I ricchi: Più CO2 in 90 minuti di quanta ne emettano le persone normali in una vita intera

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Da Infosperber

I 50 miliardari più ricchi del mondo hanno un’impronta ecologica sproporzionata. Secondo un recente rapporto di Oxfam International, pubblicato poco prima della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP29 a Baku, in Azerbaigian, questi miliardari generano più CO2 in soli 90 minuti di quanto una persona media faccia in una vita intera. Particolarmente problematici sono i loro investimenti e l’uso di mezzi di trasporto di lusso come jet privati e super yacht, che contribuiscono al degrado ambientale, alla disuguaglianza sociale e al cambiamento climatico a un ritmo allarmante.

Il bilancio dei super-ricchi è allarmante. In media, i 50 miliardari più ricchi hanno preso 184 voli solo in un anno. Queste attività hanno causato una quantità di CO2 che una persona media produrrebbe in 300 anni. Ma non è tutto: i loro yacht di lusso emettono una quantità di carbonio pari a quella che una persona media produrrebbe in ben 860 anni.

Tre superyacht producono una quantità di CO2 pari a quella di circa 1700 dipendenti

Secondo Oxfam, i due jet privati del fondatore di Amazon Jeff Bezos hanno trascorso quasi 25 giorni in aria in un periodo di 12 mesi e hanno emesso una quantità di carbonio pari a quella prodotta da un dipendente medio di Amazon negli Stati Uniti in 207 anni. L’imprenditore messicano Carlos Slim ha effettuato 92 voli con il suo jet privato, il che equivale a fare il giro del mondo cinque volte. La famiglia Walton, erede della catena di negozi Walmart, possiede tre superyacht che in un anno producono una quantità di carbonio pari a quella di circa 1714 dipendenti del negozio Walmart*.

Nonostante l’obiettivo globale di limitare l’aumento della temperatura a un massimo di 1,5 gradi Celsius, uno stile di vita del genere non è solo uno spreco. Se tutti vivessero come l’1% più ricco della popolazione mondiale, il budget globale di CO2 rimanente sarebbe esaurito nel giro di cinque mesi. Ancora più drastico: se tutti copiassero le emissioni di CO2 dei super yacht e dei jet privati dei super ricchi, l’obiettivo climatico verrebbe mancato dopo soli due giorni.

“Le loro emissioni sono una minaccia esistenziale”

“I ricchi trattano la Terra come il loro parco divertimenti privato e questo sta mettendo a dura prova il nostro ambiente”, ha commentato Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam International. “Le loro emissioni non sono solo un simbolo di ricchezza, ma una minaccia esistenziale per le persone e la natura”.

Il rapporto di Oxfam sottolinea anche che gli investimenti dei super-ricchi causano danni ecologici di portata maggiore rispetto ai loro lussuosi stili di vita. Infatti, le emissioni di CO2 derivanti dai loro investimenti sono 340 volte superiori a quelle causate dai loro jet e yacht privati. Molti di questi investimenti sono destinati a industrie inquinanti come il petrolio, l’industria mineraria, la produzione di cemento e il settore navale. Secondo lo studio, quasi il 40% degli investimenti viene effettuato in questi settori dannosi per il clima.

Tassare e riorganizzare il sistema economico

Per contrastare la crisi climatica e combattere le ingiustizie sociali, Oxfam chiede una drastica ridistribuzione. L’organizzazione, che riunisce diverse organizzazioni di aiuto e sviluppo, è favorevole a una tassa permanente sulla ricchezza e sul reddito per l’1% più ricco della popolazione mondiale. Questa misura potrebbe non solo ridurre le emissioni dei super-ricchi, ma anche contribuire a finanziare il necessario adattamento climatico nel Sud del mondo, che sta soffrendo maggiormente gli effetti del riscaldamento globale.

Secondo Oxfam, una tassa patrimoniale sui milionari e miliardari del mondo permetterebbe di raccogliere almeno 1.700 miliardi di dollari all’anno, mentre una tassa sugli investimenti inquinanti permetterebbe di raccogliere altri 100 miliardi di dollari. In particolare, però, i governi dovrebbero garantire che l’attuale sistema economico venga modificato in modo che i redditi del dieci per cento più ricco della popolazione non siano superiori a quelli del 40 per cento più povero*.

Le richieste di Oxfam sottolineano l’urgenza di cambiamenti politici ed economici per combattere efficacemente il cambiamento climatico e garantire il futuro del pianeta.

Questo articolo è apparso per la prima volta su Pressenza.com, un’agenzia di stampa volontaria dedicata all’umanesimo, alla non violenza, ai diritti umani, al disarmo e alla non discriminazione. Infosperber lo ha leggermente modificato e ha aggiunto due paragrafi (contrassegnati con *)
Nell’immagine: un superyacht di fronte alla costa amalfitana


Il gioco delle parti sulla pelle di Cecilia Sala

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Di Mario Di Vito, il manifesto

La parola chiave è «reciprocamente». Compare nelle ultime righe del comunicato con cui la rappresentanza diplomatica iraniana a Roma ha dato notizia dell’incontro tra l’ambasciatore della repubblica islamica Mohammad Reza Sabouri e il segretario generale della Farnesina Riccardo Guariglia. Oggi succederà la stessa cosa a Teheran, cioè l’ambasciatrice Paola Amadei sarà ricevuta al ministero degli esteri. Se tutti ufficialmente continuano a negare che l’arresto di Cecilia Sala a Teheran sia stato una risposta a quello del ricercatore Mohammed Abedini a Malpensa, i due casi corrono in parallelo e quando si parla di trattative per liberare l’una, inevitabilmente si finisce anche con il parlare dell’altro. E viceversa.

L’USO CHE L’IRAN fa del principio di reciprocità, va da sé, è strumentale, ma nella palude della diplomazia rappresenta uno scoglio difficile da aggirare. Quindi il gioco delle parti prevede che se da parte italiana si chiede l’immediato rilascio della reporter arrestata il 19 dicembre, la risposta è di «accelerare la liberazione del cittadino iraniano» preso tre giorni prima.

Stesso discorso per le condizioni detentive: nelle sue telefonate a casa (sempre controllate dalle autorità locali) Sala ha raccontato di star vivendo in maniera terribile, costretta a dormire per terra, con la luce accesa a tutte le ore del giorno e della notte, senza poter incontrare nessuno e senza aver ricevuto i beni di conforto che le erano stati inviati. E ad Abedini, si ribatte, è stato concesso di sentire i suoi familiari solo la mattina del 31 dicembre, quindi dopo due settimane di custodia, e, prima di essere trasferito a Opera, ha dovuto passare alcuni giorni nel carcere di Rossano, in Calabria, dove i detenuti sono quasi tutti lì perché accusati di terrorismo internazionale e molti sono vicini all’Isis, cioè sono sunniti, mentre lui è sciita. Una situazione potenzialmente pericolosissima, sostengono gli iraniani, che assicurano poi di aver fornito alla loro prigioniera «tutte le agevolazioni necessarie».

C’È INFINE IL NODO sulle accuse: quelle rivolte a Sala sono ignote, si parla di «violazione delle leggi della repubblica islamica», senza però dire quali. E l’Iran ribatte: anche Abedini in Italia non è accusato di nulla, eppure è lo stesso in prigione. Il fatto è che al tavolo delle trattative c’è un convitato di pietra, gli Stati Uniti, che nulla avrebbero a che fare con Sala e che con il paese degli ayatollah non hanno rapporti diplomatici. E però Abedini è stato arrestato in Italia sulla base di una red notice inoltrata da Washington (l’accusa è di aver fornito componenti tecnologiche all’Iran, violando l’International Emergency Economic Powers Act) e il Dipartimento di Stato si è già fatto sentire intimando a Teheran di non usare l’italiana come strumento di scambio, perché non otterrà niente in cambio. Una linea sulla quale l’Italia al momento sembra sdraiata, incapace di elaborare una posizione autonoma nell’interesse di una connazionale prigioniera all’estero.

NON SOLO: la settimana scorsa, insieme alla richiesta di estradizione (ancora da integrare con una serie di documenti), dall’altra parte dell’oceano Atlantico è arrivata all’indirizzo della Corte d’Appello di Milano una lettera in cui si raccomandava di non concedere gli arresti domiciliari ad Abedini perché soggetto pericoloso che potrebbe tentare la fuga. L’avvocato dell’uomo, Alfredo De Francesco, sostiene però che sia vero il contrario. E mentre si aspetta la fissazione dell’udienza camerale della Corte d’appello per decidere se procedere o meno alla consegna agli Usa (non prima del 14 gennaio fanno sapere dal tribunale), ieri la pg Francesca Nanni ha espresso il suo parere sul caso: no alla scarcerazione perché non ci sarebbero «idonee garanzie per contrastare il pericolo di fuga».

SEMPRE IERI, comunque, l’avvocato De -Francesco ha depositato nuova documentazione a sostegno della revoca degli arresti: oltre a un appartamento a Milano offerto dal consolato iraniano ci sarebbe anche il sostegno dell’ambasciata. «Offrono garanzie – spiega il legale, che oggi incontrerà il suo cliente per la terza volta dall’inizio di questa storia -, spero che la Corte terrà conto del fatto che l’Iran non è un paese nemico dell’Italia».

LA PARTE strettamente giudiziaria dell’affaire Abedini è una rassegna di cavilli e di procedure lente e macchinose: del resto la discussione sull’eventuale consegna agli Usa non è ancora all’ordine del giorno e in ogni caso parliamo di un qualcosa che, tra un ricorso e l’altro, impiega nella migliore delle ipotesi mesi per arrivare a compimento, e l’ultima parola spetta sempre al ministero della Giustizia. Allo stato attuale della faccenda, in Italia non è nemmeno mai arrivato l’incartamento con il dettaglio delle accuse rivolte al ricercatore. Ad ogni buon conto, per decidere se trattenerlo in carcere o farlo uscire, i giudici sono tenuti a valutare non il merito della vicenda ma soltanto la pericolosità sociale dell’arrestato e l’eventualità che possa lasciare il paese per sfuggire alla giustizia.

Nell’immagine: manifestazione per chiedere la liberazione della giornalista Cecilia Sala detenuta in Iran dal 19 dicembre 2024 nel carcere di Evin


La paura di una società in crisi e la politica divisiva di Trump

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Di Alan Friedman, La Stampa

È triste dirlo, ma la società americana è davvero a pezzi. Le lacerazioni sociali sono troppo profonde per essere facilmente ricomposte. I fatti non contano più.

Paura e rabbia stanno alimentando la violenza politica, la violenza terroristica, la violenza nelle scuole, ogni tipo di violenza. In verità, non è esagerato dire che negli Stati Uniti la violenza è diventata parte integrante della vita quotidiana. Stiamo assistendo alla paura di una società in crisi. L’unica cosa che unisce gli americani oggi è una sensazione condivisa di paura, perlopiù paura uno dell’altro.

L’attentato del primo gennaio a New Orleans con un’auto scagliata contro la folla ancora una volta ha messo in luce l’atmosfera di paura e di trauma collettivo sempre più profondi in cui versa l’America.
In una nazione ancora sconvolta da anni di razzismo, tensioni e disordini sociali, polarizzazione politica e un flusso inesorabile di episodi violenti, l’ultimo l’attentato di New Orleans del primo gennaio, ispirato dall’Isis, nei telegiornali è soltanto una notizia come le altre. L’attentato non ha sconvolto la nazione come gli attacchi dell’11 settembre 2001. Oggi l’America è una società sfinita e traumatizzata, quasi assuefatta alla violenza. Il ciclo dei notiziari di ciascun nuovo atto efferato si quantifica ormai in termini di ore o giorni.

Sembra che Shamsud-Din Jabbar, identificato come l’esecutore materiale dell’attentato, si fosse auto-radicalizzato come simpatizzante dell’Isis. Era nato e cresciuto in Texas e poche ore prima di scaraventare il suo furgoncino Ford contro la folla di Bourbon Street aveva postato online alcuni filmati pro-Isis. L’Fbi ha dichiarato giovedì che non ci sono stati complici. C’è, però, una curiosa coincidenza: Jabbar, veterano dell’esercito, aveva prestato servizio nella stessa base militare degli Stati Uniti di Matthew Livelsberger, un Berretto verde pluridecorato dell’esercito che era in servizio attivo presso una base degli Stati Uniti in Germania ma che il primo gennaio era a Las Vegas in permesso. Livelsberger ha fatto esplodere la bomba a bordo del Cybertruck Tesla all’ingresso del Casino-Hotel di Donald Trump a Las Vegas. Inoltre, per noleggiare i due veicoli entrambi gli attentatori si sono serviti della medesima app, un servizio denominato Turo. Finora, comunque, gli inquirenti non hanno stabilito alcun collegamento effettivo tra i due uomini.

Trump è stato veloce nel cercare di sfruttare il massacro di New Orleans per i suoi fini politici. Ha twittato tutta una serie di menzogne, lasciando intendere che Jabbar fosse un immigrato clandestino arrivato negli Stati Uniti dal Messico. Ha falsamente accusato il «terrorismo radicale islamico» per l’attentato di New Orleans. I suoi consiglieri antimusulmani, come Stephen Miller, continuano a lasciar intendere che tutto dipende dal fatto che dal confine con Messico entrano terroristi islamici.

Mercoledì mattina, a poche ore di distanza dall’attentato, Trump ha suggerito, mentendo, che le sue condanne dell’immigrazione clandestina sono state ampiamente giustificate. «Quando dicevo che i criminali che arrivano in questo Paese sono molto peggiori dei criminali che già ci sono, i Democratici hanno regolarmente respinto le mie parole, così come Fake News Media. Invece ho detto la verità», ha scritto Trump sul suo sito web Truth Social. «Il tasso di criminalità nel nostro Paese è arrivato a un livello mai visto prima», ha aggiunto, mentendo di nuovo.

Trump ha fatto delle sue paure nei riguardi degli immigrati clandestini che varcano la frontiera con il Messico il tema centrale della sua campagna elettorale del 2024. Adesso minaccia di mettere in atto la più imponente deportazione di massa della storia degli Stati Uniti già a partire dal 20 gennaio 2025, il giorno in cui presterà giuramento e si insedierà alla presidenza. Preparatevi per un nuovo divieto d’ingresso nel Paese per i musulmani, oltre che per le deportazioni di massa. Preparatevi per un presidente che è un bugiardo seriale, un pregiudicato, uno specialista in populismo demagogico anti-immigrati. A Trump piace attizzare le paure della base prendendo come capro espiatorio gli immigrati. Ricordate anche che il prossimo presidente è colui che a settembre ha affermato che in Ohio gli immigrati haitiani mangiano cani e gatti.

Mentre Washington si prepara per la cerimonia di insediamento di Trump del 20 gennaio, quindi, il clima di paura viene amplificato ancor più dalla retorica incendiaria dell’ex presidente. L’affermazione falsa di Trump secondo cui Jabbar era un immigrato clandestino è una narrazione smentita in tutto e per tutto dagli inquirenti. Ma ciò non ha importanza. Per quasi la metà degli americani la verità non conta più. In una nazione che vacilla già sul baratro di profonde spaccature sociali, le menzogne di Trump sono come benzina sul fuoco.

La questione dell’azione terroristica ispirata dall’Isis a New Orleans è, purtroppo, soltanto l’ennesimo trauma collettivo per una nazione già in crisi. Del resto, l’uso di un veicolo scagliato a tutta velocità contro la folla in America o in Europa non è certo una novità. Il recente atroce attentato nel mercatino di Natale di Magdeburgo in Germania, il mese scorso, è soltanto l’ultimo esempio di un trend, spesso collegato all’Isis, che ha dato il peggio di sé nel 2016, quando a Nizza un camion di 19 tonnellate ha ucciso 86 persone e ne ha ferite altre 434.

Usare un autoveicolo per speronare la folla è diventata una delle tattiche più accessibili e devastanti utilizzate dagli attentatori ispirati dall’Isis. Con risorse ridottissime e minima pianificazione, gli esecutori possono provocare danni molto ingenti, creando scene di caos che sono messe in risalto nei notiziari di tutto il mondo. Il fenomeno ha iniziato a prendere piede dopo un articolo comparso nel 2010 sulla rivista filo-Isis Inspire nel quale si incoraggiavano esplicitamente i seguaci a usare veicoli alla stregua di “tosaerba” per provocare un gran numero di vittime.

Più in generale, questo episodio funge da cupo monito di come la macchina della propaganda digitale dell’Isis stia continuando a funzionare in tutto il mondo. Malgrado le sconfitte territoriali in Iraq e in Siria, l’ideologia del gruppo continua a vivere online, raggiunge soggetti vulnerabili aldilà di ogni confine. Alla fine, forse, si dimostrerà che l’attentato di New Orleans potrebbe essere in parte una conseguenza della rabbia ispirata dalla guerra a Gaza, una forma di ricaduta dal Medio Oriente nel cuore dell’America.

In definitiva, la capacità dell’America di risolvere i suoi problemi è compromessa dal clima politico che Trump sta imponendo a Washington. Il suo è un mondo nel quale i fatti sono optional, le menzogne normali, o addirittura accettabili, e la verità stenta a trovare voce. Il 70 per cento degli americani si informa dai social media: pensate a quante fake news e quanta disinformazione russa sono incanalate ogni giorno da Elon Musk su X (ex Twitter), dai tirapiedi di Mark Zuckerberg su Facebook e da altri miliardari che si stringono attorno a Trump come cortigiani della nuova oligarchia americana.

Con il ritorno di Trump al potere ormai imminente, i prossimi anni rischiano di essere assai difficili per gli americani. Quella che sta per aprirsi non sarà un’epoca di risanamento, ma di divisioni più ampie e più profonde. L’America non sarà coesa da un’unità di intenti, ma dalla paura, dall’odio e dal trauma collettivo.

L’Europa, naturalmente, non è nuova alle stragi perpetrate con veicoli lanciati sulla folla ad alta velocità, né al terrorismo. Tuttavia, in Europa la violenza resta in ogni caso un fatto raro, più che negli Stati Uniti. Adesso che la politica europea scivola sempre più verso l’estrema destra, possiamo soltanto sperare che la retorica divisiva di Trump e di altri estremisti non inneschi quello stesso tipo di paura e di rabbia che hanno lacerato la società americana. In tutta sincerità, spero proprio che questa terribile malattia sociale dell’America non si diffonda in Europa e non la contamini.

Nell’immagine: La zona dell’attacco a Bourbon Street nel cuore di New Orleran


In questo momento l’arma più pericolosa dell’esercito israeliano è l’IA

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Di Pier Luigi Pisa, La Stampa

L’intelligenza artificiale è spesso al centro di dibattiti sul futuro del lavoro, con molti esperti che temono possa progressivamente sostituire gli esseri umani.

Ma esiste un altro scenario ancora più inquietante: l’utilizzo degli algoritmi nelle decisioni militari.

Un’inchiesta del Washington Post ha messo in luce come l’IA stia prendendo il posto degli analisti umani nella gestione e nell’individuazione degli obiettivi bellici a Gaza, in uno dei conflitti più cruenti degli ultimi anni.

La progressiva sostituzione delle operazioni di intelligence con sistemi automatici sta rivoluzionando il modo in cui si combatte una guerra.

I dati raccolti da satelliti, droni e sistemi di sorveglianza vengono filtrati da algoritmi che propongono possibili bersagli. Gli ufficiali dell’IDF considerano questi strumenti fondamentali per velocizzare le decisioni e conservare un vantaggio strategico.

Gospel, “the pool” e i sistemi IA usati a Gaza

Il sistema “Habsora” (in ebraico “the Gospel”) sfrutta centinaia di algoritmi per individuare potenziali obiettivi tra i dati accumulati in un enorme bacino digitale chiamato “the pool”.

Gli algoritmi setacciano intercettazioni, foto satellitari e post sui social network per segnalare coordinate di presunte strutture sotterranee, tunnel o depositi di armi.

“Usando il riconoscimento delle immagini del software, i soldati possono scovare minuscoli cambiamenti in anni di riprese satellitari di Gaza che suggeriscono come Hamas abbia piazzato un lanciarazzi o scavato un nuovo tunnel su terreni agricoli” scrive il Washington Post sulla base delle rivelazioni di un ex capo militare che ha lavorato a questi sistemi di intelligenza artificiale.

Altri programmi, come “Lavender”, utilizzano punteggi in percentuale per stimare la probabilità che una persona appartenga a gruppi armati. Elementi come la presenza in determinate chat o l’uso frequente di più linee telefoniche possono alzare il livello di sospetto.

Applicazioni come “Hunter” e “Flow”, invece, consentono ai soldati israeliani sul campo di battaglia di accedere a dati in tempo reale, inclusi video in tempo reale delle zone a cui si avvicinano e stime su possibili vittime civili.

Questi sistemi si interfacciano con “Gospel”, potenziando l’intero processo di acquisizione degli obiettivi.

Le “fonti” dell’IA

Gli algoritmi attingono a intercettazioni telefoniche, droni, database di reti sociali e sensori sismici. Tutte queste informazioni confluiscono appunto in “the pool”, un archivio centralizzato creato per conservare possibili indizi sulla presenza di strutture e militanti di Hamas.

La procedura di validazione dei dati

Gli algoritmi producono coordinate e suggerimenti di obiettivi da colpire.

Un analista umano verifica le segnalazioni, inoltrandole a un ufficiale di grado superiore che le inserisce nel cosiddetto “target bank”, la banca data degli obiettivi.

I vantaggi dell’IA in guerra

Le ricerche e le analisi che prima richiedevano una settimana vengono ora completate in soli 30 minuti.

L’IDF per esempio utilizza l’IA per trascrivere migliaia di conversazioni ogni giornoe rintracciare rapidamente possibili minacce nelle parole che si scambiano i palestinesi.

Alcuni ufficiali ritengono che la velocità di analisi dell’IA possa ridurre la durata del conflitto e limitare il numero di vittime sul campo.

Secondo i vertici militari israeliani, questa tecnologia permette di aggiornare i piani d’attacco in tempo reale, offrendo maggiore precisione e un notevole risparmio di risorse umane e logistiche.

Gli errori che può commettere l’IA

Tuttavia alcuni soldati ed ex ufficiali dell’IDF – che hanno parlato in forma anonima con il Washington Post – hanno dubbi sulla capacità dell’IA di interpretare correttamente il linguaggio locale.

In uno dei casi raccontati al giornale di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, gli algoritmi non sono riusciti a distinguere tra la parola “batikh” (in arabo “anguria”) usata come codice per le bombe e quella riferita al frutto reale.

Le IA, tarate sulla ricerca di possibili segnali d’allarme, rischiano così di generare un eccesso di falsi positivi e di spingere i militari a valutare come sospette anche le conversazioni più innocue.

Un altro esempio preoccupante di errore che può commettere una IA è la stima del numero di civili presenti in un edificio, a cui solitamente l’IDF arriverebbe basandosi anche sul conteggio dei telefoni connessi a una cella, ignorando per esempio bambini o dispositivi spenti o scarichi nel momento in cui vengono conteggiati gli smartphone.

Non è sempre chiaro, inoltre, se un’informazione su possibili obiettivi proviene da una macchina o da un analista umano: tutto questo rende più rischiosa la valutazione da parte di chi, alla fine, deve decidere o meno se sferrare un attacco.

Un ex alto ufficiale dell’IDF ha detto al Washington Post che la troppa fiducia nei sistemi automatizzati ha alimentato nell’esercito l’idea di un’avanzata sorveglianza “onnisciente”.

Affidandosi alle dichiarazioni di due ex militari israeliani, il Washington Post ha scritto che “l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale ha eroso la “cultura dell’avvertimento” dell’Unità 8200, secondo cui anche gli analisti di basso livello potevano facilmente informare i comandanti superiori sulle minacce in corso”.

Secondo queste fonti, l’IA può contribuire ad agire più in fretta, ma non a ridurre gli errori in un contesto bellico complesso come quello di Gaza.

Il ruolo dell’Unità 8200

L’adozione di tecnologie di IA è stata accelerata dalla Unit 8200, il reparto d’élite dell’intelligence israeliana.

A guidare l’integrazione dell’IA nelle operazioni militari è stato il generale Yossi Sariel, convinto sostenitore della necessità di automatizzare le strategie decisionali in battaglia.

Sariel è l’autore di un libro dal titolo “The Human-Machine Team: How to Create Synergy Between Human and Artificial Intelligence That Will Revolutionize Our World” in cui sostiene “la necessità di progettare una macchina speciale in grado di elaborare rapidamente enormi quantità di dati per generare migliaia di potenziali “bersagli” per attacchi militari in piena guerra”.

Sariel ha promosso un radicale potenziamento dell’ingegneria dei dati, riducendo gli specialisti di lingua araba e ridisegnando la struttura dell’Unità 8200, che oggi è composta per il 60% da ingegneri ed esperti tech, il doppio degli informatici arruolati dieci anni fa.

I civili “sacrificabili”

Secondo le testimonianze di ex soldati e analisti raccolte dal Washington Post, la fiducia nell’IA ha portato l’IDF a ridurre alcuni passaggi di validazione e controllo, col risultato di aumentare il numero di obiettivi ritenuti legittimi. Anche se questi comportano un maggior rischio di vittime tra i civili.
Dalla proporzione di 1:1 del 2014 (un civile “sacrificabile” per colpire un membro di Hamas di alto livello) si è passati a 15:1 o persino 20:1 nel conflitto attuale, stando alle fonti del Washington Post e a quanto hanno dichiarato organizzazioni umanitarie.

Molti analisti sostengono che, sebbene queste tecnologie siano destinate a diffondersi tra i paesi in guerra, la supervisione umana rimane fondamentale per contenere errori e salvaguardare vite.


Ma quale caos?

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Il cosiddetto caos nel settore dell’asilo che la destra tenta di accreditare, cercando di farci credere che saremmo noi svizzeri ad avere un problema, non chi cerca protezione nel nostro Paese dopo aver rischiato la pelle in viaggi della speranza da paura, si basa su alcuni dati e su alcune affermazioni che da destra vengono ripetute con una certa insistenza. Di recente lo ha fatto anche il deputato UDC ed ex PLR Andrea Giudici, nel corso di un paio di interventi in Gran Consiglio durante il dibattito sul Preventivo 2025, ed è dalle sue affermazioni che parto per approfondire un pochino la solidità di queste tesi.

Primo argomento: i costi diretti. Dice Giudici: la spesa della Confederazione per l’asilo è passata da 1.5 miliardi nel 2021 a 3.5 miliardi. Benché i dati riportati siano un po’ imprecisi, essi sono fondamentalmente giusti, almeno per quanto riguarda i numeri, perché secondo le fonti ufficiali nel 2021 a consuntivo la Confederazione ha speso 1.56 miliardi e nel 2023 ne ha spesi 3.38 (i dati del 2024 arriveranno nei prossimi mesi). C’è solo un particolare da ricordare: nell’inverno 2022 è avvenuta l’invasione russa dell’Ucraina e dalla primavera di quell’anno milioni di persone sono fuggite dal loro Paese invaso, arrivando in massa in Europa e quindi anche da noi. Per loro per la prima volta è stato attivato uno statuto speciale, mai applicato nel passato, lo statuto S. L’aumento dei costi riflette purtroppo questa realtà, non c’è nulla di particolarmente inatteso, di anormale o di caotico. Naturalmente c’è sempre l’alternativa di non voler vedere quel che succede, di chiudere le frontiere qualsiasi cosa accada, ma questo non ha nulla a che vedere con il presunto caos, sarebbe semmai la negazione pura e semplice del diritto d’asilo, facendo strame della nostra tradizione umanitaria. In tutti i Cantoni, compreso il nostro, gli aiuti finanziari necessari per vivere sono per queste persone inferiori  a quelli erogati alle persone svizzere o straniere non richiedenti asilo, per chi è in attesa di partire essi sono ancora più bassi: straparla chi sostiene che la vita da asilante sia una pacchia.

Secondo argomento: i costi indiretti. A parere di Giudici la presenza dei richiedenti asilo farebbe aumentare in maniera consistente il costo dei premi di cassa malati. Ho cercato dati solidi su questo tema e non ne ho trovati, ma mi permetto di far notare che l’affermazione sembra strana, visto che uno dei fattori principali connessi con l’aumento dei costi sanitari è l’invecchiamento della popolazione. Ora, i richiedenti asilo, comprese le persone ammesse provvisoriamente e i profughi ucraini, oltre a rappresentare una piccola percentuale dei residenti, poco più del 2%, sono tendenzialmente giovani, e come tali in generale richiedono prestazioni sanitarie inferiori alla media. E’ possibile che la presa a carico per alcune persone fuggite dal loro Paese debba essere di una certa rilevanza, tenuto conto anche del passato di violenze e traumi, ma imputare aumenti consistenti dei premi al 2% degli assicurati, tendenzialmente giovani, mi pare una manifesta esagerazione

Terzo argomento: i reati penali. Dice Giudici: nel 2023 i reati penali commessi dalle persone richiedenti asilo sono aumentati del 50% in Svizzera. Secondo le statistiche le persone imputate di reato attribuite al settore dell’asilo sono state il 4.2% del totale nel 2022 e il 6.2% nel 2023, per cui l’aumento percentuale indicato, almeno in termini di persone imputate, è corretto. Detto a scanso di equivoci che ogni reato penale è un reato di troppo, siamo tutti d’accordo, non andrebbe perso di vista il fatto che, considerato il totale degli autori di reati, stiamo comunque parlando di cifre contenute, tenendo conto anche della particolarità per la quale certi reati, come l’entrata illegale, non possono essere commessi che da persone poi catalogate nel settore dell’asilo.

Questi i problemi evocati e i dati concreti attorno ad un fenomeno, quello dell’asilo, per sua natura pieno di elementi diversi e in continuo cambiamento. Il caos tanto sbandierato non c’è, c’è semmai una situazione complessa da gestire, ma da destra si fa di tutto per far credere che il settore non sia sotto controllo, perché alimentando l’astio contro chi viene da noi a chiedere protezione, almeno per il momento, fa crescere i consensi. Non succede solo in Svizzera, ma è curioso, e rivelatore, osservare come spesso sono i Paesi o le regioni dei Paesi che hanno una bassa presenza di richiedenti asilo a mostrare maggiore intransigenza verso queste persone ed i loro bisogni.

Schierarsi a favore di una politica d’asilo umana, ragionevole e non fondata sulla militarizzazione di questo ambito non è molto popolare ma è necessario. Perché di mezzo ci sono questioni importanti, non raramente di vita o di morte, perché di mezzo c’è il rispetto della vita umana, perché di mezzo ci sono quei valori che ci permetterebbero di non sprofondare definitivamente nell’indifferenza, elemento preliminare alle aberrazioni peggiori conosciute dal genere umano.

Nell’immagine: Andrea Giudici (UDC) durante un intervento in Gran Consiglio


Le deportazioni di Trump sono nocive per l’economia Usa

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Di Luca Celada, il manifesto

Fra i programmi che Donald Trump ha promesso di implementare «dal primo giorno» nessuno è stato più reiterato della «chiusura del confine» e «la più grande deportazione di massa della storia». L’«emergenza immigrazione» è stata il principale cavallo di battaglia della campagna populista e, come fu per il precedente mandato, la repressione sarà prevedibilmente una priorità dell’amministrazione entrante.

Per coordinare le operazioni Trump ha designato Tim Homan come «immigration zar». Già tra il 2017 e il 2018 Homan fu fra gli esecutori più entusiasti della sottrazione di figli ai richiedenti asilo al confine come «deterrente» prima che i tribunali la ritenessero illegale. Mille, di circa cinquemila minori tolti ai genitori allora, devono ancora essere ricongiunti.
Quest’anno il neoministro ha dichiarato che se non potrà separare le famiglie, queste saranno «deportate unite». Le stime parlano di 11 milioni di individui a rischio di rimozione e per le operazioni potrebbero essere utilizzati reparti della guardia nazionale e dell’esercito. Al di là dei soprusi umanitari e della complessità logistica, la «grande deportazione» rischia di produrre effetti traumatici sulle comunità a rischio, sulla società e sull’economia. Ne abbiamo parlato con il professor Giovanni Peri, direttore del Global migration center dell’Università di California a Davis.

La retorica sovranista degli «immigrati usurpatori», così universalmente adottata dai movimenti populisti, ha un effettivo fondamento economico?

Diciamo subito chiaramente che dai numeri non vi è un’emergenza. Prevale, direi, l’uso politico di questa retorica sui posti di lavoro che vengono rubati ai nativi. Ci sono ormai vent’anni di ricerca che dimostrano come il concetto di numero fisso di posto di lavoro, che vengono “tolti” ai cittadini agli immigrati, sia un modello completamente errato. La realtà è che se tu aggiungi lavoratori in certi tipi di settori dove hai difficoltà a trovare lavoratori, le imprese si espandono e creano altri impieghi anche per i nativi. Quindi c’è un concetto di complementarietà o «local multiplier», un lavoro genera possibilità di altri lavori che lo servono e si connettono. Quindi “rubare il lavoro” sembra una caratterizzazione sbagliata a priori. La ricerca dice che gli immigrati sono complementari, attraggono imprese, aiutano la crescita, di conseguenza è fallace anche l’idea che, eliminando gli immigrati, si creino nuovi posti di lavoro per i nativi.

Spiegherebbe anche la preoccupazione dalla fazione “confindustriale” americana che non vede di buon occhio una deportazione della forza lavoro?

Assolutamente. Il mercato americano è un’economia che cresce in modo più deregolato, un po’ più fluida, e quindi gli immigrati, anche senza titolo di studio universitario, hanno un maggiore tasso di occupazione degli americani. Fra gli immigrati messicani senza titolo di studio l’occupazione arriva all’85%, con salari relativamente bassi. L’equivalente per gli americani è 70%. Quindi sono smentite anche gran parte delle accuse di pesare sul sistema del welfare e di provocare un aumento di criminalità la povertà. Gli immigrati lavorano perché è l’unico modo che hanno per sostenersi e non ricevono molti benefit, anzi, normalmente non possono riceverne alcuno. Quindi in un certo senso sono la forza lavoro ideale per il capitalismo, per così dire. Eppure la componente di percezione è enorme. La macchina di Trump è riuscita a far passare questa idea che l’immigrazione sia fuori controllo, calcando su immagini selezionate e martellate sul caos al confine, facendo pensare che rifletta una situazione generale. Nel 2021, il 30% degli Americani diceva che ci sono troppi immigrati. Nel 2024, il 55%, quasi il 60%. Quindi questo picco di immigrazione che c’è stato tra il 2022 e il 2023 e la propaganda martellante hanno funzionato e sono stati determinanti per la vittoria elettorale.

È interessante che questi dati spesso sono molto alti in stati dove c’è meno immigrazione piuttosto che nelle località dove l’immigrazione è effettivamente maggiore.

Tutti i miei colleghi che studiano questo fenomeno rilevano regolarmente lo stesso paradosso. Nei luoghi dove l’immigrazione è più rilevante tende ad esservi anche un’opinione pubblica più positivamente disposta, dove ce n’è meno invece c’è un’opinione più fortemente contraria all’immigrazione. La mia intuizione è che dove c’è meno immigrazione, l’unica esposizione che hai al fenomeno è mediatica, mentre dove ve ne è effettivamente di più, tanti conoscono un immigrato che lavora in casa loro o con cui magari sono colleghi e questo attenua l’avversione.

La giustificazione per la repressione è quella e di «restituire gli impieghi agli americani». Cosa dicono a riguardo i precedenti storici?

Noi abbiamo studiato molto attentamente il precedente del 1929-30, prima della grande depressione quando gli Stati uniti intrapresero una deportazione in massa di messicani. Nelle località allora più interessate dalle deportazioni, molte imprese chiusero i battenti. A quel tempo i messicani lavoravano prevalentemente nella manifattura e nell’edilizia, oltre che nell’agricoltura. Le imprese, perdendo gli operai, si sono spostate altrove e quindi hanno perso il lavoro anche molti cittadini che lavoravano nell’indotto. Un’altra ondata di deportazioni avvenne negli anni Cinquanta, sotto Eisenhower. Ma anche allora non vi fu alcun corrispondente incremento di occupazione fra gli americani. Piuttosto che assumere americani, il settore agricolo si è meccanizzato, quindi senza beneficio per nuovi lavoratori ma forse con beneficio di alcune imprese che sono andate per quella via. Non mi risultano studi economici seri che mostrino che le eliminazioni o deportazioni di lavoratori messicani aiutino il lavoratore americano a trovare più facilmente lavoro.

In generale la California, col suo 30% di lavoratori nati all’estero, che cosa insegna? Cosa si può imparare da questa quinta economia mondiale e quali sono i paralleli o i contrasti con la situazione europea?

Secondo me innanzitutto che un’economia prospera che cresce e continua a essere un leader mondiale in tantissimi settori solo se è aperta all’ingresso di persone, idee, popolazioni nuove. La California però registra un equilibrio nell’immigrazione di operai e professionisti. Quindi è necessario avere una immigrazione che copra tutta la gamma – se si ha un’immigrazione unicamente di operai, questo crea un’ulteriore tensione. Se, come in California, esiste un equilibrio fra un’immigrazione di operai – prevalentemente dal Messico – e quella di scienziati e lavoratori altamente specializzati – ad esempio indiani e cinesi – questo è economicamente più sostenibile. Le componenti di un’effettiva integrazione sono molteplici, ma un lavoro solido, una prospettiva solida, sono importanti e in questo i mercati del lavoro europei hanno avuto un po’ di difficoltà. Vi è poi la questione della transizione demografica, in cui molti paesi avanzati in Europa stanno invecchiando. In teoria l’immigrazione è una prospettiva per alleviare il problema, sia perché porta lavoratori giovani e sia perché tantissimi dei servizi che gli anziani richiedono e richiederanno di fatto sono stati e sono pagati dagli immigrati. Insomma, non si tratta tanto decidere se avere immigrazione o meno, ma che tipo di immigrazione avere, come facilitare l’inserimento e vedere quali sono i settori economici in cui ha più senso incentivarla.

Nell’immagine: un agente della Border Patrol controlla alcuni richiedenti asilo al confine tra Messico a California 


“Il tabacco fa sempre più male. Venti minuti di vita in meno per ogni sigaretta”

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Di Giuliano Aluffi, La Repubblica

Una sigaretta può allungare la vita soltanto davanti al plotone di esecuzione: in tutti gli altri casi la accorcia. E ora sappiamo anche di quanto: di ben 20 minuti, in media, secondo una stima pubblicata dall’epidemiologa Sarah Jackson, ricercatrice all’University College di Londra, sul giornale scientifico Addiction.

Raddoppiano quindi le ansie dei tabagisti — e al contrario appaiono più giustificate misure come il divieto di fumo all’aperto entrato in vigore a Milano — rispetto a una stima precedente uscita sul British Medical Journal nel 2000, dove i minuti di vita gettati nel posacenere insieme a ogni mozzicone erano soltanto 11.

Bisogna però anche tenere conto che i risultati per chi smette di fumare non si vedono all’istante: l’investimento in salute è da considerarsi a lungo termine. Infatti secondo uno studio pubblicato quest’anno su JAMA Network Open da epidemiologi sudcoreani, una volta che si smette di fumare il rischio complessivo di tumori inizia a calare solo dopo 10 anni dallo stop (anche se il rischio specifico di tumori ai polmoni scende già dopo sette anni). Ma già solo a 15 anni dallo stop risulta dimezzato rispetto a coloro che invece continuano a fumare.

Come nasce la nuova stima?

«Tutto parte dalla stessa ricerca: il British Doctors Study, iniziato nel 1951. La prima stima sull’impatto del fumo sull’aspettativa di vita si fondava sui dati di 40 anni di follow-up sui pazienti seguiti dallo studio, e il risultato era di 6.5 anni di vita in meno per i fumatori. Se aggiorniamo la stima considerando i dati di follow-up a 50 anni, vediamo che gli anni di vita persa — lasciando intatto il consumo medio considerato, 15,8 sigarette al giorno — sono 10 per gli uomini e 11 per le donne. Da questo aggiornamento nei decessi imputabili al fumo e da questi dati sul consumo medio abbiamo ottenuto il tempo sottratto da ogni singola sigaretta».

Oltre alla revisione della speranza di vita, quali altri fattori potrebbero essere cambiati rispetto allo studio del 2000, ad esempio la composizione delle sigarette?

«Abbiamo dati dell’Health Survey for England che mostrano come la concentrazione nella saliva della cotinina, un metabolita della nicotina, ha avuto solo leggerissimi cambiamenti negli ultimi 30 anni: le sigarette non sono cambiate molto, né i loro effetti».

Quali fattori spiegano questa sottrazione di minuti di vita?

«Il fumo aumenta il rischio di malattie croniche — come cancro, disturbi polmonari e cardiovascolari — e disabilità: sono queste che accorciano la vita».

Ridurre il numero di sigarette può giovare?

«Una cosa da tenere presente è che i rischi del fumo non crescono in maniera lineare, vale a dire che non è sufficiente dimezzare il consumo di tabacco per dimezzare il rischio. A riprova di questo, la letteratura scientifica mostra che chi fuma una sola sigaretta al giorno ha un rischio di eventi cardiaci che è solo del 50% inferiore a chi fuma venti sigarette al giorno. Insomma possiamo ben dire che la cessazione totale è l’unico modo per sentirsi più sicuri. Anche perché gli anni che il fumo ci toglie sono proprio quelli in cui potremmo vivere discretamente bene».

Può spiegarci meglio questo punto?

«Il fumo va a rovinare con l’accumulo dei problemi di salute quegli anni relativamente sani che abbiamo dalla mezza età in poi: non accorcia soltanto l’ultimo periodo della vita, quello in cui già siamo afflitti dagli altri acciacchi della vecchiaia. Tipicamente un forte fumatore a 60 anni ha la salute di un 70enne».

Il vostro studio è una chiamata ai fumatori affinché si responsabilizzino di più?

«Si conoscono bene i danni del fumo, ma questo nei fumatori fa fatica a tradursi in azioni risolutive. La cosa da ricordare è che il fumo di tabacco, tra le grandi cause di malattie e morti premature al mondo, è una tra le più facilmente prevenibili. Per avere un’idea approssimativa di quanto è consigliabile smettere appena possibile, nello studio calcoliamo che se una persona che fuma 10 sigarette al giorno smette oggi, 2 gennaio, entro il 9 gennaio avrà guadagnato un giorno di vita, entro il 21 febbraio una settimana di vita e il 6 agosto un mese di vita. A fine anno, potrebbe avere ben 50 giorni di vita in più».


L’Europa alla seconda guerra dell’energia

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Di Alberto Negri, il manifesto

L’Europa è entrata nella seconda guerra del gas con la Russia. All’alba di ieri nella pianura gelata di Sudzha, al confine fra l’Ucraina e l’oblast russo di Kursk, la Gazprom russa ha chiuso le forniture attraverso l’Ucraina. La prima guerra del gas si è consumata nel 2022.

Nei mesi immediatamente seguenti all’aggressione dell’Ucraina da parte di Mosca. Allora Putin fece interrompere i flussi ponendo condizioni inaccettabili ai suoi clienti europei e in seguito fu sabotato nel Baltico anche il gasdotto Nord Stream, una sorta di cordone ombelicale dell’energia che legava Berlino a Mosca e rappresentava da anni per gli Stati uniti il vero nodo geopolitico tra l’Europa e la Russia.

PER WASHINGTON la guerra è stata l’opportunità di troncare questo legame e vendere agli europei il suo gas liquido (più costoso di quello russo), operazione che sicuramente non dispiacerà anche al presidente entrante Donald Trump che sulle vulnerabilità degli europei intende fare cassa. Tra l’altro l’aumento dei costi energetici incide sulla competitività delle industrie europee.

Basti pensare, come sottolineava qualche tempo fa Davide Tabarelli, presidente di Nomisma-Energia, che l’Italia qualche mese fa pagava il gas 40 euro al megawattora, gli Usa 7. Un divario destinato ora ad ampliarsi.

L’elemento che cambia i dati generali sulle importazioni di gas dalla Russia(e non solo) rispetto al passato è la crisi europea e italiana. Nel 2021, prima dell’inizio della guerra, l’Italia, per esempio, importava 29 miliardi di metri cubi di gas da Mosca su una domanda di 76. Lo scorso anno, invece, ne abbiamo consumati 63 e importati appena 3 dalla Russia: la domanda si è ridotta in modo pesante a causa del processo massiccio di de-industrializzazione che sta colpendo soprattutto Italia e Germania.

LA VICENDA del Nord Stream 1 e 2 ha è stata una svolta epocale nei rapporti tra Mosca e gli europei. Merita un flashback per capire come la pensano a Washington. Un’inchiesta della magistratura tedesca aveva indicato un gruppo di ucraini come responsabili del sabotaggio nel settembre 2022 del gasdotto Nord Stream. Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal il presidente ucraino Zelensky era al corrente del piano ma aveva ritirato il suo consenso per pressioni della Cia.
La verità forse era meno fantasiosa e stava sotto gli occhi di tutti. All’indomani del sabotaggio, in un’audizione al senato americano il sottosegretario Victoria Nuland aveva affermato: «Penso che l’amministrazione Biden sia molto soddisfatta di sapere che il Nord Stream 2 sia ora un pezzo di metallo in fondo al mare».

La prima guerra del gas ebbe come risultato un aumento in Europa da un prezzo minimo di 20 euro a megawattora a oltre 300 euro durante il primo anno di combattimenti in Ucraina. L’Italia, come vari altri Paesi, rischiò di restare a corto della materia prima e normalizzò la situazione solo grazie a nuovi rigassificatori mobili di gas liquido, in gran parte dal Qatar, e a un nuovo accordo per ampliare le forniture con l’Algeria.

QUESTA VOLTA i prezzi europei del gas hanno toccato i 50 euro al megawattora, spinti anche dalle temperature in ribasso. Ma quali sono i possibili effetti dello stop del gas? L’Europa dipende ancora al 19% dall’energia russa. Alcuni stati europei, in particolare Slovacchia e Austria, accusano una dipendenza dalla forniture di Mosca che è rispettivamente al 70% e 60 per cento. Non è un caso che il primo ministro slovacco Robert Fico abbia dichiarato che «l’interruzione del transito del gas attraverso l’Ucraina avrà un impatto drastico su tutti noi nell’Ue, non solo sulla Federazione Russa».

E c’è subito chi sta peggio di tutti. La regione separatista moldava della Transnistria ha interrotto la fornitura di riscaldamento e acqua calda alle famiglie dopo che la Russia ha bloccato il flusso di gas attraverso l’Ucraina.

Ma c’è chi la vede in modo nettamente diverso da Fico e dall’ungherese Orbán, che con le loro recenti visite al Cremlino hanno entrambi cercato di acquistare il gas direttamente dai russi. Zelensky, rinunciando a 800 milioni di dollari di royalties, si è rifiutato di rinnovare l’accordo quinquennale per il transito di gas russo, perché dice che non intende facilitare ulteriormente nuove entrate del bilancio di Mosca che poi servono a finanziare la distruzione dell’Ucraina.

Secondo il centro studi Crea di Helsinki, grazie al gasdotto in Ucraina, Gazprom continuava a fatturare in Europa circa 350 milioni di euro alla settimana (più altri 200 milioni con il gas liquefatto). Da quanto incassa da Gazprom il governo di Mosca spende circa quattro rubli ogni dieci nello sforzo di guerra.

COME HA REAGITO l’Europa allo stop del gas russo dall’ucraina? Secondo la Commissione europea «l’impatto sulla sicurezza dell’approvvigionamento sarà limitato» indicando le rotte alternative di approvvigionamento per portare i volumi necessari in Europa attraverso quattro principali percorsi di diversificazione, con volumi provenienti principalmente dai terminali di gas liquefatto in Germania, Grecia, Italia, Polonia e forse anche dalla Turchia (il cui principale fornitore di gas è comunque la Russia).

L’Europa e l’Italia non rischiano di restare senza materia prima, ma è quasi scontata una nuova stangata sulle bollette di luce e gas. La seconda guerra del gas, le perdite umane e civili, la crisi politica ed economica nel cuore dell’Europa, ci dicono soprattutto una cosa: la tregua, qui come in Medio Oriente, sta diventando urgente.

Nell’immagine: una vista del Lakhta Centre, la sede centrale del colosso energetico russo Gazprom, a San Pietroburgo


Auguri!

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Disegno di Franco Cavani


Sergio Rossi – Berna-UE, l’inevitabilità di un altro referendum

I ricchi trattano il pianeta come il loro parco divertimenti privato. Oxfam li critica e chiede ai governi di intervenire 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria