Le vere mire di Donald per il controllo globale

 

Di Ettore Sequi, La Stampa

I nuovi dazi approvati mercoledì da Donald Trump infliggono un altro colpo al sistema commerciale multilaterale. In poche settimane, Washington ha chiarito che le tariffe non sono più solo uno strumento di difesa economica, ma anche un’arma di pressione strategica per imporre vincoli agli alleati e costi più elevati ai rivali.

Dietro la retorica della protezione dell’industria americana e della riduzione del deficit commerciale si cela un obiettivo più ambizioso: rafforzare il controllo di Washington sulle dinamiche economiche globali. I dazi servono soprattutto a trasformare il commercio in un pilastro della sicurezza nazionale e della politica di potenza americana, oltre che a frenare i flussi migratori o il traffico di fentanyl.

Con i dazi verso Canada e Messico, e le dichiarazioni provocatorie su Groenlandia e Panama, Washington traccia un perimetro preciso della propria sfera d’influenza nell’emisfero occidentale. È la riedizione in chiave trumpiana della dottrina Monroe, una dottrina “Donroe” per ammonire che nessun attore esterno, soprattutto la Cina, può interferire negli equilibri economici e strategici delle Americhe.

Con Bruxelles il confronto si gioca su un altro terreno. Per Washington l’Unione Europea non è solo un partner commerciale, ma anche una potenza regolatoria in grado di influenzare, attraverso normative come il Digital Service Act, l’espansione delle big tech americane, ostacolando uno dei principali strumenti di supremazia di questa Amministrazione. Le indagini della Commissione Europea su X e META lo dimostrano. Trump non considera l’Europa un avversario geopolitico, ma un freno da disinnescare attraverso pressioni economiche e un’offensiva tariffaria mirata, capace di influenzare le fragili economie europee e, di conseguenza, anche il potere normativo dell’UE.

La partita più importante, tuttavia, si gioca con la Cina, vero rivale sistemico degli Stati Uniti. Le tariffe finora imposte a Pechino non sono, per ora, un attacco frontale, ma un avvertimento. La Cina ha risposto con moderazione, mostrando di voler evitare un’escalation che potrebbe ritorcersi contro la sua stessa economia. Pechino è infatti alle prese con una sfida esistenziale: mantenere una crescita sufficiente ad arginare la disoccupazione giovanile e prevenire potenziali tensioni sociali. Il rallentamento della domanda interna ha reso l’economia cinese sempre più dipendente dalle esportazioni. Per compensare questa debolezza, il governo cinese sostiene con sussidi massicci la propria industria manifatturiera, che inonda i mercati globali con prodotti di buona qualità e sottocosto, alterando la concorrenza. Stati Uniti ed Europa denunciano questa strategia come una distorsione dei mercati e accusano Pechino di scaricare all’estero il suo eccesso produttivo. La Cina ha rafforzato la sua presenza nei mercati emergenti, costruito nuove catene di approvvigionamento e stretto accordi strategici per creare piattaforme di accesso ai mercati occidentali. Soprattutto, Pechino aggira i dazi triangolando le esportazioni attraverso Paesi come Vietnam, Malesia e Messico, che fungono da piattaforme di transito per prodotti rietichettati prima di raggiungere il mercato statunitense. Per contrastare questo meccanismo, l’Amministrazione Trump potrebbe applicare dazi indiscriminati, ma ciò sarebbe controproducente: colpendo anche gli alleati, Washington rischierebbe di erodere la fiducia internazionale e di spingere la Cina verso un nuovo sistema di relazioni commerciali meno dipendente dagli Stati Uniti. Anche potenze come il Giappone e l’India osservano con attenzione la politica tariffaria americana e stanno valutando la possibilità di diversificare le proprie catene di fornitura, nella consapevolezza di quanto le tensioni commerciali possano ridefinire l’architettura economica globale.

Le implicazioni delle politiche americane vanno oltre l’economia. L’imprevedibilità delle decisioni di Trump mina la credibilità di Washington: se persino gli alleati non sono al riparo dai dazi, spesso punitivi, chi può fidarsi della stabilità del sistema guidato dagli Stati Uniti? Inoltre, l’approccio americano, che privilegia la coercizione alla cooperazione, invia un segnale pericoloso: la forza può rivelarsi più efficace del dialogo. Una lezione che la Cina potrebbe applicare in futuro su dossier sensibili come Taiwan.

La politica tariffaria di Trump, nata per riaffermare la supremazia degli Stati Uniti, rischia di minare la stessa architettura economica che ha sostenuto il primato americano, favorendo l’ascesa di un ordine multipolare con Pechino in posizione centrale.


De Villepin: “Trump vuole dominarci, la Ue decreti lo stato d’emergenza”

 

Di Anais Ginori, La Repubblica

«Il trumpismo è un’ideologia dello shock. E noi siamo come conigli abbagliati dai fari» osserva l’ex premier Dominique de Villepin che invoca l’Europa a «decretare uno stato di emergenza».

Gli Usa possono imporre la pace all’Ucraina?

«Sono stato ministro degli Esteri e poi premier ai tempi del presidente americano George W. Bush. Il “bushismo” assomigliava al trumpismo, ma in modo meno forte e meno violento. Quello che ho imparato da quel periodo è che bisogna impegnarsi e opporsi in modo chiaro. Trump è in una logica di potenza, di predazione e di vassallaggio. Oggi è più duro con gli alleati in Europa, che disprezza, di quanto non lo sia con i suoi avversari».

Cosa può fare Volodymyr Zelensky?

«È una tragedia. Non ci sono altre parole quando sei un capo di Stato e sei costretto a dare l’impressione di essere pronto a negoziare ciò che non è negoziabile: la tua sovranità. L’Ucraina non può accettare di essere amputata del venti per cento dei suoi territori. Quale Stato sopravvivrebbe a questo?».

L’Europa sembra sotto shock.

«Il trumpismo è un’ideologia dello shock che mira a sbalordire alleati e avversari. È una nuova ideologia, ma è anche un’illusione che mette in primo piano lo spettacolo permanente. Ovunque, tutto il tempo, sentiamo Trump, Trump, Trump. E noi siamo come conigli abbagliati dai fari».

È la fine del multilateralismo?

«È l’affermazione della potenza come principale strumento delle relazioni internazionali, con una tecnostruttura come braccio armato. La politica e la tecnologia si sono alleate per dominare tutti gli avversari. Gli Stati Uniti, come la Cina, sognano un interruttore unico che permetta di dominare il mondo intero attraverso la tecnologia. Questo spiega perché siamo entrati in un’era di isteria politica, tecnologica e mediatica».

Come reagire?

«L’Europa deve decretare uno stato di emergenza. Ancora nessuno ha compreso la portata di ciò che ci sta accadendo. Nessun capo di Stato ha osato chiedere a Donald Trump se l’articolo 5 del Trattato della Nato sia ancora valido. In altre parole, se la garanzia di sicurezza sia ora soggetta a condizionalità. Trump esigerà una Trump Tower al posto della Tour Eiffel per salvare la Francia? Se la garanzia di sicurezza diventasse negoziabile, cosa direbbero i Paesi Baltici, i polacchi, i tedeschi? Bisogna prendere atto del cambiamento del mondo».

In concreto?

«Dobbiamo recuperare il controllo di tre cose: la sovranità economica e tecnologica, l’indipendenza strategica e la competitività. Da questo punto di vista, il rapporto Draghi ci indica l’entità dello sforzo da compiere: 800 miliardi di euro di prestito comune».

Chi sono gli alleati di Trump in Europa?

«I movimenti populisti in Europa sono i suoi utili idioti senza capire che stanno svendendo la sovranità e l’identità dell’Europa».

Lei non ha più incarichi ufficiali, intende riprendere un ruolo politico attivo?

«Sono stato uno dei protagonisti durante una delle precedenti crisi nelle relazioni atlantiche. Oggi non ho il diritto di tacere. Voglio portare avanti la battaglia, in Francia e altrove. Non si tratta di partire in crociata contro gli Usa, ma di rifiutare una politica che tradisce ciò che siamo. Questa battaglia mi porterà dove deve portarmi».

Fino a una candidatura per l’Eliseo?

«Non credo nell’uomo provvidenziale, ma sono convinto che possiamo mobilitarci e impegnarci per ricostruire la speranza. C’è una battaglia da combattere, e la combatterò».

Nell’immagine: Dominique de Villepin


Difficile divorzio tra le due sponde dell’Atlantico

 

Di Alberto Negri, il manifesto

A Monaco gli americani le hanno sparate grosse. Vance, il vice di Trump, si è spinto da affermare che in Europa la libertà «è in ritirata» e che «i valori tra le due sponde dell’Atlantico non sono più condivisi». Cosa per altro riconosciuta con amarezza dal presidente tedesco Steinmeier: «La nuova amministrazione americana ha un diverso modo di vedere il mondo rispetto noi. Non ha riguardo per le regole stabilite, la partnership e la fiducia». Insomma tra le due sponde dell’Atlantico stanno per cominciare le pratiche di separazione ma, come spesso avviene, gli interessi prevalgono sulle passioni e complicano i divorzi.

La conferenza di Monaco sulla sicurezza non è la fine della Nato. Basta pagare. E perché mai dovrebbe esserlo? I Paesi dell’Alleanza atlantica non spendono per la difesa quanto vorrebbe Washington (il raddoppio della spesa europea al 5% del Pil) ma restano comunque i migliori clienti del complesso militar-industriale israelo-americano. Certo Vance in Baviera ha strapazzato gli alleati ma non si ammazza la gallina europea che fa le uova, pronta comunque ad acquistare sempre più armi dagli Usa. L’anno scorso, per esempio, la Nato ha portato da 40 a 50 miliardi di euro le spese in armamenti per l’Ucraina: la maggior parte dei contributi sono venuti proprio dagli stati europei e le commesse per l’industria militare americana sono state, al solito, notevoli.

Non è da oggi che l’Europa è un vassallo degli Stati uniti e questo certamente non cambierà domani neppure con Trump. Anzi. La prospettiva per Trump è quella di vendere sempre più gas liquido agli europei e di farlo passare anche attraverso le pipeline dell’Ucraina che prima portavano il gas russo.

In poche parole il presidente americano e i suoi esattori hanno in mano due bollette in scadenza: quella della difesa e un’altra per l’energia. Un megawatt ora di gas in Europa costa oggi oltre 40 euro, negli Stati uniti 7: e così si sistema anche la competizione industriale tra le due sponde dell’Atlantico. Poi tra un po’ arrivano anche i dazi e con questo Trump liquiderà la questione europea, considerata come una noiosa perdita di tempo che assorbe energie al dossier più spinoso, ovvero la Cina. Quanto al Medio Oriente lì ci pensa Netanyahu, il quale strangolando gli aiuti a Gaza prepara un inverosimile futuro da resort di lusso per la Striscia. E anche su questo – ancora peggio che sull’Ucraina – gli europei non hanno niente da dire. Persino pronunciare la formula “due popoli due stati” verrà percepito pure qui come una vera e propria presa in giro.

Certo da Monaco non arrivano buone notizie né per l’Europa né per l’Ucraina. Ma lo sapevamo già. Mentre Trump e Putin aprivano con una telefonata le trattative sull’Ucraina, il nuovo segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, dichiarava che l’Europa non può più fare affidamento sugli Stati uniti per la propria difesa, avvertendo che Washington non sarà più il principale garante della sicurezza del continente. Naturalmente è vero solo in parte visto che nessuno, per ora, mette in discussione un apparato bellico che fa leva sulle testate nucleari. Ma tutto fa gioco all’amministrazione Trump per agitare le acque e far credere che la Nato è in liquidazione, una manovra per estorcere ancora più denaro agli europei.

A Monaco ci si è messo pure Zelesnski ad alimentare il clima di smarrimento, affermando che, senza garanzie di sicurezza, Putin potrebbe attaccare la Nato l’anno prossimo. I russi, ha detto, «possono andare avanti in Ucraina, oppure andranno in Polonia o nei Paesi Baltici», con la differenza che però questi ultimi sono membri della Nato con tutte le conseguenze del caso. Ma ormai Zelenski dice la qualunque perché ha capito che Trump, pur di chiudere la partita ucraina, sarebbe pronto anche a consegnare la sua testa a Putin, anche se firma l’accordo con gli Usa sulle terre rare.

Del resto il disorientamento degli ucraini e degli europei è comprensibile. Trump non aveva avvertito nessuno della sua iniziativa con Putin. Non aveva sentito gli ucraini, i diretti interessati, che hanno scoperto tutto soltanto dopo la conversazione con Putin, e gli europei sono stati lasciati totalmente ai margini. Trump porta avanti una politica imperiale perché questa è la natura del suo secondo mandato, come ormai risulta chiaro a tutti. Il presidente americano vuole trattare direttamente con Putin le sorti dell’Ucraina e anche eventuali garanzie di sicurezza, così come intende negoziare direttamente con il leader cinese. La sua preferenza per i dittatori appare evidente, così come è palese il suo fastidio per le democrazie che considera imbelli e inconcludenti.
Ma questo è anche il momento della verità per l’Europa, per trovare alternative agli Stati uniti – che non siano la guerra – e alla visione del mondo di Trump basata su un’unica superpotenza. Altrimenti saremo ancora più vassalli di prima.


La Cina si prepara ad affrontare l’asteroide 2024 YR4 e cerca candidati per la difesa planetaria

 

Di Ugo Leo, La Stampa

La Cina ha iniziato il reclutamento per una forza di difesa planetaria dopo aver valutato il rischio che l’asteroide 2024 YR4 potrebbe colpire la Terra nel 2032.

Annunci di lavoro pubblicati online questa settimana dall’Amministrazione statale cinese per la scienza, la tecnologia e l’industria per la difesa nazionale (SASTIND) cercano giovani laureati fedeli, con competenze in ingegneria aerospaziale, cooperazione internazionale e rilevamento di asteroidi.

La campagna di reclutamento arriva mentre cresce l’attenzione su un asteroide che ha una bassa – ma crescente – probabilità di colpire la Terra tra sette anni. L’asteroide 2024 YR4 è in cima alle liste di rischio delle agenzie spaziali europee e statunitensi, e la scorsa settimana gli analisti hanno aumentato la probabilità di impatto dallo 1,3% al 2,2%. Il Gruppo consultivo per la pianificazione delle missioni spaziali delle Nazioni Unite, che include paesi con programmi spaziali come la Cina, si riunisce regolarmente per discutere una risposta.

Gli annunci, pubblicati su WeChat all’inizio della settimana, elencano 16 posti vacanti presso SASTIND, tra cui tre per una nuova “forza di difesa planetaria”. Le candidature sono aperte ai neolaureati sotto i 35 anni, con qualifiche professionali e tecniche e una “ferma posizione politica” a sostegno del Partito Comunista Cinese e allineata all’ideologia del suo leader, Xi Jinping.

Gli annunci hanno suscitato ampie discussioni online tra i giovani, una fascia demografica che ha visto i tassi di disoccupazione raggiungere livelli record nel 2023. «La Terra dipenderebbe da voi tre. Non è un po’ stressante?» ha chiesto un utente. «Se ci riuscite, sarete gli eroi che salveranno il mondo», ha commentato un altro utente su Weibo. «Ma se fallite, nessuno vi punirà, perché letteralmente non ci sarà più nessuno».

Le descrizioni dei lavori suggeriscono che la forza si concentrerà sulla cooperazione internazionale e sulla progettazione di sistemi per nuove tecnologie sperimentali. I ruoli nella difesa planetaria riguardano la “ricerca sul monitoraggio e l’allerta precoce degli asteroidi vicini alla Terra” e richiedono laureati con un master o titoli superiori in astrofisica, tecnologia per l’esplorazione della Terra e dello spazio, e scienze e tecnologie aerospaziali.

Il settore aerospaziale cinese è in rapida crescita, e non è chiaro se il reclutamento sia stato specificamente motivato dalla scoperta dell’asteroide. SASTIND non ha risposto alle richieste di commento.

Andrew Jones, corrispondente di SpaceNews specializzato nel settore spaziale cinese, ha affermato che la tempistica del reclutamento sembra coincidere per caso con la scoperta di 2024 YR4 e che questi lavori probabilmente “integrano gli sforzi già in corso della Cina per sviluppare le sue capacità di difesa planetaria”.

«Ciò include sistemi di monitoraggio e allerta sia a terra che potenzialmente nello spazio, e la preparazione per testare misure come impattatori cinetici per alterare le orbite di asteroidi minacciosi».

Deviare un asteroide come 2024 YR4 sembra essere un obiettivo chiave dello sviluppo aerospaziale cinese, che include piani per replicare il Double Asteroid Redirection Test (DART) del 2020 condotto dalla NASA. Il test ha visto una sonda schiantarsi contro un asteroide di 160 metri chiamato Dimorphos, riuscendo per la prima volta a deviarne la traiettoria. L’Agenzia Spaziale Europea ha poi inviato un’altra sonda per osservare e analizzare l’impatto del DART su Dimorphos.

Anche la Cina sta preparando il proprio test di deviazione di un asteroide, previsto per il 2027, con l’obiettivo di colpire un asteroide più piccolo, 2015 XF261. Tuttavia, Harrison Agrusa, scienziato planetario dell’Osservatorio della Costa Azzurra, ha espresso preoccupazione per le dimensioni ridotte dell’asteroide scelto dalla Cina.

«Da ciò che abbiamo appreso dal test DART, una missione simile su un bersaglio molto più piccolo potrebbe distruggerlo completamente», ha detto. «Questa potrebbe non essere la strategia di mitigazione più utile, perché si rischia di creare un problema ancora più grande trasformando un singolo proiettile (con una traiettoria nota) in molti frammenti (con traiettorie sconosciute)».

Agrusa ha detto che non c’è motivo di allarmarsi eccessivamente per 2024 YR4, sottolineando che più paesi e organizzazioni aerospaziali stanno collaborando per affrontare la minaccia: «Sappiamo di avere la capacità di deviare un asteroide di questo tipo, come dimostrato dal test DART. Quindi questo asteroide non deve essere temuto, ma solo studiato e compreso».

Nell’immagine: questa fotografia fornita dalla NASA il 31 gennaio 2025 mostra l’asteroide 2024 YR4 osservato dal telescopio Magdalena Ridge 2.4m del New Mexico Institute of Technology il 27 gennaio 2025


Sergio Rossi – Chiaroscuro (con tendenza allo scuro) sull’economia svizzera

 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Il cretinismo delle merci

 

Il 1° febbraio sarebbero dovuti entrare in vigore i dazi sui prodotti che Messico e Canada esportano negli Stati Uniti, ma Trump li ha sospesi. Una mossa inattesa, considerando la sua retorica populista e protezionista, che però ha evitato temporaneamente, forse fino alla fine di febbraio, un’impennata dei prezzi su beni di largo consumo, in particolare uno dei prodotti simbolo delle esportazioni messicane, l’avocado. È noto che durante il Super Bowl, la finale del campionato di football americano, il più importante evento sportivo dell’anno, il consumo di avocado raggiunge il suo massimo: milioni di chili vengono trasformati in guacamole, presenza immancabile sulle tavole statunitensi. Nel 2023, le esportazioni messicane di avocado sono state pari a 1,4 milioni di tonnellate. Gli Stati Uniti restano il principale mercato per l’avocado messicano, assorbendo l’81% dell’export, per un valore di 2,7 miliardi di dollari. Se i dazi fossero entrati in vigore, il prezzo degli avocado avrebbe subito un forte aumento, rendendo il guacamole un lusso anziché un alimento di consumo popolare, svelando così ai cittadini americani cosa si devono aspettare dalle politiche protezionistiche.

Le politiche di Trump sono finalizzate a proteggere l’industria agricola statunitense e ridurre il deficit commerciale. Ma il Messico ha un vantaggio comparato nella produzione di avocado grazie al clima favorevole e ai costi di produzione più bassi. Produrre avocado negli Stati Uniti su larga scala sarebbe economicamente meno conveniente, a maggior ragione quando si vogliono deportare milioni di immigrati, molti dei quali impiegati nell’agricoltura, e comunque non basterebbe a soddisfare la domanda interna.

Il grande evento sportivo del Super Bowl diventa allora una lente per osservare l’economia globale nell’era delle politiche tariffarie e del nazionalismo imperialista, ridefinendo il commercio internazionale quale terreno di gioco tra opportunismo economico, strategie politiche e volontà di deregolamentazione.

Questo esempio dimostra uno dei paradossi del protezionismo trumpiano: mentre mira a difendere e rilanciare la produzione e l’occupazione interna, rischia di penalizzare l’economia nel suo complesso, nel caso specifico sia l’economia americana sia l’economia messicana. Giustamente, il Wall Street Journal, in un suo recente editoriale, ha definito le tariffe di Trump “La più stupida Guerra commerciale della storia”. Ma il discorso va ben oltre l’avocado, e coinvolge beni considerati strategici dall’Amministrazione repubblicana per fare di nuovo grande l’America. Basti pensare alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale che definiscono i rapporti geopolitici tra Stati Uniti e Cina. L’uso delle tariffe come strumento ricattatorio non esclude che nei prossimi tempi si possa assistere a un aumento degli investimenti diretti negli Stati Uniti. Comunque, il problema degli sbocchi di mercato, della domanda necessaria per assorbire la produzione di beni e servizi, non viene per questo risolto, ma solo spostato. Non è possibile, infatti, smaltire qualsiasi produzione crescente senza garantire una crescita corrispondente della domanda aggregata, specie quando, come vogliono Trump e Musk e i loro epigoni nostrani, si vogliano ridurre massicciamente la spesa sociale e l’impiego pubblico. 

Non c’è dubbio che questa svolta trumpiana ha a che vedere con il declino economico in un contesto multipolare, un declino sociale e morale degli Stati Uniti come modello per le democrazie liberali, un declino reso palese dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Una crisi strutturale che solo in parte si invera nel duplice deficit, commerciale e pubblico, se è vero che il dollaro, che pure resta la valuta di riserva principale, ha comunque perso peso negli ultimi anni come strumento di pagamento nelle transazioni internazionali, minacciato com’è dalla ricerca di monete alternative per porre fine al suo “privilegio esorbitante”. 

Con questa versione delle politiche tariffarie siamo nel pieno del “cretinismo delle merci”, l’illusione secondo cui un’economia possa essere rilanciata intervenendo artificialmente sulle sole ragioni di scambio dei beni importati/esportati. È un po’ come credere che il semplice abbassamento della franchigia IVA da 300 a 150 franchi, di fatto un dazio, possa salvare o addirittura rilanciare l’economia regionale in una situazione in cui colossi come Migros e Manor chiudono filiali e ridimensionano l’offerta e l’e-commerce continua a guadagnare terreno. 

La risposta ai problemi dell’economia nazionale non sta solo nei dazi né esclusivamente nelle misure protezionistiche, che peraltro sono in vigore già da tempo. Le politiche neo-mercantiliste si potrebbero tollerare, ma solo se fossero finalizzate al consolidamento dello Stato sociale e delle politiche redistributive a fronte di un inevitabile restringimento della domanda esterna. È utile ricordare che il grande storico dell’economia, Karl Polanyi, sottolineava che durante il periodo mercantilista inglese, l’economia era subordinata a finalità sociali e politiche, prima che al profitto. Il cretinismo delle merci, che va di pari passo con il neoliberismo, segna indubbiamente il superamento della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, senza però annunciare un nuovo ordine economico e politico sovranazionale. Come scriveva Antonio Gramsci, “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. 

Scritto per laRegione


Sdemocratizzazione, l’ultima spiaggia del capitalismo

 

Di Alfio Mastropaolo, il manifesto

Sgombrando la paccottiglia populista venduta nei mercatini mediatici e accademici per trent’anni, la rielezione di Trump e il governo Meloni hanno rimesso in primo piano il suprematismo bianco in America e in Europa il nazionalismo etno-identitario.

Che minaccioso dilaga anche fuori dall’occidente. La derivazione della destra ultrà italiana palesemente deriva dal nazionalismo del primo Novecento. Tramite il fascismo, che ne fu forma estrema. Benché paia aver appreso i riti ufficiali della democrazia, non a caso cela a fatica la sua insofferenza. Donde la ferocia con cui cambia le norme, e rimuove ogni contropotere, che contrastino le sue intenzioni. A confermare la sua ascendenza, l’ha celebrata in pompa magna con una discussa mostra sul futurismo. Di qui breve è il passo alla grande tradizione reazionaria, sorta al tempo della Rivoluzione francese. Anti universalista, anti pluralista, anti politica, anti diritti dell’uomo, razzista, fatta d’idee, movimenti, partiti, tale tradizione è variegata e incoerente. Ma è l’altro polo della modernità politica, opponendo l’autocrazia a quell’insieme di tecniche di governo collegiale e condiviso che chiamiamo rappresentativo-democratiche. Da due secoli è la vera alternanza che agita l’Europa.

Viene rilegittimata la tradizione reazionaria dal «fascismo edulcorato», come l’ha definito Marc Lazar, di Berlusconi: il dolcificante con Meloni è finito. Purtroppo, non è il solo nemico del governo rappresentativo-democratico e dei valori sedimentati intorno ad esso. Non meno temibile è il capitalismo. L’inimicizia stavolta è più complessa. I ceti capitalistici nascenti furono decisivi per inventare il governo rappresentativo. Che non ha ancora imparato a fare a meno del capitalismo. Mentre non è vero il contrario. Ciò non toglie – la socialdemocrazia ne era consapevole – che il contrasto sia irriducibile. Il capitalismo si fonda sul primato dell’interesse privato. Il governo rappresentativo, pur se la pratica corrisponde di rado, si legittima invocando il bene pubblico. Benché possano convivere, la democrazia deve stare bene in guardia.

Ogni qualvolta l’autocrazia è prevalsa, i capitalisti – e i loro portavoce politici – erano in maggioranza dalla sua parte. Forse sta di nuovo accadendo. Le società democratiche paiono giunte al culmine di un percorso inesorabile di sdemocratizzazione intrapreso negli anni ‘70, in coincidenza con la crisi della manifattura e il declino dei profitti manifestatosi in quel momento. Da allora, la sdemocratizzazione è occorsa a più livelli. Il postfordismo ha devastato, senza opposizioni, il mondo del lavoro, la cui presenza organizzata era un contropotere fondamentale; welfare e diritti sociali sono stati smantellati; il solidarismo faticosamente penetrato nel senso comune ha ceduto il passo all’utilitarismo egoistico, alla riuscita personale, al merito, alla proprietà privata promossi a valori prioritari. Infine, sottomesse le amministrazioni pubbliche a una pelosa privatizzazione che le ha rese impotenti, sono state riscritte le regole della contesa politica. Chi vince la lotteria elettorale, si dice, è stato intronizzato dal popolo sovrano e governa perciò senza vincoli.

L’ultima mossa dell’odierna rapace variante di capitalismo è il suo pronunciamento a favore della destra ultrà. Già ha messo a sua disposizione mezzi finanziari e un’enorme potenza di fuoco mediatica, anzitutto esasperando la questione migratoria. Come negli anni 20 e 30 del Novecento, moderati e liberali spesso si accodano. Mentre le sinistre pagano i loro cedimenti. Quattro sopra tutti: hanno abbandonato la rappresentanza del mondo del lavoro e dei più deboli, hanno condiviso l’ubriacatura maggioritaria e hanno delegato ai tecnici, hanno soprattutto celebrato il capitalismo come dispositivo neutro e virtuoso: che faccia senza intralci il suo mestiere.

In realtà, il matrimonio con la destra ultrà può essere segno che il capitalismo occidentale sta incontrando difficoltà molto serie. Il neoliberismo ha perso smalto, l’assedio delle potenze emergenti è sempre più stringente, la crisi climatica è in atto. L’occidente a guida americana detiene paurosi mezzi militari, ma sul terreno della competitività perde colpi e i cittadini sono inquieti. Benedetta dagli elettori, l’inclinazione alla brutalità dell’ultradestra potrebbe sottomettere chi provi a resistere. Non fosse che le sfide che favoriscono il matrimonio fanno tremare i polsi, mentre le società occidentali sono troppo complesse per arrendersi come un secolo fa. La brutalità si può usare sui migranti che sono indifesi, con i nativi serve più cautela.

Orbene, se da qualche parte c’è una sinistra d’opposizione, disposta a far ammenda dei suoi errori, sarebbe suo compito accelerare il processo. Oltre denunciare gli oltraggi alla democrazia, facendosi apertamente portavoce delle vittime del capitalismo rapace, pianeta incluso; riscoprendo la democrazia come governo condiviso della cosa pubblica; rammentandosi che il capitalismo non è un dispositivo impersonale, ma un sistema di potere. Non avendo ancora appreso come liberarcene, nei suoi confronti si può riassumere una postura critica: per disciplinarlo, restringerlo e contrastarlo. Si può tornare a programmare e, in alcune sfere, va sostituito. Non è impossibile.


Ma i valori non bastano per contrastare Donald Trump

 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Siamo rimasti talmente spiazzati dalla rapidità con cui Trump sta smantellando il diritto internazionale da ignorare quasi del tutto l’altra faccia della questione: l’impotenza di chi, invece, vorrebbe preservarne i fondamenti. Sarà che il compito ci appare come un’impresa quasi disperata. Di fronte al sostanziale disconoscimento di qualsiasi meccanismo di «governance» multilaterale, agli oppositori del decisionismo trumpiano sembra restare solo una vuota retorica. Qualche firma su un documento di condanna contro le sanzioni alla Corte penale internazionale e i deboli borbottii per l’esclusione dell’Europa dalle trattative di pace in Ucraina non turberanno di certo il sonno alla Casa Bianca.

Il problema, ormai evidente, è la sproporzione della potenza messa in campo. E questo non dovrebbe preoccupare solo coloro che, come i paesi dell’Unione, di forza ne possiedono poca, ma anche chi, avendone in abbondanza, crede di poter costruire un nuovo ordine mondiale basato esclusivamente su di essa. La potenza da sola non basta mai: per poter essere esercitata senza rischiare di distruggere il sistema su cui si regge, deve essere riconosciuta e accettata attraverso qualche forma di legittimazione.

Per decenni, gli Stati Uniti sono stati consapevoli della necessità di questo equilibrio: il potere impiegato per imporre i valori della democrazia occidentale, di cui si sentivano promotori, si univa al senso di responsabilità proprio di chi si assume il ruolo di garante dell’ordine globale. Un piccolo stato può agire con spregiudicatezza, infischiandosene della stabilità regionale, se ciò serve ai suoi interessi. Una superpotenza, la cui area di influenza coincide con il Pianeta, no.

Ma l’equilibrio tra potenza e responsabilità deve reggere anche in senso opposto, evitando che un eccesso di cautela comprometta l’efficacia della propria deterrenza. L’America del nuovo millennio è, al contrario, spesso apparsa esitante nel sostenere le proprie intenzioni: dalla “linea rossa” di Obama sulle armi chimiche in Siria agli ultimatum di Biden sull’Ucraina, l’azione è stata più volte frenata per il comprensibile timore che le sue conseguenze potessero rendere ingestibile lo scenario futuro.

A lungo andare, tuttavia, questa prudenza ha finito per contribuire alla crisi dell’ordine internazionale odierno, venendo percepita come debolezza da molti attori e richiedendo oggi una dimostrazione di forza paradossalmente maggiore per ristabilire l’equilibrio. Un pericoloso cortocircuito che, alla fine, rischia di lasciarci tutti al buio.

Certo non è un dilemma che pare turbare troppo Trump, la cui idea di dominio si ispira all’espansione che, in 150 anni, ha trasformato 13 colonie di agricoltori in una potenza continentale a colpi di deportazioni di popoli e acquisti di territori. Il «bullismo» geopolitico del Presidente potrà anche avere una sua logica storica e pratica, ma questa non è più l’epoca di McKinley e Teddy Roosevelt, quando gli Usa potevano annettersi le Hawaii o occupare le Filippine senza provocare particolari traumi globali. Oggi, il mondo sembra mal tollerare lo stile sfrontato e affaristico con cui Trump si impone, giocandosi il tutto per tutto a ogni nuova dichiarazione: un azzardo il cui rischio non è il potenziale fallimento di un’azienda, ma il crollo dell’equilibrio di un Pianeta con 13.000 testate nucleari.

Quest’ultima considerazione dovrebbe bastare a motivare chi afferma di voler difendere il vecchio ordine che ha garantito 80 anni di pace e giustizia in Occidente. Ma è chiaro che evocarne i valori non sarà sufficiente a contrastare chi quell’ordine lo sta già sostituendo e che non si fermerà, a prescindere da quanto lo si possa trovare intollerabile. Se si vuole avanzare un’alternativa vera al progetto trumpiano, capace di riflettere ancora l’idea di giustizia su cui abbiamo potuto contare fino a oggi, dobbiamo anzitutto dotarla di una potenza equivalente. I principi rimangono la nostra guida, ma da soli non bastano: nel grande gioco della politica internazionale, nessun diritto, valore o argomento, per quanto nobile o razionale, si sostiene da sé. È imprescindibile, dunque, che essi siano accompagnati da una capacità di esercizio della forza concreta e convincente.

Non si tratta solo di contare chi ha più carri armati: un esercito europeo sarebbe certamente uno strumento di deterrenza efficace, ma non l’unico. Far leva sul peso finanziario, produttivo e commerciale dell’Europa diventa allora, prima ancora che una tema economico e di competitività, un imperativo geopolitico e di sicurezza. Si tratta di strumenti in prospettiva molto efficaci, ma che vanno utilizzati in modo incisivo, coeso e risoluto, e, soprattutto, che non possono restare ostaggio delle nostre paure riguardo a possibili conseguenze negative. In pratica, una parte del repertorio di Trump, ma con una differenza sostanziale: la consapevolezza che questi sforzi debbano essere utili al mondo, oltre che a noi stessi.


Il politologo francese: “Per la Ue sfida esistenziale, Trump disprezza le sue regole”

 

Di Anais Ginori, La Repubblica

«L’Europa ha davanti una sfida esistenziale» dice l’analista Dominique Moïsi, tra i fondatori dell’Institut français de relations internationales e autore di numerosi saggi di geopolitica tra cui “Geopolitica delle emozioni”. «Siamo di fronte a una doppia minaccia. Quella russa, strategica, geopolitica classica, e quella americana, nella tentazione del disprezzo per la democrazia».

Il contatto telefonico diretto tra Donald Trump e Vladimir Putin è una sorpresa?

«No, è piuttosto la cronaca di un disastro annunciato. I punti evidenziati da Trump sono chiari. L’Ucraina deve essere realista, quindi non recupererà i territori che ha perso. E noi occidentali dobbiamo essere realisti diplomaticamente. L’idea che l’Ucraina possa entrare nella Nato, inaccettabile per Mosca, non deve quindi nemmeno far parte della discussione. Si potrebbe dire scherzando che è facile negoziare con Putin: basta dargli ciò che chiede».

L’esclusione dell’Europa dai negoziati è però inedita?

«Per la prima volta dal 1941, l’Europa è sola di fronte al proprio destino. Non c’è più l’America pronta a salvarla. In modo puramente simbolico, Trump suggerisce di andare a incontrare Putin in Arabia Saudita. Alla fine della Guerra Fredda, i leader sovietici e americani si incontravano a Helsinki o a Malta. Ora nessuno né a Washington né a Mosca pensa nemmeno di fare una riunione in Europa. Quindi noi europei non siamo più un soggetto della Storia, non siamo quasi più un oggetto e nemmeno un luogo d’incontro».

Quali sono i rischi immediati ?

«Il presidente americano sta dicendo agli europei: ‘Se vi interessa l’Ucraina, occupatevene voi’. Ma l’Europa è più sola che mai, in un momento in cui è più divisa che mai. Il motore franco-tedesco è doppiamente in crisi. Il Regno Unito è uscito dall’Ue. Non sono né l’Italia, per la sua vicinanza a Trump, né la Polonia, per la sua volontà di difendersi a causa della sua eccessiva vicinanza geografica con la Russia, a poter trascinare il resto dell’Ue».

E’ lo spettro di una nuova Yalta per ridefinire gli equilibri del mondo?

«Il paragone storico è piuttosto la conferenza di Monaco del 1938 e la spinta alla capitolazione. Pensando a un altro periodo storico, la Guerra Fredda, ricordo che c’era l’Urss come grande potenza revisionista mentre l’America era la grande potenza a favore dello status quo, del rispetto dei trattati, delle alleanze. Oggi, abbiamo tre grandi potenze revisioniste – Cina, Russia, Stati Uniti – che vogliono ridefinire il mondo secondo i loro interessi a partire da una visione cinica».

Trump riuscirà a imporre la sua pace forzata in Ucraina?

«Mi è piaciuta la formula usata qualche giorno fa dal Presidente Sergio Mattarella durante il suo discorso a Marsiglia. Ha parlato del rischio di un ‘vassallaggio felice’ dell’Europa, alludendo a coloro che sperano in benefici sul piano economico dalla vittoria di Trump. Accanto, c’è il rischio molto concreto di un vassallaggio doloroso. Siamo di fronte a una doppia minaccia. Quella russa, strategica, geopolitica classica. E quella americana, nella tentazione del disprezzo per la democrazia. Ciò che è in gioco è addirittura la sopravvivenza della democrazia liberale classica».

I partiti sovranisti, alcuni già al potere e altri in ascesa in diversi, partecipano a questa spinta per distruggere l’Ue?

«Credo che siano degli alleati reali sia per Putin che per Trump. Sono il jolly di Mosca tanto quanto di Washington. Ma si potrebbe anche dire che il vero idiota utile è Trump, che mette la sua azione al servizio della Cina, perché la Russia non ha i mezzi per le sue ambizioni. Xi Jinping vede ciò che sta accadendo come una formidabile accelerazione nella storia in suo favore».

Da europeo, sembra molto pessimista.

«Dobbiamo essere consapevoli della radicalità di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi. Nel giro di una telefonata di 90 minuti, la Russia è passata da Stato paria dall’invasione dell’Ucraina a partner accettabile, e addirittura desiderato dalla prima potenza mondiale, gli Stati Uniti. L’Europa è assente. Trump, poco a poco, ci sta presentando la sua dottrina: l’America prima di tutto significa che l’America sceglie le sue priorità. La sua priorità è la rivalità con la Cina. I suoi avversari sono molto più importanti dei suoi alleati, che disprezza».

Addirittura una forma di disprezzo?

«Trump attribuisce molta più importanza, interesse e rispetto ai suoi avversari che ai suoi alleati. In Putin ritrova il suo modo di operare mentre disprezza quello dei paesi membri dell’Ue. Per lui, è il mondo di ieri».

In questo nuovo mondo, l’Europa è la vittima designata?

«Noi europei siamo gli ultimi nostalgici del diritto, del rispetto degli accordi, dei trattati. Tutto questo è superato. Siamo entrati nel mondo della legge del più forte. E in questo mondo ci sono tre attori che capiscono cosa c’è in gioco: l’America, la Cina e la Russia. Il pericolo non è solo che l’Europa non abbia più una voce che conta, ma che prima di esprimersi dovrà valutare se non rischia di irritare Mosca da una parte o di inimicarsi Washington dall’altra. E’ la definizione di chi è vassallo”.

Nell’immagine: Dominique Moïsi


Putin non celebra, la Yalta che ha in mente resta lontana

 

Di Luigi De Biase, il manifesto

Chiamatela Nuova Yalta. Chiamatela architettura della sicurezza in Europa. Nei fatti: un grande patto che garantisca gli interessi russi dai mari del Nord ai porti nel Mediterraneo. È di questo che Vladimir Putin intende discutere con il presidente statunitense Donald Trump, come ha ribadito proprio ieri il portavoce del Cremlino. Insomma, il modo in cui russi guardano alla telefonata fra i due capi stato è distante dalle analisi che corrono fra Washington, Londra e Bruxelles.

PER QUANTO COSTOSA sul piano politico, sul piano economico e soprattutto su quello umano, la questione Ucraina è solo una parte del progetto putiniano. Così, a ventiquattro ore dal colloquio nessuno a Mosca parla di «successo». Nessuno usa il termina «vittoria», che in Russia ha assunto un significato sacrale. Nessuno discute la fine delle tensioni con l’Europa e con gli Stati Uniti, per non parlare delle operazioni militari oltre confine che vanno avanti da tre anni. L’impressione è che nella cerchia di Putin siano convinti di essere al principio di un lungo percorso.

Al grande patto sulla sicurezza i russi vorrebbero arrivare trattando solamente con Trump. Considerano prematuro coinvolgere la Cina, che pure è un partner e spinge da mesi per avere un ruolo, come ha riportato il quotidiano Financial Times. Scartano l’ipotesi di avere al tavolo governi europei perché, lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Lavrov, «hanno abbandonato la diplomazia e sono passati al linguaggio delle minacce»: per loro, sempre secondo Lavrov, la telefonata di Trump dovrebbe essere una «sveglia» per il ritorno al dialogo.

UN’APERTURA SORPRENDENTE rispetto alle posizioni dei mesi scorsi riguarda la presenza dell’Ucraina, che «in un modo o nell’altro» dovrebbe prendere parte alle trattative. Molto a questo proposito dipenderà dalle future scelte politiche del paese, che secondo il Cremlino è retto al momento da un presidente e da un governo illegittimo, e per Trump dovrebbe organizzare al più presto nuove elezioni.

Il Cremlino cercherà di sfruttare il filo diretto con Washington per alzare la pressione politica sull’Ucraina. Da tre anni Volodymyr Zelensky spinge la nazione alla lotta con la promessa dell’ingresso nella Nato, e quindi nella istituzione dell’occidente. La fine delle ambizioni può indebolire il suo potere. Non a caso nelle ultime ore Zelensky ha dato il via libera a sanzioni contro quattro oligarchi considerati rivali politici, fra loro l’ex presidente Petro Poroshenko, che aveva sconfitto alle presidenziali nel 2019. «Da quando ha abbandonato i colloqui a Istanbul, Zelensky ha trovato sulla sua strada soltanto opzioni peggiori per l’Ucraina», nota l’opinionista del panorama liberale Yulia Latynina parlando dei colloqui organizzati in Turchia nel corso del conflitto e terminati senza risultato. Per l’influente senatore Vladimir Dzhabarov del partito di governo Russia Unita, «Zelensky non ha un dialogo con Trump, è stato semplicemente messo al corrente di quel che accade, e per questo è molto preoccupato». Il messaggio agli ucraini è chiaro: a questo punto più si combatte e più avete da perdere.

L’ALTRO STRUMENTO con cui il Cremlino porterà avanti il programma è quello militare. Dopo la telefonata con Trump l’esercito di Putin ha compiuto pesanti raid su infrastrutture strategiche a Kiev e a sud, nella regione di Odessa, in particolare nel distretto di Izmail, un importante porto fluviale al confine con la Romania usato per le forniture di armi.
Oltre ai bombardamenti a distanza, i russi proseguono la lenta e inarrestabile avanzata nel Donbass. Chilometro dopo chilometro. Villaggio dopo villaggio. Strada dopo strada. Una marcia che sfianca le difese ucraine, contro la quale né Zelensky né i generali che si sono avvicendati al suo fianco hanno ancora trovato un rimedio.

TRUMP È CONVINTO che esistano buone possibilità di chiudere la guerra in tempi stretti. Ma l’Ucraina non è il solo punto sull’agenda russa. Per questo Putin cercherà di usare l’indiscutibile vantaggio sul piano bellico come leva nei negoziati per ottenere dagli Stati Uniti un’intesa ben più vasta rispetto alle terre che nessuno sembra ormai disposto a contendergli.