia e Cina. Questo mese dovrebbe portarci a rivedere quei sentimenti, perché dicembre è stato un mese terribile per i dittatori. Questo non significa che l’Occidente ha trionfato. Significa che le nostre chance di competere con gli autocrati sono migliori di quanto ci abbia portato a ritenere la nostra triste forma di autoflagellazione.

La caduta di Assad

Nessuno deve dispiacersi per Bashar al-Assad e la sua famiglia e per il fatto che il brutale dittatore siriano ha dovuto abbandonare i suoi palazzi di Damasco per qualche residenza più umile a Mosca. Non dobbiamo nemmeno commiserare il presidente Vladimir Putin per aver ospitato questo leader fallito il cui tracollo ha messo in piena evidenza la debolezza stessa della Russia, privandola teoricamente delle sue basi navali e aeree nel Mediterraneo.

Non dobbiamo dispiacerci nemmeno per gli Ayatollah e i Guardiani della rivoluzione in Iran, che quest’anno hanno assistito alla disintegrazione di tutti i loro alleati a Gaza, in Libano e adesso in Siria, nonché alla cruda messa in mostra degli stessi sistemi difensivi iraniani. Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen potranno essere armati di nuovo, potranno rinascere di nuovo, ma la strategia consistente nell’usare queste milizie per proiettare il potere dell’Iran e danneggiare il nemico degli Ayatollah, Israele, è ormai in frantumi.

Le difficoltà di Kim Yong-un

Possiamo provare pietà per i circa dodicimila soldati nordcoreani che sono stati spediti a combattere al fianco del debole esercito russo e che adesso sono presi di mira e presto moriranno in grandi numeri, uccisi dalle armi ucraine a lunga gittata. Il loro dittatore a Pyongyang, però, non merita compassione per la sua decisione strategica di sostenere la Russia, che gli ha fruttato un po’ di soldi e alcune tecnologie missilistiche, ma poco di più.

Nella “zona demilitarizzata” che dal 1953 separa Corea del Sud e Corea del Nord, il presidente Kim Jong-un ha visto la sua controparte democraticamente eletta, il presidente Yoon Suk Yeol, rendersi ridicolo il 3 dicembre, quando ha cercato di impiegare la legge marziale per controllare un parlamento maldisposto nei suo confronti. In ogni caso, Kim ha ben poco di cui gongolare. Il fallito colpo di Stato del presidente Yoon ha dimostrato tutta la forza e la resilienza della democrazia sudcoreana.

La grande domanda da porsi adesso è dove questi disastri dicembrini porteranno l’asse globale che collega Russia, Cina, Iran e Corea del Nord nella loro ostilità nei confronti dell’Occidente. Tre su quattro hanno infranto in modo aggressivo la legge internazionale, mentre la vera superpotenza di quest’asse, la Cina, ha cercato di presentarsi come una nazione in ascesa che ricerca la pace e si pone come un’alternativa agli ipocriti Stati Uniti in declino. Chiunque ammirasse la Cina e i suoi compari all’inizio dell’anno che ormai volge al termine ha aperto gli occhi su una realtà molto meno suggestiva.

I problemi dell’Occidente

Non lasciatevi ingannare: anche l’Occidente ha moltissimi problemi. Il Giappone ha un governo debole, la Germania ha un governo collassato, la Francia non ha governo, e gli Stati Uniti hanno rieletto un presidente che disprezza gli alleati dell’America e (come fece Silvio Berlusconi) preferisce parlare con Putin, Xi e Kim che confrontarsi con i governi democratici. Con i deboli avversari che si ritrova, tuttavia, l’Occidente ha qualche buon motivo per sentirsi ottimista nei riguardi di quello che si potrebbe raggiungere nel 2025.

La debolezza russa

La prima opportunità è data dalla guerra in Ucraina. In termini militari, sia i soldati ucraini sia quelli russi sono sfiancati. Nel 2024 entrambi gli eserciti hanno fatto progressi: gli ucraini hanno conquistato e tenuto il territorio di Kursk, all’interno della Russia. I russi sono avanzati lentamente verso la regione orientale dell’Ucraina ma, malgrado ingenti perdite, dal primo gennaio sono riusciti a occupare soltanto uno 0,4 per cento in più del territorio ucraino. E adesso la debolezza di Russia e la debolezza dell’Iran hanno portato alla caduta di Assad in Siria.

Ciò ha notevolmente ridotto l’incentivo del presidente eletto Trump a intimidire l’Ucraina per spingerla ad accettare le stravaganti e irrealistiche condizioni di pace avanzate dalla Russia. E ha altresì notevolmente aumentato l’incentivo del presidente Putin ad alleggerire quelle condizioni nella speranza di evitare in futuro umiliazioni. Trump ha l’occasione di iniziare la sua presidenza da forte rappresentante del mondo libero, invece di uno che chiede favori agli autocrati con le suppliche.

Un cessate-il-fuoco nella primavera del 2025 potrebbe essere nell’interesse di entrambi i contendenti. Se gli alleati europei dell’Ucraina, guidati da Polonia, Germania, Regno Unito, Svezia, Finlandia e Stati Baltici, riuscissero ad accordarsi per offrire garanzie economiche e per la sicurezza – e sembra essere un compito più facile rispetto al passato nell’indebolito stato russo – allora ci sarebbero buone possibilità per il presidente Volodymyr Zelensky di trovare un accordo che mantenga la sovranità, la democrazia e il futuro in Europa del suo Paese.

La seconda opportunità da cogliere, e che Europa e Giappone potrebbero sfruttare più dell’America egocentrica di Trump, è migliorare le relazioni con quelle vaste regioni in rapido sviluppo del mondo che hanno preferito evitare di allinearsi o con la Cina e il suo asse o con l’Occidente. Il Sudest asiatico, i Paesi del Golfo in Medio Oriente, i Paesi in Africa e America Latina hanno tutti evitato di sostenere l’Occidente nel suo appoggio all’Ucraina, accogliendo con favore nel contempo i soldi provenienti da Cina e Russia, ma non la loro supremazia.

Le opportunità dell’Occidente

La documentata debolezza dell’asse anti-Occidentale implica che è diminuito il fascino che la Cina esercitava di leader globale alternativo. L’economia cinese continua a essere importante, ma soffre ora di quel tipo di crescita lenta e deflazione debilitante che rese stagnante il Giappone negli anni Novanta. I Paesi del cosiddetto “Sud Globale” non vorranno certo inimicarsi Pechino o perdere i suoi soldi, ma saranno più aperti a offerte alternative in arrivo dall’Occidente.

Il Piano Mattei italiano per l’Africa settentrionale oggi ha migliori possibilità di successo, soprattutto tenendo conto del cambio di regime in corso in Siria, così come ha migliori possibilità anche l’iniziativa giapponese di fornire aiuti militari e guida nel Sudest asiatico. La debolezza della Russia rende più che mai fondamentale che l’Europa promuova i suoi valori e il suo ascendente in Europa orientale e in Asia centrale. Adesso, finalmente, ha buone possibilità di essere presa sul serio. Insediato un nuovo governo dopo le elezioni di febbraio in Germania, questa nuova agenda potrebbe andarsi configurando e si auspica che lo faccia con rinnovata fiducia nei punti di forza dell’Occidente liberale contro queste fragili autocrazie.

Nell’immagine: Il raiss Bashar al-Assad con Vladimir Putin che lo ha accolto il Russia dopo la sua fuga dalla Siria 


Quell’erosione che svuota élite e popolo

Una vicenda esemplare di sfruttamento, di responsabilità multiple, e di giustizia lenta, lentissima 

Di Matteo Maria Zuppi*, La Repubblica

Papa Francesco ha indicato la strada dell’ascolto e il Sinodo, sia quello generale sia quello italiano, l’ha largamente praticata. Attraverso l’ascolto la Chiesa entra nella storia e nelle sue contraddizioni e il radiomessaggio di Pio XII del Natale 1944 costituisce ancora oggi una importante lezione di ascolto attento della realtà. Quella di allora era una “spaventevole realtà” fatta di “brutalità, iniquità, distruzione, annientamento”. L’Europa, il mondo erano in guerra dal 1° settembre 1939: più di cinque lunghi anni di guerra, troppi. “L’alba del Natale — diceva il Papa — si leva su campi di battaglia sempre più estesi, su cimiteri ove sempre più numerose si accumulano le spoglie delle vittime, (…) sulle rovine di città dianzi fiorenti e prospere (…) Quale desolazione! (…) Non vi sarebbe più dunque speranza per l’umanità?”.

Sono parole terribilmente attuali. Il mondo è oggi nuovamente dominato dalla guerra come non accadeva dal 1945: in Ucraina da più di mille giorni, a Gaza, in Libano, ora anche in Siria, in Sudan e in tanti altri luoghi. I pezzi della guerra mondiale sembrano saldarsi in una pandemia che non suscita analoga reazione e solidarietà internazionale come quella del Covid. Anzi. La guerra appare la “normalità”. Il radiomessaggio di Pio XII annunciava la speranza che viene da Betlemme, ma il Papa sapeva di parlare a “cuori ottenebrati, afflitti, abbattuti”. La speranza cristiana sfida anche gli orizzonti più cupi, è sempre una spes contra spem.

Nel 1944 Pio XII si è interrogato anche – in modo inusuale e con coraggio – sui modi concreti attraverso cui questa speranza può cambiare il mondo. E’ una strada che dobbiamo cercare di percorrere anche oggi.

Dopo aver parlato dell’ordine internazionale post-bellico nel 1941 e di una nuova giustizia sociale, nel 1944, affronta le grandi questioni politico-istituzionali e, per la prima volta nel magistero della Chiesa, manifesta la preferibilità di uno specifico sistema politico: la democrazia. Proprio quel sistema politico che il fascismo e il nazismo avevano soffocato portando il mondo nella catastrofe bellica. (L’altro grande totalitarismo del Novecento, quello comunista, non ha fatto questa tragica scelta e per questo è sopravvissuto molto più a lungo). Nell’inverno più duro dall’inizio del conflitto, il Papa si chiede da dove può arrivare la pace. È convinto che, mentre gli eserciti si combattono in modo atroce, siano disponibili energie profonde contro la guerra. Ma bisogna attivarle. Pensa che “se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l’attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato” nel conflitto. Non è casuale, aggiunge, che nel corso della guerra sia diventata sempre più forte la “tendenza democratica”. Anche il Papa è convinto che per evitare “il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie”. La guerra rende urgente un sistema politico che eviti scelte delle élite disancorate dalla volontà popolare: bisogna che le classi dirigenti ascoltino i loro popoli. Ecco perché la democrazia è diventato un problema di “somma importanza (…) per il pacifico progresso della famiglia umana”.

Queste convinzioni hanno ispirato i cattolici di allora – ne ho parlato a proposito del Codice di Camaldoli – e la stessa Costituzione italiana. Dal 1944 il tema della democrazia è tornato più volte nel magistero dei Papi. Dopo le importanti parole di Giovanni XXIII sui diritti universali e sulla promozione della donna, Paolo VI ha scritto che la democrazia “trova nel Vangelo non solo incoraggiamento ma sostegno”. E ha reinterpretato la famosa frase di San Paolo, generalmente utilizzata per affermare l’autorità, scrivendo che “la Chiesa ci ricorda l’origine divina dell’autorità e insegna a quanti la esercitano che il loro potere è limitato dai diritti della coscienza e dalle esigenze dell’ordine naturale voluto da Dio”. Democrazia vuol dire limitazione del potere di chi comanda. La costituzione conciliare Gaudium et Spes riconosce come “pienamente conforme alla natura umana che si trovino strutture giuridico-politiche che sempre meglio offrano a tutti e senza alcuna discriminazione, la possibilità effettiva di partecipare liberamente e attivamente sia alla elaborazione dei fondamenti giuridici della comunità politica, sia al governo della cosa pubblica, sia alla determinazione del campo d’azione e dei limiti dei differenti organismi, sia alla elezione dei governanti”. Giovanni Paolo II ha dedicato molta attenzione al tema della democrazia nell’enciclica Centesimus Annus e Benedetto XVI, già prima di essere eletto, ha affermato che “la garanzia della collaborazione nella formazione della legge e nell’equa gestione del potere è il motivo fondamentale a favore della definizione della democrazia come la forma di ordinamento politico più adeguata” per tornarne poi a parlarne anche da Papa. Sulla linea dei precedenti pontefici, anche per Papa Francesco la democrazia è importante e va difesa. Ma si distingue dai suoi predecessori perché è il primo Papa a confrontarsi con un fenomeno nuovo: la crisi della democrazia. Già nel 2011, l’arcivescovo di Buenos Aires parlava di “divorzio tra governanti e popolo”, di “democrazia a bassa intensità”, di degenerazione della politica. “Mantenere viva la realtà delle democrazie” è la “sfida che oggi la storia vi pone” ha detto dieci anni fa Papa Francesco ai deputati del Parlamento europeo. La globalizzazione, notava, “colpisce la vitalità del sistema democratico depotenziando il ricco contrasto, fecondo e costruttivo, delle organizzazioni e dei partiti politici tra di loro”. Democrazia, infatti, è un sistema politico-istituzionale che implica anche un ricco pluralismo sociale e culturale, mentre la globalizzazione svuota le società di tale pluralismo, indebolisce o addirittura azzera quei corpi intermedi che ne garantiscono la vitalità a tutti i livelli e che sono l’humus vitale della democrazia: la Chiesa li conosce bene, è essa stessa ne fa parte. Difendere la democrazia, dunque, vuol dire vitalizzare i corpi intermedi: proprio l’opposto di ciò che è accaduto negli ultimi decenni, non solo in Italia.

Non basta più saldare élite e popolo: è in corso, infatti, un’erosione che svuota tutt’e due. Per quanto riguarda le élite, è difficile oggi immaginare, per usare le parole di Pio XII, uomini e donne “spiritualmente eminenti e di fermo carattere”, che si considerino come i rappresentanti dell’intero popolo. La crisi della democrazia non è solo crisi di classi dirigenti, è anche crisi dei popoli: crisi, cioè, di vincoli di solidarietà che fondano legami stabili; del senso di un destino condiviso; della volontà di costruire una casa comune anche per le generazioni a venire; in cui ai più deboli sia rivolta particolare attenzione ecc. Crisi anche dei corpi intermedi che ai popoli danno voce. E’ quella denunciata da Papa Francesco nella Fratelli Tutti e, nuovamente, nella recente lettera sull’importanza della storia e della memoria. La globalizzazione, ha scritto, produce una sorta di “decostruzionismo”, suscita un “bisogno di consumare senza limiti” ed esaspera “molte forme di individualismo senza contenuti”. Denunciarlo non vuol dire rifiutare la crescente interdipendenza che caratterizza oggi l’economia mondiale, né auspicare il ritorno a forme di autarchia, di protezionismo, di chiusura delle frontiere. Ma riconoscere gli effetti problematici della globalizzazione sulla vita di miliardi di persone.

Tra le conseguenze, ad esempio, c’è il passaggio dal “noi” all’“io”. Invece, come dice Papa Francesco, “la società è più della mera somma degli individui” e parlare di popolo serve a ricordare “fenomeni sociali che strutturano le maggioranze (…) mega-tendenze e aspirazioni comunitarie (…) obiettivi comuni, al di là delle differenze”, l’esigenza di “un progetto condiviso”. È “molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo”, aggiunge. Di qui l’importanza del sostantivo “popolo” e nell’aggettivo “popolare’”, scrive nella Fratelli tutti. Papa Francesco non “santifica” il popolo: non crede affatto “che tutto quello che fa il popolo sia buono”, né lo mitizza attribuendogli una inscalfibile sostanza etnica o ideologica. I popoli non sono per lui le nazioni nel senso di “invenzioni” politico-culturali che i nazionalisti creano – pretendendo che siano eterne – per contrapporre popoli diversi o per dividerli al loro interno tra un popolo “vero” (noi, i patrioti) e chi non è degno di farne parte (loro, gli antipatrioti). Per lui i popoli hanno un’identità storica. “Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o un progetto comune” che “vada oltre gli interessi e i desideri personali” e coinvolga più generazioni. Costruire la comune appartenenza che chiamiamo popolo “è un lavoro lento e arduo”, “esige di volersi integrare e di imparare a farlo”, “sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia”. L’appartenenza ad un popolo non è esclusiva o aggressiva e, in quanto costruzione che si sviluppa nel tempo, esige sempre apertura al futuro. Usare questa parola, insomma, è un modo – certamente non l’unico – per declinare la parola prossimo. Ricordo che, quando ho partecipato alla mediazione per riportare la pace in Mozambico, per far cessare una guerra civile che aveva provocato oltre un milione di morti, è stato utile ricordare alle due fazioni in lotta che erano parte di uno stesso popolo… Ma Papa Francesco sottolinea anche che “dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune”. Anche l’umanità tutta, dunque, può, anzi deve diventare un unico popolo se vuole affrontare insieme le grandi sfide che ci riguardano tutti. Come ho detto alla Settimana Sociale di Trieste, lo scorso luglio, “i cristiani prendono sul serio la patria, tanto che sono morti per essa, ma sanno anche che c’è sempre una patria in cielo e questo ci rende familiari di tutti e a casa ovunque”.

*L’autore è presidente della Conferenza Episcopale Italiana