La ricetta Maga bocciata dalla storia

 

Di Alessandro De Nicola, La Stampa

Plus ça change, plus c’est la meme chose», amano dire i francesi. Orbene, il mondo ha appena assistito a un’inaugurazione inusitata: un presidente che balla coi Village People, una First Dark Lady addobbata come al funerale di Lucky Luciano, titani del tech che sbirciano nelle scollature di fidanzate altrui, un altro titano che saltella, getta il cuore alla folla e (probabilmente involontariamente) sfoggia un saluto romano che manco Massimo Decimo Meridio.

I due più normali, quelli che somigliavano ai ragazzi casinari in gita scolastica, sono apparsi Milei e Meloni che sembravano divertirsi mentre Trump emanava executive order spesso sballati (come quello incostituzionale che toglie lo ius soli).

Eppure, se qualcuno fosse tentato di lamentarsi di un mondo che sembra alla rovescia, è bene rassicurarlo: i ruggenti anni’ 20 di Trump sono molto simili a quelli del secolo scorso dei presidenti repubblicani Harding, Coolidge e Hoover che furono in carica dal 1921 al 1933. Davvero? Beh prendiamo l’immigrazione, cavallo di battaglia di Donald che vuole deportare gli illegali. Contrariamente alla nostra percezione di un’America che accoglie le navi di migranti che si avvicinano alla Statua della Libertà, già nel 1917 il Congresso emanò una legge che ammetteva negli Usa solo chi sapeva leggere e scrivere e poteva pagare una tassa di ingresso.

Nel 1921 un altro atto pose dei limiti numerici: non più di 358.000 visti l’anno e nel 1924 furono imposte delle quote a seconda della provenienza: più liberali per chi proveniva da Gran Bretagna e Europa occidentale, molto restrittive verso l’Europa Centro-meridionale e il resto del mondo. Motivazioni? Alcune simili («criminali»), altre oggi impronunciabili (mantenere la prevalenza di bianchi nordeuropei nella popolazione).

Questo atteggiamento di chiusura lo notiamo pure nella politica estera declamata da Trump. Ma non è una novità. Dopo aver vinto la prima guerra mondiale, gli Stati Uniti erano la maggior potenza del pianeta avendo scavalcato una debilitata Gran Bretagna. Il presidente Wilson propose l’istituzione della Società delle Nazioni, l’antenata dell’Onu, e ne fu tra i fondatori ma il suo Paese… non vi entrò.

Il Senato bocciò l’adesione e da allora l’America divenne isolazionista, mantenendo un limitato coinvolgimento negli affari internazionali. Questo atteggiamento fu evidente in un altro dei piatti forti di Trump: le tariffe. Dopo il periodo della presidenza Wilson, favorevole al libero scambio, a partire dalla presidenza Harding risorse il protezionismo e fin dal 1921 fu approvato l’Emergency Tariff Act (chissà perché i protezionisti dicono che soffocare gli scambi è sempre un’emergenza), seguito dal Foder-McCumber Act che alzò i dazi a un livello superiore al 1913.

Il tutto sfociò nel disastroso Smoot-Hawley Act del 1930, in piena Grande Depressione e che contribuì ad aggravarla, con grave danno degli Stati Uniti stessi le cui esportazioni calarono da 2,34 miliardi di dollari nel 1929 a 784 milioni nel 1934, i 2/3 in meno!

C’è da dire, però, che gli anni’ 20 furono chiamati ruggenti perché, grazie alla vastità del loro mercato interno, il Pil degli Usa crebbe parecchio. Quali furono le determinanti principali dello sviluppo? Comunicazioni, tecnologia, energia e finanza. Telefoni, radio, nuovi modi di produzione industriale, trasporti, elettricità trascinarono l’economia; Wall Street macinava record con scarsi controlli, mentre le amministrazioni repubblicane diminuivano le tasse, non ostacolavano le fusioni aziendali (la quota di mercato controllata dalle prime 100 aziende aumentò) e aumentarono le estrazioni di idrocarburi (anche se non al grido di «drill, baby, drill! »); i sindacati furono indeboliti dalla Corte Suprema che annullò alcune norme (diritto di picchetto, salari minimi, sciopero nei servizi pubblici essenziali) a loro favorevoli.

Suona familiare delle intenzioni odierne? Sì, decisamente. Così come suona familiare l’emergenza crimine, quella volta non provocata dalle gang urbane di ispanici e neri e dai narcos, ma da mafie italiane e irlandesi e dalle relative gang cittadine: solo a Chicago ce ne erano 1300! La causa principale fu il proibizionismo degli alcolici così come la guerra alla droga ha un peso notevole nel XXI secolo. In quegli anni venne potenziata e riorganizzata la Fbi sotto la guida di Edgar J. Hoover il quale ottenne innegabili successi: vedremo che farà Trump.

I «Roaring’20s» portarono, come si sa, alla spaventosa crisi del 1929 e alla Grande Depressione. Non è detto che tutte le politiche allora adottate fossero sbagliate: certamente il protezionismo, il freno discriminatorio all’immigrazione legale e il proibizionismo lo furono. Tuttavia, se l’esperienza insegna qualcosa, sarebbe prudente non suonare esattamente lo stesso spartito che finì così male. Anche se, in effetti, questa volta si potrebbero annettere il Canada e la Groenlandia per risollevare l’economia.

Nell’immagine: il presidente Donald Trump firma gli ordini esecutivi nello Studio Ovale della Casa Bianca, lunedì 20 gennaio


Il parroco di Gaza: “Intorno a noi un panorama dantesco. Non c’è più niente da distruggere”

 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Il silenzio delle prime ore, senza droni né aeroplani sulla testa, e senza il rumore dei bombardamenti in sottofondo. La frutta a tavola, come nelle grandi occasioni. Le campane che suonano a festa quando finalmente le armi si fermano. Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra famiglia, unica chiesa cattolica di Gaza, diventata in questi mesi rifugio della piccola comunità cristiana della Striscia, racconta così la vita dopo il cessate il fuoco che domenica ha interrotto i combattimenti nella Striscia.

Padre, ci racconta come è il giorno dopo?

“La cosa che colpisce di più è il silenzio: capisco che possa sembrare strano, ma per più di un anno sulle nostre teste ci sono stati rumori senza fine, ora c’è silenzio e fatichiamo ad abituarci”.

Cosa avete fatto quando è scattata la tregua?

“Nella fase di incertezza, quando non si capiva se sarebbe davvero iniziata, abbiamo pregato. Per le vittime, per il Papa che ci chiama ogni sera, per il Patriarca che ci sta aiutando tantissimo, per la pace. Poi, quando le cose si sono calmate, abbiamo aperto i cancelli del nostro compound e le persone che erano chiuse qui da mesi sono uscite”.

Cosa hanno trovato fuori? Lei cosa ha visto?

“Distruzione. Solo distruzione. Un panorama dantesco. È molto peggio dell’ultima volta che ero uscito, due mesi fa. I parrocchiani sono andati alle loro case: qualcuno l’aveva lasciata intera e l’ha ritrovata distrutta. Altri l’hanno trovata solo danneggiata, magari con qualche stanza colpita ma altre che sono ancora abitabili. Quella di altri era stata saccheggiata. C’è anche chi non si è potuto avvicinare perché c’è ancora l’esercito israeliano”.

Le persone della parrocchia stanno tornando nelle loro case?

“Ne stanno parlando, si devono organizzare. Non c’è acqua, non c’è elettricità, non ci sono servizi: ma già l’idea di stare in due stanze danneggiate è meglio che dividere un’aula di scuola con un’altra famiglia”.

Sulle fasi successive ai primi 42 giorni di cessate il fuoco c’è molta incertezza: voi come la vivete?

“C’è paura che tutto ricominci, è chiaro: ma qui non c’è più niente da distruggere. Ci sono migliaia di cadaveri ancora sotto le macerie, 100 mila feriti da curare: non sappiamo cosa accadrà, ma sappiamo che anche un giorno di guerra in più non sarà la soluzione, come dice sempre il Papa. Qui ci sono due milioni di persone, non andranno via anche se riprendono i bombardamenti”.

Ora che succede?

“Pensiamo alla ricostruzione, anche se non se ne parlerà fino alla seconda fase. Ci servirà aiuto, perché qui non c’è più niente: il Patriarcato latino di Gerusalemme e l’Ordine di Malta hanno già fatto moltissimo per noi portando cibo e aiuti, ma quando si potrà, si dovrà pensare a ricostruire le case. Per ora pensiamo a riaprire la scuola agli studenti esterni alla parrocchia: riaverli qui a studiare sarebbe già una bella cosa”.


Sergio Rossi – E ora alla Casa Bianca abbiamo il primo “cripto-presidente”

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria


Cari ticinesi, fatevene una ragione: siete una minoranza

 

Il Locarno Film Festival accoglie favorevolmente i contributi critici costruttivi, in particolar modo quando sono espressi nell’ottica di una riflessione che inneschi un possibile miglioramento, come è accaduto nella recente presa di posizione sotto forma di lettera aperta.

In qualità di festival internazionale con sede in Svizzera, il Locarno Film Festival è pienamente consapevole dell’importanza del plurilinguismo e si adopera affinché la bellezza del cinema possa essere fruita dal pubblico più ampio possibile. Basti considerare che Locarno è forse l’unico festival cinematografico al mondo a diffondere le proprie comunicazioni in quattro lingue: italiano, tedesco, francese e inglese.

Come è facilmente intuibile, si tratta di un impegno complesso che implica un notevole impiego di risorse, soprattutto per un’organizzazione con le dimensioni di Locarno. Tuttavia, il Festival è molto fiero di aver intrapreso questa linea e continuerà a impegnarsi a beneficio sia del pubblico locale e nazionale, sia di quello internazionale, composto in larga parte da professionisti del settore per i quali l’inglese svolge ormai da tempo la funzione di “lingua-ponte”. L’utilizzo di diverse lingue non è in conflitto con la difesa dell’identità della Svizzera italiana, quanto piuttosto uno strumento capace di diffonderne la cultura al di là dei confini regionali e nazionali.

Per questo, le scelte comunicative adottate dal Festival non seguono una singola regola specifica, ma si adattano di volta in volta in base ai contenuti, al pubblico di riferimento e alle risorse disponibili: il catalogo e i comunicati stampa vengono realizzati in quattro lingue, il sito e il programma sono disponibili in italiano e inglese, le conversazioni dal vivo al Forum aperte al pubblico sono sempre fruibili in due lingue nazionali, la cerimonia di premiazione si tiene in italiano ed è trasmessa – anche in lingua dei segni – dalla RSI.

Può indubbiamente capitare che il plurilinguismo del Festival disattenda le aspettative del pubblico, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di fruire dei film con i sottotitoli in italiano. Ma è importante non trascurare il fatto che il mercato cinematografico italiano è dominato in larga parte dal doppiaggio: ciò rende più difficile reperire i sottotitoli, dal momento che questi ultimi non sono immediatamente disponibili. Di conseguenza, il Festival dovrebbe sostenere i costi aggiuntivi necessari per ottenere un numero significativamente più alto di sottotitoli in italiano: un investimento importante, a cui il Festival si sta dedicando con l’obiettivo di ottenere dei miglioramenti già a partire da Locarno78.

Si tratta di un equilibrio difficile da raggiungere, che deve tenere conto tanto delle esigenze dei diversi tipi di pubblico, quanto delle sfide tecniche, operative e finanziarie con cui si è necessariamente confrontati. Ma la missione rimane chiara: garantire un accesso il più inclusivo possibile al Festival, ai suoi cinema e alle sue iniziative.


È necessario un fronte contro il pericolo fascista

 

Di Guy Zurkinden, Le Courrier

Sarà marrone scuro. Al suo congresso dell’11 e 12 gennaio, l’Alternativa per la Germania (AfD) ha annunciato il colore della sua campagna per le elezioni generali del 23 febbraio. “Quando Alice Weidel parla di remigrazione, la sala si scatena“ Durante la sua assemblea generale, il partito di estrema destra ha chiesto l’espulsione di milioni di persone di origine straniera. Il loro candidato cancelliere ha avuto parole gentili per Björn Höcke, il rappresentante dell’ala radicale del partito. All’inizio della settimana, questa ex dipendente della banca Goldman Sachs aveva descritto Hitler come “comunista” durante una chiacchierata con Elon Musk. Più le spari grosse, meglio è.

Accreditato del 22% dei voti, ben più dei socialdemocratici della SPD, l’AfD è in vantaggio sull’Unione Cristiano-Democratica (CDU) nei sondaggi. La CDU ha finora escluso qualsiasi coalizione con l’estrema destra. Ma i confini potrebbero muoversi. Come in Austria, dove Herbert Kickl, leader del Partito della Libertà (FPÖ), sostenitore della “remigrazione”, anti-vax e vicino al movimento identitario, è sul punto di trovare un accordo con la destra conservatrice (ÖVP) per guidare il paese. Già visto in Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Slovacchia e Italia, questo scenario fa gola all’AfD.

Il sociologo Ugo Palheta ha recentemente avvertito sulle nostre colonne che una nuova internazionale fascista sta cercando di prendere forma. Forte dei miliardi di Elon Musk, questo movimento sta cercando di mettere le mani su Germania e Francia, dopo aver conquistato l’Argentina e la prima potenza mondiale.

Questa ascesa è piena di pericoli. Potrebbe portare a una brutale accelerazione delle politiche deleterie promosse da queste formazioni – un mix di neoliberismo, autoritarismo, bellicismo, razzismo e sessismo. Ne è testimonianza il programma shock applicato da Javier Milei in Argentina con l’approvazione dei mercati finanziari.

Lo scenario è desolante, ma non inevitabile. Negli ultimi anni, grandi mobilitazioni hanno sfidato l’egemonia dell’estrema destra in tutto il mondo. All’incrocio tra anticolonialismo e antirazzismo, il movimento di solidarietà per la Palestina rappresenta la punta di diamante di questa resistenza. Non è una coincidenza che le formazioni neofasciste stiano facendo della sua repressione una priorità – mentre sostengono il governo suprematista di Benjamin Netanyahu.

Denunciare questa criminalizzazione dovrebbe essere una priorità per tutte le forze progressiste. Potrebbe anche essere un passo verso la costruzione di un fronte comune contro l’Internazionale bruna. Non abbiamo più tempo per aspettare.

Nell’immagine: manifestazione contro l’AfD


Non solo dazi, è lunga la lista delle paure Ue

 

Di Roberto Ciccarelli, il manifesto

Come un pugile suonato ieri l’Unione Europea sta cercando di dimostrare di stare in piedi ancora prima che il neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump la colpisca e dia un seguito concreto alle sue ritorsioni. La scena si è svolta ieri tra il forum di Davos in Svizzera dove sono intervenuti la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen e il cancelliere tedesco Olaf Scholz e Bruxelles dov’erano riuniti i ministri delle finanze tra i quali è emersa la preoccupazione per la decisione di Trump di ritirarsi anche dall’intesa globale sulla tassazione delle multinazionali del 2021 e minacciare ritorsioni contro gli Stati che intendono applicarla alle imprese Usa, a cominciare dalle Big tech che opportunisticamente lo hanno appoggiato.

A DAVOS VON DER LEYEN, alla prima apparizione pubblica dopo una polmonite, è sembrata politicamente vulnerabile, ma non ancora arrendevole, alle minacce del presidente americano. Da un lato, ha evocato la retorica ipocrita dei «valori europei», dall’altro lato li ha declinati nel linguaggio della concorrenza e degli interessi economici. Questa sintesi dice molto dei «valori» capitalistici che s’intende «proteggere» e mostra la piena accettazione del nuovo scenario globale in cui ci troviamo: quello di una guerra commerciale generalizzata, a cominciare da quella temuta dagli europei con gli Stati Uniti. «Le regole di ingaggio tra le potenze globali stanno cambiando – ha confermato la presidente Ue – Non dovremmo dare nulla per scontato».

COME UN’EQUILIBRISTA Von Der Leyen ha mostrato, da un lato, il disaccordo sulla decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti per la seconda volta dall’accordo di Parigi sul clima, Dall’altro lato, ha accettato la «dura competizione geostrategica» con Washington sull’auto elettrica o sull’intelligenza artificiale. Ben sapendo, com’è già emerso dal rapporto sulla «competitività» commissionato a Mario Draghi, che l’Europa è a dir poco in ritardo su partite che ormai si giocano tra Cina e Stati Uniti. Dei dazi minacciati da Trump, o dei suoi istinti neo-coloniali sulla Groenlandia, Von Der Leyen non ha parlato. L’elusione dell’argomento è dovuta al fatto che le minacce annessionistiche di Trump potrebbero portare a una crisi esistenziale della Nato: il capofila dell’alleanza armata atlantica che aggredisce il territorio colonizzato da uno Stato membro: la Danimarca. Il «pragmatismo» evocato ieri da Von Der Leyen davanti all’aggressività trumpiana l’ha portata a sorvolare su un clamoroso contrappasso. Cosa farebbe in quel caso l’Unione Europea?

LA DIMOSTRAZIONE delle difficoltà, anche concettuali, dei neoliberali continentali davanti al cambio di fase imposto dal ritorno di Trump lo si è visto quando Von Der Leyen, o lo stesso Scholz, hanno parlato di «cooperazione» con gli Stati Uniti, in particolare nel contrasto delle «autocrazie». Non sembra essere stato, ancora, percepito il fatto che gli Stati Uniti sembrano destinati a rafforzare una svolta oligarchica e anti-democratica che mina alle fondamenta l’esigua idea di «democrazia liberale» che rientra tra i «valori europei» evocati da Davos. Trump non sembra intenzionato a «cooperare» con nessuno, ma a imporre il comando. A questa strategia Von Der Leyen ha contrapposto il mercantilismo europeo e ha evidenziato gli accordi commerciali appena definiti con il Mercosur e il Messico. Lei stessa è apparsa però dubbiosa sulla strategia. I preannunciati dazi Usa contro la Cina potrebbero scaricarsi sull’Europa che già sconta la concorrenza cinese dovuta alla sovra-capacità produttiva sovvenzionata da Pechino.

MOLTA ENFASI sulla «calma» e sulla «coesione» degli europei è stata spesa sia da Von Der Leyen e da Scholz, sia dal candidato alla successione di quest’ultimo Friedrich Merz della Cdu intervenuto ieri a Davos. Chiaro il messaggio: Trump potrebbe puntare a dividere gli europei, cavalcando il fronte interno ai singoli paesi. Lo si vede in Germania dove i trumpisti puntano sull’estrema destra dell’Afd. Il fronte interno europeo non è saldo come si è voluto far credere. Le destre al potere, in Italia per esempio, hanno una visione diversa su quanto avvenuto nelle ultime 48 ore. Il ministro al «made in Italy» Adolfo Urso, ieri a Strasburgo per promuovere i piani italiani per il rilancio dell’automotive in crisi, considera Trump «una grande opportunità per l’Ue». Urso pensa che quest’ultima possa rispondere velocemente «per colmare il gap con altri continenti».

PER RISALIRE UNA STRADA in salita Von der Leyen ha riproposto i tre pilastri del piano sulla «competitività» di Draghi: Unione dei mercati dei capitali; semplificazione per le imprese e costo dell’energia sostenibile. Politiche da costruire, sempre che gli Stati membri siano d’accordo, ed è tutto da vedere. Mentre l’Europa cercherà la quadratura del cerchio, Trump farà il suo gioco.


Il braccio teso di Elon e la fesseria autismo

 

Di Gianluca Nicoletti, La Stampa

Immagino che gli esperti siano già al lavoro, tutti con il goniometro in mano a misurare l’angolazione del braccio destro di Elon Musk, che apparve, per ben due volte, protervo e teso a favore di una folla di sostenitori di Trump, nel giorno della sua “incoronazione”.

Il tema merita attenzione; non è facile stabilire oltre quanti gradi all’ascella si possa parlare di saluto nazista, o se invece si debba considerare quel gesto un mimare il lancio del proprio cuore strappato dal petto, verso la moltitudine acclamante.

In effetti Musk aveva accompagnato il suo duplice sbracciamento sospetto alla frase «il mio cuore va a voi», precedendolo con pugno al torace. A essere proprio pignoli sembra singolare la simulazione di lanciare un qualsiasi oggetto, compreso il proprio muscolo cardiaco, tenendo le cinque dita ben serrate. La mano del lanciatore è ben aperta con le dita a ventaglio, quasi a enfatizzare la traiettoria del cuore scagliato. Potremmo continuare all’infinito con le perizie impossibili per capire le vere intenzioni del protagonista di un’immagine iconica, che, menzognera o verosimile che sia, congela Musk in una posa granitica, che non assomiglia certo al saluto del boy scout.

È chiaro che, qualunque sia stata l’intenzione, la ricaduta mediatica del gesto produrrà in ogni caso euforia e inconfessabile attizzamento in chi vede nella svolta trumpiana un ritorno a un’indefinibile età dell’oro, nella quale ci sta tutto il riferimento al leader assoluto, suolo, al sangue, all’orgoglio della stirpe, al disprezzo per chiunque si collochi oltre il sacro circolo di tali valori intangibili. Nel nostro passato più recente nulla come il nazifascismo ha declinato i suoi rituali e le sue parole di passo su quell’epica visione della vita, quindi ci sta pure l’accenno al saluto romano, nessuno si meravigli più di tanto. Ciò che invece mi sembra puerile, meschino e anche un po’ vigliacchetto è il negarlo da parte dei suoi supporter. Avrei più apprezzato che si dicesse: “Certo ha fatto un saluto romano, alla fine è la sintesi del pensiero che intendiamo restaurare. Il Fascismo è finito, d’accordo, a noi però ancora esalta l’idea di un uomo forte che ci rappresenti, che ci restituisca l’orgoglio di appartenere a un popolo e a una terra, ci tenga a distanza da immigrati, gay, buonisti, ecologisti, comunisti ecc.”. Sarebbe più onesto e metterebbe a tacere anche il fronte degli scandalizzati. “Vae victis e a chi tocca nun se’ngrugna”, questo quindi avrei preferito leggere di Andrea Stroppa, referente di Musk in Italia. Assieme al suo comprensibile post su X che sanciva: «L’impero romano è tornato, a partire dal saluto romano». Trovo lecito che lo pensasse allo stato delle cose, perché invece lo ha cancellato? Cosa teme? Nessuno come lui in questo momento viaggia con il vento in poppa e sul tema ha le spalle più che coperte, abbia il coraggio delle sue idee.

Nulla rischia, nessuno lo metterà per questo a testa in giù, se qualcuno lo ha molestato come dice, lo denunci. È ancora un reato minacciare atti violenti nel nostro Paese. Di una cosa però lo pregherei, non accenni a un presunto autismo di Musk per chiudere questa storia, tutto sommato abbastanza ridicola. Non si accodi a chi cerca dei giustificativi a un gesto platealmente provocatorio, sollevando il pretesto dell’autismo, di cui, nel caso di Musk, non è nota alcuna diagnosi clinica. Vede Stroppa è veramente misero dire «è autistico», per rabberciare l’intemperanza dell’uomo più ricco e forse più potente del mondo. Conosco nella carne l’autismo, in almeno un paio delle sue molteplici declinazioni. È un modo d’essere che difficilmente conduce al consenso delle moltitudini, porta piuttosto a essere molto soli. In futuro usi altre metafore per definire una coglionata e le sarò grato.

Nell’immagine: l’iconico gesto


Gli interessi delle Big Tech alla corte di Trump, azienda per azienda

 

Di Arcangelo Rociola, La Repubblica

Costruire relazioni. In alcuni casi rafforzarle. Ma soprattutto cercare di influenzare le politiche future. Proteggere i propri affari e farli crescere attraverso una legislazione più favorevole e accordi diretti con il governo.

La presenza dei capi d’azienda delle grandi società tecnologiche americane alla cerimonia di insediamento di Donald Trump ha significati. Pratici e simbolici. Otto delle dieci aziende tecnologiche americane a maggiore capitalizzazione di mercato erano presenti alla cerimonia. Tesla, Amazon, Meta, Google, Apple. Tutte rappresentate dagli amministratori delegati. Con qualche eccezione, come Microsoft e Nvidia, che comunque hanno versato il loro obolo per l’inaugurazione (un milione ciascuna, in media).

Ad ogni modo il quadro offerto ieri dalla cerimonia offre una fotografia piuttosto precisa del rapporto che i colossi tecnologici vogliono con la nuova amministrazione americana. Qualcosa hanno già dato: un appoggio incondizionato a Trump, l’attuazione prima del tempo di politiche a lui congeniali e la disponibilità a contribuire al nuovo corso della politica americana e alla rinata idea di grandezza che sembra ispirare. Fotografia che contribuisce a tracciare una mappa degli interessi che queste aziende anno: dallo spazio, all’intelligenza artificiale, dalla difesa alla guida autonoma, dall’antitrust alle regole per le piattaforme.

Elon Musk (Tesla, SpaceX, Starlink, X.com)

Elon Musk ha anticipato i tempi. È l’innovatore che si è spostato a destra prima degli altri. Fiutando il tempo come un vero animale politico sa fare. Ma soprattutto smascherando senza appello il pensiero, un po’ facilone, un po’ ipocrita, che dalle parti degli innovatori si è per forza liberali e progressisti. Oggi è chiaro, forse una volta per sempre, che non è così.

È uscito allo scoperto con l’acquisto di Twitter a ottobre 2022. Ha cambiato subito le regole del social, il primo a cacciare Trump dopo i fatti di Capitol Hill dell’anno precedente. Ha licenziato prima tutti i manager, poi il team di controllo dei contenuti, ha aperto la piattaforma alla più radicale – per quanto talvolta veicolata – libertà di espressione. Ha annunciato la sua svolta repubblicana accusando i democratici di censura e statalismo. Musk acquistando il social ha messo a segno un’operazione che è andata subito al di là dell’interesse economico. L’investimento non ha ripagato in moneta, ma sì in potere, popolarità e capacità di diventare un poderosa macchina di propaganda delle ragioni della destra americana da lì a poco arrivata al potere. Arrivando lui stesso nelle stanze del potere, portando a casa un ministero, un dipartimento, quello dell’Efficienza, Doge.

Certo, Musk ha un interesse diretto che riguarda anche le sue aziende. Nel 2024 la sua SpaceX ha sottoscritto contratti pari a 3,8 miliardi di dollari con il governo americano. Contratti soprattutto con la Nasa. E che potranno trovare nuovo vigore con il progetto di Trump di piantare “una bandiera a stelle strisce sul suolo di Marte”, come ha ribadito durante la cerimonia. Anche Starlink, controllata di SpaceX, ha contratti con il governo americano, in particolare quello che nel 2023 le ha dato l’ok a finanziamenti per 900 milioni per il programma di comunicazioni satellitari governative sicure (Starshield). Non solo. Tesla, l’azienda di Musk che produce auto elettriche, si è aggiudicata centinaia di milioni di sovvenzioni federali per la costruzione di ricariche elettriche e attualmente gestisce la più grande rete di ricarica negli Usa.

Mark Zuckerberg (Meta)

La svolta più sorprendente però è stata quella di Mark Zuckerberg. Col senno di poi, molti dicono che i segnali c’erano tutti, a partire dalle foto pubblicate in estate con birra in mano e bandiera americana alle spalle mentre surfava dal suo megayatch nei mari del Mediterraneo. Immagine inedita, da ragazzo cattivo, che nei mesi ha contribuito a costruirsi. Eppure Zuckerberg è stato tra i capi dei social che ha deciso il ban di Trump nel 2021. Ha promosso i suoi social (Meta ha Facebook, Instagram e Whatsapp) come piattaforme protette dalle cattive informazioni finanziando per anni i programmi di fact checking. Ha addirittura creato un social anti Twitter dopo che Musk se l’è comprato, Thread. Poi il cambio, radicale, netto. Via il fact-checking, via i programmi di inclusione e diversità, accuse ai democratici di averlo obbligato a scelte contro la sua volontà.

Zuckerberg ha diversi conti aperti con l’amministrazione Usa. Ad aprile dovrà affrontare il giudizio della Federal Trade Commission (Ftc), che l’ha accusata di comportamento anti concorrenziale per l’acquisizione di Instagram nel 2012 e Whatsapp nel 2014. Un’altra causa antitrust è stata riaperta lo scorso dicembre, quando una corte d’appello ha deciso di rivedere il giudizio sul caso Phhhoto, app oramai chiusa ma che ha accusato Instagram di averla oscurata.

Jeff Bezos (Amazon, Blue Origin)

A capo dell’Antitrust americana (l’Ftc appunto), Joe Biden aveva messo una donna (Trump l’ha rimossa subito dopo la sua elezione). Si chiama Lina Khan. Lina Khan si è laureata a Yale con una tesi dal titolo: “Amazon’s Antitrust Paradox”. Il paradosso antitrust di Amazon, saggio dove ha voluto dimostrare perché i tentativi usati finora dai regolatori per arginare lo strapotere di Amazon fossero falliti. Tesi che ha poi allargato a tutti i monopoli di Big Tech, sfidandoli, minacciando la loro rottura. Va da sé che Jeff Bezos in visita da Trump ci va anche per cercare di smorzare la pressione subita in questi anni da Khan e dall’Ftc.

Nel settembre 2023, la FTC, insieme agli avvocati generali di 17 stati, ha intentato una causa contro Amazon, accusandola di mantenere illegalmente il suo potere monopolistico nel commercio al dettaglio online. Lo scorso ottobre un giudice federale ha dato alla Ftc il via libera per perseguire le sue richieste contro il colosso dell’ecommerce. Ma oltre ai problemi legali, che Amazon come tutte le piattaforme tecnologiche americane hanno dovuto sopportare in questi anni di, c’è un tema che riguarda lo Spazio.

Jeff Bezos è capo di Blue Origin, azienda che produce razzi e che la scorsa settimana ha completatalo il suo primo lancio in orbita – missione celebrata su X.com da Bezos, rilanciata da Musk in un clima tra i due di improvvisa amicizia e collaborazione reciproca. Blue Origine, come SpaceX, ha dei contratti di lavoro con il governo federale. Secondo Reuters, nel 2020 ha sottoscritto 2,9 miliardi di contratti per sviluppare un lender lunare per il programma Artemis. Nel maggio 2023 3,4 miliardi per testare un sistema di atterraggio Blue Moon. E altri contratti li ha siglati con Space Force per la costruzione di razzi per missioni di sicurezza nazionale.

Sundar Pichai (Alphabet – Google)

La presenza di Sundar Pichai è stata meno visibile. Il capo di Alphabet (la holding di Google, cofondata da Sergey Brin, anche lui presente alla cerimonia) non ha mai espresso grande vicinanza a Trump. Certo, si è complimentato con lui per la sua vittoria dopo le elezioni con un tweet in cui diceva, semplicemente, di “non vedere l’ora di collaborare con voi per inaugurare una nuova era di innovazione tecnologica e IA che avvantaggi tutti gli americani”. Alla cerimonia è stato spesso immortalato vicino a Musk, a volte vicino a Bezos. E come loro ha diverse questioni in ballo. Prima tra tutte, ancora, il ruolo dell’Antitrust.

Due i grossi temi in ballo: il caso Epic Game, dove la Ftc ha chiesto pesanti sanzioni contro Google per atteggiamento anticoncorrenziale. E quello che riguarda il dominio nella ricerca online. A dicembre 2024 Trump appena eletto ha nominato Andrew Ferguson come nuovo presidente della Ftc, sostituendo Lina Khan. Questa nomina ha suscitato speculazioni sul possibile cambiamento nell’approccio dell’autorità americana verso le grandi aziende tecnologiche, inclusa Alphabet. Alcuni osservatori ritengono che la nomina di Ferguson potrebbe influenzare la prosecuzione o l’intensità delle indagini antitrust contro Alphabet. Mentre un altro tema riguarda l’Intelligenza artificiale. La sua regolamentazione o meno riguarda un po’ tutte le aziende tecnologiche americane, ma soprattutto Google che in questo campo ha i progetti più avanzati. Trump sin da subito si è detto favorevole ad un approccio più deregolamentato sull’Ai. Ieri, appena insediato, tra i primi ordini esecutivi ha tolto tutti i paletti posti da Biden allo sviluppo e alle ricerche sull’Intelligenza artificiale. Mossa anticipata alla Convention del Partito Repubblicano nel 2024, quando ha detto che la sua priorità sarebbe stata dare agli Usa la leadership indiscussa sullo sviluppo di questa tecnologia.

Sam Altman (OpenAi)

Sam Altman ha l’aria di essere tutto ma non un trumpiano. Eppure lui, come tutti gli altri ceo di grandi aziende tech presenti alla cerimonia di Trump, più che occuparsi del suo schieramento politico si occupa dei propri affari. E di sicuro con Trump la sua OpenAi (tra le società che hanno creato le Ai più efficaci al mondo) ha poco da temere. Niente freni allo sviluppo e alla ricerca. E forse meno preoccupazioni sul fronte Antitrust.

La Ftc anche con OpenAi ha aperto dei conti. C’è un tema che riguarda Microsoft e Nvidia, collaborazioni che per l’antitrust possono creare un cartello dell’Ai in grado di frenare i competitor. E sempre la Ftc lo scorso gennaio ha avviato un’indagine sulle pratiche di investimento e acquisizione da parte dell’azienda. E poi c’è un conto aperto con Elon Musk, che ha accusato Altman di aver cambiato la natura della società rendendola da centro di ricerca a società a scopo di lucro, un’azienda a tutti gli effetti, tradendone lo spirito originario ma soprattutto usando i soldi del miliardario per fare qualcosa che non era nei suoi progetti.

Peter Thiel (Palantir), Marc Andreessen (Andreessen Horowitz)

Molte letture lo danno come il grande stratega della svolta repubblicana della Silicon Valley. Peter Thiel, che repubblicano lo è stato prima degli altri, è famoso come venture capitalist, cofondatore insieme a Elon Musk di PayPal, tra i primi investitori di Facebook, SpaceX, Linkedin. Ma soprattutto Palantir. Una società che sviluppa software per l’analisi dei dati e l’intelligence. Fondata nel 2003, oggi conta 4 mila dipendenti e un fatturato che supera i 3 miliardi. È stata la società che in borsa ha beneficiato di più dall’elezione di Trump: le azioni sono salite del 340%, conquistandosi l’appellativo di “Trump trade”. Solo il mese scorso ha firmato contratti con l’esercito americano pari a 619 milioni. E con lo sviluppo dell’Ai promesso da Trump ha solo da guadagnare.

Come hanno da guadagnare i business dell’altro venture capitalist famoso sbarcato alla corte di Trump. Marc Andreessen, cofondatore di Netscape, pezzo storico dell’economia digitale americana, primo investitore di Facebook, Twitter e Airbnb, Skype e Coinbase, recentemente convertito al mondo delle criptovalute. Molti pensano che sia lui in realtà l’artefice dell’innamoramento di Trump per il mondo cripto, culminato con la pubblicazione di una sua criptovaluta personale insieme a sua moglie Melania. Considerato una leva per disarticolare le politiche monetarie e aprire il mondo a valute decentralizzate e prive di controllo di terze parti, Andreessen è una figura chiave della Silicon Valley. Uno degli uomini che come Thiel si muovono nell’ombra, ma sono capaci di muovere miliardi, milioni di voti e corsi storici a proprio favore.

Shou Zi Chew (TikTok)

TikTok è stato il grande tema di discussione negli Usa la scorsa settimana. App messa prima al bando, poi ripristinata, ha da affrontare nel Paese questioni che riguardano la sua stessa sopravvivenza. In un messaggio pubblicato il 17 gennaio 2025, Shou Zi Chew ha ringraziato il presidente eletto Trump per il suo impegno nel mantenere TikTok disponibile nel paese, sottolineando l’importanza di collaborare per garantire la continuità dell’app. In cambio ha ricevuto un invito a partecipare alla cerimonia. Invito che ha accettato.

La partecipazione di Chew all’evento riflette l’intenzione di TikTok di stabilire un dialogo diretto con l’amministrazione Trump, cercando di risolvere le questioni legate alla sicurezza nazionale e alle normative che minacciano la permanenza dell’app negli Stati Uniti

Tim Cook (Apple)

Nell’ultima trimestrale di Apple, il solo iPhone rappresenta oltre il 48% del fatturato; servizi e abbonamenti crescono, e al momento contano per circa un quarto del totale. Anche per Tim Cook, dunque, gli interessi in gioco sono molteplici: ma la priorità è la produzione e la distribuzione dell’hardware, che necessariamente implica relazioni commerciali con altri Paesi. E qui entra in gioco la politica estera del nuovo Presidente, e in particolare la questione dei dazi con la Cina.

Trump ha implementato politiche commerciali aggressive, imponendo tariffe elevate su beni importati, in particolare dalla Cina, dove Foxconn e Pegatron producono milioni di iPhone e MacBook. E la Cina è anche uno dei principali mercati per l’iPhone, che però negli ultimi mesi è scivolato di qualche posizione nella classifica degli smartphone più venduti.

Da qualche tempo, Apple ha iniziato a diversificare le sue operazioni per ridurre la dipendenza dalla Repubblica Popolare, puntando soprattutto su India e Vietnam. Nonostante la maggior parte della produzione avvenga in Asia, Apple non ha abbandonato gli Stati Uniti, con un certo numero di Mac assemblati in Texas. E se Cook ha annunciato investimenti in ricerca e sviluppo in Usa, Apple è anche uno dei clienti più importanti della taiwanese TSMC, che sta realizzando in Arizona un impianto capace di produrre oltre 20 mila wafer per chip ad alta tecnologia al mese.

Nel suo primo mandato, inoltre, Trump ha sostenuto e firmato una riforma fiscale che ha ridotto le tasse sulle aziende e ha consentito il rimpatrio di profitti esteri a tassi agevolati; tra gli altri, anche Cupertino ha beneficiato di questa politica, risparmiando miliardi in tasse.

E infine, la regolamentazione: l’Antitrust americana indaga su Apple per monopolio illegale, un’accusa che echeggia quelle della Ue: ma dire l’ultima parola potrebbe essere proprio Trump, e anche per questo i buoni rapporti con la nuova amministrazione sono importanti.

Dara Khosrowshahi (Uber)

Anche Dara Khosrowshahi ha diversi motivi per mantenere buoni rapporti con Trump. L’approccio del Presidente, favorevole alla deregolamentazione, potrebbe ridurre le restrizioni che ancora ostacolano l’espansione di Uber a livello locale e federale. Inoltre, la questione della classificazione dei lavoratori come autonomi, cruciale per il modello di business della gig economy, è favorita da un’amministrazione che non mostra interesse a introdurre regolamentazioni più rigide.

La riforma fiscale del 2017, che ha ridotto le tasse aziendali, ha portato benefici anche a Uber, che era ancora lontana dalla redditività.

Nell’immagine: i papaveri in prima fila


Crisi climatica, cosa succede dopo le scelte di Trump sull’ambiente

 

Di Giacomo Talignani, La Stampa

L’America prima, il mondo dopo. La Cina prima, ma con uno sguardo al mondo, grazie soprattutto alle sue compagnie private e alle esportazioni. Per comprendere l’impatto che potrebbe avere la presidenza Donald Trump sul futuro del clima globale bisogna partire dall’attualità. Tre fatti recenti la riassumono bene: il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre, la California ha vissuto il peggior incendio della storia, alimentato dalle condizioni connesse al riscaldamento globale, e le emissioni di CO2 hanno toccato un nuovo record, arrivando addirittura a il 26% in più rispetto a quelle che erano le attese degli scienziati, una traiettoria definita “incompatibile” con quelle che ci permetterebbero di mantenere le temperature entro i famosi +1,5 gradi. Il che significa, lo sappiamo, che le temperature globali continueranno a crescere, con impatti sempre più devastanti sulla salute del Pianeta. L’unica strada individuata finora per fermare questo processo e garantirci un futuro differente, passa per la collaborazione globale e soprattutto per l’impegno dei due più grandi emettitori di gas serra climalteranti al mondo, la Cina e gli Stati Uniti.

Il luogo deputato a questa collaborazione, in cui quasi 200 Paesi teoricamente dovrebbero avere lo stesso peso, sono le Conferenze delle Parti sul clima, le COP. É qui per esempio che si possono trovare strategie condivise sulle rinnovabili, oppure sulla decarbonizzazione, o ancora sui fondi necessari per aiutare i vari Paesi del mondo a reggere gli impatti del riscaldamento. Finora, nella delicata partita delle COP, a guidare gli sforzi per la battaglia climatica tra i Paesi sviluppati sono stati soprattutto l’Europa e in parte gli Usa. Per questioni tecniche legate al 1992, la Cina, nonostante la sua economia, è considerata fuori dalla lista dei Paesi sviluppati. Nel 2015, a Parigi, entrambi i Paesi hanno preso parte al famoso “Accordo di Parigi”, quello che ha l’obiettivo – con strategie condivise – di mantenere il Pianeta entro i +1,5 gradi. Le strategie passano per impegni e piani nazionali che ovviamente dovrebbero toccare o modificare tutti i principali settori legati alle emissioni: in primis quello dei combustibili fossili e l’energia, ma anche dell’industria, i trasporti, l’agricoltura. Da quegli Accordi, nella sua visione negazionista sulla crisi climatica, Donald Trump ha già tentato di smarcarsi nel 2017, ma l’amministrazione di Joe Biden – nonostante non sia esente da critiche per esempio sull’aumento delle trivellazioni e la produzione di petrolio – nel tempo ha riportato gli Usa al centro delle dinamiche delle COP. A novembre 2024 però c’è stato un doppio cambiamento. Da una parte la rielezione di Trump, che ha subito parlato di voler uscire dagli Accordi e di puntare, come annunciato anche durante l’insediamento del 20 gennaio, sull’”oro liquido” del Paese, il petrolio, e sugli altri combustibili fossili. Dall’altra, mentre venivano diffusi i dati del costante aumento delle energie rinnovabili in Cina, i rappresentanti del dragone alle COP hanno iniziato a mettere i paletti per intestarsi qualcosa di nuovo. Per la prima volta, alla COP29 di Baku, la Cina nonostante sia considerata per tecnicismo ancora un “paese in via di sviluppo” ha cominciato infatti col ricordare come dal 2016 abbia investito più di 24 miliardi di dollari per l’azione per il clima (aiutando altri Paesi) e ha iniziato ad assumere un ruolo più centrale nelle negoziazioni sul clima. La Cina non solo si è dimostrata “collaborativa”, come riassumono molti analisti, ma ha anche mostrato un atteggiamento diverso dal passato, quello in cui nei grandi meeting si calibrava solo a seconda di come si muovevano gli Stati Uniti. La potenziale rivendicazione di una nuova leadership cinese, nel grande sforzo globale necessario per il clima, per alcuni esperti potrebbe essere direttamente legata a una questione economica, non per forza negativa, anzi.

La Cina, a differenza degli Stati Uniti che ora con Trump puntano a “trivellare e trivellare” e a spremere i combustibili fossili del Paese anche per garantire la gigantesca quantità di energia necessaria ai Big Tech e ai database di Elon Musk, sta vivendo oggi una costante crescita delle energia rinnovabili grazie ai settori privati e alle sue aziende. Otto pannelli solari su dieci nel mondo sono realizzati in Cina, così come due terzi della produzione di turbine eoliche, proprio quelle turbine che per esempio coinvolgono l’eolico offshore, altro sistema che Trump dal giorno del suo insediamento ha subito tentato di fermare e disinstallare bloccando le concessioni. Sempre in Cina si producono tre quarti delle batterie al litio del mondo e quasi il 60% del mercato globale dei veicoli elettrici. L’esportazioni di pannelli da parte di Pechino continuano ad aumentare e, anche secondo il presidente cinese Xi Jinping, il fotovoltaico, i mezzi elettrici e le batterie sono il nuovo “trio” al centro dell’economia cinese. Inoltre il Paese sta andando a ritmi altissimi anche sulla produzione nucleare, in cui presto potrebbe primeggiare. Certo, la Cina resta prima per emissioni (ma non pro capite) e per molti aspetti va ancora soprattutto a carbone, petrolio e gas, ma è innegabile come la costante crescita delle rinnovabili non solo stia trainando la sfida della neutralità climatica, ma stia anche spaventando altri Paesi sul fronte esportazioni, oggi impegnati ad ostacolare la Cina con dazi.

Proprio mentre Trump giurava fedeltà all’America dalla Cina sono arrivati nuovi dati sulle installazioni di energia rinnovabile: hanno toccato un nuovo record. La capacità di produzione di energia solare è aumentata del 45,2%, quella eolica del 18%. Questo sta portando la Cina a raggiungere i suoi obiettivi climatici più velocemente, tanto che nel 2023 ha centrato l’obiettivo di installare 1,2 TW di capacità eolica e solare entro il 2030 con ben sei anni di anticipo. Tutto ciò, nella grande partita del clima, indica come il possibile interesse della Cina di intestarsi la leadership nei negoziati, magari insieme all’Europa, possa avere anche interesse economico: incoraggiare altri Paesi a ridurre le loro emissioni utilizzando tecnologie e attrezzature a basso costo cinesi. La scelta di Trump di uscire dall’Accordo di Parigi potrebbe avallare in qualche modo la leadership cinese ed europea: in sostanza, il mondo potrebbe tirare dritto sulla strada delle zero emissioni, ma ovviamente mancherebbe una componente fortemente impattante come gli Usa. Per uscire dall’Accordo, tecnicamente, ci vuole un anno: dunque a novembre a Belem, quando si terrà la COP30 in Brasile, definita come “decisiva” nel cambio di passo per la battaglia climatica, gli Stati Uniti ci saranno, sempre se il presidente vorrà inviare o meno una delegazione. Non avranno però probabilmente voce e voto (saranno osservatori) su questioni relative all’Accordo, ma sugli altri temi conteranno ancora. Bisogna capire però se la visione trumpiana trascinerà altri Paesi fuori dagli Accordi (vedi l’Argentina di Milei) o dai cammini finora intrapresi. L’idea è anche che con le sue prime mosse – l’uscita da Parigi, la dichiarazione di emergenza energetica, l’implementazione del settore fossile, le trivellazioni in Alaska e l’annullamento della pausa sulle esportazioni del gas – Trump voglia mandare un segnale ad altri per uscire velocemente dalla democrazia climatica. In pratica è come se incoraggiasse altri Paesi a tornare a puntare sui combustibili fossili, nonostante scienziati ed esperti di clima avvertano come ulteriori estrazioni potrebbero compromettere non solo gli obiettivi climatici degli States (ridurre le emissioni del 66% entro un decennio), ma anche quelli mondiali.

Ma c’è un però, perché se da una parte le scelte di Trump faranno gioco all’industria del fossile (miliardaria finanziatrice della sua campagna elettorale), negli Stati Uniti c’è anche una fiorente green economy, con migliaia di posti di lavoro, che include società private e investitori che proprio come in Cina potrebbero continuare a spingere per un cambiamento anche a favore del clima. Come ha spiegato Jonathan Pershing, diplomatico veterano che ha lavorato sotto quattro presidenti degli Stati Uniti partecipando a ogni COP, “la crisi climatica è un problema globale che richiede un’azione urgente. La mancata azione porterà a più incendi, siccità e danni alle comunità e alle aziende sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo. Mentre il presidente sta ritirando gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, la realtà è che il governo federale da solo non avrebbe mai risolto la crisi climatica. Ciò ha sempre richiesto un approccio che coinvolgesse l’intera società. Nonostante la decisione dell’Amministrazione di ritirarsi, molti nel mondo degli affari, dei governi statali e locali, della società civile e della filantropia restano impegnati per un futuro pulito e prospero per tutti. Attraverso la collaborazione, il dialogo e la ricerca di un terreno comune, garantiremo soluzioni climatiche durature che favoriscano la crescita economica, rafforzino le comunità e costruiscano un futuro più sostenibile”.

Insomma, America first, ma l’azione multilaterale per il clima – magari guidata dalla Cina – sembra non volersi fermare: a patto però di un cambiamento, lo stesso che scienziati e diplomatici avevano chiesto proprio durante la COP29, una riforma del processo delle stesse COP, che funzionano oggi a stento, per tracciare davvero una strategia efficace a livello globale nell’arginare la crisi del clima. Come dice Laurence Tubiana, considerata l’”architetta” dell’Accordo di Parigi, “il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo è un peccato, ma l’azione multilaterale per il clima ha dimostrato di essere resiliente ed è più forte delle politiche e delle strategie di qualsiasi singolo pPaese. Ma questo momento dovrebbe servire da campanello d’allarme per riformare il sistema, assicurando che i più colpiti, comunità e individui in prima linea, siano al centro della nostra governance collettiva”.

Nell’immagine: “We will drill baby, drill”  ( Donald Trump )


L’estrema destra recita il suo trionfo a Washington

 

Il primo ex presidente americano pregiudicato e condannato rientra alla Casa Bianca per volontà popolare: ottenendo al contempo la cancellazione delle accuse per lui più rischiose, cioè l’esplicito tentativo di truccare l’esito del voto nello Stato-chiave della Georgia (“trovami qualche migliaio di voti”, aveva intimato telefonicamente Donald Trump a un suo collaboratore) e l’incitamento ai suoi “variopinti” e scatenati sostenitori che occupavano Capitol Hill nell’Epifania di quattro anni fa (con tanto di morti e feriti).

Apparenti misteri americani. In realtà già in buona parte spiegabili con la prolungata afasia dei suoi rivali Democratici, che dopo aver fatto il pieno dei voti nelle Mid Term del 2022 (col miglior risultato dell’ultimo mezzo secolo) prima si erano illusi di poter campare passivamente ancora a lungo, poi non avevano avuto la prontezza e il coraggio di convincere Biden al ritiro per evidente “amnesia dissociativa” e preparargli una successione che non fosse all’ultimo momento la precipitosa e poco democratica scelta di Kamala Harris. L’inflazione reale o percepita ha fatto il resto, insieme all’allineamento del super-miliardario Elon Musk, ideologo (temporaneo?) del nuovo corso libertario, ultra-liberista e tecno-oligarchico dei magnati della Silicon Valley prontissimi a salire sul carro dei vincitori.

Nella cerimonia del solenne giuramento (che Lincoln sintetizzò nella formula “per il potere del popolo, dal popolo, per il popolo”), la Washington del “secondo Trump“ diventa così plasticamente la capitale dell’estrema destra mondiale: il cui vangelo è una miscela di MAGA (rifare l’America di nuovo grande) e di predicazione economica per nulla pacifica, bensì subito impegnata ad esportare in Europa (puntando alla disarticolazione dell’UE) il nuovo verbo anti-Stato, anti-regolamentazioni, anti-welfare, anti bilanciamento dei poteri a cominciare da quello giudiziario. Puntando dichiaratamente sui partiti continentali di destra estrema, primo fra tutti l’ADF tedesca, che rifiuta di definirsi anti-nazista e che del Terzo Reich ha strambe letture (“Hitler era comunista e socialista”, assicura Alice Weidel, nelle esternazioni che per oltre un’ora ha potuto esprimere in assoluta libertà su “X”, l’ex Twitter ora anch’esso nelle mani di Musk).

Il massimo di potere per pochissimi: il presidente della prima potenza mondiale, una corte di miliardari, il controllo delle piattaforme social con masse mondiali di quotidiani fruitori, tecno-oligarchi in concorrenza per l’acquisizione di ulteriori parti di privilegi economici che un tempo sarebbero stati sotto tutela statale (conquista dello spazio, forze armate, intelligenza artificiale). Non poi tanto diverso dal “sistema verticale” che regola a Mosca l’organizzazione putiniana.

Una casta governa l’America. Nata dall’idea, dalla convinzione, e da un calcolo elettoralmente succoso, di poter gettare a mare l’arida supremazia delle élite, la democrazia americana mette in atto e in moto una concentrazione elitaria senza precedenti nella storia statunitense e mondiale. Frutto di una democrazia che viene… democraticamente usata per mortificare sé stessa. Puntuale conferma di quanto si è per anni denunciato: il populismo è in realtà lo scudo supremo degli interessi economici vigenti e di un modello capitalistico ancora più radicale. “I ricchi hanno vinto”, recita il titolo di un recente pamphlet (di Salvatore Cannavò), che riprende una famosa e incontestabile affermazione del miliardario americano Buffet. E ha vinto fino a un punto di evidente e intollerabile pericolosità.

Nell’immagine: i primi atti “da dittatore” (Trump dixit)