Veronica Noseda – Pesanti licenziamenti e salute a rischio in molti paesi per i tagli di Trump

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi

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Siria, Sudafrica, sanità, aiuti alimentari. Una catastrofe umanitaria

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Di Annaflavia Merluzzi, il manifesto

«Organizzazione criminale» è la definizione che dà Musk di Usaid, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, smantellata da lui e il presidente Usa. Le sfumature di Usaid sono tante, nel bene e nel male, quel che è però certo è che l’effetto del suo smantellamento sarà devastante nel campo degli aiuti umanitari mondiali. L’agenzia, infatti, è l’ente umanitario che conta il più alto tasso di donazioni al mondo, con cifre pari a 72 miliardi di dollari nel solo 2023, provvedendo al 42% di tutti gli aiuti umanitari del 2024 secondo le Nazioni unite. Opera attualmente in più di 100 paesi. Tra le operazioni ordinate da Trump vi è la riduzione a soli 70 membri del team incaricato della gestione delle zone di crisi, che prima contava più di 1000 persone.

Tragiche le conseguenze per il Nord Est della Siria. Ne abbiamo parlato con Luca Magno, responsabile progetti di Un ponte per nell’area, dove gestiscono il sistema sanitario di emergenza che comprende cliniche nei campi profughi, ospedali, ambulanze, laboratori: «Il taglio provoca dei rischi altissimi perché si fermano i servizi sanitari di emergenza, non abbiamo certezze sull’arrivo eventuale di finanziamenti. Fino ad ora coprivamo tanti servizi essenziali per donne vittime di violenza, i servizi legati all’accesso all’acqua, ai campi profughi, e quelli di collegamento. Nonostante ci siano delle esenzioni per gli aiuti umanitari non sono sufficienti per la prosecuzione dell’operazione. Questo blocco e dipendenza dai fondi statunitensi rischia di portare nell’immediato a una destabilizzazione della regione, parliamo di rischi immediati per la vita di centinaia di persone, laddove sono milioni quelle che necessitano di aiuto umanitario. La prima esenzione riguarda il cibo, ma si dimentica che la maggior parte dell’assistenza alimentare non passa attraverso i pacchi di cibo, ma dallo stanziamento di soldi distribuiti quotidianamente alla popolazione locale. Anche esentando questo settore, dunque, il problema rimane». Il nodo fondamentale, aggiunge, «è l’incertezza e l’indeterminatezza sul futuro dei finanziamenti, che fino a metà aprile rimarranno bloccati. A partire da quel momento, con lo smantellamento definitivo dell’agenzia, la maggior parte delle organizzazioni sul territorio perderà la capacità di operare».

Secondo il sito ReliefWeb, solo nel 2024 le persone che necessitano di aiuti umanitari erano 16.7 milioni. Ad oggi, la Siria vede ancora 7.2 milioni di sfollati.

Tra i programmi di Usaid vi è poi Unfpa, che assicura annualmente assistenza medica contraccettiva a 47.6 milioni di donne, ragazze e bambine in tutto il mondo. Solo nei 90 giorni di congelamento dei fondi stabilito da Trump, sarà negata questa cura essenziale a 11.7 milioni di donne e ragazze, secondo il Guttmacher Institute. L’istituto prevede che se non verrà ripristinato il programma saranno 8.340 le morti per complicazioni legate a parto e gravidanza nel solo 2025. Secondo Thomas Byrnes, fondatore e direttore di MarketImpact, se Usaid dovesse essere smantellata definitivamente il prospetto matematico dei fondi per gli aiuti umanitari del 2025, in tutto il mondo, sarà di 17 centesimi per persona al giorno. Usaid è anche la maggioritaria tra le 8 agenzie governative che implementano Pepfar, il programma nato per contrastare l’Hiv/Aids, che da solo contribuisce al 17% della spesa sudafricana per la lotta al virus. Ad oggi il Sudafrica conta uno dei più alti tassi di sieropositivi al mondo (14%), e dipende dai soldi statunitensi per l’accesso alle terapie antiretrovirali di 5,5 milioni di persone. Secondo il New York Times, la chiusura di Pepfar potrebbe comportare la morte di 600mila persone nel solo Sudafrica nel corso del prossimo decennio. Sappiamo dalle dichiarazioni di Donald Trump che intende utilizzare il peso di questi aiuti per far fare reteromarcia a Ramaphosa – il presidente sudafricano – sull’Expropriation Bill: la legge, firmata il 24 gennaio, prevede che il suo governo possa espropriare alcuni terreni nell’interesse pubblico, che in alcuni casi potrebbero avvenire senza indennizzi. L’obiettivo è far fronte ad una realtà che permane dall’era dell’Apartheid: il 72% delle terre del paese sono in mano alla minoranza bianca, che costituisce circa il 9% della popolazione. Lo smantellamento di Usaid, dunque, all’occorrenza funge anche da ricatto politico, per un «soft power» che non è più tanto soft.

Nonostante la chiusura di Usaid avrà effetti catastrofici in campo umanitario, l’agenzia non è senza macchia. Nel 2009 ha contribuito, insieme al dipartimento di Stato, alla stesura della Counterinsurgency Guide, un testo stampato dal dipartimento di affari politici e militari. La guida è volta a illustrare le pratiche di «risoluzione» e «stabilizzazione» che gli Stati uniti operano nei confronti di governi esteri a loro sgraditi, all’insegna dell’esportazione della democrazia. Tra i primi esempi di «successo» citati, già nella Prefazione, l’Iraq e l’Afghanistan. Non serve ricordare le informazioni rivelate da Julian Assange sulle operazioni statunitensi in Iraq. Per queste ragioni, la Bolivia di Evo Morales nel 2013 espulse Usaid dal territorio nazionale, accusata proprio di «counterinsurgency practices»; Associated Press rivelò poi che l’agenzia statunitense contribuiva a finanziare le opposizioni interne con il fine di rovesciare il governo Morales. Tra i maggiori beneficiari di Usaid spicca l’Ucraina, che ha ricevuto più di 7.6 miliardi di dollari dal 2022. Importante poi il finanziamento ai media ucraini, di cui l’agenzia statunitense è arrivata a coprire anche l’80% delle spese, come nel caso dell’Ukrainer Online News Portal. Oltre a «esportare la democrazia», Usaid si è dedicata a finanziare il giornalismo indipendente.


Il premier israeliano Netanyahu: “In Arabia lo Stato palestinese”

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Almog ha 3 anni. Gli ultimi 15 mesi li ha vissuti chiedendo ai nonni dove fossero mamma e papà. Ieri sera, suo zio Michel, finalmente ha risposto: «Mogi, abbiamo trovato papà». Almog ha cominciato a saltare sul letto di gioia, «papà, papà!», ma non sa tutta la storia. Suo padre, Or Levy, 34 anni, tornerà a casa oggi, la mamma, Eynav, non tornerà più: è stata uccisa da Hamas il 7 ottobre davanti agli occhi di Or mentre partecipavano al festival Nova. Aveva 32 anni.

Levy uscirà insieme a Ohad Ben Ami, tedesco-israeliano, 54 anni, rapito insieme alla moglie Raz, che fu liberata durante la tregua di novembre. Alle due figlie aveva raccontato minuto per minuto quel sabato dell’orrore, chiuso nella stanza bunker del kibbutz Be’eri, fino all’ultimo messaggio: «Signore, sono entrati. Queste sono le mie ultime volontà». Be’eri, il luogo delle tenebre. Lì è sepolto il mondo di Eli Sharabi, il terzo ostaggio israeliano sulla lista di quelli che verranno rilasciati oggi. Fu rapito insieme a suo fratello Yossi, morto a Gaza. Tutta la sua famiglia, la moglie e due figlie, è stata sterminata il 7 ottobre, e c’è un’alta probabilità che lui non lo sappia.

Dei 183 palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane che verranno rilasciati invece non si conoscono i nomi, né i volti. Si sa solo la fedina penale comunicata dalle autorità israeliane: 18 detenuti condannati all’ergastolo, 54 a lunghe pene detentive, 111 arrestati nella striscia durante la guerra. Arriveranno a Ramallah dal penitenziario di Ofer stasera, e allora si conosceranno le loro storie.

Il quinto scambio di ostaggi tra Israele e Hamas avviene in un clima di timori e confusione. Ieri il gruppo armato palestinese ha tardato a rilasciare la lista dei nomi, accusando l’esercito di violare l’accordo perché a Gaza non stanno entrando le tende e le case mobili promesse per dare rifugio agli sfollati, né l’attrezzatura per cominciare a rimuovere le macerie. Le condizioni degli sfollati nella Striscia sono sempre più difficili. Piove da tre giorni, le temperature sono scese, migliaia di famiglie vivono in tende logore e ora inondate.

Sebbene Trump ieri abbia frenato sul suo presunto piano per svuotare Gaza — «Non c’è fretta» — tra i palestinesi è forte il timore che sia questo l’obiettivo a lungo termine. Giovedì a Washington Netanyahu ha risposto alle preoccupazioni di Riad dicendo che l’Arabia Saudita ha abbastanza spazio «per fare lì uno Stato palestinese». Provocazioni certo, ma non prive di sostegno. Nell’ultima settimana, i consensi per Netanyahu sono cresciuti, dice un sondaggio di Maariv, e il 71% degli israeliani si è detto contrario a uno Stato palestinese.

Questa sera, una delegazione israeliana dovrebbe partire per Doha dove da lunedì cominceranno i negoziati per la fase due, ma sarà un team tecnico, senza vero mandato per trattare. Diverse fonti israeliane sostengono che Netanyahu, con il consenso americano, stia facendo pressioni per prolungare la fase uno e far liberare altri ostaggi. Un modo per conquistare tempo, perché la seconda fase dell’accordo prevede il ritiro dell’esercito da Gaza e il governo israeliano non sembra davvero intenzionato a mettere fine alla guerra se non alle condizioni che lo stesso premier ha posto nei suoi incontri a Washington: che Hamas lasci il potere a Gaza e che la sua leadership vada in esilio.

Nel frattempo l’esercito lavora a un piano per lo “sfollamento volontario” dei palestinesi. Sarebbero stati individuati anche due scali per organizzare l’esodo, scrive Bloomberg citando fonti militari: l’aeroporto di Ramon, un hub internazionale a circa 250 chilometri di distanza nel deserto meridionale di Israele, e il porto di Ashdod, a un’ora di macchina da Gaza lungo la costa occidentale.

Nell’immagine: i tre ostaggi israeliani


Trump e Musk, la religione dei tecno-nichilisti

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Di Laura Pennacchi, il manifesto

Mentre Trump scatena una guerra commerciale mondiale, Musk intensifica il suo sostegno alle destre estreme, a partire dalla tedesca neonazista Afd fino alla proposta di dare vita a una formazione ultranazionalista europea.

Il duo Trump-Musk cela tante contraddizioni al proprio interno, su cui bisogna fare leva per farle esplodere ogni volta che si presenta l’occasione.

Come invita a fare la vicedirettrice del “Financial Times”, Rana Foroohar, autrice di La globalizzazione è finita (Fazi) – ma c’è qualcosa che cementa il loro connubio che va meglio decifrato.
Anche perché si tratta di un impasto posticcio ma non improvvisato, su cui da tempo lavorano gruppi di studiosi e centrali ideologiche di destra e su cui si incontrano il tecnoliberismo di Musk e il neotradizionalismo dei nuovi conservatori (che non sono i vecchi conservatori portati all’estremo, ma qualcosa di drasticamente nuovo), consentendo la scesa in campo di una nuova “oligarchia tecnologica” al fianco dei fondamentalisti evangelici. “Apocalittici” e “tecno-utopisti” stringono una sorta di alleanza tecno-integralista, i primi in nome di una dottrina che considera dovere cristiano uniformare le istituzioni laiche all’‘ordine biblico’, i secondi in nome dello spostamento della Silicon Valley su una generazione di disruptor in grado di scatenare un senso di onnipotenza infinito, finanziando perfino progetti per l’estensione della vita e la crioconservazione dei corpi.

Il neo tradizionalismo dei nuovi conservatori si riassume nella combinazione in una fede focalizzata sulla virtù, la famiglia, la comunità: l’obiettivo della ricostruzione delle comunità (distrutte dallo off-shoring globalistico dei lavori manifatturieri) è alla base dello sposalizio tra politiche a sostegno del matrimonio e della famiglia tradizionali e politiche economiche protettive, come i dazi. Motivi (come il “destino manifesto”) tipici di alcune tradizioni religiose americane (ma non di tutte, si badi, sicché anche l’America First risulta una truffa) vengono ripresi e declinati a destra, in una congerie (in cui non si disdegna di utilizzare perfino Karl Marx) che si autodefinisce post liberale assumente che i problemi sociali e morali odierni siano il risultato inevitabile del regime costruito a partire dai Padri Fondatori, i quali avrebbero respinto l’idea di uno standard oggettivo per la felicità, la verità e la bellezza e dato la stura a un insano relativismo.

Si struttura un’operazione che parte dall’idea che «il liberalismo – il sistema progettato per proteggere i diritti individuali ed espandere le libertà fondamentali – crolla sotto il peso delle proprie contraddizioni», facendo riferimento a vari autori, per esempio a D.C. Schindler, che avevano teorizzato intorno a The Diabolical Character of Modern Liberty (il carattere diabolico della libertà consiste nell’essere, nella sostanza, un concetto vuoto, disponibile a farsi riempire da qualunque contenuto). Patrich Deneen – il professore di scienza politica che aveva influenzato Orbán nell’adottare mutui senza interessi per le coppie eterosessuali che pianificassero di avere figli – a cui fa diretto riferimento il nuovo vicepresidente americano Vance (a sua volta autore di Elegia americana), sostiene un’agenda populista che combina le limitazioni all’immigrazione e il contrasto al corporate power con forti limiti all’aborto, un ruolo preminente per la religione, lo sradicamento della cultura woke e, infine, con l’ostilità al pluralismo, alle élite liberali e all’antico governo limitato, con più di una venatura autoritaria inneggiante al tatticismo senza scrupoli di Machiavelli. Anche Deneen vuole che si costruisca un «arcipelago di comunità non liberali» per quello che chiama aristopopulism (un populismo che si rifà a un Aristotele inselvatichito), il «conservatorismo del bene comune» (un’alternativa al conservatorismo liberal che aveva dominato pure i repubblicani dagli anni ‘Cinquanta’ alla Guerra Fredda), un conservatorismo che respinge il fondamentalismo del mercato ma combatte le idee progressiste su razza, genere, sessualità, famiglia.

Post liberale è anche l’idolatria della tecnica e dei dati che devono soppiantare le regole (con cui anche soppiantare gli apparati pubblici e il perimetro della responsabilità collettiva) di Elon Musk, in realtà assai meno forte di quello che ostenta anche perché sempre più dipendente dalla politica. Il ricorrere della parola disruption nei discorsi del duo Donald Trump/Elon Musk serve alla costruzione di un duopolio politico-militare-digitale volto ad alimentare il nichilismo già presente nel mondo. Tutti coloro che vorranno opporsi senza mezzi termini a questo andazzo – a cominciare da noi europei – dovranno tenere presente che il nichilismo è una «deificazione del vuoto», con due dimensioni fondamentali: una pulsione alla distruzione di cose e persone; e una dimensione di natura concettuale che tende irresistibilmente a distruggere la nozione stessa di verità, a vietare qualsiasi descrizione ragionevole del mondo.


Sergio Rossi – Come i dazi di Donald Trump possono diventare un boomerang

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Sergio Rossi è professore ordinario all’Università di Friborgo, dove dirige la Cattedra di macroeconomia e di economia monetaria

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Chi più spende meno spende?

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

In occasione della presentazione del recente rapporto annuale del Corpo della polizia cantonale Norman Gobbi si è detto preoccupato. Preoccupato perché lo stato delle finanze pubbliche non permette grandi manovre e bisogna risparmiare anche sulla scuola di polizia e “riuscire a mantenere l’attuale numero di agenti sul territorio non sarà un’impresa semplice, anche se auspicabile”, racconta il ministro.

Proprio perché mancano le finanze sarebbe giudizioso cominciare anche in Ticino ad esplorare altre forme di controllo sociale meno costose, e probabilmente più efficaci, di quelle in auge nel nostro cantone.

È di questi giorni la notizia che i 2 centri d’ascolto e aiuto per pedofili presenti in Svizzera, uno nella svizzera romanda e uno nella svizzera tedesca, lo scorso anno hanno trattato 110 potenziali autori di reato.

Che la prevenzione in questo campo sia efficace lo si evince anche dai risultati di una tesi di master dell’università di Zurigo: delle 150 persone considerate dallo studio che hanno seguito una terapia, dieci anni dopo solo tre di loro hanno commesso un abuso.

Un centro così c’era anche in Ticino, ma è stato chiuso due anni fa a causa della mancanza di fondi. Questo anche se nei primi 12 mesi di attività 10 potenziali pedofili si erano rivolti all’associazione per chiedere aiuto.

Fatto sta che nei due centri che restano nel nostro Paese, tra il 2023 e il 2024 il numero delle consultazioni è aumentato del 30%. L’aumento non significa che c’è un incremento di pedofili, bensì che le campagne di prevenzione incoraggiano queste persone a chiedere aiuto, e ciò in moltissimi casi permette di prevenire il passaggio all’atto.

In questo modo, oltre che a salvaguardare le possibili piccole vittime da violenze indicibili, si risparmiano le risorse necessarie a fare inchieste che di solito sfociano in complicati processi che generano lunghe carcerazioni. Non siamo in grado di calcolare i costi delle decine di casi che annualmente sono trattati dalle autorità ticinesi. Quello che è certo è che un centro d’ascolto utile a permettere ai potenziali pedofili di tenere sotto controllo le proprie pulsioni costerebbe una frazione di quella cifra e permetterebbe di risparmiare, oltre ai soldi, molte delle sofferenze causate alle piccole vittime. Sofferenze che chi subisce si tira dietro tutta la vita.

Che lo strumento preferito da Norman Gobbi e dai suoi collaboratori sia il manganello lo si evince anche quando ci si addentra nel campo della prostituzione. Vent’anni fa “il fenomeno” era monitorato da un gruppo d’esperti che si riuniva una volta all’anno. In quel gruppo non c’erano prostitute e neppure gestori. In sintesi l’autorità faceva astrazione da tutte le problematiche provenienti “dal fronte”. “Dall’altro fronte”, vien da dire. Come dicevamo questo accadeva 20 anni fa; oggi la situazione è radicalmente cambiata: grazie all’entrata in vigore degli accordi bilaterali la maggior parte delle donne è in regola con tutte le leggi vigenti e ogni locale ha il suo responsabile di fronte alle autorità. Il pensionato nulla tenente che mette a disposizione la licenza di gerente per 2000 franchi al mese per agire da parafulmine non c’è più.

La situazione sul terreno è radicalmente cambiata, dicevamo. Non sono però cambiate le modalità intraprese dalle autorità per monitorare la situazione. Oggi come allora, chi fa il monitoraggio – oggi gruppo interdipartimentale – è affetto da una distorsione cognitiva chiamata effetto Dunning Kruger, e pensa di poter prendere decisioni efficaci basandosi su ragionamenti che fanno astrazione dal punto di vista di tutte persone coinvolte. Esattamente come 20 anni fa.

Considerando che l’ambiente della prostituzione è altamente criminogeno, il modo di agire delle autorità, oltre che parecchio inefficace, è poco responsabile nei confronti della cittadinanza e delle persone che nel mondo del sesso a pagamento operano.

In Canada all’università di Ottawa insegna Irwin Waller. Professore di criminologia, Waller è specializzato in prevenzione e protezione delle vittime, le sue capacità sono mondialmente riconosciute. Tra gli altri il professore ha scritto un libro (Less Law, More Order: The Truth about Reducing Crime) nel quale spiega che se si investisse in prevenzione – intesa anche come riduzione del danno – il 10% di quello che si spende in repressione, avremmo risultati migliori spendendo la metà.

In Ticino invece spendiamo di più per avere di meno.

Il costo della giustizia è talmente alto da uccidere la sicurezza perché così impongono le busecche di Norman Gobbi.

Nell’immagine: fotogramma da un video della Polizia cantonale sul mantenimento dell’ordine


Sarah Parenzo – Israele e il progetto Trump di costruire una “Miami” a Gaza, oggi cimitero a cielo aperto

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

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Morti, sfollati e demolizioni. Tulkarem e Jenin come Gaza

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Le scarpe dei fedeli all’ingresso della moschea Al Rawda indicano chi viene dai campi profughi e chi da altre parti di Tulkarem. Quelle sporche di fango appartengono ai residenti dei due campi alla periferia della città. Lì tante strade non esistono più: sono state scavate e distrutte dalle ruspe dell’esercito israeliano, per eliminare ordigni nascosti sotto l’asfalto dai «terroristi» come le autorità israeliane descrivono i combattenti palestinesi e non solo loro. Le truppe dello Stato ebraico da Jenin hanno allargato l’«operazione di sicurezza», denominata «Muro di Ferro», in corso in Cisgiordania da oltre due settimane, ai distretti di Tulkarem, Tubas e Nablus. E quando avanzano nei campi profughi, con i blindati Eitan e Tigre e la copertura di droni ed elicotteri, i civili scappano dalle loro case. Il capo del Comitato popolare locale, Faisal Salama, stima che l’80% dei 15.000 abitanti del campo profughi principale (l’altro è il Nur Shams) siano sfollati.

Al Rawda è una delle moschee di Tulkarem che ospitano decine di famiglie senza più una casa. È presto, la sala di preghiera principale è vuota. In quella accanto una ventina di uomini dormono su materassi sottili con le coperte tirate su fino a coprire la testa. Le donne e i bambini piccoli sono al piano di sopra. Mahmoud Abed Rabbo, 81, è sveglio. Seduto davanti a un leggio, racconta quando, qualche giorno fa, è stato costretto a scappare. «I soldati israeliani ci hanno intimato di lasciare casa, non abbiamo avuto il tempo di prendere qualcosa» ci dice «hanno fatto lo stesso con mia cognata nell’abitazione accanto. Poi hanno distrutto le nostre abitazioni». Poco alla volta si svegliano tutti. I ragazzi ci osservano da lontano, gli adulti invece si avvicinano, hanno tanto da raccontare. Le storie si assomigliano: arresti notturni, perquisizioni, ruspe blindate che sventrano le strade e edifici, droni con altoparlanti che intimano di lasciare subito il campo profughi. Allam Yassin, 34 anni ci dice che il fratello è stato ferito dagli spari dei soldati israeliani: «Di lui non ho più saputo nulla, non posso andare all’ospedale, è circondato». Ci avviamo verso l’ospedale «Thabet Thabet» che dista poche centinaia di metri dalla moschea. Questa parte di Tulkarem è vuota, le saracinesche dei negozi sono tutte abbassate. L’ospedale però non è raggiungibile, i soldati israeliani armi in pugno tengono tutti a distanza. Un’ambulanza viene fermata e controllata minuziosamente.

Proseguiamo per Jenin. Gli autisti palestinesi più esperti sanno come aggirare i posti di blocco, almeno quelli più importanti che sono chiusi quasi tutto il tempo da quando è cominciata «Muro di ferro». Il percorso da fare è più lungo e a bassa velocità. Le strade il più delle volte non zono asfaltate. Però non incontriamo forze militari significative. Omar, taxista che conosce ogni metro del nord della Cisgiordania, ci spiega che l’esercito israeliano «concentra uomini e mezzi intorno a certe città e villaggi, poi lancia attacchi improvvisi in determinati quartieri e zone. Arresta i più giovani che trova nelle case, dall’alto i cecchini tengono sotto tiro ogni punto intorno a loro». Sono almeno 70 i palestinesi uccisi dall’inizio dell’anno, 50 durante «Muro di ferro», gran parte dei quali a Jenin. Mentre andiamo a nord, i siti d’informazione palestinesi aggiornano le notizie: «Questa mattina le forze di occupazione hanno fatto saltare in aria un appartamento nella zona di Krom Ashour a Nablus e hanno fatto irruzione in diverse abitazioni della città, due giovani sono stati arrestati». I raid dell’esercito, oltre a Jenin e Tulkarem, si concentrano sull’area tra Tamoun e il campo profughi di Farah dove le condutture idriche sono state danneggiate e l’elettricità manca per gran parte del giorno. Diverse abitazioni sono state trasformate in celle e centri di interrogatorio.

Finalmente Jenin. Omar ci porta a poche decine di metri dall’ospedale governativo di Jenin. La strada che lo costeggia non c’è più, gravi i danni ai suoi lati. Le ambulanze sono costrette ad infilarsi nel fango e tra pietre e pezzi di asfalto per raggiungere il complesso medico. Davanti all’ospedale transitano una jeep israeliana e una ruspa. Boati rompono il silenzio che regna nella zona. Domenica scorsa l’esercito ha fatto saltare con l’esplosivo 23 edifici nel centro del campo profughi della città per impedire, ha detto un portavoce, «che vi si stabilissero infrastrutture terroristiche». Si è riferito ai combattenti di varie formazioni palestinesi che in Jenin hanno la loro storica roccaforte. Una resistenza, non solo armata, che anche l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen ha provato a spegnere proprio nelle settimane precedenti all’invasione israeliana della città. Un’operazione di «sicurezza» simile negli obiettivi a quella di Israele, e in cui sono rimasti uccisi 15 palestinesi, tra cui una giovane giornalista.

«Come medico e direttore di questo ospedale posso affermare che nei nostri reparti sono giunti negli ultimi giorni solo civili, alcuni morti, altri feriti, gente innocente», riferisce il dottor Wissam Bakr. «L’altro giorno il fuoco dei soldati israeliani ha colpito e ucciso un anziano di 73 anni che stava tornando a casa da dove era stato evacuato» racconta. «Abbiamo grosse difficoltà nel raggiungere le persone ammalate o ferite – denuncia Bakr – perché le truppe israeliane bloccano o ostacolano i movimenti delle ambulanze e del personale paramedico. Persino seppellire i morti è stato un problema. Gli ospedali e il personale sanitario devono essere tutelati in ogni circostanza. Siamo molto preoccupati, Jenin sta diventando un’altra Gaza». È tragico il quadro della situazione nella città che fa il sindaco Mohammed Jarrar. «Gli uccisi sono almeno 26, i feriti decine e altrettanti gli arrestati. Non solo il campo profughi, anche quattro quartieri di Jenin sono isolati e occupati dai soldati», esordisce accogliendoci nel suo ufficio. «La rete idrica è stata danneggiata, nelle case arriva il 35% di acqua in meno. L’elettricità viene interrotta di continuo, il problema più grave ed urgente sono gli sfollati, facciamo il possibile per aiutarli, però aumentano ogni giorno. 6mila li ospitiamo in città, altre migliaia sono fuggiti nei villaggi circostanti».

La distruzione del campo profughi è una possibilità concreta. Pesa il precedente del 2002, nel pieno della seconda Intifada. Le demolizioni di case – 150 a Jenin e in altri centri abitati, secondo dati non ufficiali – sono all’ordine del giorno. Di sicuro, avvertono i palestinesi, distruggendo file intere di abitazioni, l’esercito vuole dividere in più parti il campo profughi. Vorremmo avvicinarci al centro del campo. Impossibile ci dice Atef, che ci accompagna. Ci suggerisce di andare verso la parte alta del campo. Anche qui le distruzioni di case e infrastrutture sono enormi. «Risalgono ai primi giorni dell’invasione, con le ruspe hanno aperto tutte le strade che dall’alto portano alla parte bassa del campo», ci spiega un uomo mostrandoci le case date alle fiamme, inclusa quella del suo vicino completamente divorata dal fuoco.

Moyedin Al Saadi non riesce ad accettare l’uccisione del figlio Tammam, 27 anni, un paramedico. «Al mattino aveva soccorso diverse persone nel campo, poi è tornato a casa per un’ora di riposo. A sera ci hanno chiamato per dirci che era stato ucciso da un drone israeliano» racconta commosso, circondato dagli altri figli e dai nipotini. «Amavo Tammam – aggiunge mentre un bambino gli stringe la mano destra – era un figlio bravo e generoso. Era un infermiere di ambulanza, aiutava ammalati e feriti. Tammam non aveva fatto nulla di male. Me lo hanno portato via».

Nell’immagine: case demolite dall’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin


Molte (ma anche fragili) promesse per un nuovo Sudafrica

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Dalla nostra corrispondente da Durban, Sudafrica

Il presidente Cyril Ramaphosa si è rivolto alla nazione dallo splendido Municipio di Città del Capo, e lo ha fatto in pompa magna:  2 mila ospiti, 3 ex-Presidenti, parata in grande stile e 21 salve di cannone.

Nel suo esordio ha dapprima chiesto un minuto di silenzio per ricordare i 14 soldati sudafricani morti in Congo a seguito del loro intervento contro i mercenari M23 sostenuti dal Ruanda.

Un discorso molto atteso in un momento difficile per il Sudafrica, che se la vede male economicamente. Inflazione e disoccupazione endemica stanno mettendo a dura prova la leggendaria resilienza dei sudafricani. Ramaphosa non ne ha fatto mistero, ha elencato i problemi con chiarezza e fermezza, e promesso che il suo governo intende risolverli o perlomeno lenirli, ricordando però il difficile momento dell’economia mondiale che sta creando incertezza e malessere un po’ ovunque, dovuto anche all’America di Trump.

Ramaphosa, con un curriculum personale impeccabile, finora non è riuscito a profilarsi come un leader carismatico. Ieri sera ha voluto dapprima ricordare i 70 anni della Carta della Libertà e come il paese si sia dotato di una struttura democratica con una costituzione di prim’ordine.

Ramaphosa intende puntare sulla tecnologia e su una maggiore collaborazione con il settore privato. In altre parole, ha detto con riferimento alle partecipazioni statali che l’intervento pubblico non esclude il privato. È questo un messaggio importante per gli investitori. Tutti potranno beneficiarne, ha aggiunto. Al contempo, Ramaphosa si è vantato di aver ripristinato, nei passati 10 mesi, la regolare erogazione di energia elettrica, vera spina nel fianco dell’economia. Rimane invece irrisolto il problematico approvvigionamento dell’acqua potabile, che il governo intende risolvere con la partecipazione di privati.  È un fatto oramai assodato che l’inetta e corrotta gestione passata dell’ANC (il partito di Mandela) ha inferto un duro colpo a questo paese ricchissimo di risorse minerarie, che però non riesce a sfruttare a dovere. Ha anche criticato severamente la cattiva gestione nei comuni, spesso non all’altezza della situazione, e altrettanto spesso con le finanze in sofferenza. Oltre allo sviluppo tecnologico, il governo intende finanziare un netto miglioramento nel settore dell’educazione. Il presidente ha poi lodato le donne sudafricane, sempre più attive nel settore economico. Una emancipazione che sta dando i suoi frutti.

Come si addice a un paese africano, luci e ombre un po’ ovunque, e Ramaphosa ha concluso chiedendo alla sua gente di cooperare,  sfruttando meglio il grande potenziale con il supporto del suo governo, pronto ad intervenire con aiuti finanziari consistenti.

Il discorso si è concluso anche reiterando la promessa che nessuno più sarà lasciato a un destino di povertà e indigenza.

Nelle prime reazioni non sono mancate le critiche, in quanto il presidente ha elencato una lunga lista di progetti per migliorare la situazione senza però specificare i costi, la tempistica, e chi poi sarà chiamato a gestire questi progetti. Dalla strada si è poi sentita una critica e un sentimento di déjà vu con promesse che si assomigliano da troppo tempo.

Lo aspetta dunque un lavoro gigantesco.

Nell’immagine: il presidente Ramaphosa


Il successo di Emilia Pérez si sta disintegrando

Gli Stati Uniti sono stati i maggiori contribuenti dell'aiuto internazionale per lo sviluppo. Ora i tagli, già effettivi, creano sconcerto nonché il rischio di nuova povertà e di futuri problemi sanitari per tutti. La testimonianza personale di Veronica Noseda, operatrice nel campo della cooperazione allo sviluppo, oltre che giornalista e nostra collaboratrice 

Di Davide Turrini, FQmagazine

Emilia Pérez, si salvi chi può. La quantità di polemiche che sono piovute negli ultimi due mesi sul film di Jacques Audiard non hanno eguali nella storia di Hollywood. Iniziamo da ciò che sta accadendo in queste ore dal momento che la campagna di promozione del film agli Oscar – 13 nomination (14 ne ebbero Titanic, Eva contro Eva e La La land) – si sta letteralmente disintegrando.

Ricorderete tutti il “Gascon gate”, ovvero i tweet “razzisti” del 2020 e 2021 che la protagonista del film, l’attrice transgender Karla Sofia Gascon, ha frettolosamente cancellato dopo che una giornalista li aveva recuperati pubblicamente dal web. Gascon se la prendeva con l’islamizzazione della Spagna, su come gli uomini musulmani rendono schiave le donne in pubblico (e non solo) e ironizzava in modo conclamato sui luoghi comuni riguardante la popolazione cinese. Nel mirino dell’attrice spagnola erano finiti anche George Floyd (trattato non proprio con umana pietà) e anche tutto il politicamente corretto sorto ad Hollywood negli ultimi anni compresa la “miserabile” notte degli Oscar del 2021. Insomma l’effetto paradossale, per la prima attrice trans gender nominata all’Oscar come miglior attrice, era quello di avere posizioni ultraconservatrici quando lei è stata tra le prime a beneficiare del nuovo corso pro minoranze dell’Academy.

Ebbene, nel breve volgere di 48 ore Gascon aveva prima tolto dal web i suoi canali social e poi aveva chiesto scusa, ma tutto ciò non sembra essere bastato alla produzione Netflix tanto che l’attrice è scomparsa dagli appuntamenti ufficiali dell’ultimo mese per l’avvicinamento agli Oscar, dove peraltro Gascon è candidata – e fino allo scandalo dei tweet era pure semplicemente la favorita – come miglior attrice protagonista. Secondo Variety, addirittura, Netflix non solo non parla più direttamente con la Gascon ma non coprirà, e non copre già più, le sue spese di viaggio, vitto, alloggio, abbigliamento e trucco laddove l’attrice si presenterà a ritirare premi o effettuare discorsi per la sua interpretazione in Emilia Pérez. Questi, insomma, i fatti delle ultime ore che diventano paradossalmente quisquilie di fronte alle polemiche sollevate dall’uscita del film in Messico.

Il plot del film vede un violento boss del narcotraffico messicano (la Gascon) che con l’aiuto forzato di un’avvocatessa (Zoe Saldana) ingaggia un medico che la operi per diventare donna. Emilia Pérez è un film a produzione totalmente francese, con un’ambientazione messicana ricostruita interamente in teatri di posa francesi, ma soprattutto con attori perlopiù non messicani quindi spagnoli come la Gascon o americani che parlano male il messicano. Non una cosina da nulla per un paese da 130 milioni di abitanti che, infatti, non sembrano aver apprezzato per nulla il Messico e le messicanate reinventate da Audiard&Co. tanto da averlo reso oggetto di sbertucciamenti e parodie online come di severe critiche etiche. Sul celebre quotidiano spagnolo El Pais vengono sottolineati diversi pareri critici dove si segnala che Emilia Pérez “soffre di un’esecuzione goffa e di una regia poco brillante”, ma anche velenosamente che “la rappresentazione di un boss violento che cerca di trasformarsi in una donna benevola sembra una progressione naturale nella carriera di Audiard”.

Rodrigo Prieto, affermato direttore della fotografia di tre quarti della filmografia di Iñarritu (Amores Perros, giusto per rimanere in Messico), Barbie e Killers of the Flower Moon ha criticato duramente il film. Sebbene abbia elogiato l’aspetto musicale e non abbia espresso alcuna opposizione al fatto che registi stranieri raccontino storie sul Messico ma ha affermato che “non assumere uno scenografo o uno stilista messicano, o almeno alcuni consulenti locali”, ha reso la storia “in autentica”. L’attivista trans dominicana, Mikaelah Drullard, ha invece spiegato che l’utilizzo del musical sia stata una scelta di genere di cattivo gusto. “Non ce li vedo i genitori dei 43 studenti scomparsi nel 2014 ad Ayotzinapa cantare a un tavolo ‘Dove sono i miei figli che l’esercito ha fatto sparire?’ insieme alla glorificazione della vaginoplastica utilizzata come forma di redenzione per il carnefice”.

Sull’Economist è stato pubblicato invece un articolo al vetriolo sul film di Audiard che, ricordiamo, nasce durante il Covid sottoforma di libretto d’opera e solo successivamente si trasforma in film. “Hollywood ne è infatuata, ma il pubblico no. Le recensioni degli spettatori sono state feroci”, è scritto sul blasonato foglio inglese. “Su Internet Movie Database (IMDb) è il candidato al premio come miglior film con il punteggio più basso dal 1935, con un punteggio di sei su dieci. Su Rotten Tomatoes, che aggrega le opinioni di critici e pubblico, il punteggio di approvazione del pubblico è solo del 23%. Gli altri nove candidati al premio come miglior film ottengono un punteggio compreso tra il 75% e il 99%. Il punteggio del film su Rotten Tomatoes è sceso dal 75% di dicembre, prima dell’uscita in Messico, dove gli spettatori non ne erano rimasti impressionati”, è scritto sull’Economist. “Parte di questo calo è spiegato dal “review bombing”. Ciò può accadere quando i film affrontano argomenti scottanti. The Promise (2016), sul genocidio armeno, ha visto la sua pagina IMDb invasa da migliaia di valutazioni di uno su dieci da parte di utenti in Turchia; in risposta, la maggior parte degli armeni gli ha dato il punteggio pieno, con un punteggio complessivo mediocre”.

Insomma, Emilia Pérez non solo si candida ad essere il film più divisivo tra pubblico e critica, ma divisivo perfino in casa propria dove oramai produzione e attrice protagonista nemmeno più si tollerano. Bel viatico per un Oscar – almeno quello per la miglior attrice e il miglior film – che si allontana minuto dopo minuto sempre di più.

Nell’immagine: un fotogramma dalla parodia realizzata in Messico per protestare contro gli stereotipi del film francese