Sergio Rossi – Perdere il servizio pubblico sarebbe una sconfitta per tutti

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Sergey Markov: “Putin tratta soltanto con gli Usa. Zelensky è una marionetta dell’Ue”

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Di Giovanni Pigni, La Stampa

. «Putin e Trump non hanno parlato direttamente, ma i loro consiglieri si sono confrontati mentre loro sedevano accanto». Secondo Sergey Markov, direttore dell’Istituto di Ricerche Politiche di Mosca ed ex consigliere del presidente russo, le posizioni di Putin e Trump sul conflitto in Ucraina sono ancora troppo lontane e, per questo, i contatti tra i due leader avvengono ancora in maniera indiretta e informale.

Il Cremlino non ha né confermato né smentito la notizia della telefonata tra Trump e Putin, nonostante avesse confermato giorni prima che sono in corso dei contatti. Perché tanta ambiguità?

«Prima di tutto, perché si tratta di negoziati atipici. Credo che sia andata così: Putin e Trump non hanno parlato direttamente, ma i loro consiglieri si sono confrontati mentre loro sedevano accanto. In secondo luogo, si tratta di un regalo di Putin a Trump: a Putin non importa come verranno interpretati i suoi negoziati con Trump, specialmente sulla stampa occidentale. A Trump, invece, importa eccome: ha molti nemici influenti pronti a criticarlo. Perciò, Putin offre a Trump l’opportunità di interpretare questi negoziati nel modo a lui più conveniente».

Lei ha scritto che il fatto che Putin e Trump non si parlino ufficialmente è anormale e indica una profonda crisi diplomatica tra i due Paesi. Cosa intende?

«Intendo dire che non è normale questo clamore per una semplice telefonata tra due capi di Stato: dovrebbe essere la norma, non qualcosa di straordinario che viene discusso da centinaia di media e politici in tutto il mondo».

Per quale motivo i due leader continuano ad evitare contatti a livello ufficiale?

«Perché non hanno ancora ottenuto alcun risultato. C’è un’enorme aspettativa per questi negoziati, quindi è necessario avere qualche tipo di risultato preliminare. Ecco perché penso che i negoziati stiano avvenendo, ma non li annunciano apertamente».

Pensa che le due parti non abbiano trovato alcun punto di contatto?

«Attualmente le posizioni delle parti sono estremamente lontane. L’Occidente non vuole nemmeno discutere del fatto che abbia portato al potere in Ucraina una giunta fascista, che questo governo sia un problema e che debba essere eliminato. Poi, la Russia dice che la Nato non deve avvicinarsi ai suoi confini, mentre la squadra di Trump propone come principale modo per stabilire la pace il dispiegamento in Ucraina delle truppe Nato della Gran Bretagna e della Francia».

Chi è, secondo lei, maggiormente interessato a un incontro in questo momento, Putin o Trump?

«Senza dubbio, Putin. È in corso una guerra estremamente feroce contro la Russia, dove decine di migliaia di persone vengono uccise, mentre ogni giorno le città russe subiscono incursioni e bombardamenti aerei, per non parlare delle sanzioni. Naturalmente, Putin ha molto più bisogno di un contatto rispetto a Trump».

Pensa che ci sarà spazio per un ruolo dell’Unione europea nelle trattative di pace?

«Ritengo che l’Europa debba essere completamente esclusa da questi negoziati. Il ruolo dell’Europa in questa guerra è orribile: se l’America è stata l’istigatrice iniziale della guerra, i principali istigatori ora sono la Gran Bretagna, la Francia e la Commissione europea. Perciò, meno l’Europa è rappresentata nei negoziati, maggiori sono le possibilità di pace. Ed è per questo che Zelensky vuole la presenza dell’Europa. Zelensky non vuole la pace».

Pensa che si possa raggiungere un accordo di pace sull’Ucraina senza coinvolgere Zelensky?

«Prima Zelensky era una marionetta dell’Occidente, ma dopo l’arrivo di Trump, la struttura che lo comandava si è sfaldata, sono comparsi punti di vista diversi, e Zelensky ha paradossalmente acquisito autonomia. Quindi ora non si può fare la pace senza di lui. Zelensky ha già parlato con Trump: è andato a Washington prima delle elezioni e ha avuto colloqui con lui. Il contatto dunque esiste già e la posizione di Zelensky è certamente ben nota a Trump e alla sua squadra».

Nell’immagine: Sergey Markov, direttore dell’Istituto Ricerche Politiche di Mosca 


Cacciari: “I monopoli finanziari dettano l’agenda di queste destre. Temo torsioni autoritarie”

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Di Concetto Vecchio, La Repubblica

 

Professor Massimo Cacciari, il mondo è finito in mano alle destre?

«Destra è un termine che non rende più l’idea».

E qual è il termine giusto?

«Oggi la vera questione è che i grandi monopoli finanziari, tecnici e produttivi dettano le condotte della politica».

È anche il caso di Trump?

«Trump è l’esempio massimo di questa subordinazione».

Pensa che sia debole?

«Sì. Cos’è la sua prepotenza verbale se non un modo per mascherare la propria debolezza?».

È colpito dal raduno dei patrioti sovranisti a Madrid?

«Offrono prospettive di governo odiose, ma anche la loro ideologia in fondo manifesta un’impotenza politica nei confronti dei grandi interessi monopolistici».

Salvini dice: «Meno Europa, più libertà».

«Vuol dire: siamo sovrani a casa nostra. Ma chi come noi è piccolo non è più sovrano da tempo. Fare i nazionalisti significa lasciare campo libero alle potenze economico-finanziarie, essere funzionali al loro disegno».

Funzionali come?

«Nel senso che i nazionalisti, Meloni con più intelligenza di Salvini, combinano ideologie vetero-reazionarie con la subordinazione di fatto alla potenza economica dominante. Meloni aggiunge un solido aggancio alla politica neo-conservatrice americana».

La democrazia però così non rischia?

«Ma la democrazia così come l’abbiamo conosciuta nel Dopoguerra, che si reggeva sul patto tra welfare e un capitalismo ancora legato alla dimensione statuale, è finita negli anni Ottanta. Quel modello non è stato sostituito più da niente. Dov’è oggi la borghesia?»

Le forze che dovevano contenere il tecnocapitalismo si sono sottratte?

«Non ce l’hanno fatta».

Perché in Italia la sinistra non riesce più ad affermarsi?

«Perché non contiene più i processi recessivi. I redditi sono fermi a vent’anni fa. La democrazia è un affare terribilmente concreto. È permettere agli ultimi di salire la scala sociale, distribuire la ricchezza prodotta, promuovere l’universalità dei servizi sociali. Se tu non offri una prospettiva in questo senso è inevitabile vinca Meloni».

Nel Pd, come rivela l’intervista a Repubblica di Franceschini, si fa largo la convinzione che Schlein non potrà battere Meloni.

«Ci riuscirà Franceschini invece».

Difende il lavoro di Schlein?

«Ma certo! Lasciamola lavorare. Gli altri cos’hanno da opporre? Ha recuperato un elettorato che si era allontanato negli anni di Renzi».

Non è acerba?

«Deve costruire un gruppo dirigente, un partito vero, questo è la strada che ha davanti. Ma non vedo alternative».

Sulla Corte penale internazionale l’Italia si è sganciata dall’Europa.

«Ma quella è la storia di Meloni. Non si è ancora del tutto ancorata alle politiche europee e la sua legittimazione le viene dal seguire la politica americana».

E non è un colpo al diritto internazionale?

«Dov’era il diritto internazionale a Gaza, in Ucraina? Vige l’ordine del disordine».

Ma quando Mattarella dice che senza gli organismi sovranazionali rischiamo altre guerre, forse la grande guerra, non evoca un rischio concreto?

«Metodologicamente non fa una grinza. È così: il rischio è la guerra. Ma mi permetto di fare notare che quando serviva il multilateralismo, dalla guerra jugoslava all’Iraq, l’Europa non si è mossa, subendo le decisioni altrui».

Non è preoccupato?

«Lo sono eccome. Se si indeboliscono gli organismi multinazionali, che vanno tuttavia radicalmente riformati, prospereranno altri conflitti e le torsioni autoritarie interne».

Cosa dovrebbero fare le classi dirigenti democratiche?

«Meno chiacchiere. Meno ideologie. Meno propaganda. Dire alla gente come stanno le cose. E battersi per riforme e politiche di spesa che migliorino sanità, scuola, welfare. Rimotivando gli elettori al voto».

Recuperare gli astensionisti?

«Sì, quello non te lo può impedire Trump. E poi difendere l’idea di Europa: dire che fanno schifo gli Stati europei, non l’Europa».

Battersi per un’Europa da riformare?

«Lo so che è difficilissimo oggi di fronte alle prepotenze dei Musk e a una politica americana mai tanto contraria all’idea di un’Europa politicamente unita».

Cosa gliene pare del caso Almasri?

«È stata la fiera della ipocrisia. Il frutto dell’intera politica sull’immigrazione contrattata con tribù libiche varie. È stata fatta una scelta: Giorgia Meloni l’ha rimandato a casa per continuare tale sciagurata politica».

Non era il caso di dirlo?

«Ma manca sempre un discorso intellettualmente onesto, quando serve. È tutta retorica propagandistica ormai».

Cosa attende gli italiani?

«Un autoritarismo da accatto, demagogico, straccione. Succube del grande potere economico, e degli Stati Uniti. Meglio così che sotto Putin o la Cina? Certo, e dovrei consolarmi con questo?».


Come finisce una guerra: le armi tacciono, ma non c’è pace giusta

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Perché si fanno le guerre? Per distruggere. E perché, qualche volta, si fanno finire? Per ricostruire. Così quelli che le amministrano e le sfruttano, generali finanzieri affaristi e mercanti riuniti in allegre conventicole che assomigliano un po’ troppo a banali società per azioni, realizzano la perfezione dell’investimento, cioè guadagnare due volte. fornendo a caro prezzo prima i mezzi per la distruzione bombe carri armati aerei droni; e poi facendosi assegnare gli altrettanto lucrosi appalti per rimettere insieme i cocci. Fregiandosi anche del titolo di benefattori.

Chi è che non ha guadagnato nulla, anzi ha perso tutto case beni affetti la vita? Chi l’ha combattuta nelle trincee, prestando fede a slogan quasi sempre bugiardi, a infatuazioni epicizzanti, difendere la patria o ricostruirne la grandezza, applicare il diritto internazionale o realizzare i nostri sacri interessi… E coloro, molti di più, che l’hanno vissuta senza poter dire niente nelle retrovie che non esistono più perché sono solo un altro fronte, ridotti ad atti inutili come fuggire sopravvivere sperare.

Nei venti giorni trumpiani che cambiarono, forse, il mondo, questo doveva accadere, come se niente fosse, in Ucraina. Il presidente americano è uno che vende fumo ma lo vende con brio. Non è certo uno che si ingarbuglia nelle sottigliezze del torto e della ragione, del colpevole e dell’innocente. Le Furie erano ritenute dai greci anteriori agli dei. Per Trump dopo la guerra e le vendette non viene Zeus, vengono i buoni affari, la ricostruzione e lo sfruttamento delle terre rare per ingolosire Zelensky. Ha gettato il suo sasso nella palude della guerra dei tre anni e come per incanto la melma si è smossa, i cerchi hanno iniziato ad allargarsi. Era quello che chi lo ha preceduto alla Casa Bianca non poteva fare, avrebbe perso la faccia. Così i due contendenti che si scambiavano solo insulti, nazista criminale di guerra invasore servo della Nato, hanno accettato quello che fino a ieri avrebbero definito tradimento, ovvero di discutere. In un conflitto fratricida dove la vendetta è l’unico imperativo, una necessità organica, si è compiuto il passo impossibile.

Dopo le ultime moine propagandistiche secondo necessario passaggio, far sparire le condizioni non negoziabili, ovvero l’uscita di scena di Zelensky (e di Putin), la intangibilità dei confini del 2014, le ritirate preventive dei russi. Non so se Trump, da temerario dilettante abborracciatore, infatuatosi e infatuando con lo slogan faccio finire la guerra in ventiquattro ore, avesse coscienza o cognizione dei progressi fatti o si sia imbussolato il cervello di quelle teorie della signoria americana con avventata millanteria di potenza. Il fatto è che le intemperanze del cui stile c’è da avere rossore indelebile hanno ottenuto quello che in tre anni diplomatici sacri e profani, sedicenti mediatori e fini cervelli delle élite non hanno nemmeno sfiorato.

È scomparso, ed è stato un segnale che avremmo dovuto notare con maggiore attenzione, un aggettivo a cui soprattutto noi europei siamo rimasti ottusamente incatenati per tre anni legandoci a una comoda impotenza, ovvero l’aggettivo ‘’giusta’’ appiccicato alla parola pace. Non lo pronuncia più nessuno. Per la verità non l’ha mai utilizzato Zelensky che ha sempre coniugato la parola pace con vittoria che per lui significava vedere i russi in umiliante ritirata ripassare i confini fissati per l’Ucraina nella disinvolta disintegrazione della unione sovietica. Putin, beh Putin si è sempre mantenuto nel vago, in fondo era una operazione speciale non c’era bisogno di fissare dei limiti. In questo modo al momento in cui anche lui accetta di passare alla fase delle trattative, nessuno può dire che non abbia raggiunto i suoi obiettivi. Visto che restano ipotesi.

Il concetto di pace giusta (quella ingiusta si definisce resa) l’hanno ripetuta fino allo sfinimento i leader europei con la loro politica inetta ad affrontare difficoltà e i pericoli per dare alle opinioni pubbliche e al severo Zelensky l’impressione di essere dei trinceristi della resistenza a oltranza al male assoluto, al nuovo Hitler. Quando in realtà il loro «essere con gli ucraini» consisteva, a grattare sotto la crosta dei discorsi, solo nel riempire gli arsenali e fornire denari alla tragedia: un’unione sciagurata di improvvido machiavellismo e di avara debolezza. La esclusione dal tavolo dei negoziati ne sarebbe una meritata punizione.

Allora Trump è stato il detonatore, ma la guerra potrebbe arrivare a una tregua per una ragione che consiste nel reciproco riconoscimento di una condizione di sfinimento. È questo il vero modello coreano evocato come possibile via di uscita. Zelensky non ha più uomini da gettare nella fornace e rischia ogni giorno che passa il tracollo della sua linea di difesa. Potrebbe perdere così un territorio ancora più vasto di quello che i russi con la loro strategia brutale, lenta e implacabile gli hanno rosicchiato negli ultimi mesi. Putin sa che, anche dispiegando propagande spregiudicate e stringendo i bulloni autocratici, non può spremere i russi oltre un certo punto. La sua non è la grande guerra patriottica che cementa il popolo davanti a una invasione.

Dunque come si interrompe una guerra come questa? Il primo passo, la scelta del mediatore, Trump, sembra accettata. Ora bisogna trovare un luogo neutrale dove trattare il cessate il fuoco o una tregua. Un passo difficile per Zelensky perché si parte dalla regola dell’ uti possidetis: i due eserciti a una certa ora smettano di sparare lungo il fronte che si è formato fino a quel momento.

Lo slogan della geopolitica della palanche è dunque: non fate la guerra fate soldi. Purtroppo sembra l’unica via possibile in un tempo che non crede più a niente neppure alla propria ombra. Ma che cosa diranno Putin e Zelensky alle decine di migliaia di parenti dei morti, ai feriti, ai mutilati che si sarebbero battuti per tre anni per far crescere i fatturati e i dividenti di quelli che un tempo si definivano, ingenuamente, i padroni del vapore?


Cercare la pace oltre la spada del dio Marte

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Di Nicola Lagioia, La Repubblica

L’umanità ha consegnato un’altra volta il proprio cuore alla guerra. Siamo costretti a constatarlo in questo terzo decennio del XXI secolo. Eravamo certi che il Novecento ci avesse impartito una lezione memorabile, ma abbiamo già dimenticato tutto. Finita la Guerra fredda, caduto il mondo diviso in due blocchi, ci siamo illusi (come si disse allora con una locuzione di dubbio gusto) che l’umanità stesse entrando nell’Età dell’Acquario – un’epoca di pacificazione e concordia universale –, che addirittura la Storia intesa come atrocità e prevaricazione («uno scandalo che dura da diecimila anni», scriveva Elsa Morante. L’incubo da cui Stephen Dedalus non riusciva a risvegliarsi) fosse finita. Non ho idea come lo «sciopero degli eventi» (così, invece, venne da alcuni battezzato, con una giusta punta d’ironia, il periodo più illusorio degli anni Novanta) potesse averci persuaso di questo memorabile cambiamento. La guerra civile nella ex Jugoslavia e un numero impressionante di conflitti locali sarebbero stati già allora sufficienti a confermare per l’umanità la persistenza di un cuore barbarico, assetato di sangue, “rapido alla guerra”. Ancora bombardamenti, devastazioni, saccheggi, pulizie etniche, genocidi, occupazioni, stragi di soldati, civili, bambini…

Oggi, che la “guerra mondiale a pezzi” rischia di rivelarsi il puzzle di un’apocalisse in via di svolgimento, torniamo a ragionare con angoscia sull’evidenza di essere ancora incastrati nell’Età di Marte. I giornali faticano a salvare l’informazione dalla propaganda. Le trasmissioni televisive si riempiono di esperti. La geopolitica vorrebbe diventare la griglia interpretativa per capire che cosa sta accadendo. Ma la geopolitica, da sola, non basta. Sarebbe come limitarsi alla meteorologia per comprendere i cambiamenti climatici. Per questo motivo gli autori e le autrici di questa antologia sono preziosi, ancora più oggi che abbiamo la pretesa di spiegare tutto in termini di congiunture storiche, disequilibri economici, indici demografici, confini territoriali. La guerra è certamente anche il frutto avvelenato di una contingenza, di una serie più o meno disordinata di nessi causali. Ma, grattando la superficie degli eventi, dovremmo intenderla anche come qualcosa di più profondo e oscuro: una malattia della specie. Anzi, la più terribile delle nostre patologie. Perché non siamo ancora guariti?

In Non ricominciamo la guerra di Troia, uno scritto presente in questa antologia, Simone Weil mette in rilievo un’evidenza al tempo stesso elementare e sconvolgente. Osservate a distanza, con il senno del poi, a fronte dei disastri e della sofferenza che hanno provocato, tutte le guerre nascono da motivi assolutamente futili. Il rapimento di Elena scatena una serie di scontri e atrocità sempre più sfrenate, sganciate via via dalla loro causa scatenante. Tanto che, scrive sempre Weil, a un certo punto quella causa più che un fantasma (il fantasma di Elena tra le mura di Troia) diventa un dato di irrealtà, un episodio dimenticato dagli stessi belligeranti, i quali continuano a distruggersi a vicenda senza più ricordare perché.

E del resto lo stesso scontro con cui si apre L’Iliade – la lite tra Agamennone e Achilleper il possesso di Criseide e Briseide – è più futile di una rissa da bar, come fa notare con macabro compiacimento il professor Silk Coleman al principio de La macchia umana di Philip Roth.

Se dalla guerra con cui si apre la storia della letteratura occidentale ci spostiamo al primo omicidio – se dalla violenza collettiva ci muoviamo, vale a dire, su quella individuale, dall’Iliade al mito di Caino e Abele descritto nella Genesi, il nocciolo della questione rimane tragicamente identico. Così come achei e troiani si scannano per qualcosa che non ha lontanamente a che fare con la sopravvivenza dei rispettivi popoli, Caino non uccide Abele per una questione di vita o di morte. A muoverlo non è la necessità, ma l’orgoglio ferito. Dio, senza ragione apparente, ha preferito ai doni di Caino quelli di suo fratello, gettando il primo nella frustrazione e nel risentimento.

Sempre Weil identifica nella dismisura delle ideologie (compresa la democrazia quando diventa un feticcio), nella mostruosità dei sentimenti assoluti una delle micce da cui divampa con più frequenza la follia collettiva della guerra. Elsa Morante, che di Weil era una grande ammiratrice, in Pro e contro la bomba atomica (presente in questo libro) indica nell’astrazione la malattia che rischia, a ogni generazione, di farci ripiombare nella barbarie. E che cos’è l’astrazione, se non il dissennato scassinamento del concetto (e del congegno) di limite? Il limite è umano, concreto, naturale. La dismisura è un fantasma, un’astrazione, un’aberrazione mentale in nome della quale si può sacrificare ogni cosa.

C’è una battuta, contenuta in una scena di Patton, generale d’acciaio diretto da Franklin J. Schaffner, che risulta piuttosto emblematica nell’economia del discorso che stiamo facendo. Patton sta ispezionando il campo dopo una battaglia. Intorno a lui ci sono devastazione, fiamme, carri armati distrutti, cadaveri, soldati agonizzanti. A un certo punto il generale solleva tra le braccia un suo ufficiale morente. Lo bacia, si guarda intorno e dice: «come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita!». A ricordare questo formidabile frammento cinematografico è James Hillman in uno dei suoi ultimi lavori, Un terribile amore per la guerra. In quanto psicologo, qui Hillman sembrerebbe poter evocare il Freud di Al di là del principio del piacere, dove il padre della psicoanalisi affrontava con audacia la “pulsione di morte” che muoverebbe i nostri passi, in continua antitesi con lo slancio vitale da cui pure siamo animati.

Ma Hillman era uno junghiano, dunque nel suo caso è forse meglio parlare di grandi archetipi, Eros e Thanatos. La guerra è un mito che ci sovrasta, che contribuisce a rappresentarci, che ci possiede, e i miti («l’averlo riconosciuto è la più grande di tutte le conquiste della mente greca») sono la normazione dell’irragionevole. Così come a volte agiamo sotto il segno di Venere, in altrettanti casi è Marte a guidare le nostre azioni. È questo dio che avanza armato di lancia e scudo a possederci.

Il progresso dovrebbe essere l’emancipazione da questa violenza originaria. Ed in effetti i nostri progressi nel campo filosofico, scientifico, tecnico, così come l’evoluzione dei nostri sistemi sociali, giuridici, economici, hanno reso via via la violenza sempre meno una necessità. Tanto che oggi viviamo in un mondo in cui la violenza non è più indispensabile alla sopravvivenza della specie. Ma il progresso tecnico, scientifico, filosofico, giuridico, economico e politico viaggia in modo infinitamente più veloce rispetto ai cambiamenti nella nostra memoria genetica, nell’antropologia, nella biologia. In una parte della nostra mente, nel nostro cervello, e in una parte nemmeno trascurabile – che lo vogliamo o meno – siamo ancora quelle creature spaventate e ipersensibili, immerse nella notte dei tempi, che si vedono costrette a usare la violenza per scampare alla morte. È questa, direbbe Jung, la nostra ombra. (O il nostro fantasma, la nostra astrazione). La portiamo sempre con noi. La cosa peggiore che può capitarci è fingere che l’ombra non esista, arrivare a credere di non vederla per pacificarsi la coscienza. Certo, possiamo dimenticare l’ombra. Ma tutto ciò che rimuoviamo promette di tornare in forme sempre più terrificanti a fare danni (a seminare morte e distruzione in questo caso) di cui torniamo consapevoli solo quando è tardi, cioè al momento di contemplare un cumulo concreto di rovine. Dare un nome all’ombra che siamo, accettarla, farci i conti, è l’unica speranza per provare a domarla, a convogliarne la sua innegabile energia verso qualcosa di meno dannoso possibile.

Tra gli autori qui antologizzati c’è anche Nelson Mandela. Dopo la fine dell’apartheid, Mandela e i suoi istituirono in Sudafrica “La Commissione per la verità e la riconciliazione”. Si trattava di un tribunale straordinario il cui scopo era raccogliere le testimonianze di oppressi e oppressori, vittime e carnefici, per consentire alle parti di incontrarsi, parlarsi, confrontarsi. Questo serviva innanzitutto per portare gli uni a riconoscere l’esistenza degli altri trasformando i fantasmi in persone, l’astrazione in realtà e, quindi, in un momento successivo, per chiedere e (nel caso) ottenere il perdono. Si cercò di avviare il paese verso un vero processo di pacificazione. Fu un percorso lungo, difficile, per certi versi “impossibile”, un esperimento di giustizia riparativa che tuttavia, alla fine, diede il risultato eccezionale di non far precipitare il Sudafrica verso una altrimenti non improbabile guerra civile.

«Sapevo che l’oppressore è schiavo quanto l’oppresso», scrive Mandela, «perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L’oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della propria umanità. Da quando sono uscito dal carcere è stata questa la mia missione: affrancare gli oppressi e gli oppressori». Con quell’esperimento si cercò, insomma, non solo di emancipare le vittime da un più che comprensibile risentimento, ma gli oppressori dal proprio stesso odio. Si cercò di “spossessarli”, di “liberarli” dai demoni.

Tra le istituzioni giuridiche, il processo è quella che possiede più elementi rituali, dall’uso dei costumi a tutta una serie di formalità cerimoniali, dall’allestimento dello spazio fisico alla determinazione dei ruoli degli attori “in gioco”. Secondo alcuni studiosi, dalla matrice delle cerimonie religiose si biforcano due tipi di pratiche umane, diverse e speculari, fondamentali entrambe per la tenuta della civitas: il processo da una parte e il teatro dall’altra. Quest’ultimo, nel mondo greco antico, svolgeva al suo momento apicale una formidabile funzione catartica. Gli esperimenti più audaci e riusciti di giustizia riparativa come quello descritto sono sì istituzioni giuridiche, ma possono svolgere al tempo stesso una funzione catartica, liberatoria. Non ci riflettiamo mai abbastanza.

L’umanità sta consegnando di nuovo il proprio cuore alla guerra. Saranno necessarie le opere di mediazione, le strategie politiche e quelle militari, la diplomazia, le pratiche di dissuasione e quelle di deterrenza, lo scambio di ostaggi, le conferenze internazionali, l’accortezza dei militari, la saggezza dei capi di stato, l’intelligenza della società civile, persino la geopolitica. Ma tutto questo servirà nel migliore dei casi a circoscrivere l’orrore, a rimandare il disastro definitivo, non a guarire il nostro cuore. Il mondo laico non ha ancora elaborato delle forme rituali capaci di liberarci ciclicamente dalle ombre che ci opprimono. Servirà anche questo, l’elaborazione di una pratica di tipo nuovo. Avremo bisogno di un’azione di spossessamento, di un esorcismo, di un rito collettivo di liberazione e guarigione, per evitare di far finire anzitempo l’avventura di noi umani sulla terra.

 

Il libro

Questo testo è un estratto dell’introduzione a Profezie bianche. Antologia del pacifismo: da Erasmo da Rotterdam a Gino Strada (pagg. 240, euro 18), edito da Fondazione Feltrinelli. Un volume composto da contributi di autori vari, tra cui Italo Calvino, Immanuel Kant, Nelson Mandela, Elsa Morante, Simone Weil, Boris Vian, Virginia Woolf. In libreria dall’11 febbraio


Gli svizzeri dicono no alla responsabilità ambientale

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Avanti così! Gli Svizzeri continuano a farsi del male. La “responsabilità ambientale” non è pervenuta. 

La maggioranza dei votanti ha detto no all’iniziativa promossa dai Giovani Verdi che chiedeva che “le attività economiche possono consumare risorse ed emettere sostanze nocive soltanto nella misura in cui le basi naturali della vita siano conservate. La Confederazione e i Cantoni assicurano il rispetto di tale principio; tengono conto in particolare della sostenibilità sociale, in Svizzera e all’estero, delle misure da essi adottate”. Si specificava che la disposizione si applica “al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, al consumo di acqua, all’utilizzazioine del suolo e all’immissione di azoto e fosforo”.

Le misure avrebbero dovuto essere entro dieci anni. Proposta severa, anche radicale, ma se si vuole correggere il disastro ambientale imminente, poteva essere una buona idea. Tanto per fare un confronto ardito: così come Trump, a colpi di ordini esecutivi, fa di tutto per acutizzare le catastrofi ambientali, il popolo svizzero poteva prendere una posizione forte e chiara nella direzione contraria. 

“Un milione di specie viventi sta rischiando l’estinzione”, – spiega Mario Tozzi – ma nessuno fra i sapiens sembra preoccuparsi più di tanto”. 

Gli svizzeri, ci dicono i sondaggi, si preoccupano per il cambiamento climatico, ma non agiscono di conseguenza. Come mai?

Una prima risposta è che l’iniziativa era troppo drastica. Poi, come sempre in questi casi, lo schieramento dei contrari, dal Governo al Parlamento ai partiti borghesi, ha alzato un muro di terrore accusando l’iniziativa di far crollare l’economia del paese. Un’esagerazione, perché essendo una proposta generica il Parlamento avrebbe potuto attuarla con modalità di “sostenibilità sociale”, come peraltro recita l’articolo costituzionale, nell’arco di dieci anni. Dunque, il Parlamento avrebbe avuto ampio margine di manovra. “L’accettazione di un’iniziativa – sostiene il politologo Pascal Sciarini – apre un nuovo campo di negoziati il cui risultato è difficilmente prevedibile, e sono rare le iniziative concretizzate e attuate conformemente alle disposizioini costituzionali”. Infatti qui si cozza contro un paradosso: gli stessi parlamentari che hanno bocciato l’iniziativa sarebbero chiamati a decidere come applicarla!

L’ “Iniziativa delle Alpi”, accettata nel 1994, è lungi dall’essere compiutamente messa in atto. L’iniziativa “Contro gli F-35”, dell’agosto 2022, non è andata in votazione prima dell’acquisto dei caccia, con la scusa antidemocratica della mancanza di tempo.

Se guardiamo alla Costituzione, bisogna prendere atto che lo stesso articolo 73 che prescrive a Confederazione e Cantoni di operare “a favore di un rapporto durevolmente equilibrato tra la natura, la sua capacità di rinnovamento e la sua utilizzazione da parte dell’uomo” non è pienamente rispettato. C’è molto da fare nella direzione indicata dall’iniziativa! Infatti questa era sostenuta anche da 83 scienziati svizzeri. Ed è bene ricordare che la Corte europea dei diritti umani ha condannato la Svizzera l’anno scorso per “inazione climatica”. Da allora, più di 400 ONG e istituti di ricerca chiedono di iscrivere il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile nella Convenzione europea dei diritti umani.

Una seconda risposta riguarda proprio il fatto di essere un articolo generico. Forse, se si proponevano misure specifiche più concrete, era più facile farle capire alla popolazione. Compito arduo, se pensiamo che un articolo costituzionale non può sostituire una legge  elencando troppi dettagli, e inoltre deve rispettare i criteri dell’unità di forma e di materia. Una proposta più dettagliata si può fare, per esempio, in Ticino, dove esiste l’iniziativa legislativa, non prevista a livello federale.

Abbiamo già detto che sarebbe stato importante che l’iniziativa del Giovani Verdi ottenesse, anche in caso di sconfitta, un risultato onorevole. Le iniziative possono avere  un effetto di stimolo per la politica. È accaduto con la votazione “Per una Svizzera senza esercito e per una politica globale di pace” del novembre del 1989. I favorevoli all’abolizione dell’esercito furono il 35,6%, più due Cantoni. Per l’esercito fu una batosta. A quel tempo si pensava ancora che il militare fosse un mito elvetico assoluto e intoccabile. Pur non avendo avuto successo, quell’iniziativa rapppresentò l’inizio del declino della nostra armata. Un declino che in queste settimane è lì da vedere, con la fuga di Viola Amherd e con il fuggi fuggi dei candidati chiamati a sostituirla. Non è attraente gestire un dipartimento che fa acqua, una vera pepa tencia, ed è confrontato con una serie di inadempienze e incompetenze che possono trasformarsi in scandali. (Ma Thomas Süssli non si dimette?)

Un’iniziativa, anche se severa e radicale, può quindi avere un effetto indiretto positivo. “Possiamo illustrare l’argomento relativo agli effetti indiretti dell’iniziativa popolare – afferma Pascal Sciarini – con l’esempio della politica sociale. Benché nessuna iniziativa sia stata accettata in questo settore, questa istituzione ha perlomeno esercitato un effetto incoraggiante e ha contribuito allo sviluppo dello Stato assistenziale”. 

Le iniziative popolari, fondamento della nostra democrazia, vanno maneggiate con cura. Però rimangono uno strumento rilevante di azione e di lotta politica, soprattutto in questa Svizzera che è retta da maggioranze parlamentari e governative di destra. Le votazioni delle scorso anno fanno ben sperare: 13esima AVS, previdenza professionale, autostrade; tre temi dove la maggioranza dei votanti ha seguito la sinistra.

La pressione della sinistra su Governo e Parlamento di destra va mantenuta e sviluppata con gli strumenti della democrazia diretta perché, alla lunga, può dare risultati significativi. Quindi, onore al merito all’iniziativa sulla responsabilità ambientale!


Luoghi comuni e comicità involontaria nelle campagne elettorali

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Un libro come questo Slogan e campagne elettorali nel Ticino. Parole e luoghi comuni dei politici svizzeri e italiani, forse non si era ancora visto. Proprio questa è la ragione che rende la lettura interessante, soprattutto per le categorie professionali direttamente coinvolte: formazioni politiche di ogni schieramento, candidate e candidati, ma anche coloro che, proprio nei periodi che precedono un confronto elettorale, prosperano (o quantomeno se la cavano) un po’ meglio del solito: grafici, creativi, copywriter, consulenti nel campo della comunicazione e soprattutto del marketing, strateghi dell’immagine e ancora tipografie, aziende che si occupano di cartellonistica e affissione, insomma tutti quei professionisti ai quali – se i soldi a disposizione glielo permettono – chi sogna uno scranno in parlamento o in governo si affida in preda ai classici stati d’animo opposti e alterni del candidato in campagna, tra entusiasmo, speranza, rassegnazione, tra deliri deformati di onnipotenza e dubbi abissali.

Il volume di Pier Paolo Pedrini, docente di comunicazione e di tecniche di persuasione e ricercatore, mette a confronto una quasi sterminata serie di manifesti tini che hanno tappezzato le nostre strade garantendo così alla persona raffigurata qualche settimana di visibilità.

Non riassumo qui i singoli contenuti e aspetti proposti da Pedrini, che inizia contestualizzando l’intera materia: “Nella comunicazione politica i messaggi dei partiti e dei loro candidati sono riconducibili a quanto si deve dire in determinate circostanze, a una sorta di parole d’ordine e frasi a effetto che erano già conosciute dalla propaganda della guerra prima e dalla pubblicità poi, e che vengono espresse con l’aiuto di stratagemmi retorici teorizzati dai classici, Aristotele in primis”. Segnalo la ricca bibliografia in fondo al libro, dove anche il non specialista (al quale Pedrini si rivolge) trova una ricca serie di spunti ulteriori di approfondimento. Per la derivazione del marketing elettorale dalle campagne persuasive utilizzate, per esempio, dagli Stati tanto durante la Prima che la Seconda guerra mondiale, sono esemplari le due immagini riprodotte a p. 45.

Il saggio è, dunque, documentato: le note suffragano le tesi dell’autore, ma a conquistare l’attenzione, almeno in prima battuta (così è stato anche durante la recente presentazione del libro alla Biblioteca cantonale di Lugano, affidata a Monica Duca-Widmer e Reto Ceschi), sono le figure delle centinaia di manifesti di candidate e candidati ticinesi, messi a confronto con i cartelloni (e i loro claim/slogan) utilizzati, negli ultimi 75 anni, da alcune figure di riferimento (da De Gaulle a Giscard d’Estaing a Chirac a Mitterrand a Hollande a Mélenchon; da Reagan a Obama a Trump; da Helmut Kohl a Angela Merkel; da Berlusconi a Bersani a Giorgia Meloni).

Provo a sintetizzare gli aspetti principali che emergono dalla ricerca: il più palese e visivamente appariscente è che, quando viene trattata come oggetto di marketing e non invece come soggetto di confronto, anche la politica non inventa (quasi più) niente. Per pigrizia? Per mancanza di teste pensanti tra le nuove leve della pubblicità? Per scarsità di mezzi? Per paura di rischiare effetti controproducenti, che li porta ad andare sul “sicuro”?

Non tanto i partiti, quanto i singoli candidati affrontano ancora le campagne elettorale in modo semidilettantesco: anche perché, in Svizzera, la politica solo per pochi rappresenta una professione a tempo pieno. La milizia – come la democrazia diretta e la neutralità – rimangono valori distintivi che altrove ci invidiano, ma che da tempo mostrano la loro fragilità e richiederebbero più di un adattamento ai tempi nostri (si legga il bel saggio di Maurizio Binaghi, di cui abbiamo parlato recentemente qui.

Il secondo aspetto – al quale un’opinione pubblica sempre più concentrata su sé stessa, sempre meno interessata non solo a mettersi in gioco, ma anche ad esprimersi – è l’uso più che disinvolto che di uno stesso messaggio/slogan fanno donne, uomini, partiti e movimenti schierati agli estremi opposti dell’arco parlamentare. Il che comprova la genericità e banalità di avverbi, aggettivi e formule trite e ritrite nei decenni, basate sui concetti di Forza, Concretezza, Coraggio, Equilibrio, Futuro, Impegno, Passione, Fare, Cambiare.

Vero è che, per incidere, occorre il consenso, occorrono i voti; occorre provare a distinguersi nell’attuale coacervo di partiti storici generalisti e partiti più recenti, nati non di rado cavalcando con efficacia pochi temi, qualche insoddisfazione e le risposte che i partiti storici stessi non riescono più a dare (crisi dell’elettorato d’appartenenza a vantaggio di quello, più mobile e imprevedibile, d’opinione).

Tutti, indistintamente, i voti e le schede devono cercarseli provando a sedurre un Cittadino sempre più stanco, distratto e indifferente, a colpirlo nella pancia e nel  cuore, prima ancora che nel cervello. Se ducere, il primo obiettivo. Passando (anche) attraverso le immagini, gli slogan, il personal branding. Costringendo chi si presenta al nastro di partenza a scelte iconografiche e verbali che, viste da fuori, sono spesso imbarazzanti, quasi surreali. Facendo un passo ulteriore e strappando un ennesimo sorriso, Pedrini a un certo punto riporta due significative citazioni d’autore: la prima, di San Tommaso d’Aquino, dal De veritate (“Non c’è cosa nell’intelletto che prima non passi per i sensi”); l’altra, di Ronald Reagan, (“La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomigli molto alla prima”).

Quella proposta nel libro è una galleria di seduttrici e seduttori immortalati in scatti legnosi, forzati o fintamente disinvolti, per lo più privi di appeal. Se il ritocco del chirurgo estetico, invece di rendere “unici”, fa assomigliare donne e uomini che vi ricorrono, anche Photoshop accomuna i volti in un unico Pot au feu insapore all’insegna non della differenza, che la necessità di distinguersi richiederebbe, ma del minimo comun denominatore. Qualcuno sorride, qualcuno fa la faccia seria, chi con cravatta, chi senza, chi guardando dritto negli occhi il passante, chi dirigendo lo sguardo altrove.

Bersani e Casini hanno le maniche della camicia rimboccate (rimboccarsi le maniche, dunque, l’invito). Molti si definiscono candidati del fare (il piano semantica punta a suggerire un’idea di progetti, futuro, risultati).

Lo slogan Io ci sono – con minime varianti – viene usato da Simona Genini, Raffaele De Rosa, Piero Marchesi. “Pronta” si dichiara Natalia Ferrara, “Pronti” sia Norman Gobbi che Giorgia Meloni (che precisa “a risollevare l’Italia”). Pronto (“ich bin bereit”) si diceva già il candidato socialdemocratico Gerhard Schroeder nella campagna che lo portò a diventare Cancelliere nel 1998.

Idee e princìpi restano forzatamente in penombra o del tutto assenti. Se sui manifesti di Bersani si leggeva “Creiamo lavoro, non odio”, Marina Masoni, più genericamente, ammoniva “Dobbiamo cambiare”. Giuseppe Conte invitava a stare “Dalla parte giusta” (la sua?); ancora Bersani chiedeva di votare “L’Italia giusta” (anche in questo caso la sua?). Un noto avvocato bellinzonese impegnato nell’ultima campagna per il Gran Consiglio distribuiva santini con la scritta “Voto Tuto Rossi perché è giusto”: apodittico.

In termini generali, l’autore del libro esprime, già nell’Introduzione, un giudizio che potrebbe essere una conclusione: “Forse i comunicatori compongono i messaggi senza il giustificato riguardo o forse istintivamente, senza la preoccupazione per l’effetto che le parole hanno sull’azione di modellare la politica e sul cervello di chi le ascolta o legge. In ogni caso il linguaggio risulta scontato, poco soppesato, talvolta semplicemente copiato da altri, privato del riconoscimento di un ruolo significativo per la comunicazione della propria identità. Insomma, salvo poche eccezioni, rispecchia una noiosa omologazione che non provoca nessun positivo stupore nell’elettore perché tutto squisitamente prevedibile”.

Se volete un giudizio personale, quello che, nella galleria degli slogan, mi ha colpito di più per originalità e senso del paradosso è il vecchio “L’azzurro è concreto”: un piccolo capolavoro di cartellonistica metafisica.

La conclusione potremmo lasciarla a una famosa canzone di Giorgio Gaber, risalente a trent’anni fa. Solo che Gaber faceva della satira, mentre molti dei cartelloni raffigurati nel libro di Pedrini ci portano al teatrino prevedibile e ripetitivo del dibattito politico e ai suoi interpreti.

A questa rappresentazione l’opinione pubblica (teorica destinataria di ogni campagna) assiste sempre più lontana, sempre più distaccata.

Nell’immagine: slogan multiuso


Come rispondere alla tentazione autoritaria

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Come un sistema diventa autoritario? È la grande questione che si fa realtà, e che vediamo prendere forma giorno per giorno nei decreti firmati da Donald Trump per cancellare ogni pratica di inclusione e ogni traccia di welfare dall’amministrazione americana, nei proclami di annessione di Stati e territori sovrani, nella denuncia e nella secessione dagli organismi internazionali e sovranazionali di cooperazione, difesa, giustizia e garanzia: mentre Elon Musk — che Time ritrae in copertina già seduto alla scrivania presidenziale — invita i tedeschi a votare per i neo-nazisti di Alternative für Deutschland, «perché solo l’Afd può salvare la Germania».

Tutti gli “ismi” della reazione, tutti gli incubi del secolo si radunano attorno alla Casa Bianca in queste prime settimane della rivoluzione conservatrice che da Washington minaccia di incendiare il mondo: isolazionismo, colonialismo, nazionalismo, sovranismo, imperialismo, in nome di un Dio dispotico e vendicativo, arruolato con i potenti e pronto a disperdere i disperati con i fulmini trumpiani, che inceneriscono l’epoca della democrazia liberale.

Tutto intorno è cambiato, perché è saltato il vecchio codice occidentale che teneva insieme Parlamento, governo e opposizione dentro un sistema riconosciuto e accettato, dove destra e sinistra, le due creature politiche dell’Ottocento, continuavano a contendersi il consenso rappresentando due diverse interpretazioni di un patrimonio repubblicano comune.

Questo canone occidentale non c’è più, perché la nuova destra, mettendosi fuori dal sistema mentre lo guida, lo ha calpestato sostituendolo con una nuova concezione del potere, inteso come esercizio diretto della volontà popolare.

Anche destra e sinistra non sono più antagonisti diretti, in quanto la destra è impegnata in una partita contro tutta la cultura liberal-democratica che ha impregnato le istituzioni del dopoguerra, e quindi dirige la sua forza rivoluzionaria contro i capisaldi del sistema, per farlo saltare.

Certo, ci saranno le elezioni di mid-term, e poi quattro anni passano in fretta: ma i test di salvaguardia democratica rischiano di essere un’arma spuntata nei confronti della furia de-costituente che è all’opera e che vuole usare il vento nero di questa legislatura per cambiare per sempre la natura degli Stati democratici rinati dal ripudio delle dittature nella scelta della libertà.

La scommessa è rompere il nesso tra Stato e democrazia, fonte della civiltà occidentale per tutti gli ottant’anni del dopoguerra. Quindi sterilizzare il concetto di democrazia liberandola dai vincoli con le procedure liberal-democratiche, dalle eredità storiche come l’antifascismo, dall’equilibrio e dalla separazione dei poteri per arrivare a uno Stato neutro, senza storia o comunque senz’anima, perché le storie diventano tutte uguali quando manca una distinzione di valori e una gerarchia conseguente.

Questo Stato, finalmente, può essere lo strumento di un potere sciolto da ogni limite, che trasforma il consenso in supremazia e il governo in dominio.

È chiaro che la Ue a questo punto diventa un imbarazzo e l’Occidente non c’è più. Resta solo la nazione, rifondata su una deformazione ideologica della verità storica, con ruoli definitivamente subalterni agli Imperi egemoni.

La semplificazione verticistica e il populismo costituzionale di “riforme” come il premierato si incaricheranno di costruire una nuova forma di legittimità ravvicinata tra potere e popolo. Il carisma del successo, del denaro e dell’innovazione dei nuovi feudatari tecnologici del trumpismo benedirà quest’opera di decostruzione battezzandola come innovazione, cercando così di fondare la regressione costituzionale su un nuovo modello di razionalità post-democratica, ma futurista.

Ora, com’è possibile che questa prospettiva non generi un rifiuto, una ribellione o almeno un’obiezione universale? Con la fine dell’opinione pubblica, spezzettata in tante opinioni private spese a vuoto sui social dove non fanno “causa”, noi consumiamo il progetto trumpiano di democrazia autoritaria in singoli episodi che riducono in pillole il disegno reazionario, impediscono di leggerne la portata, e anzi sfilando a turno sullo schermo spettacolarizzano l’eversione, trasformando ogni frase e qualsiasi gesto in un numero isolato da circo, mentre invece sono la realtà.

La seconda ragione è la dimensione planetaria della sfida lanciata dalla nuova destra, difficile da fronteggiare quando mescola consenso, miliardi, piattaforme social e tecno-intelligenza per plasmare non solo una nuova politica, ma una nuova cultura universale: mentre noi stiamo parlando di separazione della carriere, si sta già insediando un nuovo diritto autoritario dove la legge si separa dalla morale, come sperimentano i migranti, avanguardie simboliche.

Infine c’è il disincanto democratico, la stanchezza del cittadino in questi anni di crisi nel seguire la quotidiana fatica della democrazia: Adorno diceva che la tentazione autoritaria tornerà a manifestarsi nei sistemi democratici quando questi non si riveleranno “all’altezza del proprio concetto”, cioè quando la democrazia non mantiene le sue promesse.

Tutto questo dimostra che una risposta tradizionale non basta. Bisogna impadronirsi del nodo della contraddizione, contendere alla destra l’interpretazione del nuovo, restituire efficienza alla pratica democratica, che garantisce la nostra libertà.

Per poi chiedere in Parlamento a Giorgia Meloni dove ci sta portando: che giudizio dà la presidente del Consiglio della campagna trumpista di correzione della democrazia? Che ruolo giocherà l’Italia in questa partita? A Meloni, quando ha vinto le elezioni, è stato consegnato un Paese democratico, europeo, occidentale: il giorno in cui lascerà palazzo Chigi, come intende restituirlo?

Nell’immagine: una significativa T-shirt in vendita negli USA


Basta show di Hamas con gli ostaggi ma non è l’Olocausto

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

È un garbuglio di emozioni enormemente complesso, quello che tutto Israele sta vivendo da qualche settimana: il sospiro di sollievo della tregua, l’attesa degli ostaggi, la gioia per chi ritorna e l’attesa e l’ansia e il terrore e il dolore per chi è ancora laggiù, nei tunnel di Hamas o chissà dove e chissà se morto o vivo, in chissà quali condizioni. È un’altalena insopportabile di sentimenti che coinvolge tutti. Le famiglie degli ostaggi – quelli liberati e quelli ancora in quell’inferno –, chi è lontano e chi è vicino: fra le cose che hanno tenuto insieme la storia degli ebrei c’è il principio secondo cui ognuno è “coinvolto”, parte del destino altrui, nel bene e nel male. «Ogni figlio d’Israele è responsabile l’uno dell’altro», dice il Talmud (con l’ironia della sorte per cui il plurale di “responsabili” che si trova nel testo ebraico potrebbe egualmente leggersi “arabi”…).

Questo indicibile groviglio di emozioni è esploso ieri, alla liberazione dei tre ostaggi. Sfigurati, irriconoscibili, sfiniti, devastati. E la ormai solita vergognosa sceneggiata per la quale vorremmo tanto sentire lo sdegno della benpensanza internazionale, di quelle coscienze pulite occidentali sempre pronte a difendere cause buone per esercitare il postcolonialismo culturale dal comodo divano dei propri diritti acquisiti, militanti del terzomondismo prêt à porter. Ora, siccome le anime belle hanno stabilito confini certi e indiscutibili fra buoni e cattivi, fra vittime e carnefici, quei delinquenti mascherati e armati sino ai denti di fucili, mitra e cellulari, autori, registi e protagonisti delle sceneggiate che si ripetono ogni settimana alla riconsegna degli ostaggi, non indignano quasi nessuno: i loro osceni siparietti vengono presi come un atto dovuto, una sigla giusto un po’ monotona, un contentino a quei poveri ragazzi di Hamas, che comunque stanno dalla parte dei buoni.

Il tutto sul tragico sfondo delle macerie di Gaza di cui il primo responsabile è proprio il loro regime terrorista che ha, si fa per dire, governato negli ultimi vent’anni con per unico obiettivo la distruzione: d’Israele e di qualunque prospettiva di benessere, pace e civiltà per il popolo palestinese.

È tutto intollerabile eppure tutto tollerato, tanto che le farse si ripetono ogni settimana e purtroppo sappiamo che la speranza di vedere tornare altri ostaggi va di pari passo con la certezza di dovere rivedere quelle ignobili scene.

Ma c’è dell’altro, di ancor più terribile. La Shoah è finita ottant’anni fa. Queste non sono scene della Shoah. Anche se ci assomigliano un po’, soprattutto nei volti degli ostaggi liberati ieri. Ma no, per tutti noi che siamo figli d’Israele sparsi per i quattro angoli del mondo, non è questione di similitudini, di paragoni o categorie storiche. È che c’è nel nostro inconscio profondo quello spettro lì. Qualcosa che non è dato articolare a parole, interpretare con qualsivoglia categoria – psicanalitica, genetica, antropologica. È paura dell’ignoto e al tempo stesso memoria – atavica e recente. È che purtroppo Auschwitz ci sta dentro e talvolta, come di fronte a quelle ignobili sceneggiate, viene su come un rigurgito insopportabilmente amaro. Ne faremmo volentieri a meno, di questo spettro che abita anche in chi quella storia là non l’ha vissuta, non c’è mai stato, ma che se la porta addosso. Ma è proprio come dice Primo Levi, che «dopo di allora, ad ora incerta, quella pena ritorna, e se non trova chi lo ascolti gli brucia in petto il cuore».

Nell’immagine: uno dei tre ostaggi liberati ieri


Di ascolto e dialogo. Confronto e democrazia liberale

Ha 25 anni in Ticino l'Associazione per la difesa del servizio pubblico: un impegno contro l'aria che tira 

Le scorse settimane è balzata agli onori della cronaca la richiesta di un credito obbligazionario per circa 115 milioni per il PSE. La richiesta era già stata fatta al momento della votazione dai referendisti, ma era stata rigettata per questioni di indebitamento pubblico e di “rating” delle varie agenzie dal Municipio e dalla maggioranza che lo sosteneva, che avevano preferito optare per il partenariato pubblico-privato e il leasing pluridecennale delle infrastrutture. 

Oggi che lo stato delle finanze pubbliche è, rispetto ad allora, addirittura peggiorato, scopriamo così che per contro l’operazione si poteva fare, ciò che avrebbe non solo comportato risparmi sui tassi di interessi già pagati e da pagare, ma anche decretato l’inutilità del partenariato pubblico-privato. Dunque si poteva evitare di alienare suolo pubblico ed effettuare ulteriori risparmi, poiché, oltre ai campi da calcio al Maglio e a una nuova struttura per l’atletica, che a Cornaredo esistevano già, si sarebbe evitato di costruire pure le contestate palazzine e fors’anche le torri.

La questione, per una curiosa associazione di idee, mi ha portato alla piscina di Carona, quella che quest’estate non riaprirà causa (municipale dixit) il ricorso contro il “glamping” TCS di alcuni cittadini, gli stessi che ora, dopo aver semplicemente usato i diritti che la collettività ha concesso loro e subìto la bamboccesca ripicca delle autorità cittadine per averlo fatto, si chiedono come sia possibile che si trovino improvvisamente 115 milioni per il nuovo  stadio e non si siano trovati né si trovino tuttora i “miseri” 150.000 franchi (circa lo 0,1% del credito PSE) che servono per tenere aperta la piscina.

Ma questo è nulla: infatti ci è giunta notizia che il Municipio nella sua risposta agli oppositori ha deciso di contestare la legittimità di ricorrere ad alcuni cittadini di Lugano. Non è una fola: benché Carona sia stata accorpata a Lugano nel 2013 e ne sia divenuto un quartiere, per il Municipio è “illogico oltre che illegittimo (…) riconoscere legittimità ad insorgere a chi risiede a distanza di km (!) dal luogo interessato”, malgrado sia appunto domiciliato nel comune e che il ricorso riguardi una variante di PR di un suo quartiere. Pacata la replica dell’avvocato dei ricorrenti, che definisce le argomentazioni del Municipio semplicemente “senza senso”, per cui “si dispensa da ulteriore commento”.

Riteniamo comunque corretto informare gli abitanti della Grande Lugano che per il Municipio esistono almeno due tipologie di cittadini: quelli pre-fusione e quelli post-fusione, i cui diritti non sempre coincidono (i doveri sì?). Triste e ridicolo allo stesso tempo.

Ma non è questo il punto. Gli è infatti che questi due episodi – altri simili se ne potrebbero raccontare, anche a livello cantonale e federale, riguardanti forze di tutto lo spettro politico, non solo del centrodestra – mostrano uno dei tratti distintivi dell’attuale politica: la mancanza di ascolto, di dialogo e di confronto tra le parti. 

La democrazia liberale per contro si basa su regole non imposte ma raggiunte appunto tramite il dialogo e il confronto; la contemporanea e inscindibile presenza sia del consenso (maggioranza) che del dissenso (minoranza) è dunque uno suo tratto distintivo e imprescindibile. Negare questi principi, usare artifici fraudolenti o da azzeccagarbugli per contrastare o soffocare opinioni divergenti, non ascoltare le foss’anche pure illegittime richieste dei cittadini dimostra, oltre che una sorta di analfabetismo civico, un uso improprio dei diritti democratici.

Siamo assistendo alla rottura del vincolo di fiducia tra le parti sociali, tra governanti e governati, e alla formazione di un ceto politico ed economico che si erge sempre più in casta separata con priorità e agende che tengono raramente conto delle persone comuni. Ci stiamo di conseguenza incamminando verso sistemi di governo sempre più autoritari, se non autocratici tout court, in cui la parti sociali comunicano apparentemente sempre di più ma paradossalmente dialogano sempre di meno. Una modalità entrata anche nel parlamento e nel Governo federale, come denunciato al momento delle sue dimissioni dal presidente de Il Centro Gerhard Pfister, che impedisce spesso di perseguire quel tratto caratteristico della politica elvetica che è la ricerca costante, sia pure ogni tanto estenuante, del consenso più largo possibile tramite il compromesso. È la mitica concordanza, tanto declamata quanto ormai bistrattata.

Ripetiamo: non è un tratto caratteristico di una sola area politica, ma riguarda sia la destra che la sinistra e, ultimamente, pure i partiti di centro. Paradossalmente tuttavia al momento sono soprattutto i partiti di destra, quelli che si richiamano alla nostra tradizione, a dimostrare insofferenza per i nostri tradizionali principi democratici. Non è che non ascoltino le richieste dei cittadini, ma le dilatano oltre ogni limite. È il mito della sovranità (della maggioranza) popolare sopra chiunque e ogni cosa, diritti individuali e della minoranza compresi, un meccanismo perverso che si nutre di slogan ossessivi, simil tormentoni estivi che assumono valore di verità, alimenta emozioni negative portandole a saturazione e scagliandole poi verso una valvola di sfogo o un capro espiatorio.

È la “democrazia illiberale” di Putin, Orban e loro simili, che per sua natura nega pluralismo, dialogo e (non sia mai) dissenso e propugna l’annientamento dell’avversario come soluzione, ossia l’esatto contrario di quello che è la democrazia liberale, che si nutre appunto di confronto, non di scontro, che non anela alla vittoria totale, ma ad una soluzione condivisa che arricchisca tutti nel rispetto dei singoli individui e permetta alla società di evolvere il più armoniosamente possibile.

È il pensiero unico, che distrugge dal suo interno l’essenza della “res publica” per arrivare oggi ai partiti “ad personam” (l’UDC di Blocher, Forza Italia di Berlusconi, i Repubblicani di Trump, Macron in Francia, i laburisti di Blair…) con una classe dirigente composta soprattutto da “yes man” e le persone trasformate da cittadini discenti e ragionevoli a tifosi, per definizione acritici e irragionevoli, domani forse come storia insegna all’uomo forte tout-court.

Stiamo assistendo al trionfo del populismo e dei demagoghi, che alla complessità della realtà sostituiscono semplificazioni e disinformazione, confondono ad arte analisi e complotto, abbassano il livello del linguaggio per identificarsi con “la gente” (classica tecnica da marketing e pubblicità: io parlo come te, quindi sono come te) ed esaltano in funzione “antipolitica” e ultimamente anche antiscientifica l’ignoranza come virtù. 

Colpa certo di partiti (tutti) che hanno perso la capacità di interagire con la società limitandosi ad ascoltarne solo una parte ben definita, colpa anche nostra, di cittadini sempre meno informati e sempre più disinteressati alla cosa pubblica. Forse non è inutile rimarcare come il comunismo, il fascismo e il nazismo siano tutti regimi scaturiti da circostanze simili. Triste, e purtroppo non ridicolo.

Nell’immagine: all’ascolto dei cittadini