La partita cyber Cina-Usa

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Di Maurizio Molinari, La Repubblica

Il sorprendente debutto di DeepSeek in cima alla classifica delle app più scaricate trasforma l’intelligenza artificiale nella prima prova di forza globale della Cina di Xi Jinping nei confronti del nuovo presidente americano Donald Trump.

Il 20 gennaio Trump si è insediato alla Casa Bianca offrendo a Pechino un negoziato diretto sul commercio, ipotizzando a tal fine un suo incontro con Xi e annunciando un fondo di 500 miliardi di investimenti per creare un network di data centerdigitali al fine di accelerare lo sviluppo delle nuove tecnologiecome motore della nuova «età dell’oro» degli Stati Uniti. Ma su entrambi i fronti la novità recapitata alla Casa Bianca dalla classifica degli app store comporta conseguenze non indifferenti.

Innanzitutto, se Trump aveva immaginato come terreno principale della trattativa con Pechino l’export di beni e servizi cinesi, ora deve prendere atto che il maggiore pericolo della competizione arriva invece dal fronte cyber e in particolare dall’intelligenza artificiale.

In secondo luogo, se Trump pensava di costruire la nuova leadership economica globale degli Stati Uniti sulle nuove tecnologie, grazie al fatto che il mercato dei microprocessori ha le sue roccaforti in California e a Taiwan, ora si trova di fronte a un appena quarantenne imprenditore cinese, Liang Wenfeng, riuscito ad acquistare circa 10 mila microchip di Nvidia di media qualità trasformandoli nella genesi di una formidabile sfida ai giganti della Silicon Valley basata su prezzi bassi rispetto a OpenAI e Microsoft.

Ovvero, il 47° presidente è alle prese con la prima sorpresa che gli descrive una sfida con la Cina assai diversa da quella che aveva immaginato. Perché qualcuno di cui lui ignorava l’esistenza a Pechino, lavorando in segreto dal dicembre 2023, è riuscito a recapitargli sul Resolute Desk una sorpresa che molti a Washington paragonano allo Sputnik con cui nel 1957 l’Urss beffò gli Stati Uniti riuscendo a mettere per la prima volta un uomo in orbita nello spazio attorno alla Terra.

Ad avvalorare l’entità della sorpresa cinese per Trump c’è come lui ha finora gestito la contesa su TikTok. Davanti alla messa al bando del popolare social network cinese ereditata dal predecessore Joe Biden, Trump infatti ha compiuto una mezza marcia indietro puntando a far acquistare TikTok da un gigante digitale Usa, forse lo stesso Elon Musk.

Ma il vero e fondamentale pericolo che TikTok porta — non solo agli Stati Uniti ma a qualsiasi democrazia — non è commerciale bensì tecnologico in quanto il software su cui si basa è frutto di unknow-how cinese sull’intelligenza artificiale che nessuno in Occidente è al momento in grado di penetrare. Questo significa che TikTok può essere anche acquistato da un’azienda Usa ma fino a quando sarà gestito in remoto dall’hi-tech cinese resterà un cavallo di Troia dentro le nostre società. E la maggiore forza di tale cavallo di Troia è la stessa che esprime DeepSeek ovvero la superiorità cinese nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Per tentare di comprendere da dove questo vantaggio si origina bisogna ascoltare gli esperti britannici di cyber perché la loro valutazione — da qualche tempo divenuta pubblica — è che l’unità dell’intelligence militare cinese responsabile dello sviluppo dell’IA conta circa un milione di effettivi, il cui lavoro quotidiano consiste nel raccogliere, studiare ed eseguire test sulla mole impressionante di dati digitali scambiata ogni giorno da quasi un miliardo di cittadini cinesi che si muovono, comunicano e consumano adoperando un numero assai ristretto di app sotto il totale controllo del partito comunista cinese.

Questo significa che Pechino dispone di risorse assai maggiori degli Stati Uniti — e dell’intero Occidente — sullo sviluppo dell’IA. A cui la rivelazione di DeepSeek ha aggiunto la capacità cinese di competere con le democrazie lì dove li pensavamo più in difficoltà, nella sfida sui microprocessori.

Ecco perché la mossa di Xi che porta il nome dello sconosciuto Lian Wenfeng pone Trump di fronte a una sfida che non aveva previsto: la Cina è la più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’IA, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi.

E poiché in questo conflitto ibrido il tempo gioca in favore di Pechino, l’unica risposta possibile è simile a quella che l’America di Kennedy seppe dare allo Sputnik, lanciando la corsa alla Luna. Per recuperare lo svantaggio su Pechino sfruttando le migliori risorse — umane e tecnologiche — che gli Stati Uniti e le democrazie nel loro complesso possiedono per evitare la sconfitta sul fronte più strategico, quello digitale.

Da qui la necessità per Trump di indirizzare il piano di investimenti per 500 miliardi di dollari per trasformare il network di data center immaginato nella piattaforma di una rinnovata alleanza con le democrazie del pianeta, nessuna esclusa, perché solo assieme potranno riuscire ad affrontare la competizione che può definire il XXI secolo.

Facendo valere quella caratteristica di fondo che le distingue e che le autocrazie più temono: il rispetto delle libertà individuali. Come evidenziato anche dal tallone d’Achille che DeepSeek ha immediatamente svelato: non sa rispondere alle domande sulla strage di piazza Tiananmen del 4 giugno 1989 perché quella brutale repressione dei diritti dei cinesi continua a evidenziare la differenza incolmabile fra dispotismo e libertà.

Nell’immagine: Donald Trump e Ji Xinping al G20 di Osaka nel 2019


In Finlandia trovato un giacimento geotermico che fornirà energia pulita per 20 milioni di anni

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Di Paolo Travisi, La Stampa

I paesi scandinavi, culturalmente più attenti alle tematiche green, precorrono i tempi, e la Finlandia, che ha scoperto un importante giacimento geotermico, potrebbe centrare la neutralità carbonica già entro il 2030. Nella città di Vantaa, poco distante dalla capitale Helsinki, nel sud del paese, è stato realizzato un impianto di riscaldamento geotermico, il primo della Finlandia, che produce calore in modo rinnovabile e totalmente pulito ed energia che viene immessa e venduta nella rete. Prima di entrare nei dettagli, vediamo quali sono le caratteristiche di una centrale geotermica, che sfrutta il calore proveniente dalle profondità della Terra, trasformandola in energia.

La temperatura interna del Pianeta che ci ospita, in media sale di 3° ogni 100 metri di profondità, ma in presenza di particolari condizioni può raggiungere anche i 350° intorno ai 2000-4000 metri. Acque bollenti e vapore, che salgono verso la superficie terrestre attraversando gli strati rocciosi, sono intercettati dai pozzi geotermici, azionano la turbina, dove l’energia è trasformata in energia meccanica di rotazione, che è a sua volta diventa energia elettrica, grazie ad un alternatore, per poi essere trasmessa al trasformatore, infine immessa nella rete. Quanto scoperto in Finlandia, consentirà alla nazione di contribuire al fabbisogno energetico per circa 20 milioni di anni, abbassando notevolmente le emissioni di CO2, in favore della sostenibilità ambientale, visto che le emissioni di carbonio sono inferiori del 95% rispetto a quelle generate dai combustibili fossili. L’impianto di Vantaa consente di produrre 2.600 megawatt di energie elettrica all’anno, e produce circa 1.400 MWh di calore, che in termini di volume, corrisponde a circa 35 pozzi geotermici tradizionali; il piano originale che prevedeva una perforazione di 2 km, a causa del substrato roccioso, è stato sostituito con tre pozzi profondi 800 metri.

Naturalmente, il progetto di riscaldamento geotermico finlandese a Vantaa è solo il primo passo, perché la tecnologia ha il potenziale per diffondersi in altre aree del Paese, anche grazie alla sua flessibilità, che consente di immagazzinare calore ed energia anche durante il periodo invernale, quando i consumi sono elevatissimi e la luce del giorno è molto ridotta. Infatti, la differenza sostanziale tra il geotermico ed altre fonti energetiche più diffuse, come il solare e l’eolico, risiede nel fatto che l’energia geotermica è più stabile, consente una continuità quotidiana, non garantita invece dalla luce solare e dal vento. Insieme alla centrale geotermica, a Vantaa è in costruzione l’impianto di stoccaggio di energia termica stagionale più grande al mondo, ricavato all’interno di tre caverne larghe circa 20 metri, lunghe 300 e alte 40, mentre il fondo delle caverne sarà a 100 metri sotto il livello del suolo. Le caverne di stoccaggio hanno un volume totale di 1.100.000 metri cubi, fisicamente grande quasi quanto due volte, il celebre Madison Square Garden di New York. La capacità termica totale dell’accumulo di energia termica è di 90 gigawattora, che suddivisa in unità energetiche più piccole, equivale a 1,3 milioni di batterie per auto elettriche.


Sergio Rossi – Il Davide cinese spaventa i Golia delle Big Tech americane

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


L’Ai cinese affonda Wall Street: ecco chi è Liang Wenfeng, il nerd dietro DeepSeek

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Di Lorenzo Lamperti, La Stampa

Nel 2025 compirà 40 anni, è figlio di un maestro di scuola elementare ed è rimasto a lungo fuori dai radar dei grandi capitani d’industria della tecnologia cinese. Ma ora pare destinato a entrarci dalla porta principale, dopo essere stato ospitato a un simposio organizzato nientemeno che dal premier Li Qiang, il braccio destro del presidente Xi Jinping.

Liang Wenfeng è l’uomo del momento. C’è lui dietro il lancio di DeepSeek, il modello linguistico di grandi dimensioni che sta sconvolgendo il mondo dell’intelligenza artificiale, con un chatbot in grado di raggiungere le prestazioni di ChatGPT di OpenAI ma a prezzi infinitamente inferiori.

Un risultato ottenuto in un percorso fatto di coerenza e costanza, accompagnato da una visione che solo recentemente si è intrecciata con la grande strategia tecnologica di Pechino.

Liang è nato nel 1985 nel Guangdong, la provincia della Cina meridionale diventata il simbolo dei decenni della grande ascesa economica avviata dall’ex presidente Deng Xiaoping. È qui che, in un viaggio del 1992, il “piccolo timoniere” ha aperto ai grandi investimenti privati che hanno favorito l’innovazione. È sempre qui che, nel 2020, Xi ha elaborato l’obiettivo del perseguimento dell’autosufficienza tecnologica.

La metropoli di Shenzhen, sempre nel Guangdong, è il luogo di nascita di Huawei. Lui però si è spostato sulla costa orientale. Formatosi presso l’Università dello Zhejiang, Liang ha conseguito una laurea in ingegneria dell’informazione elettronica nel 2007 e un master in ingegneria dell’informazione e della comunicazione nel 2010.

Nel frattempo, si era già buttato nel settore del trading. Liang ha formato un team con i suoi compagni di classe per accumulare dati relativi ai mercati finanziari, proprio mentre il mondo (soprattutto l’occidente) era sconvolto dalla grande crisi. Da subito ha lavorato a un incrocio tra finanza e tecnologica, guidando un team nell’esplorazione del trading quantitativo utilizzando l’apprendimento automatico e altri tool. Dopo aver rifiutato le offerte di alcune compagnie private, Liang ha continuato le sue attività in proprio, concentrandosi sempre di più sull’intelligenza artificiale.

Nel 2016 ha lanciato il fondo speculativo High-Flyer, a cui ha fatto seguito nel 2019 il ramo dedicato esclusivamente all’intelligenza artificiale e ai suoi algoritmi. Il tutto a Hangzhou, la città che ha dato i natali ad Alibaba, il colosso dell’ecommerce fondato da Jack Ma.

La sua attività, al contrario degli altri giganti privati, non è stata vittima della grande campagna di rettificazione del settore digitale avviata dal governo. Anche perché l’intelligenza artificiale è diventata sempre più centrale nelle strategie nazionali, insieme ai microchip e all’informatica quantistica. Nel corso del 2021, Liang ha iniziato ad acquistare migliaia di chip Nvidia per il suo progetto di intelligenza artificiale. All’inizio, diversi addetti ai lavori l’hanno considerata l’azione eccentrica di un miliardario alla ricerca di un nuovo hobby. Uno dei partner commerciali di Liang ha dichiarato al Financial Times di non averlo preso inizialmente sul serio, notando la sua “pettinatura terribile”, i suoi “modi nerd” e la difficoltà nell’articolare la sua visione. Nonostante un’eloquenza apparentemente zoppicante, Liang è riuscito nel suo intento: cambiare le regole del gioco pur senza entrare nel gioco dei grandi giganti come ByteDance (la casa madre di TikTok) o Alibaba.

Nonostante o forse anche proprio grazie a questo, Liang potrebbe ora essere elevato a simbolo dell’innovazione made in China. D’altronde,il team di DeepSeek è interamente cinese. Di recente, Liang ha dichiarato: «Abbiamo sempre visto l’intelligenza artificiale come un prodotto occidentale. Ma perché dobbiamo essere solo fruitori e non protagonisti?».

Musica per le orecchie del governo, che non a caso il 20 gennaio lo ha invitato come speaker a un simposio organizzato dal premier Li Qiang. Potrebbe essere solo l’inizio.

Nell’immagine: Liang Wenfeng


Una sinfonia sulle macerie

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Ho visto, su «laRegione» di sabato 25 una fotografia che mi pungola a intervenire su un tema che ha fatto discutere: la manifestazione davanti al LAC di Lugano in occasione del concerto della Israel Philharmonic Orchestra. Ho partecipato ad alcune manifestazioni promosse dal Comitato unitario a sostegno della Palestina (CUSP). A volte mi sono sentito a disagio di fronte a certi slogan e al modo di esprimerli, ma quel che è capitato e capita a Gaza è talmente abnorme da far mettere in secondo piano le sfumature: la risposta di Israele ai crimini del 7 ottobre è inaccettabile e va pubblicamente condannata. Ci sono andato non con la bandiera palestinese ma con quella della pace, oppure senza. E in silenzio.

Non ho invece partecipato, per scelta, alla manifestazione davanti al LAC, e avevo anche scritto a una persona vicina all’organizzazione: «spero che il CUSP, se proprio vorrà manifestare, trovi la forma adeguata per farlo in quel contesto». Il contesto: un concerto legato alla giornata della memoria; un’orchestra che porta sì il nome di Israele ma non è un’emanazione diretta di quello Stato (e men che meno del suo governo genocida); un programma dedicato interamente alla musica russa: Musorgskij, Šostakovič, Čajkovskij. Se accenno al programma è perché la richiesta di annullare il concerto mi ha un po’ ricordato quel momento di follia culturale che ha caratterizzato l’inizio della guerra in Ucraina, quando vari teatri, su sollecitazione dei governi o per propria zelante iniziativa, hanno soppresso concerti già programmati in cui c’erano solisti russi, orchestre russe o addirittura solo musiche russe.

È vero che tra questi c’erano anche alcuni aperti sostenitori di Putin, come possiamo immaginare che tra i membri di questa orchestra ci siano anche musicisti che non si pongono nessun problema di fronte al progetto di distruzione di un lembo di terra e del popolo che ci vive sopra. Ma non si può adottare questo metro semplificatore. Un concerto non è un atto di guerra, o almeno questo non lo era, anche se organizzato insieme all’associazione Svizzera-Israele, che certo equidistante non è.

Detto ciò, bisogna anche dire che di fronte all’incommensurabile disastro che sconvolge la Palestina, e che non è certo finito con la fragile tregua che si va faticosamente sperimentando, è del tutto legittimo approfittare di ogni occasione per portare l’attenzione sul genocidio in atto (tra parentesi: per mestiere conosco bene la valenza del termine, come lo conosce la Corte penale internazionale, e non lo uso alla leggera). Lo si poteva fare, visto che il concerto era legato alla giornata della memoria, dicendo che ricordare doverosamente la Shoah implica anche ricordare gli altri genocidi, a maggior ragione quelli in atto, il che non implica affatto una relativizzazione della Shoah e della sua unicità (ogni genocidio è diverso, negli elementi scatenanti e nelle dinamiche, ma un genocidio resta un genocidio, anche quello di Szrebrenica che ha annientato “solo” ottomila persone). È anche un modo per tenere viva una commemorazione periodica che rischia, nella ripetitività ­che è propria di ogni giornata istituzionalizzata, di svuotarsi di senso.

Quindi non era il caso di gridare istericamente «assassini» a degli orchestrali (anche se molto probabilmente per una parte dei manifestanti si trattava, per usare una locuzione d’altri tempi, di dire a nuora perché suocera intenda) ma di sottolineare, in altre forme, che assistiamo anche oggi a una politica genocida, e che dire “mai più” ricordando la Shoah dovrebbe implicare “nemmeno oggi”, “nemmeno ad altri”. O invece di scrivere sullo striscione “Nessuna sinfonia per il genocidio” (Musorgskij! Šostakovič! Čajkovskij!) si sarebbe potuto semplicemente scrivere “anche oggi, sotto i nostri occhi, è in atto un genocidio”. E senza inveire contro chi entrava al concerto.

Ma, dicevo, a spingermi a scrivere è stata soprattutto una foto con un noto politico che entra gagliardamente nell’edificio con aria di sfida nei confronti di chi sta fuori a manifestare. Io al LAC non l’ho mai visto; non è che io sia di casa, ma da quando esiste ho un abbonamento alla stagione “OSI al LAC”, dove mi è capitato qualche volta di intravedere, tra i municipali (o ex) di Lugano, Giovanna Masoni, Roberto Badaracco, Cristina Zanini Barzaghi, Angelo Jelmini, oltre al defunto Marco Borradori (sono quelli che ricordo in questo momento, magari ho dimenticato qualcuno). Del resto avevo letto già giovedì sera, su «laRegione» online, che al concerto «hanno assistito parecchi politici schierati di centro-destra». Il che fa concludere che una politicizzazione di quel concerto è stata costruita dalle due parti e si è trasformato quell’evento in un momento di rozza polarizzazione, dove agli estremi troviamo chi cancellerebbe cinicamente dalla faccia della terra tutti i palestinesi (certamente c’erano) e chi spazzerebbe via allegramente lo Stato di Israele (probabilmente alcuni manifestanti, certo non tutti). Eppure in tutto questo riesco a vedere qualcosa di positivo: se l’evento così malamente politicizzato ha portato per una volta dentro quel luogo persone che non ci sono mai state, e che magari sparano settimanalmente su LAC e kultura, bene. E che abbiano ascoltato, magari per la prima volta nella vita, la quinta di Čajkovskij, ancora meglio. C’è sempre tempo…

Finito questo intervento, leggo su «Naufraghi/e» (La guerra non può impedire di ricordare ma bisogna evitare che l’orrore si ripeta) quanto ha scritto oggi su «La Stampa» Anna Foa, l’ebrea Anna Foa, la storica Anna Foa, intorno alla giornata della memoria. Ovviamente non parla di quel concerto, ma dice limpidamente alcune cose che penso, e che qui ho cercato, almeno in parte, di dire.

Danilo Baratti è membro del Gruppo guerre e pace Verdi del Ticino


Chi ha provocato chi?

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Su La Regione di ieri 27 gennaio, sono stati pubblicati due articoli di fondo sulla “Giornata della memoria”, uno scritto da Andrea Ghiringhelli (da standing ovation talmente è condivisibile e giustamente ripreso da Naufraghi/e) e uno di Jaques Ducry (intitolato significativamente: “Presente, innocente, non assassino”, questo invece al limite della stroncatura). Mi soffermo brevemente sul secondo, perché Ducry tenta di giustificare la sua presenza al concerto LAC di giovedì scorso con la quasi trita argomentazione della “cultura separata dalla politica” e ricordando – questo è giusto! – che l’Europa ha da giocare un ruolo decisivo per promuovere la pace fra i popoli.

Conosco Jacques dai tempi del Liceo e so che è intelligente ed avveduto, per cui non penso proprio che andando al concerto della Israel Philharmonic Orchestra, sia caduto accidentalmente nella trappola dell’abile propaganda orchestrata dall’Associazione Svizzera-Israele (chiaramente schierata col Governo di B. Netanyahu). Ci è andato, come molti altri, per sentire della buona musica. Perché scrivo di abile propaganda? Perché con quel che è capitato e sta capitando in Medio Oriente, i sionisti (si badi bene, non parlo di semiti) si sono scatenati sfruttando anche la “Giornata della Memoria” – offendendo proprio le vittime della Shoah – per tacciare di antisemitismo ogni e qualsiasi dissenso sull’operato dell’attuale Governo di Israele e, secondo me, il concerto di giovedì scorso fa parte di questo disegno.

Questa è una raffinata strategia di propaganda che ha fini divisivi, per polarizzare le varie sensibilità, creando forti contrasti ed emarginando chi criticamente analizza o esprime un suo (lecito) parere su questa guerra. A proposito di chi ha gridato “assassini”, faccio notare che, come mi è stato riferito da chi era presente, degli 84 dimostranti presenti, solo alcuni, rispondendo a delle vere intenzioni provocatorie, si sono lasciati andare, proferendo insulti inadeguati. Che ci potessero essere provocazioni, lo dimostra in modo lampante anche quanto dichiarato al TG dal sopravvissuto ai Lager Ivan Lefkovits (pure lui presente giovedì al LAC): ha detto in sostanza “di non avere nessuna comprensione per gli abitanti di Gaza”, aggiungendo candidamente che “la risposta forte e senza pietà di Israele se la sono cercata”. Da trasecolare.

Vien da chiedersi: se la sono cercata anche le decine di migliaia di bambini innocenti, trucidati senza alcun discernimento, ferocemente, dalle bombe israeliane? Comunque secondo me, dopo i goffi tentativi della Direzione artistica del LAC di giustificare l’invito a suonare a Lugano l’Israel Philharmonic Orchestra, proprio in questo momento, è risultato evidente che la provocazione era voluta, almeno da chi si è adoperato per concretizzare l’avvenimento. E che ci fosse un intento di schierarsi per una fazione contro un’altra, lo dimostra in modo lampante la presenza al concerto del municipale Quadri, che finora non risulta abbia mai presenziato ad un concerto al LAC. Certo, ognuno può partecipare come gli pare ad un evento ritenuto meritevole, ma la presenza giovedì sera di tutta una schiera di politici, fa sorgere qualche interrogativo. Forse hanno ritenuto opportuno esserci non solo perché è importante per la loro immagine, ma anche con un preciso intento di manifestare una opinione, schierandosi, opponendosi a quelli che erano sul piazzale con gli striscioni di denuncia su quanto di inumano sta succedendo in Palestina.

Nell’immagine: la contestazione all’esterno del LAC


Amnesie molto parziali

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Su laRegione di venerdì 24 gennaio Giuseppe Giannotti, giornalista e portavoce dell’Associazione Svizzera-Israele sezione Ticino, denuncia la crescente campagna di delegittimazione del Giorno della memoria ad opera di politici di sinistra, giornalisti e gruppi estremisti che metterebbero in dubbio gli orrori dell’Olocausto e favorirebbero la crescita dell’antisemitismo.

Accuse molto pesanti, che però hanno un senso solo se arrivano sul tavolo del Ministero pubblico. Chi osa disconoscere l’atroce processo di “arianizzazione” orchestrato dal regime nazista che causò la morte di almeno 15 milioni di persone va certamente castigato. E infatti l’art. 261bis del Codice penale prevede che chiunque, pubblicamente, mediante parole, scritti, immagini, gesti, vie di fatto o in modo comunque lesivo della dignità umana disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità, sia punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria.

Giannotti afferma che a scatenare le ostilità è stato il terribile attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre 2023, ma le ostilità sono cominciate con la pulizia etnica del 1948, attuata secondo il famoso piano D che prevedeva l’espulsione dei palestinesi dalla Palestina e la riduzione in macerie dei villaggi e dei quartieri. È storicamente dimostrato che, alla fine del 1948, metà della popolazione araba della Palestina era stata espulsa, più di 500 villaggi erano stati distrutti e interi quartieri demoliti (Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina). Anche se questi fatti non compaiono nei libri di testo israeliani, essi rappresentano il vero nocciolo della questione, ma sono purtroppo vittime di una memoria alquanto offuscata anche dalle nostre parti.

Continua affermando che, grazie alla tregua di Gaza, “non c’è più alcun conflitto tra le parti”. È sempre bello sapere che ci sono degli ottimisti, e se non fosse per le recenti notizie dei troppi morti in provenienza da Jenin, qualcuno potrebbe anche crederci.

L’articolista si sofferma infine sulla questione del concerto al Lac. È certamente triste osservare come arte, cultura e sport possano essere strumentalizzati per fini politici. Ma sapendo come vanno le cose, invitare dei rappresentanti di un paese in guerra e sperare di passarla liscia sembra un gioco pericolosamente ingenuo.

Interessante il comunicato dell’Associazione Svizzera-Israele riportato dal CdT in cui si afferma che la Giornata della Memoria sia stata istituita dalle Nazioni Unite per commemorare i sei milioni di ebrei trucidati dai nazisti nei campi di sterminio («Contestare un evento che onora la memoria della Shoah è un atto vile e indegno»). Ciò è falso! Il testo della risoluzione Onu recita: “…l’Olocausto, che ha portato all’uccisione di un terzo del popolo ebraico, insieme a innumerevoli membri di altre minoranze…”.

Le vittime tra i membri di queste minoranze sono state circa 9 milioni. “Dimenticare” 9 milioni di vittime in piena celebrazione del Giorno della memoria sembra uno scherzo di pessimo gusto.

Nell’immagine: illustrazione da un testo scolastico israeliano


Dio e la politica senza dubbio

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Di Massimo Recalcati, La Repubblica

Lo Stato laico separa la vita politica dalla fede religiosa. Si tratta di una separazione che ispira sin dalle sue origini la vita della democrazia. Uno dei fondamenti della democrazia consiste, infatti, nel non confondere il piano della dialettica politica e dei suoi inevitabili conflitti con quello della lotta tra religioni. Fare, al contrario, della lotta politica una guerra tra religioni è lo spirito che anima ogni forma di fanatismo che si colloca in netta alternativa allo spirito laico della democrazia. Freud faceva notare come l’esperienza della psicoanalisi fosse intimamente laica in quanto fondata sul rifiuto dell’esistenza di verità ultime. Quello che conta non è il possesso indubitabile della Verità ma la sua ricerca continua. Invocare Dio nella lotta politica significa invece sottrarre la politica al dubbio e, dunque, alla sua dialettica più vitale.

È quello che sta accadendo nel conflitto israeliano-palestinese ma è anche uno dei tratti più inquietanti che ai miei occhi unisce la figura di Putin a quella di Trump. Nel suo recente discorso di insediamento alla Casa Bianca il neo presidente degli Stati Uniti si presenta come un unto del Signore, salvato miracolosamente dall’attentato che durante la campagna elettorale avrebbe potuto ucciderlo. Non si è trattato dunque di un episodio drammatico che si è risolto fortunatamente bene, ma di un vero e proprio segno che identifica Trump come l’uomo della provvidenza in grado di liberare gli Stati Uniti dalla corruzione dei costumi, dalle pastoie di un sistema politico votato all’impotenza, dal decadimento attuale del suo prestigio mondiale.

È questo un nesso piscologico che troviamo storicamente alla base di ogni tendenza anti-democratica: se Dio mi ha nominato, il mio insediamento non dipende dalla meschinità invidiosa degli umani, ma da una consacrazione che si situa al di là di ogni Legge. L’evidente tratto narcisistico di personalità di Trump si fonde così con l’altrettanta evidente spinta megalomanica a porsi come il salvatore dell’America e il redentore dei suoi irrinunciabili valori morali. Con l’aggiunta che questa narrazione non ha più i toni del fanatismo ideologico che troviamo nel Novecento, ma quelli di un cinismo disincantato. Per questa ragione non deve stupire più di tanto che i panni del restauratore della moralità e dei valori della tradizione vengano indossati da chi personalmente questi panni li ha sempre di fatto ritenuti zavorre insignificanti. È qualcosa che conosciamo bene: la vita privata di un leader può presentarsi come discutibile dal punto di vista valoriale, ma questo non gli impedisce di proporsi come guida morale del proprio paese e del suo popolo. Si tratta però di una evidente scissione.

La stessa che Trump applica politicamente nella lotta contro la parte più marginale della società della quale i migranti rappresentano il simbolo più rilevante. Se la religione universalista nel suo afflato solidale si manifesta per la sua inclusività — è il continuo appello alla fratellanza di papa Francesco — la religione nazionalista che sostiene la spinta antidemocratica trumpiana non è affatto inclusiva, ma tende a generare, appunto, scissione, discriminazione e esclusione. Non a caso la vescova Marianne Budde ricorda a Trump questa contraddizione nel suo appello alla pietas come forma di inclusione politica. Ma il punto è che Trump, come Putin, utilizza il discorso religioso non per salvare gli ultimi o per dare a loro speranza, ma per giustificare il carattere tendenzialmente assoluto del proprio potere. Essi fanno, seppure in modi e in contesti culturali diversi, della lotta politica una lotta tra religioni contraddicendo il principio cardine della democrazia. La distruzione sistematica (Putin) o la profonda allergia (Trump) nei confronti di ogni forma di dissenso riflette questa logica religiosa. Il dittatore russo non intende rappresentare la Legge perché è la Legge. Non a caso uno dei suoi più potenti alleati è la Chiesa ortodossa di Mosca. Il rifiuto della democrazia coincide con il rifiuto tout court dell’Occidente che viene interpretato come degenerazione morale e nichilismo valoriale. Sia in Putin che in Trump la riaffermazione nazionalista e sovranista si combina così con la restaurazione dei valori della tradizione che vengono sostenuti come delle verità religiose assolute. Ma se la posizione di Putin è chiara nella sua franca opposizione al cancro dell’Occidente, Trump appare invece come una sorta di corpo paradossale che per un verso è del tutto estraneo alla cultura della democrazia ma, per un altro verso, è il suo prodotto mostruoso. È, infatti, la maggioranza degli americani che lo ha scelto come proprio leader. È il rischio che abita ogni democrazia in quanto forma necessariamente incompiuta e fallibile di governo, ovvero quello, in tempi di crisi, di volgere il proprio sguardo verso le forme più autoritarie del potere. Ritroviamo qui in primo piano una considerazione hobbesiana di Freud di fronte all’affermazione dei totalitarismi nel Novecento: nel tempo di massima incertezza e paura, il potere tende a configurarsi come quello di un Dio al quale sottomettere la propria volontà in cambio di sicurezza e protezione.

Nell’immagine: Trump e la mano di Dio


A chi piace il piano-Trump per sgomberare la Striscia

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Di Michele Giorgio, il manifesto

«Ripulire Gaza» è una formula che illustra bene la pulizia etnica che Donald Trump ha proposto sabato notte parlando dello «spostamento a breve o a lungo termine» in Egitto e Giordania degli abitanti di Gaza (oltre due milioni). Un piano di deportazioni, mascherato dall’esigenza della «ricostruzione» della Striscia rasa al suolo dai bombardamenti israeliani, che già piace a qualcuno degli alleati occidentali del presidente americano. Il ministro della difesa italiano Guido Crosetto, ad esempio, descrive come «pragmatismo» la soluzione del tycoon. Secondo Crosetto, Trump «lancia sassi nello stagno che normalmente fanno riflettere e hanno delle conseguenze e accelerano le soluzioni». Vanno trovate, aggiunge il ministro, «delle soluzioni che (in attesa della ricostruzione, ndr) consentano nel frattempo ai palestinesi di vivere in serenità e cominciare a rifarsi una vita». Ma lontano, sottintende, dalla loro terra.

Qualsiasi idea di trasferimento, spostamento, partenza dalla loro terra nei palestinesi evoca ed evocherà sempre la Nakba, la catastrofe: l’espulsione e la fuga, sotto la minaccia delle armi, di centinaia di migliaia di persone nelle fasi che portarono alla nascita di Israele nel 1948. È un trauma nazionale. E la reazione palestinese, dalle fazioni politiche al singolo cittadino, anche dell’Anp di Abu Mazen, è di completo rifiuto delle parole di Trump. Secco «no» anche di Egitto e Giordania. «Non giriamoci intorno, Trump propone la pulizia etnica. Il significato delle sue parole è chiarissimo, vanno respinte con forza da tutti», dice al manifesto l’analista ed esperta di diritto internazionale Diana Buttu. «Sbaglia chi ritiene la soluzione di Trump come una delle tante deliranti minacce che ha fatto in politica estera. È un progetto contro i palestinesi», avverte Buttu.

Trump, affermano i palestinesi, guarda alla ricostruzione multimiliardaria di Gaza da un lato allo scopo di compiacere i disegni della destra israeliana e dall’altro come pretesto per far posto a progetti guidati da investitori americani e israeliani. «Gaza è interessante. È una posizione fenomenale, sul mare. Il clima è fantastico, tutto è bello. Si potrebbero fare delle cose meravigliose con Gaza», ha risposto Trump dopo il suo insediamento a un giornalista che gli aveva chiesto di esprimersi a proposito del suo impegno per la ricostruzione nella Striscia. Pochi giorni prima The Lever, un’agenzia di stampa investigativa statunitense, aveva riferito che il genero di Trump, Jared Kushner – che nei mesi scorsi ha proposto di trasferire i palestinesi di Gaza nel deserto del Neghev – era diventato l’azionista di maggioranza della Phoenix Financial Ltd, la principale società finanziaria e assicurativa israeliana, coinvolta nel finanziamento di progetti di costruzione di insediamenti coloniali in Cisgiordania e sulle alture del Golan siriane occupate.

Se per Donald Trump l’espulsione dei palestinesi di Gaza equivale alla cacciata di proprietari di abitazioni fatiscenti da abbattere per far posto a edifici di lusso, per la destra israeliana, specie quella più estrema, la deportazione della gente di Gaza ha un preciso significato ideologico legato al controllo esclusivo di tutta Palestina storica. «Il desiderio di cacciar via da Gaza oltre due milioni di palestinesi (dopo il 7 ottobre) è stato espresso da più di un esponente del governo israeliano, uno dei quali fece riferimento esplicito a una nuova Nakba», ricorda Diana Buttu riferendosi al ministro dell’agricoltura Avi Dichter che definì lo sfollamento da parte dell’esercito israeliano dei palestinesi dopo l’attacco di Hamas «la Nakba di Gaza 2023». E non si può dimenticare il piano del ministero dell’intelligence israeliano con la data del 13 ottobre 2023 destinato al governo Netanyahu, rivelato dalla rivista +972, per la deportazione degli abitanti di Gaza nella penisola del Sinai.

Uno scenario raggelante che piace al ministro delle finanze Bezalel Smotrich che vede nella proposta di Trump un’idea «eccellente». Sullo stesso piano l’altro ultranazionalista e ministro dimissionario Itamar Ben Gvir che da tempo promuove l’«emigrazione volontaria» dei palestinesi. Che però non hanno alcuna intenzione di andarsene. Anzi, sono fermi nel dire che non ci sarà una seconda Nakba.

Nell’immagine: Nakba (1948). Di nuovo?


Groenlandia, miniera di materie prime che servono all’Ue e che fanno gola agli Usa

Da DeepSeek a TikTok, Pechino è il più formidabile rivale globale degli Stati Uniti perché dispone di un vantaggio nell’alta tecnologia capace, grazie all’intelligenza artificiale, di arrivare sui cellulari di ognuno di noi 

Di Emanuele Bonini, La Stampa

BRUXELLES. La mani degli Stati Uniti di Donald Trump sulla Groenlandia e un’Europa che dovrebbe fare la voce più grossa per difendere un territorio che, per quanto a statuto speciale, resta pur sempre parte di uno Stato membro. C’è una questione politica, territoriale, e soprattutto economica per far capire a Washington che non si deve neppure provare a scherzare su un tema che, a detta di una parte del Parlamento danese, l’Ue non avrebbe difeso come si conviene.

Replica e spiegazione arrivano da Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, al termine del consiglio Affari esteri. «Non stiamo negoziando» con gli Stati Uniti per una cessione di territorio all’interno dell’Ue, chiarisce. «Sosteniamo la Danimarca, che è un nostro Stato membro», aggiunge, per poi precisare: «Penso che dovremmo ascoltare ciò che dice il presidente degli Stati Uniti, ma forse non è sempre necessario prendere tutto alla lettera». Si cerca di ricondurre tutto a uno scherzo, in sostanza, anche se la questione Groenlandia tutto è fuorché uno scherzo.

Groenlandia, una miniera d’oro di materie prime

L’Unione europea sa bene quanto vale la Groenlandia, tanto è vero che il 30 novembre 2023 è stato siglato dalla Commissione Ue un protocollo d’intesa per nuove relazioni bilaterali strategiche. L’obiettivo è garantire l’approvvigionamento di tutte quelle materie prima di cui l’Europa continentale è povera, e che servono a tradurre in pratica l’agenda di sostenibilità con cui Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea scorsa come di quella in carica, intende rilanciare economia e competitività a dodici stelle.

Venticinque delle 34 materie prime critiche identificate dalla Commissione come strategicamente importanti per l’industria europea e la transizione verde si trovano proprio in Groenlandia, ed è stato messo nero su bianco in un rapporto del Geological Survey of Denmark and Greenland (Geus). Qui si identificano sei milioni di tonnellate di risorse naturali note di grafite, 36,1 milioni di tonnellate di terre rare, 235 migliaia di tonnellate di litio e 106 migliaia di tonnellate di rame, oltre ai metalli delle terre rare, niobio, metalli del gruppo del platino, molibdeno, tantalio e titanio. Solo a titolo d’esempio, grafite, litio e terre rare sono utilizzati nelle tecnologie pulite come i veicoli elettrici e le turbine eoliche.

Trump si sveglia ora, la Commissione Ue investe dal 2012

Con tutto quello che offre il sottosuolo della nazione costitutiva del regno di Danimarca non sorprende che possa fare gola. Anche perché attraverso la sola Groenlandia l’Ue potrebbe offrire una buona risposta al suo bisogno di materie prime e alla dipendenza dall’estero. Un punto di forza con cui fare concorrenza proprio agli Stati Uniti, che ora attraverso l’inquilino della Casa Bianca rivendicano il territorio che si affaccia sull’Artico.

Se Donald Trump mostra interessi tutti nuovi per questo quadrante di mondo, la Commissione europea ha anticipato gli Usa di almeno un decennio. E’ del 13 giugno 2012 l’accordo bilaterale di cooperazione Ue-Groenlandia proprio sulle materie prime, per attività di loro esplorazione e sfruttamento. A firmare quell’accordo, a nome dell’Ue, Antonio Tajani, oggi ministro degli Esteri della Repubblica italiana e allora commissario europeo per l’Industria.

L’obiettivo era ridare centralità europea ad un territorio dell’Unione europea. Nel 2012 circa il 58% delle società di esplorazione attive in Groenlandia erano canadesi ed australiane, con le imprese europee ad occupare una quota del 15% del mercato su cui l’Ue si è orientata in tempi non sospetti.

Il Green Deal e il nuovo impulso Ue

Il Green Deal europeo, la vasta agenda di green economy voluta da von der Leyen, ha spinto la Commissione europea a nuovi investimenti con la Groenlandia. Il protocollo di intesa del 2023 è stato seguito all’apertura di un ufficio a Nuuk, capitale della Groenlandia, a marzo 2024. Contemporaneamente è stato lanciato un programma crescita verde per un totale di 22,5 milioni di euro di investimenti nelle catene del valore dell’energia e delle materie prime critiche nella regione. Segno che l’Ue, senza il fragore di Trump, ha lavorato e continua a lavorare per tenersi stretta una parte di mondo di strategica importanza. Importanza di cui negli Stati Uniti alla fine si sono resi conto.