Il caso di Cecilia Sala e il silenzio di Berna

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Berna, afferma lapidario un portavoce del dipartimento esteri, non ha nulla da dire, e da intraprendere, sul caso del ricercatore scientifico Mohammed Abedini, il cittadino iraniano impiegato a Losanna e arrestato il 16 dicembre all’aeroporto milanese della Malpensa; due giorni dopo a Teheran veniva imprigionata la giornalista Cecilia Sala, inviata di guerra di diverse testate italiana, che stava lasciando l’Iran dopo avervi lavorato per alcuni giorni con regolare autorizzazione. Una evidente ritorsione da parte del governo degli ayatollah, che ha innescato una grave crisi internazionale.

Cecilia Sala, sufficientemente esperta per sapere come muoversi e comportarsi nel paese ospite, stava semplicemente facendo il suo mestiere, e, dopo parecchie insistenze, Teheran si è genericamente limitata ad affermare che la collega italiana “ha violato diverse nome iraniane”. Invece Mohammed Abedini era da tempo ‘attenzionato’ dall’FBI per le sue attività nella Confederazione, in particolare per essere riuscito, secondo le accuse degli Stati Uniti, a far pervenire dalla piattaforma elvetica all’Iran componenti necessari alla costruzione e all’ammodernamento dei droni prodotti nel suo paese di origine, in violazione dell’embargo internazionale decretato da anni (durante la prima presidenza Trump) nei confronti della Repubblica islamica. Attività che l’FBI aveva denunciato, e che era alla base dell’arresto a Milano di Abedini e alla richiesta di immediata estradizione verso gli Stati Uniti, dove rischierebbe anni di carcere. E, soprattutto, potrebbe “parlare”.

Rispondendo con l’arresto di Cecilia Sala, imprigionata per di più nel penitenziario di Evin, il carcere noto per una impressionante serie di violazione dei diritti umani, il governo di Teheran ha dunque scelto una replica capace di provocare il massimo di pubblicità e di polemica diplomatica. Benché l’arresto di stranieri a fini politici non sia politica estranea ai metodi della teocrazia iraniana (basta ricordare la vicenda degli ostaggi americani), stavolta Teheran è andata oltre una sorta di “linea rossa”: il che, quantomeno, confermerebbe il grande interesse che gli ayatollah hanno nell’impedire che Abedini venga consegnato gli Stati Uniti. Mettendo oltretutto l’Italia in una situazione particolarmente difficile: non è semplice identificare una via d’uscita se all’alleato di Roma la richiesta arriva da Washington, e il blitz compiuto dalla premier Meloni a Mare-e-lago per incontrare il rieletto Trump ancor prima del suo insediamento rientra con tutta evidenza in questa problematicità. Non è detto comunque che la leader politica europea preferita da Trump (“ha preso d’assalto l’Europa”, ha dichiarato compiaciuto il tycoon incontrandola) abbia ottenuto qualcosa di concreto. Nei confronti di Teheran, il prossimo inquilino della Casa Bianca ha sempre condotto una politica estremamente dura (per cominciare, tranciando il dialogo sul nucleare avviato da Obama).

Fra queste posizioni apparentemente inconciliabili (da una parte la determinazione americana alla consegna di Abedini e dall’altra la durissima replica iraniana) il rischio è che la vicenda si trascini a lungo.  Mettendo anche la Svizzera in una situazione delicata. Secondo l’atto di accusa dell’FBI, Mohammed Abedini avrebbe infatti approfittato a lungo della sua attività nella Confederazione per realizzare e portare a termine l suo piano. Beneficiando, in particolare, di una società che aveva potuto fondare legalmente e indisturbato presso il comparto tecnologico dell’Università di Losanna.

Qualche domanda è perciò inevitabile. La prima: se fossero vere le accuse e la ricostruzione americane, come è possibile che Abedini abbia potuto operare indisturbato per anni in Svizzera, che ha aderito alle sanzioni anti-iraniane? La seconda: come mai la “trappola” dell’arresto alla Malpensa è scattata solo ora, mentre negli scorsi anni non venne rivolta direttamente ai servizi di Berna (Abedini non è cittadino svizzero ma nella Confederazione gode di un permesso di soggiorno e di lavoro)? La terza domanda: cosa sapevano i nostri esperti di sicurezza delle accuse rivolte dagli Stati Uniti all’iraniano arrestato? Quarto: quali “pericoli” esistono che eventuali altri sospettabili possano operare in Svizzera come avrebbe fatto Mohammed Abedini? Infine: esiste una relazione fra questi fatti e il particolare ruolo esercitato da decenni dalla Svizzera, che a Teheran rappresenta gli interessi dell’Iran e di Washington, che ‘dialogano’ fra di loro servendosi solo dei ‘buoni uffici’ della diplomazia elvetica?

Davvero, dunque, Berna non ha nulla da dire? Non è forse proprio in una vicenda come questa che la diplomazia della Confederazione deve invece operare in base al suo statuto di mediazione fra gli Stati Uniti e l’Iran? Le è stato chiesto di ‘mettersi a disposizione’ delle due capitali in conflitto? Oppure, come sembrerebbe, è stata messa fuori gioco dai protagonisti di questa crisi? E in caso affermativo, perché?

Nell’immagine: Cecilia Sala e Mohammed Abedini (fotomontaggio)


Il ritorno della «classe eletta»

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Il cittadino comune (ovvero ognuno di noi, o quasi) osserva con aria smarrita la furia del vento che sta scuotendo come fossero esili canne gli ordinamenti delle cosiddette «democrazie occidentali». Proliferano infatti gli Stati che già hanno svoltato a destra (buona parte dei paesi dell’ex blocco orientale, Portogallo, Italia, Olanda, Austria) o che stanno per farlo (Germania e Francia). Ciascuno di essi ha una stella cometa, o perlomeno guarda con interesse all’ascesa dei regimi illiberali, com’è avvenuto nella Federazione russa, in Cina e da circa un anno in Argentina. Ma gelide brezze in questa direzione stanno soffiando anche negli Stati Uniti, paese che si sta rivelando malfermo anche sul piano delle regole concepite come insieme di pesi e contrappesi («check and balances») per impedire che la parte maggioritaria prenda il sopravvento sulla minoranza sconfitta, schiacciandola.

Le ripercussioni sono già visibili nelle linee strategiche adottate dalla Commissione europea e se nell’anno venturo le due forze trainanti dell’Unione, Germania e Francia, dovessero cadere nelle mani delle rispettive destre nazionali, è molto probabile che il progetto europeista finirà su un binario morto. Marine Le Pen aspetta ansiosamente il suo turno, dopo vari tentativi andati a vuoto di arrivare alla presidenza; sull’altra sponda del Reno scalpita l’Alternativa per la Germania («Alternative für Deutschland»), ormai data come secondo partito dietro i democristiani.

Che tipo di potere sarà quello che vedrà la luce dopo le elezioni? È opinione diffusa che non assomiglierà ai regimi autoritari o totalitari conosciuti nel Novecento, ma assumerà movenze nuove, non ancora del tutto definite. C’è chi, come la storica Anne Applebaum, parla di autocrazie, di «raffinate reti che poggiano su strutture finanziarie cleptocratiche, su un complesso di servizi di sicurezza – militari, paramilitari e polizia – e su esperti di tecnologia che forniscono sorveglianza, propaganda e disinformazione». E c’è chi ha rispolverato la categoria di «plutocrazia», ovvero il governo dei ricchi nella forma specifica di una tecno-oligarchia che si è introdotta per via telematica nelle coscienze di tutti noi, piegandole alla logica del mercato.

Questa terminologia, risalente all’antichità greca, conobbe una larga diffusione tra Otto e Novecento, per merito di pensatori come Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels, economisti e sociologi che nei dizionari ritroviamo sotto la voce «teoria delle élites» o «elitismo». Secondo questa corrente, ogni organizzazione complessa finisce per stratificarsi in senso verticale in governanti e governati, come riflesso di una legge naturale immodificabile. È fatale che al vertice si ponga un’élite, un’aristocrazia dotata di particolari capacità intellettive, competenze, meriti; ed è naturale che alla base della piramide stiano coloro che di queste doti sono sprovvisti, e quindi destinati ad obbedire (con le buone o con le cattive). Tutte le società esprimono uno strato eletto, «una classe superiore che detiene generalmente il potere politico e quello economico» (Pareto). Non è un caso che quasi tutti gli elitisti manifestassero, dopo la Grande Guerra, simpatie per il fascismo nascente e per le imprese di Mussolini, incarnazione vivente del potere energico e spietato, capace di metter fine ai disordini che avevano paralizzato l’Italia durante il tumultuoso biennio 1919-1920.

Oggi la scuola elitista sta risorgendo anche nei paesi di antica tradizione democratica, sfruttando la stanchezza del corpo elettorale e il crescente astensionismo. Avanza ad ampie falcate ricorrendo a batterie propagandistiche raffinate, sorrette dai canali sociali, dalle comunicazioni satellitari e da centrali d’informazione specializzate nel diffondere fandonie travestite da verità. In fondo ci aveva già pensato la polizia segreta zarista nel 1903 confezionando i Protocolli dei savi di Sion, in cui si riversava sugli ebrei l’infamante accusa di ordire un complotto mondiale. La differenza, rispetto a quell’epoca, risiede nella potenza e nella pervasività dell’apparato tecnologico messo all’opera nel propagare le false notizie.

«L’uomo è nato libero, e dovunque è in catene», scriveva Jean-Jacques Rousseau in apertura del suo Contratto sociale (1762). Quale sia la natura, palese o criptica, di queste catene nei nostri tempi calamitosi merita una riflessione che vada al di là delle apparenze dorate e luccicanti in cui siamo quotidianamente immersi, come una sorta di servitù volontaria.   

Nell’immagine: Young-Deok Seo, “Nirvana 37”


L’anno della chiocciola fasciata

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Il titolo lo assegna, puntuale ogni 3 gennaio, Pro Natura, la più longeva associazione di tutela ambientale nel nostro Paese, fondata nel 1909. A Pro Natura dobbiamo la creazione, in soli 5 anni, del Parco Nazionale Svizzero, inaugurato il 1. agosto 1914. Nel 1987 fu artefice, insieme al WWF, di una storica raccolta firme (Iniziativa Rothenthurm) che portò gli Svizzeri a votare e creò una delle maggiori sorprese alle urne che si ricordino. In un clima ancora da post guerra fredda, in cui l’Esercito godeva di un largo sostegno, si formò un’insolita alleanza tra la popolazione rurale e contadina e le schiere urbane più sensibili all’ecologia: i due fronti si unirono nel combattere la costruzione di una nuova piazza d’armi nel Canton Svitto in una zona naturalisticamente preziosa. Al voto, il 58% sostenne l’iniziativa, il cui testo vincolante è oggi inserito nella Costituzione federale (art. 78.5): “Le paludi e i paesaggi palustri di particolare bellezza e importanza nazionale sono protetti. Non vi si possono costruire impianti né procedere a modifiche del suolo. Sono eccettuate le installazioni che servono a preservare lo scopo protettivo o l’utilizzazione agricola già esistente”. Altri successi politici e naturalistici vengono menzionati nel sito di Pro Natura.

Capillarmente presente in tutti i Cantoni, la Sezione ticinese gestisce e valorizza, da sola o in collaborazione, una quindicina di aree protette, tra cui figurano il laghetto di Muzzano, le Bolle di Magadino, la palude di San Martino a Vezia, il biotopo AlpTransit di Pollegio, creato – insieme a quelli di Fiéu, Froda e Gaïsch – tra Bodio e Biasca, quale compensazione ecologica alla Galleria di base del San Gottardo. In tutti questi luoghi Pro Natura promuove giornate di educazione ambientale e offre la possibilità di effettuare degli eco-volontariati aperti a scolaresche, aziende, gruppi interessati.

Che l’attività e le posizioni assunte da Pro Natura non facciano sempre l’unanimità è nella natura stessa del dibattito politico: recentemente l’Associazione si è fatta ripetutamente sentire per le sue prese di posizione contrarie all’abbattimento del lupo (che definisce “eccidio”). Prima della votazione dello scorso 22 settembre (Iniziativa sulla biodiversità, respinta a larga maggioranza da Popolo e Cantoni), è stata criticata per i suoi spot, definiti dall’Unione Contadini Ticinesi “catastrofisti e ideologici”.

Tornando alla chiocciola fasciata (Cepaea nemoralis), nasce già con il proprio guscio: è comunissima, non fa parte delle specie minacciate di scomparsa e ognuno di noi l’avrà osservata almeno una volta nel proprio giardino, nei prati, nei boschi, soprattutto nelle giornate di pioggia. Creaturina quasi minuscola, ci vede poco e male, ma ha in cambio uno spiccato senso del tatto e dell’olfatto. L’aggettivo fasciata si riferisce al disegno del suo guscio (2.5 cm di diametro), caratterizzato da un massimo di cinque fasce. Se non cade calpestata sotto i nostri piedi o vittima del tagliaerba, dei macchinari agricoli e dei pesticidi, può vivere fino a 6 anni. Non è un capolavoro di velocità – percorre al massimo 3 metri e mezzo ogni ora – ma la sua bava protettiva le consente di strisciare indenne anche su una lama di coltello. Se la prende comoda e d’inverno entra in una sorta di letargo. Il suo guscio vuoto viene utilizzato da altre specie (api e ragni) come riparo o comodo rifugio in cui svernare. Questa conchiglia è ritenuta capace di attirare la buona sorte: per questo viene spesso utilizzata per la produzione di ciondoli.

È, dicevamo, un esserino slow, allude a un ideale obiettivo di decrescita felice ed è stato adottato a simbolo di Slow Food che, proprio con la chiocciola rossa stilizzata, premia gli indirizzi raccomandati nella sua guida gastronomica. Ci sono schiere di buongustai che farebbero chilometri per un piatto di lumache al sugo, in umido o saltate in padella: ma attenzione, solo quelle con la conchiglia, le altre non sono commestibili. Anche il suo uso in cucina nasconde aspetti apotropaici: poiché le corna delle lumache erano considerate il simbolo della discordia, meglio mangiarle per annullarne l’effetto. Sempre in ambito simbolico, incontrare una lumaca è foriero di prosperità, benessere e sicurezza: portando sempre con sé il proprio guscio, la chiocciola è autosufficiente e ha in sé tutto ciò che le occorre.

In letteratura, la scala a chiocciola e il suo percorso a spirale sono la perfetta raffigurazione metaforica del viaggio di Dante Alighieri dall’Inferno al Paradiso. La lumaca viene anche espressamente citata in Inferno, XXV, vv. 130-132: siamo nella settima bolgia del settimo cerchio, dove vengono puniti cinque ladri fiorentini, alcuni dei quali condannati a un’orrenda metamorfosi che trasformerà un dannato e un serpente in un’unica creatura mostruosa.

“Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia
”.

La chiocciola compare anche nella poesia del Novecento (da Jacques Prévert a Giuseppe Ungaretti. Quest’ultimo, il 6 agosto 1916, mentre combatte sul Carso, scrive la poesia In dormiveglia

“L’aria è crivellata come una trina dalle schioppettate degli uomini ritratti nelle trincee come lumache nel loro guscio”.

La caratteristica di questo animale di poter apparire e scomparire, mostrarsi e ritirarsi, ha portato a paragonare la chiocciola alla luna e a farne un simbolo di continua rigenerazione, di una nuova alba che, dopo il buio e la notte, torna ad affacciarsi sul mondo dalla propria caverna di oscurità. I primi cristiani collocavano dei gusci di lumaca nelle tombe quale augurio di resurrezione, rinascita e immortalità dell’anima.

Nelle immgini: la chiocciola fasciata (fotografie dal sito di Pro Natura) 


L’inconciliabile dilemma fra etica e guerra, che l’intelligenza artificiale non può risolvere

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Di Andrea Monti, La Stampa

Perché dovremmo preoccuparci di un “uso etico” nella bellica dell’IA e non mettere in discussione realmente e non solo sulla carta, sullo stesso presupposto, l’uso di strumenti “tradizionali” come le bombe al fosforo bianco, le mine antiuomo (il cui divieto di uso viene largamente ignorato) o munizioni ad espansione in grado di provocare danni irreparabili al corpo umano invece di “limitarsi” ad attraversarlo? E perché l’autonomia (reale o presunta) di un sistema d’arma controllato da un’IA dovrebbe essere più pericolosa di un bombardamento a tappeto o dello sgancio di un ordigno nucleare?

Infine, quando si parla di etica dell’IA applicata ai conflitti (e non solo), la prima cosa che ci si dovrebbe chiedere è: l’etica di chi? E perché dovrebbe essere preferita quella espressa da una certa visione del mondo e non un’altra? Ma soprattutto e venendo al punto: in nome di cosa uno Stato dovrebbe essere “etico” in guerra?

Le parole definitive sull’argomento sono state pronunciate in tempi non sospetti, alla fine dell’Ottocento, da due giganti della dottrina militare, Carl von Clausewitz e Helmut von Moltke.

Il primo scrisse nel 1832 che “le persone di buon cuore potrebbero ovviamente pensare che esista un modo ingegnoso per disarmare o sconfiggere un nemico senza troppi spargimenti di sangue e potrebbero immaginare che questo sia il vero obiettivo dell’arte della guerra. Per quanto possa sembrare piacevole, si tratta di una convinzione errata da smascherare; la guerra è un’attività talmente pericolosa che gli errori che derivano dalla gentilezza sono i peggiori” mentre il secondo, nel 1861, rincarò la dose affermando che “la più grande gentilezza che si può fare in guerra è farla terminare rapidamente”.

Se, dunque, il dibattito sull’etica dell’IA è, in generale, alquanto preoccupante, lo diventa ancora di più quando lo si estende ai conflitti più o meno formalmente dichiarati perché si basa su un presupposto filosofico fattualmente non corretto: l’esistenza di valori universali che, dunque, sarebbero applicabili in modo trasversale e al di sopra dei singoli ordinamenti giuridici. Questo universalismo è lo stesso presupposto, questa volta applicato in ambito politico, che ha portato ha costruire a tavolino la categoria artificiale dei “diritti universali”. Entrambi gli approcci sono basati su un approccio monoteistico, in base al quale esistono solo “certi” valori e “certi” diritti e dunque hanno poco a che fare con la dimensione democratica che si è formata dopo la rivoluzione francese, nella quale l’etica (e la religione) sono fuori dallo Stato e le regole —le leggi— sono il frutto della mediazione politica di valori contrapposti, che vengono adattati allo spirito del tempo e alle mutate condizioni (e convinzioni sociali) dall’attività della magistratura. Al contrario, professare “valori” e “diritti” assoluti è una caratteristica geografica, temporale e culturale che non appartiene a una visione laica —ma soprattutto pragmatica—della realtà dove, piaccia o non piaccia, le riflessioni basate sul realismo politico hanno messo in un angolo quelle etiche teorizzate ai tempi da Grozio e poi da Kant ispirate a una qualche forma di legge superiore, anche di tipo etico, come limite all’agire dello Stato.

La dottrina strategica statunitense ha coniato un termine specifico per descrivere questo approccio: lawfare —l’uso del diritto come arma dell’arsenale geopolitico, anche se la formalizzazione del ragionamento risale, in realtà, ai tempi di Tucidide.

Nella parte de La guerra del Peloponneso dedicata all’irrigidirsi della tensione fra Atene e Sparta, spicca il dialogo fra gli ambasciatori ateniesi e i Melii. I primi applicavano senza mezzi termini quella che Otto von Bismarck avrebbe poi chiamato machtpolitik—la politica della forza— mentre i secondi si appellavano alle ragioni del diritto; ed ecco come è andata a finire: “Pretendiamo invece che si mandi ad effetto” dicono gli ambasciatori ateniesi mentre in rada la flotta che li aveva accompagnati non ispirava esattamente sentimenti di fratellanza e democrazia “ciò che è possibile a seconda della reale convinzione che ha ciascuno di noi, ché noi siamo certi, di fronte a voi, persone informate, che nelle considerazioni umane il diritto è riconosciuto in seguito a una uguale necessità per le due parti, mentre chi è più forte fa quello che può e chi è più debole cede. … Noi crediamo infatti che per legge di natura chi è più forte comandi: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza.”

Ora, tornando al tema dell’uso bellico (ma non solo) dell’IA e concludendo il ragionamento, è abbastanza chiaro che nessuno Stato può accettare o correre il rischio di trovarsi in una inferiorità strategica e tattica e dunque cerca di massimizzare il proprio apparato offensivo e difensivo (posto che esista la differenza, ma questo è un altro discorso). Ed è altrettanto chiaro, come dimostrano le scelte in materia di deterrenza nucleare, quale sia l’equivoco che sta alla base dell’intero discorso sull’etica dell’IA: non sono le tecnologie, ma chi le controlla a doversi dare (o a dover subire) dei limiti sull’utilizzo. Applicando lo stesso ragionamento dei sostenitori dell’etica dell’IA alle armi atomiche, si arriverebbe al paradosso di chiedere che la prossima volta Little Boy (la bomba sganciata su Hiroshima) tenga fede al suo nomignolo e faccia stragi sì, ma non troppo estese, anche se questo obiettivo è alquanto inconciliabile con il principio ingenuamente stabilito con la Dichiarazione dell’Aja nel 1899 in base alla quale gli Stati concordano che “l’unico obiettivo legittimo che gli Stati dovrebbero cercare di raggiungere durante una guerra è indebolire le forze militari del nemico; che a questo scopo è sufficiente rendere inabile il maggior numero possibile di uomini; che questo obiettivo sarebbe superato dall’impiego di armi che aggravano inutilmente le sofferenze degli uomini inabili, o rendono inevitabile la loro morte; che l’impiego di tali armi sarebbe, quindi, contrario alle leggi dell’umanità.”

Il tema reale, dunque, non è lo sviluppo di una tecnologia ma la responsabilità individuale di chi, di fatto o di diritto, ha il potere di controllarla, e il ruolo dei cittadini come guardiani del potere.

Pensare di costruire una – qualsiasi cosa sia – “etica dell’IA” significa aprire la strada alla deresponsabilizzazione umana, civile e politica per l’assunzione di scelte che possono incidere drammaticamente e irrimediabilmente sulla vita di ciascuno di noi e sulla società come (ancora) la conosciamo. Oppure, peggio, significa affidare la scelta a un numero ristretto di persone, senza alcuna responsabilità e senza dibattito pubblico, tanto, qualsiasi cosa succederà, sarà colpa del computer, anzi, dell’intelligenza artificiale.


Musk e Zuckerberg, dal capitalismo digitale al fascismo delle piattaforme

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Ora che anche Mark Zuckerberg, dopo Jeff Bezos, è salito sul carro del vincitore Trump, nominando un uomo a lui molto vicino come Joel Kaplan ai vertici di Meta, il gigante dei social network, al posto del progressista Clegg, il quadro dei poteri e degli interessi che vanno accomodandosi intorno al nuovo presidente si completa e si definisce.

E impone un esame non superficiale dei tratti generali assunti dal capitalismo contemporaneo. C’è in questi spostamenti di campo e di risorse molto di più del cinismo, dell’opportunismo e della spregiudicatezza naturalmente insiti nel processo di accumulazione del capitale, qualcosa che ha a che fare con una metamorfosi che viene da lontano e che ha profondamente rinnovato i connotati del capitalismo. Non è impresa facile mettere a fuoco l’insieme del quadro, ma converrà tentare di seguire, sia pure a tentoni, qualche pista, cercare di imbastire una sommaria genealogia. Scansando, intanto, le messe in scena con le quali i campioni dell’oligarchia tecnocratica, primo fra tutti l’istrione Elon Musk, ipnotizzano l’opinione pubblica mondiale divisa tra quelli che lo acclamano come genio del millennio e quanti lo considerano invece un pericoloso bullo pieno di soldi e di ambizioni ai limiti della patologia.

Gli esordi del percorso che ha condotto fino a qui furono chiamati, nell’incertezza del tempo a venire, postfordismo. Si indicava con questo termine il declino dell’industria manufatturiera, della grande fabbrica fordista e dei relativi rapporti sociali, lo sviluppo della finanziarizzazione e di nuovi ambiti di valorizzazione fondati sul sapere e su interazioni sociali fino allora rimaste estranee al circuito dello sfruttamento. La grande industria non era beninteso sparita, e non lo è nemmeno oggi, ma aveva cessato di essere la cassaforma di tutti gli sviluppi futuri e il modello principale dei rapporti di sfruttamento. Tra le conseguenze di questa metamorfosi fu il rapido ed esteso sviluppo di una economia “immateriale” e delle sue metafisiche merci: informazione, relazioni sociali, aspirazioni individuali, saperi ed esperienze diffuse gettate in un nuovo mercato del lavoro potenzialmente senza confini.

I social media e il capitalismo delle piattaforme sono stati tra i principali risultati di questa evoluzione del capitalismo digitale che ha fornito la struttura tecnologica per lo scambio ineguale tra l’informazione ceduta dagli utenti ai padroni della rete e i servizi e gli strumenti messi a disposizione da questi ultimi. L’enorme quantità di dati, forme di comunicazione, conoscenze e baggianate che circolano nel Web e le capacità matematiche sempre più potenti di selezionarli, elaborarli, confezionarli e metterli a profitto costituiscono una ricchezza e uno strumento di controllo che non hanno eguali nella storia, anche se possono offrire qualche opportunità di azione ai movimenti e alle reti politiche che si battono, a dire il vero in posizione di estremo svantaggio, contro le grandi concentrazioni di potere. In questo contesto i social media occupano un posto decisivo situato nel più diretto punto di congiunzione tra economia e politica.

Bisogna tuttavia evitare di lasciarsi distrarre dalla trivialità aggressiva e perlopiù puerile, che caratterizza il dibattito e lo scontro politico sui social media. Non siamo di fronte ad alcuna regressione, men che meno a peccati di ingenuità, ma ad una arena nella quale si stabiliscono concretamente dei rapporti di forza. L’economia immateriale conferisce a gran parte delle sue merci una dimensione politica e la politica stessa è divenuta la sua merce più importante, un dépliant illustrativo del più desiderabile dei mondi.

Ragionare oggi sul rapporto tra economia e politica fuori da questo contesto ambientale è uno sterile esercizio senza esito. I tradizionali rapporti di pressione e scambio tra lobby, potentati economici e potere politico non sono certo scomparsi, ma in prospettiva non sono più dominanti di fronte a forme di vera e propria sovrapposizione tra tecnologie della comunicazione e organizzazione politica.

Tra il miliardario petroliere di ultradestra Charles Koch, alfiere del fossile, e il produttore di auto elettriche, pannelli solari e batterie Elon Musk, entrambi finanziatori della campagna elettorale di Trump ma portatori di interessi oggettivamente divergenti, le proiezioni sul futuro sono tutte a favore del secondo che, contrariamente agli ombrosi padroni del passato, occupa rumorosamente il proscenio e incarna in prima persona la fusione tra politica ed economia. O, se vogliamo servirci della terminologia habermasiana, tra agire strumentale e agire comunicativo. Non perché il primo abbia colonizzato il secondo, ma per un processo di sostanziale simbiosi.

Se andiamo ad esaminare i post con i quali Musk, ascoltato dai suoi 200 milioni di follower, aggredisce e insulta ripetutamente leader ed esponenti politici della parte avversa, (da Scholz a Starmer a George Soros) o esalta le formazioni dell’estrema destra, ma anche le repliche degli aggrediti o il compiacimento degli elogiati, non troveremo la minima traccia di argomentazione. Il formato è quello dell’invettiva, dello slogan, dell’affermazione apodittica, del linguaggio binario dell’informatica transitato nel like. Pretende un’adesione immediata e senza distinguo. Simula un’interazione e una partecipazione che non esistono nella realtà mentre esercita dall’alto un potere di controllo e di condizionamento che incontra ben pochi ostacoli. Le merci si dispongono nel disegnare una precisa idea di società che poi si offre a sua volta sul mercato politico e commerciale come la più appetibile delle merci.

Questa commistione segna il passaggio dal capitalismo delle piattaforme a un fascismo delle piattaforme capace di decostruire i meccanismi democratici, sedurre la società civile, reclutare forza lavoro allucinata e asservita e gettare le fondamenta tecnocratiche di un sistema dichiaratamente oligarchico. Forse è proprio di fronte a un simile rischio che dovremmo celermente attrezzarci, non rimpiangendo condizioni ormai tramontate, ma riprendendo nel nuovo contesto la partita tra dominio e sabotaggio.

Nell’immagine: Donald Trump durante un comizio della campagna elettorale presidenziale


Smotrich: «Colpire la Cisgiordania come Gaza». Wfp sotto tiro

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Quindici mesi dopo il 7 ottobre 2023, la rappresaglia senza fine con decine di migliaia di morti nella Striscia di Gaza, portata avanti da Benyamin Netanyahu e dal suo governo di estrema destra, sta incendiando anche la Cisgiordania. L’attacco armato compiuto ieri da tre palestinesi contro un bus e automobili di coloni israeliani nel villaggio di Al Funduq (Qalqiliya) – uccisi un ufficiale di polizia e due donne, 8 i feriti – è un segnale di ciò che potrebbe crescere e svilupparsi nella porzione più ampia dei Territori palestinesi sotto occupazione. Un territorio dove dopo il 1967 Israele ha insediato centinaia di migliaia di coloni tra quasi quattro milioni di palestinesi. Le stragi quotidiane di civili di Gaza nei bombardamenti di Israele accrescono la frustrazione dei palestinesi e alimentano la lotta armata in Cisgiordania. Il mondo sta a guardare e nessuno fa passi concreti per fermare l’offensiva di Israele e arrivare alla tregua.

A Doha i negoziati indiretti tra Israele e Hamas non fanno ancora progressi significativi e indiscrezioni di segno positivo continuano ad alternarsi a segnali di senso opposto. Lascia il tempo che trova l’ottimismo del Segretario di stato uscente Blinken che ieri ha chiesto «un ultimo sforzo» dopo che un dirigente di Hamas aveva riferito a Reuters che il movimento islamico ha autorizzato una lista di 34 ostaggi israeliani che saranno liberati quando e se sarà proclamato un cessate il fuoco. In realtà Benyamin Netanyahu non cerca la fine vera della guerra, vuole solo un accordo di breve durata che riporti a casa un certo numero di ostaggi, per poi riprenderla o continuarla in un altro modo, come sta avvenendo in Libano. Le famiglie degli ostaggi israeliani a Gaza ieri hanno condannato di nuovo Netanyahu per aver dato la sua approvazione a una proposta di cessate il fuoco parziale e non definitivo che, in caso di accordo, garantirà il rilascio solo di una parte dei sequestrati. Quindi si sono rivolte a Donald Trump per chiedergli di «fare di tutto» per liberare ogni ostaggio. In un’intervista radiofonica, Trump ieri ha ribadito che «ci sarà l’inferno» se gli israeliani (alcuni con cittadinanza Usa) non saranno rilasciati entro il suo insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio.

L’attacco armato ieri è avvenuto in due punti diversi. Uno a circa 200 metri a est di Al Funduq, l’altro all’interno del piccolo villaggio, di fatto una strada con ai lati edifici e abitazioni che i settler percorrono per raggiungere l’incrocio per l’insediamento coloniale di Kedumim – un bastione dell’ultranazionalismo religioso – e le bypass road costruite per loro. I tre palestinesi hanno fatto fuoco contro i veicoli israeliani, senza scorta militare. I tre israeliani sono stati uccisi nelle auto, non nel bus come era stato detto inizialmente. Quindi i palestinesi si sono allontanati con relativa facilità facendo perdere le loro tracce. Commentando l’agguato, Abu Obeida, portavoce delle Brigate Qassam, l’ala militare di Hamas, ha avvertito che «il nemico deve sapere che finché continuerà i suoi massacri e le sue aggressioni contro Gaza e la Cisgiordania, pagherà un prezzo pesante». Ha poi aggiunto che «l’occupazione e i suoi scagnozzi sono destinati al fallimento», con palese riferimento all’Autorità Nazionale di Abu Mazen che da un mese continua un’ampia «operazione di sicurezza» contro i combattenti di varie formazioni armate palestinesi a Jenin.

La rappresaglia di Israele in Cisgiordania sarà pesante. Esercito e la polizia di Israele hanno lanciato, con l’approvazione di Netanyahu e del ministro della Difesa Israel Katz, una gigantesca caccia all’uomo. Diverse strade, villaggi e altre aree sono state chiuse e si prevedono incursioni di forze speciali nelle città palestinesi, in particolare a Jenin e Nablus dove ieri centinaia di persone hanno partecipato ai funerali del 17enne Mutaz al Madani, ucciso dal fuoco dei militari. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha ripetuto l’appello a isolare i centri «arabi»: i diritti dei coloni nella Cisgiordania occupata prevalgono sulla libertà di movimento dei palestinesi, ha detto. Persino più forti le parole del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich (vive a Kedumim) che ha invocato bombardamenti in Cisgiordania come a Jabaliya (Gaza). Per il ministro dell’Energia Eli Cohen: «Jenin e Nablus devono essere trattate come Shujaiya e Beit Hanoun», due città di Gaza ormai rase al suolo.

Nella Striscia dove sono già otto i bambini morti di freddo per le difficili condizioni di vita nei campi di tende per gli sfollati, le forze israeliane hanno lanciato nuovi attacchi aerei uccidendo ieri almeno 14 palestinesi e 49 tra domenica e lunedì. 4 delle vittime facevano parte di una famiglia colpita in un edificio di Sheikh Radwan (Gaza city). Bombe anche a ridosso della «zona sicura» per i civili a Mawasi. Il Programma alimentare mondiale (Wfp) accusa l’esercito israeliano di aver aperto il fuoco domenica su un suo convoglio di tre veicoli chiaramente identificati. «È stato preso di mira nonostante avesse ricevuto tutte le autorizzazioni necessarie dalle autorità israeliane», ha denunciato l’agenzia dell’Onu, vitale per il sostentamento della popolazione di Gaza. Non ci sono stati feriti.

Nell’immagine: avamposti israeliani su terre palestinesi in Cisgiordania


Sergio Rossi – Lo Stato soccorre la siderurgia svizzera. Una ‘rivoluzione’ prudente ma significativa

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Piscina di Carona, una battaglia per il servizio pubblico

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Nel Messaggio municipale n°10415 del 3 ottobre 2019, l’esecutivo considerava «esclusa la variante della chiusura, considerando l’importanza storica del centro per il quartiere di Carona e per la sua peculiarità quale polo turistico, ricreativo e sportivo rispettoso e armonioso con l’ambiente e il territorio che lo contraddistingue» (p. 3). Quattro anni dopo, la linea è cambiata diametralmente, trasformandosi in un puro e sordido ricatto politico: se le opposizioni alla variante del Piano regolatore non saranno ritirate, il centro balneare rimarrà chiuso.

Di riflesso, l’unica possibilità di mantenere l’apertura del centro balneare è di togliere qualsiasi ostacolo alla sua privatizzazione, al progetto di forte impatto paesaggistico e ambientale finanziato dalla Città di Lugano con 12 milioni e con 6 milioni dal Touring Club Svizzero. Il Municipio lo afferma  senza vergogna nella risposta all’interpellanza: senza modifica del Piano regolatore, quindi qualora i ricorsi fossero accolti oppure non ritirati, «si deve giocoforza ipotizzare una chiusura definitiva dell’intero comparto». Nessuno quindi si faccia illusioni su possibili alternative: o si realizza il progetto di glamping oppure sparirà un altro servizio pubblico sul territorio della Grande Lugano.

È chiaro che, a questo punto, non esistono scorciatoie o compromessi politici: senza una mobilitazione sociale all’altezza non ci sarà nessuna riapertura della piscina di Carona, nell’immediato così come a lungo termine.

Il gioco delle cifre

Per il Municipio gli interventi urgenti per garantire l’accesso del centro balneare anche nel 2025 sono ingiustificabili. In sostanza, sembra di capire che gli investimenti tecnici ammonterebbero a 500’000 franchi, più 245’000 franchi per i costi del personale. Soldi sprecati secondo l’esecutivo luganese.

In parte, forse, lo sono, se si ragiona nella logica di impattare la zona naturale della piscina di Carona con il progetto di glamping da 18 milioni complessivi. Ma la cosa ha un aspetto del tutto diverso  se si ragiona nella logica di conservare l’esistente, ossia il centro nella sua forma attuale, attraverso un intervento di recupero, di ristrutturazione straordinaria. Appare evidente che negli anni scorsi il Municipio di Lugano ha portato avanti una politica di obsolescenza programmata del centro balneare. Dal 2013 al 2024, sono stati garantiti solo gli interventi correnti di manutenzione leggera, unitamente ad alcuni interventi d’urgenza. Ma non è mai entrata in considerazione l’ipotesi di ristrutturare profondamente tutta l’impiantistica e le strutture annesse.

Eppure questa scelta costerebbe meno dal punto di vista finanziario e permetterebbe di continuare a rispettare il Piano regolatore che considera la zona dove sorge il centro balneare d’interesse esclusivamente pubblico, carattere che verrebbe meno regalando una cospicua porzione di territorio al TCS. Secondo le indicazioni approssimative sparse qua e là nei differenti messaggi municipali, l’investimento per il risanamento integrale delle piscine e delle relative condotte ammonta a circa 2 milioni di franchi (Messaggio municipale n°10415 del 3 ottobre 2019, p. 4). Se poi si volesse procedere al rifacimento delle infrastrutture non balneari, l’investimento crescerebbe di altri 4 milioni di franchi (2,5 per l’edificio principale, 0,5 per il ristorante-pizzeria, 0,5 per la sala multiuso, 0,5 per la sistemazione esterna), per un totale di 6 milioni di franchi Un’altra valutazione, presentata nel 2023, indica in 9,6 milioni la spesa complessiva. Evidente a questo punto il “gioco delle cifre” per escludere l’opzione pubblica a favore della privatizzazione.

Per il Municipio di Lugano la seconda è l’unica praticabile anche perché permetterebbe di recuperare circa 120’000 franchi all’anno dal TCS (diritto di superficie, tasse di pernottamento, microscopico contributo alla manutenzione), riducendo così il deficit strutturale del centro balneare.

Il servizio pubblico non si giudica esclusivamente in funzione dei costi

In assenza di dati precisi e oggettivi, la discussione sulle differenze tra un’opzione e l’altra rischia, il dibattito politico rischia di deviare dal punto essenziale: la difesa di un servizio pubblico contro la privatizzazione di un bene comune.

Il Municipio di Lugano per difendere la sua decisione di alienare per almeno 40 anni un bene comune, oltre che ricorrere al ricatto politico, invoca l’insostenibilità del deficit causato dal centro balneare di Carona. L’esecutivo agisce abilmente contrapponendo i deficit generati dalla gestione pubblica alla salvezza del centro legata alla privatizzazione, unica soluzione per riportare in attivo l’attività della struttura di Carona.

Anche sorvolando sulla questione che non vi è nessuna garanzia che il centro balneare privatizzato non produrrà più perdite per la città di Lugano, la questione di fondo resta quella, fondamentale, di un servizio pubblico in grado di rispondere a bisogni sociali la cui soddisfazione non deve dipendere dal fatto di generare o meno dei costi finanziari.

Nessuno vuole, evidentemente, incentivare gli sprechi finanziari, ma, semplicemente, anteporre i bisogni sociali alla sola logica dei costi d’esercizio. Garantire la salvaguardia di una piscina pubblica in un contesto contraddistinto dall’accelerazione della crisi climatica e dal conseguente surriscaldamento significa mantenere il controllo su un bene collettivo che non può sottostare alle logiche del profitto connaturato alla privatizzazione.

In questo senso non si capisce perché i deficit del centro balneare di Carona siano così insopportabili da spingere il Municipio di Lugano a decretarne la chiusura nella sua veste pubblica. Se così fosse, non si capisce perché il Lido di Lugano, il lido San Domenico, il Lido Riva Caccia e la piscina coperta comunale non vengano chiusi alla stregua di quanto deciso per Carona. I consuntivi della Città di Lugano indicano chiaramente, almeno fino a quando sono state fornite le cifre disgregate, che tutti gli stabilimenti sono in deficit.

Per esempio, dal 2002 al 2012, il Lido di Lugano ha registrato una perdita media del 43,91%, pari a una media annua di 901’146 franchi. Per i Lidi di San Domenico e Riva Caccia, il deficit medio annuo è del 53,53%, ossia 92’003 franchi. Infine, la piscina coperta comunale ha generato, dal 2002 al 2012, una perdita media annua del 55,52%, ovvero di 604’608 franchi. Il grafico che segue riscostruisce la situazione dell’insieme degli stabilimenti balneari sotto il controllo della città di Lugano.

Ebbene, in 22 anni la perdita media è stata del 51,53%, pari a una media annua di 2’006’506 franchi. Due osservazioni. Fortunatamente davanti a queste cifre, le autorità politiche cittadine non hanno scelto di chiudere queste infrastrutture pubbliche, né tantomeno di proporne la privatizzazione quale risposta alla loro situazione finanziaria. Le perdite sono state assunte perché si tratta di un servizio pubblico che risponde a bisogni sociali reali e importanti.  Perché allora il centro balneare di Carona deve essere chiuso, se i ricorsi dovessero bocciare il progetto di “glamour camping”? Probabilmente si tratta di un “esperimento politico” che potrebbe fungere da battistrada per la privatizzazione di altri stabilimenti balneari pubblici.

Indipendentemente dalle ipotesi che si possono avanzare, la chiusura di Carona significa la soppressione di un servizio pubblico di una zona periferica della “Grande Lugano”, un segnale non confortante derivante dal processo di aggregazione. L’esecutivo luganese replicherà che l’alternativa alla chiusura esiste e si tratta del piano di rilancio attraverso il “glamour camping”. Una logica da rifiutare. Non sono opzioni equivalenti: da una parte si rivendica il mantenimento di un centro balneare pubblico, di proprietà e controllato dalla collettività, compatibile, non invasivo rispetto all’ambiente nel quale è inserito. Dall’altra, si propone la privatizzazione di questo complesso, ciò che significa l’alienazione di un patrimonio pubblico per almeno quarant’anni, con la conseguente perdita del controllo diretto da parte della popolazione, sacrificandolo sull’altare del profitto, intervenendo in maniera importante dal punto di vista ambientale e paesaggistico. Due opzioni dunque diametralmente opposte.

Cosa fare davanti al ricatto politico del Municipio di Lugano?

Lugano è la città degli investimenti milionari. A fine 2028, la popolazione contribuente luganese si troverà confrontata a impegni finanziari di 410 milioni di franchi, generati da investimenti diretti netti e impegni finanziari derivanti dal PSE. Appare perciò inaccettabile che a fronte di questi impegni multimilionari, la maggioranza dei quali frutto di scelte dubbie e in contrasto con i bisogni sociali della stragrande maggioranza degli e delle abitanti, venga sacrificato un servizio pubblico che in futuro diventerà sempre più importante. Non sarà il deficit annuale di 300’000 franchi della piscina di Carona a costituire un problema per le finanze e le imposte della “Grande Lugano”.

La battaglia da condurre è quella per la difesa di un servizio pubblico, non solo per la popolazione di Carona ma per tutta quella del Luganese (e anche oltre). Fissata questa premessa fondamentale, non bisogna assolutamente ritirare i ricorsi pendenti, questo per bloccare il progetto di privatizzazione del Municipio di Lugano. Qualora i tribunali dovessero dare ragione ai ricorrenti, si tratterà di organizzare la mobilitazione popolare per esigere la riapertura dal centro balneare di Carona e il suo completo risanamento in chiave di rilancio del servizio pubblico. Invece, se i ricorsi dovessero essere respinti anche in ultima istanza, c’è sempre la possibilità del referendum popolare. Dopo l’esperienza del PSE, non è assolutamente scontato che la popolazione di Lugano accetti un’altra operazione finanziaria scriteriata come quella proposta dall’esecutivo.

Ma se nonostante la mobilitazione sociale, il Municipio non dovesse retrocedere e riaprire la piscina, non è meglio accettare il progetto “glamour camping” piuttosto di perdere questa infrastruttura balneare? Noi pensiamo che sia necessario resistere al ricatto politico. In gioco c’è la sopravvivenza di un servizio pubblico anche sul lungo termine, ma pure la salvaguardia di un territorio privilegiato dal punto di vista paesaggistico e ambientale, protetto e riconosciuto come tale dall’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale (IFP).

Aprire all’opzione della privatizzazione significa perdere il controllo su questo patrimonio pubblico di rilevante importanza per quasi mezzo secolo, senza contare i potenziali danni ambientali. Piuttosto che piagarsi a questo scenario è meglio difendere una “posizione di conservazione”, “attendista”, pronti a cogliere l’occasione per imporre nuovamente l’apertura del servizio balneare pubblico. La cricca in Municipio non è eterna, i rapporti di forza possono mutare. Il bene comune va preservato sul lungo termine.

Matteo Poretti è responsabile MPS per il Luganese
Nell’immagine: quando a Carona si faceva il bagno (dal sito XCarona)


Da Charlie Hebdo a Bezos, chi ha paura delle vignette

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Di Assia Neumann Dayan, La Stampa

Il 7 gennaio 2015 due terroristi islamici entrarono nella sede di Charlie Hebdo e ammazzarono dodici persone. Il 5 gennaio 2025 Ann Telnaes lascia il Washington Postperché non le hanno pubblicato una vignetta.

Dieci anni fa eravamo tutti Charlie anche se non era vero, oggi è già più facile essere Ann: nessuno si farebbe problemi a boicottare il Washington Post, ma qualche pensiero sul boicottare Amazon rimane perché va bene difendere la libertà, ma vuoi mettere la comodità.

La vignetta disegnata dal premio Pulitzer Telnaes raffigura Donald Trump sopra una scala, ai piedi della scala ci sono una serie di miliardari che offrono sacchi di soldi e/o adorazione: Mark Zuckerberg, Sam Altman, Patrick Soon-Shiong, Topolino e Jeff Bezos, proprietario del Washington Post.

Nella vignetta non c’è uno scarto tra l’idea e la realtà: quella vignetta rappresenta quello che è. Ann Telnaes ha una carriera vera e prestigiosa alle spalle, ha vinto un Pulitzer, sicuramente non fa parte della schiera di mitomani che dicono di essere stati boicottati o aggrediti o licenziati per una qualche opinione, opinione nella maggior parte dei casi condivisa da tutti. A chi le potrebbe dire che lei lavora per un’azienda e non per una onlus risponde così: «(…) stiamo parlando di organizzazioni giornalistiche che hanno obblighi pubblici e che sono obbligate a coltivare una stampa libera in una democrazia. I proprietari di tali organizzazioni giornalistiche sono responsabili della salvaguardia di quella stampa libera, e cercare di entrare nelle grazie di un autocrate avrà come unico risultato quello di minare quella stampa libera».

Sempre su Substack Ann Telnaes spiega anche i motivi delle sue dimissioni, salutando così i lettori: «In qualità di vignettista editoriale, il mio lavoro consiste nel chiedere conto a persone e istituzioni potenti. Per la prima volta, il mio editore mi ha impedito di svolgere questo lavoro critico. Ho quindi deciso di lasciare il Post.

Dubito che la mia decisione susciterà molto scalpore e che verrà liquidata perché sono solo un vignettista. Ma non smetterò di dire la verità al potere attraverso le mie vignette, perché, come si dice, “la democrazia muore nell’oscurità”».

Lo scorso anno, per la prima volta nella sua storia, il Washington Post non fece il tradizionale endorsement elettorale: il comitato di redazione si disse preoccupato, l’editorialista Robert Kagan rassegnò le dimissioni.

Quello che non mi spiego è come un Bezos, o chi per lui, non trovi vantaggiosa la pubblicazione di qualcosa contro di lui sul suo giornale: lo renderebbe credibile, un campione di libertà, e anche un perfetto consigliere del Presidente eletto. C’è stato un momento, quando eravamo tutti giovani, in cui si diceva: non pubblicherò mai un libro per Mondadori, non lavorerò mai per un programma per Mediaset, non scriverò mai un articolo per i giornali di Berlusconi.

Ovviamente, a nessuno era mai stato chiesto né di pubblicare un libro, né di lavorare a Mediaset, né di scrivere un articolo. A qualcuno poi è stato chiesto davvero e ha vinto la linea del “distruggere il sistema dall’interno”: come possiamo ampiamente constatare, nessun sistema è saltato per aria. Licenziarsi per un’idea di libertà è un gesto gigantesco, ma meglio farlo quando hai estinto il mutuo. Negli ultimi anni la censura si è spostata sui morti: film del dopoguerra, scrittori del secolo scorso, statue greco romane.

Questo da un lato ci dice che nessun intellettuale vivente – a parte Rushdie, Houellebecq, JK Rowling e pochi altri – ha la capacità di produrre opere che abbiano la forza di far dire a qualcuno che quel lavoro non doveva essere pubblicato. La cosa più rilevante che ricorderemo di Sally Rooney saranno i suoi romanzi, sarà che non ha fatto tradurre un suo libro in ebraico o sarà Paul Mescal nella serie tratta da Normal people? La risposta credo di saperla. Dall’altro lato, questo è successo perché l’attivismo d’accatto ha permeato la produzione culturale: ha permesso di sostituire sia il talento con la posa, che la posa con la paura della cancellazione.

Il mercato del martirio è diventato redditizio: chi guadagna dal boicottaggio? Il boicottato o il boicottatore? Il risultato è l’impossibilità di stabilire se chi ha boicottato tal fiera, evento o premio è perché ci crede davvero o per tornaconto personale. Del resto, nessuno ha mai pensato che Marlon Brando avesse rifiutato di ritirare l’Oscar per posizionarsi.

Nel 2015 l’organizzazione americana per la libertà di espressione PEN decise di assegnare un premio a Charlie Hebdo. Sei autori si ritirarono in disaccordo con la scelta. Salman Rushdie, che è stato anche presidente del PEN, scrisse su Twitter: «Solo sei vigliacchi. Sei autori in cerca di un po’ di carattere».

Nel 2024 PEN, scrive il New York Times, «ha annullato il suo Festival annuale World Voices dopo che un’ondata di partecipanti si è ritirata, spinta da una campagna di boicottaggio condotta da scrittori che sostengono che la risposta del gruppo alla guerra a Gaza non è stata sufficientemente critica nei confronti di Israele». Una docente, “digital sociologist” e con vari Phd nella Ivy League, commentò il tweet di Rushdie lamentandosi perché aveva usato la parola “pussy”: «Adesso abbiamo aggiunto il sessismo a una discussione sulla libertà di parola e sulla razza?». Di questo secolo non c’è nemmeno bisogno di farne una vignetta satirica, va già bene così.


Austria, l’estrema destra di Kickl a un passo dal governo

Più di un aspetto tocca il nostro paese nella crisi diplomatica che contrappone Stati Uniti e Iran per gli arresti a Milano di Mohammed Abedini e a Teheran della giornalista Cecilia Sala 

Di Tonia Mastrobuoni, La Stampa

Berlino — Nuovo colpo di scena in Austria: si allontana l’ipotesi di nuove elezioni. Oggi il presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen vedrà il leader dell’ultradestra Herbert Kickl. L’uomo al quale mai avrebbe voluto dare l’incarico da cancelliere, come ha fatto capire in più occasioni, nonostante Kickl avesse vinto le elezioni di settembre con il 29% dei voti. Stamane, quando il capo dello Stato darà l’incarico all’ex ministro dell’Interno, sottolineerà di nuovo l’importanza del rispetto dei valori democratici e dei diritti. L’improvvisa accelerazione verso un governo che rischia di spostare l’Austria verso l’asse filorussa Ungheria-Slovacchia tingendo di nero la Mitteleuropa, potrebbe sembrare sorprendente. Ma i motivi sono chiari.

Il fallimento dei popolari

Sabato sera, Karl Nehammer si è dimesso da leader dei popolari Övp e da cancelliere: in tre mesi non è riuscito a formare un governo con le forze moderate. Aveva sempre escluso un’alleanza con l’estrema destra di Kickl, ed era sempre sembrato l’ostacolo maggiore a una convergenza con la Fpö. Ieri invece il suo successore Christian Stocker, ha detto «non ci sottrarremo a colloqui» con l’ultradestra. Stocker ha ottenuto il mandato a trattare con Kickl dal partito: non un dettaglio, dopo che una fetta dei moderati si era sempre ribellata a un’alleanza con l’ultradestra. Non solo per l’estremismo di Kickl, che ha intenzione di “orbanizzare” l’Austria, trascinarla su posizioni filorusse e usare la clava contro i migranti. Ma anche per paura che i popolari possano essere cannibalizzati dalla Fpö.

La domanda é: perché Van der Bellen preferisce convocare Kickl, dopo mesi di dichiarata riluttanza, invece di indire nuove elezioni? Perché la Övp, dopo aver tuonato per mesi contro il fattore di rischio Kickl, sembra disposta ad allearsi con lui? Forse perché dalle elezioni ad oggi l’ultradestra è passata dal 29 ad oltre il 35%. Se incassasse un risultato del genere alle urne, la Fpö si garantirebbe una minoranza di blocco in Parlamento per stoppare qualsiasi riforma di rilievo costituzionale. E per i popolari diventerebbe un partner di governo ancora più schiacciante.

Nell’immagine: il leader dell’ultradestra Herbert Kickl