Sergio Rossi – L’Unione europea bacchettata da Trump per la felicità di imprenditori e finanzieri

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Il “re delle sovvenzioni” non deve entrare in Consiglio federale

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Di Peter Blunschi, Watson

Il Partito del Centro ha finalmente un candidato per succedere alla Consigliera federale Viola Amherd. Martedì il consigliere nazionale sangallese Markus Ritter ha presentato ufficialmente la sua candidatura, annunciata lo scorso fine settimana. E ha chiarito ai media che in realtà è interessato a un solo dipartimento: il DDPS.

Già questo rende la sua candidatura irritante. Chiunque venga eletto in Consiglio federale deve prendere ciò che rimane quando vengono assegnati i dipartimenti. In questo caso particolare, è molto probabile che si tratti del DDPS. Ma c’è qualcosa di sconcertante nel modo in cui Markus Ritter si è quasi già presentato come Ministro della Difesa.

A suo avviso, il DDPS è un dipartimento disfunzionale che necessita del “pugno di ferro”. Dicendo questo, sta misconoscendo l’operato di Viola Amherd, cosa che non piacerà a molti nel partito. I problemi del DDPS sono complessi. Il capo del dipartimento non può essere ritenuto l’unico responsabile e non possono essere risolti “dando ordini”.

Un gioco di potere a spese della natura

Ma Markus Ritter indubbiamente il “pugno di ferro” ce l’ha. Come consigliere nazionale e presidente dell’Unione svizzera dei contadini, lo ha spesso usato per far passare le richieste dell’agricoltura, senza preoccuparsi dei danni collaterali. Pochi a Berna padroneggiano il gioco del potere con la stessa spietatezza di questo 57enne sangallese.

La natura spesso ne ha pagato il prezzo. Negli ultimi anni, Markus Ritter ha silurato diversi progetti per la protezione e la promozione della biodiversità, come la controproposta all’iniziativa popolare respinta lo scorso settembre, o una promessa fatta durante la campagna contro le iniziative sull’acqua potabile e sui pesticidi.

Obbedienza civica

In questi casi la destra lo segue docilmente, perché gli agricoltori hanno un’influenza sproporzionata a Berna rispetto alla loro quota di popolazione e all’economia nazionale. Ciò è particolarmente vero quando si tratta di denaro. Quando gli agricoltori chiedono sussidi, la maggioranza borghese in parlamento approva.

Naturalmente l’agricoltura non è un settore economico come gli altri. In quanto produttrice di alimenti, svolge una funzione essenziale per la popolazione. E il sistema dei pagamenti diretti è migliore del vecchio sistema di sovvenzioni ai prodotti, che dava ai cittadini la sensazione di essere sfruttati due volte: come consumatori e come contribuenti.

Sempre più soldi per l’agricoltura

Ma questo non giustifica affatto ogni desiderio finanziario, come ad esempio la campagna di pubbliche relazioni per i vini svizzeri finanziata dallo Stato. Gli epicurei possono vedere le cose in modo diverso, ma il vino non è un alimento di base. Decisioni del genere sono discutibili, soprattutto alla luce delle crescenti lotte sulla distribuzione delle finanze federali. Per finire, due settori non solo sono stati risparmiati, ma hanno addirittura ricevuto più fondi di quelli richiesti: l’esercito e l’agricoltura.

Chi altri si candiderà al Consiglio federale?

Una volta concessa una sovvenzione, è molto difficile revocarla. E se nel prossimo futuro dovesse essere eletto in Consiglio federale un “cavaliere delle sovvenzioni” [Ritter in tedesco significa cavaliere, ndr], diventerebbe ancora più difficile. I Consiglieri nazionali e i Consiglieri agli Stati dovranno tenerne conto quando il 12 marzo sceglieranno il successore di Amherd.

Molto dipenderà da chi sarà ancora in lizza (Andrea Gmür, Christophe Darbellay, Philipp Kutter, un outsider, ecc.) Il partito ha tempo fino a lunedì per presentare i propri candidati. Il consigliere agli Stati Beni Würth descrive Markus Ritter come una personalità impressionante che “incute rispetto”. Ma un uomo come lui in Consiglio federale? È difficile da immaginare.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Markus Ritter


Trump, una politica estera capovolta

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Di Ferdinando Nelli Feroci, La Repubblica

Con un diluvio di dichiarazioni e un impressionante numero di ordini esecutivi Trump sta ribaltando anche i canoni tradizionali della politica estera americana. Ma sulle crisi maggiori le sue intenzioni non sono ancora chiare e decifrare la politica estera del nuovo presidente americano resta un esercizio ad alto rischio.

Sicuramente ci dobbiamo attendere l’utilizzo sistematico di un approccio transazionale nel rapporto con i partner internazionali (grandi o piccoli che siano). E una propensione a declinare i rapporti fra Stati sulla base di “trade offs” fra interessi nazionali contrapposti. Ma anche scarso interesse per le alleanze tradizionali degli Usa. Una radicata ostilità per le regole consolidate e per il ruolo delle istituzioni internazionali. E una marcata preferenza per i contatti diretti con interlocutori con cui trattare da una posizione di forza. In estrema sintesi il ritorno di Trump “il vendicatore” è destinato anche a provocare una rilevante discontinuità nella politica estera americana, il rovesciamento delle già deboli regole del gioco nelle relazioni fra Stati, una ulteriore crisi del multilateralismo.

Trump aveva promesso che avrebbe concluso la guerra in Ucraina in ventiquattro ore. Ma alla prova dei fatti non esiste un piano americano per raggiungere anche solo una cessazione delle ostilità. E prevale l’impressione che a Washington ci si stia rendendo conto che per conciliare le posizioni di Putin e Zelensky sulla questione territoriale, sullo status dell’Ucraina dopo la fine del conflitto e sulle garanzie di sicurezza, è più complicato di quanto poteva apparire.

Sul conflitto israelo-palestinese e sul riassetto complessivo degli equilibri in Medio Oriente resta da capire quanto il nuovo inquilino della Casa Bianca vorrà impegnarsi per garantire stabilità nella regione. Sicuramente la nuova amministrazione sarà più allineata sulle posizioni del governo israeliano. Ma dovrebbe anche essere interessata a completare lo schema degli Accordi di Abramo, coinvolgendo l’Arabia Saudita in un processo di normalizzazione dei rapporti con Israele. Obiettivo per il quale Washington dovrà decidersi ad affrontare il nodo della questione palestinese.

Ugualmente problematico prevedere la linea delle nuova amministrazione sui rapporti con la Cina. Se cioè Trump vorrà proseguire la politica di “contenimento” nei confronti di Pechino delle precedenti amministrazioni. O se, al di là della minaccia di imporre dazi sulle importazioni cinesi, il nuovo presidente non sia tentato dall’idea di un qualche accordo su vasta scala da negoziare direttamente con Xi Jinping.

Sul fronte della sicurezza e della difesa aumenteranno le richieste americane agli alleati europei di un maggiore impegno, anche se l’aumento della spesa per la difesa fino al 5% del pil, sembra difficilmente praticabile. Ma è improbabile che si concretizzi il rischio di un vero e proprio disimpegno americano dall’Alleanza Atlantica.

La politica commerciale della nuova amministrazione sarà ispirata dall’ossessione di Trump per il tema degli squilibri della bilancia commerciale americana. E gli annunci dei primi giorni vanno nella direzione di misure di questo tipo nei confronti dei maggiori partner commerciali degli Usa. Ma è possibile che queste minacce si rivelino all’atto pratico altrettante mosse preventive mirate a consentire agli Usa di negoziare contropartite in termini di allineamento sulle politiche americane o maggiori acquisti di prodotti americani.

Le aggressive dichiarazioni di Trump a proposito del recupero della sovranità sul canale di Panama, o le rivendicazioni sulla Groenlandia, o la pretesa di trasformare il Canada nel 51mo Stato degli Usa, hanno lasciato il segno e provocato le prime prevedibili reazioni dei governi interessati. Ma solo nei prossimi mesi si capirà se si tratta di uscite estemporanee, o della premessa di una nuova politica americana di espansione territoriale, o infine se andranno interpretate come iniziative mirate a ottenere concessioni o contropartite in un negoziato in cui gli Usa pretendano di partire da posizioni di forza.

Infine anche il rapporto con l’Europa resta un’incognita. Sappiamo che Trump ha una pessima opinione della Ue, e che potrebbe privilegiare i rapporti con i singoli governi europei, con il rischio di accentuare le divisioni. Ma sembra improbabile che Trump, anche soltanto in considerazione dello spessore dei rapporti economici fra le due sponde dell’Atlantico, possa essere tentato dall’idea di forzare la mano sugli aspetti più complicati della relazione con gli alleati europei.


Afd incostituzionale, il bando divide la politica tedesca

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Il Verbot ad Afd divide nuovamente i partiti. Il giorno dopo l’approvazione della mozione anti-migranti del leader Cdu Merz con i voti di Afd, che ha mandato in frantumi il muro democratico al Bundestag, comincia il dibattito per la messa al bando dei fascio-populisti.

L’Afd è infatti ritenuta «una forza politica incompatibile con i valori della democrazia», come segnalano da anni i rapporti dell’Ufficio per la Protezione la Costituzione (BfV).

All’ordine del giorno due mozioni bipartisan che non prevedono voti ma solo il passaggio per la seconda lettura alla commissione Interni. Mentre lo schieramento dei deputati è così definito: a favore Verdi, gran parte della Spd, la Linke e una minoranza della Cdu-Csu; contro i liberali, la maggioranza della Cdu, molti deputati della Spd, l’Alleanza di Sahra Wagenknecht secondo cui «è la proposta più stupida dell’anno».

CERTO È TROPPO TARDI per fermare l’onda nera che travolge il paese, ma la richiesta di mettere fuorilegge il partito di Alice Weidel è tutt’altro che un atto simbolico fuori tempo massimo, almeno finché l’Antifascismo resta l’unica e vera Ragione di Stato sancita nella Costituzione della repubblica nata dalle ceneri del Terzo Reich.

La prima mozione presentata da Martina Renner (Linke), Carmen Wegge (Spd), Till Steffen (Verdi), Stefan Seidler (Ssw – il partito della minoranza danese) e Marco Wanderwitz (Cdu) sostenuta da altri 113 deputati mira a interdire quanto prima Afd; la seconda di Renate Künast (Verdi) e altri 42 firmatari chiede di far esaminare prima da una commissione di esperti le probabilità di successo del divieto «per essere certi che regga il giudizio» della Corte Costituzionale di Karlsruhe, cui spetta l’ultima parola.

Paradossalmente il più preoccupato del pericolo nero è Wanderwitz, il deputato della Cdu di Merz che l’altro ieri ha sdoganato Afd. «Se non andiamo avanti con il veto, possiamo alzare bandiera-bianca». Non la pensa così il collega di partito Philipp Amthor: «Se il provvedimento fallisce, diamo a Afd la patente di democraticità». Anche la Spd registra molti dubbiosi.

NELLA SENTENZA della 2017 sulla mozione di messa al bando dei neonazisti della Npd, approvata dal Parlamento nel 2013, i giudici “assolsero” il partito avvertendo: non solo deve essere dimostrata l’incostituzionalità del contenuto del partito ma anche la sua ampia influenza sui cittadini. Per questo la Npd, nonostante il programma nazista, ha continuato a rimanere legale prima di cambiare nome e confluire in Die Heimat. Gli unici due partiti messi fuorilegge in Germania sono stati nel 1952 il Partito socialista del Reich fondato da ex nazisti e quattro anni dopo il Partito comunista tedesco.

Non è il caso di Afd, seconda forza politica a livello nazionale. Qui, tecnicamente, la partita si gioca solo sulle dichiarazioni dei due co-segretari Alice Wedel e Tino Chrupalla da sempre al limite della legalità. Mentre il capo della corrente ultra-destra di Afd (Der Flügel), Bjorn Höcke, il confine costituzionale l’ha già superato con due condanne penali per avere utilizzato slogan del Terzo Reich nei suoi comizi.

Resta l’enorme ostacolo di fondo. Dopo il voto sulla mozione anti-migranti di Merz della nuova maggioranza di Cdu, Fdp e Afd come si può censurare il programma xenofobo di Alice Weidel combaciante quasi come un calco con la proposta del leader Cdu?

DUE MESI FA 18 autorevoli giuristi si sono espressi a favore del veto: «Afd segue un’ideologia ultra-identitaria contraria ai diritti umani, e questo è in contraddizione con la Costituzione». Sulla puntualità della messa al bando non ha dubbi l’Istituto tedesco per i diritti dell’uomo: «Lo strumento di vietare un partito è stato creato in base all’esperienza storica per essere usato in situazioni come l’attuale» riporta la nota diffusa dal tg Tagesschau.

Di contro l’ex presidente della Corte di Karlsruhe, Hans-Jürgen Papier rappresenta le perplessità. La misura potrebbe rivelarsi controproducente. Al di là della bontà della causa in una democrazia «lo strumento della messa al bando di un partito è una spada affilata da maneggiare con massima cautela». Diverso è il caso dei Giovani di Afd. La Junge Alternative, incistata di nazi doc, già sotto osservazione dal BfV, non esiste più. Weidel l’ha sciolta al congresso di Afd a Riesa liberandosi così della presenza scomoda.

In più i fascicoli del Bfv rappresentano la base delle accuse, ma giuridicamente si tratta di procedure diverse e non sovrapponibili. Soprattutto, il Bfv ha sottoscritto un patto temporaneo con Afd: continuerà a classificare il partito come «sospetto estremista di destra» però la nuova indagine avverrà solo dopo le elezioni.

PRIMA DEL VOTO, in compenso, riappare l’ex cancelliera Angela Merkel. Ieri ha criticato pubblicamente Merz per la sua clamorosa «retromarcia» rispetto alla promessa di non offrire mai il destro a Afd. Il segretario della Cdu, nemico storico di “Mutti”, ha reso il “suo” partito irriconoscibile, al punto che ieri il quartier generale del partito a Berlino è stato evacuato per paura dei continui sit-in di protesta.


Jalta ottant’anni dopo. L’ultima mappa del mondo

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Nessuno si accorse che erano 13 a tavola, nemmeno il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, scaramantico al punto da portare sempre con sé la coda portafortuna di Gloucester, il cavallo più bello del mondo. Nella sala dove lo Zar Nikolaj IIgiocava a biliardo, a palazzo Livadia, il pranzo era stato predisposto per 14 persone, 5 americani, 3 inglesi, un russo, due interpreti, e naturalmente i tre protagonisti della Conferenza di Jalta iniziata una settimana prima e giunta adesso all’atto finale, con la firma degli accordi da parte di Roosevelt, Stalin e Churchill. Ma pochi minuti prima della fine, quando gli agenti dell’NKV avevano spalancato le porte ai fotografi e ai cineoperatori per fissare l’evento nelle immagini che diventeranno storiche, l’ambasciatore americano a Mosca,William Averell Harriman, si era alzato per correggere nella sala accanto una frase dei documenti conclusivi, lasciando 13 commensali a sfidare la superstizione nelle fotografie ufficiali. In quell’angolo di Crimea dove i tre uomini più potenti del mondo in otto giorni avevano ridisegnato il profilo del pianeta dall’Europa al Pacifico, nessuno badava alla malasorte, convinti com’erano tutti del successo della Conferenza. «Qui c’è la storia nell’aria», spiegò un uomo di teatro come il tenente Norris Houghton, guardando i flash e i riflettori che illuminavano i protocolli con l’inchiostro fresco dell’intesa raggiunta tra i “Tre Grandi” per vincere la guerra e costruire la pace, nella convinzione di scrivere una nuova storia e una diversa geografia: in realtà nessuno poteva saperlo, ma quella tracciata a Jalta era l’ultima mappa del mondo.

Un mondo sottosopra dopo cinque anni e mezzo di conflitto, con la follia nazista che aveva incendiato l’Europa. Ma tra il 12 e il 15 gennaio di quel 1945 l’Armata Rossa aveva lanciato un’offensiva lungo un fronte di 700 chilometri, da Neman fino ai Carpazi, raggiungendo il fiume Oder, occupando la zona industriale della Slesia, isolando la Prussia orientale col bilancio di 100 mila morti tedeschi, 300 mila prigionieri e 45 divisioni naziste annientate. Le truppe sovietiche ora avanzavano verso Konisberg, Poznan, Nowi Targ, mentre sul fronte Ovest il generale Eisenhower prevedeva di passare il Reno all’inizio di marzo. Sul teatro occidentale delle operazioni gli Alleati disponevano di 10 mila carrarmati e 9 mila aerei, tra cui 4 mila bombardieri con un carico di bombe di 3-5 tonnellate ciascuno. Proprio perché si profilava la vittoria perStati Uniti, Russia e Gran Bretagna, quello era il momento di coordinare lo sforzo bellico finale degli eserciti dei tre Paesi, e soprattutto di trasformare l’alleanza militare in un’intesa politica e diplomatica che garantisse il mondo contro il pericolo di nuove guerre creando le condizioni non solo morali, ma istituzionali per aprire un’era prolungata di pace.

I “Tre Grandi” si erano incontrati per quattro giorni a Teheran a fine novembre del 1943, avevano esaminato per la prima volta congiuntamente le questioni militari più urgenti e si erano spinti ad annunciare una prospettiva di libertà e democrazia dopo la fine del conflitto, senza però assumere nessun impegno concreto: «Noi coopereremo con tutti i popoli che intendono consacrarsi all’eliminazione della tirannia e della schiavitù, dell’oppressione e dell’intolleranza, e accoglieremo nella famiglia universale delle Nazioni Democratiche tutti coloro che per libera scelta decideranno di venire da noi». C’era dunque il seme di un’alleanza che, nata per necessità nella guerra, voleva proiettarsi oltre la dimensione bellica, in un’azione di emancipazione e di riscatto dopo gli orrori del conflitto. E le tre potenze che si opponevano alla minaccia hitleriana sulla civiltà europea, assegnavano a se stesse il ruolo morale e politico di liberatori e costruttori di un nuovo ordine mondiale, che Roosevelt fin dal discorso del 6 gennaio 1941 basava sulle quattro libertà fondamentali: «di parola, di culto, di possesso, e libertà di vivere senza paura». Ma con la svolta della guerra, cresceva la necessità di coordinare le strategie militari degli Alleati, per disciplinare l’uso delle truppe e affrettare il momento della vittoria finale. Man mano che i Paesi venivano liberati, dalla Francia al Belgio, alla Grecia, a parti dell’Olanda e della Polonia, si rendevano necessarie decisioni dei Tre Grandi: che soprattutto dovevano stabilire che fare con la Germania il giorno dopo la resa, una volta divenuti arbitri del destino di quel popolo, di quel territorio e di quello Stato.

Churchill voleva un nuovo vertice a tre per garantire e intensificare «l’unità delle potenze alleate», l’arma a suo parere più potente nella guerra, e anche per evitare che il buon rapporto personale tra Stalin e Roosevelt potesse produrre a sorpresa risultati politici autonomi, non concordati sull’asse Londra-Washington. «Non ho esitato a viaggiare da una corte all’altra come un menestrello – dirà ai Comuni a fine ottobre ‘44 – ma ho sempre cantato la stessa canzone». Lo fece anche in quell’autunno, quando volò a Mosca per discutere direttamente con Stalin le questioni aperte della Polonia, della Grecia, della Jugoslavia e del Giappone, insistendo perché la Russia scendesse in campo, dichiarando guerra a Tokyo. Parlò anche dell’Italia, invitando il Capo del Cremlino a «non eccitare» i comunisti italiani, e ottenne l’ assicurazione di Stalin con un giudizio su Togliatti: «Non è un estremista, ma una persona ragionevole che non si lancerà in un’avventura». Tornò soddisfatto, dopo aver collezionato un pranzo di sei ore, il balletto di Giselle al Bolshoj, una discussione fino alle 3 del mattino con il leader russo, e dopo aver dormito nella dacia di Molotov, messa a sua disposizione dal ministro degli Esteri sovietico in segno di amicizia. Stalin lo accompagnò addirittura all’aeroporto e salì sull’aereo per il commiato. «Ho avuto una conversazione molto piacevole con il Vecchio Orso», scrisse Churchill da Mosca alla moglie Clementine. Poi aggiunse una confessione: «Più lo vedo e più mi piace».

Anche Roosevelt si era convinto nel loro primo incontro, aTeheran, che Stalin fosse «malleabile» e che la dinamica tipica di un vertice internazionale a porte chiuse, con i leader faccia a faccia nelle discussioni ufficiali, nei momenti conviviali e nelle chiacchiere serali col brandy in mano, fosse lo strumento più utile per impostare un negoziato, ammorbidire i “niet” sovietici e arrivare a un’intesa. In un incontro di 35 minuti, Roosevelt chiese al ministro degli Esteri russo, Gromyko, di far conoscere a Stalinil suo desiderio di reincontrarlo in una Conferenza dei tre Paesi, insieme con Churchill. Ma il presidente americano aveva una motivazione in più rispetto al Primo Ministro britannico. Roosevelt infatti pensava che la pace, una volta raggiunta, non potesse essere lasciata al suo destino, con tutti i problemi del controllo dei territori liberati, ma dovesse essere “organizzata”. Non è la guerra che crea la pace, è la politica: e dopo la forza, torna in campo la diplomazia. Il disegno ambizioso del presidente – al suo dodicesimo anno alla Casa Bianca – era appunto un’organizzazione internazionale fondata sul principio dell’uguaglianza sovrana di tutti gli Stati schierati per la pace, e pronti a prestare la loro collaborazione per il mantenimento della convivenza pacifica nella sicurezza. Bisognava muoversi subito, fissando regole che superassero lo status di vincitori e vinti: l’istituzione mondiale chiamata a garantire pace e sicurezza doveva nascere prima della fine della guerra. Il fascino di questa prospettiva grandiosa, pensava Roosevelt, nel vertice a tre avrebbe prima o poi contagiato anche Stalin, che aveva avanzato la richiesta impossibile di avere nella nuova organizzazione sovranazionale 15 voti per le Repubbliche sovietiche, oltre a quello dell’Urss. In realtà il Presidente subiva inconsciamente il fascino di Stalin, pur nella totale diversità politica e antropologica che gli era ben chiara: e più ancora sentiva la fascinazione e l’ebbrezza di guidare lui il Capo del Cremlinodentro un percorso negoziale. Ma Roosevelt non avvertiva ancora, in quei mesi tra il ‘44 e il ‘45, il condizionamento della dimensione ideologica che dominava il GenSek. «Vado più d’accordo con lui – arrivò a dire – che con Churchill. Gli voglio bene, e penso che sia reciproco…». E sottovalutava, davanti alla ridefinizione dei confini che si annunciava con la fine della guerra, l’angoscia dell’anima russa per la terra, ambizione imperiale e protezione atavica che si rinnovava, dopo che Leninnel 1918 aveva spostato la capitale da San Pietroburgo a Mosca per allontanarla dall’Europa e custodirla circondata dall’immensità della terraferma russa, il vero humus dell’impero eterno.

Anche Stalin era rimasto soddisfatto del primo vertice coi due alleati a Teheran, convinto come Roosevelt di aver fatto valere le sue ragioni. Ma ormai, un anno dopo, si sentiva più forte: i successi dell’Armata Rossa, che aveva respinto l’esercito tedesco dalla Russia portando l’offensiva davanti ai centri vitali della Germania, gli conferivano un rango internazionale di primissimo piano come liberatore dell’Europa di mezzo, e accrescevano le pretese imperiali del Cremlino sovietico nel cuore del continente, fin dove erano giunti i carri armati di Mosca, portando la bandiera rossa. Dunque il tempo lavorava per i Soviet, che guadagnavano continuamente terreno, avanzando per quasi 30 chilometri al giorno. Per questo Stalin non aveva fretta di sedersi al tavolo alleato per un primo rendiconto, anche perché col titolo di Maresciallo guidava personalmente le strategie dell’Armata e ogni notte si chinava sulle mappe circondato dai generali in riunioni che non si scioglievano prima delle cinque del mattino. Ritardò dunque il suo consenso, e utilizzò il suo impegno bellico diretto per far saltare via via tutte le proposte di città che gli venivano avanzate da Londra e Washington: no ad Atene, a Malta, a Tunisi, a Gerusalemme, a Roma, a Taormina, fino a un telegramma estenuato di Churchill a Roosevelt: «Sarà possibile far venire Zio Baffone a Cipro o a Salonicco?».

Ma il Cremlino lasciava cadere tutte le candidature perché ilGenSek soffriva di otite e non voleva volare , finché un uomo che i russi conoscevano molto bene, Harry Hopkins, inviato personale del presidente e suo consigliere ascoltatissimo, non suggerì aGromyko l’idea della Crimea, immediatamente accettata. Jaltaaveva il profilo giusto, né piccola né grande coi suoi 50 mila abitanti, clima mite, panorama sul Mar Nero, protetta e non esposta, non per caso era stata la residenza estiva preferita di Nikolaj II. A Stalin dunque l’onore del padrone di casa, mentre i due ospiti e il loro foltissimo seguito avrebbero dovuto sobbarcarsi mezzo giro del pianeta per incontrarlo «all’indirizzo più scomodo del mondo», come si lamentava Churchill. Il Maresciallo non era dispiaciuto di imporre questa corvée. Un giorno, in un colloquio con una delegazione jugoslava, confessò la sua diffidenza per i due partner occidentali: «Se non stai attento, Churchill è il genere d’uomo che ti ruberà un copeco sfilandotelo dalla tasca. Roosevelt è di un’altra pasta, allunga la mano solo per monete più grosse».

In realtà il mantello nero con cui Roosevelt avvolgeva la sua debolezza fisica dopo la poliomielite del 1921 e la sua ambizione visionaria, nascondeva qualcosa di più del calcolo di un abile borseggiatore. La carta coperta del presidente americano era infatti la fine del mondo: la bomba atomica, coperta dal segreto assoluto. Solo tre generali e il Segretario alla guerra, Stimson, erano stati informati del lavoro degli scienziati: oltre a Churchill, naturalmente. Mentre si preparava la Conferenza di Jalta, un mattino dopo la prima colazione Roosevelt svelò il progetto nucleare al Segretario di Stato, Edward Stettinius: vago sui tempi, perché si stavano ancora perfezionando i risultati, fu molto chiaro nello spiegare che la nuova arma poteva rivoluzionare il mondo: «Non manca molto, e sarà possibile far cadere la bomba per esempio nella 42° strada, a Broadway, e l’esplosione raserebbe al suolo l’intera città di New York». C’era dunque un doppio fondo nel piani americani per passare dalla guerra alla pace, la vertigine scientifica dell’arma totale, l’esplosione definitiva che usciva dalla mitologia guerresca e diventava l’ armamento della fine, incaricato di incenerire il futuro.

Ma adesso il presente autorizzava una speranza, anche se i Tre Grandi viaggiavano verso Jalta con tutte le misure di precauzione consigliate dai servizi segreti in tempo di guerra. Il Segretario Generale scendeva da Mosca su un treno fantasma che non si fermava alle stazioni, il Primo Ministro e il presidente volavano da Malta, dove si erano incontrati, con le luci degli aerei spente e il silenzio radio assoluto. «Avevamo il mondo ai nostri piedi, venticinque milioni di uomini che marciavano ai nostri ordini per terra e per mare», scriverà più tardi Churchill, ripensando a quel momento nei giorni in cui la speranza di Jaltasi era già decomposta in delusione. Poi aggiunse, probabilmente con un sospiro tra il fumo del sigaro: «Sembravamo amici».

Nell’immagine: i “Tre Grandi” a Jalta. Churchill, Roosvelt, Stalin


Brexit, mai così tanti britannici contro l’uscita dall’Ue. Il 55% chiede di rientrare

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

I sostenitori della Brexit sono sempre di meno. E un ultimo sondaggio di YouGov, realizzato a cinque anni dall’effettiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea il 31 gennaio 2020, lo conferma: il numero di coloro che pensano sia stata una buona idea per il Paese abbandonare la Ue non è mai stato così basso dal referendum del 2016. Solo il 30% degli intervistati, infatti, sostiene ancora la Brexit, una quota in costante calo – erano il 33% solo lo scorso novembre. Mentre abbandonare Bruxelles è stata una decisione sbagliata per il 55% dei britannici – valore stabile rispetto all’ultima rilevazione di due mesi fa.

Cifre ancor più nette se si chiede ai giovani che nove anni fa non potettero votare. Il 75% di coloro che oggi hanno tra i 18 e i 24 anni, infatti, crede che la Brexit sia stata una cattiva idea, e solo il 10% pensa il contrario.

Insomma, sono ben lontane le cifre dei risultati del voto popolare di quel 23 giugno 2016, che decretò la Brexit con il 52% dei voti contro il 48%. Secondo questo ultimo sondaggio YouGov, nello specifico solo l’11% dei britannici considera un successo l’uscita dall’Ue, contro il 62% che invece la bolla più che altro come un “fallimento”, il 20% che non prende posizione e il 7% che non sa.

Un sentimento che oramai si riflette anche tra coloro che hanno votato Brexit: al momento, per il 32% dei “leavers” infatti, abbandonare la Ue somiglia più a un fallimento contro il 22% che invece lo considera sostanzialmente un successo. Curiosamente, anche tra coloro che oggi sostengono Reform UK, ossia il nuovo partito del re della Brexit Nigel Farage che sta volando nei sondaggi, per il 24% l’uscita dall’Unione è più che altro un fallimento. Valore che schizza all’83% tra gli elettori del Labour del primo ministro Sir Keir Starmer, che da tempo ha promesso un “reset” con la Ue, ovvero un riavvicinamento soprattutto su commercio e sicurezza.

Allo stesso tempo, però il premier Keir Starmer ha sempre escluso ogni intenzione per il Regno Unito di rientrare nel mercato unico europeo, nell’unione doganale e tantomeno nella Ue, anche per non riaprire le profonde ferite e spaccature di questo Paese. A tal proposito, il sondaggio YouGov ha altri spunti interessanti: solo il 27% dei britannici crede che le relazioni tra Ue e Uk debbano restare così come sono, mentre il 64% sostiene un riavvicinamento di Londra a Bruxelles, pur senza rientrare formalmente negli organismi europei, rispettando dunque i paletti di Starmer. Una posizione condivisa addirittura anche dal 60% di coloro che votarono Brexit nel 2016 e dal 53% degli elettori di Farage.

Tuttavia, il 55% degli intervistati allo stesso tempo supporta sostanzialmente una retromarcia totale sulla Brexit e dunque il ritorno in Ue, contro un complessivo 33% che non la approva. Mentre il 50% si dice in pratica favorevole al rientrare almeno nel mercato unico europeo contro il 21% di contrari, e si notano cifre simili per un eventuale ritorno del Regno Unito nell’unione doganale europea (48% contro 20%). Quest’ultima posizione ora sposata dal leader dei liberal-democratici Sir Ed Davey.

Starmer e il Labour considerano un obiettivo cruciale riavvicinarsi alla Ue, ma le trattative non sono facili. Per esempio, in cambio di agevolazioni commerciali, Bruxelles chiede a Londra di accettare un programma giovanile detto “Youth Mobility”,che permetterebbe agli under 30 britannici ed europei di viaggiare, studiare e lavorare liberamente tra i due blocchi per un numero limitato di anni. Una proposta su cui Starmer e il suo governo sono molto riluttanti, perché temono che uno schema simile scatenerebbe in patria l’accusa, da parte di brexiter e conservatori, di voler riaprire le porte agli europei e alla libera circolazione, soprattutto dall’Est Europa. Nonostante l’anno scorso, con il governo Tory e la Brexit in auge, ci sia stato il record di immigrazione netta nel Regno Unito, con circa un milione di ingressi in più rispetto a coloro che hanno abbandonato il Paese.

In questi giorni, è stato pubblicato anche un lungo report del think tank “Uk in a changing Europe”, che ha ricordato tutti i danni e le disfunzioni della Brexit a cinque anni dalla concretizzazione dell’addio di Londra all’Unione Europea. Uno studio in cui, tra le altre cose, si legge che l’export dei servizi finanziari britannici è calato del 33% rispetto ai picchi del 2007, che gli investimenti nel Regno Unito sono scesi del 10% dopo la Brexit e che produttività ed economia del Paese si sono ridotti dell’1%.

Nell’immagine: l’attivista gallese anti Brexit Steve Bray 


“L’estrema destra di AfD è ormai una vipera legata al collo della CDU”

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Nella giornata della Memoria, mentre i leader presenti ad Auschwitz con gli ultimi sopravvissuti hanno coralmente ammonito che il “pericolo” non è affatto sconfitto, ecco che un’altra breccia si apre nel muro europeo dell’anti-fascismo.

Mentre in Francia l’estrema destra di Marine le Pen – con la possibilità di rovesciare il tavolo con un voto di sfiducia – tiene sotto scacco anche il governo provvisorio del centrista Bayrou, e indirettamente pure il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, in Germania accade persino di peggio sul piano non solo simbolico: grazie al voto favorevole dell’ “Alternative für Deutschland” (AfD) – partito antisistema, favorevole all’uscita del paese dall’UE, attraversato da evidenti venature pro-naziste, di orientamento filo-putiniano – il Bundestag ha approvato una mozione della CDU “per la messa in sicurezza delle frontiere tedesche”, in pratica minacciate dall’immigrazione illegale, contro cui si moltiplicano restrizioni ferree e oltre la legalità (negando persino il diritto a chiedere l’asilo).

È una “prima” assoluta nella storia tedesca del dopoguerra. Una pericolosa picconata alla “Brandmauer”, la “barriera tagliafuoco” che aveva fin qui escluso a livello federale qualsiasi tipo di commistione fra i partiti della ricostruzione nazionale post-nazista e la destra più radicale. Complici di questo voto, i liberali e i “sovranisti di sinistra” di Sahra Wagenkecht, che con la loro astensione hanno oliato il clamoroso esito della consultazione parlamentare che potrebbe cambiare il DNA politico della locomotiva (assai acciaccata) dell’Unione Europea. Con relative contaminazioni. “Giornata storica”, esulta Alice Weidel, leader AfD e candidata alla cancelleria, che a poche settimane dalle elezioni anticipate viene accreditata del 22% delle preferenze, “spinta” dal pubblico sostegno di Elon Musk, che ha definito l’AfD l’ “unica soluzione” per la Germania, e ha ospitato per oltre un’ora la Weidel su “X”, la sua rete social (ex Twitter), dove la signora ha potuto esprimersi senza contraddittorio alcuno, arrivando a definire Hitler “un comunista, un socialista”, con una incredibile torsione della Storia (come se i ‘rossi’ non fossero nel mirino del nazifascismo: anzi, bersaglio grosso dell’alleanza col mondo capitalistico per eliminare i possibili imitatori dei rivoluzionari sovietici).

Regista del voto al Bundestag, Friedrich Merz, il candidato CDU-CSU alla successione di Olaf Scholz. Lui l’autore della mozione, lui il leader democristiano (se ancora esiste una DC tedesca nel senso storico del nome) che ha accolto volentieri l’appoggio dei “fascio populisti”, lui che ha aperto la falla nella “Brandmauer” dopo aver ripetuto, appena pochi giorni prima, che non avrebbe mai accettato collaborazione e sostegno dell’AfD. Invece, a dieci anni da quel 2015 in cui la Merkel aprì le frontiere a quasi un milione di siriani in fuga (molti di loro comunque integrati in lavori a basso salario e nei settori sanitari), ecco che il suo successore Merz cambia nettamente rotta, infilandosi nell’emergenza “securitaria” che anche Olaf Scholz si è sentito in dovere di privilegiare nei suoi interventi pre-elettorali dopo l’attentato al mercatino natalizio di Aschaffenburg, nel sud della Germania. Nella speranza di incrinare il monopolio che sul tema immigrazione (spesso unicamente a fini elettoralistici) detiene oggi la destra iper-nazionalista; e fors’anche, per il cancelliere socialdemocratico, come “mezzo di distrazione di massa” sulla recessione che per il secondo anno consecutivo pesa sull’economia tedesca. Col rischio, per Scholz, di arrivare comunque tardi e male in entrambi i casi.

Ora è comunque chiaro che Merz – spregiudicato avvocato d’affari, che venne emarginato da Angela Merkel, arricchitosi grazie a solidi rapporti con importanti partners americani più che soddisfatti del roboante ritorno di Trump alla Casa Bianca – può essere davvero l’uomo in grado di sdoganare l’AfD, e consentirle di avvicinarsi o accedere nell’arco istituzionale. Non per includerla subito in una coalizione di governo, ma piuttosto per farne un occasionale alleato esterno in caso di necessità. Calcolo rischioso anche per il futuro dell’Unione Europea, che il fascio-populismo europeo intende riportare a un’Unione delle nazioni senza anima unitaria, prospettiva letale per un futuro europeo che unicamente nel rafforzamento della sua compattezza può ancora tentare di inserirsi nell’esclusivo braccio di ferro fra Stati Uniti e Cina, che sta sempre più emarginando un’Europa ritardataria in fatto di competitività tecnologica. Destino e prospettiva europea a cui la Svizzera non può che guadare con preoccupazione, essendo l’economia elvetica in ogni caso fortemente legata all’interscambio commerciale con l’UE, e con la Germania in particolare.

Il voto di ieri al Bundestag è solo un iniziale passo, è ancora possibile che venga stoppato, soprattutto se saranno le piazze antifasciste a fermare Merz, prima che fra un mese il voto per il rinnovo del Bundestag produca uno complicato scenario di ingovernabilità. Comunque una prima svolta c’è stata. Interna, ma foriera di preoccupazioni anche continentali. Che fa dire al leader dei Verdi tedeschi, Robert Habeck: “L’AfD è ormai una vipera legata al collo della CDU, e il suo veleno sta penetrando lentamente”.

Nell’immagine: centinaia di persone manifestano contro Merz davanti alla sede della CDU


Un pensiero ai benpensanti, ai politici e ai funzionari

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Che fine sta facendo lo Stato sociale? Questa domanda, questa perplessità mi porta a cercare risposte che nessuno mi darà. E la preoccupazione aumenta. Riesce persino a destabilizzarmi.

Proviamo allora a ragionare lontani dalle logiche politiche e di partito: quel modo di pensare ed esporre concetti assai ingessati e preconfezionati che i politici di turno intervistati esprimono soprattutto di fronte alla telecamera. Appaiono sobri, preparati ed eloquenti. Orbene, mettiamo davvero da parte questo gioco delle parti e proviamo a vivere un momento di realtà, e mettendoci nei panni del cittadino. Facciamo uno sforzo per cercare di porci dalla parte degli “ultimi“, di coloro cioè che fanno veramente fatica a restare a galla e a mantenere una dignità malgrado le loro difficoltà.

Le notizie sulla condizione dei cittadini che vivono in Canton Ticino vengono regolarmente divulgate dai media con tanto di calcoli e percentuali. Non parlo della farsa dei ”prima i nostri” ma di quella parte di popolazione che ha diritto (e ripeto: ha diritto) alle prestazioni sociali perché lo dice la Costituzione, lo si evince dalle leggi. Orbene, se un cittadino o cittadina che sia, fa richiesta di una prestazione e le viene concessa, perché ci sono leggi che a suon di burocrazia tolgono, decurtano la prestazione stessa? Succede che in più occasioni ci si può imbattere infatti nel/nella funzionaria di turno che risponde: “è la legge!”. Va bene, le leggi. Ma nessuno è perfetto a tal punto di non mai sgarrare in qualcosa, che ne so, per esempio oltrepassare i limiti – seppur di poco – di velocità, o di non aver ottemperato nei tempi e modi prefissati a una determinata questione amministrativa. Voglio dire: per vari motivi è possibile che chiunque di noi sbagli, e a questo punto ci si assume le responsabilità e le conseguenze. Fin qua siamo d’accordo (lo spero). Ci sono però situazioni in cui errori e sbagli avvengono in buona fede. Si cerca allora di motivare, di spiegare, di ragionare, almeno per trovare un compromesso. Questo avviene con un giudice di pace, dovrebbe avvenire anche in altre istanze in cui si trova il malcapitato.

Si può obiettare che molti fanno i furbi, e quindi vanno sanzionati. Ma quando oggettivamente la questione è chiara, evidente, perché il funzionario non soprassiede e non fa intervenire il buon senso?

Ecco un esempio concreto ed esplicativo. Una persona al beneficio di assistenza riceve un minimo vitale e una serie di prestazioni, tra cui le cure medico-dentistiche. La persona, in grave stato di bisogno, ha una condizione disastrosa della sua dentatura, per anni non ha potuto curarsi – fenomeno in aumento. Assistito da un conoscente va dal dentista per una diagnosi. Risulta la necessità di una dentiera totale, il preventivo di 5. 000 franchi viene inoltrato al cantone. Ci sono alcuni fattori che nello specifico vanno considerati. Il medico inoltra il preventivo alcuni mesi dopo, perché dava per scontato non vi fosse urgenza. La condizione dell’assistito dopo tre mesi cambia, e dall’assistenza passa al beneficio della pensione anticipata (un paio di anni). Ma ecco che questa nuova condizione non da più diritto alla prestazione. Il medico dentista, sempre per motivi suoi, inoltra pure una fattura per cure (radiografia e altro).

Ora l’inghippo sta nel fatto che la persona che avrebbe dovuto ricevere le prestazioni per coprire le spese, si era mossa in un periodo temporale cui aveva diritto, ma sia il preventivo sia la fattura emessa sono state inoltrate dal medico a cavallo del passaggio tra un ente (assistenza) e l’altro (AVS).

Il secondo ente non è tenuto a coprire questi costi, mentre il primo si rifiuta di ottemperare al suo mandato perché le fatture sono arrivate in un secondo tempo, appena dopo il trapasso.

La persona si vede quindi negare le prestazioni mediche per questioni amministrative. Sebbene si sia provato a spiegare la situazione, e a spiegare bene i vari passaggi cronologici, dall’ufficio preposto è giunto un netto rifiuto. Motivo? La legge! Fa stato la data dell’invio postale, non quella della prestazione!

Mi chiedo: un cittadino cerca di rispettare sempre le leggi, ma il buon senso, specialmente in campo sociale, dove ci si confronta con persone in stato di bisogno (nullatenente nello specifico), non è che possa essere applicato rendendo retroattivo il contenzioso? Perché i funzionari preposti non possono discostarsi in certi casi dagli obblighi amministrativi?

Potrei portarvi altre situazioni, tutte uguali, in cui l’apparato amministrativo di enti sociali si rimbalzano utenti e contenziosi barricandosi ai dettami ottusi di leggi che andrebbero aggiornate e modificate. Ma forse, ci vorrebbero linee guida più flessibili e buon senso: cosa che appare impensabile alle nostre latitudini!

Sembrerebbe che ci sia un disegno occulto, in cui i “capi”, quelli in alto, quelli che decidono un po’ alla Norman Gobbi per intenderci, quelli che non sbagliano mai, quelli che sono sempre nel giusto e pronti a puntare il dito verso i più deboli e malcapitati, quelli che hanno sempre il pretesto per cui l’istituzione è al di sopra di tutto e tutti… beh, dicevo, questo disegno porta alla esasperazione, con sistemi ben studiati, e fanno sì che chi ha bisogno continui a collezionare porte in faccia da funzionari che dovrebbero assistere, aiutare, supportare, e invece si barricano in uffici pressoché blindati. Rappresentanti di uno Stato Sociale quasi in fase di smantellamento o, perlomeno, poco incline ad aiutare e supportare il cittadino.


Scandalo petrolifero in Nigeria, la Svizzera sblocca 110 milioni di dollari

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

La vicenda merita un breve richiamo dei fatti. Nel 2011, l’italiana ENI e l’anglo-olandese Shell hanno firmato un contratto con il governo nigeriano per lo sfruttamento di un gigantesco giacimento petrolifero offshore noto come blocco OPL 245. L’accordo aveva un valore di 1,3 dollari. Presto su questa transazione plana l’ombra della corruzione, dato anche il coinvolgimento della Malabu Oil & Gas, una società legata all’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete. La Procura di Milano aveva così aperto un’inchiesta, sospettando che gran parte del denaro versato da Eni e Shell fosse stato utilizzato per pagare tangenti a funzionari e intermediari nigeriani.

Tra questi, due uomini hanno avuto un ruolo centrale: il nigeriano Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, un uomo d’affari italiano residente in Ticino. I procuratori italiani li hanno accusati di aver facilitato il pagamento di una tangente di oltre un miliardo di dollari da dividere tra politici nigeriani, intermediari e dirigenti della stessa ENI. Nel 2014, su richiesta della Procura di Milano, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha bloccato circa 110 milioni di dollari in conti collegati a Obi e Di Nardo a Basilea, presso la  LGT Bank e la J. Safra Sarasin. Il denaro era arrivato in Svizzera sui conti di alcune società offshore.

Dopo essere stati condannati a quattro anni di carcere nel 2018 per “corruzione internazionale” in primo grado, Obi e Di Nardo sono però stati definitivamente assolti nel 2021 dalla Corte d’appello di Milano. Così come Shell ed Eni, anch’esse assolte per mancanza di prove in un altro processo del 2022.

Queste decisioni avrebbero così dovuto portare al rilascio dei fondi congelati in Svizzera dal 2014. Ma la Nigeria aveva anticipato questo esito: tra il 2019 e il 2021, le autorità nigeriane – appoggiate da un noto studio legale ginevrino –  hanno presentato diverse richieste di assistenza giudiziaria alla Svizzera per mantenere il sequestro di questi fondi. La procuratrice federale Elisabetta Tizzoni ha accettato queste richieste e congelato il denaro. Poi, improvvisamente, nel settembre 2024 Abuja ha informato Berna di voler annullare la propria richiesta di sequestro. Un mese dopo, l’MPC ha così ordinato lo sblocco dei soldi.

A quel punto ecco un ulteriore colpo di scena: i titolari dei conti ricorrono al Tribunale penale federale (TPF), non tanto per contestare lo sblocco, quanto per ottenere una motivazione più dettagliata della decisione di rilascio. Oltre a richiedere lo sblocco dei 110 milioni di dollari, Emeka Obi ha chiesto alla Procura federale di modificare la descrizione dei fatti che avevano giustificato il rilascio. Una richiesta probabilmente volta ad avere una decisione nel merito come scudo per potere muovere i soldi in altre giurisdizioni.

In una sentenza resa pubblica pochi giorni fa, resa nota da Gotham City, il TPF ha respinto questo tentativo, dichiarando il ricorso irricevibile. Interpellato, un portavoce della Procura federale ha dichiarato che, in seguito alle assoluzioni in Italia e al ritiro della richiesta di assistenza giudiziaria da parte della Nigeria, l’MPC è stato “obbligato a soddisfare le richieste delle autorità straniere”. La Procura federale ha confermato che, “non avendo prove a sostegno del sequestro di circa 110 milioni di dollari, lo ha revocato alla fine del 2024”.

Una domanda rimane senza risposta: perché il governo nigeriano ha deciso improvvisamente di rilasciare i milioni congelati in Svizzera per dieci anni? La risposta sta probabilmente nel cambio di potere ad Abuja, con l’arrivo di Bola Tinubu alla presidenza nel maggio 2023. Tinubu è stato accusato di arricchimento illecito durante il suo lungo mandato di governatore dello Stato di Lagos e durante la sua carriera di uomo d’affari.

Va infine notato che l’ENI ha recentemente venduto la sua filiale nigeriana – Nigerian Agip Oil Company Ltd – alla società nigeriana Oando Energy Resources nell’agosto 2024. Il suo presidente non è altro che il nipote del Presidente Tinubu.

Nell’immagine: una piattaforma petrolifera della Oando Energy Resources


Ecco quanto vale il settore finanziario in Svizzera

Il grande ritardo dell'UE in fatto di competizione e creatività tecnologica: sarebbe opportuno che Bruxelles, come gli americani, prestasse minore attenzione alle regolamentazioni? 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

Un recente studioCollegamento esterno, condotto dall’istituto BAK Economics di Basilea su commissione dell’Associazione svizzera dei banchieri eCollegamento esterno dell’Associazione svizzera d’assicurazioniCollegamento esterno, ha cercato di capire la reale portata del settore finanziario per l’economia elvetica. Lo studio risponde a tre domande fondamentali: qual è il valore aggiunto diretto e indiretto dei servizi offerti dal settore finanziario? Quante persone lavorano nel settore finanziario elvetico? Qual è il suo contributo al gettito fiscale della Svizzera?

Settore bancario e valore aggiunto lodo

Il settore finanziario elvetico fornisce un’ampia gamma di servizi sia in Svizzera che all’estero: oltre ai servizi di base classici (conti bancari, credito, assicurazioni) sul mercato nazionale, in Svizzera sono stati creati degli hub internazionali per la gestione patrimoniale e assicurativa transfrontaliera.

Per i privati, le banche offrono conti salariali e di risparmio, mutui, soluzioni pensionistiche e gestione patrimoniale. Per le imprese, le banche gestiscono conti commerciali. Offrono inoltre diverse opzioni di finanziamento, come prestiti bancari, leasing ed emissioni di azioni e obbligazioni.

Fornendo tutti questi servizi finanziari in Svizzera e all’estero, le istituzioni e i dipendenti del settore finanziario, secondo i calcoli di BAK Economics, hanno generato un valore aggiunto lordo diretto di 73,9 miliardi di franchi nel 2023, il 9,4% del PIL nazionale.

Il settore occupa inoltre 243’200 dipendenti (FTE, ovvero posti di lavoro a tempo pieno). Il dato equivale al 5,5% dei dipendenti totali in Svizzera.

Cosa significa Valore aggiunto lordo?

Nell’economia nazionale, la performance di un settore è misurata dal valore aggiunto lordo. Questo viene calcolato sottraendo dal valore della produzione lorda (o fatturato) tutte le spese per beni e servizi acquistati da terzi, comunemente definite consumi intermedi.

È uno dei metodi per misurare il PIL.
Nei conti nazionali, il valore della produzione assicurativa lorda, invece, si ottiene in modo semplificato deducendo i premi raccolti dai pagamenti dei sinistri.

Per svolgere il proprio lavoro, le aziende del settore finanziario si affidano in larga misura a servizi esterni, in particolare per le consulenze e tutte le questioni legate all’informatica, innescando così un’importante attività economica in settori ben diversi da quello finanziario.

Per questo motivo banche e assicurazioni generano valore aggiunto anche in altri settori. BAK Economics ha calcolato che questo valore aggiunto lordo totale associato al settore finanziario e alle sue attività annesse è stato di 108,4 miliardi di franchi nel 2023. In pratica, ogni franco di valore aggiunto nel settore finanziario ha generato circa 47 centesimi di valore aggiunto in altri settori.

Questa interconnessione di banche e assicurazioni con altri settori ha un effetto importante anche sui posti di lavoro. L’impatto complessivo del settore finanziario sull’occupazione elvetica è circa il doppio del numero di dipendenti (FTE) del settore finanziario stesso. Agli 243’200 impieghi a tempo pieno diretti vanno aggiunti altri 236’100 impieghi a tempo pieno indiretti. In totale, tra dipendenti diretti e indiretti, nel 2023 il settore finanziario dava lavoro a 479’300 dipendenti (FTE).

Prelievo delle imposte

Qual è il contributo del settore al gettito fiscale della Svizzera? Secondo i calcoli dello studio, nel 2023 la tassazione dei redditi dei dipendenti e degli utili delle società del settore finanziario ha generato un gettito fiscale di 9,4 miliardi di franchi per la Confederazione, i Cantoni e i Comuni. Il che significa il 9,0% del gettito fiscale totale in Svizzera.Inoltre, il settore finanziario ha generato con gli effetti indiretti un gettito fiscale di 11,3 miliardi di franchi, buona parte dei quali (9,1 miliardi) derivanti dalle imposte indirette sulle transazioni dei mercati finanziari e sull’acquisto di servizi finanziari (anticipo di imposte, tasse sul valore aggiunto e tasse di bollo).

In totale il settore contribuisce dunque con 20,7 miliardi di franchi svizzeri a riempire le casse delle autorità pubbliche, pari al 12,6% del gettito fiscale totale di Confederazione, Cantoni e Comuni (164,3 miliardi di franchi).

Per capire cosa significhino queste cifre basta fare due paragoni. Gli 11,3 miliardi di imposte legate indirettamente al settore finanziario equivalgono alle spese dei Cantoni e dei Comuni per i trasporti (11 miliardi di franchi). Oppure ancora, i 9,4 miliardi di franchi di imposte dirette versate dal settore coprono largamente le spese che la Confederazione sostiene per finanziare l’importante settore dell’istruzione e della ricerca.

Il confronto con l’Italia

Sebbene gli stessi dati siano difficili da trovare, un breve confronto con il settore finanziario italiano è comunque possibile.

Se il valore aggiunto diretto del settore elvetico, come visto, vale circa 73,9 miliardi di franchi. Quello italiano, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT (Istituto nazionale di statisticaCollegamento esterno), si aggira attorno ai 75,4 miliardi di euro, ovvero al cambio attuale circa 70,7 miliardi di franchi. Dati dunque simili. Ma considerata la taglia dei due Paesi presi in considerazione, in Svizzera il settore finanziario rappresenta il 9,4% del PIL mentre in Italia il 4,5%.

Per quanto riguarda l’occupazione, gli impiegati a tempo pieno nel settore finanziario italiano sono circa 633’000 sui 26’533’000 impieghi totali a tempo pieno che conta l’Italia. Questo rappresenta il 2,4% degli impieghi totali italiani, contro il 5,5% in Svizzera. Sono tutti dati estrapolati dal sito online dell’Istituto nazionale di statistica italiano (Istat).

Il valore di banche, assicurazioni e altri servizi

Come abbiamo scritto inizialmente, il settore finanziario svizzero comprende banche, assicurazioni e altri servizi finanziari. Dal grafico che segue, vediamo che sono le banche che hanno contribuito maggiormente al valore aggiunto lordo del settore finanziario, con quasi il 44,0% nel 2022, seguite dalle assicurazioni (37,1%) e da altri servizi finanziari (19,0%). All’interno del settore bancario, sono poi le grandi banche a generare il maggior valore aggiunto. Nel settore assicurativo, il contributo maggiore alla performance economica è dato dal ramo danni.

Piazze finanziarie elvetiche

La piazza finanziaria svizzera è una definizione generica. Per contro essa è fortemente diversificata a livello regionale. Il Cantone di Zurigo, e la città di Zurigo in particolare, ospita di gran lunga la più grande piazza finanziaria della Svizzera. Secondo lo studio di BAK Economics la piazza zurighese ha generato 30,4 miliardi di franchi svizzeri nel 2023, pari al 41,2% del valore aggiunto di tutto il settore finanziario elvetico.

Gli altri centri finanziari si trovano a Ginevra e nel Cantone di Vaud, con una differenza sostanziale: se Ginevra è conosciuta per la grande presenza di molte banche private attive soprattutto nella gestione patrimoniale, nel Canton Vaud c’è invece una forte presenza di compagnie assicurative.

Le piazze finanziarie cantonali si distinguono inoltre anche per la loro struttura settoriale. In termini di valore aggiunto lordo, il settore bancario è il più importante nei cantoni di Zurigo, Ginevra, San Gallo e Ticino.

Le assicurazioni sono più presenti nei cantoni di Vaud, Berna, Basilea Città, Lucerna e Argovia. Nel cantone di Zugo, un caso unico in Svizzera, gli altri servizi finanziari sono più importanti di banche e assicurazioni.

Uno sguardo verso il futuro

Lo studio presenta infine le previsioni per quanto riguarda i posti di lavoro. L’andamento complessivo dell’occupazione (FTE) nelle banche nel periodo di previsione (2025-2029) sarà caratterizzato dall’integrazione di Credit Suisse in UBS, con l’inevitabile riduzione dell’organico.

Nel settore assicurativo, secondo gli esperti di BAK Economics, la crescita dei posti di lavoro è destinata per contro a continuare. Si tratta soprattutto di consulenti alla clientela, sviluppatori di prodotti e specialisti IT.

In generale, le tendenze contrastanti dell’occupazione nel settore finanziario si riflettono in un aumento complessivo nel 2024 e in una leggera diminuzione nel 2025. Nel medio termine, l’occupazione secondo le previsioni di BAK Economics dovrebbe aumentare leggermente.

Nell’immagine: Zurigo, Paradeplatz