Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea.
Sergio Ermotti potrebbe emigrare negli Stati Uniti, come facevano a fine ottocento molti ticinesi e molti italiani. Certo, non si imbarcherebbe su una nave, ma si distenderebbe su una comoda poltrona di First Class della Swiss, con un biglietto di sola andata.
Perché lasciare la Svizzera? Perché c’è chi sostiene che sia buona cosa trasferire la sede principale di UBS all’estero, negli Stati Uniti o, eventualmente, a Londra. Come mai?
Perché sono in molti a ritenere che UBS, dopo l’accorpamento di Credit Suisse, sia troppo grande per la Svizzera e possa comportare rischi in caso di fallimento. Insomma, non è solo “too big to fail”, ma ormai è “too big to be saved”, ovvero troppo grande per fallire ma, soprattutto, troppo grande per essere salvata. E il fallimento non è scongiurabile!
Aymo Brunetti, professore d’economia all’Università di Berna, ritiene che la legge non sia sufficiente e che bisognerebbe privilegiare la possibilità di delocalizzare UBS all’estero.
“Nel caso di una prossima crisi – afferma Brunetti su Le Temps – non abbiamo un istituto bancario in grado di acquistare UBS. Il governo potrebbe essere obbligato a salvare UBS, ciò che potrebbe costare centinaia di miliardi”.
Per evitare, tendenzialmente se non in assoluto, un fallimento, UBS dovrebbe aumentare il capitale proprio della casa madre e delle succursali all’estero, ma la direzione della banca nicchia. Nel caso di una crisi grave “la soluzione che resta è la statalizzazione della banca – precisa Brunetti. Ma si tratta di un istituto il cui bilancio è il doppio del PIL svizzero. Un’operazione che avrebbe ripercussioni negative sulle finanze pubbliche del paese”. Per evitare rischi enormi, meglio trasferire la banca. “La Svizzera può esistere molto bene anche senza UBS”.
Un altro esperto di banche, già attivo all’UBS, Georg Junge, è della stessa idea. Dopo la crisi del 2008 tutti a dire che non capiterà mai più, poi, dopo quindici anni, si è ripetuta la stessa storia, afferma Junge sulla Neue Zürcher Zeitung. Irlanda e Islanda dimostrano come le crisi bancarie possano essere devastanti per le piccole economie. Quindi, anche per Junge “una soluzione possibile sarebbe di trasferire all’estero la sede di UBS”. Ciò non impedirà di poter continuare a lavorare con le imprese svizzere.
Concorda anche Daniel Zuberbühler della Banca Popolare di Sondrio, ex direttore della FINMA: “Sono assolutamete d’accordo sul fatto che spostare la sede di UBS negli Stati Uniti o nel Regno Unito non sarebbe un disastro per la Svizzera. Ma può rimanere se detiene molto capitale. I politici continueranno ad arrancare fino al terzo e ultimo salvataggio statale”.
Sul trasloco di UBS è d’accordo anche il finanziere ticinese Tito Tettamanti: “La politica deve decidere se mantenere una piazza finanziaria di valore mondiale o se preferisce ritirarsi sulle operazioni nazionali per le quali agiscono con successo anche le nostre banche più grandi, quale la Banca Cantonale di Zurigo più moltissime altre, anche straniere. In tal caso l’UBS farebbe bene a spostarsi negli USA per poter battersi con armi pari”, scrive sul Corriere del Ticino.
Tettamanti guarda al profitto di UBS e non al rischio per la Confederazione e i suoi contribuenti. Se si pensa che gli affari mondiali di UBS siano un vantaggio per il Paese, non bisogna “imporle lacci e, in particolare, aumenti di capitale. Si parla di 20/25 miliardi, che penalizzerebbero la redditività”.
Sergio Ermotti, CEO di UBS, intervistato da Azione, afferma che la banca “dispone ora di un capitale di quasi 200 miliardi di dollari per ammortizzare eventuali perdite”, quindi, “se avesse un problema, sarebbe improbabile che i contribuenti perdano un solo franco”. Sull’inasprimento della regolamentazione per le banche “too big to fail” Ermotti è critico. “La Svizzera non può permettersi di ricadere nella sindrome dell’allievo modello e di introdurre regole che gli altri Paesi non conoscono”.
Mah, se anche la Svizzera, almeno in un campo, si comportasse da allievo modello, non sarebbe male. Ermotti ha sicuramente letto il rapporto della Commissione sulla crisi del Credit Suisse. Lì si confermano l’incompetenza dei vertici dell’istituto, le lacune dei controlli della FINMA e il ruolo del direttore del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer, che “ha ingannato l’opinione pubblica” e lo stesso Consiglio federale affermando che “la situazione si è stabilizzata” quando il Credit Suisse stava affondando. Altro che allievo modello!
Dunque, un inasprimento delle regole per UBS, un gigante che se crolla crea un disastro enorme, è benvenuto. Comprensibile che il CEO di UBS pensi agli interessi e ai profitti della banca, ma la politica deve mettere al primo posto la sicurezza e la protezione dello Stato e dei contribuenti. Se la grande banca vuole “competere con la concorrenza internazionale” non è meglio che emigri?
Aymo Brunetti mette in guardia: “C’è il pericolo che certi attori politici favoriscano la competitività della piazza finanziaria a detrimento dell’inasprimento della regolamentazione. È molto pericoloso. Noi abbiamo una banca molto grande e non abbiamo una strategia per affrontare la prossima crisi. È inquietante”.
Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friborgo, come vede questa delocalizzazione? “Non è una buona idea, perché ciò indurrebbe UBS a speculare maggiormente nei mercati finanziari, essendo in competizione con le grandi banche statunitensi, anche se negli Stati Uniti esistono delle sanzioni più incisive di quelle che la FINMA può adottare. Inoltre, per l’economia svizzera questo comporterebbe una notevole riduzione dei posti di lavoro, sia presso UBS sia nell’insieme del settore bancario: ciò rallenterebbe la crescita economica, aumentando le difficoltà per molte piccole e medie imprese, oltre a incidere negativamente sui conti pubblici.” Ma se UBS fallisse in Svizzera non sarebbe peggio? “In ogni caso il fallimento di UBS porterebbe un enorme scompiglio nella finanza globale e sarebbe necessario un intervento pubblico per evitarlo. Le autorità elvetiche, tanto a livello politico quanto regolatorio, devono adottare delle leggi e delle regolamentazioni in grado di evitare un tale fallimento, traendo le lezioni che si impongono dalle recenti crisi finanziarie. È necessario separare le attività di UBS e di tutte le altre banche attive sul piano globale, per impedire in modo strutturale che i prestiti interbancari continuino a rigonfiare i prezzi degli attivi finanziari senza alcun vincolo di bilancio.”
Ora tocca alla politica. Governo e Parlamento federale devono mettere a punto le misure per colmare le lacune nella regolamentazione “too big to fail”. Le autorità non devono aver paura di inasprire le regole sulla stabilità delle banche, anche se UBS cerca di frenarle.
Inoltre sarebbe utile che politici e addetti ai lavori chiarissero anche quali conseguenze ci sarebbero, in Svizzera, in termini di posti di lavoro e di ricadute economiche e finanziarie, se UBS spostasse la propria sede all’estero.
Ancora una volta il teatro Foce di Lugano conferma il suo ruolo di vetrina per giovani compagnie e per spettacoli di nicchia che fanno parte della programmazione del LAC, ma che non possono ambire alla grande sala.
Nello spettacolo che verrà proposto al Foce il 28 e 29 gennaio (l’esordio pochi giorni fa a Locarno), le lettere tra Segre e Levi sono solo uno dei motivi e delle fonti a cui attinge e si ispira la pièce. Gasparini riesce bene nel suo intento e imbastisce uno spettacolo che si muove con disinvoltura tra frammenti molto diversi delle due lunghe biografie di Liliana Segre e Primo Levi. Per Liliana la dolorosa nostalgia del padre ammazzato e cremato ad Auschwitz, la forza di volersi diversa dai propri aguzzini rinunciando ad ucciderne uno quando se ne presenta l’occasione, l’apertura alla vita e alla speranza di un mondo migliore; per Primo invece, l’immersione nella sorprendente umanità vivace e picaresca che lo circonda nell’infinito viaggio di ritorno de La tregua, il forte dovere di testimoniare e assieme la consapevolezza che nonostante ogni sforzo non ci sono parole adeguate per descrivere la Shoah, gradino ultimo di una barbarie inconcepibile persino per il vocabolario.