Se il video di Donald non fa male solo alla Striscia

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Di Assia Neumann Dayan, La Stampa

Due popoli, due Stati, ma uno è il Nevada. A quanto ho capito, per creare un video con l’intelligenza artificiale bisogna scrivere un testo che verrà poi tradotto in immagini.

Suppongo che le parole chiave usate per il video “Trump Gaza” siano state: Las Vegas, Queers for Palestine, hummus, Elon Musk, statua di Lenin prima di essere abbattuta, però in oro.

Nei commenti, i più risentiti sono i cristiani offesi per l’uso di falsi idoli dorati, a seguire quelli che non vogliono che i soldi delle loro tasse vengano usati per costruire una spiaggia transgender a Gaza, mentre altri si chiedono se il declino cognitivo di Biden fosse davvero il peggiore dei mali.

Chi ha creato quel video deve aver preso tutti i luoghi comuni sulla Palestina e sulle vacanze al mare degli arricchiti e ci ha costruito una storia, ma quella storia non è, e non sarà mai, la storia di qualcuno. Gaza non diventerà la Portlandia del Medioriente, non ci saranno i/le/lu Queers for Palestine a ballare la danza del ventre con la fascetta di Hamas, quello non è il futuro.

Dovremmo essere tutti più preoccupati che il Presidente degli Stati Uniti d’America si comporti come uno sciatto provocatore che non stare a offenderci da remoto per una cosa che non esiste. Se quel video l’avesse postato un account satirico si parlerebbe di grande ironia, grande visione, candidatura agli Oscar, ma purtroppo per noi l’ha diffuso il presidente della più grande potenza mondiale senza nessuna sfumatura diversa da quello che è.

È un video ridicolo, come lo è qualunque video fatto con l’AI. La prendo alla lontana: io non lo so come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti. Capisco che è da molti anni che ci diciamo che le parole sono uguali al tentato omicidio, che la violenza è violenza, ma una cosa finta non sarà mai vera. Non so nemmeno come si faccia a dire che sono peggio i grattacieli, di tunnel e cimiteri: il grattacielo a Gaza è un’idea mentre tunnel e cadaveri sono veri.

È da un anno e mezzo che quotidianamente ci passano davanti foto e filmati di morti, ma evidentemente la linea da non oltrepassare era quella di un video finto postato da Trump. Fa più impressione la Bbc che gira un documentario a Gaza in sospetta collaborazione con Hamas o il video finto postato da Trump coi dollaroni che piovono?

Capisco sia più facile dire che Trump è cattivo, ma come sono cattivi i buoni, nessuno mai. Bisogna prendere le distanze da un video fatto con l’intelligenza artificiale, dicono, bisogna denunciare l’orrore, dicono, dal momento che il virtue signalling pare sia l’unica opinione che queste persone sono in grado di avere: siamo all’indignazione per una cosa immaginata, che mi sembra essere l’ultimo gradino della catena alimentare. Quel video disturba solo per un motivo: mette in ridicolo la sofferenza delle persone, perché ridicolizza il presente immaginando il futuro.

Gaza in questo momento è in macerie, le vittime della guerra sono migliaia, ci sono ancora degli ostaggi nelle mani dei terroristi, quel video è irrispettoso nei confronti dei morti e di chi vive in una zona di guerra senza più niente. Dopo di che, mi auguro che sia fuori discussione per tutti che si auspichi un futuro migliore per gli abitanti di Gaza, a Gaza. In queste ore ho letto cose sul video ben peggiori del video in sé, ben peggiori perché lì non ci puoi mettere la didascalia “creato con l’AI”, ben peggiori perché l’intelligenza artificiale dei buoni si chiama propaganda.


Jeff Bezos licenzia le opinioni del Washington Post: solo «libera espressione e il libero mercato»

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Di Luca Celada, il manifesto

Nella guerra totale di Trump allo stato, quella di ieri è stata una giornata campale sul fronte dell’informazione. Il culmine è stato il post in cui il presidentissimo, lamentando la copertura  «sleale e diffamatoria» del suo primo mese in carica, ha paventato ulteriori querele per far pagare un «caro prezzo» alla stampa  e, perché no, «una bella legge»  per penalizzare gli organi che non si adeguano alla linea di governo.

Come per le altre crociate Maga siamo su terreno inedito per una nazione che si è sempre fregiata di una stampa obiettiva ed indipendente secondo i canoni anglosassoni ma che ora nel mirino del regime mostra vistosi segni di cedimento. Concomitante all’esternazione presidenziale, è giunto infatti l’annuncio di Jeff Bezos, padrone di Amazon e del Washington Post, sulle «modifiche» alla linea editoriale della storica testata. Da oggi, ha comunicato il miliardario-editore, i corsivi del giornale rifletteranno unicamente pozioni favorevoli «alla libera espressione e il libero mercato» . Altri punti di vista «non sono più necessari» , ha precisato Bezos, «perché ormai per quello c’è internet» .

L’intervento a gamba tesa sull’autonomia degli editorialisti ha provocato le dimissioni immediate del responsabile della sezione, David Shipley, e marcate proteste di molti giornalisti. Non ultimo perché è parsa aperta contraddizione con la «libera espressione» che professa di perorare.

È stato l’ultimo colpo, auto inflitto, ad un’informazione oggetto dell’attacco diretto della Casa bianca. Oltre alle querele personali di Trump (fra gli altri contro Cbs, Des Moines Register e Cnn) rimane in vigore il boicottaggio governativo della Associated Press rea di  non chiamare col nuovo nome “ufficiale” il Golfo del Messico. Di questa settimana invece l’annuncio che la selezione di giornalisti del pool della Casa bianca verrà tolta alla gestione storica dell’associazione dei corrispondenti. «Non più» , ha detto la portavoce Karoline Leavitt. «Sono fiera di comunicare che ridaremo questo potere al popolo».

La dicitura populista equivoca in realtà il controllo dell’informazione che è cardine della strategia trumpista. Nel primo mandato i giornalisti erano stati dichiarati «nemici del popolo» come congegno per invalidare ogni funzione di controllo. Nell’attuale amministrazione, sembrano rotti gli ultimi indugi e l’attacco all’informazione è apertamente condotto.

Il dato davvero inedito, oltre ai diktat emanati dallo Studio ovale, riguarda oggi l’acquiescenza attiva dei media – o meglio dei conglomerati che li controllano, molti dei cui maggiorenti il mese scorso erano accanto al presidentissimo nella cerimonia di insediamento.

Già prima delle elezioni il Washington Post aveva censurato l’endorsement di Kamala Harris firmato dalla redazione (decisone costata un esodo di redattori e 200.000 abbonati). Lo aveva imitato il Los Angeles Times – dove l’editore sudafricano Patrick Soon-Shiong  ha messo addirittura a punto un algoritmo «correttivo» delle opinioni «eccessivamente  progressiste».

Questa settimana l’emittente via cavo Msnbc, polo liberal di analisi e talk controllato dalla Nbc, ha licenziato tre conduttori progressisti fra cui Joy Reid, fra le più tenaci sostenitrici di Black Lives Matter nel panorama giornalistico americano. L’epurazione ha provocato profondo scalpore nel pubblico del canale a cui Reid si è rivolta in chiusura del suo ultimo programma, invitando gli ascoltatori ad «imparare dalla storia», nel momento in cui «siamo in piena crisi di democrazia, quando il fascismo non si sta avvicinando, ma è già qui».

Presi assieme sono sviluppi che consolidano il predomino informativo della destra populista attraverso Fox News, l’ex Twitter a gestione Musk, e una vasta costellazione di podcast che mutua una bolla ermetica di disinformazione propedeutica alla gestione del consenso.

La capitolazione del Washington Post è particolarmente emblematica per il ruolo avuto dalla testata nello scandalo Watergate, momento fulgido di stampa come garante contro lo strapotere e la corruzione, che dall’osservatorio odierno sembra uno sbiadito anacronismo. In questo senso lo stravolgimento della funzione essenziale della stampa, più della “decostruzione” dello stato e più ancora dello sconvolgimento geopolitico, segnala il mutamento degli Usa di Trump in qualcosa di profondamente divorziato dai miti fondativi che l’hanno governata.

Negi Stati uniti non vi è mai propriamente stata una stampa “di regime” ma è ormai inequivocabile una deviazione in questa direzione. E, come ha affermato Martin Baron, direttore del Washington Post fino al 2021, una definitiva frattura epistemica. «Siamo ad un punto in cui non si tratta nemmeno più di divergenze di opinione ma di una fondamentale differenza su cosa siano i fatti».

Nell’immagine: Jeff Bezos all’inaugurazione di Trump


Editto imperiale

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 


Da Tesla a Space X: a Musk 38 miliardi di fondi pubblici per le sue aziende

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Nel giorno in cui Donald Trump tiene il primo Cabinet Meeting della nuova Amministrazione alla presenza del capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (Doge), Elon Musk, il Washington Post pubblica una lunga storia in cui evidenzia come in vent’anni il miliardario di origini sudafricane, ora deputato a tagliare sprechi e frodi nelle agenzie federali, ha ottenuto dal governo per le sue aziende 38 miliardi di dollari. Sono divisi in prestiti, crediti fiscali o normativi (cessione di quote di emissioni), incentivi e sussidi (come i 7.500 dollari di sconto per gli acquirenti di auto elettriche).

Le relazioni fra le aziende di Musk, in primis Tesla e Space X, con il governo federale sono molteplici. Ci sono attualmente in vigore 52 contratti per un valore di 11,8 miliardi di dollari e fra i più danarosi è quello fra Nasa e Space X. L’Agenzia per lo Spazio Usa ha investito nella società di Elon Musk 15 miliardi di dollari. Se le aziende di Musk sono fiorite grazie all’intervento del governo federale e delle partnership con almeno otto Stati (fra cui la California, fra le principali fornitrici di sussidi e progetti) anche l’amministrazione pubblica ha beneficiato dei servizi di Musk. Il caso Starlink, ad esempio, controllata da Space X, è emblematico. Non solo lo spiegamento di terminali in Ucraina, ma anche la possibilità di mantenere vive le comunicazioni in aree disastrate come la North Carolina dopo le inondazioni dello scorso autunno.

Sono due le date chiave, ricostruisce il quotidiano di Washington. La prima è il 2008. Allora Musk, appena diventato Ceo di una Tesla a corto di liquidità, discuteva un prestito con il Dipartimento dell’Energia. Mancavano però per ottenerlo i requisiti di sostenibilità ambientale. Per questo Musk andò a bussare direttamente alla porta di Lisa Jackson, allora capo dell’EPA (l’agenzia ambientale Usa). Nel 2010 un prestito di 450 milioni del Dipartimento dell’Energia (completamente ripagato nel 2013) ha consentito a Tesla di spiccare il volo. In seguito a questo prestito, infatti, Musk ha potuto produrre su larga scala il modello Tesla S, aprire la fabbrica a Fremont (California). Il Free Beacon, giornale californiano, ha pubblicato in passato una e-mail di Musk risalente a quel periodo in cui diceva che Tesla stava lottando per la sopravvivenza.

Lo stesso anno per la prima volta un trimestre finiva con il segno più davanti alla voce profitti. Il primo anno completamente in territorio positivo è stato invece il 2020.

Musk e le sue società hanno ottenuto la maggior parte dei benefici durante le Amministrazionie democratiche. I due terzi dei 38 miliardi stimati dal Washington Post basandosi su dati pubblici come i bilanci, sono arrivati negli ultimi cinque anni.

Un elemento chiave è stata la possibilità di vendere crediti verdi. In pratica Tesla ha ceduto le sue quote di emissioni a società automobilistiche che non avevano i requisiti ambientali. Ovvero le cui auto non rispettavano pienamente le norme e i limiti di emissione. Questo ha consentito, secondo alcuni economisti citati dal quotidiano, di iscrivere una nota positiva nel bilancio del 2020 e poi di proseguire.

Simile il percorso di Space X negli anni. In questo caso è stata la Nasa a determinare la crescita della società di esplorazioni spaziali fondata nel 2002. Subito dopo la nascita, infatti, Musk ha iniziato a costruire un rapporto produttivo di collaborazione con Nasa e con il National Reconnaissance Office del Pentagono. Fondata da Musk mettendo cento milioni del suo patrimonio personale, Space X ha beneficiato presto di contratti e consulenze governative e ben prima mandasse in orbita i suoi razzi. Un prospetto dei finanziamenti federali finiti a Space X rivela che l’azienda ha percepito 14,9 miliardi dalla Nasa, 7,6 miliardi dal Pentagono e cifre minori (sotto i 5 milioni) da Dipartimento di Stato,e Dipartimento del Commercio. Il flusso di denaro dalla Nasa è proseguito e nel 2016 Space X ci fu il primo scontro con Jeff Besoz, fondatore della concorrente Blue Origin. “Il vero superpotere di Elon sta nei soldi del governo”, disse in un incontro.

Musk è attualmente il capo di Doge e ha contribuito per 277 milioni alla campagna elettorale di Trump. Il suo mandato è quello di tagliare spese e ridurre gli sprechi nel governo. È un’azione che sta incontrando resistenze e critiche. Non tanto per l’obiettivo in sé – la lotta agli sprechi del governo federale è stata dichiarata con toni simili da Obama ad esempio – ma per i metodi che hanno creato frizioni, paure e risentimento nelle agenzie. L’ultima asperità è legata a un’e-mail che il Doge ha inviato ai dipendenti federali chiedendo loro di dire cosa hanno fatto sul posto di lavoro negli ultimi cinque giorni. Benché facoltativo rispondere, le pressioni sono forti e si sono creati dissapori dentro l’Amministrazione. Da Intelligence, Pentagono, Dipartimento di Stato ed Fbi è partito l’ordine ai dipendenti di ignorare la richiesta di Musk. Due ore prima della riunione di Gabinetto, Trump ha postato su Truth una frase in cui ribadisce il suo appoggio a Musk e lancia un messaggio ai suoi ministri. “Tutti i membri del gabinetto amano Elon”, ha scritto. Chi lo ama sempre meno sono i repubblicani al Congresso e gli elettori. Nell’ultima settimana i deputati sono stati costretti a fare piroette verbali nelle riunioni nei loro distretti con gli elettori che denunciavano la perdita del lavoro comunicata con una e-mail e la fine dei programmi sociali e quindi assegni e aiuti concreti al reddito congelati dal Doge.


Süssli go home

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Cvd: come volevasi dimostrare. Dopo la fuga della capa del Dipartimento delle Difesa Viola Amherd, dopo lo squagliamento dei candidati democristiani che avrebbero potuto sostituirla, anche il quasi generale Thomas Süssli molla la truppa, come avevamo suggerito, prima di farsi impallinare dal fuoco amico. Vedremo il prossimo 12 marzo chi pescherà la Arschkarte, chiamiamola Pepa tencia, del DDPS (Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport).

Assieme a Süssli se ne va anche Christian Dussey, direttore del Servizi segreti della Confederazione. E pure il capo delle forze aeree Peter Merz ha azionato il seggiolino eiettabile per uscire dal Dipartimento.

Come mai scappano tutti? Semplice: la sfilza di problemi, che possono trasformarsi in colpevoli responsabilità, continua ad allungarsi. 

L’ultimo della lunga fila di scandali che stanno travolgendo il Dipartimento è la frode compiuta da un dirigente di Ruag, la fabbrica di armi proprietà della Confederazione, denunciata dalle inchieste del Controllo federale delle finanze. La Ruag ha problemi da anni. (vedi Miliardi al vento senza vergogna 22.8.23).

Il Dipartimento è silente. Le informazioni sono uscite sulla Neue Zürcher Zeitung. Il Tages Anzeiger, giornale moderato, titola a cinque colonne che “Amherd ha sottovalutato le prove di corruzione alla Ruag” e parla di débacle della Amherd perché “il fatto che Viola Amherd abbia tenuto questo segreto ai colleghi del Consiglio federale per un mese è inaccettabile”. 

È ormai chiaro che Frau Amherd se n’è andata appena in tempo per non fare la fine dei suoi antichi predecessori Chaudet e Gnägi, ma c’è poca differenza. Gestire il militare è difficile. Cosa ne capiscono Amherd degli F-35, Chaudet dei Mirage e Gnägi dei Panzer 68? Ma il vero punto critico è l’incompetenza dei vertici militari. Dopo la votazione sulla proposta di abolire l’esercito, nel 1989, e la contemporanea caduta del muro di Berlino, l’esercito svizzero ha cominciato a traballare. Una volta per far carriera era utile esibire un buon curricolo militare, i direttori delle grandi banche erano colonnelli. Oggi, se cerca lavoro, un giovane ha più occasioni se ha fatto il servizio civile. Fanno carriera nell’esercito i meno competenti.

Per tornare a Süssli, l’ultima sua discutibile uscita risale a una settimana fa, quando ha detto che la Svizzera potrebbe inviare duecento soldati in Ucraina, dopo la tregua. Una decisione che dovrebbe passare dal Parlamento. Poi c’è stata la confusione sui conti dell’esercito che lo scorso anno ha obbligato Amherd a soccorrere il quasi generale con il pallottoliere.

I punti caldi che fanno tremare il DDPS non sono pochi. Ne abbiamo appena scritto: sistema di sorveglianza dello spazio aereo che non funziona, droni che si scontrerebbero con uccelli e parapendii, telecomunicazioni mobili in ritardo, rete di dati sicura decisamente insicura, digitalizzazione a rischio.

Poi, cosa succederà con gli F-35, 36 aereoplanini acquistati da Amherd per sei miliardi di franchi? Si sta prospettando una rogna di non poco conto. Secondo dati citati dalla NZZ am Sonntag, negli Stati Uniti si sostiene che il costo di questi jet potrebbe aumentare del 20% entro il 2029. Il contratto stipulato dalla direttrice del DDPS prevede che il governo degli Stati Uniti comperi gli F-35 dalla produttrice Lockheed per rivenderli alla Svizzera. Ma se il prezzo si gonfiasse, Trump sarebbe disposto a pagare la fattura? Anche perché nel frattempo Elon Musk ha liquidato gli F-35  come il peggiore rapporto qualità prezzo della storia e lo ha definito un  aereo obsoleto che ha “l’unico risultato di far morire i piloti”, mentre ora bisogna utilizzare i droni. Balthasar Glättli, consigliere nazionale dei verdi, si chiede se Trump accetterà di caricare sui contribuenti americani i nuovi costi del jet. Serafica la posizione del DDPS: “Gli Stati Uniti sono uno stato di diritto, partiamo dal principio che l’amministrazione Trump rispetti il contratto esistente”. Beati svizzerotti, si vede che non hanno ancora capito cosa sta succedendo da un mese in qua. Se Trump farà pagare alla Svizzera l’aumento del 20% del costi degli F-35 (1,2 miliardi circa) ne vedremo delle belle!

Per fortuna in Europa, malgrado il bellicismo dell’Unione europea, si comincia a intravvedere uno spiraglio per un cessate il fuoco in Ucraina. Fino a ieri il nostro Governo, il nostro Dipartimento e il nostro quasi generale predicavano il pericolo dell’invasione da Est (come negli ultimi cento anni). Perciò, ci dicevano, dobbiamo avvicinarci alla NATO perché da soli il nostro esercito in due settimane sarà liquidato (Süssli dixit). E in questa situazione, secondo loro delicata, cosa fanno i gallonati grigioverdi? Scappano!

I Verdi, i socialisti e il gruppo per una Svizzera senza esercito chiedono una commissione parlamentare d’inchiesta sui disastri del DDPS. È il minimo, ma meglio sarebbe cominciare a non versare nel buco nero grigioverde i miliardi di franchi previsti nei prossimi anni.

Nell’immagine: illustrazione da un servizio SRF


Credetemi: la terra è piatta

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”. Questa frase, erroneamente attribuita a Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda del Terzo Reich dal 1933 al 1945, è diventata una delle leggi della pubblicità e il tempo in cui viviamo dimostra che non è poi così sbagliata.

Verifichiamolo mettendo in ordine decrescente di intensità alcune (grossolane) bugie spacciate per verità:

  1. Trump attacca Zelensky: «L’Ucraina non avrebbe dovuto iniziare la guerra con la Russia»: affermazione talmente scema che non necessita di commenti.
  2. JD Vance attacca l’Europa: «In Gran Bretagna e in tutta Europa, temo la libertà di parola sia in ritirata»: non averlo interrotto dimostra bene il contrario.
  3. Giorgia Meloni dice in televisione di aver ricevuto un avviso di garanzia (in realtà un semplice atto procedurale, che non lascia spazio ad alcuna interpretazione complottista) a seguito della denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, un «ex politico di sinistra, molto vicino a Prodi»: i due erano tanto vicini da non essersi mai incontrati.
  4. Lega e UDC lanciano un referendum «contro la generalizzazione delle zone 30 km/h sulle strade comunali di Lugano». «Chi parla della generalizzazione della moderazione del traffico è in malafede» (Michele Foletti, sindaco leghista).
  5. Il comitato referendario «FERMI TUTTI!», rappresentato dai copresidenti del comitato Lukas Bernasconi (Lega dei ticinesi) e Raide Bassi (UDC), annuncia la raccolta firme «contro la generalizzazione delle zone 30 km/h sulle strade comunali di Lugano». In questo comitato c’è anche Andrea Censi, lo stesso che il 27 agosto 2017 chiese (con la mozione n. 4005) l’abbassamento del limite di velocità da 50 km/h a 30 km/h sul lungolago di Lugano. «Chi parla della generalizzazione della moderazione del traffico è in malafede» (Michele Foletti, sindaco leghista: Repetita iuvant.)
  6. Il direttore (ir)responsabile de «Il Mattino della Domenica», il municipale Lorenzo Quadri, scrive… ma qui c’è l’imbarazzo della scelta a ogni pagina. Fate vobis.

Nella mia biblioteca trova posto un libricino spassoso intitolato Parole in ritirata: Scritte raccolte nei cessi da Mauro Pedretti (Campus editore), da cui traggo questa scritta (scusate se non traduco il francesismo): «Se è vero che le bugie hanno le gambe corte qualcuno dovrebbe camminare con il culo». Ma vedo uomini e donne camminare ben ritti, dal che deduco che il sole gira attorno alla terra: del resto ci sono voluti secoli prima che Galileo venisse riabilitato per aver incautamente sostenuto il contrario.

Ma una cosa è certa e incontrovertibile: viviamo in tempi grami, in cui non c’è più spazio né per la vergogna né per l’indignazione. In una delle magnifiche vignette di Altan leggo questo scambio: «Mi racconti una fiaba? No, ti racconto una balla, così ti abitui».  E per rimanere  nel mondo degli aforismi, concludo con Gianni Rodari: «Nel paese della bugia la verità è una malattia». Infatti “stiamo tutti bene”. O no?


La Bibbia di Putin

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Dal nostro corrispondente da Mosca

La sensazione che quella aperta tra Trump e Putin sia più che una trattativa una partita a poker, in cui bluff, rilanci e giocate al buio sono fattori decisivi, è sempre più netta in molti osservatori. E non solo perché, come si sta vedendo a Riad, le delegazioni russa e americana sono ridotte all’osso e i pesanti dossier sono lasciati a casa, ma soprattutto perché i termini e i confini del negoziato appaiono per ora ancora vaghi. Così nella babele di interviste, dichiarazioni e anche insulti dei protagonisti rilanciati con enfasi come top news sui giornali di tutto mondo, l’intervista concessa da Putin alla TV russa propone più di un motivo di riflessione perché come al solito il presidente russo concede molto poco allo spettacolo e va diritto alla sostanza.

In prima battuta, nell’intervista il presidente russo ha affrontato il tema dei “metalli rari”, oggetto in questi giorni di una vivace trattativa tra Zelesnky e Trump. Secondo il Presidente russo “abbiamo certamente, in ordine di grandezza, molte più di risorse di questo tipo rispetto all’Ucraina. La Russia è uno dei leader indiscussi in termini di riserve di questi metalli rari e terre rare. Li abbiamo nel Nord, a Murmansk, nel Caucaso, in Kabardino-Balkaria, in Estremo Oriente, nella regione di Irkutsk, in Yakutia, in Tyva e nei nostri cosiddetti nuovi territori storici [i territori annessi dopo il 2014 e il 2022, ndr], che sono tornati alla Federazione Russa”. Ma questa disponibilità rivolta agli americani a sfruttare anche le risorse russe per Sergej Markov, consigliere personale di Putin per molti anni, è “più che altro un gioco politico di pubbliche relazioni visto che il mercato del petrolio è di 1.500 miliardi di dollari, cioè 120 volte maggiore. Quindi il tema dei metalli e delle terre rare è più che altro un gioco politico e di pubbliche relazioni”. Resta il fatto che durante la visita a Kiev del 24 febbraio, il Commissario europeo per la Strategia industriale Stefan Sejourne ha offerto all’Ucraina di concludere un accordo reciprocamente vantaggioso sull’accesso alle “risorse critiche”, un’alternativa all’accordo proposto da Donald Trump.

Complessivamente gli investimenti americani sono sempre stati limitati in Russia e non hanno riguardato nel passato, se non marginalmente, l’industria, la produzione dei mezzi di produzione per dirla con Marx. Questa è sempre stata appannaggio prima di tutto dell’Europa (Germania e Italia in primis). Se dovesse “scoppiare la pace”, il ritorno delle imprese straniere – è prevedibile – sarà sotto il rigido controllo del governo russo e ben poco affidato al mercato, cosicché potrebbero restare fuori dalla porta molte imprese dell’Unione Europea. Come nel vecchio adagio, in questo caso Putin avrebbe “detto a nuora americana perché suocera europea intenda”. Anche se bisognerebbe capire quale sarà l’altro corno del dilemma: “Ci saranno i dazi americani contro l’Europa?” Cosa che cambierebbe tutto ancora una volta.

Il secondo, decisivo, aspetto toccato da Putin nell’intervista è quello del “regime change” a Kiev di cui abbiamo già scritto qui. “Il punto è – ha chiosato il capo del Cremlino – che l’attuale capo del regime di Kiev sta diventando una figura tossica per le forze armate ucraine, perché impartisce ordini ridicoli che non sono dettati da considerazioni militari, ma da considerazioni politiche, e non è chiaro su cosa si basino… Il punto è che sta evitando questi negoziati. Perché? Perché se questi negoziati iniziano, prima o poi, ma molto probabilmente in tempi brevi, si arriverà alla necessità di revocare la legge marziale. E non appena questo accadrà, sarà necessario andare alle elezioni [in Ucraina, ndr]. A quel punto non ci sarà più motivo di non tenere le elezioni, perché oggi in Ucraina non si tengono con il pretesto della legge marziale. Perché non ha molta importanza il numero di punti percentuali che ha – quattro o qualsiasi altra cosa. La cosa importante è che il suo rating, secondo i nostri dati – che sono oggettivi – è esattamente la metà di quello del suo possibile rivale politico più vicino. Zaluzhny, l’ex comandante delle forze armate ucraine, esiliato a Londra, ha esattamente il doppio del rating”.

Tesi già nota, si dirà. Ma Putin ora ci aggiunge che ciò sarebbe un bene anche per la società ucraina e quindi si ritorna come nel gioco dell’oca alla casella iniziale, a quando il 24 febbraio 2002 Putin chiese ai generali ucraini di prendere il potere e “defenestrare i nazisti e i tossicodipendenti”. Dopo aver sottratto più del 20% del territorio all’Ucraina ora sarebbe il momento di porre sotto controllo l’altro 80%.

È ovvio, che questo secondo tempo della partita, cioè la mancata rielezione di Zelensky, è ciò a cui anche Trump e Musk anelano, e non ne hanno fatto mistero. Il tutto si tradurrebbe in una netta sconfitta per l’Unione Europea perché dalla stalla aperta scapperebbero anche i buoi della Georgia, della Moldavia e chissà, forse anche dell’Armenia. In un quadro siffatto, stendere la “cortina di ferro” di churchilliana memoria per l’Europa diverrebbe assai problematico.

Che non siano solo congetture è confermato da quanto sostiene Putin a proposito della UE nel suo profluvio televisivo: “i leader politici dei Paesi europei sono legati all’attuale regime, si sono impegnati. Hanno detto e promesso troppo e ora è molto difficile o praticamente impossibile per loro “smarcarsi” da questa posizione senza perdere la faccia. E tenendo conto che si trovano in un periodo politico interno piuttosto complicato, fatto di elezioni, rielezioni, difficoltà nei parlamenti e così via, è quasi impossibile per loro cambiare posizione”.

Last but not least, Putin ha affrontato la questione della riduzione degli armamenti americani e russi del 50% fatta baluginare non direttamente da Trump ma dai suoi collaboratori, e che Putin si è dichiarato disponibile a prendere in considerazione: “Penso che l’idea sia buona, gli Stati Uniti ridurrebbero del 50% e noi del 50%, e la Repubblica Popolare Cinese si unirebbe a loro se lo volesse. Riteniamo che la proposta sia valida e siamo pronti a discuterne”.

Qui ovviamente si entra in un territorio sconosciuto che potrebbe avere molteplici sviluppi o potrebbe essere presto abbandonato come una delle tante boutade di Trump. Tuttavia, per la sinistra europea, quella radicale in particolare, risorta dalle ceneri nello scorso week-end in Germania, si tratta di un tema che non può essere trascurato perché la pace e il disarmo (e la difesa del welfare state) sta nel suo codice genetico.

Nell’immagine: Putin durante l’intervista


Un’Europa sottomessa e senza bussola

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Di Alberto Negri, il manifesto

Gli europei non si accorgono neppure più dove stanno andando, o forse fanno finta di non saperlo: sono un po’ sonnambuli e un po’ sottomessi al loro destino. Siamo all’agonia della politica estera comune europea, che per altro non è mai esistita, cullando nel settore difesa l’idea di una Banca per il Riarmo destinata a divorare altre risorse. Hanno sempre seguito l’agenda americano-israeliana, dall’Est Europa al Medio Oriente, e ora ne pagano le conseguenze.

La loro disonestà è tale da pensare che la guerra in Ucraina sia cominciata il 24 febbraio 2022 e non quando, nel gennaio 2014, il sottosegretario di Stato Usa Victoria Nuland, in una conversazione con il suo ambasciatore a Kiev, pronunciò la ormai famosa frase «Fuck the Eu», letteralmente «l’Unione europea si fotta».

Si discuteva ancora di un accordo tra il governo ucraino del filo-russo Viktor Janukovich e l’opposizione. Allora non c’era Trump alla Casa bianca ma Barack Obama e il suo vice era Joe Biden, che accorse a Piazza Maidan a celebrare il primo anniversario delle proteste mentre suo figlio Hunter guadagnava milioni di dollari in Ucraina nel settore energetico. E ora vorremmo stupirci se Trump trascina Zelensky a firmare l’accordo multi-miliardario sulle terre rare mentre Putin, diventato ormai a Washington un «volenteroso dittatore», si offre di portargli quelle in possesso dei russi? Chi più ne ha più ne metta mentre ognuno si fa i propri conti in tasca e Macron, nella sua visita da Trump, reclama che l’Europa ha versato all’Ucraina il 60 per cento degli aiuti, più degli Stati uniti.

Ma il presidente americano si tappa le orecchie: questa guerra, nonostante le copiose commesse all’industria bellica americana, è un «cattivo affare» e bisogna chiuderla. C’è da pensare alla Cina. A raccontare la favoletta della «pace giusta» ormai insistono solo i giornali del mainstream, spiazzati dagli eventi. Ma quale pace giusta? Gaza e la Palestina sono la prova che in Europa non ci crede nessuno.

La sottomissione europea al complesso militar-industriale israelo-americano è totale. Pochi giorni dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre, Biden spostava le portaerei nel Mediterraneo orientale e stanziava miliardi di dollari di aiuti militari per Israele: gli Stati uniti si sono immediatamente schierati non per la pace ma per una escalation del conflitto. E noi europei con loro, mascherando i nostri aiuti a Israele dietro la ormai sfiorita formula «due popoli e due stati». Il complesso militar-industriale israelo-americano si è schierato all’Onu con Putin e le dittature perché tra un po’ gli Usa riconosceranno l’annessione israeliana della Cisgiordania.

Chiediamo giustamente a Putin di ritirarsi dai territori occupati in Ucraina ma Israele occupa il Libano, ha esteso la sua presenza nel Golan siriano e si sta divorando la West Bank. Giustifichiamo tutto questo con la necessità di Israele di preservare la sua “sicurezza”, le stesse argomentazioni che usa Putin quando chiede alla Nato di tenersi lontana dall’Ucraina. Non è un caso che contro la risoluzione all’Onu che difendeva l’integrità territoriale dell’Ucraina abbiano votato contro Usa e Israele insieme a Russia, Bielorussia, Mali, Nicaragua, Corea del Nord e Ungheria (Iran e Cina si sono astenuti, si presume per la vergogna).

Il Consiglio di Sicurezza ha poi approvato una brevissima risoluzione degli Stati uniti che chiede la «rapida fine della guerra», senza però citare la Russia come aggressore e senza far riferimento alla sovranità territoriale di Kiev. Francia e Gran Bretagna, che avrebbero potuto porre il veto, hanno preferito astenersi, spianando la strada alla versione di Trump che piace tanto a Israele. Da notare il doppio binario dell’Italia. Stiamo con l’Unione europea ma Meloni, con la scusa del Forum con gli Emirati, si è sfilata dalla cerimonia di Kiev per il terzo anniversario della guerra: prendiamo 40 miliardi di dollari di mancia dagli sceicchi membri del Patto di Abramo con Israele e la premier incassa le lodi sperticate di Trump.

Cosa volete di più? È il manuale della giovani marmotte di Trump. La Ue paga anni di sottomissione a Usa e Israele: Trump è l’anello mancante di decenni in cui abbiamo giustificato, partecipato o avallato guerre di occupazione e aggressione, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan alla Palestina, provocando la disgregazione di interi paesi e popoli, centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. Basti pensare all’Iraq nel 2003, dove tra i soldati si contava pure un nutrito contingente di ucraini. Fu un conflitto per «esportare la democrazia» che ha precipitato la regione nell’anarchia e nel terrorismo integralista più feroce.

In un momento in cui ci si indigna per le bugie e i travisamenti della realtà di Trump, bisogna ricordare che la guerra del 2003 fu la più grande fake news della storia recente, quando gli Usa giustificarono l’attacco con una campagna di stampa e propaganda mondiale che sbandierava il possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa che non furono mai trovate. Venne persino esibita all’Onu dal segretario di stato Powell una falsa provetta con armi chimiche. Una tragica commedia. Nessuno dei responsabili ha mai pagato – né Bush né Blair – e abbiamo partecipato a quella guerra e alle altre senza fiatare. Ora ci tocca accettare le bugie di Trump e gli insulti del suo vice Vance a Monaco: sanno con chi hanno a che fare. I sottomessi europei.

Nell’immagine: i leader europei a Kiev, alla commemorazione dei soldati ucraini caduti in tre anni di guerra


Accordo Usa-Ucraina sulle terre rare. Cosa sono, quanto valgono e cosa vuole l’America

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Da La Stampa

Kiev ha concordato con Washington un accordo sulle “terre rare” che, secondo i funzionari ucraini, migliorerà i rapporti con l’amministrazione Trump e aprirà la strada a un impegno a lungo termine degli Stati Uniti in materia di sicurezza.

I funzionari ucraini affermano che Kiev è ora pronta a firmare l’accordo sullo sviluppo congiunto delle sue risorse minerarie, tra cui petrolio e gas, dopo che gli Stati Uniti hanno ritirato le richieste di diritto a 500 miliardi di dollari di potenziali entrate derivanti dallo sfruttamento di tali risorse. Sebbene il testo non contenga esplicite garanzie di sicurezza, i funzionari ucraini hanno sostenuto di aver negoziato condizioni molto più favorevoli e hanno descritto l’accordo come un modo per ampliare le relazioni con gli Stati Uniti e consolidare le prospettive dell’Ucraina dopo tre anni di guerra. «L’accordo sui minerali è solo una parte del quadro. Abbiamo sentito più volte dall’amministrazione statunitense che fa parte di un quadro più ampio», ha detto al Financial Times Olha Stefanishyna, vice primo ministro e ministro della giustizia ucraino che ha guidato i negoziati. Le condizioni altamente onerose della bozza originale, presentate dal presidente Donald Trump come un modo per l’Ucraina di ripagare gli Stati Uniti per gli aiuti militari e finanziari ricevuti dopo l’invasione su vasta scala della Russia nel 2022, hanno provocato indignazione a Kiev e in altre capitali europee.

Dopo che la scorsa settimana il presidente Volodymyr Zelensky ha respinto il testo iniziale, Trump lo ha definito un “dittatore” e ha incolpato l’Ucraina di aver iniziato la guerra.

La versione finale dell’accordo, datata 24 febbraio e visionata dal Financial Times, istituirebbe un fondo in cui l’Ucraina contribuirebbe con il 50 percento dei proventi derivanti dalla “monetizzazione futura” delle risorse minerarie di proprietà statale, tra cui petrolio e gas, e la logistica associata. Il fondo investirebbe in progetti in Ucraina.

Focus sulle terre rare

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per la produzione di tecnologie avanzate: smartphone, batterie, turbine eoliche, auto elettriche e sistemi di difesa militari. Nonostante il nome, non sono “rare”, ma la loro estrazione e raffinazione è complessa e costosa, rendendole una risorsa strategica.

Qual è il loro valore economico?
Il mercato delle terre rare è in forte crescita. La Cina controlla circa il 60% della produzione globale, mentre gli Stati Uniti e l’Europa stanno cercando alternative per ridurre la dipendenza da Pechino. Il valore complessivo delle riserve mondiali si stima in centinaia di miliardi di dollari, con una domanda in continuo aumento.

Qual è il ruolo dell’Ucraina nelle terre rare?
L’Ucraina è uno dei Paesi con le maggiori riserve di terre rare in Europa. Per gli Stati Uniti, queste risorse rappresentano una merce di scambio strategica per garantire aiuti militari a Kiev e ridurre la dipendenza dalla Cina. Washington sta cercando di ottenere lo sfruttamento del 50% delle terre rare ucraine attraverso un accordo commerciale.

Perché l’Ucraina è sotto pressione?
Gli Stati Uniti vogliono che Kiev firmi un’intesa per l’estrazione delle terre rare in cambio di sostegno militare e finanziario. Secondo il Wall Street Journal, il governo di Zelensky è vicino a chiudere l’accordo, ma esita a firmare, perché teme di «vendere» le proprie risorse strategiche senza garanzie adeguate.

Cosa c’entrano Starlink e Elon Musk?
Secondo fonti di Reuters, gli Stati Uniti avrebbero minacciato di bloccare l’accesso dell’Ucraina a Starlink, la rete satellitare di Elon Musk che garantisce comunicazioni cruciali per l’esercito e la popolazione. Se Kiev non accetta l’accordo sulle terre rare, potrebbe perdere questo strumento fondamentale. Musk ha smentito, definendo la notizia «falsa».

Quanto chiedono gli Stati Uniti all’Ucraina?
Secondo fonti vicine ai negoziati, Donald Trump avrebbe chiesto 500 miliardi di dollari per l’accordo, una cifra molto superiore agli 114,2 miliardi di aiuti già concessi dagli Usa all’Ucraina dall’inizio della guerra, secondo i dati del Kiel Institute.

Ci sono tensioni tra Kiev e Washington?
Sì. L’Ucraina ritiene che le condizioni poste dagli Stati Uniti siano eccessivamente onerose e senza garanzie precise. Inoltre, all’Onu, gli Usa hanno recentemente bocciato una risoluzione proposta da Kiev che definiva la Russia «Paese aggressore», preferendo un testo più generico che invoca una «fine rapida» del conflitto.

Cosa succederà ora?
Le trattative proseguono tra pressioni politiche ed esigenze economiche. Nel frattempo, Mosca segue con attenzione gli sviluppi e, secondo fonti diplomatiche, nelle prossime settimane ci sarà un nuovo incontro tra rappresentanti di Russia e Stati Uniti per discutere della situazione.


Il senso unico della Germania

Come si fa a dire che un video fatto con l’intelligenza artificiale sia peggio della realtà che abbiamo davanti? 

Di Timothy Garton Ash, la Repubblica

Tre volte nella storia della Repubblica federale tedesca le decisioni strategiche dei cancellieri hanno fatto da apripista a un futuro migliore per l’Europa. Oggi non solo si presenta l’opportunità, ma c’è urgente bisogno di un quarto momento di portata storica.

Se il nuovo governo di coalizione guidato da Friedrich Merz saprà cogliere l’occasione offerta da questa crisi, sia la Germania che l’Europa avanzeranno. Se non ci riuscirà, alla fine degli anni 2020 entrambe potrebbero regredire in modo più rapido e drammatico di quanto la maggior parte di noi avrebbe mai potuto immaginare nei suoi peggiori incubi anche solo poche settimane fa.

La grande differenza rispetto ai tre momenti chiave del passato è la seguente: nel 1949, 1969 e 1989 la politica della Repubblica federale era fondamentalmente allineata con quella degli Stati Uniti. Questa volta la Germania deve costruire un’Europa più forte, libera, democratica e solidale con l’Ucraina, contro l’attuale politica degli Stati Uniti.

Il momento più sconcertante della serata elettorale di domenica 23 febbraio è stato quando Merz, atlantista da sempre, ha affermato che l’Europa deve rendersi davvero indipendente dagli Usa. (A paragone dell’ossequiosità quasi britannica mostrata da Emmanuel Macron alla Casa Bianca il giorno successivo, il futuro cancelliere tedesco suona quasi più gollista del presidente francese).

La scelta del 1949 di Konrad Adenauer, grande cancelliere fondatore della Repubblica federale, di inserire stabilmente la metà occidentale del suo Paese diviso nel nascente Occidente geopolitico transatlantico e in seno a un’Europa più integrata, era in sintonia con l’orientamento post-1945, da Guerra fredda, sia degli Stati Uniti che dei principali partner europei del nuovo Stato, Francia e Regno Unito.

L’apertura all’Est di Willy Brandt nel 1969, la sua Ostpolitik, combaciava con le politiche di distensione portate avanti da Washington, Parigi e Londra.

La determinazione del cancelliere Helmut Kohl nel 1989 di integrare la riunificazione tedesca negli ulteriori passi verso l’unificazione europea, compresa la moneta unica, fu accolta con favore dagli Stati Uniti e aprì la porta all’accettazione francese dell’unità tedesca.

In tutti e tre i casi alcune capitali occidentali avanzarono forti riserve — la più miope fu l’opposizione di Margaret Thatcher alla riunificazione tedesca — ma sotto l’ampio profilo storico le scelte strategiche della Germania erano allineate con quelle dell’Occidente geopolitico a guida statunitense.

Oggi non più. Finché Trump sarà alla Casa Bianca non esisterà l’Occidente come attore geopolitico unico. Lunedì 24 febbraio, nel terzo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo assistito allo spettacolo scandaloso degli Stati Uniti che hanno votato con la Russia contro una risoluzione Onu britannico-europea a sostegno dell’Ucraina.

L’America si è ora unita alle grandi e medie potenze transazionali dei Brics nell’attacco a ciò che resta dell’ordine internazionale liberale da essa stessa costruito. L’esperto di relazioni internazionali John Ikenberry ha definito gli Stati Uniti un leviatano liberale. Oggi quel leviatano liberale è diventato un elefante criminale.

La libera Europa che abbiamo costruito a partire dal 1949 è dunque sotto attacco, sia dall’interno che dall’esterno, e le due diverse minacce sono tra loro interconnesse. Ovunque guadagna terreno un’Europa populista, nazionalista e antiliberale.

La candidata cancelliera dell’Afd, Alice Weidel, non ha sbagliato, dal suo punto di vista, a descrivere il risultato elettorale del suo partito — che ha conquistato un quinto dei voti complessivi, ha trionfato nell’Est ed è il secondo partito nel nuovo Bundestag — come un «successo storico». Incredibilmente ha goduto dell’appoggio di Washington.

L’invettiva del vicepresidente americano J. D. Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco è stata un comizio elettorale per l’Afd. La sera del 23 febbraio Merz è stato graffiante nell’osservare che le interferenze di Washington nella nostra politica democratica «non sono meno drammatiche di quelle di Mosca».

Dopo l’unificazione nel 1990 festeggiammo il fatto che la Germania fosse diventata un Paese europeo normale. Ora in un certo senso dobbiamo dolercene. Perché essere un Paese europeo normale significa essere un Paese in cui il centro liberale è agli sgoccioli.

Se non si attueranno i cambiamenti necessari a riconquistare gli elettori sottratti dagli estremismi populisti, Marine Le Pendiventerà presidente francese nel 2027, l’Afd vincerà le elezioni tedesche nel 2029 e il partito di Nigel Farage scavalcherà i conservatori britannici.

La buona notizia è che tutti i partiti liberal-democratici tradizionali, tedeschi ed europei, hanno sempre più consapevolezza del da farsi. L’Europa deve salvare l’Ucraina. Dobbiamo costruire rapidamente una difesa comune europea molto più forte, che includa il Regno Unito.

Tutti noi, ma soprattutto la Germania, dobbiamo recuperare il dinamismo economico senza invertire la transizione ecologica e affrontando i problemi posti dalla disuguaglianza socio-economica e geografica che hanno spinto gli elettori verso i populisti. Dobbiamo controllare la migrazione irregolare, ma anche garantire il successo dell’integrazione di un gran numero di immigrati, che è poi l’unico modo per affrontare la nostra grave sfida demografica.

Come riuscirci? Con quali fondi? Gli ostacoli interni alla Germania sono immensi. Un Paese famoso per i motori oggi è noto soprattutto per i freni — incluso il freno del debito presente nella Costituzione. È anche vero però che un cancelliere tedesco ha immense possibilità di guidare il Paese in una nuova direzione se, come Adenauer, Brandt e Kohl, possiede la volontà e la capacità di farlo.

Secondo tradizione i colloqui tra i cristiano-democratici e i socialdemocratici per formare la coalizione di governo dovrebbero sfociare in una serie di compromessi, in modo da garantire a ciascun partito fette di una torta grande e in crescita. Ma cosa succede se la torta si riduce e se si devono tagliare due grandi fette in più — maggiori investimenti nella difesa e nelle infrastrutture trascurate del Paese?

Ovviamente la Germania dovrà allentare il freno del debito, ma se questo vuol essere un momento di cambiamento strategico — una vera Zeitenwende — allora Merz dovrà seguire le orme dei suoi due grandi predecessori cristiano-democratici, Adenauer e Kohl, e compiere un ulteriore grande passo in direzione di un’Europa più forte.

Per quanto riguarda la sicurezza, l’industria della difesa, l’energia, la transizione ecologica e l’intelligenza artificiale, all’Europa serve peso per reggere il confronto in un mondo di giganti prepotenti. Le soluzioni non devono necessariamente implicare l’integrazione nel classico stile di Bruxelles, ma non possono nemmeno essere solo nazionali.

Il più grande freno tedesco è uno stato d’animo — una curiosa combinazione di un’eccessiva tranquillità e un eccessivo timore. Da amante delle parole composte della lingua tedesca, sono rimasto affascinato dal politologo Karl-Rudolf Korte che ha saputo cogliere questo aspetto definendo la Germania come Wolferwartungsland (un Paese in attesa del lupo).

Ma oggi i lupi sono già qui: due grandi alla porta, Putin e Trump, e uno più piccolo, l’Afd, che è già entrato nel pollaio. Per respingere quei lupi ai tedeschi serve una dote: il coraggio.

Ascoltino il loro poeta nazionale. “Se perderai anche tutti i tuoi beni non disperare: potranno essere ritrovati”, scrisse Goethe. “Se perderai l’onore non disperare: forse potrai ricostruirti una nuova fama. Ma se perderai il coraggio ogni via di ripresa ti sarà preclusa”.