Musk e Trump hanno una loro verità sull’incendio di Los Angeles. E racconta il futuro dei social

L’ideologia per favorire le diversità nei vigili del fuoco. Lo scontro politico con i dem. Esempi di una battaglia dell’informazione alternativa che per alcuni Internet ha avviato e definitivamente vinto. Thiel: “È l’apocalisse” 

La Stampa

Mentre Los Angeles andava in fiamme, Elon Musk e Donald Trump sui loro social (il primo possiede X.com, l’altro Truth) diffondevano una tesi diventata subito popolare. Virale. La colpa, sostengono, è del governatore democratico della California, Gavin Newsom e del Dipartimento dei vigili del fuoco. Il motivo? Avrebbero deciso per politiche di assunzione e gestione del personale finalizzate a difendere minoranze e diversi orientamenti sessuali invece che fare il bene della popolazione. Aver deciso quindi in base a quella che chiamano ‘ideologia Dei’, il rispetto di diversità, equità e inclusione. Portando i vigili del fuoco a privarsi di personale qualificato, ma bianco e eterosessuale, per assumere persone scarsamente formato. Permettendo quindi che il fuoco divampasse senza forze sufficienti a controllarlo.

Trump e l’apocalisse delle verità alternative di Internet

Una storia complicata. Ma utile per capire cosa stanno diventando i social, come ci si muove in assenza di moderazione di contenuti. Ma soprattutto per vedere in atto una forma di quello che in editoriale sul Financial Times Peter Thiel, fondatore di Paypal con Musk, chiama l’apocalisse di internet e dei social.

Per Thiel, storicamente schierato a destra, tra i primi imprenditori e investitori della Silicon Valley a dichiararsi apertamente repubblicano e trumpiano, l’apocalisse che stiamo vivendo è il momento dello svelamento (apocalisse, nell’etimo greco) di verità alternative a quelle custodite finora da organizzazioni ufficiali, governative o sostenute dai governi. E Trump e la sua amministrazione oggi incarnano questa apocalisse.

Cosa è successo a Los Angeles? L’acqua negata e i pompieri Dei

A cosa è dovuto l’incendio di Los Angeles? Perché è così difficile da domare? Cosa sta succedendo in California? Se sappiamo le cause e la propagazione dell’incendio (l’incendio di una palazzina diventato incontrollabile a causa di venti forti e caldi), il motivo delle devastazioni è diventato tema di dibattito social, quindi politico.

Per diverse testate americane, tra cui The Verge, quelle di Trump e Musk sono fake news. E prova a replicare alle accuse di entrambi. Per Trump, gli incendi sono soprattutto causa delle politiche idriche della California, e accusa Newsom di aver lasciato a secco gli idranti dei vigili del fuoco rifiutando accordi per portare acqua dall’Arizona e dallo Utah. Newsom dice che non ha mai discusso della questione. Che non esistono carte che confermino l’accusa di Trump.

Elon Musk si è concentrato sulla tesi della cultura Dei. L’accusa è che aver assunto centinaia di vigili di diverso orientamento sessuale, a prescindere dalle loro capacità, minando l’efficienza delle squadre di emergenza. Che il Dipartimento abbia assunto persone con attenzione alla loro diversità è in effetti una politica in vigore. Ma i critici di Musk dicono che dimentica che queste squadre sono state costruite non solo perché abbiano competenza e forza fisica, ma anche altre capacità intellettuali, sociali, emotive, essenziali a loro avviso al lavoro del vigile del fuoco.

Ora, tutto questo dibattito avviene sui social. Ed è lì che l’apocalisse (nel senso greco, quindi di Thiel) prende forma in tutta la sua potenza narrativa. Superiore a quella delle voci ufficiali. Tradizionali. Che anzi, vengono puntualmente accusate di mentire alla gente per nascondere la ‘vera verità’. Una voce che acquisisce forza nella condivisione, nella sottoscrizione di una tesi che a volte piace solo perché non è quella sostenuta dai canali ritenuti ufficiali. La forza di quel disvelamento è nel fatto che sembra nato dal basso e costruito sul consenso. Come spesso dice Musk, siete ora voi i media.

Sui social vince la voce del più forte, e degli account che condividono contenuti simili

Seguire uno dei post condivisi da Musk dà in qualche modo una buona rappresentazione di come queste verità alternative a quelle ‘ufficiali’ prendono forma. Se alcuni media (non solo tradizionali, The Verge non lo è, come non lo è Politico che ha avanzato la stessa tesi), accusano Trump e Musk di diffondere falsità, la discussione sui social sembra non tenere conto della possibilità che lo siano.

La polarizzazione su questi temi è totale. Non c’è discussione. Non c’è minima apertura. Ma – senza voler entrare nel merito di verità e falsità – con una differenza. Specie nel caso di X.com, vince la legge del più forte. E lì il più forte è Musk e la rete di persone influenti che lo sostengono. Alle verità alternative a quella di Musk è dato spazio, ma non emergono. Non si vedono.

Il ruolo di Grok, l’intelligenza arficiale di Elon Musk, che ora replica e approfondisce i post

Curioso notare inoltre un nuovo strumento che sta accompagnando i post sul caso Los Angeles: una barra sotto alcuni post rimanda direttamente a Grok. E Grok, l’intelligenza artificiale di Musk, si limita a fare un riassunto delle puntate precedenti. Non entra nel merito, non spiega, dà tutto per buono. Tesi vere (come è vera l’assunzione di vigili di diverso orientamento sessuale), tesi false (come sembra essere la questione dell’acqua in California), e relative controtesi. Tutto insieme, senza distinzione. Amalgama indistinto fagocitato dalla forza della folla.

Per un pubblico non americano sembra piuttosto difficile farsi un’idea. Non si capiscono bene i termini della questione. E quindi può anche capitare di accettare la lettura della maggioranza. Senza farsi troppe domande. È la visione di Musk quindi, di Trump probabilmente, perché è quella più diffusa. Apparentemente più condivisa. E se per ora questo sembra accadere soprattutto su X, è lecito chiedersi cosa accadrà quando le stesse politiche di moderazione dei contenuti verranno adottate da Facebook, Instagram e Whatsapp, i social della galassia Meta che ha appena annunciato che cancellerà il suo programma di Fact checking e le collaborazioni con i gruppi indipendenti di Fact checker che contribuivano alla moderazione dei contenuti.

La svolta di Facebook: diventerà simile a X.com?

Per Mark Zuckerberg, capo di Meta, il fact checking è diventato uno strumento di censura delle visioni alternative dei fatti e della loro lettura. Argomento è “falso”, ha dichiarato giovedì l’International Fact-Checking Network (IFCN). “È falso e vogliamo ristabilire la verità, sia per il contesto attuale che per la Storia”, ha reagito la rete, che riunisce 137 organizzazioni. Tra cui alcune italiane, come Pagella Politica e Facta News. Il motivo è che il programma si è sempre e solo attenuto alla segnalazione di possibili disinformazioni contenute nei post, mai alla loro eliminazione o censura. Tra l’altro il programma – ha spiegato Facta news in una nota – non prevede la possibilità di verificare post con opinioni. Quindi niente controllo su idee, conclusioni, deduzioni, seppur sbagliate.

Ma è evidente che i social stanno cambiando. Hanno cambiato le loro policy. Ora cambieranno nei contenuti, nella fruizione, nella condivisione. Molti temono un’invasione di notizie false e propaganda. Temi che possono modificare equilibri, opinioni condivise, convinzioni. Ma soprattutto muovere milioni di voti in una direzione o un’altra. L’impegno di Musk in questi giorni per l’estrema destra tedesca di Afd è forse solo il primo di una serie di eventi che potranno caratterizzare il rapporto tra social e politica nei prossimi anni. E forse portare l’apocalisse trumpiana altrove.


Squallidi opportunisti

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La propaganda trumpista infierisce sulla città in fiamme

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Di Luca Celada, il manifesto

Al quarto giorno di incendi, i venti si sono attenuati ed i vigili del fuoco hanno infine potuto registrare qualche tangibile progresso nei principali focolai che hanno distrutto migliaia di edifici, fatto evacuare 160.000 persone e provocato almeno 11 vittime. Allo stesso tempo, sabato notte, il temporaneo cambiamento di rotta del vento ha invertito la direzione del Palisades fire che dalla costa ha preso a risalire la china verso le ville di Brentwood, provocando altri ordini di evacuazione per migliaia di cittadini. La dimostrazione di quanto rimanga volatile la situazione e in balia dei capricci meteorologici di un inverno riarso.

RIDOTTI ALLO STREMO, i losangelini contemplano con ansia due prospettive destinate a far peggiorare una situazione già disastrosa: il ritorno dei venti Santa Ana previsto per i prossimi giorni e quello di Donald Trump che seguirà poco dopo. Il presidente entrante si insedierà da nemico giurato dello stato e dei suoi residenti che ricambiano di cuore l’antipatia. Per Trump la California diventerà presumibilmente primo bersaglio per la rappresaglia politica annunciata contro i nemici e gli americani che non condividono le sue idee. I cittadini di LA stavano ancora facendo i conti con la fase più intensa della tempesta di fuoco, su Truth social, il neoeletto ha lanciato le prime bordate di polemiche faziosità.

LA COLPA della tragedia, ha scritto Trump, è solo del governatore «feccia» (usando la storpiatura di Gavin Newsom che ha da tempo coniato per il politico democratico) poiché avrebbe «rifiutato di firmare la ‘dichiarazione di restauro idrico’ che avrebbe indirizzato milioni di galloni di acqua» «dal nord della California verso molte regioni, comprese quelle che stanno attualmente bruciando». La falsità del contenuto è probabilmente secondaria rispetto al raro (ma caratteristico) cinismo di infierire in un momento così tragico. Molti hanno tuttavia sottolineato come il documento citato non sia mai esistito. Il fake indica la preservazione ecologica del delta del Sacramento, nel nord dello stato, come causa della siccità che affligge il meridione. In realtà la complessa e centenaria storia della California è caratterizzata da mastodontiche opere idrologiche che convogliano acque dalla Sierra Nevada e da fiume Colorado e che hanno permesso l’ipersviluppo delle metropoli del sud (in perenne tensione coi grandi interessi agricoli sulla suddivisione dele preziosa e scarsa risorsa). Trump non è nuovo a simili tendenziosi interventi in momenti che richiederebbero empatia. In occasione degli incendi boschivi, che nel 2018 erano costati la vita a 85 persone nel nord dello stato, aveva insinuato l’incompetenza delle autorità locali nel «mantenere le foreste» e suggerito enigmaticamente che «imparassero dalla Finlandia». L’anno successivo aveva minacciato di trattenere fondi federali se Newsom non avesse adottato politiche più favorevoli alle corporation.

NON VI È MISTERO, insomma, su ciò che attende la California nel momento in cui cercherà di emergere dalla sua catastrofe maggiore. Alcuni parlamentari Maga hanno già riproposto in questi giorni il ricatto sull’assistenza, e il coro trumpista ha adottato in blocco la linea del capo chiamando in causa la competenza delle autorità impegnate in prima linea. L’attacco è guidato da Elon Musk che in una serie di tweet ha puntato sulla matrice woke della presunta incompetenza e specificamente sul fatto che la direttrice del Fire Department, Kristin Crowley, sia una donna Lgbtq, due peccati capitali secondo il magnate che, già un anno fa, aveva condotto una crociata contro i piloti neri ritenuti responsabili della scarsa sicurezza dei voli. Secondo la truppa Maga/Musk la presunta persecuzione contro i maschi bianchi, imposta dai programmi Dei (per diversità e inclusione) nelle assunzioni pubbliche avrebbe peggiorato gli effetti degli incendi. Al coro si è aggiunto perfino l’editore del Los Angeles Times, Patrick Soon-Shiong, miliardario filo trumpista e sudafricano come Musk. Tutto s’intende nell’interesse della pura libera espressione e della «meritocrazia». E tutto con un retrogusto negazionista, nella settimana stessa in cui le agenzie scientifiche Noaa e Nasa hanno confermato che l’anno appena concluso è stato quello più caldo della storia. (A giudicare dai precedenti della prima amministrazione Trump, si tratterà probabilmente dell’ultimo rapporto di questo tipo a venire autorizzato per i prossimi quattro anni).

L’EMERGENZA a Los Angeles non è ancora terminata, ma il disastro si profila già come il peggiore della sua storia, triste eco degli incendi di Chicago e San Francisco, di Katrina e del 9/11. Si tratta purtroppo solo dell’inizio di una lunga parabola. Con l’avvento a Washington di una amministrazione di palazzinari, suprematisti e capitalisti del disastro, per la martoriata metropoli si profila con ogni probabilità una shock doctrine destinata a rendere ancora più dolorosa la tragedia.


L’abolizione del fact checking sprofonda i social nel caos

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Di Simona Forti, La Stampa

È tempo di tornare alle nostre radici sulla libertà d’espressione». Il 7 gennaio, a pochi giorni dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, Mark Zuckerberg annuncia la fine della collaborazione con i fact-checker. Il loro lavoro verrà sostituito dalle note con cui le persone stesse, che postano e leggono, informano sui contenuti dei tweet, qualora li trovino falsi e fuorvianti. È ovvia la resa del fondatore di Facebook a Trump e al suo “Make America Great Again”.

Allo stesso tempo, ogni richiamo alla libertà d’espressione deve essere preso sul serio e forse vale la pena ritornare ancora una volta sulle parole del messaggio, sospendendo per un attimo la tesi dell’opportunismo politico-economico. Se dobbiamo fare ritorno alla libertà, significa che essa si è persa o quantomeno è minacciata. Nel 2016, dice Zuckerberg, abbiamo fatto nostre le preoccupazioni per la disinformazione e ci siamo rivolti a controlli esterni. Ora quei fact-checker si stanno trasformando in poteri di censura politica che distruggono più fiducia di quanta ne possano creare. Per stanare qualche «bad stuff», qualche robaccia postata da malintenzionati, si sta pagando il prezzo di togliere la libertà di espressione a «molti innocenti». L’invito è dunque quello di tornare alla fede iniziale su cui Facebook è stato fondato, la fede nella capacità delle interazioni spontanee di giungere alla verità. Ed è qui che l’ad di Meta ci mette di fronte alla sua convinzione per così dire filosofica, condivisa del resto con gli altri visionari della Silicon Valley. Se il gioco rimane libero da vincoli e regole e a tutti viene data la possibilità di partecipare, alla fine inevitabilmente si giungerà a quell’armonia in cui libertà, verità e realtà vengono a coincidere. Al diavolo dunque i controllori della realtà dei fatti.

Certo, ogni forma di controllo porta con sé dei rischi. Lo sappiamo. Nella fattispecie, nessuno può garantire in maniera assoluta che i principi di terzietà, neutralità e correttezza nelle procedure di verifica vengano rispettati dagli operatori del fact-checking. Come sanno bene gli storici, la realtà di un fatto non è un’apprensione immediata, una fotografia istantanea di una situazione, ma è un processo di verifica fragile e complicato. Spesso le fonti non parlano da sole, vanno interrogate, contestualizzate, interpretate. Ancor più i fact-checker, meno accorti degli storici, possono essere portati a filtrare i fatti attraverso i loro pregiudizi politici.

Ma che cosa sottende la volontà di rinunciare alla verificabilità dei fatti? Mi preoccupa che nel dibattito, oggi riacceso dall’annuncio di Meta, non si faccia menzione del pericolo che la scelta comporta. È davvero più libera una vita che non ha bisogno di assicurarsi della realtà di ciò che asserisce? Non ogni verità in cui crediamo corrisponde a un fatto o una costellazione di fatti. E non ogni fatto o insieme di fatti ambisce allo statuto autoritativo della verità. Ma che tipo di libertà è quella che ci consente di far circolare come reale e fattuale una tesi che soltanto per noi è una verità indubitabile?

In questi giorni ho sentito a più riprese celebrare la scelta di Meta come scelta di libertà, anche da parte di chi probabilmente non avrebbe mai votato Trump e ancora meno tiferebbe per le visioni di Musk. Probabilmente lo fanno in nome di quelle che a loro parere sono le idee chiave del liberalismo. Dimenticano, tuttavia, che proprio la liberal-democrazia ha incarnato nel secondo dopoguerra soprattutto l’ideale del limite: il limite del potere e tra i poteri, ma anche il limite che impedisce a chi ritiene di possedere la verità di trasformarla in realtà e il limite che protegge la realtà dei fatti, per quanto problematica e fragile sia, dalla potenza e prepotenza dei possessori della verità. La pratica del fact-checking non corrisponde al Ministero della Verità di orwelliana memoria. Per quanto esposta all’errore possa essere, essa esprime, più umilmente, la speranza di mantenere saldi i nostri legami con ciò che è reale. Perderli vorrebbe dire consegnarci a un universo senza regole e mediazioni, dove saremmo finalmente liberi di esprimerci in una totalità fatta di spettri.


Cara Posta, e consegnare i pacchi a dorso d’asino?

L’ideologia per favorire le diversità nei vigili del fuoco. Lo scontro politico con i dem. Esempi di una battaglia dell’informazione alternativa che per alcuni Internet ha avviato e definitivamente vinto. Thiel: “È l’apocalisse” 

Meglio le quattro ruote (magari d’una Tesla di Musk) o quattro zampe? La domanda, in apparenza scema, ci sta: ne converrete dopo aver preso nota dei dati della Posta trasmessi in una delle lingue nazionali, l’inglese.

Un pacchetto con 6 vasetti di marmellate con i seguenti shipments details (misüri da la spediziun) cm 28x17x0,5 per 2.56 kg è svanito nel nulla a pochi passi dal traguardo.

Ma ecco i dettagli:
A) Time at wich your consignment was mailed: Massagno 14:45 Monday, 9 December (spedii a Masagn lünedì 9 da dicembri).
B) Shipment was sorted 6591 Cadenazzo 19:57 (Ul pachett l’è rivaa a Cadenazz l’istess dì vers sera).
C) 13:57 sorted for delivery 1310 Daillens Centre Colis, Tusday 10 December 13:57 (Rivaa cuma ‘na letera a la Posta par la cunsegna a Daillens ul dì dopu).

Evviva, siamo a soli 13,9 km da Ecublens, sede del destinatario che già pregusta le rare marmellate. Che tardano ad arrivare; dopo 10 giorni l’Ufficio di Ecublens comunica che avvierà la ricerca del consignment number (nümer da la spediziun) 99.00.690008.0216498. Con un’aggiunta incoraggiante: se non si trova sarà avviata una procedura di ricerca approfondita (sotto il tavolo? Nei bidoni della spazzatura del centro di smistamento di Daillens?).

Il destinatario, tra parentesi professore emerito di fisica dei quanti del Politecnico di Losanna, ritorna fiducioso alla carica il 6 gennaio 2025. Sono passati 27 giorni dall’arrivo del pacco a Daillens, a pochi passi da casa sua.

Del pacchetto nessuna traccia, ma c’è una nuova ‘dritta’. La ricerca deve partire da Massagno, luogo della spedizione il 9 dicembre 2024; ciò che prontamente fa il mittente (e produttore delle marmellate).

Un’occhiata al computer, ed ecco il responso: caso chiuso. Ricerca senza esito. Ma come ‘caso chiuso’, almeno dire che il pacchetto è andato perso (l’a mangiaa I ratt). O che l’abbia mangiato un corriere goloso del contenuto from the never chemically treated ground of Zalende (GR)? Da un campo concimato da sempre con stallatico di mucca, cavallo, capra, pecora e gallina, mix capace di mandare razzi nello spazio?

Massagno consiglia di passare a un accordo bonale. Calcolando il valore di 8 franchi a vasetto basato sui prezzi delle botteghe che vendono prodotti biologici e biodinamici e il prezzo della spedizione, mi vengono consegnati franchi 61.50. Grazie.

A questo punto slightly disgusted (leggermente schifato), un poderoso raglio d’asino mi rimbomba nelle orecchie; ma certo! È lo Spirito del Re degli asini, dall’Oltretomba: perché non ridare dignità alla categoria? Perché non ingaggiare 50 asinelli stazionati nel periodo natalizio a Daillens? I 13,9 km sino a Ecublens e siti poco lontani si possono percorrere in 3 tappe in una sola giornata: fieno e mela, di cui l’asinello va ghiotto, più premio-biada alla consegna, a carico del cliente. Per la gioia dei direttori Christian Levrat e Roberto Cirillo da Novazzano costretti a vendere in bella vista cerotti termici, calze antimicrobiche e ‘Spiruline en paillettes’ (a quando i preservativi al gusto di framboise?) per far quadrare i conti.

P.S. due analoghi shipments/spediziun nello stesso periodo sono arrivati a Tokyo in 8 giorni, a Nagano, altra città giapponese, in 10.


Gli emozionanti scatti di Domenico Ceresa diventano memoria collettiva

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Quale romanzo avrebbe mai l’epico respiro di un album fotografico?
Günter Grass

Le sinora sconosciute Edizioni Lucie hanno dato alla luce da poche settimane un volume tra i più significativi – ma anche emozionanti – del 2024. Un volume di fotografie, oltre 300, scattate dal dilettante Domenico Ceresa (1906-1986) l’album dell’immigrato, recita il sottotitolo del libro, ma quello che ho tra le mani è molto più di questo.

Il giornalista Willy Baggi – per decenni figura nobile dell’approfondimento documentaristico alla RSI – e il figlio del fotografo, Arnoldo Dino Ceresa, hanno unito le forze e dato alle stampe una testimonianza preziosa: un ritratto in immagini (in bianco e nero) di luoghi che, come pochi altri in Ticino, erano stati toccati dall’emigrazione tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo. Sono Malvaglia, Semione e Ludiano le tre frazioni – confluite dal 2012 nel nuovo Comune di Serravalle – protagoniste delle fotografie, scattate tra il 1930 e gli anni Cinquanta. Tutte concorrono a formare una emozionante rappresentazione teatrale in cui donne, uomini, bimbi si mettono in posa di fronte alla Leica del fotografo.

Il quale, rispetto al suo più conosciuto conterraneo Roberto Donetta, viene ricordato soprattutto per una mostra postuma organizzata, 25 anni dopo la sua morte, nel 2011 al Palazzo dei Landfogti di Malvaglia, suscitando curiosità e interesse per quel patrimonio documentario e artistico che pochi avevano visto in precedenza. In quell’occasione vennero esposte circa 500 fotografie e almeno altrettante catalogate.

Domenico stesso non era bleniese: le sue origini portano a Schignano, in alta Val d’Intelvi, nota per il suo Carnevale, ma anche per alcune generazioni di muratori particolarmente abili che avevano preceduto quella di Ceresa. Egli stesso, prima di arrivare in Ticino, fa una breve esperienza di gessatore e stuccatore nel nord della Francia. Nella Valle del Sole egli si trasferisce in cerca di lavoro sfruttando le sue abilità manuali del muratore e dell’imbianchino dotato di una particolare sensibilità artistica. Pur non riuscendo a coronare il sogno di iscriversi a Brera, Ceresa segue dei corsi di disegno per corrispondenza offerti da una scuola di Torino. In una lettera a sua sorella, Domenico scrive: “qui sono costretto a svolgere lavori che nessuno vuol fare”: per esempio, lo spurgo delle tombe (qui accanto).

Nel 1939 è tra i protagonisti di una mostra accanto a figure già affermate (Giovanni Genucchi, Titta Ratti, Ubaldo Monico).

Anche il parroco in servizio a Malvaglia in quegli anni ne aveva colto il talento affidandogli il restauro di oratori e cappelle sparse nel Comune: Ceresa era uomo profondamente religioso. Nella documentata introduzione si spiega a grandi linee come Domenico sia giunto alla fotografia: “Poiché Brera è per lui meta irraggiungibile, egli scopre un’altra passione da coltivare in un nuovo campo ancora battuto solo da pionieri. Quel campo è un’arte tutta in divenire: la fotografia. Tra l’altro, nel 1931, Domenico di sicuro ha incontrato Roberto Donetta (…). Donetta ha saputo trasmettergli la passione per la fotografia? Non abbiamo una risposta certa. Sappiamo però che Domenico era abbonato a Il progresso fotografico. Ritrarre consuetudini ed eventi insoliti, in tutti i loro aspetti, gioiosi o dolorosi che siano, e il suo modo di rappresentare la comunità in cui vive, la sua vita, la sua spiritualità e anche, lui ancora un po’ straniero, per meglio farsi accettare forse anche dalla popolazione che non lo aveva accolto con particolare calore”.

Opportuna la scelta di suddividere i singoli capitoli per temi, occasioni, luoghi centrali dell’esistenza: lavoro; tempo libero; matrimoni; lutti; sacro; eventi; monti; famiglie e amici; bambini. Il bel volume, sobriamente ma elegantemente impaginato dal grafico Gabriele Beretta, raccoglie come detto circa 300 fotografie, molte delle quali di grande impatto: storico, sociologico, etnografico – certo – ma anche artistico ed emotivo. Molti gli episodi pubblici di grande rilevanza per la Valle (costruzione e inaugurazione di nuovi collegamenti stradali e ripari contro franamenti e valanghe), ma anche episodi privati che costellano le vite di ognuno (nascite, matrimoni, morti, con relative cerimonie pervase da stati d’animo opposti, che l’obiettivo di Ceresa coglie spesso mirabilmente).

Presenti in buon numero scatti particolarmente dolenti: penso alla serie dedicata all’incidente domestico che, il 22 ottobre 1942, strappò all’affetto dei genitori e della Comunità la piccola Gisella Cavargna, che da sole tre settimane aveva iniziato la prima elementare. Nei pressi dell’asilo di Malvaglia sfila il corteo funebre: in un’immagine, osserva Baggi aprendo il grandangolo sulla grande storia che incornicia ogni microstoria, “sulla sinistra i carri militari ricordano che alle nostre frontiere ruggisce il cannone”.

O, dieci anni dopo, alla morte del poco più che ventenne Valentino Dandrea-Roredi, alla Monteforno di Bodio. Tragedia nella tragedia familiare, già i suoi due fratelli erano morti, negli anni Trenta, per altrettante malattie allora incurabili.

Merita una segnalazione, in questo capitolo, l’acuto saggio in cui Federico Jolli si sofferma sul fatto che allora i defunti in attesa di sepoltura venivano ritratti composti nella bara aperta, in primo piano. Una scelta che potrebbe apparire irrispettosa se non irriverente, ma che ha invece più d’una spiegazione: per il credente era un richiamo al memento mori; in una terra di forte emigrazione, di nuclei familiari spezzati, in cui spesso (ma, come vedremo tra poco, non sempre) in Valle restavano solo le donne e i più anziani, l’ultima immagine del congiunto disteso sul letto di morte o già nella cassa permetteva a chi, per svariate ragioni (di distanza, di costi), non poteva raggiungere fisicamente la madrepatria per il funerale, di elaborare in qualche modo il lutto.

Bello anche il contributo di Gerardo Rigozzi, che, facendo propria la tesi manzoniana secondo la quale le vicende della gente comune hanno sempre una relazione con la grande storia, sottolinea il valore documentaristico di queste fotografie. Qui “viene colta una comunità in tutte le sue dimensioni, soprattutto in quella della solidarietà nel lavoro. E qui le donne hanno un ruolo determinante: si vedano le immagini della battitura della segale, della cura del bestiame e dei vari lavori agricoli”.

Impreziosiscono il libro le puntuali didascalie alle singole immagini, che contestualizzano situazioni, identificano le persone ritratte mettendo in evidenza la penna colta, arguta e spesso pungente di Willy Baggi che, a un certo punto, cita, non a sproposito, Henri Cartier-Bresson. Sul finale si capiscono le ragioni per cui Willy a Domenico Ceresa deve aver voluto bene come a un fratello maggiore: entrambi sono figli di emigranti, entrambi, in tenera età, sono cresciuti in casa dei nonni (Baggi vide per la prima volta suo padre a 5 anni). In una costruzione perfettamente architettata, il volume si chiude con la trascrizione di una commovente, affettuosa lettera che Willy scrisse a Domenico raccontandogli le peripezie della sua famiglia, che viveva e lavorava a Parigi: poche settimane prima che lui venisse al mondo, sua mamma, Lucie Manguin, decise di tornare a Malvaglia per partorire, ma poche settimane dopo deve tornare in rue d’Amsterdam nell’affermata gelateria del marito. Straziante addio, al quale seguirono l’impossibilità di assistere, alcuni mesi più tardi, al battesimo del piccolo, ritratto in una foto di Ceresa tra le braccia di nonna Carolina. Anche quella foto venne commissionata a Ceresa, affinché documentasse – a distanza – ai genitori la crescita del piccolo Willy e, due anni più tardi, del fratellino Jean-Pierre (Gianino), portato a Malvaglia con un convoglio della Croce Rossa mentre su Parigi cadevano le prime bombe americane. E poi l’affresco raffigurante Santa Teresa di Lisieux che, sempre su richiesta di Lucie, Domenico Ceresa realizzò nella casa dei nonni Baggi affinché proteggesse i due nipotini.

Vicende private, avvenimenti pubblici, destini condivisi da decine di altre famiglie protagoniste di ondate emigratorie e immigratorie, di cui la storiografia ticinese continua a interessarsi con risultati importanti, sono al centro di questo album in cui la fotografia è protagonista, o meglio paesaggi, donne, uomini, istanti vengono immortalati, eternizzati. Importanti, in Appendice, il repertorio delle fonti, la bibliografia, i ringraziamenti (Riccardo Fanciola, Stefano Vassere) e una cartina topografica a doppia pagina, che permette al lettore di orientarsi nei luoghi fotografati da Domenico Ceresa. Un indice dei nomi non avrebbe guastato.

Prima di chiudere segnalo, poiché in parte complementare a questo volume  – almeno per la storia della famiglia Baggi – il documentario RSI che Michelangelo Gandolfi ha dedicato lo scorso anno a Willy per il programma Storie.

E spiegare anche l’arcano iniziale della casa editrice, chiamata Lucie. Proprio come la mamma di Willly, in un ulteriore gesto di affetto, riconoscenza, memoria. Lo stesso affetto, la stessa condivisione che caratterizzano tutto il libro di Baggi e Ceresa, idealmente consegnato alla Comunità.

  • Un articolo della Voce di Blenio sulla figura di Domenico Ceresa 
  • Domenico Ceresa, l’album dell’immigrato, a cura di Willy Baggi e Arnoldo Dino Ceresa, con contributi di Federico Jolli e Fabrizio Viscontini, Serravalle, Edizioni Lucie, 2024, pp. 304, CHF 50. Il libro può essere acquistato alla Cancelleria del Comune di Serravalle e nelle librerie Ecolibro di Biasca e Taborelli di Bellinzona.

Nell’immagine: Domenico Ceresa mentre lavora a Pian Val Alta. Sullo sfondo, Ludiano


L’amore degli Usa per l’estrema destra tedesca

L’ideologia per favorire le diversità nei vigili del fuoco. Lo scontro politico con i dem. Esempi di una battaglia dell’informazione alternativa che per alcuni Internet ha avviato e definitivamente vinto. Thiel: “È l’apocalisse” 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Tra i protagonisti della breve e nervosa campagna elettorale in corso in Germania (si vota il 23 febbraio) Elon Musk è riuscito facilmente a conquistarsi una parte tra le più appariscenti. Con poco sforzo, a dire il vero: un’affermazione apodittica secondo cui solo il partito di estrema destra Afd sarebbe in grado di salvare la Repubblica federale dal declino, qualche post insultante rivolto al cancelliere Scholz, al presidente della repubblica Steinmeier e al ministro dell’economia Habeck, infine un testo di sconcertante banalità pubblicato su Welt am Sonntag nel quale spiega le virtù salvifiche di Afd.

E i capisaldi della sua dottrina liberal-tecnocratica. Tanto vacuo è lo scritto del multimiliardario da indurre il sospetto che si tratti del prodotto di una intelligenza artificiale neanche troppo intelligente. Die Welt è in ogni modo la più prestigiosa testata del gruppo Springer, da sempre portavoce della destra benpensante e istericamente antisocialista, che al pubblico più popolare destina invece il diffusissimo tabloid Bild, pioniere di quella manipolazione delle notizie che avrebbe aperto la strada al dilagare delle fake news, definitivamente sdoganate anche da Mark Zuckerberg.

A CONCLUDERE l’esibizione germanica del braccio destro di Trump il duetto propagandistico live con Alice Weidel, leader dell’Afd, in apposito format su x Space alla vigilia della sua nomina a candidata per la cancelleria. L’intrusione dell’imprenditore politico ha sollevato non poco nervosismo e inquietudine nel dibattito politico tedesco e suscitato molta preoccupata attenzione verso gli affari e i rapporti politici italiani del padrone di Space x, ritenuti un buon varco per irrompere in Europa. L’accento delle repliche e delle reazioni irritate dei politici tedeschi è stato comprensibilmente posto sulla potenza degli strumenti di comunicazione e controllo in mano a un privato, per giunta ideologizzato all’estremo, e la loro capacità di torcere, sviare e decostruire i processi democratici o comunque di gonfiare le vele dell’Afd.

TUTTAVIA dietro l’istrionico protagonismo di Musk vi è un tema più decisivo, quello dei rapporti, non sempre improntati a una identità di interessi, tra gli Stati uniti e la Germania dopo la fine della guerra fredda. E, in particolare, quelli assai complessi tra la destra tedesca e Washington. Per storia e natura la destra germanica è antiamericana, fin dalla stagione del grande pensiero reazionario tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, per non parlare, ovviamente, del nazionalsocialismo e di chi dopo il 45 ha continuato a rimpiangerlo. Tuttavia, dopo la guerra gli Usa fermarono, in funzione antisovietica, il processo di denazificazione della Germania nei settori sotto il loro controllo, guadagnandosi la gratitudine e la collaborazione di molti personaggi compromessi col regime hitleriano o suoi complici passivi risorti nel moderatismo cristiano-democratico.

Si formò così, anche alimentata dalla divisione tra le due Germanie, una destra filoamericana, avversa alla Ostpolitik della socialdemocrazia, incline alla repressione dei movimenti studenteschi e operai, fanatica sostenitrice del conformismo borghese. Di questa destra il gruppo mediatico di Axel Springer, che oggi ospita Musk, fu megafono e portabandiera. Tuttavia, il risentimento nei confronti dei vincitori della seconda guerra mondiale e la sensazione di essere una nazione sotto tutela, nonché impedita nella piena espressione delle sue ambizioni politiche, non ha mai cessato di serpeggiare tra le file della destra più estrema insieme a una buona dose di antisemitismo, quello vero. A tenere insieme il tutto, il collante dell’anticomunismo più acceso. Oggi Afd non ha più alcun pericolo bolscevico da fronteggiare ed è ostacolata nella sua agibilità politica da quel mondo implicitamente o esplicitamente neonazista con il quale la sua storia si intreccia, ma che ne ha d’altra parte favorito l’espansione e il successo elettorale. Mantenere in equilibrio la presentabilità borghese con le frustrazioni e l’aggressività di una base popolare risentita non sarà impresa facile.

PER L’ESTREMA destra tedesca Trump rappresenta un’occasione ambivalente. Da un lato vi troverà affinità ideologiche, sintonie culturali e identità di vedute su molti temi, primi fra tutti quelli dell’immigrazione e della tradizione nazionale, ma la nuova amministrazione statunitense non farà sconti a nessuno, e in particolare all’Europa, quando in ballo ci saranno gli interessi dell’America nell’agghiacciante versione suprematista e bellicosa che ne ha dato Trump col suo comizio dal golf club di Mar-a-Lago. Cosicché «fare l’America di nuovo grande» non sarà facilmente in armonia con l’analoga aspirazione a una ritrovata grandezza della Germania che i sostenitori del partito di Weidel pongono al centro della loro ideologia revanscista.

E ALLORA IL VECCHIO antiamericanismo della destra germanica potrebbe riprendere fiato. Ma non ci sarebbe da rallegrarsene. Possiamo però contare su quello che sfugge alla visione tecno-oligarchica di un robber baron dello spazio: le centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro i progetti xenofobi e autoritari partoriti dal connubio di fatto tra esponenti dell’Afd, formazioni della destra radicale e ideologi neonazisti. E pronte a riprendere la mobilitazione a ogni nuova minaccia contro i fondamenti di quella che ancora si considera una società democratica.

Nell’immagine: sostenitori di Alice Weidel, leader dell’Afd


Starlink, le tre domande da farsi

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Di Serena Sileoni, La Stampa

Cosa fa paura di Elon Musk? Abbiamo bisogno delle sue tecnologie? Possiamo fidarci di lui? Le implicazioni di un eventuale accordo commerciale tra l’Italia e Musk per l’uso dei suoi satelliti girano intorno a queste tre domande, che è opportuno porsi dal momento che la Presidente Meloni ha confermato interlocuzioni tra il governo e Space X in una fase ancora istruttoria.

Musk ha già superato le tre metamorfosi del cammello, del leone e del fanciullo che secondo lo Zarathustra di Nietzsche si devono attraversare per diventare un superuomo. Vive in una realtà morale, economica e probabilmente psicologica tutta sua, oltre i limiti delle convenzioni, dei valori riconosciuti, delle paure comuni.

Basterebbe questo a spaventarci: non sappiamo esattamente fino a dove arrivi la sua immaginazione ma conosciamo il tasso di successo della sua inventiva e crediamo, o almeno molti di noi credono, che disponga di mezzi che nemmeno i governi hanno.

Tuttavia, Stati e persone dovrebbero comprare beni e servizi non per empatia con chi li fornisce, ma perché – e veniamo alla seconda domanda – ne hanno bisogno. I satelliti di Musk possono servire a fini sia civili che istituzionali. Quanto ai primi, i ritardi e gli intoppi del piano banda ultralarga nelle aree bianche e dell’Italia a 1Giga, con i loro 2 miliardi di investimenti pubblici più 5, 29 miliardi di Pnrr, parlano da soli: i fallimenti propri non possono essere colpe altrui, né le nostre esigenze possono rimanere al palo per le inefficienze e gli sprechi di denaro pubblico.

Mentre gli investimenti pubblici arrancano per portare internet veloce in tutte le case, i satelliti di Starlink consentono di avere l’alta velocità anche in una barca in mezzo al mare. Più complicate però sono le implicazioni dell’uso istituzionale.

Lo sviluppo di soluzioni satellitari per la difesa è uno degli ultimi programmi di Space X, Starshield, con cui Musk si impegna a assicurare servizi di comunicazione efficienti, protetti e sicuri, utili ai governi e alle istituzioni, in particolare nel settore della difesa. La domanda, appunto, è se ne abbiamo bisogno.

Secondo il rapporto Draghi, l’Europa rappresenta solo il 10% di tutti i circa 6. 500 satelliti che si prevede di lanciare dal 2023 al 2032. Chiaramente, questa dipendenza tecnologica influisce sulla nostra sicurezza, economica e generale, ma la questione è se esiste un’alternativa domestica in grado di sanare questa vulnerabilità. Sempre Draghi riferisce che, mentre noi accumulavamo ritardo, i satelliti di Space X hanno consentito all’impresa di soddisfare il 40% delle proprie esigenze e il 30% di quelle istituzionali americane, oltre a garantirsi una quota di mercato per uso commerciale e un volume di contratti governativi.

Capacità di innovazione e tempo sono un tutt’uno, in questi settori: alla fine del 2024, l’Agenzia spaziale europea ha annunciato che sarà in grado di lanciare una sua costellazione di satelliti, IRIS, per garantire comunicazioni governative sicure e ininterrotte, oltre che per offrire servizi commerciali avanzati. Se tutto andrà bene, però, non lo farà prima del 2029 e per un numero non superiore a 300 satelliti. Intanto, Space X in soli cinque anni ha mandato in orbita più di 5000 satelliti.

Se davvero vogliamo integrare le nostre capacità tecnologiche, come ha detto Crosetto alla Camera, non dovrebbe quindi essere un ostacolo che i satelliti siano di un’azienda di un signore che vive in America. D’altro canto, a livello aggregato europeo, sempre il rapporto Draghi informa che il 78% della spesa per appalti è a favore di fornitori al di fuori dell’Ue, di cui il 63% negli Stati Uniti. Se vogliamo mettere in discussione quella scelta, perché ci viene chiesto di renderci autonomi e perché così abbiamo deciso, dobbiamo capire quali sono le tecnologie di cui abbiamo bisogno e quali quelle già disponibili.

Il problema, quindi, sta nella terza domanda: possiamo fidarci di Musk, come di un “normale” fornitore americano, anche ammesso che ci facciano paura le idee e i modi? La combinazione tra la sua imprevedibilità e il suo potere in questo momento forse non hanno precedenti, nemmeno tra i tycoon dell’editoria, del tech, della finanza, dall’evocato Soros a Bloomberg, da Zuckerberg a Bezos.

Può influenzare l’informazione e può finanziare (pericolosi) progetti politici. Può e già lo fa come altri lo hanno fatto prima. Ma, al fianco di Trump, fa sorgere il dubbio se il suo potere privato possa sostituirsi alle istituzioni, almeno fino a quando il Presidente e il deep state americano lo accetteranno. Il suo attivismo politico o para-politico ha però una caratteristica non secondaria: è palese e sfrontato. Successi e insuccessi della politica sono sempre influenzati da chi ha i soldi e i servizi di informazione. Film e star di Hollywood, ad esempio, sono stati tra i principali alleati di (certa) politica americana.

Le nuove potenzialità dei social per le campagne elettorali sono state comprese dal democratico Obama, primo tra tutti. Tuttavia nessuno al pari di Musk, mostrando un entusiasmo simile a quello di un bambino in un negozio di caramelle, ha fatto presagire un uso sovversivo di un enorme potere privato, al fianco di un enorme potere pubblico (quello del Presidente Trump).

Ma avere un’idea di chi si ha di fronte è due volte un vantaggio. In primo luogo, e in generale, consente all’opinione pubblica di orientarsi nel capire chi influenza cosa e perché. In secondo luogo, e nello specifico, consente ai contraenti di andare preparati ai tavoli negoziali. Bizze e progetti personali a parte, se mai l’ipotesi Starlink divenisse concreta, cosa che il ministro Crosetto non ha negato limitandosi a negare solo che vi sia già un accordo, non dovrà essere un prendere o un lasciare.

Se lo Stato sa fare il suo, c’è da credere che il governo saprà negoziare, e il parlamento verificare, le più opportune clausole contrattuali necessarie a rendere quello della sicurezza, a partire dalla questione della interrompibilità, un problema superabile.

Nell’immagine: circa il 60% dei satelliti in orbita appartengono a Space X


Lancet: 70mila, le vittime a Gaza sono il 40% in più

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Di Andrea Capocci, il manifesto

Il numero di oltre 45mila vittime riportato dal ministero della sanità di Gaza è una notevole sottostima delle perdite palestinesi causate della guerra di Israele. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, a causa delle difficili condizioni in cui versano le strutture di soccorso della Striscia il 40% dei morti potrebbe mancare dai registri.

L’analisi, coordinata dalla ricercatrice Zeina Jamaluddine della prestigiosa London School of Hygiene & Tropical Medicine, calcola che già a giugno del 2024 una ragionevole stima dei morti causati da bombardamenti e raid israeliani è di 64mila vittime, e con buona certezza compresa tra le 55 mila e le 78 mila vittime. Alla data del 30 giugno, il ministero di Hamas parlava di 38mila vittime, compresi anche diecimila non identificate. Cioè, poco più della metà della cifra reale. Oggi, trascorsi altri sei mesi, i ricercatori ritengono che siano morti sotto le bombe già più di settantamila palestinesi.

I MESI PEGGIORI sono stati i primi: circa la metà delle vittime sono state registrate tra ottobre e dicembre 2023, facendo aumentare di ben quattordici volte il tasso di mortalità nella Striscia rispetto al 2022. «I dati – spiegano gli autori dello studio – evidenziano la necessità urgente di allargare l’accesso umanitario a tutta la Striscia di Gaza e di proteggere il personale, le ambulanze e le strutture sanitarie in modo che le persone colpite possano ricevere cure tempestive e adeguate, riducendo così la mortalità». E «sottolineano la necessità di iniziative diplomatiche immediate per raggiungere una tregua rapida e duratura e un accordo a lungo termine che comprenda il rilascio degli ostaggi e delle migliaia di civili palestinesi imprigionate da Israele».

PER ARRIVARE alla loro stima, Jamaluddine e i suoi colleghi hanno utilizzato tre fonti diverse. La prima è la lista delle vittime identificate con nome e cognome dagli ospedali di Gaza, che ormai funzionano a singhiozzo. La seconda contiene i dati raccolti dal ministero della sanità attraverso un questionario online a cui le autorità di Gaza hanno invitato tutta la popolazione a partecipare. La terza è rappresentata dai necrologi e da altri messaggi relativi alle vittime diffusi su social media e siti specializzati. Si tratta evidentemente di liste parziali e che contengono moltissime sovrapposizioni. Rimuovere i doppioni ha richiesto mesi di lavoro e ha condotto a un elenco di circa 30mila vittime identificate.

MA OGNUNA delle tre fonti è incompleta e una vittima può rimanere fuori da tutti e tre i conteggi. Tenendo conto anche di questa possibilità – e applicando metodi diversi per una maggiore affidabilità – il team dell’istituto londinese è giunto alla risultato di 64mila morti. È il metodo capture–recapture «già impiegato per calcolare la mortalità in zone di conflitto armato come Kosovo, Colombia e Sudan».

Lo studio di The Lancet suddivide le vittime anche per genere e fascia di età. Donne, bambini e anziani rappresentano quasi il 60% dei morti, e circa il 38% di loro sono donne, colpite indiscriminatamente dalle armi israeliane. Infatti, mentre la fascia d’età più colpita tra i maschi è compresa tra i 15 e i 45 anni (quella dominante tra i militanti più direttamente impegnati nel conflitti), bambine, donne e anziane hanno pagato lo stesso tributo di sangue: sintomo che le operazioni israeliane colpiscono nel mucchio pur usando le tecnologie militari più sofisticate. «Sia la scala che la distribuzione di genere e per età delle vittime – scrivono gli autori della ricerca – sollevano gravi preoccupazioni sulla condotta delle operazioni militari a Gaza, nonostante Israele affermi di minimizzare le perdite civili».

LO STUDIO mostrerebbe che nei primi nove mesi la guerra ha ucciso il 3% degli abitanti di Gaza. Se si somma la percentuale degli abitanti che hanno lasciato la Striscia o sono detenuti, nel complesso l’enclave ha perso il 6% della sua popolazione pre-bellica.

ANCHE l’accuratezza di questo studio non taciterà la battaglia intorno ai numeri. Tuttavia, gli inviti a non prendere per buone le cifre fornite dai sanitari di Gaza sono arrivate finora soprattutto dagli alleati di Israele, mentre i militari di Tel Aviv che conoscono meglio la realtà sul campo non hanno mai contestato l’affidabilità di questi numeri. Nel futuro, il conto esatto dei morti diventerà però sempre più difficile per il progressivo disfacimento del sistema sanitario della Striscia.

IERI LA ONG Medici Senza Frontiere ha lanciato l’allarme: altri tre degli ospedali ancora attivi (Nasser, Al Aqsa e European Hospital) sono prossimi alla chiusura per mancanza di carburante necessario per i generatori. «Nel dicembre 2024 – spiegano i portavoce della ong – sono entrati in media al giorno a Gaza solo 59 camion con rifornimenti vitali», invece dei 500 dell’era pre-7 ottobre 2023.


Quell’incrocio di potere chiamato Trusk

L’ideologia per favorire le diversità nei vigili del fuoco. Lo scontro politico con i dem. Esempi di una battaglia dell’informazione alternativa che per alcuni Internet ha avviato e definitivamente vinto. Thiel: “È l’apocalisse” 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Ci mancava solo una condanna penale a sancire in modo definitivo lo “stato d’eccezione” dell’America trumpiana. Ora è arrivata anche quella: The Donald sarà il primo presidente pregiudicato nella storia degli Stati Uniti. A parte la faccia, non rischia niente: i giudici della Corte Suprema che lui stesso nominò nel 2020 gli garantiscono l’immunità.

L’assalto a Capitol Hill era ormai già condonato. Ma ora, con la sentenza sul caso Stormy Daniels, si consuma davvero l’ultimo scempio nel cuore di quella che fu la più grande democrazia del mondo, oggi ridotta a una plutocrazia post-liberale in mano a una tecnodestra reazionaria e radicale.

Ma il tycoon di New York, e al suo fianco il multi-billioner di Pretoria, hanno il monopolio totale della forza. E tanto gli basta per incarnare la loro sfrontata e inesauribile volontà di potenza. Se non fosse un dramma, verrebbe in mente Woody Allen: quando ascolto Wagner sento un impulso irresistibile a invadere la Polonia.

Per questo inquietante Frankenstein chiamato “Trusk” non è solo questione di Groenlandia, di Panama o di Canada. Anche l’Italia, a suo modo, è parte del “progetto”. Se c’è un’immagine-simbolo che più di ogni altra rivela le relazioni pericolose tra Muske Meloni è quella che lui stesso ha lanciato sui social per festeggiare la liberazione di Cecilia Sala: il turbocapitalista intergalattico, seduto in cucina, che mangia un bel piattone di spaghetti. È l’ennesima foto-fake partorita dall’intelligenza artificiale: scimmiotta quasi il Nando Mericoni di Alberto Sordi, in versione 4.0.

Ma è anche la perfetta allegoria di un Paese che, con tafazziana voluttà, si lascia felicemente divorare dall’uomo più ricco del mondo. Elon fa programmi dirompenti sul futuro del pianeta. Probabilmente Dio sorride anche di lui. Ma di certo non dovremmo sorridere noi, condannati a diventare il suo pasto gratis nella tavola imbandita della post-democrazia.

Nella conferenza stampa di inizio d’anno, la presidente del Consiglio ci ha regalato il suo sincero coming out. Mentre tutti i capi di governo d’Europa alzavano gli scudi per parare i missili di Musk, Meloni gli consegnava le chiavi dell’Italia. Il super genius è solo un signore «molto facoltoso che esprime le sue opinioni», non è affatto «un pericolo per la democrazia». Siamo noi cittadini che non avevamo capito nulla, accecati come siamo dalla solita ideologia woke.

Musk non è il padre-padrone di Tesla, SpaceX, Starlink, Neuralink, X, che vuole salvare la specie umana colonizzando Marte. Non è l’emblema del capitalismo della sorveglianza che grazie al suo braccio armato digitale, dopo aver fatto vincere le presidenziali a Trump, bombarda di tweet falsi le cancellerie “non allineate” del vecchio continente.

A dicembre non era lui ad aver chiesto via web la cacciata delle toghe rosse che avevano osato sentenziare sulla dissennata missione Albania lanciata da palazzo Chigi. E adesso non è lui che — come scrive il Financial Times — sta portando avanti una campagna violenta per far cadere il primo ministro inglese, accusandolo di aver coperto un traffico sessuale di minorenni e destabilizzandolo con l’attacco alla sterlina e al debito sovrano del Regno Unito.

Non è lui a organizzare una diretta social con Alice Weidel, a commentare «true» quando la leader dell’Afd dichiara che «Hitler era comunista» e a considerare il partito neonazista «l’ultima speranza per la Germania» alle elezioni del 23 febbraio. Non è lui nemmeno a guidare la character assassination internettiana contro l’odiato Soros, nemico di tutta la feccia nera antisemita ed ex, post o neo-fascista, compresa quella dei Fratelli meloniani.

E non è nemmeno lui a commentare con un gaudioso «cool» l’annuncio di Mark Zuckerberg, che per la sua Facebook decreta la fine dei controlli sulla veridicità delle notizie e il ripristino del free speech, per la gioia delle anime belle che nel Belpaese dell’analfabetismo funzionale al 40% gridano “rete libera” e dicono “il vero fact-checking lo fanno gli utenti”.

Piccoli equivoci senza importanza, come insegnava Antonio Tabucchi. Perché preoccuparsi di uno così, che adesso si fa chiamare Kekius Maximus (da Kek, dio delle tenebre)? Solo perché sta per entrare alla Casa Bianca insieme a Trump, con il ruolo imperiale di “Doge”? Solo perché partecipa col presidente eletto alle telefonate con Putin e Zelensky? Solo perché intermedia con i Guardiani della rivoluzione iraniana la liberazione di Cecilia Sala?

D’accordo, il muskismo è una teoria totalitaria dell’umano tanto quasi quanto lo fu il marxismo. Ma che volete che sia se questo immenso grumo di affari e deliri, merci e miliardi, tecnologia e sociopatia, patrimoni aziendali e ricchezze immateriali, adesso “si fa Stato” nella terra di Thomas Jefferson e Benjamin Franklin? E che volete che importi se ora da questo colossale “incesto” tra pubblico-privato e regolatore-regolato quella democrazia esce irrimediabilmente deformata? È il prezzo da pagare alla fase.

Per la “dottrina Maga” il solo modo di difendere il primato industrial-tecnologico e reggere la sfida neo-imperiale con le autocrazie — Cina in testa, Russia al seguito — è somigliare a loro. Ibridare tecnica e politica in un unico dispositivo di comando. Liberarsi di quei vincoli auto-imposti che in tre secoli di liberalismo e di costituzionalismo hanno temperato il potere assoluto.

Nel nuovo risiko americano, l’Europa è pura e semplice “intendenza”. Macron e Scholz, Sánchez e Starmer, Von der Leyen e Costa: le smunte comparse di quel che resta del teatrino comunitario provano a resistere. Meloni no. «Non c’è un’alternativa pubblica all’offerta di Starlink», ha detto.