Adam Quadroni ‘curnuto e mmazziatu’ alla nostra maniera

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Nel lontano 2012 il piccolo imprenditore grigionese Adam Quadroni spiega alla giornalista Anja Conzett del portale ‘Republik’ il sistema delle offerte per piccoli e grandi lavori: la lobby (‘Cosa nostra’) degli appalti decide a chi deve essere attribuito, a turno, il lucroso incarico. Come? Tutti devono inoltrare un’offerta più alta rispetto a quella di chi è destinato a ottenere il lavoro. Ma questa è a sua volta molto alta, ben oltre il reale costo dei lavori. Insomma, una doppia truffa; in primo luogo perché evita la concorrenza, mito del nostro libero (?) mercato, e poi perché l’offerta che a turno deve vincere e accontentare a turno i membri della lobby è comunque troppo alta, causando grave danno finanziario al Cantone e ai contribuenti: l’offerta per forza vincente (la più bassa) era maggiorata del 40-45% – rispetto a un costo onesto. La nostrana ’Asfaltopoli’ maggiorava del 30%.

La grande domanda consiste nel sapere perché Adam ha ‘spifferato’, perché è diventato un ‘Whistleblower’: secondo il padre perché gli ha inculcato il principio dell’onestà e lo ha indotto a parlare, secondo la lobby perché quando sarebbe toccato a lui ricevere l’incarico, è stato messo da parte.

Le grandi imprese sono state costrette a pagare al Cantone 7,5 milioni, ma il danno a Comuni e Cantoni su 10 anni è calcolato attorno ai 100 milioni. Quadroni, di recente, è stato pubblicamente ringraziato per aver scoperchiato il pentolone.

Nel frattempo la potente lobby degli impresari di sovra e sottostrutture gli ha tagliato l’erba sotto i piedi. Quadroni non riusciva più a ottenere nulla, né sabbia né calce, e nemmeno detriti. Il fallimento aggrava i rapporti già tesi con la moglie ungherese. Un bel giorno (si fa per dire) Adam rimette a posto una baita di montagna dove intendo portare le tre figlie contese, non si sa se per pochi giorni o in permanenza. La moglie lo denuncia e dice di temere per la sua vita e per quella delle figlie: teme che il padre possa uccidere le figlie e suicidarsi.

Al ritorno dall’alpe Quadroni è intercettato dalla polizia engadinese che spara fumogeni, scardina le porte della vettura, lo estrae per i capelli, lo atterra per una decina di minuti, lo ammanetta, lo porta al posto di polizia di Scuol, lo denuda e lo ispeziona, e poi lo scarica a Coira in una clinica psichiatrica come soggetto pericoloso per sé stesso e per gli altri. Ma dopo 4 giorni di degenza il responso della Clinica smentisce la polizia: Quadroni viene rilasciato. È una persona normale, incapace di fare del male a sé stesso e agli altri. Nel 2022 (il fatto risale al 2017) per il capo della polizia Marco Steck viene pronunciato il decreto di abbandono dalle accuse di ‘uso sproporzionato della forza’. Ma con una sentenza ‘taja e medega’ (un colpo al cerchio e uno alla botte pur di non toccare chi sta in alto) viene a cadere anche il reato di resistenza alla polizia da parte di Quadroni.

Con perfetta logica elvetica, l’ex procuratore pubblico del Canton Zurigo Andreas Brunner dice che in fondo la polizia non si è comportata troppo male, ma rileva 19 (diciannove) punti nei quali in futuro bisognerà comportarsi in altro modo!

La vicenda in questi giorni ha avuto una coda: un comitato di cittadini ha raccolto 4’213 firme chiedendo al Cantone un indennizzo per aver portato ingiustamente un sano di mente ‘a la Cà dai matt’ grigionese, che ricordo nelle terribili dicerie che circolavano anni fa. Indennizzo negato perché ‘manca la base legale’ sia nazionale che cantonale. Il parlamento a Berna ha negato protezioni a chi ‘spiffera’.

Diamine: cosa vogliono questi rompiscatole, gli diamo una paga, li lasciamo vivere e vogliono anche ficcare il naso nei nostri affari…

Siamo il Paese della forma soprattutto. Quadroni aveva già denunciato il fatto anni fa a Jon Domenic Parolini, attuale ministro grigionese dell’Educazione, della Cultura e della Protezione dell’ambiente. Vero, disse Parolini, ma il denunciante non aveva consegnato nessuna prova. E lui senza prove mica doveva avviare un’inchiesta per stabilire se il marcio esisteva davvero, chiaro.

Chiudiamo con una notizia confortante: fra chi ha deciso che non esiste base legale per un risarcimento ci devono essere anche elementi di cultura cattolica: per evitare l’inferno qualcuno deve aver proposto un compromesso: nessun risarcimento, nemmeno per averlo trattato ingiustamente da matto pericoloso, però gli sono stati condonati i debiti all’Ente Pubblico.

In definitiva, se non proprio, come si dice a Napoli, ‘curnuto e mmazziato’ (‘cornuto’ e preso e bastonato) perlomeno trattato molto male. Quasi come quel tale a cui è stata rubata la macchina che si è visto recapitare in casa una multa: il ladro l’aveva parcheggiata dove non si poteva.

Le puntate precedenti della storia

Nell’immagine: Adam Quadroni 


DeepSeek, l’Asia e i dazi della geopolitica

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Dalla nostra corrispondente  da Singapore

La guerra commerciale in corso promette colpi di scena giornalieri: se da una parte Messico e Canada hanno ottenuto una deroga di 30 giorni per l’entrata in vigore dei dazi doganali annunciati da Donald Trump, dall’altra Pechino ha risposto alle tariffe del 10% su tutte le importazioni “made in China” con delle tasse del 15% su carbone, gas naturale liquefatto e motori automobilistici statunitensi. La domanda è: a chi tocca ora?

In Asia, Vietnam, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Thailandia si preparano al loro turno. Ad eccezione di Singapore, tutti i paesi della regione hanno un deficit commerciale con gli Stati Uniti, per questo sanno che, prima o poi, verranno colpiti. Ma nessuna economia sarà risparmiata dalle conseguenze dirette o indirette della strategia del Presidente statunitense.

Interessante è il caso di Singapore, partner strategico di Washington, con cui ha un accordo di libero scambio dal 2004; gli Stati Uniti stanno indagando se DeepSeek, la startup cinese che minaccia la supremazia americana nell’intelligenza artificiale, abbia acquistato semiconduttori avanzati del gigante americano Nvidia, tramite terze parti a Singapore, aggirando le restrizioni statunitensi sulle vendite di chip.

Nei giorni scorsi, DeepSeek ha scosso i mercati e la Silicon Valley rilasciando il suo modello di assistente IA ad una frazione del costo dei rivali americani, superandoli anche nella classifica delle App gratuite più scaricate. Il sospetto è che l’unico modo per cui DeepSeek sia riuscita a fare cio’ che fatto, pur avendo un bando sui chip statunitensi, è che un terzo partito abbia esportato i chip in Cina, evadendo le restrizioni.

La svolta ha scatenato un dibattito sull’efficacia degli sforzi degli Stati Uniti di escludere la Cina dalla tecnologia avanzata. Le restrizioni, che riguardano una varietà di chip, mirano infatti a rallentare i tentativi della Cina di sviluppare la sua industria di semiconduttori ed impedire a Pechino di accedere all’intelligenza artificiale, che potrebbe dare al paese un vantaggio anche militare.

Nel 2023, l’amministrazione Biden aveva imposto restrizioni a più di 40 paesi, per evitare che facessero da intermediari di chip in Cina, tra cui parte del Sud-est asiatico, tranne Singapore. L’isola è un centro commerciale internazionale e le principali aziende statunitensi ed europee hanno operazioni significative nel Paese. Nvidia ha spiegato che molti clienti utilizzano le loro entità commerciali a Singapore per acquistare chip per prodotti destinati agli Stati Uniti e ad altri paesi occidentali. Il ministero del commercio della città stato ha affermato che si aspetta che le aziende americane rispettino sia le leggi degli Stati Uniti che quelle di Singapore ed ha assicurato che i suoi dipartimenti doganali e di polizia continueranno a collaborare strettamente con le controparti.

La questione evidenzia il crescente rischio della catena di fornitura. Geopoliticamente neutrale, il sud-est asiatico ha visto un aumento del commercio lordo sia con la Cina che con gli Stati Uniti tra il 2017 e il 2020 durante la prima presidenza Trump. Vietnam, Indonesia, Malesia e Thailandia hanno beneficiato del fatto che molte aziende hanno trasferito la sede dalla Cina al Sud-est asiatico per evitare i dazi statunitensi. Il pericolo è che nuove freni vengano imposti da Washington anche per questo motivo.

Diversificare i partner commerciali, rafforzare gli accordi regionali per ridurre la dipendenza dalle grandi potenze sono strategie utili e in corso anche in Asia, ma potrebbero non bastare ad alleviare le ripercussioni a lungo termine dei dazi e delle ritorsioni, che mettono a dura prova la cooperazione e la fiducia tra paesi.


Presidenza senza limiti. Diventa realtà il piano autoritario

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Di Luca Celada, il manifesto

L’Fbi ha epurato di centinaia di agenti, l’agenzia per la cooperazione internazionale (Usaid: 50 miliardi di dollari all’anno in assistenza) chiusa o accorpata al dipartimento di Stato, gli uffici per la gestione del bilancio e del personale federale blindati.

Il ministero dell’istruzione pubblica probabilmente eliminato, gli impiegati statali sottoposti alla “cura Twitter” con l’obbiettivo di decurtare l’organico del 90%. I bollettini da Washington delineano una campagna “maoista” che mira, nell’eufemismo ufficiale, a «decostruire lo stato amministrativo».

Lo shock & awe ha lo scopo di e travolgere le sponde costituzionali e lasciare disorientata l’opposizione, sopraffatta da un attacco «a sorpresa». Ma la strategia applicata in questi giorni era stata telegrafata e delineata nero su bianco già da quasi due anni, da quando ad aprile del 2023 venne pubblicato Project 2025.

Il documento è stato redatto dalla Heritage Society, uno dei principali think tank conservatori e nelle sue pagine sono dettagliati i passi necessari per portare a compimento nel secondo mandato ciò che Trump non poté completare nel primo. Le 908 pagine contengono istruzioni dettagliate per «smantellare lo stato profondo» Fra queste «prendere il controllo» del ministero di Giustizia, smantellare l’Fbi, eliminare i ministeri del Commercio, dell’Energia e dell’Istruzione, sostituire il dicastero della salute con un «dipartimento per la vita».

La «demolizione dello stato burocratico» è al centro del documento che la considera condizione necessaria per il trasferimento dei poteri istituzionali alla presidenza nell’adempimento del «progetto originale» dei padri fondatori.
«Il ruolo del moderno presidente conservatore – scrive ad esempio nel secondo capitolo Russel Vought, fra i principali autori e attuale candidato di Trump alla direzione dell’ufficio per la gestione del bilancio – è di dirigere il ramo esecutivo per contro del popolo americano con i minimi possibili limiti».

E a questo scopo Project 2025 cita specificamente la necessità di impadronirsi degli ingranaggi amministrativi dello stato, a partire dal personale e dalla contabilità. «Il controllo del personale – scrive Vought – è prioritario perfino rispetto alle nomine ministeriali», per assicurare che le volontà presidenziali vengano eseguite senza intoppi burocratici. Così anche il potere di gestire in libertà gli stanziamenti per i programmi di governo, con buona pace della Costituzione che il potere di decidere gli stanziamenti lo assegna invece al Congresso.

La decurtazione degli statali da 2 milioni a 20.000 reclutati fra fedeli Maga è un’altra specifica prescrizione del Project 2025. Non è un caso che le purghe di personale «inaffidabile» siano iniziate proprio dal Opm (Office of Personnel Management). E che siano state affidate a Elon Musk. Nelle parole di John McEntee, un altro architetto del Project 2025, «Musk ha tagliato l’organico di Twitter (ora X, ndr)del 90% e funziona ancora benissimo. Perché non dovremmo poter fare lo stesso col governo?».

Ogni azzardo costituzionale viene intrapreso nella consapevolezza che il giudice ultimo sarà la Corte suprema controllata da togati di Trump, (fra questi vi è Clarence Thomas, la cui moglie Ginni fa parte della Heritage Society).
Il fine ultimo di questa occupazione militare dell’apparato dello stato è di riequilibrare l’assetto costituzionale creando una presidenza imperiale e plenipotenziaria che imprime un passo decisamente autoritario ad un sistema presidenziale già fortemente tarato in favore del potere esecutivo.

Molti degli obbiettivi potrebbero essere conseguiti per via più tradizionale, ottenendo il vaglio formale del parlamento, data la maggioranza repubblicana in entrambe le camere. Ma il senso dell’operazione è anche altamente simbolico, una dimostrazione di forza per imprimere l’idea che il potere è di chi ce l’ha.

Project 2025, infatti, è manuale operativo ma anche manifesto ideologico ancorato a think tank come la Heritage il Manhattan, il Cato ed il Claremont institutes, dove a partire dagli anni 80 si è incubata la nuova destra radicale influenzata dal tedesco Leo Strauss, teorizzatore della modernità come deviazione aberrante dalla tradizione classica. In questa linea adottata ad ideologica Maga prevale l’idea degli Stati uniti come culmine della civiltà occidentale, un ideale usurpato da un secolo di liberalismo democratico che ha prodotto una «classe permanente di esperti e burocrati».

Ciò a cui si assiste in questi giorni a Washington è la fase operativa di un progetto per «purificare il progetto americano» riportandolo ad un originario fervore «rivoluzionario».

Il fervore ideologico di cui è intriso Project 2025 è anello di congiunzione sia con lo zelo integralista della fazione teocratica che con il messianesimo tecnologico che ha plasmato il movimento neo reazionario a Silicon Valley.
E nella concezione degli estremisti Maga oggi al comando, una mappa per trasformare la democrazia americana in qualcosa di irriconoscibile.


Trump: “Gli Usa prenderanno il controllo di Gaza. Via 1,7 milioni di palestinesi, troveranno un bel pezzo di terra”

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Di Alberto Simoni, La Stampa

“L’America prenderà il controllo della Striscia di Gaza”. Donald Trump straccia in un attimo le previsioni e ambisce a riscrivere non solo la geografia del Medio Oriente. Nella conferenza stampa nella East Room della Casa Bianca al termine del bilaterale con Benjamin Netanyahu, il presidente Usa parla di un “possesso a lungo termine” da parte americana nella Striscia e spinge i residenti palestinesi a spostarsi in un “buono, fresco e bello pezzo di terra” in un altro Paese. L’America ricostruirà il territorio distrutto. Offrendo l’idea di una sfollamento di massa e a tempo indeterminato dei palestinesi, Trump difficilmente non infiammerà il mondo arabo.
Ci sono 2.2 milioni di abitanti a Gaza, prima del bilaterale con Netanyahu, Trump aveva detto che “1.7 milioni, 1.8 milioni” sarebbero dovuti andare via e aveva lasciato intendere che il piano era “di una ricollocazione” permanente.

È una svolta radicale per gli Stati Uniti dinanzi a un conflitto che dura da generazioni e che nessuno sinora, dalla Casa Bianca, è riuscito a fermare, al massimo ad arginarlo.

La proposta di Trump dà nessuna considerazione a quello che vogliono i palestinesi. Gli abitanti di Gaza hanno sempre detto di voler restare sulla loro terra e le Nazioni arabe vicine si sono opposte alla deportazione dei palestinesi. Trump però ha tirato dritto, e con Netanyahu al suo fianco ha ribadito che sia la Giordania sia l’Egitto sono dalla sua parte e accoglieranno gli sfollati.
Secondo Trump la presenza americana a Gaza, “darà stabilità a quella parte di Medio Oriente e probabilmente a tutto”.

Il presidente non ha fornito dettagli, non ha risposto se il “take over” – controllo – di Gaza avverrà con truppe Usa o in altro modo.“Faremo ciò che è necessario, la controlleremo e la svilupperemo”, ha ribadito Trump.

Nell’immagine: Gaza oggi


Gaza, il reportage: atterraggio dentro il deserto della Striscia

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

L’elicottero sbalza in volata, scende rapido da 3mila a 2mila piedi, poi 1000, 800, curva verso ovest: quando riprende la traiettoria la visuale è senza misericordia. Una recinzione malmessa separa due mondi: di qua, verso oriente, prati verdi e serre, e il kibbutz Kissufim assaltato da Hamas il 7 ottobre. Di là, solo la terra rimasta nuda, senza più frutti, senza abitanti. Gaza. Per almeno un chilometro di profondità, l’esercito di Netanyahu ha cancellato ogni cosa. I campi coltivati, i pozzi, le case dei contadini, i sistemi di irrigazione ricostruiti con i soldi della cooperazione dopo innumerevoli guerre, e ogni volta distrutti.

La battaglia con Hamas anche in questa zona è stata feroce. Israele minava e abbatteva palazzi, i miliziani tendevano imboscate ai solati. È finita con un deserto. E pensare che un tempo questa era la terra fertile di Gaza. Forse non come quella di Beit Hanun, più a nord, che i gazawi chiamavano il “granaio” della Striscia, ma non meno generosa. Qui, a metà strada tra Khan Yunis e Deir al Balah, sulla sponda orientale di al Qarara, era tutta una coltivazione: grano, anguria, zucca, okra. Non è rimasto più nulla, e questo nulla ora ha un nome nuovo, si chiama zona cuscinetto, “buffer zone”, dicono così i militari israeliani: è di fatto un cordone stretto intorno al collo della Striscia, sorvegliato a vista con palloni sonda e droni. Tutto quelle che c’era prima è stato demolito, spazzato.

Entriamo a Gaza intorno a mezzogiorno a bordo di un elicottero della Royal Jordanian Air Force: è il ponte aereo voluto da re Abdullah per portare aiuti alla popolazione civile di Gaza, a cui partecipano anche gli italiani. Atterriamo su un rettangolo di asfalto nero recintato, ai bordi della pista si vedono delle ruspe rosse e nere, sembrano israeliane. «Non filmare niente che non siano gli aiuti e i soldati giordani», ci dice deciso un “volontario” che non si identifica. È arabo, indossa una felpa blu con sopra una pettorina gialla.

All’inizio del conflitto, l’Onu, gli Usa, la comunità internazionale si erano opposti chiedendo a Israele di non mangiare altra terra palestinese. L’esercito aveva assicurato che si sarebbe trattato di una misura di sicurezza temporanea. Quindici mesi dopo, oltre la “buffer zone” si vedono scheletri di palazzi senza finestre e anneriti, alternati a macerie di edifici rasi al suolo.

I soldati scaricano in fretta le scatole, un centinaio, piene di medicinali, saponi, latte in polvere, biberon per bambini, «aiuti urgenti che potrebbero essere danneggiati dal trasporto su camion», spiega il generale di brigata giordano Mustafa al-Hayari. Molti di questi beni sono destinati al nord della Striscia dove i camion di aiuti che entrano da sud, dal valico di Rafah, l’unico aperto, faticano ad arrivare. Una volta ammassate, però, le scatole restano lì, a bordo pista: il World food programme e gli operatori delle altre ong autorizzate a lavorare a Gaza li raccoglieranno solo dopo che il convoglio aereo sarà ripartito. Questo è l’ordine degli israeliani: nessun contatto tra giordani e volontari o palestinesi. Ufficialmente, per evitare assalti alla diligenza, come quelli che ci sono già stati contro i camion di aiuti. Eppure è difficile immaginare come gli affamati possano attraversare questa distesa di desolazione ipersorvegliata per accaparrarsi aspirine o assorbenti. Gli accordi però sono chiari: un gesto fuori dalle regole e l’intera operazione può saltare.

Per Mays Tarboush è un rischio che il suo Paese non può correre. «Questa missione è vitale, e un orgoglio per me. Sono fiera di quello che la Giordania sta facendo, mi riempie il cuore portare aiuti ai palestinesi». A 29 anni, ha fatto in tempo a laurearsi in economia e a diventare pilota dell’aeronautica, membro dell’airforce di re Abdullah dal 2016. Hijab bianco sotto il casco militare, guida uno dei due elicotteri su cui attraversiamo il confine. Il copilota è Kareem Abu Taleb, 28 anni, anche lui tenente.

Si parte dalla base aerea King Abdullah II a Zarqa, nel deserto giordano, a una quarantina di minuti di macchina da Amman. Dall’alba al tramonto, 16 elicotteri giordani e due dell’esercito italiano fanno la spola verso la Striscia. Il decollo, intorno alle 10, fila liscio, la traversata è più burrascosa. Sorvoliamo il deserto e i canyon fino al sud del Mar Morto. L’elicottero atterra in un avamposto sperduto con pochi soldati e una casetta bianca, senza spegnere i motori, per un primo rifornimento di carburante. Quando riprende quota siamo già sul confine con Israele. Aspettiamo fermi in volo per alcuni minuti che sembrano ore prima di venire “agganciati” da un elicottero israeliano che ci scorta fino a Gaza. Sono le Idf a decidere la rotta, i tempi, i carichi, gli occhi e le orecchie del ponte aereo giordano, e a monitorarlo minuto per minuto. Non senza intoppi: è successo anche che alcuni elicotteri abbiano atteso per 15 minuti e oltre, girando in tondo e bruciando carburante, prima di ricevere luce verde e superare la frontiera. Per re Abdullah è un’operazione costosa ma necessaria.

Stretta tra l’alleanza di ferro con gli americani, e il suo dna palestinese – più della metà della popolazione ha origini o legami con la Palestina – la Giordania è al centro di una crisi potenzialmente esplosiva. Trump pretende si faccia carico di almeno una parte dei palestinesi che, nei suoi piani di restyling del Medio Oriente, dovrebbero essere sfollati da Gaza per tornare dopo la ricostruzione, forse. Ma il regno hashemita si regge su un fragile equilibrio, tra la classe media giordano-palestinese che lavora nelle banche, nel commercio, e i giordani di origini beduine che controllano i servizi, gli apparati, la casa reale. Non può permettersi una nuova ondata di profughi che altererebbe gli assetti etnici e politici.

Allo stesso tempo, Amman dipende dagli aiuti americani, circa 2 miliardi all’anno su 50 che vale il Pil del paese, e per il re sarà difficile dire no a Trump. Alla fine, potrebbe cedere e a certe condizioni accettare una quota di rifugiati, questo almeno è quello che si dice nei circoli diplomatici di Amman. La preoccupazione, in realtà, non riguarda solo o non tanto Gaza, che non è mai stata una “partita giordana”, semmai egiziana. Riguarda la West Bank. Se il presidente americano dovesse appoggiare un piano di annessione parziale della Cisgiordania da parte di Israele, Amman potrebbe essere chiamata ad avere un ruolo, di sicurezza o nell’accoglienza degli sfollati.

Di questo sull’elicottero della Royal Airforce non si parla, ma tutti sanno che è il vero carburante politico che muove questa missione: dare sollievo ai gazawi, rafforzare il cessate il fuoco, tentare i primi passi verso una stabilizzazione. L’atterraggio a Gaza però è impietoso, lascia poche speranze La distruzione si mostra in tutta la sua nitidezza e riporta alla mente le parole di Steve Witkoff, l’inviato di Trump per il medioriente, un immobiliarista astuto e svelto che durante la visita in Israele la scorsa settimana ha passato alcune ore in sorvolo sulla Striscia e ne ha tratto una conclusione: «Uninhabitable», inabitabile. «Dovrete accogliere di nuovo i palestinesi?», chiediamo alla pilota Tarboush una volta rientrati alla base. Sorride, non risponde. Ma se c’è una cosa che i giordani pensano è che nessuno accetterà “un’altra Nakba”. Un pilota che ha ascoltato la conversazione la dice così: «Non ci sarà bisogno di accoglierli perché non se ne andranno da Gaza».


L’unica a perdere la guerra dei dazi sarà un’Europa indebolita

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Di Alessandro Arduino, La Stampa

La guerra dei dazi di Trump è ufficialmente iniziata con una dichiarazione che non lascia spazio a dubbi: «Accadrà sicuramente con l’Unione Europea, e l’Ue è un’atrocità». Mentre Bruxelles valuta le proprie contromisure, la Cina è già passata all’azione. Nel mondo di Trump, un surplus commerciale con gli Stati Uniti è considerato ingiusto, sintomo di un accordo sbagliato. Solo l’incertezza generata da queste dichiarazioni sta già penalizzando l’economia globale, che si trova già in un momento di profonda fragilità.

Se l’Ue ha margini di manovra limitati contro Trump, potendo colpire solo settori strategici come acciaio e alluminio, la Cina gioca su un altro livello. Pechino ha un peso negoziale decisamente più forte rispetto a Bruxelles e, se necessario, può estendere la battaglia dai dazi alla geopolitica e alla sicurezza internazionale.

Le prime salve della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sono partite da Washington con un aumento del 10% sui dazi su oltre 400 miliardi di dollari di beni che gli americani acquistano ogni anno dalla Cina. Pechino era pronta: la risposta del Ministero del Commercio non si è fatta attendere e non si è limitata alle contromisure tariffarie. La Cina ha introdotto controlli all’esportazione su materiali cruciali per le produzioni hi-tech, tra cui tungsteno, tellurio, bismuto, molibdeno e indio. Inoltre, ha inserito nuove aziende americane nella lista nera che vieta alle imprese cinesi di fare affari con loro. Tuttavia, il linguaggio giuridico utilizzato, privo di sanzioni immediate, lascia intendere che questa possa essere solo la prima mossa di un negoziato molto più ampio.

Un dettaglio passato quasi inosservato: Pechino ha colpito alcuni dei colossi tecnologici vicini a Trump, ma non Elon Musk e la sua Gigafactory di Shanghai. Un segnale? Forse. L’amministrazione Statale per la Regolamentazione del Mercato ha annunciato l’apertura di un’indagine su Google per presunte violazioni della legge antitrust, una mossa che potrebbe aprire ulteriori spazi di trattativa.

Già nel 2018, la Cina rispose rapidamente alle sanzioni di Trump, colpendo gli Stati Uniti con dazi su 50 miliardi di dollari di prodotti americani, tra cui soia, automobili, prodotti chimici e altre merci. Una mossa che alimentò i timori di una possibile escalation verso una vera e propria guerra commerciale. Tuttavia, all’epoca, l’ansia di Pechino era palpabile: la reazione sembrava più dettata dal nervosismo che da una strategia ben ponderata.

Oggi, però, le nuove sanzioni della nuova amministrazione Trump si trovano di fronte a una Cina molto più preparata. A differenza degli Stati Uniti, che hanno imposto un aumento indifferenziato del 10% su tutti i beni cinesi, Pechino ha colpito selettivamente specifiche esportazioni americane aprendo anche l’opzione di colpire più aziende americane che operano in Cina. Questo dimostra che le misure erano già state pianificate e che la Cina ha ancora in mano carte da giocare. Pechino ha avuto tutto il tempo per sviluppare, testare e pianificare ogni possibile scenario in caso di guerra tariffaria e l’avere una economia centralizzata basata su piani quinquennali di brezneviana memoria, in questi casi aiuta.

L’annunciata telefonata tra Trump e Xi sarà il primo vero banco di prova per capire la direzione delle trattative su un «buon accordo» e definirà le future relazioni tra una Cina sempre più pragmatica e un’America ancora più transazionale. Non ultimo, Trump ha nuovamente accusato la Cina di non fare abbastanza per fermare l’esportazione delle sostanze chimiche necessarie per la produzione di oppioidi sintetici come il fentanyl confermando il precedente ordine esecutivo in cui il fentanyl è considerato una della cause primarie di morte nella gioventù americana con Pechino ascritta tra i principali colpevoli.

Una de-escalation è ancora possibile, e la questione del fentanyl con un approccio cinese più accomodante potrebbe offrire risultati immediati, migliorando l’immagine di Trump agli occhi dell’opinione pubblica americana.

I dazi del 10% contro la Cina saranno applicati gradualmente, ma il loro impatto sarà inevitabile compresa la spada di Damocle di un possibile aumento sino al 60%. Non solo colpiranno l’economia cinese, ma finiranno per danneggiare anche il cittadino americano medio, aumentando il costo della vita e rallentando la crescita interna. La guerra commerciale è appena iniziata e, sebbene il vincitore tra Cina e Stati Uniti sia ancora incerto, una cosa è chiara: l’Unione Europea ne uscirà indebolita.

Nell’immagine: Trump accusa la Cina di non fermare l’export di sostanze per la produzione di oppioidi sintetici come il Fentanyl 


Svezia, l’ex paradiso scandinavo travolto da gang e terrorismo

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Di Daniele Castellani Parelli, La Repubblica

Granate, autobombe, omicidi e ora anche stragi di massa. La pacifica Svezia ha scoperto di essere un Paese da cronaca nera, terribilmente simile ai thriller che l’hanno resa famosa in tutto il mondo. I massacri con pistole e fucili sono per fortuna una rarità. Per quanto riguarda le scuole, secondo le stime ufficiali fino a oggi si contavano 10 morti in 7 episodi di violenza, nell’arco di oltre dieci anni, dal 2010 al 2022. Ma per il resto, ormai, è uno stillicidio.

Il tasso di omicidi è tra i più alti d’Europa. A gennaio è esplosa una bomba al giorno. Le carceri sono così piene che si deve chiedere “ospitalità” ai Paesi vicini. E il premier Ulf Kristersson ha dovuto ammettere che questa ondata di violenza è «fuori controllo, come è abbondantemente chiaro». L’occasione dello sfogo è stata, mercoledì scorso, l’uccisione di Salwan Momika, il rifugiato cristiano iracheno che bruciava in piazza il Corano ed è stato ammazzato in casa durante una diretta TikTok. I cinque sospettati sono stati rimessi in libertà, gli investigatori annaspano aumentando quel senso di insicurezza che è ormai la cifra dell’opinione pubblica svedese.

Nel 2024 la polizia ha riportato 317 esplosioni, a seguito dell’escalation di una guerra tra gang che spesso fa vittime innocenti, come la 25enne di Uppsala morta nel sonno a casa sua a causa di una bomba fatta detonare nel suo palazzo nel 2023. A inorridire c’è che le gang, forti di 60mila associati, per farla franca usano sempre più minorenni: nel 2024 la polizia stimava un network di 1.700 ragazzini come membri attivi, allettati dalle migliaia di euro con cui può essere ricompensata una molotov di avvertimento contro un’abitazione o un omicidio.

Per questo il governo di centrodestra, che si basa sul decisivo sostegno esterno dell’estrema destra dei Democratici svedesi, in questi mesi sta mettendo in campo proposte sempre più creative: la revoca della cittadinanza per i binazionali che minacciano la sicurezza, l’abbassamento a 14 anni dell’età a cui si può finire in prigione, il sequestro dei beni di lusso per chi non è in grado di dimostrare di poterseli permettere, l’intercettazione delle comunicazioni tra minori di 15 anni.

Con la promessa della sicurezza le destre hanno vinto le elezioni nel 2022. Secondo gli analisti il governo si è dato da fare, ma non c’è stata una vera svolta. Eppure i partiti al potere godono più o meno degli stessi consensi di tre anni fa. Come si spiega? Con il fatto che i morti per le sparatorie sono triplicati tra il 2012 e il 2022, quando erano al potere i socialdemocratici. E che questi ultimi, annusando l’aria, non vogliono sembrare deboli sul crimine – così come d’altronde sull’immigrazione. Se il centrodestra non saprà invertire la rotta, alle elezioni del 2026, secondo i sondaggi, potrebbe non essere l’opposizione a trarne vantaggio. Ma l’estrema destra.

Nell’immagine: polizia e forze speciali sul luogo della strage a Örebro


Veronica Noseda – Il paradosso francese: socialisti con l’estrema destra per salvare il governo Bayrou

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi


Li vuole buttare con l’acqua sporca

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

A proposito di adozioni: lui vuole proibire quelle internazionali. È la proposta, per molti versi sconcertante, del consigliere federale socialista Beat Jans che mi pare concedere molto alle brume trumpiane e poco al flebile e declinante venticello della solidarietà e dei diritti umani: chiudere chiudere chiudere è la parola insistita dei nuovi tempi. Il pronome Noi, che include, è quasi fuori uso. Difficile camminare insieme: si preferisce andare separati. Prevale la gretta ragion di Stato e la politica senza umanità, sempre più indifferente ai grandi principi che dovrebbero reggere le nostre democrazie ormai allo stremo. È, quello di Jans, un esempio di desolante semplicismo politico che ignora la complessità delle vicende umane e la spiana con la ruspa.

Ci sono stati abusi e illeciti nei processi di adozione? Certo, e per impedire la tratta dei minori la Convenzione dell’Aia, 1993, ha preso efficaci provvedimenti e continua a vigilare. Ma per il basilese Jans non basta eliminare i rami storti: troppo fastidio, meglio recidere l’albero e il problema è risolto. Comportamento vergognoso e indecente, in linea con l’aria che tira: i sentimenti generosi, la solidarietà umana, le speranze di grandi e piccoli di amare ed essere amati non sono molto di moda. Brutti tempi. I bambini di laggiù lasciamoli laggiù e le famiglie di quassù non si affliggano: si rimedia con la procreazione artificiale e la tecnica fa miracoli. Intanto, noi genitori adottivi ci siamo sentiti ripetere che l’adozione non è una colpa ma nemmeno un diritto.

La mia perplessità: cosa sta succedendo a quell’area politica che il ministro rappresenta e che si è fatta paladina fino a ieri dell’universalità dei diritti e della difesa degli indifesi? Ho visto socialisti approvare seppur con imbarazzo la scellerata proposta, ho avvertito il silenzio dei più e sono in pochi a biasimare l’indegna proposta. “Kind mit dem Bade ausschütten”, buttiamo il bambino con l’acqua del bagno, avrà pensato il ruspista basilese e il più è fatto: in fondo – avrà desunto il preminente – si toccano solo fluttuanti diritti umani e sentimenti in disuso e si può farne a meno senza troppo scalpore. E allora perché la teoria di Jans non la estendiamo a tutto lo scibile umano? Qua e là c’è qualcosa da migliorare? Individuare i nodi da sciogliere costa impegno, amministrativo e finanziario: meglio chiudere e il fastidio non c’è più. Chissà se il capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia coglie il paradosso e la non lieve dissonanza del suo agire?

“Il benessere del bambino viene prima di tutto”, ha sentenziato il ministro e poi ha fatto esattamente l’opposto di quanto raccomandato dalle varie Convenzioni del 1989 e del 1993. Le riassumo in due parole: l’adozione è uno strumento indispensabile e irrinunciabile per garantire a ogni bambino “il diritto a una famiglia”: e allo Stato va il compito di vigilare sulla correttezza delle procedure. La Convenzione dell’Aia, sottoscritta dalla Svizzera, ci informa che il fine dell’adozione internazionale è quello di assicurare ai fanciulli del mondo “felicità, amore e comprensione”. Con il buon senso si arriva agevolmente alle medesime conclusioni, ma di questi tempi il buon senso non abbonda.

Non resta allora che concludere con Alessandro Manzoni: il buon senso c’è ma se ne sta nascosto da qualche parte per paura del senso comune. Infatti oggi il comun sentire va in un’altra direzione e certa politica, la peggiore, l’asseconda.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: felicità, amore e comprensione


“La politica non è uno zoo con le caprette”

In certi posti il ‘traditore’ (della lobby degli imprenditori edili) sarebbe stato ‘incaprettato’ o colato a mare in un blocco di cemento: da noi invece… 

Di Alexandre Cudré, Watson

Proprio come l’ispettore Colombo, è quando stanno per andarsene che i politici a volte decidono di dire la loro in tutta onestà. La consigliera federale Viola Amherd si trova in questa posizione da quando ha annunciato le sue dimissioni. In un’intervista rilasciata al quotidiano vodese 24 heures, si è lasciata andare a confidenze insolite per la sua posizione:

“Il clima politico in Svizzera sta diventando sempre più duro e sempre più caratterizzato dalla cattiveria”
Viola Amherd (24heures)

La vallesana osserva che questo fenomeno, presente “da tempo in altri Paesi”, sembra stia prendendo piede anche da noi. Un vero pericolo per le istituzioni svizzere e per la democrazia diretta, ritiene.

Siamo quindi di fronte a un piagnisteo della centrista più potente del Paese, o il clima politico svizzero è davvero diventato marcio? Abbiamo chiesto a chi conosce bene il sistema.

Gli effetti della rivoluzione digitale

Per Simone de Montmollin, membra del Consiglio nazionale dal 2019, l’avvento dei social network ha avuto un impatto sul modo di comunicare, e l’atmosfera è cambiata. “È uno degli effetti della rivoluzione digitale: la comunicazione dematerializzata è diventata estremamente libera. È più facile denigrare cose e persone”, sia tra persone comuni che nelle discussioni tra politici.

“Ciò che viene detto spesso oltrepassa il limite del più elementare rispetto per le persone”
Simone de Montmollin, Consigliera nazionale (PLR/GE)

Questa opinione è condivisa dal Consigliere di Stato Mauro Poggia, secondo il quale “il dibattito delle idee sta perdendo slancio”. “La sfumatura non è più equiparata alla saggezza, ma alla mancanza di coraggio o di determinazione”, afferma.

“E per forza di cose, tutto viene detto con più durezza e meno rispetto”
Mauro Poggia, membro del Consiglio degli Stati (MCG/GE)

Parlare con franchezza, un altro problema

Allo stesso tempo, Simone de Montmollin sottolinea un cambiamento nella capacità di tollerare le differenze di opinione. “Quando parliamo con troppa franchezza, alcune persone corrono il rischio di sentirsi ferite o addirittura vittimizzate”. Uno sviluppo che sta gradualmente contribuendo al rifiuto del dibattito democratico, incoraggiando la polarizzazione e rafforzando le posizioni intransigenti.

“Dobbiamo accettare una pluralità di opinioni, perché c’è sempre un fondo di verità nelle argomentazioni degli altri”
Simone de Montmollin, Consigliera nazionale (PLR/GE)

La ginevrina deplora questa deriva e una certa forma di ipocrisia. “Ciò che diciamo sui social network dovrebbe essere discusso e sostenuto nella vita reale”, sia “in commissione, in parlamento o altrove”, ritiene. Perché è ancora sano “poter discutere verbalmente, ma con rispetto, confrontarsi con le idee degli altri, senza sentirsi attaccati personalmente ogni volta che si è in disaccordo con loro”.

“Non è uno zoo con le caprette”

Roger Nordmann è uno dei più longevi deputati francofoni del Parlamento svizzero: è membro del Consiglio nazionale dal 2004. Ritiene che per sopravvivere in politica sia necessario avere la pelle dura, pur rimanendo pronti a scendere a compromessi quando se ne presenta l’occasione.

Roger Nordmann fa un esempio: “Nel 2022 ho avuto una discussione con il consigliere nazionale dell’UDC Christian Imark”. Spiega: “Sul set del programma Arena della SRF, ha sbottato dicendo che avrei guadagnato da ogni pannello solare installato in Svizzera, cosa non vera, e l’ho sgridato”. Il suo sfogo ha fatto scalpore nella stampa di lingua tedesca. Il fatto che gli animi possano divampare sia in televisione che in privato non è affatto negato dal vodese: “In politica, davanti a una birra, a volte ci diciamo cose spiacevoli”.

“Dobbiamo smettere di essere sentimentali”
Roger Nordmann, consigliere nazionale (PS/VD)

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Viola Amherd, Roger Nordmann e Simone de Montmollin in un fotomontaggio