Bye bye UBS?

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Sergio Ermotti potrebbe emigrare negli Stati Uniti, come facevano a fine ottocento molti ticinesi e molti italiani. Certo, non si imbarcherebbe su una nave, ma si distenderebbe su una comoda poltrona di First Class della Swiss, con un biglietto di sola andata.

Perché lasciare la Svizzera? Perché c’è chi sostiene che sia buona cosa trasferire la sede principale di UBS all’estero, negli Stati Uniti o, eventualmente, a Londra. Come mai?

Perché sono in molti a ritenere che UBS, dopo l’accorpamento di Credit Suisse, sia troppo grande per la Svizzera e possa comportare rischi in caso di fallimento. Insomma, non è solo “too big to fail”, ma ormai è “too big to be saved”, ovvero troppo grande per fallire ma, soprattutto, troppo grande per essere salvata. E il fallimento non è scongiurabile!

Aymo Brunetti, professore d’economia all’Università di Berna, ritiene che la legge non sia sufficiente e che bisognerebbe privilegiare la possibilità di delocalizzare UBS all’estero.

“Nel caso di una prossima crisi – afferma Brunetti su Le Temps – non abbiamo un istituto bancario in grado di acquistare UBS. Il governo potrebbe essere obbligato a salvare UBS, ciò che potrebbe costare centinaia di miliardi”.

Per evitare, tendenzialmente se non in assoluto, un fallimento, UBS dovrebbe aumentare il capitale proprio della casa madre e delle succursali all’estero, ma la direzione della banca nicchia. Nel caso di una crisi grave “la soluzione che resta è la statalizzazione della banca – precisa Brunetti. Ma si tratta di un istituto il cui bilancio è il doppio del PIL svizzero. Un’operazione che avrebbe ripercussioni negative sulle finanze pubbliche del paese”. Per evitare rischi enormi, meglio trasferire la banca. “La Svizzera può esistere molto bene anche senza UBS”.

Un altro esperto di banche, già attivo all’UBS, Georg Junge, è della stessa idea. Dopo la crisi del 2008 tutti a dire che non capiterà mai più, poi, dopo quindici anni, si è ripetuta la stessa storia, afferma Junge sulla Neue Zürcher Zeitung. Irlanda e Islanda dimostrano come le crisi bancarie possano essere devastanti per le piccole economie. Quindi, anche per Junge “una soluzione possibile sarebbe di trasferire all’estero la sede di UBS”. Ciò non impedirà di poter continuare a lavorare con le imprese svizzere.

Concorda anche Daniel Zuberbühler della Banca Popolare di Sondrio, ex direttore della FINMA: “Sono assolutamete d’accordo sul fatto che spostare la sede di UBS negli Stati Uniti o nel Regno Unito non sarebbe un disastro per la Svizzera. Ma può rimanere se detiene molto capitale. I politici continueranno ad arrancare fino al terzo e ultimo salvataggio statale”.

Sul trasloco di UBS è d’accordo anche il finanziere ticinese Tito Tettamanti: “La politica deve decidere se mantenere una piazza finanziaria di valore mondiale o se preferisce ritirarsi sulle operazioni nazionali per le quali agiscono con successo anche le nostre banche più grandi, quale la Banca Cantonale di Zurigo più moltissime altre, anche straniere. In tal caso l’UBS farebbe bene a spostarsi negli USA per poter battersi con armi pari”, scrive sul Corriere del Ticino.

Tettamanti guarda al profitto di UBS e non al rischio per la Confederazione e i suoi contribuenti. Se si pensa che gli affari mondiali di UBS siano un vantaggio per il Paese, non bisogna “imporle lacci e, in particolare, aumenti di capitale. Si parla di 20/25 miliardi, che penalizzerebbero la redditività”.

Sergio Ermotti, CEO di UBS, intervistato da Azione, afferma che la banca “dispone ora di un capitale di quasi 200 miliardi di dollari per ammortizzare eventuali perdite”, quindi, “se avesse un problema, sarebbe improbabile che i contribuenti perdano un solo franco”. Sull’inasprimento della regolamentazione per le banche “too big to fail” Ermotti è critico. “La Svizzera non può permettersi di ricadere nella sindrome dell’allievo modello e di introdurre regole che gli altri Paesi non conoscono”.

Mah, se anche la Svizzera, almeno in un campo, si comportasse da allievo modello, non sarebbe male. Ermotti ha sicuramente letto il rapporto della Commissione sulla crisi del Credit Suisse. Lì si confermano l’incompetenza dei vertici dell’istituto, le lacune dei controlli della FINMA e il ruolo del direttore del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer, che “ha ingannato l’opinione pubblica” e lo stesso Consiglio federale affermando che “la situazione si è stabilizzata” quando il Credit Suisse stava affondando. Altro che allievo modello!

Dunque, un inasprimento delle regole per UBS, un gigante che se crolla crea un disastro enorme, è benvenuto. Comprensibile che il CEO di UBS pensi agli interessi e ai profitti della banca, ma la politica deve mettere al primo posto la sicurezza e la protezione dello Stato e dei contribuenti. Se la grande banca vuole “competere con la concorrenza internazionale” non è meglio che emigri?

Aymo Brunetti mette in guardia: “C’è il pericolo che certi attori politici favoriscano la competitività della piazza finanziaria a detrimento dell’inasprimento della regolamentazione. È molto pericoloso. Noi abbiamo una banca molto grande e non abbiamo una strategia per affrontare la prossima crisi. È inquietante”.

Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friborgo, come vede questa delocalizzazione? “Non è una buona idea, perché ciò indurrebbe UBS a speculare maggiormente nei mercati finanziari, essendo in competizione con le grandi banche statunitensi, anche se negli Stati Uniti esistono delle sanzioni più incisive di quelle che la FINMA può adottare. Inoltre, per l’economia svizzera questo comporterebbe una notevole riduzione dei posti di lavoro, sia presso UBS sia nell’insieme del settore bancario: ciò rallenterebbe la crescita economica, aumentando le difficoltà per molte piccole e medie imprese, oltre a incidere negativamente sui conti pubblici.” Ma se UBS fallisse in Svizzera non sarebbe peggio? “In ogni caso il fallimento di UBS porterebbe un enorme scompiglio nella finanza globale e sarebbe necessario un intervento pubblico per evitarlo. Le autorità elvetiche, tanto a livello politico quanto regolatorio, devono adottare delle leggi e delle regolamentazioni in grado di evitare un tale fallimento, traendo le lezioni che si impongono dalle recenti crisi finanziarie. È necessario separare le attività di UBS e di tutte le altre banche attive sul piano globale, per impedire in modo strutturale che i prestiti interbancari continuino a rigonfiare i prezzi degli attivi finanziari senza alcun vincolo di bilancio.”

Ora tocca alla politica. Governo e Parlamento federale devono mettere a punto le misure per colmare le lacune nella regolamentazione “too big to fail”. Le autorità non devono aver paura di inasprire le regole sulla stabilità delle banche, anche se UBS cerca di frenarle.

Inoltre sarebbe utile che politici e addetti ai lavori chiarissero anche quali conseguenze ci sarebbero, in Svizzera, in termini di posti di lavoro e di ricadute economiche e finanziarie, se UBS spostasse la propria sede all’estero. 


Cara Liliana…, caro Primo… Dialoghi sull’abisso della Shoah

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Ancora una volta il teatro Foce di Lugano conferma il suo ruolo di vetrina per giovani compagnie e per spettacoli di nicchia che fanno parte della programmazione del LAC, ma che non possono ambire alla grande sala.  È quanto avviene in questi giorni con uno spettacolo interessante e originale, proposto in occasione della Giornata della Memoria. Si tratta de “Il grande nulla. O quel che ci aspettava”, scritto e diretto da Romeo Gasparini, un giovane regista ticinese under 30, cosi come gli attori, che si sta facendo apprezzare per capacità e intraprendenza. Oltre che – verrebbe da dire – per quella buona dose  di coraggio necessario per avventurarsi in soggetti cosi delicati e facilmente esposti alla critica. 

Pochi sanno delle lettere che si scambiarono Liliana Segre e Primo Levi, molti anni dopo la terribile esperienza del Lager. Si tratta di uno scambio che i due grandi testimoni italiani della Shoah ebbero in occasione dell’uscita di Se questo è un uomo nel 1959 e poi nel 1986, all’indomani della pubblicazione di I sommersi e salvati, ultima opera di Levi. Non si tratta di un carteggio reso pubblico, se ne sa solo per gli accenni che si ritrovano nei libri pubblicati dalla senatrice Segre in questi ultimi anni. E per una frase di Primo Levi, con la quale terminò il loro scambio: “Liliana, cara amica mia: per noi non c’è niente da fare, siamo tutti sommersi da quello che ci è successo e non c’è speranza per nessuno”.  

Quest’affermazione di Levi, dolorosa e perentoria,  apre a due orizzonti diversi, quello di Liliana e quello di Primo, i quali puntualmente finiranno per avere anche due destini diversi, forse specchio l’uno dell’altro: più cupo quello dello scrittore, culminato col suicidio per il peso insostenibile della memoria del lager e per quello derivante dal privilegio di essersi salvato; mentre la senatrice a vita, dopo un silenzio durato decenni, per 30 anni consecuitivi si aprirà ad una testimonianza pubblica, generosa e infaticabile, di fronte a migliaia e migliaia di giovani: affinché si sappia dalla voce di una testimone diretta che i Campi di sterminio sono  esistiti, affinché si tramandi questa consapevolezza e si diffondano gli antidoti perché  tutto ciò non debba mai più succedere.

Nello spettacolo che verrà proposto al Foce il 28 e 29 gennaio (l’esordio pochi giorni fa a Locarno), le lettere tra Segre e Levi sono solo uno dei motivi e delle fonti a cui attinge e si ispira la pièce. Gasparini riesce bene nel suo intento e imbastisce uno spettacolo che si muove con disinvoltura tra frammenti molto diversi delle due lunghe biografie di Liliana Segre e Primo Levi. Per Liliana la dolorosa nostalgia del padre ammazzato e cremato ad Auschwitz, la forza di volersi diversa dai propri aguzzini rinunciando ad ucciderne uno quando se ne presenta l’occasione, l’apertura alla vita e alla speranza di un mondo migliore; per Primo invece, l’immersione nella sorprendente umanità vivace e picaresca che lo circonda nell’infinito viaggio di ritorno de La tregua, il forte dovere di testimoniare e assieme la consapevolezza che nonostante ogni sforzo non ci sono parole adeguate per descrivere la Shoah, gradino ultimo di una barbarie inconcepibile persino per il vocabolario.

Ne è uscito uno spettacolo  per molti tratti teso e coinvolgente, capace di colpire e di interrogare. Un testo che si prende la giusta libertà autoriale di immaginare incontri che non ci sono stati, che mescola gli elementi narrativi e che attinge alla dimensione simbolica e onirica. La scenografia è ovviamente minimalista, ma efficace: pochi elementi ai quali l’autore abilmente riesce a dare un contenuto fortemente evocativo, quanto un uso pratico, che si fa elemento importante di diverse scene.  

Sarebbe difficile rimproverare qualcosa di fronte agli aspetti più che riusciti dello spettacolo. I mezzi limitati della produzione non hanno consentito ciò che in altri casi sarebbe stato ovvio e forse in almeno un paio di punti il testo avrebbe meritato soluzioni più meditate.  L’impegno dei giovani attori merita un plauso, in particolare Anna Manella, nel cui corpo rannicchiato sembra di leggere visivamente tutta la sofferenza e la memoria incancellabile della ragazzina che, tredicenne, sopravvisse a 15 mesi di campo di sterminio.

Repliche al teatro Foce di Lugano, il 28 e 29 gennaio
Nell’immagine: Liliana Segre e Primo Levi


Ricordare non è un omaggio alle vittime perché niente è più invisibile di un monumento

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

Tanto canonizzata quanto imprevidibilmente divisiva, la memoria della Shoah resta problematica. Invece di orrendo specchio della storia in cui riconoscere un passato che appartiene a tutti e non soltanto alle vittime ormai mute, essa continua a suscitare dubbi, perplessità, interrogativi che ben poco hanno a che fare con la storia in sé e riguardano invece il lato oscuro di ciò che siamo, che non vorremmo essere. La memoria della Shoah è respingente come ogni memoria del male, e quel male che pure non è assoluto come assoluta non è l’umana natura tuttavia spaventa per la sua forza, per la sua indicibilità, per tutto quel che è stato in quegli anni terribili. Così resta facile per un verso se non minimizzare certo ridimensionare la portata di quel male, ma per l’altro adottarne il lessico con una leggerezza scivolosa che ovviamente non ha nulla di spensierato ma sfalsa i termini di confronto. Si veda, ad esempio, alla voce “genocidio”.

La memoria della Shoah fa male. Urta, spaventa, destabilizza eppure paradossalmente rassicura anche: quella cosa è toccata a loro, non a noi. Noi siamo diversi. Siamo altri.

E invece no. È capitato e può tornare a capitare. A loro. A noi. Di più: quanto è successo riguarda tanto di più il resto del mondo che le vittime. La storia è di chi la fa e non di chi la subisce e dentro quella storia diventa cenere, fumo un niente come se non fosse mai stato. Così è successo ai milioni di vittime azzerate dalla storia nelle camere a gas, nei forni crematori, nelle fosse comuni sparpagliate per l’Europa. La Shoah è memoria del mondo, dell’Europa dove tutto è successo, dell’umanità di allora che ha agito, visto, sentito, vissuto. Il rituale della memoria è, dovrebbe essere, per tutti e di tutti tranne che delle vittime, di chi quella storia ha negato, provato a cancellare dal mondo.

Invece succede che intorno al 27 gennaio si diffonda puntualmente ogni anno l’idea che la commemorazione sia un gesto d’omaggio al popolo ebraico in quanto oggetto della soluzione finale. Un simbolico atto di formale cortesia collettiva. Postuma. Condito, sempre più ogni anno che passa, dall’infuriare di un antisemitismo da tastiera e non solo, capace di nefandezze sempre peggiori. Proprio intorno a quella data che segna l’apertura dei cancelli di Auschwitz, quando il mondo intero fu posto davanti all’orrore dello sterminio pianificato, organizzato e portato quasi a compimento.

In questo contesto si pone anche il tema dei monumenti memoriali (sulla Shoah e non solo), sollevato qualche giorno fa da Sam Knight sul New Yorker, che prende le mosse dalla difficoltà, per non dire impossibilità, di concepire e mettere in piedi un memoriale della Shoah nel Regno Unito, per tante e complesse ragioni.

Ogni monumento (parola che ha la radice del “ricordare” nel suo etimo) è necessariamente un compromesso fra la necessità di condivisione della memoria e la distanza, non solo cronologica, che separa il presente dal passato. Ogni monumento sta inevitabilmente in bilico sul filo del troppo simbolico, troppo didattico, troppo emozionale. È, come dire, pleonastico per definizione: è un impossibile viaggio nel tempo e fra mondi diversi. Lo si costruisce proprio perché il presente è incommensurabilmente diverso da quel passato che si vuole rievocare.

«Non c’è nulla al mondo di più invisibile di un monumento – scriveva Robert Musil nel 1927 – si erigono ovviamente perché siano visti, per attirare l’attenzione. Ma al tempo stesso sono, i monumenti, impregnati di qualcosa che respinge l’attenzione». È proprio così: il passato, quel passato in particolare, repelle per la sua brutalità. Così, le scelte estetiche e concettuali per ricordarlo spaziano dall’essenzialità all’invisibilità, dal giardino al macigno. E non di rado al mutismo, perché le parole non bastano, non spiegano, non dicono abbastanza. O dicono troppo.

Così come in Gran Bretagna, anche in Italia i “centri” fisici della memoria portano con sé problematiche d’ogni sorta: burocrazia, intoppi finanziari, questioni di sicurezza e opportunità perché la memoria è scomoda, difficile. Dalla semplice lapide al museo, da Roma a Ferrara a Milano, la memoria fisica della Shoah continua a scontrarsi con un presente che in fondo non ha ancora fatto veramente i conti con quel passato, che ancora non se la sente di riconoscerlo come proprio e non “soltanto” del popolo ebraico. Perché è molto più comodo e confortante sentirlo, quel passato, come parte di una storia altrui, che ci riguarda soltanto nella misura in cui ci impegniamo a omaggiare i milioni di defunti, innocui per definizione in quanto tali. Così, come in Gran Bretagna e in tanti altrove, non si è ancora trovato il modo per rendere davvero condivisa quella memoria, né con le parole né con le pietre. Che resta dunque sterile, puramente rituale. Ripetitiva e scontata. Muta come un monumento, parafrasando le parole di Musil.

È molto complicato fare i conti con tutto questo. Complicato rendere la memoria “attiva”, che poi significa condivisa per davvero e non solo a vuote parole. Trovare l’equilibrio fra simboli, emozioni, lezioni di storia e di morale. Si finisce troppo spesso per scivolare, o di qui o di là. Spesso manca sincerità, nel rievocare quel passato: la sincerità di guardarlo per davvero, con gli occhi aperti. E allora forse sorge il pensiero che i monumenti memoriali non funzionino perché siamo incapaci di leggere anche e soprattutto il presente. Se non lo vediamo per quello che è, per quello che siamo, fugge via anche il passato o diventa qualche cosa d’altro, di falsamente consolatorio e comodamente lontano.


Il paradosso della memoria strabica

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Roberta De Monticelli

Era il 27 gennaio 1945 quando i soldati della 60° divisione di fanteria dell’Armata rossa raggiunsero Auschwitz, nella Polonia meridionale. Primo Levi vi era stato deportato un anno prima: era lì, nel Lager di Buna-Monowitz, con gli altri sopravvissuti.

«La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera… Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo» (P. Levi, La tregua).

Forse basta evocare la scena dell’incontro fra quelle due ombre emerse dal «nulla pieno di morte» e quei quattro reduci di tutte le battaglie di Russia, sopravvissuti agli oltre venti milioni di morti che la vittoria nella «grande guerra patriottica» era costata, per sentire l’enormità del paradosso di fronte al quale ci troviamo oggi. Se quello che Domenico Quirico (La Stampa, 23 gennaio) chiama «il diritto universale ipotetico» fosse meno ipotetico, né il premier di Israele, questo Stato «nato sulle ceneri della Shoah», né il presidente della Federazione russa potrebbero partecipare alla cerimonia di commemorazione, ad Auschwitz, dell’80° anniversario della liberazione del più famigerato dei campi di sterminio, perché sarebbero arrestati per crimini contro l’umanità, ai sensi del mandato di cattura contro ciascuno dei due emesso dalla Corte penale internazionale: lo scorso novembre per Benjamin Netanyahu (e per il suo ex ministro degli esteri Gallant, oltre che per tre leader di Hamas, di cui solo uno forse sopravvissuto allo sterminio della popolazione di Gaza). E il 17 marzo 2023 per Vladimir Putin (e anche per Maria Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dell’infanzia, il crimine di cui sono accusati essendo quello di deportazione di bambini dai territori ucraini occupati nella Federazione russa).

Putin non ci andrà certamente, ad Auschwitz: nei suoi confronti il diritto internazionale è certamente meno ipotetico, anche se il doppio standard lo rende peggio che astratto, e cioè positivamente iniquo. Ma quanto a Netanyahu non sono mancate le rassicurazioni da parte dei leader europei, innanzitutto quella del premier polacco Donald Tusk, il quale già il 9 gennaio scorso ha annunciato che «chiunque verrà a Oswiecim per le celebrazioni ad Auschwitz avrà garanzia della propria sicurezza e non verrà trattenuto». Chiunque? Non esageriamo. La dichiarazione continua: «che si tratti del primo ministro, del presidente o del ministro dell’istruzione di Israele».

Una strizzatina d’occhio nei confronti degli amici israeliani (che suggerisce una scappatoia), e insieme un bello sputo rotondo nell’occhio della Corte penale internazionale. Certo, l’esecuzione dei mandati di cattura è responsabilità dei tribunali, non dei capi di stato o di governo. Magra consolazione: oggi, con una spettacolare pulcinellata, le autorità italiane hanno dimostrato quanto sia facile eludere quella responsabilità, al prezzo di un paio di calembour logici e di fatti alternativi.

Per i pezzi di calibro maggiore del generale aguzzino di Tripoli Elmasri, ci aveva già pensato il nostro ministro degli esteri, con uno sputo preliminare sulla Corte, ancora più grasso di quello polacco, perché arricchito dall’assurdità delle immunità da rispettare nel caso di Netanyahu. Eppure la Corte penale internazionale nasce proprio in Italia, istituita nel 1998 con lo Statuto di Roma, per merito di grandi giuristi come Giuliano Vassalli e Antonio Cassese, eredi del principio kantiano che la responsabilità penale personale di statisti e politici nell’esercizio del potere non può essere “scudata” dalla loro carica istituzionale.

Il 26 gennaio dell’anno scorso l’altra Corte dell’Aja, la Corte internazionale di giustizia, si pronunciava a proposito dell’accusa di genocidio avanzata dal Sudafrica nei confronti di Israele, in relazione alla sua risposta all’eccidio del 7 ottobre: accusa non archiviabile e fondata. Molti si dolsero allora della quasi coincidenza fra quella pronunzia e il giorno della memoria. A torto, come si vede dalla prospettiva anche più tragica di oggi. Perché quella pronunzia, per quanto disattesa nelle sue conseguenze, riscattava l’universalità della memoria della Shoah e l’assolutezza del suo mandato morale: mai più. A nessuno. Mentre l’odierno spregio della Corte penale internazionale spegne ogni residuo lume di ragione sulla forza feroce che possiede il mondo. Piega perfino la Shoah al gioco dei potenti e riduce un imperativo morale a scudo politico per ogni nuova efferatezza, purché di parte “nostra”.


L’onda lunga di Trump è un’occasione per Putin

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Benvenuti nel mondo nuovo. Se si accettano le regole d’ingaggio annunciate da Trump nel discorso d’inaugurazione del suo mandato e si sposa la logica della sua missione vendicatrice per instaurare una moderna età dell’oro, ciò che sta accadendo prende il suo posto nel libro bianco della storia, tutto da scrivere, e ogni cosa trova una sua nuova, deforme coerenza alla luce di una fiaccola della libertà ormai alimentata dal populismo e dall’estremismo di destra.

Soltanto i due conflitti, in Medio Oriente e in Ucraina, sono in dissonanza e in controtendenza con il nuovo ordine mondiale che il presidente americano battezza fin dall’ingresso nello studio ovale della Casa Bianca. Bisogna dunque che le guerre finiscano per realizzare quella pax trumpiana che non è un obiettivo in sé in nome di un valore superiore, ma uno strumento indispensabile per ritrovare il filo smarrito di un governo del pianeta. Dopo la tregua mediorientale, fragile ma indispensabile, tutto si concentra ora su Russia e Ucraina per arrivare a un cessate il fuoco e portare Putin e Zelensky a un tavolo di trattativa.

Un negoziato dopo tre anni di guerra nel cuore dell’Europa sarebbe in ogni caso un sollievo per il mondo intero e un successo per Trump, la prova del ruolo ritrovato degli Stati Uniti in campo internazionale dopo il ritiro-ritirata dall’Afghanistan, la conferma dell’autorità d’intervento americana nella regolazione dei conflitti altrui.

Ma la pace non è sempre uguale a se stessa, perché la sua qualità e la sua durata dipendono dalle condizioni in cui si realizza e dal fondamento morale e civile con cui l’accordo di riconciliazione fa giustizia dei torti e delle ragioni della guerra. Ora, il trumpismo non è neutro, e la sua iniziativa rischia di non essere neutrale, se guardiamo alla strategia rivelata dalle prime mosse del presidente americano. Trump cerca la pace come una sua vittoria, non come una vittoria della giustizia.

La fine del conflitto, o anche solo — per il momento — una tregua che sospenda l’uso delle armi, sarebbe comunque un risultato importante, e salvando molte vite dalle due parti del fronte avrebbe certamente una ragione morale in sé. Non è dunque il caso, si potrebbe dire, di andare troppo per il sottile, ogni soluzione è benedetta se spegne il fuoco dei fucili, ferma i missili e blocca i carrarmati.

Il problema è che la pace in Ucraina, il giorno che verrà, non sarà soltanto il sigillo finale dell’ultima guerra, ma anche il fondamento del nuovo ordine europeo, la base su cui dovrà poggiare il futuro equilibrio del vecchio continente. È dunque lecito, e forse necessario, domandarsi su quale pietra costruiremo la prossima Europa, liberata dal conflitto che l’attraversa.

Le ragioni per cui la Ue (ma anche l’Italia) è scesa in campo a sostegno dell’Ucraina si basano sulla condanna dell’invasione russa, sul ripudio della forza come strumento di risoluzione dei contrasti tra Stati, e sulla difesa e riaffermazione di tre principi violati dall’Armata russa: la sovranità degli Stati, nella loro indipendenza e nella loro autonomia, quindi nella libertà; l’integrità del territorio sovrano, a partire dai confini, come garanzia della sicurezza dei cittadini e — di nuovo — della loro libertà; la supremazia del diritto, come codice universale della civiltà, strumento di tutela dei singoli e delle comunità nazionali, custode dei loro diritti, della loro dignità di uomini, e — ancora — della possibilità concreta di sentirsi liberi.

Questi elementi sono costitutivi della democrazia europea, definiscono ciò che noi siamo o vorremmo essere, rappresentano il deposito della nostra storia nel lungo dopoguerra, spiegano le nostre istituzioni e le nostre Costituzioni: in una parola, definiscono la civiltà in cui viviamo.

Nessuno di questi concetti, che sono alla base della relazione speciale tra Europa e America e dell’idea di Occidente che ne deriva, è stato richiamato da Trump nel suo discorso inaugurale, nemmeno di passaggio, neppure per sbaglio. Al contrario il presidente degli Stati Uniti nelle sue esternazioni sul Canada, sulla Groenlandia e su Panama ha rivelato e ribadito un’inedita ossessione per la terra, il territorio, l’espansione, del tutto singolare in un Paese di quasi 10 milioni di chilometri quadrati, che si estende dal Canada al Messico e dall’oceano Atlantico al Pacifico.

Poiché non c’è una ragione di difesa o un motivo di sicurezza che giustifichi questa ossessione, bisogna concludere che nasce da una vera e propria volontà di potenza, declinata al singolare per il puro interesse nazionalistico, fuori dal concerto delle istituzioni internazionali, degli organismi sovranazionali, delle alleanze, ma fuori anche dai vincoli del diritto e dal rispetto per la geografia disegnata dalla storia.

Sono aspirazioni, intenzioni e provocazioni che confermano la scelta dell’isolazionismo americano, e identificano nel nazionalismo trumpiano il seme di un nuovo imperialismo e di un antico colonialismo. Ma soprattutto fanno eco all’ossessione eterna di Putin per una cintura di Stati-cuscinetto attorno alla Russia: la terra come protezione, il territorio come sicurezza, il suolo come rifugio, secondo la dottrina che Stalin inaugurò 80 anni fa a Jalta. Il risultato è già clamoroso: la pretesa di Putin sull’Ucraina non è più un’eccezione, nel secolo che pensavamo democratico. Disgiunta dalla guerra può dunque essere fatta valere politicamente al tavolo del negoziato, mentre il secolo si rivela post-democratico.

Si capisce che Putin colga l’occasione, e si dichiari pronto «a lavorare con Trump sull’Ucraina», arrivando persino a condividere la sua tesi del furto da parte di Biden della vittoria elettorale: che addirittura «avrebbe potuto evitare la guerra con Kiev». Dal miracolo rubato, al miracolo possibile di uno spazio negoziale, che fino a ieri si è rivelato irrealistico e impensabile, mentre oggi Putin e Zelensky ne parlano apertamente, dopo che l’energia politica di Trump ha imposto il tema, portandolo all’attenzione di tutti e inscrivendolo nell’agenda 2025 del mondo.

Il Cremlino ha detto subito che al percorso negoziale non dovrà partecipare la Ue, e neppure Paesi come l’Italia, che hanno sostenuto l’Ucraina. L’ideale per Putin è trattare direttamente con Trump, da imperatore a imperatore: o altrimenti avere Trump come arbitro della contesa con Zelensky.

L’importante — per Putin come per Trump — è che nella trattativa non entri l’Europa, con i suoi valori e i suoi principi universali, incompatibili con l’imperialismo di qualsiasi colore, e che il principio democratico non sia il codice del negoziato. Così si scopre che la debolezza dell’Europa nasconde una sua riserva di forza inaspettata. Perché la Ue è l’ultima custode della liberal-democrazia d’Occidente svalutata in tutto il mondo: che è venuta a rifugiarsi fin qui, dov’era nata.

Nell’immagine: Mosca , matriosche con i volti di Donald Trump e di Vladimir Putin


Le deportazioni e il mondo che lasciamo ai nostri figli

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Di Andrea Malaguti, La Stampa

Che mondo lasciamo ai nostri figli ottant’anni dopo la Shoah? Che peso hanno, alla luce del nuovo spirito del tempo, permeato dalla prepotenza trumpiana, parole come deportazione e, all’opposto, umanità?

Quanto siamo assuefatti, o indifferenti, alla violenza, non solo verbale, che ha accompagnato il racconto di questa settimana, mettendoci di fronte alle immagini umilianti di un torturatore libico riportato delicatamente a Tripoli a bordo di un aereo di Stato?

Le due bambine che si tengono per mano di fronte al dottor Josef Mengele hanno quattro e sei anni. Sono sorelle che, nonostante la differenza d’età, sembrano gemelle. Si chiamano Tatiana e Andra Bucci. E nel kinderblock del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau sono arrivate nel 1944. Sono abituate a giocare ignorando le pile di cadaveri e hanno superato i primi mesi di gelo e privazioni anche grazie all’imprevedibile benevolenza di una sorvegliante che ha preso Tatiana sotto la sua ala protettrice e le regala maglioncini di lana da dividere con la sorella.

È stata lei ad avvisarle: «Il signore che radunerà i bambini del kinderblock, chiederà di fare un passo avanti a chi vuole rivedere la mamma. Voi restate ferme. Immobili. Solo così avrete salva la vita».

Mengele è un mostro. Un teorico dell’eugenetica che usa i più piccoli per le sue deliranti sevizie. Quando arriva la domanda prevista, Andra e Tatiana sono due statue di sale. Sergio, che ha otto anni ed è loro cugino, nonostante gli avvertimenti, fa istintivamente un passo avanti. «Io voglio la mia mamma». Non lo rivedranno mai più. Diventerà una cavia della follia nazista.

Tatiana e Andra sono due dei seicentocinquanta bambini, su duecentotrentamila, sopravvissuti a Birkenau. È a loro che abbiamo chiesto, oggi su domani, vigilia del Giorno della Memoria, di dirigere La Stampa. Di scegliere la gerarchia delle notizie. Di rimetterle in ordine. Di spingerci a ricordare – in questa terra che hegelianamente non ricorda più nulla – quanto è facile scivolare nell’abisso della disumanità. Mai, come in questo complicato 27 gennaio, abbiamo bisogno di loro. Della loro storia. Della loro sensibilità, sempre più lontana da quella collettiva, come dimostrano i continui e vergognosi insulti contro Liliana Segre, costretta a dire: «Della Shoah alla fine non si parlerà più».

Torno agli Stati Uniti, supposta stella polare delle democrazie post-belliche, e al discorso di un leader, Donald Trump, che rivendica, per la prima volta, in chiaro e senza pudori, un universo valoriale sideralmente lontano da quello in cui credevo che ci fossimo formati. Scienza, un pianeta più pulito e vivibile – verde, se la parola non suona ormai bestemmia – inclusione, equità, rispetto della diversità, difesa dei più fragili, compassione e persino pietà. Anticaglia polverosa da archiviare nello scantinato dei nostri svalutati buoni sentimenti. Non abbiamo più una casa comune. C’è un test facile per rendersene conto: la fotografia delle prime deportazioni diffusa, volontariamente, dalla Casa Bianca. Ha fatto il giro del pianeta. Nove esseri umani in catene entrano nella bocca di un aereo che sembra uno squalo. Chi la guarda e – istintivamente, di pancia, senza ragionamenti – pensa: «Era ora», sta veleggiando nel mare sempre più vasto di una maggioritaria e straziante visione dei rapporti umani. Chi pensa di getto: «No, vi prego, fermatevi», è parte di una minoranza ed è bene che lo sappia.

Il piano di Trump, d’altra parte, è semplice, realizzabile solo in piccola parte, ma sconvolgente: deportare 14 milioni di persone senza documenti. Stanarli nelle case, nelle chiese e nelle scuole. Rispedirli nei loro Paesi. Ho letto, sgomento, un reportage da Newark di Paolo Mastrolilli di Repubblica. Il raid degli agenti della sicurezza che fanno irruzione al mercato del pesce. Chiunque abbia la faccia scura e non sia in possesso del passaporto (ma chi gira col passaporto in tasca? ) viene portato via. Tra loro anche un veterano di guerra che esibisce, inutilmente, il suo tesserino militare. Sembra una profilazione razziale. Non lo è? Può darsi. Ma ogni giorno è un po’peggio.

Tornano in mente Tatiana e Andra Bucci. Un documentario del museo alla Risiera di San Sabba dove furono rinchiuse. Si vede il Duce a Trieste. La folla osannante. La piazza stracolma di cori ed eccitazione. Mussolini scandisce stentoreo: «Occorre una chiara coscienza razziale che stabilisca delle superiorità nettissime».

Quello di oggi non è fascismo – penso, spero, mi illudo – ha però la stessa radice di quel modo di pensare. L’odio per il diverso. Che i cinici e gli aedi della volontà di potenza riducono a un infantile: «Se dite così è perché volete farli entrare tutti. Li prendereste a casa vostra? » . Deprimente.

«Quegli uomini sono stati trattati come immondizia. Ma la verità è che non mi sorprende. E proprio questo è il problema», mi ha detto al telefono Edith Bruck. «Un tempo l’immondizia eravamo noi nel lager, quando pulivamo per terra i cadaveri. Ma ogni vita è preziosa, in qualsiasi condizione. E lo capisci soltanto se anche tu sei stato trattato da immondizia».

Resta che nel passato recente un prigioniero in catene ci faceva pensare con disgusto alla Capanna dello Zio Tom di Hariet Beecher Stowe, oppure a Dodici anni schiavo di Steve McQueen, a Radici dell’americanissimo Alex Haley, insomma, al male assoluto. Adesso è diventato l’inevitabile normalità.

Per noi, per i nostri padri, l’America era la terra delle opportunità. «I have a dream» di Martin Luther King, quello vero, non quello posticcio manipolato dalla Casa Bianca. Era la Route 66 e la Beat Generation. Un Paese libero e sbagliato che faceva guerre e si ribellava a sé stesso. Era la luna intesa come orizzonte immaginifico, non come spazio da conquistare dai profeti del transumanesimo che, pur negando il Climate Change, disprezzano un pianeta, il nostro, considerato spremuto e irrecuperabile a tal punto da volerlo abbandonare.

Perciò, mentre Donald Trump brama un pezzo di Danimarca e il nuovo segretario di Stato, Mark Rubio, invita il mondo ad arrangiarsi, scaricando l’Ucraina, cos’è rimasto del sogno americano?Un ritorno al Far West, dove chi è più rapido con la pistola spara. E magari sapessero almeno raccontarla come Alessandro Baricco in Abel: «Sento una vibrazione, allora sparo. Che ne so, come una vibrazione. Estraggo e sparo». Questi sparano e basta.

Più che l’età dell’Oro è l’età della cattiveria. E si potrebbe andare avanti per ore a parlare della demonizzazione della cultura woke, dell’intelligenza artificiale destinata a moltiplicarsi ignorando – su spinta muskiana – il bisogno di indirizzarla su criteri etici destinati a proteggere i più deboli. Ma a chi interessa più? A che serve? Un giorno un algoritmo licenzierà, prima della lista, una mamma single con tre figli che dovrebbe essere l’ultima dei sacrificabili e noi ce la caveremo alzando le spalle. È il mondo dell’efficienza, bellezza.

Ma, come direbbe Sartre, è attraverso lo sguardo che si annuncia l’Altro. La comunicazione digitale è povera di sguardo. Anche quando siamo vicini ci fa perdere di vista.

Stiamo dando il peggio, certi che l’unica strada sia quella dell’omaggio al Potere di turno e alla Realpolitik. Riferimento non casuale al nostro incerto Paese. Un tempo i nostri padri – eternamente evocati, incessantemente dimenticati – i torturatori li processavano a Norimberga. Oggi preferiamo scendere a patti. Così il generale Almasri, ignobile violentatore di ragazzini, inumano reggente dei peggiori carceri libici, imbarazza la più potente leader del mondo occidentale, Giorgia Meloni, irridendo gli italiani che lo riconsegnano ossequiosi a domicilio. Abbiamo accettato di farci ricattare – forse per la legittima paura di mettere a rischio la vita dei nostri connazionali in Libia – dai gangster di una terra infelice alla quale consegniamo il compito di impedire le partenze dei disperati, costi quel che costi. Facciano loro il lavoro sporco. Lo diamo per scontato.

Ha ragione Tolstoj, si precipita in fretta nel qualunquismo dei pensieri globalmente dominanti. «Non esiste nessuna situazione a cui l’uomo non possa adattarsi, specialmente se vede che tutti quelli che lo circondano vivono nello stesso modo». Fa paura rassegnarsi all’idea che non siamo meglio di così.

Nell’immagine: le due sorelle Andra e Tatiana Bucci . Furono tra le poche bambine a salvarsi dal campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau


Il ritorno di quattro soldate nel teatro aberrante di Hamas

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Seppure non senza imprevisti e variazioni di programma, anche questo sabato il fragile accordo con Hamas è stato rispettato e gli israeliani hanno potuto festeggiare il ritorno di altri 4 ostaggi dopo 477 giorni di prigionia. Si tratta di Daniella Gilboa, Naama Levy, Karina Ariev e Liri Elbag, giovani soldate che prestavano servizio come tazpitaniòt, vedette, presso la base militare di Nahal Oz con il compito di segnalare sospetti movimenti sulla linea di confine. Al momento del rapimento ci fu una dura battaglia dove morirono decine di militari israeliani. Delle 22 vedette, 15 sono state uccise e 7 rapite. Di queste ultime una risulta uccisa e una liberata dall’Idf. All’appello ieri mancava tuttavia Arbel Yehud, divenuta subito oggetto di una serrata trattativa. Hamas ha però confermato che anche la giovane è in vita e che era stata inserita nelle liste dei civili, mentre Israele ha condizionato l’apertura dello Stretto di Netzarim alla sua liberazione prevista al più tardi nello scambio successivo che dovrebbe avvenire sabato prossimo.

COME DOMENICA scorsa, anche in questo round per mantenere alta la tensione Hamas ha giocato sui dettagli dell’accordo e cambiato l’orario del rilascio avvenuto di mattina intorno alle 11 in cambio della liberazione di 200 prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane, molti dei quali ergastolani che dovrebbero venire esiliati tra Gaza e l’Egitto. Ma soprattutto l’organizzazione palestinese ha perfezionato ulteriormente il suo spettacolo mediatico di pessimo gusto. Prima di consegnarle ai mezzi della Croce rossa, circondate come sempre da decine di uomini armati e con il volto coperto, ha esibito le 4 ragazze facendole salire su un palco allestito nella piazza Palestina affinché salutassero la folla grate e sorridenti. Non solo, ma benché al momento del rapimento la mattina del 7 ottobre Daniella, Naama, Karina e Liri indossassero un pigiama, sono uscite da Gaza in divisa con al collo una targhetta di “rilascio” con incisi i loro dati anagrafici e in mano un sacchetto di doni e sorprese.

SE NON FOSSE abbastanza Hamas si è “preoccupato” di rilasciare un video in cui le giovani ringraziano in arabo i miliziani per il trattamento ricevuto. Del resto il primo a rinforzare Hamas è lo stesso governo israeliano che, mentre infierisce sui palestinesi con l’operazione “muro di ferro” che fa salire le azioni di Hamas in Cisgiordania, prosegue nella vecchia linea ambigua riconfermandolo come unico interlocutore e ignorando sistematicamente l’Autorità palestinese nonché la possibilità di altre reggenze nella Striscia a breve o lungo termine.
Intanto però la gioia del ritorno dei 4 ostaggi è prevalsa su ogni umiliazione e nel corso della giornata i media israeliani hanno riproposto senza sosta le immagini di commozione dell’incontro con i genitori. Questa volta ad attenderle sono stati ammessi anche i padri e solo dopo il ricongiungimento con i familiari sono state trasportate all’ospedale Beilinson di Petah Tikva il cui personale medico si è detto sorpreso della resilienza delle ragazze apparentemente tornate in forza sia dal punto di vista fisico che psichico.

ANCHE QUESTO sabato sera dunque i manifestanti di Tel Aviv sono scesi in strada animati da emozioni ambivalenti di speranza ma anche di preoccupazione di fronte alla possibilità che la seconda parte dell’accordo non venga rispettata a spese dei 90 ostaggi ancora prigionieri di Hamas e le famiglie hanno fatto appello a Netanyahu e a Trump affinché si impegnino sin da ora a onorare i termini della tregua fino alla fine, a dispetto delle minacce dei partiti sionisti religiosi di far cadere il governo.

Scritto per “il manifesto”


L’Argentina vuole depenalizzare il femminicidio: l’ultimo smacco dell’internazionale anti-woke

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Di Laura Lucchini, La Repubblica

“La depenalizzazione del femminicidio”. E’ questo lo scatto in avanti del governo di Buenos Aires, voluto dal presidente argentino Javier Milei per consolidare il suo Paese come il laboratorio d’avanguardia della destra Maga. In una settimana che ha visto giurare a Washington Donald Trump e autoproclamare la nascita della cosiddetta “internazionale anti-woke”, il drammatico annuncio che viene dall’Argentina offre la misura dell’accelerazione in atto a livello globale con il fine di cancellare le politiche per la tutela della diversità.

Il governo di Buenos Aires presenterà al Congresso una riforma del codice penale per eliminare la figura del femminicidio, che attualmente è un’aggravante in caso di omicidio di donne per ragioni di genere. “Questa amministrazione difende l’uguaglianza davanti alla legge sancita nella nostra Costituzione nazionale. Nessuna vita vale più di un’altra”, ha annunciato venerdì sera il ministro di Giustizia argentino Mariano Cúneo Libarona, rigorosamente su X.

La cronologia, in questo contesto, è significativa. Lunedì 20 gennaio ha giurato Donald Trump alla Casa Bianca. Poche ore dopo, il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo che pone fine ai programmi di diversità, equità e inclusione all’interno del governo federale, che lui e i conservatori definiscono da tempo discriminatori. Martedì, a Washington, gli uffici della Dei sono stati svuotati. Migliaia di persone hanno perso il lavoro, e con loro, milioni di individui hanno perso assistenza e protezione.

Giovedì mattina, il teatro dell’internazionale sovranista si è spostato sul palco di Davos. Galvanizzato dalla rapidità di azione del suo inspiratore, Javier Milei ha aperto la giornata del World Economic Forum con un attacco alle minoranze: “Femminismo, diversità, inclusione, uguaglianza, immigrazione, aborto, ambientalismo e ideologia di genere sono i nemici”, ha detto in un discorso in cui ha poi lanciato “l’internazionale anti-woke” basata sul successo dei leader dell’ultradestra: Giorgia Meloni, Donald Trump e Viktor Orban, oltre allo stesso Milei. “L’anno scorso ero da solo qui, ora guardate in quanti siamo”.

L’eliminazione del femminicidio non è che il colpo più sfacciato. Ma l’opera era iniziata prima. In un Paese dove si compie un femminicidio ogni 35 ore e che chiude il 2025 a quota 252, il Presidente ha già cancellato il Ministero delle Donne e la Segreteria per la violenza di genere. Ha ridotto all’osso l’organico della “linea 144”, quella per le denunce di violenze domestiche, e ha tagliato i finanziamenti ai programmi destinati ad aiutare le vittime. Sono state abolite le quote rosa come quelle per le minoranze.

“Come se tutto ciò non bastasse, nelle dichiarazioni del nostro presidente abbiamo sentito dire che ‘la violenza esiste solo come tale, senza distinzione di genere, che vengono uccisi anche gli uomini’. Sono affermazioni che inviano un forte messaggio misogino a coloro che lo ascoltano”, spiegano da #AtravesadosPorElFemicidio, la maggiore organizzazione di vittime di violenza di genere del Paese.

Dietro alla metafora della motosega con lo scopo dichiarato di tagliare la spesa pubblica in un Paese da anni sull’orlo del baratro del default, Milei sta portando avanti una battaglia culturale che sta rapidamente cancellando alcune delle conquiste raggiunte in temi di diritti negli ultimi anni. Oltre alla battaglia ideologica contro la diversità, è in corso un pesante attacco alle politiche e istituzioni che difendono i diritti umani e la memoria storica della dittatura, considerate pilastri della pace sociale.

Nell’immagine: Javier Milei, la “motosega” presidente


Sergio Rossi – Svizzera e criptovalute, c’è chi le vuole nella Costituzione

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Molino: dalle carte desecretate spunta il nome di Gobbi

Nel mondo bancario si moltiplicano le voci che propongono un trasferimento all’estero di UBS, perché è troppo grande per essere salvata in Svizzera in caso di crisi. L’economista Sergio Rossi pensa invece che delocalizzare la grande banca non sia una buona idea. 

Di Francesco Bonsaver, area

Già la scorsa estate il giudice dei provvedimenti coercitivi Ares Bernasconi aveva decretato  lo sbiancamento in «assenza di segreti degni di protezione», ma il ritardo si spiega con l’insistenza del comandante della Cantonale Matteo Cocchi nel chiedere al procuratore generale Andrea Pagani di mantenere segretata la documentazione alle parti coinvolte. Una richiesta bocciata poco tempo fa, con la consegna alle parti in causa della documentazione dissigillata.

Quali segreti custodissero quelle carte tanto importanti da indurre la Polizia a ostacolare per un anno l’inchiesta bis sulla demolizione del Centro sociale autogestito il Molino? Difficile rispondervi. Bisognerebbe entrare nella mente del comandante Cocchi per intuirne l’importanza. Ma lui, logicamente, non può esprimersi su inchieste penali in corso. Non ci resta che provare a indovinarli.

Uno dei fatti più interessanti riguarda l’impiego di svariate decine di poliziotti da Cantoni romandi, di cui si fa la cifra esatta. La loro presenza non era sfuggita quella notte, ma ora si ha la certezza che complessivamente il numero di poliziotti in campo il 29 maggio 2021, tra Cantonale, PolComunale e rinforzi romandi, si avvicina ai trecento agenti. Cifra piuttosto insolita per gestire una manifestazione dove si prevedeva una partecipazione di due o trecento persone, come poi fu il caso.

L’occupazione dell’ex stabile Vanoni da parte dei molinari sul finire del corteo è sempre stata definita “una sorpresa” da autorità politiche e ufficiali di polizia. Fu proprio quell’occupazione che consentì all’autorità politica di considerare “degenerato” il corteo dei molinari, dando così il via libera all’operazione di polizia “Papi”, ossia lo sgombero dell’ex Macello dopo aver circondato i manifestanti all’interno dell’ex Vanoni. Una duplice operazione resa possibile dall’imponente dispositivo di polizia messo in campo quel giorno.

Il via libera del governo
Dalle carte desecretate emerge un’altra novità. Ad autorizzare politicamente l’operazione di sgombero dell’ex Macello e il simultaneo blocco all’ex Vanoni furono il già sindaco di Lugano, il defunto Marco Borradori, e il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Lo riporta il giornale d’impiego della Cantonale del giorno del corteo. Alle ore 19.55 l’appunto: “Conferito con Gobbi e cmd Polca e sindaco lugano. Tutti concordano con decisione bloccare accesso Vanoni e procedere sgombero Molino”. Il benestare allo sgombero del governo cantonale è un fatto nuovo, mai emerso nella prima e seconda inchiesta. Il sostituto comandante Lorenzo Hutter aveva sempre riferito di aver interloquito unicamente con il sindaco Borradori e la municipale Karin Valenzano, i delegati dall’Esecutivo luganese nei rapporti con la Polizia cantonale.

Gobbi era stato sollecitato anche sulla decisione di demolire? Allo stadio attuale dell’inchiesta, nulla lo prova. Dalle carte si sa che Gobbi fosse in contatto con lo Stato Maggiore nei giorni precedenti il corteo. Cinque giorni prima della demolizione notturna, nel corso di una riunione preparatoria della polizia, sia il comandante dell’operazione che l’agente della comunale riferiscono che parleranno loro “con il capo Dipartimento istituzioni” in relazione a un eventuale sgombero. Un’eventualità immaginata dai poliziotti nel caso si fosse presentata l’opportunità durante il corteo del 29 maggio.

Dei contatti logici dato che la Polizia cantonale sottostà direttamente al Dipartimento delle istituzioni. Un concetto ribadito nei mesi precedenti dal vicecomandante a capo delle operazioni. «La polizia esegue gli ordini dell’autorità politica» aveva più volte chiarito Hutter nei colloqui con le autorità. Fin dai primi piani di sgombero allestiti a inizio marzo, lo Stato Maggiore aveva espressamente richiesto la presenza di un municipale «non al telefono ma presente! E con potere decisionale durante l’operazione di polizia». Così non sarà la notte della demolizione, quando la municipale Valenzano si limiterà a dei contatti telefonici con i poliziotti, essendo impegnata in una cena privata, mentre Borradori apparirà solo in zona Vanoni per un’intervista con la Rsi.

Se non sussistono dubbi che il Municipio luganese sia stato coinvolto nella decisione di demolire quale proprietario dello stabile (solo il tetto, sostengono i diretti interessati), si affaccia ora l’ipotesi che anche il governo cantonale nella persona di Gobbi abbia potuto esserne perlomeno informato. La decisione di demolire non poteva esser presa alla leggera, tant’è che ora in veste di imputati figurano proprio il vicecomandante Hutter e la municipale Valenzano.

Dalle carte desecretate emergono poi curiosi scenari catastrofici prospettati dalla Polizia in reazione allo sgombero. Fuoco e fiamme si sarebbero abbattuti su Lugano nel post sgombero, allertava la Polizia i municipali luganesi. Nulla di tutto ciò si è verificato, ma strappano un sorriso alcune strategie formulate dalla Polizia. Nella riunione operativa di aprile in cui si chiedeva di “valutare alternative fantasiose” a una resistenza di lunga durata degli autogestiti, s’ipotizzava di assediare l’ex Macello “prendendoli per fame, non consentendo l’approvvigionamento”. A inizio maggio in un incontro tra Stato Maggiore e municipali, la polizia informava che i molinari avrebbero potuto usare “dell’olio bollente” per respingere l’attacco. Ipotesi che ricordano epoche medievali o contesti di guerra drammaticamente attuali quali Gaza, dove l’arma della presa per fame è stata certificata dalla Corte penale internazionale.

Mentre attendeva di leggere quanto oscurato dalla Polizia, il Procuratore generale ha proseguito l’inchiesta interrogando una decina di persone, tra alti ufficiali di polizia e autorità politiche o funzionari dell’amministrazione comunale. Molti i «non ricordo» da parte dei poliziotti interrogati. La condivisione dei documenti (SharePoint), benché in uso nei sistemi informatici della Polizia, risulta essere uno strumento poco applicato. Alle domande sugli scritti condivisi in cui si citava la “demolizione degli stabili”, gli interrogati hanno più volte risposto: «Quel documento non l’ho mai visto».

Dai verbali si delinea una linea comune negli interrogatori dei poliziotti. La demolizione era solo una delle ipotesi d’azione dello sgombero. Un’ipotesi che si può perlomeno definire corposa, stabilita fin dalle prime ore della costituzione dello Stato Maggiore a inizio marzo con le mail in cui si chiedeva quale stabile si potesse demolire. Un termine più volte ripetuto nelle riunioni precedenti all’effettiva demolizione. Eppure, nessuno si preoccupò di verificarne la procedura legale per attuarla o dei potenziali rischi alla salute dei presenti e abitanti confinanti data la più che probabile presenza di amianto nel vetusto stabile distrutto. «Non era un mio compito» rispondono gli agenti quando interrogati.

Va ricordato che la conclusione della prima inchiesta del Pg secondo cui la demolizione fu presa in urgenza dalla Polizia la notte del 29 maggio 2021 per “necessità esimente”, non fu ritenuta plausibile dalla Corte dei reclami penali, ordinando alla Procura supplementi d’inchiesta per appurare le eventuali responsabilità nella scelta di abbattere lo stabile. A quattro anni dai fatti, si avrà infine una verità giudiziaria?

Nell’immagine: sempre più macerie